Commento
alla Rivelazione comunicata ad Anita Wolf
‘Quando morì Mosè’
Nel gran numero delle guide religiose,
talvolta vi è chi pretende di insegnare e spiegare ogni passo delle Sacre Scritture,
negando perfino ciò che altri suoi pari, quali pastori, enunciano sullo stesso
brano o versetto, come s l’ispirazione o l’illuminazione, sia stata data
esclusivamente a lui, giudicando quel passo, così come il proprio spirito gli
rivela in rapporto alla sua fede, crescita spirituale, esperienze e studi
religiosi.
Nella Sacra Scrittura esistono però, anche
dei tratti apparentemente solo narrativi, in cui la storia del popolo ebreo,
guidato fin dai primordi, sembra essenzialmente un racconto. Così, dopo
migliaia di anni, l’evoluzione psicologica e culturale, religiosa e civica
dell’umanità, non riesce più – come invece talune guide vorrebbero spiegare
esclusivamente dal loro punto di vista – a comprendere l’essenzialità del
linguaggio povero di allora, concesso all’antico scrivano, perché restasse
quale germe di vita interiore-vitale, essendo stato
scritto nell’essenziale per affrontare tempi di ben oltre 100 generazioni che
si sarebbero succedute, né sarebbe stato necessario un particolareggiato racconto
dei fatti e dei personaggi, poiché per moltissimo tempo gli eventi sarebbero
stati tramandati per bocca, perché culturalmente la gran massa della
popolazione non sarebbe stata in grado di leggere una tale parola di verità.
Era sufficiente l’essenzialità del racconto, almeno fino al tempo in cui
l’umanità sarebbe stata pronta a leggere, accogliere e comprendere la Verità.
Ora, da oltre centocinquanta anni, lo
Spirito di Verità comunica all’umanità ciò che finalmente essa è in grado di
comprendere; certamente non tutta la popolazione, ma almeno tutti quelli che –
istruiti, e in grado di leggere – possono trovare quegli elementi che al buon
Padre è piaciuto donare, per spiegare tutto ciò che è necessario conoscere.
In
vista della fine profetizzata, e per dimostrare quanto la Sacra Scrittura sia
sempre stata una guida per l’umanità, perché proveniente dall’alto, questa
rivelazione su Mosè, cioè sugli ultimi suoi sette giorni di vita, dimostra come
il resoconto della guida dell’Onnipotente, riportato nelle S. Scritture, non
poteva essere frutto di fantasie di un autore antico, ma doveva – già da allora
– rappresentare per certo, un riassunto per i posteri, in vista di una futura
particolareggiata spiegazione, come appunto noi oggi abbiamo.
Sebbene questo racconto rappresenti solo
una goccia, nello sviluppo della storia di Mosè, vissuto per 120 anni, esso
apre tuttavia un piccolo ma rilevante spiraglio sulla conduzione del popolo
ebreo, nel tempo dei quarant’anni dopo la conquistata libertà. Mosè non
proviene da questa Terra, proviene dall’Alto, egli è uno dei più alti spiriti
rappresentanti le Caratteristiche di Dio. Un angelo, anzi un arcangelo: il
portatore dell’Ordine, la cui sostanza è legata all’essenza della Divinità, e
quindi La rappresenta, sebbene sia incarnato in un corpo di carne senza
conoscere le proprie origini. E il suo portamento, gli obiettivi che si è posto
e che ha poi perseguito, la capacità di trascinare un così immane, molteplice
popolo di oltre cinquecentomila uomini e innumerevoli donne e bambini suddivisi
nelle dodici tribù, ciascuna con sue caratteristiche mantenute sin
dall’origine, lo dimostra.
La storia di questa rivelazione inizia con
un evento decisivo contro Mosè. Il popolo è stanco di girovagare nel deserto.
La terra promessa, in cui esso avrebbe dovuto trovare pace, e in cui ciascuna
tribù doveva trovare benedizione e prosperità, dopo quarant’anni sembra ancora
una chimera. Cinque tribù, Dan, Efraim, Gad, Manasse e Giuda, a causa di
una donna, Mara, gelosa della sorte di principessa toccata alla sorella, mentre
lei è andata in sposa a Ehubia, guardiano dei kral[1],
aizza il marito a farsi promotore della rivolta, convincendo Katahael ad allearsi per scalzare Mosè dal comando del
popolo. In tal modo, essa credeva che il cognato Katahael
avrebbe potuto trovare la morte nella rivolta, e quindi sarebbe stata sedata la
gelosia verso la sorella, e con la morte di Mosè avrebbe avuto l’opportunità,
insieme al marito Ehubia, di scegliere il territorio
migliore oltre il Giordano. La sommossa è però scoperta, grazie al principe di Gad, Eljasaf, l’unico della sua
tribù rimasto fedele.
Mosè, amato da molti altri, protetto dal
Signore, con Giosuè al suo fianco, sventa il piano della sommossa, e questa,
benché iniziata con le armi, e coinvolgendo oltre duecentomila delle cinque
tribù, fallisce, così che Dio stesso interviene in modo soprannaturale verso i
ribelli. Kahathael, aspirante principe della tribù di
Gad, viene indicato come capo della rivolta, prima è
chiamato a giustificarsi, poi, dopo il giudizio di Dio, anche lui, già
diventato lebbroso, è confinato tra i lebbrosi, mentre Ehubia
trova la morte di spada durante l’attacco contro Mosè. Così come anche i suoi due
aiutanti, Saccar e Riboal,
muoiono colpiti dall’ira di Dio. Dopo sette giorni, però, il giorno del perdono
coincidente con il compleanno di Mosè, Kahathael è
prima perdonato e poi guarito dal Signore attraverso Mosè, grazie
all’intercessione del figlio Sanhus che lo ama a
dismisura.
Mosè, attraverso il santo Tabernacolo, e
non solo, è in diretto contatto con Dio. Degli angeli, sotto forma di
giovinetti, intervengono nei rapporti tra la Divinità e gli uomini. Tra tutti
gli israeliti, spicca proprio la figura del figlio di Kahathael,
tredicenne, il cui padre a sua volta non è altro che il figlio di quell’ebreo
che quarant’anni prima, Mosè salvò da un egiziano, che dovette uccidere. Ed è
proprio questo ragazzo a diventare l’anello di collegamento tra la Divinità,
insieme a tutto il mondo dello spirito, e le cose terrene. È a lui che è
concesso di vedere il ritorno di Mosè nel Regno tra gli altri arcangeli e tutta
la schiera degli angeli, ed è lui che indicherà al popolo il luogo in Beth-Peor in cui cercare il mantello di Mosè, donatogli da
Dio dopo la rivolta, affinché passi sulle spalle di Giosuè che continuerà a
guidare il popolo. E la sua tomba, seppur cercata per tre giorni, non sarà
trovata.
Mosè, quindi, sebbene altamente benedetto,
resterà nel territorio di Moab, e non varcherà il
Giordano, poiché giudicò Israele a seguito della danza intorno al vitello
d’oro, e di sua iniziativa ruppe le Tavole della Legge scritte dal dito di Dio.