- Rivelazione –

(Dettato ad Anita Wolf nel 1959)

 

Il tempo prima che il Signore assumesse qui sulla Terra la figura del Redentore fu ricco di preparazione celestiale. L’arcangelo della Misericordia – Gabriel – nella figura di Simeone, mise l’ultima mano comparendo a Gerusalemme. I romani come Cornelio e Cirenio, a noi noti dalla “Vangelo di Giacomo” di Lorber, sono altrettanto rappresentati in maniera corporea come Zaccaria, il padre “muto” di Giovanni Battista. La ’Stella’ annunciata dalle Scritture è individuata dalla Terra, e su quella stella delle scene di vita dimostrano quanto è interconnessa la vita di tutti gli abitanti nella Creazione.

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Da lontano, dalla Terra

(La missione dell’arcangelo Gabriel/Simeone)

 

parte I)  A Gerusalemme: il preludio

parte II)  Sulla stella Mireon

parte III)  Quello che avvenne in Oriente

parte IV)  Ecco, arriva il tuo RE

 

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Commento all’opera

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PERSONAGGI

 

Ia Parte

Il Ponzio

Comandante romano

Jozidak

1° Alto sacerdote a Gerusalemme – (IHTUMA)

Pompeo

procuratore romano (il Naxus)

Sakkai

dotto scriba nel tempio, astrologo

 

 

 

IIa Parte

Achorbyo

1° sindaco della stella per l’economia artigiana del popolo - governatore

Aurole

5° sindaco della stella per le scuole - governatrice

Hellaskus

(Gabriel) il sacerdote-principe della stella Mireon (Myrääon)

Imahais

3° sindaco della stella per l’agricoltura

Minzobba

7° sindaco della stella per il servizio sanitario - governatrice

Ragu-Ela

4° sindaco della stella per le questioni sociali del popolo

Serpharma

6° sindaco della stella per affari generali - governatrice

Thekmanas

2° guida religiosa della stella

 

 

 

IIIa Parte

Akkubo

un sorvegliante della porta del tempio

Ahitop

principe di Giuda (poi defunto)

Amzi

sadduceo giudaico

Anna

profetessa nel tempio, vedova da 40 anni, ed ha 77 anni

Aquaturto

spia babilonese

Askanio

duumviro romano

Aski

moglie del giudice Thola

Athaja

1° alto sacerdote a Gerusalemme

Babbukia

un orafo giudeo

Charmi

sacerdote del tempio e marito di Anna, morto da 40 anni

Chol-Joses

presidente della scuola del tempio

Cirenio

il Quirino romano e proconsole nella regione palestinese

Cornelio

tribuno romano, nipote di Cirenio, comandante di Gerusalemme

Dadmiel

un servitore del tempio

Dumathia

rabbino di Emmaus

Eliphel

4° vescovo consigliere del Sinedrio

Esther

moglie del principe Ahitop

Forestus

comandante di servizio romano c/o Cornelio

Galal

scienziato giudeo

Gedalmar

6° vescovo consigliere del Sinedrio

Gilal

un servitore del tempio

Ginthoi

vescovo dell’anticamera nel tempio – (dissidente)

Giulio

ragazzo nobile romano

Giuseppe

protettore di Maria

Hasabra

1° presidente della provincia di Gerusalemme

Hethit

moglie dell’avvocato Hilkior

Hilkia

2° vescovo consigliere del Sinedrio (dissidente)

Hilkior

avvocato a Gerusalemme

Jaor

2° giudice del tempio

Jissior

3° vescovo consigliere del Sinedrio

Jojareb

1° vescovo consigliere del Sinedrio (dissidente) – sacerdote capo

Josabad

2° presidente della provincia di Gerusalemme – (cittadino e consigliere)

Malchia

3° insegnante vescovo nel tempio

Mallane

1° assistente femminile degli orfani principi nel tempio

Malluch

1° vescovo domiciliare nel tempio - sacerdote capo (timido)

Marcello

1° aiutante aggiunto romano di Cirenio

Massus

l’anziano del villaggio di Emmaus

Mechona

moglie dell’insegnante vescovo Pashur

Merelot

sotto-sacerdote nel tempio

Mithra-Bosnai

commerciante persiano ed agente segreto

Myriam/Maria

la bambina nel tempio, madre corporea di Gesù

Nathan

5° vescovo consigliere del Sinedrio

Nestur

ufficiale romano della ciurma

Nicodemo

sacerdote scolaro nel tempio

Obadnia

un medico libero, appartenente al tempio

Pashur

1° insegnante vescovo nel tempio – (dissidente)

Pedatja

2° vescovo domiciliare nel tempio

Piltar

un servitore del tempio

Ponzio

il precedente tribuno prima di Cornelio detto il Naxus

Pretario

tribuno navale romano

Rochus

comandante romano del tribunale c/o Gerusalemme

Sabtharus

sadduceo giudaico

Sachis

2° assistente maschile degli orfani principi nel tempio

Samnus

un commerciante di frumento giudeo

Schithinaz

commerciante persiano ed agente segreto

Simeone

apparizione corporea dell’arcangelo-cherubino-principe Gabriel (Misericordia), il forestiero, la settima fiaccola di Dio, soprannominato il ‘da lontano dalla Terra’ o ‘il lontano’, anche ‘la Luce’

Taliman

un sorvegliante della porta del tempio

Thola

1° giudice del tempio

Thrymatua

presidente della regione di Giuda

Unnias

servitore di fiducia di Ataja

Usiel

2° insegnante vescovo nel tempio – (dissidente, poi ravveduto)

Venitrio

comandante romano di sorveglianza delle strade della città

Zaccaria

2° alto sacerdote a Gerusalemme

Zikla

moglie del superiore della scuola di Chol-Joses

 

 

 

IVa Parte

Ahasva

un israelita, padre di Susanna

Auter

un commerciante grossista giudeo

Erode

quarto principe romano

Pedatjia

un mercante

Gideon

Gedeone (Bibbia – Giudici 6, 30-40)

Susanna

figlia di Ashavar

 

Regioni, territori, città di quel tempo citati

Achaja – Alessandria – Ariel - Betesda (piccolo lago) – Bethania – Bethlemme – Canaan – Capernaum - Cesarea di Filippo – Damasco – Deborah – Ephrata – Gallia – Gideon – Hermon – Hesbon – Hinnom (villaggio) – Iberia – Jephthan - Kidron (villaggio) – Mar-Saba – Melite (isola di Malta) – Moriah – Otniel – Persepoli – Pharphar – Thopeth – Vinethrya

 

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(Ia Parte)

 

(a Gerusalemme: il preludio)

 

I° / cap. 1

 

L’apparire di una stella - Annuncio dal Cielo e terrena miserabilità – Pompeo a Gerusalemme - Una morte beata

 1. Nel tempio in Gerusalemme, nella città, in tutto il paese c’è un movimento febbrile: dei sussurri preoccupati, un timoroso nascondere di ricchezze, ovvero poveri averi, un cercare un rifugio dove si potrebbe dimorare nel caso di bisogno, e una sfiducia nel prossimo. Solo uno è seduto nella sua stanza da lavoro, lontano dal movimento. Costui è Sakkai, un anziano dotto scrivano, un uomo riflessivo, molto amato da tutti per via del suo ricco sapere anche presso l’alto sacerdote Jozidak, che è stato insediato nella funzione da poco, ma di cui si crede che non si sarebbe trattenuto per molto, dipendendo meno da lui, che dai suoi nemici.

2. Proprio ora Sakkai termina – come già molte volte – un nuovo disegno. Lui ha dipinto molti disegni delle stelle, che le osserva per delle notti, e al mattino, per quanto riesca a mantenerne la visione, le dipinge! Facendo questo, ogni volta, per suo proprio stupore, riesce a giungere a una ‘rotondità planetaria del Cielo’, rappresentato dalla posizione delle stelle.

3. “Si vede il firmamento come una coperta, certamente all’infinito, ma appunto come una tavola, come un ampio prato. Invece sui disegni mi sembra…”. Viene disturbato nel suo monologo. La porta viene aperta tumultuosamente, ciò che Sakkai non ama. Inquieto si volta. È l’alto sacerdote. Alzandosi, gli va incontro.

4. “Che succede?”, lo chiede così gentilmente, che ogni fratello, per questo, lo rispetta. Mentre invece, Jozidak non ancora quarantenne, mostra volentieri la sua dignità. Oggi l’ha perduta. Con affanno chiude dietro di sé la porta; va al tavolo e si siede sulla sedia dell’anziano sacerdote. Sakkai lo guarda in modo interrogativo: ‘Hm, qui qualcosa è andato storto’.

5. Jozidac vede i disegni. Li prende e li gira da una parte all’altra, senza sapere che cosa è sopra e quale il sotto. “Che significa? Anche questo fa parte del servizio?”

– La Seconda domanda è detta così, di ripiego. Sakkai non ha mai mancato. “È un disegno”, risponde.

6. “Lo vedo”, brontola l’altro, più per il fatto che non riconosce nessun senso nei disegni. Sakkai lo aiuta; in fondo, l’alto sacerdote ne è degno.

7. “Io stesso non arrivo alla meta. Ogni disegno risulta diverso, nonostante la coscienziosa uguaglianza”. Tira fuori il suo tesoro. “Ecco, ecco, …la posizione delle stelle, la loro orbita. Di notte il Cielo mi brilla come una pelliccia liscia, ma se…”.

– “…sembra un’incommensurabile cupola”.

– Sakkai salta su: “Che? Anche tu lo hai scoperto, alto sacerdote…?”

8. “Hm”, Jozidak liscia le rughe della sua fronte, “tu studi volentieri e sei anziano, …onorevole”, aggiunge dopo un breve intervallo. “È comprensibile, che non ti soddisfi il lavoro limitato. Ora, …incontri nuove cose. Deve servire al tempio! Altrimenti …”.

9. “Guarda”, lo interrompe l’anziano, e mostra una stella [Matt. 2, 2] che si trova molto in alto sui disegni, che splende su tutto. Lo spiega a Jozidak. Costui è affascinato ed ha dimenticato il perché era venuto così correndo.

10. “È giusto!”, conferma costui. “Ma nessun raggio della stella colpisce la nostra Terra, altrimenti prossimamente splenderebbero innumerevoli soli, e questo non sarebbe buono per la tranquillità di cui ha bisogno l’uomo e la natura. La tua ricerca mi rallegra molto, ma ha un valore?”

– “Oh”, s’infervorisce lo studioso, “sta scritto così: «Sorgerà una Stella da Giacobbe» [Numeri 24, 17]. Mi sembra come se questa”, indica le stelle circoscritte, “realizzi la parola di Mosè. … Presto!”, aggiunge con energia.

11. Jozidak ride. “Sognatore! Ma voi anziani siete così e non vi accorgete del tempo cattivo che incombe su di noi, duro, reale, inesorabile. Ora, chissà, …forse è un bene, altrimenti questo mondo e i suoi uomini diventerebbero troppo poveri”.

– “Diventerà ricco!”, esclama entusiasta Sakkai, “qui, lo annuncia la nostra Stella. Sui suoi raggi, che si vedono come piccole scintille, si forma la sua ampia orbita nella casa di Giacobbe! Arriva il Redentore, il Salvatore, come lo hanno profetato i nostri padri; e …”

12. Jozidak diventa all’improvviso pallido. Nell’udire ‘Redentore’, gli viene di nuovo in mente per quale motivo era venuto. “Il Redentore?”, gorgheggia, “Sakkai, getta i tuoi disegni nella fiamma, per il mio bene, in quella della nostra falsa arca santa; perché anche il profeta è falso, come tutto intorno a noi! Non come Stella dal Cielo viene il Salvatore; è già con due legioni armate presso Antiochia, e molte delle sue navi si dirigono verso Cesarea.

13. Sai come si chiama? Pompeo! – Se non sai chi sia, …è il triumviro dei romani! E se – come profetizza il giovane sommo sacerdote – bruciano una volta il tempio, non sarà mai più ricostruito, come una volta sotto Cores [Esdra – cap.1], ma allora, allora…”, Jozidak geme. – Oh, la sofferenza, che sta in agguato, come un rapace davanti alle porte della Giudea…

*

14. Sakkai sa che arrivano i romani. Lo aveva sentito da dei nordisti che poco tempo prima erano fuggiti dall’esercito. Ma lui ha conosciuto dei romani che passavano attraverso la Giudea e le sue regioni limitrofe, come commercianti, come scienziati, anche come dotti. Tutti gli sono sembrati molto ben istruiti.

15. Nessuno lo aveva sospettato, che i ‘fini romani’ erano dei funzionari travestiti che esploravano il paese, il popolo e i costumi nel medio oriente, per formare così una festa per Pompeo. Come poteva sapere Sakkai, il fedele uomo, che i romani portassero soltanto delle maschere delicate? Hanno conquistato la fiducia quasi ovunque; e purtroppo, con questa veniva raccontato più di quello che i vicoli dovevano sapere. Ora mette spontaneamente un braccio sulle spalle di Jozidak, poi va a prendere un buon vino e due bicchieri. Lui stesso ha bisogno di fortificarsi, e con ciò pensa ‘alla sua Stella’. Mentre invece, pesanti preoccupazioni oscurano il volto e il cuore dell’alto sacerdote.

16. “Calmati”, dice Sakkai, “non sono ancora arrivati, e con alcuni ho fatto amicizia; per il tempio ci sarà qualcosa da guadagnare”.

– “Soltanto per lui?”, chiede meravigliato Jozidak, “E la città? Il popolo? Tutto l’avere? Credi davvero che i romani lascino intatte le nostre pelli?”

17. “Nemmeno!”, indugia Sakkai. “Ma tu vedi troppo nero!”

 – “Non ti accorgi che da noi va in giro il terrore? Pompeo deve essere molto severo con i soldati e non lascia passare niente. Solamente: …le tasse, il tributo, il servizio, per cui verrà chiamato il giovane e il vecchio, il ricco e il povero, senza retribuzione, come ho sentito, sarà più duro di quel che la storia racconta della servitù al Nilo. Si è nascosto il più prezioso del santuario. Possano rubare la mia proprietà, io …”

18. “Vuoi fuggire?”, chiede confuso Sakkai. “Si trovano i tesori quando si cerca sistematicamente. Non è bene nascondere; stimola di più che se mercanteggiassimo, allora non verrebbero dei nemici come se non fossimo soggiogati”.

19. “Parli saggiamente; ma la realtà insegnerà che una volta esisteva la fedeltà e la fede, ora …”.

– “Esiste anche oggi, come l’omicidio e le mascalzonate del vecchio tempo. Certo, con tutto ciò è andato sempre peggio, per cui un uomo diventa uomo. Ma non temere. Dovresti nascondere i tuoi tesori, se è vero che il romano sta arrivando”.

20. “Arriva! Eccome!”, Jozidak all’improvviso abbraccia Sakkai, come se potesse dare conforto e aiuto. “Giorni fa ho visto nella fiamma una catena, non ho potuto vedere di più in retrospezione, e davanti a me c’era una valle oscura”.

– “Ma Jozidak!”. Ora anche nell’altro striscia la paura come con un serpente, …per via di Jozidak, il fariseo fine, il quale – lo sa Iddio – è davvero meglio e vede più chiaro che certi anziani, il cui mal agire lui cerca di riparare. Ecco, …gli viene un pensiero di salvezza.

21. “Giovane amico in quest’ora! Mi hai potuto confermare ciò che ognuno di noi sa: il fuoco dell’Arca santa viene già da tanto tempo nutrito con la resina di ‘galbano’[1], perciò la tua immagine in lei è così falsa come questa vampata, che si chiama ‘santa’ solo nei confronti del popolo. Come può mostrarsi la verità nell’inganno?”

22. “Tu sei buono; in te mi sono rifugiato, io, l’alto sacerdote presso il quale gli altri devono trovare aiuto…”. Corre verso la porta: “…conserverò il tuo conforto come forza, quando dalla fredda notte scenderà fulmineamente …la falsa stella”, Jozidak è fuori, prima che Sakkai possa rispondere una parola.

23. “Povero amico”, borbotta, “avrei dovuto reprimere ogni obiezione. Ho cercato di farlo; soltanto…”. In lui, nondimeno, verdeggi ancora la speranza. “Ecco, ecco…”, apre i suoi disegni, “…quell’unica Stella; già da tanto tempo risiede come un re sotto i principi al firmamento notturno. Arriva! Arriva per certo! Il nostro Salvatore. Se…, …sì, quand’anche il mondo andasse in rovina, e con esso la Giudea”. Obbedendo a un impulso, ordina il lavoro che nei molti anni ha fermato per iscritto sulla carta. Nella tasca della sua sottoveste mette i disegni del cielo, sul petto.

*  *  *

24. La stella appare! Non come sotto Kedor-Laomer [Gn. 14,4], ora si svolge in modo furbo. Dapprima vengono requisite tutte le case buone, e devono stringersi sempre più. Poi viene pretesa la ‘percentuale dell’imperatore’. Si prende anche nota di tutto ciò che viene portato via, ma non si può comprare pane dalle liste, meno ancora costruire una nuova casa, come si consiglia furbescamente ai giudei.

25. Pompeo visita il famoso tempio di Salomone. Se riesce ad introitare tributi, “…allora vuole conservare l’antico Santuario”, dice lui. Ha in mano un rotolo. – Jozidak e tutti i templari devono stare dinanzi al romano che siede nella sedia dell’alto sacerdote. Egli conta i tesori del santuario che finora esistevano. “Dove sono?”, chiede lui spiando.

26. Si indica Jozidak: ‘È l’alto sacerdote; lo dice lui che cosa ha da succedere!’. Pompeo si accorge che si vuole accusare il giovane, che in questo strano popolo è il dignitario più alto. Ma lui esegue la volontà di Cesare e non lo considera per niente come durezza, quando mezzo mondo deve servire i romani con beni e sangue. Per lui, è questo il corso del mondo.

27. “Ho comandato che tutto il patrimonio, schiavi, eccetera, eccetera, sono da presentare per l’ispezione. Dunque, dove avete i vostri tesori che sono sulla mia lista, ma non ci sono?”. La sua fronte arde. Lui regnerà con molta durezza, quando si cercherà di sviare agli ordini di Roma.

– Jozidak sa chi lo ha fatto senza la sua volontà. … Ma tace, …non vuole altresì portare alla morte nessun sacerdote, nemmeno quelli nemici.

28. “Allora?”, s’infuria Pompeo. “Ti voglio risparmiare; ma se taci…, allora …”.

– Sakkai si getta ai piedi del potente: “L’ho fatto io! Pensai che tu, signore, nasconderesti i tuoi tesori davanti al nemico; ho solo salvato le cose sante del nostro Dio! Giudica me, se pensi che questo sia giusto, di uccidere colui che preserva la cosa più santa al suo popolo”.

29. Per un momento il procuratore è confuso. L’anziano ha ragione, ma Roma ha bisogno di molto denaro per le legioni. L’anziano, che conosce tramite una spia e – come uomo – rispetta anche, vuole salvare il giovane. Aha, se vuol morire a tutti i costi, a lui non importa proprio. Lui deve solo presiedere per Roma. - Bruscamente, urta il vecchio scriba: “È vero, quel che dici?”

30. Prima che Jozidak possa discolpare l’unico che tiene alla fede, quello afferma saldamente: “Sì!”

– Allora un capitano gli spinge la punta smussata della sua pesante lancia nel petto, proprio là dove riposano i suoi disegni del cielo. Senza un tono, l’anziano cade a terra. Alcuni sacerdoti laici lo portano fuori. Il romano li guarda impassibile.

31. “Hai ignorato l’ordine!”, minaccia a Jozidak, che è diventato pallido come cadavere, finché dietro a Sakkai crolla la sua esistenza. Ora si drizza. ‘Roma non deve vedere dei villani’.

– “In base alla tua funzione, ti obbligo per la seconda volta di portare qui il tesoro del tempio!”, dice Pompeo, e si alza, un segno di massima ira, che i romani conoscono, ma non i giudei.

32. Jozidak dice piano: “Ti hanno chiamato giusto. Ma solo Uno è giusto: Dio, il nostro Signore! Il paese è tuo, romano; troverai tutto ciò che è nascosto. Berrai il sudore, il sangue del popolo. Ebbene, eccomi!”, Jozidak stende le sue mani, “Portami a Roma, come trofeo della tua vittoria!”

– “Portatelo via!”, la voce del romano suona ferrea.

– Jozidak viene legato e condotto via. – Scende la sera. In tutti i vicoli, in tutto il paese si sente un soffocato sospiro: “Guai a noi! Il Signore ci ha abbandonato!”

*

33. In una capanna al bordo della città, giace Sakkai. La porta è aperta, si vede il firmamento. Allora il morente soffia: “Consolati…, povera.., Israele. Guardate.., la Stella”, indica in su con mano debole, “Egli.., viene.., quando, la nostra miseria, …è al culmine, attende il Signore! Ora.., Roma, trascina il popolo, fino…. al bordo, …della tomba; ma Dio, spezzerà Roma, quando, il suo potere, troneggerà, …su un’alta… cima. Noi, non lo vediamo. Ma Egli… viene, il Salvatore, Egli, porta… la libertà, a coloro che… Lo serviranno.

34. L’esteriore, …o amici, non lamentatevi; non si tratta, …di questo povero mondo. Si tratta, …del nostro cuore! Guardate…, il maestoso, scintillio, della mia… Stella! Guardatela…!”, sussurra spegnendosi, come di chi si sta formalmente chinando: ‘Ti saluto…! E Tu, …che dimori… su questa Stella, …saluta …il mio Signore, il nostro Dio, …l’Onnipotente dell’Universo!’.

 

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[indice]

        (2a Parte)

 

(sulla stella Mireon)

  «Lodate LUI,

voi tutte, stelle luminose»

[Salmo 148, 3] – [Matteo 2, 2]

II° / cap. 1

 

La predica del sacerdote Hellaskus nella festa del sacrificio della Scintilla di vita

Sulla stella Mireon, quella che guiderà i magi, il gran sacerdote Hellascus dà agli abitanti di quel Sole e agli ospiti di luce l’ultimo saluto, preannunciando l’incarnazione del Signore e la sua presenza sulla Terra, quale preparazione, con l’invito a tutti per la volontà d’aiuto ai terrestri – Il senso dell’aiuto a Lo-Ruhama

 

1. “Empireo![2] Da Te proviene la Misericordia, da Te fluisce la Vita! Noi la beviamo, dalla Fonte più dolce! Alzate i vostri occhi, amici e ospiti[3] e guardate il Raggio che UR si è acceso. Il suo splendore giunge lontano, dove infuria la roccaforte dell’inferno[4]; non sospettando delle sue catene che la legano solo per la propria salvezza; non sapendo che le suona l’ultima ora.

2. Oh, amici, lasciateci sacrificare amore, gratitudine e fede, qui in questa piazza di Grazia, dove vediamo, dove ascoltiamo il buon Padre, dove siamo beati nella Sua beatitudine. Venite! Gettate le vostre scintille nel Fuoco dell’Altare, finché il suo fumo salga al Signore della Creazione!”

3. Colui che parla così, è il primo sacerdote. Una figura meravigliosa. L’età del suo spirito splende dal suo sguardo. Da tanto tempo non c’è stato un tale sacerdote, una tale ‘scala dal Regno di luce’. Questo avviene su quella stella che Sakkai ha visto come la ‘Stella dell’Altissimo’. La sua orbita è lontana dal mondo. Solo nel principio del grande Tempo di svolta (la Nascita di Gesù) si vedrà il suo raggio su quel mondo dove l’Eterno, l’Onnipotente, ha previsto la Sua Via del Sacrificio.

4. Il sacerdote si chiama Hellaskus[5], lui adempie la sua funzione nel Tempio bianco[6]. Molte figure di Luce, uomini, donne e anche bambini[7] gettano scintille nel Fuoco. Tutti portano degli abiti bianchi. Essi girano ritmati intorno a una pietra bianca sulla quale divampa il fuoco del tempio in una grande vasca fatta di ferro battuto chiaro.

5. Quando arriva un nuovo sacerdote, la fiamma viene consacrata nuovamente. Questa è la ‘festa del sacrificio della Scintilla di vita’[8], che si svolge anche quando qualcuno ha terminato la sua funzione, essendo stato anche, contemporaneamente, reggente della stella, e passa oltre. Gli abitanti sono un popolo dalla luce[9].

6. Tutti hanno percorso la loro strada attraverso Lo-Ruhama[10]. La loro via conduce sulla loro ‘stella del popolo’ giù nella materia, e allo stesso modo tornano alla Luce, oppure sono trasferiti anche in altre regioni. L’Empireo, come si chiama il Regno dell’Altissimo, è aperto per ognuno non appena risuona una chiamata, oppure anche – non appena aumenta la nostalgia per il Padre – sia prima che dopo un percorso di co-sacrificio[11].

7. Nonostante l’alto Sensorio[12], di cui sono onorati gli abitanti della stella, regna un cosiddetto ‘lutto di luce’, quando i sacerdoti che cambiano la funzione vengono di nuovo richiamati mentre sono insediati i sette ordinatori del paese[13]. Hellaskus è un sacerdote-principe; ma ogni altro – inviato da UR – ha portato pure una nuova rivelazione benedetta.

 

8. Intorno alla Pietra del sacrificio si modella una forma a piramide, Hellaskus in cima. Che meraviglia! Nel senso di ciò che si svolge, ognuno lo sa, tuttavia si presenta a tutti chiaramente consapevole solo quando è adempiuto, sia durante le feste in famiglia, oppure anche nella cerchia delle amicizie. In tal modo essi si adattano a subordinarsi all’aspettativa, per adeguarsi a ciò che hanno da imparare e da superare.

9. Quindi ognuno può giungere a una nuova sapienza attraverso domande, risposte e contro domande. Lo stesso vale per le azioni senza le quali la vita nell’aldilà sarebbe solo un vegetare. Le sfere superiori della Luce richiedono ininterrotta superiore attività in vista dei corsi del tempo del regnante Anno-Ur-Azione[14]. Oltre a ciò, ogni stile di vita rimane saldamente radicato nel Regno della luce.

10. Il primo ordinante del paese, Achorbyo, dice: “Hellaskus, sei stato a lungo con noi ed hai visto la nostra fatica di conservare la nostra stella nella sua luce. Quanto malvolentieri ti vediamo andare via, perché è l’Amore di Dio che ci ha legati a te. Noi sappiamo bene che se il PADRE di noi tutti ci chiama nel Santuario, siamo uniti con coloro che sono già passati dal nostro luogo, e noi restiamo uniti anche con te, rallegrandoci tutti beatissimamente.

11. Nonostante ciò, ti prego, per tutti gli amici ospiti e per me: rimani ancora un po’ di tempo. C’è molto da imparare, soprattutto della Luce isolata che sarà inviata dall’Empireo su Lo-Ruhama e incrocerà la nostra sfera. Noi, ordinatori del paese, notiamo il collegamento, ma dall’alto punto di vista della tua casa, aggiungi ancora, affinché, nella successiva festa del sacrificio della Scintilla di vita, elevandoci, possiamo spargere nella pozza del sacrificio maggior conoscenza, offerta adorando il nostro altissimo SIGNORE dell’Empireo”.

12. Gli ordinanti del paese alzano le due mani in segno della loro stessa richiesta, mentre il popolo degli abitanti e gli ospiti, poggiano la loro mano destra sul loro capo. Hellaskus annuisce gentilmente a ciascuno, e dice:

13. “Concludiamo la nostra festa della fiamma; chinatevi davanti allo ‘Spirito della Bontà’!”. Mentre tutti s’inginocchiano, riprende: “Maestosa Fiamma, nutrita dalla Santità di UR, fa defluire il tuo incenso. Voglia essere gradito al Padre, a UR. Così come questo fumo sale in alto, così voglia ricadere su tutti noi la Sua benedizione di luce.

14. Signore, dal cuore misericordioso, una volta avevi chiuso le Porte, eccetto quella fra Creatore e creatura. Ora il Tuo Raggio deve di nuovo legare Lo-Ruhama al Tuo Regno della luce attraverso il Tuo cammino! Onnipotente, apri i Tuoi Portoni, e noi apriamo le nostre porte, ampie e larghe [Salmo 24,7]. Prendi dei nostri granelli per il povero campo; perché ora tutto deve cambiare! Il tempo della via, delle pietre e delle spine, scende come una povera luna[15] quando è passato il suo tempo.

15. Santo Padre, le Tue eternità non le conta nemmeno un primo[16]; e nulla somiglia alla magnificenza del Tuo Sole, che Tu – per la nostra salvezza – hai riservato a Te stesso insieme a ogni benedizione, preparata al popolo della luce. Signore, chi può esaurire la Fonte che nutre tutta la Tua Creazione?

16. Fa che possiamo camminare sotto le Tue mani, e dacci la forza della Tua pace. Conserva anche la stella Mireon nel sistema del sole Garapea[17], che mantiene al suo popolo la via nell’Empireo. Conduci di nuovo nella Casa del Padre i viandanti di Lo-Ruhama. Fa penetrare da Mireon molto nel buio della materia per la magnificenza della Tua luce, per la liberazione di tutti ‘i poveri’.

17. Eternamente grazie, onnipotente, eterno Amore, onnialtissimo; eterno Onore a Te, onni-Regnante, eterna adorazione, onni-Padre! Dà la Tua luce nel nostro cuore, la Tua forza nel nostro spirito, il Tuo respiro nell’anima, a noi che siamo sempre i Tuoi figli di Vita!”. Hellaskus prega sulla Pietra bianca del sacrificio. Allora tutti vedono come il fumo del fuoco sale luminoso e dorato, finché arde solo la fiamma dell’altare senza fumo. Pure così fluisce luminosa, soavemente dorata, una pioggia celeste sul bel prato. Ognuno sa: se la festa della Scintilla della vita è armoniosa, il buon Dio-Padre ha accolto con gentilezza il loro sacrificio.

18. Tutti passano ancora una volta attraverso il tempio bianco, poi Hellaskus guida la comunità sul prato preparato per i grandi festeggiamenti pubblici. C’è un posto del pane[18] dove ognuno può ristorarsi dopo la lunga festa. Ai sacerdoti e agli ordinatori del paese viene sempre data la precedenza.

19. Con gioia, rispetto alla loro unificazione con la Luce, viene discussa l’alta festa. Tutti i bambini secondo la maturità possono partecipare al discorso. Un cenno dal primo ordinatore del paese, e nuovamente ci si raduna. Dei giardini coltivati artisticamente, formano un forum meraviglioso insieme alla natura. Ora Hellaskus tiene il suo ultimo discorso pubblico al popolo della stella Mireon (Myrääon).

20. “Amici miei, amati di Dio, nostro Padre! Sono stato con voi con gioia perché durante il mio tempo avete raggiunto un’altra regione. Voi domandate: ‘Abbiamo di nuovo superato la materia? Cosa intendi dunque, essere saliti più in alto, dato che la luce non conosce nessun ‘verso l’alto’

21. La luce, immutabile, non è da separare dal Dio immutabile. Ma voi, amati, non percepireste nessuna beatitudine se il cammino fosse senza cambiamento. La Luce è insondabile nell’interezza della sua sovranità. Ma le sfere, quegli ‘spazi nella Casa del Padre’, sono da esplorare, sono da accogliere i gradini costruiti negli spazi, con cui l’esistenza in collegamento con la beatitudine e la gioia, raggiunge il suo scopo: l’eterna Vitalità!

22. DIO non ha bisogno di nessun progresso; Egli nel proprio Impulso è la Vita stessa! Ma ciò che è fluito dal nucleo-Ur nello spazio e nel tempo, è limitato nella Corrente delle sette Caratteristiche, per conservare ai figli l’eterna vitalità. Nel fuoco dell’altare si vede l’illimitatezza della luce. Nelle festività che portano il progresso voi deponete nella fiamma ciò che avete raccolto su un gradino, e questo sale – come anche prima – in alto come dono. Poi ritorna benedetto. Dopo, la fiamma arde come prima.

23. Questo significa che voi stessi siete cresciuti nella luce ed avete conquistato un nuovo ‘gradino di sfera’. In tal modo a volte si collega una strada da una stella all’altra. Rare volte il cambiamento è una valutazione superiore di un procedere o un salire, ma serve di più ad una maestosa faccenda del Regno, che d’altra parte viene sempre rivalutata dal nostro Padre in benedizione, nella quale tutti gli amati da Dio hanno la loro parte.

24. Non dovrebbe veramente crescere così il Regno della luce? Voi lo notate di tanto in tanto nella vostra stella Mireon. Le case, le regioni e i prati diventano più meravigliosi e più grandi, mentre d’altra parte la stella non cresce, altrimenti, per il sentimento della creatura, tutto dovrebbe sprofondare nel senza fondo. –

25. Molto giusto, amici! Ogni corpo cresce fino alla misura predestinata. Poi la crescita cessa, ma non la forza, l’intelligenza, la consapevolezza del valore e l’illuminazione. La misura è uguale alle sfere che rimangono, come il Creatore le ha create per lo spazio e per il tempo. La struttura interiore è inesauribile. Oppure, detto così: nessuno può afferrare interamente le sfere, altrimenti dovrebbero essere afferrabili anche i Giorni della Creazione. Questo è però legato in modo benedicente al cambiamento, alla capacità di cambiamento degli amati da Dio.

26. Ecco la Parola: ‘La tua felicità non ha mai fine!’ – Vedete, l’Empireo è una santa regione-Ur, e così è eternamente inesplorabile per delle creature. Ogni crescita giace di per sé immutabile nell’invariabilità dell’Empireo, e ciò, o amici, è la santa stabilità-Ur della nostra Vita, il nostro costante divenire dalla perfezione-Ur.

27. Se è così: perché uno spirito di luce ha bisogno di un qualche aiuto? Non potrebbe perfezionarsi sulla propria via? Sì, è possibile, ma visto dal punto di vista della nostra gioia, non è molto buono. Ognuno dipenderebbe da se stesso, e sarebbe esclusa la ‘comunità della Vita’. Come anche, cosa vi sembrerebbe la meravigliosa Mireon, se ognuno abitasse solo nella sua casa e nel suo giardino, e nessun singolo avesse bisogno dell’altro e non l’aiutasse?

28. Anche noi primi abbiamo bisogno di una Guida, in vista dell’intero Regno, cioè dal Padre stesso, da cui risulta il meraviglioso principio della dipendenza! Chi non lo vuole, non sa che cos’è la libertà del Cielo! La prima figlia Sadhana ha respinto da sé la maestosa Guida del Creatore; solamente – nella libertà quasi illimitata – con ciò diventò la ‘Lo-Ruhama’ legata.

29. Voi sapete abbastanza della lotta della Creazione; ma vi apro una profondità di cui anche noi primi abbiamo potuto renderci conto soltanto dopo la fine della lite del Cielo. Il principe Michael ha condotto la schiera del combattimento. – Perché DIO non ha cacciato la figlia diventata cattiva? Non stava nella Sua mano, l’unico diritto-Ur? Oh, quanto è eternamente vero!

30. Ma ascoltate: una creatura scacciata dal Creatore, non potrebbe mai più mettere piede nell’Empireo, perché allora non esisterebbe nessun sacrificio per la pacificazione, per la guarigione di questa ‘rottura’! Il Potere creativo – soprattutto com’è successo nella caduta – non sfiora in ciò la sua sovranità che annulli la sentenza santamente giudiziale prodotta, non importa tramite quale mezzo.

31. Mentre invece un sacrificio che ha per seguito la PACIFICAZIONE, può essere oltre ogni sentenza il ponte, allorquando una creatura viene vinta da un'altra creatura. Questo successe! Così il Santo ha livellato in modo inafferrabile quell’alta Via, la cui trasparenza del Cielo è il ritorno, reso possibile.

32. Il Dio-Padre compie il Sacrificio della Pacificazione, in cui sono incluse tutte le vie del co-sacrificio. Così viene offerta a Lo-Ruhama e alla sua casa (la materia) il ritorno e il rientro a Casa. Noi lo sperimentiamo…”, – un gioioso movimento freme fra tutti, – “…quale magnificenza l’Onnipotente Iddio fornisce alla vittoria di Michael!

33. A tal fine Egli avvolge solo una parte della Sua Entità, poiché la materia non potrebbe sopportare la pienezza della Sua Luce, per quanto sia a favore dell’amata, incorporato in una Figura (Gesù), per non parlare di quel mondo che EGLI si è prescelto e che io – precedendo – posso preparare. Egli sacrifica una parte dell’Amore per benedire uno dei Suoi Giorni della Creazione. Di questa parte – che è potenza-Ur – persino gli stessi celesti[19], insieme, potrebbero portarne solo la metà, e …non l’esaurirebbero in nessuno dei loro tempi di vita.

34. A questa parte di Amore, Egli darà una veste (la Sua incarnazione) in quel poverissimo mondo (la Terra), e porterà con Sé quella Pienezza della Divinità, con cui Lo-Ruhama è da benedire. Questa non è nessuna divisibilità della Divinità. Il Dio-Ur non ha mai diviso nulla di Se stesso! Ma ciò che Egli per la benedizione delle Sue Opere, libera dalla propria Entità-Ur, alla fine, Egli lo avrà dato solo all’interno da una Parte nell’altra, dal Cui ‘spostamento di Forze’ divennero Spazio e Tempo per le creature.

35. Quello che noi vediamo come ‘Parti di Dio’, sono dei frammenti dell’Eternità-Ur in vista della nostra conoscenza. Non per Se stesso, Dio avrà staccato le parti che rimangono comunque nell’Essere-Ur! Lo avrà fatto semplicemente per via delle Opere che Egli ha ben creato per la Sua magnificenza di Creatore e per la Gioia di Padre. Nondimeno, nella Sua magnificenza di Creatore dimora la beatitudine degli amati da Dio; e la Sua gioia irradia salvezza e misericordia per tutto ciò che vive!

36. Così siamo ‘appoggiati’ al Suo Essere nella sostanza, forza, sensazione, e nella diretta consapevolezza. Dio impiega per differenti scopi i Suoi per i Suoi. Michael era la Luce, e per i caduti fu un gradino principale per la loro salvezza. Le nostre popolazioni formano dei gradini per il ritorno; DIO nella Sua maestosità sacrificale è la Scala del Cielo per il ritorno a Casa!

37. Dio stesso aiuta, purché i fedeli trasmettano il Suo aiuto. Secondo quanto il povero ha bisogno di benedizione, vengono inviati grandi o piccoli aiutanti. Nel servizio i piccoli aiutanti valgono ugualmente come ogni grande, perché i bisognosi d’aiuto immaturi non potrebbero sopportare il Raggio principale di un grande angelo, oppure di un principe del cielo.

38. Voi avete sperimentato in Lo-Ruhama[20], che i figlioletti hanno continuamente bisogno di assistenza, ma il nutrimento viene dato solo in piccole quantità. Non diversamente è con l’aiuto dalla Luce. Più un anima ha bisogno d’aiuto, più piccola deve essere dapprima la dose. Meno il tanto, che di più, il buono forma la giusta misura.

39. Perciò Dio lascia collaborare tutti i volonterosi alla prestazione d’aiuto, con cui la loro beatitudine aumenta eoni di volte. Ogni aiuto, e come questo viene offerto, non si riferisce solo all’utilizzazione integrale dei volonterosi; le Mani di DIO tengono tutti i figli, e questo, inoltre, dai Tempi della Creazione, che a noi rimangono del tutto inafferrabili. Così grandi e portenti sono le mani dell’Onnipotente! Ma se viene e distribuisce la Sua benedizione, allora noi possiamo – oh, qual Bontà – vedere la meravigliosa Figura del Suo Essere.

40. Visto dal punto di vista del Creatore, tutte le Opere nel loro insieme sono un minuscolo microbo di fronte all’Onnipotenza. Allo stesso tempo, anche l’alto Miracolo: secondo il punto di vista del Padre, ogni singola creatura è il ‘principio-Io-tu’. Là siamo figli e figlie, gli amati da Dio, e non sentiamo la Sua Grandezza, bensì, però, sempre la potenza della Bontà, dell’Amore, della Grazia e della Misericordia.

41. Quando voi, amici di Mireon, entrate nella protezione delle vostre case, e voi cari ospiti continuate il vostro cammino, allora ringraziate nel vostro cuore ancora una volta per la ricca Grazia che l’amorevole onnipotenza del Padre ha preparato. Io sono certo: dal Santuario scende su di voi la Benedizione, e vi dà la Sua pace! Ora siete pronti! Presto giungerà la chiamata dove potrete co-sperimentare il Corteo trionfale dell’Altissimo, dopo che il Suo Sacrificio porterà a quella prima figlia caduta la conoscenza, il pentimento e il ritorno.

42. Pregate per Lo-Ruhama e per tutti coloro che quivi dimostrano il loro servizio all’Opera. Vi posso benedire dal mio raggio, perché la vostra stella fa parte della sfera radiosa della mia caratteristica. Tornate a casa con gioia. Voi, cari ordinatori del paese, seguitemi nella mia casa; ho ancora qualcosa da dirvi”.

*

43. Nella benedizione aprono tutti le loro mani, come coppe nelle quali si può riversare qualcosa. Hellaskus viene affollato. Ognuno cerca ancora un ringraziamento, presentando qualche preghiera. Il sacerdote ascolta con gentilezza, dà volentieri una risposta, qua e là anche un ammonimento. Ma per andare via non ci vuole un secondo invito. I figli, per l’addio, sventolano dei fazzolettini e sciarpe gioiosamente colorate, gli adulti levano in alto le loro mani. Hellaskus, circondato dagli ordinatori del paese, aspetta finché gli ultimi se ne siano andati. - -

*  *  *

44. Sia raccontato: sulle alture stanno fino a quattro case; nei pendii dolcemente pendenti sono coltivati dei bei giardini. Nelle valli scorrono dei chiari corsi d’acqua, anche attraverso i prati e boschetti per i raduni. Attraverso il paese conducono ampie strade. Ogni stirpe ha un tempio a casa, le popolazioni ne hanno uno pubblico. Per le feste ci sono quattro grandi case per Dio (chiese).

45. Il primo è il tempio per tutti, nel quale viene festeggiato annualmente la festa del Signore; nel secondo, il tempio della luce, per la festa del sacerdote con l’arrivo di un sacerdote, in più quattro grandi servizi divini. Il terzo, il tempio dei doni sacrificali, è sempre aperto; qui vengono festeggiati insieme delle vicissitudini di luce secondo il bisogno. Il quarto tempio è noto, il cui un tempio principale è eretto rispettivamente in ognuno dei quattro continenti, che – in alcuni punti collegati da stretti (di mare?) – sono circondati da un mare di stelle. Su questi stretti portano ad ampi ponti senza pilastri. Sul mare leggermente mosso, giocherellando, si passa con navicelle, spinte dalla forza della luce atmosferica.

46. Il tempio principale, le case del sacerdote e gli ordinatori del paese, troneggiano sulle colline più alte. Ci sono meravigliosi monti, molte volte più alti che i più alti del nostro mondo. In contrasto agli ultimi, questi giganti, oltre alla pittoresca formazione, sono decorati da una ricca flora. Solo le cime portano dei boschi brillantemente bianchi, e il vento soffia forte. Non ci sono tempeste; perché il REGNO non ne conosce, meno ancora, qualsiasi catastrofe.

 

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II° / Cap. 2

Nella casa del gran sacerdote Hellascus-Gabriel sul sole Mireon – Nella torre di Manugurtum

Una fontana, una torre, un cameriere, corridoi ricchi di vegetazione, e cibo offerto agli ospiti – Il Raggio d’onda da Dio quale Vita inesauribile – Il desiderio di avere un sacerdote fisso sulla stella, soddisfatto dopo l’incarnazione del Signore – Il Sacrificio stabilito alle origini per lo stop alla caduta e la generazione di un punto di svolta: il ‘ritorna indietro’ – La stella, anche come luogo intermedio per spiriti-allievi in crescita – Gli invitati al Rustane, per ulteriori intime rivelazioni

1. A metà di quella collina che appartiene alla casa del sacerdote, scorga una sorgente cristallina da una pietra con delle venature blu artisticamente scolpite. Parecchie coppe luminose sono appese alla pietra, ed ognuno può bere. Nessuno passa oltre senza essersi servito di un sorso. “Sapete…”, chiede Hellaskus andando avanti, aprendo presto le porte della sua casa, da cui emana come un bagliore dorato, “…da dove proviene la fontana?”. La governatrice Minzobba guarda grata Hellaskus. Lei, come le sue coordinatrici, ha una voce soave, ma risoluta, che ha a che fare con il suo lavoro.

2. Costei dice: “L’acqua dell’intero Empireo fu condotta qui dalla Fonte-Ur con la Creazione delle sue sfere. Quindi nessun miracolo se la fontana di questa casa dove abitano i portatori della Fiaccola di Dio è particolarmente nobile. Non conosco precisamente la sua origine. Il mare copre per due terzi Mireon, ed è immensamente profondo. Forse la fontana ha ancora il suo approvvigionamento dal di sotto di questo, come non si esaurisce la Luce nell’Empireo. Ma facci sentire, ciò che tu, amato sacerdote, hai da annunciarci”.

3. Sono arrivati nella torre Manugurtum[21]. Il magnifico padiglione di ricevimento serve per la consultazione, pure per la compagnia allegra. Per quest’ultima vengono volentieri usati dei corridoi (chipaster), con colonne coperte con foglie di vigna. Il padrone di casa dispone otto sedie comode intorno al tavolo ovale.

4. Un cameriere porta del pane, frutta, vino e grandi noci, che vengono preferiti grazie al loro buon gusto. I loro gusci si lasciano aprire facilmente e i loro frutti somigliano alla manna. I camerieri eseguono sempre una funzione onorifica. A destra e a sinistra di Hellaskus sono sedute le governatrici Aurole e Serpharma; tutt’intorno si allineano i governatori Achorbyo, Thekmanas, Imahais e Ragu-Ela, fra di loro Minzobba. Lui raccoglie degli sguardi pieni d’amore e gratitudine.

5. Durante il pasto dice a tutti: “Il mio tempo sulla vostra stella sta per finire. Soltanto, …vogliamo parlare di ciò che vi sta ancora a cuore. Minzobba ha illuminato bene la domanda posta presso la fontana principale; è giusto! Aggiungo io qualcosa, e durante le mie parole potrete anche assistere a un procedimento della vostra stella di luce compatta, comodamente nel vostro più interiore, che finora vi è stato ancora irriconoscibile.

6. Guardate…”, Hellaskus indica ad un ingresso come se si stesse aprendo dalla torre Manugurtum, “…sotto il mare ancora più in profondità si trova la fonte dei pozzi. Voi vedete quello che una volta gli uomini progrediti su Lo-Ruhama, non avrebbero compreso nonostante la presunta grande penetrazione nella loro natura cosmica. In curve che si ripetono a tratti, provengono Raggi su Raggi dall’invisibile Fonte-Ur, che nutrono tutte le cose.

7. Ogni Raggio d’onda si trasforma nelle sostanze atomiche più diverse che conservano l’Empireo, non in fondo Lo-Ruhama. Nello scontro fra i Raggi d’onde e gli elementi viene prodotta la necessaria ‘Forza di spinta’, di cui hanno bisogno gli elementi fondamentali come fuoco, acqua, terra, aria e i loro elementi secondari inglobati.

8. La vostra fonte principale non può esaurirsi, ma senza Raggio d’onda nel corso di certi tempi le sostanze di luce lasciate alle Opere, finiscono. Questo, contemporaneamente, significa l’essere distaccati dalla Gemma-Ur di Vita, inoltre, la ‘separazione d’essere’ fra Creatore e creatura. Ma dato che nemmeno per uno che si allontana da Dio esiste una tale separazione su Lo-Ruhama, perciò si rispecchia per la salvezza e per la benedizione di tutti gli abitanti di Luce il ‘Collegamento essenziale di Cuore’ con il Padre UR in tutte le cose della Creazione.

9. Il Raggio d’onda diventa acqua di luce leggera sostanziale, non appena ha il contatto con il pozzo. Guardate ancora solo la vostra cucina di fuoco in profondità. Anche la sua inesauribilità riceve un Raggio d’onda. La cucina di fuoco – oltre al suo calore – offre ancora la ‘corrente’ per le vostre fiamme dell’Altare. Per quanto possibile, tutti gli abitanti delle stelle possono essere istruiti da voi.

10. Vi rallegrate che l’ultimo enigma della vostra scienza spirituale della natura fosse da risolvere. Ora si può continuare in modo utile nelle cose della vita, e con buona diligenza sarete presto pronti, cosicché in tutte le case, oltre a molte cose utili, sono da impiantare ancora dei rubinetti di fuoco e anche di acqua, che non è mai necessario nutrire oppure chiudere nuovamente”.

11. Il governatore artigiano Achorbyo chiede la parola. “Non sarebbe meglio”, chiede, “di chiudere ugualmente ambedue, quando non se ne ha bisogno? Tutto il Bene proviene da Dio! I Doni sono troppo preziosi, non li si dovrebbero bruciare, far scorrere inutilmente. Dammi, ti prego, un cenno, Hellaskus, come lo si può evitare”.

12. Il sacerdote sorride: “Caro amico, il rivolo e il fiume trascinano ininterrottamente la loro acqua nel mare e nessuno è mai seccato. Come il vostro monte di fuoco nel secondo continente Furuthain brucia sempre, e la sua fiamma gialla riscalda le regioni superiori della vostra atmosfera. Inoltre, esso è strettamente collegato con la vostra cucina di Fuoco.

13. Non preoccuparti, la tua domanda non è sciocca. Tu vuoi conservare gli alti Beni di Vita del Creatore, ma ricordati: a Lui, nulla, ma proprio nulla va perduto! Se la guida di una stella cadesse e con lui il suo popolo della stella, come una volta Sadhana sul suo Atareo [vedere: Opera UR], allora, naturalmente, la Sua vita cambierebbe, e il consumo dei Beni di Vita diventerebbe uno spreco.

14. Su Lo-Ruhama si ‘conta’ su tutto, soltanto, non viene fatto così tanto da nessuna parte come proprio lì con tutti i conteggi. Solo…”, accarezza le mani delle governatrici che siedono presso di lui, “…non può succedere su nessuna stella di luce, perché i suoi tempi della prova sono già passati per noi. (la prova di libertà della Creazione; ved. L’Opera-Ur).

15. Continuate ad ascoltare: come i meravigliosi Raggi d’onda provengono dalla Fonte-Ur e quivi diventano visibili dove si trasformano nel loro elemento di destinazione; proprio così, persino su Lo-Ruhama, dalle creature e dalle sfere ritornano su una seconda orbita le sostanze di base inutilizzate, e vengono di nuovo riversate nella Fonte-Ur allo scopo del rinnovamento, e raggiungeranno la loro nuova facoltà d’impiego nei successivi Giorni della Creazione.

16. Le essenze e sostanze, affluite nelle Opere, servono come un succo di vita[22], persino quando dalla parte creativa rimane inutilizzato moltissimo. I rinnovamenti vengono eseguiti nella Fonte-Ur. Così, simbolicamente, scorre anche il flusso del sangue, presso di noi in modo spirituale, su Lo-Ruhama in modo materiale. – Ora basta, potete però anche consultarvi. Tu, Achorbyo, hai ancora una domanda per la tua regione?”

- “No”, risponde costui, “ora mi è chiaro l’essenziale di quello su cui ho ancora da lavorare. Sia ringraziato il buon Dio-Padre”.

17. Thekmanas, la guida per la religione, esprime la sua richiesta in forma di preghiera e dice: “Siamo sempre stati felici quando gli alti sacerdoti o i buoni sacerdoti intermedi venivano da noi. Sappiamo che i soli delle prime tre sfere – e la stella Mireon orbita nella quarta sfera [ved. Nell’Opera UR, la Ruota della Creazione] – hanno un sacerdote principale permanente. Lo trovo magnifico.

18. Già da tempo mi opprime che non agiamo secondo la gioia del nostro altissimo Sacerdote, UR, altrimenti…”, della tristezza oscura il suo volto, “…dovremmo avere da tempo un nostro sacerdote della comunità. Dio vede il mio cuore, anche tu, Hellaskus, che è insoddisfatto perché sul nostro Mireon, finora, ci sono stati solo dei sacerdoti ospiti. Oh, sarebbe triste se gli inviati dell’alto Sacerdote, Melchisedec, non venissero più da noi.

19. Nondimeno, dev’esserci un ammanco, altrimenti sarebbe stato raggiunto l’alto Stato celeste come Popolo sacerdotale. Dimmi, Hellaskus: cosa c’è che non va in me? Davanti a Dio ribadisco: deve regnare il più grande sforzo, per raggiungere la Benedizione”.

- Hellaskus mette le sue mani sulle spalle di Thekmanas e lo stringe forte al suo petto, dicendogli, mentre si rispecchia il riflesso della gentilezza di Dio sul suo volto: “Amico, come può preoccuparti la Santità dell’alto Operare, che debba avere la sua intenzione-Ur voluta? Il tuo dispiacere è molto facile da bandire.

20. La nostra conoscenza cresce, mentre tutta la luce, consolidata da Dio, da UR, non possiede né un su né un giù. Il Suo ‘essere stabile’ riposa nel santo ‘Io-sono’! Se la creatura pende all’in ‘su’ voluto da UR – come nella caduta di un ‘giù’ auto provocato – allora la nostra facoltà di cambiamento è condizionata. Questo è celato nell’aumento menzionato della nostra forza, intelligenza, consapevolezza di valore e illuminazione.

21. Ultimamente ne abbiamo parlato ripetutamente: qual maestosa Via si è scelto il Signore dall’altissimo Empireo. La Via interiore giunge da lontano, indietro, prima che avvenisse la caduta di Sadhana, tuttavia il Punto culminante del Sacrificio di UR, che ‘s’incrocerà’ nella formazione interiore ed esteriore, non appena Dio si recherà come ‘Uomo’ a Lo-Ruhama, genererà in tutta la Creazione dei punti di svolta e d’incrocio: nelle Sfere di Luce in un ‘in su’ altamente benedetto; in Lo-Ruhama, minimamente, in un – anche se difficile – ‘ritorna indietro’!

22. Ciascuno ora sarà lasciato alla sua decisione. Quanto a voi, sia però aggiunto: oltre alle prime tre Sfere [ved. Opera-Ur], nelle restanti quattro Sfere i popoli non hanno ancora avuto dei propri di sacerdoti. Quindi non avete perso niente.

23. Appunto i tre cerchi delle sfere-Ur erano e sono assistiti sacerdotalmente ogni volta dai primi del Trono, dai principi, dai guardiani, dai più anziani e dai portatori del Comando. Mentre invece il secondo gambo di angeli, la cui posizione fondamentale proviene dal quarto cerchio della sfera-Ur, è predestinata alla Vita universale, di cui voi fate parte.

24. Davanti a Dio tutti gli abitanti della Luce hanno soltanto la posizione di figli! È anche importante che il settimo principe sia venuto su Mireon prima che l’Altissimo cominci la sua via di Sacrificio. Dopo il Suo Sacrificio tutti i soli e le stelle principali dalla quarta fino alla settima sfera avranno il proprio sacerdote[23]. Fino a quel momento, quando il Signore aprirà di nuovo il Suo Santuario per tutti, Thekamanas deve dirigere le feste del Tempio. Dopo questo, arriverà qui un vostro noto amico come sacerdote, e voi pure sarete un popolo sovrano sacerdotale, rispetto alla vostra stella. Ora, mio Thekmanas, sei contento?”

25. Il governatore s’inchina grato ed esclama: “In verità, anche questo è un meraviglioso Raggio d’onda! Sovente arriva su di noi non visto. Accogliamolo, che certamente è possibile solo grazie alla grande Bontà di Dio; allora si rivelerà la Sua Magnificenza! Adesso, ogni grave peso, se siamo stati indolenti, mi è caduto”.

26. “Posso chiedere chi è quel sacerdote?”, prega di più Imahais. “Vedo un percorso (di vita), parte per il piccolo mondo scelto, dove uno non vive più in modo terreno, ma (dopo) rimane nello spazio. È certamente da presumere che fa parte della preparazione della Via del nostro Padre. Dicci, ti prego, se possiamo saperlo. Inoltre, io ho ancora da presentare una piccola faccenda. Ognuno desidera appunto un’indicazione da te, perché solo così siamo certi che da noi si procede nel modo migliore”.

27. “È Ihtuma, appartenente alla Casa della Serietà. Egli è stato primo sacerdote[24] di quel tempio, che – oh, che vergogna – non riconoscerà il Signore! Egli ha portato giù il suo modo d’essere sacerdotale, e lo porterà di nuovo a Casa non diminuito, anche se in quel cattivo mondo non gli è riuscito molto.

28. Non si tratta tanto del raggiungimento esteriore, ma di più, quello che compie il cuore, e in questo il nostro amico ha fatto molto di più di quello che egli stesso poteva presagire. A lui deve essere preparata questa Casa che è servita a me e a tutti i sacerdoti ospiti. Ma tra voi e lui non c’è nessun limite di posizione. Come governatori siete pari a un sacerdote preposto ai servizi di Dio.

29. Ora presenta ancora la tua domanda, Imahais. Però sediamoci di nuovo; prendete ancora del buon pasto”. Hellaskus si riempie il bicchiere d’argento e prende noci, pane e frutta. Gli altri lo imitano volentieri.

30. Imahais dice: “Una regione nel terzo continente ‘Vinethrya’, nonostante la cura, non è così accogliente come lo dimostra l’intera stella Mireon. Io, avendo molto terreno, volevo volentieri abbellire il luogo, ma vi cresce di meno e non con una tale pienezza come avviene diversamente ovunque. Questo mi preoccupa, dato che – e ora viene il nocciolo della questione – i nostri ospiti vengono proprio indirizzati là. Stranamente, a loro piace. – Ma perché sono posti in quella parte di terra così magra?”

31. “È presto risolto”, dice con aria buona Hellaskus. “Come ospiti – ma con gli allievi[25] si tratta diversamente – vengono considerate solamente quelle anime che si trovano sulla via del ritorno a Casa da Lo-Ruhama che provengono da diversi mondi, e allora – lo sapete da voi stessi – sulla via del ritorno c’è molto da deporre di ciò che non ha potuto essere risolto del tutto con il percorso del co-sacrificio.

32. Certo, c’è anche da considerare se una fatica maggiore dà un successo maggiore. Un servizio d’aiuto non viene mai rivalutato in modo minore tramite un ammanco mondano. Quello che però si è assunto inutilmente, ogni incarnato deve ugualmente renderlo di nuovo buono e utile. Tuttavia, dato che infine, questo risulta solamente tramite una via di sacrificio, il ritorno a Casa viene perciò formato, così che il povero resto del peso mondano possa al più presto essere pareggiato.

33. Per questo ci vuole qualche gradino nell’Empireo, per non parlare delle regioni fra queste e Lo-Ruhama. Per la propria, come anche per la salvezza di qualche anima, la via conduce attraverso delle regioni. Quando gli amati da Dio ritornano a Casa, a volte non possono accedere subito nelle loro sfere da cui erano proceduti.

34. Sia che si salga oppure che si discenda, ogni atto di vita intermedio produce l’aumento della beatitudine. A voi vengono portati qui coloro che in parte hanno terminato molto bene la via, ma hanno bisogno di ‘un certo tempo’ affinché le sostanze del mondo assunte autonomamente, queste saranno di nuovo lasciate. La zavorra del mondo deve essere purificata secondo la Legge della Luce, prima che sia da deporre sul santo Focolare come dono di riporto. L’Empireo non può accettarli prima”.

35. Imahais chiede: “Non sarebbe possibile questo, senza tali gradini? Con il rientro nella Luce la sostanza materiale si trasforma; non la si potrebbe portare con sé? A questo riguardo, sembra che manchi un anello”.

36. Lo vediamo facilmente”, dice il sacerdote. “La trasformazione della materia tramite la via ausiliaria si potrebbe adempiere subito dalla Luce, ma questo sarebbe un ‘Lavoro di Dio’! Così non verrebbe adempiuto il voto dato a Lui, di riportare Lo-Ruhama con sé per il ritorno a Casa. Tuttavia, dalla Luce, ognuno lo ha promesso saldamente, di servire, come servo e serva, al Signore, fino al tempo di riposo, di riportarGli il Suo raccolto.

37. Dato che con l’ingresso della zona morta (nella materia) viene esclusa la consapevolezza della Luce, un Raggio d’onda compensa ogni peso in più per la conservazione dei beni celesti conquistati: la Benedizione di Dio dall’arco del Suo patto e della Grazia! Il Signore, l’Altissimo, ce l’ha preparata, senza che noi, di ciò, potessimo rendercene conto prima.

38. Degli ospiti non sentono nessuna differenza fra il loro paese ospite e dei campi di stelle. Alla fine del loro soggiorno abiteranno infatti fra di voi. Dalla quarta sfera di luce-Ur ognuno ottiene la sua prima posizione di Cielo. Allora il servizio d’aiuto è concluso per quanto riguarda la materia. Nonostante ciò, nessuno congiunge le sue mani con le parole: ‘Ora ho compiuto il mio lavoro quotidiano’. –

39. La cosa più ricca dalla ricchezza di Dio è la gioia di lavorare. È stato un bene l’aver formato Vinethrya sempre più bello. Ogni sforzo è la prestazione per il procedere più veloce, come lo fu offerto anche per il vostro ritorno a Casa. Nella conoscenza più elevata, questo e molto di più ed è collegato con la stessa Via di Sacrificio di Dio. Appena Lo-Ruhama raggiungerà il ‘torna-indietro’[26] come figlia, la redenzione della sua casa sarà avviata apertamente, cosa che si rifletterà nelle nostre sfere. Con ciò sono spiegate le due domande di Serpharma e di Ragu-Ela riguardanti la comunità sociale.

40. Ancora qualcosa per Aurole che si occupa delle scuole. – Fa ciò che ti sei prefissata. Nell’ambito circoscritto tutti i piccoli possono essere istruiti, dato che presto faranno parte degli adulti. Durante delle belle camminate si possono spiegare facilmente delle cose difficili. Anche la graduale indicazione ai vostri figli sull’immenso Sacrificio d’espiazione del Padre-Ur, corrisponde altrettanto allo sviluppo del vicino tempo di svolta della Creazione.

41. La sera[27] della Stella di luce si avvicina, e il mio lavoro è finito, eccetto il mio ultimo servizio. A questo scopo andiamo nella Rustane[28], indicando un progresso interiore ed esteriore”. Hellaskus si alza: “Venite con me, vi prego!”. Lo si segue con piacere irradiato da grande gioia.

42. Dalla torre Manugurtum sale una scala luminosa al piano superiore, in cui si trova la Rustane, generalmente in tutte le case. Nella casa del sacerdote essa occupa più della metà dell’intero piano superiore. La sua larga fronte va verso est, due fronti più strette verso nord e verso sud.

43. Nel mezzo c’è un’apertura simile a un passaggio verso ovest. La Rustane, come nei corridoi (chipaster), ha delle colonne tutt’intorno, in parte collegate con delle pareti. Per tetto ha una copertura trasparente in colori chiari. Intorno alle colonne e alle pareti si arrampicano in alto molte piante da giardino con delle foglie tra le più diverse e dei grandi fiori.

44. La Rustane e due camere chiuse sono la parte personale d’abitazione di ogni proprietario di casa. Gli edifici si somigliano; ma nemmeno due sono del tutto identiche. Se qualcuno viene ammesso alla Rustane – soprattutto nella casa del sacerdote - questo significa una straordinaria onorificenza. Non c’è da stupirsi se i governatori sono saliti con il cuore palpitante.

 

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II° / Cap. 3

Hellascus-Gabriel saluta i capi-sindaci della stella con l’ultimo discorso prima della sua discesa sulla Terra come Simeone

Nella Rustane, come una abitazione – Riflessioni dei figli nel Regno – Ancora premesse sull’incarnazione, sulla croce, sul sangue dell’Atto sacrificale per il ritorna-indietro per Lo-Ruhama e la volontarietà di sacrificio dei credenti, per conquistarne la figliolanza e dare un ulteriore incremento di Luce nel Regno – Sulla Misericordia – L’amore manifesto dei figli.

1. Lungo una parte della parete della Rustane, fiancheggiata da colonne particolarmente belle, si trovano diverse sedie simili a poltrone. Ciascuna ha un piccolo tavolino. Qui la vista è libera verso l’ampia apertura attraverso la quale, nella meravigliosa maestosità, un Sole mediano manda i suoi raggi, a malapena paragonabile a qualcosa di simile sulla Terra. Nella sua zona di cella[29] è il Sole regnante, e la stella è la prima nel suo ordine di successione.

2. Dato che tutte le Luci del Cielo hanno una stessa espressione di Vita attraverso il cambiamento eternamente formato, per ogni cella di spazio di luce, esistono anche dei cosiddetti Giorni [vedi nota 27 al cap. II/2,42] che riconoscono le loro Mattine, Sere e Notti, i quali pur tuttavia sono approssimativamente paragonabili ai giorni dei pianeti della materia.

3. Il Sole comincia a diventare dorato. La sua Luce penetra nella Rustane in modo meraviglioso come un flusso sulle sedie sopra menzionate, dove il sacerdote dirige i suoi passi. Prima che si siedano, ciascuno sta un momento, fermo con Dio. La Rustane ha delle parti arredate in modo confortevole, e così, nonostante l’ampia superficie per passeggiare, ci si sente a proprio agio. Su ogni tavolino stanno dei bicchieri riempiti con vino e piccole ciotole d’argento con ognuna un pezzo di pane.

4. Quello che sentiranno, riposa già nella gente della stella, dato che essi stessi hanno il contatto col Padre, il loro Dio d’Amore. Tuttavia, come già detto, il costante sviluppo della creatura è la gioia preparata magnificamente dal Creatore. Ecco perché si spogliano dell’iniziale tristezza perché Hellaskus li lascia. Nuove conoscenze portano nuove gioie. Il sacerdote stringe la mano ad ognuno. Poi comincia con il suo ultimo discorso ai governatori di quella terra, per la fase del Mireon.

5. “Voi, amati da Dio, amici miei! Dio ha sparso la Benedizione dalla Sua Ricchezza, sotto la cui Pienezza stavamo insieme. Ciò che è stato acquisito dall’obbedienza e dalla diligenza nel sesto Giorno della Creazione dell’Amore, in più la corona della Vita che Dio ha unito con una via verso Lo-Ruhama, per il bene dei fedeli, è costantemente aumentato, per cui anche la vostra popolazione su Mireon è contemporaneamente progredita bene. Ciononostante esistono sempre degli incrementi. E quando Dio-Padre, UR, avrà compiuto il Suo maestoso Sacrificio, persino a noi principi[30] sarà come se abbiamo sognato! [Salmo 126, 1] – Ragu-Ela, presenta la tua domanda!”

6. Il chiamato, un uomo serio[31], guarda nel panorama color oro del Sole, prima che dica: “Del tutto maestoso, come l’Altissimo congiunge tutto. Mi pare sempre buono che possiamo dirci tutto reciprocamente – e lo dobbiamo anche – altrimenti la vita sarebbe povera. Ma un Hellaskus – il cui nome da principe è ‘Gabriel’ – vede con precisione il nostro pensare.

7. È ancora più bello che nessun superiore annunci semplicemente tutto ciò che sa! Egli coinvolge nel discorso quelli che sono da istruire, come se anche lui stesso debba dapprima sentire ciò che l’altro ha da dire. E questo – mi è sembrato sempre sacro – lo fa anche il PADRE quando parla con noi. O Beatitudine!”. Negli occhi di Ragu-Ela brillano delle lacrime che si riflettono nell’oro del Sole serale.

8. Hellaskus pensa: ‘Quante volte abbiamo vissuto questo, noi, cari grandi del Padre’.

- Ragu-Ela continua a parlare in modo smorzato: “Nel ricordo di tale alta Grazia volevo bandire la domanda. Tu hai menzionato l’incremento, quando DIO darà il suo Sacrificio alla Creazione. Oh, …chi non vorrebbe comprendere questo?

9. Nondimeno: come mai esistono degli incrementi, diciamo, nel corso di tempi limitati, quando l’alta Guida dalla perfezione-Ur del Padre, è per i figli? Li amerà di più, Lui, più tardi, di com’era nel tempo antecedente? Aumenterà da Lui il sentire dei concetti, oppure saremo ancora così tanto ‘creature’, nonostante la parte di Luce, l’essere collegati a un tale procedimento?

10. La nostra vita scorre come una corrente. Sovente ero seduto alle nostre quattro [Gen. 2,10][32] correnti[33], le cui ampie acque sfociano come portate nel mare della stella. Mi è parso come se io stesso fossi una goccia; e il Mare fosse la Pienezza di Dio, nella quale arriviamo tutti, nella quale Egli accoglie tutte le creature filiali. Ma secondo la tua parola, Hellaskus, alla cui verità m’inchino, questo sarebbe dissolto, e ciò – perdona – in qualche modo fa male al cuore.

11. Da ciò vorrei escludere qualcosa, del tutto fermamente; e ora …”. Ragu-Ela tace. Può dire che Hellaskus gli avrebbe cancellato la cosa più bella della visione? Ma già sente la sua mano sul suo capo benedicente. La dolce voce risuona sempre come una carezza, sia nei colloqui, tanto quanto nella predica. Ora risuona tranquillizzante attraverso la Rustane.

12. (Hellascus): “Ragu-Ela, anche l’ultimo sarebbe vero. Ora contempliamo la tua immagine e l’inseriamo nella Misericordia di Cuore del Padre. Hai visto molto in profondità. Sì, tutti i corsi d’acqua – nell’Empireo solo in modo spirituale, nella Lo-Ruhama quasi sempre nel modo materiale – servono nella Sapienza di UR ad un maestoso scopo dato ad ogni Opera. Oltre a questo, vengono impiegati per la benedizione in quei paesi attraverso i quali devono portare i loro flutti.

13. Tu pensi rallegrato; allora non potrebbe nemmeno essere sbagliato ciò che hai percepito per via delle differenze menzionate. Ma se ora avete sentito la mia parola, la vostra gioia, in cui vedete già l’esempio di ciò che significano gli incrementi, crescerà. Perciò non c’è bisogno dell’ulteriore spiegazione, che l’alto Atto sacrificale di Dio porta per ogni Vita un ‘avanti’ supplementare, quando ne risulterà per Lo-Ruhama il ‘ritorna-indietro’.

14. Tutti gli amati da Dio potrebbero conquistarsi molti beni di vita attraverso la fedeltà, la diligenza, l’obbedienza e mediante la volontarietà di sacrificio in una crescente beata felicità. Si trova conservato nel Patto che i beni si rivelino un po’ alla volta. Oh, non pienamente consapevoli – Dio per questo aveva steso una coltre – tutti gli abitanti della Luce sentirono quella grave ferita alla Creazione, che Lo-Ruhama aveva inferto al Giorno dell’Amore; e per la maggior parte a se stessa.

15. Nulla avrebbe potuto guarire questa ferita, se il SIGNORE non fosse stato l’Aiutante! Egli ha aggiunto una beatitudine, che nessuno può afferrare pienamente, dal nostro ‘avere’ fino alla svolta della Creazione, e ne ha fatto un unguento, con cui Egli guarirà tutti, dopo il Sacrificio, portando il Sangue della ‘Ferita della Creazione’. Fra questi, lo siamo anzitutto noi che abbiamo rinunciato a qualche magnificenza per Lo-Ruhama.

16. In seconda linea lo sono tutti i precipitati che hanno bisogno di questo Aiuto. Perciò, noi, sette principi, per la caduta, per noi e per tutti i fedeli, abbiamo deposto con nostra consapevole responsabilità, sul santo Focolare nell’Empireo, la conservazione della ricchezza raggiunta e il nostro più sublime tesoro, cioè: la figliolanza di Dio conquistata da noi nella prova di Libertà della Creazione!

17. Che in ciò mancava un certo progresso, lo si sentiva di certo solo esteriormente. Ma la grande Arca del Patto del santo Focolare, conserva il nostro Bene. Quando risuonerà il santo: ‘È COMPIUTO!’, allora si aprirà l’Arca e ne sgorgherà: ricchezza e anche figliolanza, il nostro avere più sublime!

18. A voi è diventato chiaro che con ciò seguiranno degli incrementi, inondando dei ‘tempi’, e non veramente solo ‘del divenire’. Con il Sacrificio di Dio ogni co-sacrificio ottiene anche il suo ‘co-compiuto’, che vale per ognuno che ha servito e servirà Lo-Ruhama, non importa se una o più volte[34]. Qui la Grazia conosce solamente una misura che è appesa all’Anca di Dio.

19. Se ogni andar su, insieme alla figliolanza, dipendesse puramente con la Via di Sacrificio di Dio, saremmo ancora molto ‘creature’; allora contemporaneamente il santo Principio di Vita-Ur di Dio, sarebbe subordinato al mutamento e ai corsi del tempo, come allo sviluppo dello spazio, infine non incatenato al su e giù della creatura. Ma questo spezzerebbe ogni riconoscimento della Perfezione di UR, con la possibilità di perfezionamento dei figli. Allora UR non sarebbe ciò che Egli è!

20. La Sua eterna perfezione non viene sfiorata! Dalla punto di vista dello sviluppo possiamo riconoscere la perfezione-Ur e, credere per nostra benedizione. Poiché per noi si rivelano la Sua Magnificenza, Santità, Bontà e Misericordia di Cuore. Proprio su quest’ultimo ho ancora qualcosa da dire, dato che, inoltre, nei confronti delle Opere, io sono il suo Portatore”.

21. Hellaskus mangia e beve. Si segue il suo esempio e, nell’ulteriore decorso, nel frattempo viene consumato il piccolo pasto. Anche una ‘cena’, perché ognuno pensa con ciò al Sacrificio, quasi inimmaginabile, dell’alto Signore onniamato. E come è già successo ripetutamente, Hellaskus alza in alto le mani come benedicendo. Tutti chinano il loro capo in silenzio.

22. Egli dice: “Che cos’è la Misericordia? Il Diritto non si esaurisce in una Grazia a cui si anela su Lo-Ruhama, senza presagire che cosa sia e come agisca. Dato che là, ambedue i generi umani[35], si sfilano volentieri i peccati, però vorrebbero vivere nel diletto mondano. Ciò è da comprendere secondo il loro stretto orizzonte, quando credono che tramite la Grazia di Dio, ogni ingiustizia dovrebbe essere cancellata.

23. Anche dall’illusione che ci si fa della Grazia di Dio, proviene l’essere pietoso dell’uomo. Tuttavia, Dio lo considera secondo la Giustizia di base ed Onnipotenza. Sono accoppiati Onnipotenza e Pietà, Grazia e Diritto. Ma loro escono reciprocamente dall’abbinamento. In qual santo modo, UR ne ha designato la grande Via-Atto-Anno, lo potranno riconoscere solamente di tanto in tanto perfino gli amati da Dio, rispetto al loro progresso.

24. Abbiamo bisogno noi di Misericordia e di una Grazia, dato che siamo rimasti fedeli? Il Diritto e l’Onnipotenza nell’incrocio – considerato dal punto fermo delle creature – sono la Sovranità della Luce, mentre la Grazia e la Pietà vengono generalmente riferite solo alla caduta. Sotto un certo punto di vista è anche giusto, fin dove viene considerato con ciò l’intero Sacrificio dell’Empireo.

25. Dalla conoscenza più elevata è da distribuire il ‘tutto su Tutto’, come Dio aiuta i Suoi tramite i Suoi. Ma esiste anche un ‘Punto di Vista di Dio’ che possiede senza dubbio la Superiorità. Ben dice anche l’Onnipotenza: ‘Tutto, per tutto!’, e da questa visione dell’Onnipotenza è da riconoscere il Fondamento, su cui le Opere hanno la loro struttura.

26. Qui, in particolare, per la costruzione di ogni Giorno della Creazione, come una prima radice, giacque ogni effetto per le sette Caratteristiche di Dio che Egli si è prescelto come spiriti, stelle, fiaccole e come luminari. Da questa radice, la questione altamente personale di UR, e non riguardante il creativo, devono perciò fluire i Suoi sette Raggi di Vita fondamentale incondizionatamente ed inarrestabilmente su tutte le Opere della Creazione.

27. Diversamente ci sarebbero delle parti, per piccole che fossero, che non riceverebbero nulla dell’Irradiazione, e con ciò sarebbero senza nessun legame di vita con la Divinità. Questo però non esiste in eterno! Persino Lo-Ruhama, come figlia, certamente non voluto e respinto da sé, possiede il legame di Vita, il PATTO!

28. Nondimeno, un effetto temporaneo delle Caratteristiche può, secondo la predisposizione delle creature-figli, coprire e svelare. Lo svelato non deve essere sempre evidente. Molte cose si vedranno soltanto dopo il Sacrificio del Padre, anche se esistono già da molto tempo. Non è subito comprensibile che il Diritto e l’Onnipotenza coprono i nostri beni, da cui però diventa precisamente riconoscibile come agiscono in modo sovrano questi tratti del Motivo principale nell’Empireo, mentre la Grazia e la Misericordia danno ai fedeli gli incrementi menzionati.

29. Molti incarnati credono che Lo-Ruhama abbia bisogno di Grazia e Misericordia. Questo è vero al riguardo di tutte le vittime, anche per la redenzione globale. Ma dal punto di vista di Dio, il Palo orizzontale della Croce, sono il Diritto e l’Onnipotenza. Cioè: Fin qui e non oltre!

30. «Nessuno passa oltre alla Croce, chiunque tu sia, quando e dove vivi! La Croce, come AMORE del Mio Giorno di Creazione, dove era avvenuta la caduta, è il ‘Segno di Sigillo’ di ogni Giudizio del Mio Diritto di Giudice! Per i figli, che si sono volontariamente chinati alla Croce e alle sue conseguenze di sacrificio, vi sta il Suo Palo, come Sostegno e Aiuto, come ‘Grazia e Misericordia’! A questo Palo ognuno troverà il suo sostegno, riconoscendo il ‘Santo Alt, del Diritto e dell’Onnipotenza’!»

31. Nel Regno, la Grazia e la Misericordia agiscono così meravigliosamente, che tutti i fedeli ricevono dall’Onnipotenza anche il loro diritto. Poiché all’entrata nella zona della morte (la materia) la consapevolezza di Luce viene coperta, quindi anche la figliolanza, il nostro alto avere. Ma dato che il Creatore è anche il PADRE, la Bontà, Potere, Giustizia e Fedeltà, EGLI non deve niente a nessun figlio.

32. Egli paga la moneta del salario giornaliero [Matteo 20,2] cosicché noi dobbiamo dichiarare: ‘Signore, hai pagato troppo; ho fatto solo ciò che mi spettava di fare!’. Viceversa, su Lo-Ruhama precede l’Onnipotenza e il Diritto, perché li hanno provocati i precipitati. Senza il DIRITTO e l’ONNIPOTENZA non possono sussistere nella loro povera lontananza.

33. Accoppiati, operano fra Luce e tenebra le due coppie delle Forze della Divinità, perché Grazia e Misericordia che ci spettano sono costanti, come per Lo-Ruhama il diritto e l’Onnipotenza. Da questi, possiamo esigere anche la moneta del salario giornaliero, dalla Misericordia e dalla Grazia viene prodotto un Unguento per la povera figlia.

34. Dal dare e dall’avere – cioè con il massimo Sacrificio – è da guarire l’intera caduta, e nessuno rimarrà senza Salvezza. Con ciò è collegata la Luce isolata, che voi potete vedere e già riconoscere, dato che viene pure guidata direttamente al di sopra della vostra stella. Voi avete pensato nell’umiltà: ‘Perché proprio al di sopra di noi? Ogni popolazione dei nostri soli e delle stelle hanno almeno lo stesso diritto di possedere questa maestosa via della Luce’.

35. La vostra umiltà compiace a Dio; è una parte della Via sulla quale il Raggio cade in giù. L’umiltà di tutti gli amati da Dio, che si rallegrano perché riguarda la vostra stella, è la stessa parte della Via che il SIGNORE usa per il Suo piede. Serpharma ci può dire ciò che, appunto, si è risvegliato ora in lei, e ognuno può riceverne una buona parola. Ora: che cosa ti ha mosso?”

36. Serpharma alza un po’ le sue mani; vuole dapprima prendere ciò che ha da spendere. Il caro, delicato volto, è illuminato dal raggio del Sole serale; risponde grata: “O Hellaskus, buon sacerdote; ci hai dato molto, che è abbastanza della grande Bontà di Dio, soltanto, …mai distaccati dal Padre della Misericordia. Così vorremmo vivere nella Luce.

37. È il mio desiderio che nella nuova notte che ci preparerà il bel riposo, il tuo insegnamento riecheggi in noi, affinché da LUI rimanga eternamente in noi la radice del Cielo. Ma il mio pensiero è che il Creatore ha formato dalle sue incommensurabili Magnificenze un Raggio speciale: la Luce isolata! Noi la vediamo, benché l’Empireo sia Luce nella Luce.

38. Quanto è possibile che questa Via si mostri, anche in modo prevedibile, quando il Signore giungerà nel povero abisso? Io credo, EGLI, il Padre, nella Sua rivelazione alle creature-figli, sarà senz’altro una Luce isolata, una parte della santa Entità-Ur, per quanto il popolo dei figli possa afferrarlo e portarlo.

39. Fin qui lo comprendo, ma non la Sua Via sacrificale, e il come possa riversarsi come ‘Raggio di luce’, nell’oscurità. Naturalmente, Egli può dividere le Sue magnificenze, lasciarli splendere in modo minore o maggiore. Comunque, …la scissione della Sua Figura di Luce, soprattutto in quella Via singola che percorre il Cosmo come una sottile corda, la cui portata noi non commisuriamo ancora, deve provenire da un Fondo-Ur più profondo; poiché, come sarebbe diversamente possibile di comprenderlo secondo la nostra conoscenza?

40. Certamente, Lo-Ruhama viene legato alla sottile corda e con inimmaginabile Onnipotenza e Pietà paterna, e con Diritto e Grazia, sarà di nuovo tirata su verso la Magnificenza della Luce, per l’Onore di UR, per la nostra gioia, per la Redenzione della nostra povera sorella, insieme a tutta la sua casa. Ti prego, fratello sacerdote Hellaskus, dicci su questo una parola, già che lo possiamo sapere, perché passi l’Onda sulla nostra stella Mireon”.

41. Il sacerdote annuisce a tutti, gentilmente, con occhi chiari. Ognuno gioisce, di sentire una nuova rivelazione sul punto per loro in parte non ancora illuminato. Attendono felici che cosa verrà ora, certamente, in generale, parzialmente presagito attraverso il modo della domanda. Lo conferma anche Hellaskus, lodando questa domanda, e risponde:

42. “Serpharma, hai illuminato molto bene il centro della domanda e occorre meno spiegazione, com’è da considerare il santo Segreto. Ora: il Creatore non isola per conto Suo delle parti di Raggi della Sua Luce per ottenere qualcosa. Egli può far agire di per Sé la Sua Onnipotenza. Voi sapete che questa Onnipotenza Si riveste quasi sempre nell’Abito dell’Amore, la cui Caratteristica domina nel nostro sesto Giorno della Creazione.

43. Che noi vediamo una tale irradiazione, è la Vita naturale, nell’Empireo una Realtà, ma in Lo-Ruhama è data unicamente dall’Onnipotenza come parte essenziale. Chi va nella zona della morte (l’incarnazione sulla T erra), il suo corpo essenziale viene coperto, e non lo si vede più durante questo percorso.

44. Invece, il corpo sostanziale dell’incarnazione si decompone non appena l’incarnato abbandona il mondo del Pianeta. Questo vale anche per quelli della caduta. Nella Luce, la nostra esistenza è una realtà, benché lo spirito dal corpo di Luce risplende insieme all’anima. Qui ognuno può vedere e riconoscere ognuno. Nulla è più compatto nell’intero Universo che la nostra Vitalità di Luce.

45. Dei Raggi, isolati per un alto scopo, devono sempre mostrarsi. Nel primo Ordine è una Legge-Ur per via del Sacrificio che la povertà debba riconoscere questo Raggio. Essa lo ha appunto provocato. Come UR la appende al Filo [Sancto Sanctorum – cap. 1], ve la tiene e l’attira del tutto in Alto, proprio così Lo-Ruhama deve vedere e tollerare completamente ‘la Via del Sacrificio più alto’!

46. L’Offerta interiore richiede la visibilità esteriore, altrimenti gli incarnati non troverebbero nessun impulso, nessun sostegno. Ad UR sarebbe comunque possibile di eseguire il Sacrificio sulla Base del Cielo, e potrebbe essere comunque onnicomprendente. Ma la Sua incommensurabile Bontà dona alla figlia profondissimamente caduta, e a Lui così cara, la Figura esteriore dell’Onnipotenza dal Suo Essere; questo, inoltre, grazie alle condizioni dell’Anno-Azione-UR.

47. L’UR, nel Suo Sacrificio, ha coperto molto della Sua sovrana Volontà di Dominio, del maestoso Ordine, dell’Alta Sapienza, della Santità, della Serietà mediante la Pazienza, l’Amore e la Misericordia, ma ora mostrerà la verità del Sacrificio nella Forma: EGLI andrà in quella ‘zona della morte’, per risvegliare alla Vita la povera caduta mediante una morte, e di elevare alla Luce, di purificare di nuovo, ciò che è insudiciato, per guarire tutto ciò che è ferito e misero.

48. Questo Atto non si riesce ad afferrare del tutto. Questo non è nemmeno necessario; altrimenti UR sarebbe afferrabile in tutta la Maestosità. Ma questo non può assolutamente aumentare la nostra gioia celestiale, perché un gradino esiste soltanto là dove si mostrano nuove Alture. Un figlio della Luce non si stancherà mai – quando deve arrampicarsi su un monte dopo l’altro – oppure apparentemente senza arrivare alla meta.

49. Noi conosciamo la salita! Ogni passo è una meta raggiunta dalla meta. Come la Luce dimora nella Luce, così noi viviamo nel Padre, UR, stando dinanzi a Lui e seduti ai Suoi piedi. Quello che noi apparentemente non afferriamo, lo portiamo in realtà in noi come Forza di spinta del nostro essere, come contenuto della nostra Vita.

50. Il Raggio speciale scorre come una sottile corda, perché Lo-Ruhama non potrebbe sopportare di più. Diversamente non esisterebbe nessun ‘torna-indietro’, nessun ‘vieni a Casa’, ma uno svanire nel peso della Luce. E ricordate: ci vuole più che un Cenno, una scheggia di Pensiero, per levare una Creazione dai suoi cardini oppure anche di mettervela, secondo com’è necessario! Perciò credetelo: il Raggio isolato è

il Forum della Giustizia,

in cui UR estinguerà la colpa di base!

51. Che il Raggio passi sulla vostra stella, ha questo scopo: i corpi di Luce dello spazio sono creati in successione; ciò non è necessariamente una misura di valore. Nel quarto anello di soli[36] la vostra stella fu la prima secondo il primo Sole. Per questo motivo la Luce isolata passa su di essa. La quarta sfera d’anello corrisponde anche alla Quarta essenza, e da cui UR ha sollevato la redenzione da tutto il Suo Essere.

52. Dato che è per la prima figlia, nel Santuario la via parte dal Sole-Ur attraverso tutte le Sfere nel Campo di Raggio della Misericordia, perché da questa – sempre incoronando – risulta la Linea diretta verso Lo-Ruhama. Ma fu la quarta Fiaccola[37] che dopo la vittoria di Michael spinse la figlia nella sua lontananza.

53. Michael chiuse l’Eden del Cielo, e la povera figlia fuggì dalla Serietà della Santità. Perciò nel quarto Anello, nel campo della settima Sfera del Raggio, la Via si trova nel mezzo, rivelando contemporaneamente il MEDIATORE. Al di sopra di Mireon si vede il Raggio isolato in Lo-Ruhama, tanto più su quel piccolo mondo che sperimenta l’Atto del Sacrificio di UR. Il ‘Sangue del Sacrificio’ scorre attraverso tutta la caduta, ma la ‘santa Redenzione’ anche attraverso le Regioni di Luce. Il resto, voi, amati da Dio, lo imparerete nell’Alto tempo, che significa anche: - È il tempo massimo per salvare la povera figlia!

*

54. Il vostro Sole tocca l’orizzonte, e ora io scendo. Il Padre, UR, vi benedice, a LUI sia ringraziato per questo tempo di Grazia”. Hellaskus si alza, strettamente circondato dai governatori. Essi, compenetrati da Luce ardente e pieni di devozione, levati in alto nella parte più interiore del Santuario, vedono come se ora possono stare inginocchiati dinanzi al loro alto Sacerdote Melchisedec. Uniti così, percepiscono la buona Forza che viene su di loro dal cuore di Hellaskus. Ed egli prega:

55. “Santo, altissimo, onniamato Padre, UR! A Te restituisco con gratitudine il buon Giorno che le Tue mani ci hanno dato; e con una preghiera voglio accogliere la Tua Notte. Oh, sante sono le Notti nelle quali Tu fai regnare la Tua fatica per tutti i figli. Ed affinché sappiamo per quanto possibile creativamente, come le Tue maestose Notti si formano, perciò Tu hai dato anche alle Cellule di Luce nello spazio, Giorno e Notte[38] nel decorso dei maestosi Giorni della Creazione.

56. Per gli amici qui sulla ‘Tua stella’ è passato un grande Giorno di Grazia; non lo possiamo trattenere ed avere nessuna parte nel ‘passato’. Ma rimane ciò che affidi a Tempo e Spazio per l’alta Beatitudine e gioia dei Tuoi figli: Bontà e Misericordia, le scintille dai Raggi delle Tue maestose Caratteristiche, della Tua santa essenza-Ur, che noi possiamo avere come creature di figli, di cui la nostra Vita si nutre eternamente.

57. Ma per Te, o UR, Eterno-Vero, ogni Giorno e ogni Notte rimangono esistenti nelle infinità di tutte le Tue Opere! Durante il Giorno Tu crei così tante cose, che noi vediamo solo più tardi, quando si rivelano per noi per la Salvezza; e nelle Notti, Tu raccogli e spargi le Semenza, come compiace alla Tua Magnificenza di Creatore, alla Tua Volontà di Regnante!

58. SIGNORE, Gloria, Onore, Lode e Ringraziamento siano dati a Te per la Tua grande Gentilezza, sotto la cui Protezione e Scudo noi viviamo. Ora benedici i Tuoi figli su Mireon, dà a loro la loro parte nella Tua Via, che scenda su di loro nell’abisso. Dà anche a me la parte di questa alta Salvezza, e fammi operare l’ultimo, prima che TU stesso Ti riveli come UOMO.

59. Oh, guarda, come il serpente mette i suoi diavoli sulla Terra, per distruggere l’ancora solida della loro salvezza, e anche se i fedeli che peregrinano con Te per la stessa Via non mettono un pieno chiavistello alla distruzione, aprirai TU, Onnipotente, dal Tuo alto Diritto, l’ultima Porta!

60. La Grazia e la Misericordia conserveranno loro su preghiere e comprensioni quella vittoria, verso la quale Lo-Ruhama nel suo spaventoso tempo carcerario tende le sue grinfie e tiene soltanto il proprio peso nelle mani rovinate. Salva, Signore! Guarisci tutte le ferite, mediante la Ferita che TU raccoglierai nella Tua Croce!

61. Benedici il mio raggio che precede, che devo portare in segreto e apertamente, com’è necessario. O UR, Eterno-Santo, Eterno-Unico e Verace, sono Tuo, il portatore della fiaccola della Misericordia!”

*

62. Il Sole irradia ardentemente la stella con una Vampata che pone sul capo del sacerdote un lungo tempo benedetto come da due lingue di fuoco. I governatori assistono commossi, totalmente dediti alla Rivelazione celeste, perciò non sanno quasi dire come si sia svolto l’addio. Hellaskus dà agli uomini la sua mano, bacia le donne sulla fronte. Dalla vista d’ovest della Rustane vedono l’allontanarsi dell’amato insegnante. La Luce isolata forma una larga traccia, sulla quale l’alto cherubino discende al povero mondo prescelto.

 

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[indice]

        (3a Parte)

 

(A Gerusalemme nell’anno 7 a.C.)

(Quello che è successo in Oriente)

«Vi era in Gerusalemme,

un uomo di nome Simeone;

ed egli mosso dallo Spirito,

venne nel tempio»

[Luca 2, 25- 32]

III° / Cap. 1

 

I primi sacerdoti sperano di recuperare il culto perso nel tempo sotto Pompeo

1. A Gerusalemme è come se tutta Roma si fosse data appuntamento, anche se la povera Giudea non ha molto da offrire. Si mormorano delle parole segrete inespresse e inconsapevoli, per le quali non si tendono solo le mani, ma anche i cuori, per raggiungere qualcosa di ‘ultraterreno’.

2. Come un alito di vento si sussurra tutt’intorno: “Deve arrivare! Qualcosa deve cambiare! Il Redentore?”. – Un altro: “Povero sciocco, cosa stai fantasticando? Da settecento anni attendiamo il Messia e non è venuto nessuno che aiutasse a portare la liberazione dalla schiavitù che, ahimé, ci ha colpiti così tante volte”.

3. Ci si guarda attorno timidamente. “Se si tratta solo della libertà, non abbiamo nulla da aspettarci. Ci siamo scavati la fossa da noi stessi e vi stiamo già dentro con un piede. Si tratta dell’interiore, della fede!”

4. “Di questo? Sciocco! Non se ne occupa nessuno! Qui il denaro,” si imita il contare delle monete e ci si batte sulla pancia! “e qua il cibo! Dimostralo che i mille anni ci hanno portati avanti, allora crederò – certo, al ‘dio del mondo’ – e a nessun altro”.

5. “Se ti sentisse il tempio… Puoi avere subito il tuo giudizio! Ma non si tratta di questo, piuttosto di …”. Si dileguano. Risuonano duri passi al ritmo, e già una ronda gira all’angolo di un muro grigio. È severamente proibito radunarsi; perché, dov’è una carogna, là si radunano gli avvoltoi! Ovunque c’è un ribollire. Roma teme la rivolta.

*

6. Arriva un nuovo governatore. Dopo quelli che ci sono stati, nessuno pensa a un miglioramento. Si sussurra un nome: ‘Cirenio’. Ah, soltanto, non nutrire una falsa speranza! Sorge una nuova parola: “Mi lascio mangiare dal prossimo leone, se il nuovo è migliore…”.

- Ah, che sia solo un po’ più facile camminare nella città, nel proprio paese, per il tempo e dove è necessario.

7. Anche nel tempio, su cui Roma ha gettato l’occhio, si sussurra. I governatori dovranno ammettere, digrignando i denti, che questo possiede ancor sempre il suo potere, con cui prolifera fra il popolo, nonostante le molteplici restrizioni, caricate ingiustamente al tempio. Finora nessuno dei Cesari ha raggiunto la meta: il bastione da cui il paese sarebbe da sottomettere con meno impiego, com’è riuscito in parte oltre la montagna (in Europa, oltre le Alpi).

8. È un anno del destino (7 a. C.), in cui due alti sacerdoti hanno ottenuto il timone. Athaja, il primo, un uomo dai capelli neri, il cui esteriore oscuro viene considerato come specchio del suo essere, crea molto disagio all’occupazione. I romani raffinati non riescono ad avvicinarlo. Il popolo deve espiare doppiamente; perché un Athaja sa come si possono spremere dei limoni. E lui opera così convincente, che persino i più poveri danno gioiosamente: cioè per la ribellione, che il primo del tempio sta pianificando.

9. Il secondo, Zaccaria, è il preciso opposto. Athaja da buon conoscitore degli uomini non ha mai tentato di conquistarlo per il suo lavoro da talpa. Ma se ha bisogno di un mediatore, sia per gli enti romani – il quarto principe – come anche nei confronti del popolo, non conosce nessuno meglio di Zaccaria, il quale, inconsapevolmente, gli toglie le castagne dal fuoco.

10. Zaccaria, provenendo ancora dalla pura scuola dei sacerdoti, ritiene come verità la parola del primo, perché lui stesso non conosce nessuna menzogna. Lui è la linguetta più sicura sulla bilancia fra Roma e Gerusalemme, in parte perfino per altre zone. I due alti sacerdoti sono stati scelti e ammessi per sette anni come primi del Sinedrio; l’occupazione non lo concede per più tempo.

11. Il giorno che qui viene descritto, ambedue trattano insieme: Athaja nascondendo la sua ira, Zaccaria di animo tranquillo. Certo, lui vorrebbe sapere libera la sua Giudea, tuttavia vede dallo ‘Spirito di Dio’ che la miseria del popolo non si può semplicemente limitare. Non s’illude nemmeno che attraverso i pesi sia diventato più credente. Oh, no!

12. Molti sono stati bastonati in modo non duro, per attingere forza dalla fede; molti pensano secondo il tempo, non appena possono vivere un po’ meglio. Di questo genere ce n’è una massa, i quali servono volontariamente i romani e così tradiscono il loro stesso popolo. Il resto, che almeno creda e speri come il secondo alto sacerdote: nell’Aiuto del Signore!

13. Athaja parla dei tre gruppi: “Con i battuti morbidi si riesce ad ottenere di più; li si dovrebbe portare all’odio”.

- “All’odio?”, chiede meravigliato Zaccaria.

- Athaja si accorge dell’errore. “Intendo così: …”, si corregge veloce, senza fare una grinza, “…questa gente ha bisogno di una nuova spinta di vita. Non si deve odiare Roma se, per questo, si vuole preservare la fede in un Dio dei nostri padri?

14. Quanti dèi porta Roma! Meno gli invisibili, più però tali che agitano una dura verga. Fra non molto, e dobbiamo – come a Babele – portare sacrifici ai loro dèi. Vuoi questo? Non vorresti opporre tutte le forze per mantenere la Giudea nella fede dei suoi padri?”

15. Zaccaria ascolta in se stesso. C’è qualcosa che lo avverte se il primo sia di cuore puro. In un tale destino, non dovrebbero, tutti i sacerdoti, rivolgersi solo all’Altissimo, che a Suo tempo e senza fatica, possa schiacciare Roma? Gli attacchi aumentano; nell’ultimo anno ci sono state più condanne che in tutto il tempo di Pompeo. Ma chi chiama ancora il Signore in questa miseria? I servizi del tempio e le preghiere sono diventate così sottili, miseri, come l’ultimo fasto degli abiti dei sacerdoti, che i nemici hanno avanzato.

16. Se Zaccaria sapesse che Athaja non pensa proprio alla fede, che lui vuole sollevare trionfalmente i suoi pugni su Roma, - egli getterebbe da sé il suo abito consacrato come un grembiule. Ma il Cielo lo tiene stretto, per via della sua fede per l’ultima salvezza del popolo, …quando Gerusalemme riconoscerà il REDENTORE, che sta arrivando! – Ma nessuno dei due lo sa ancora.

17. Ora Zaccaria risponde e abbrevia finalmente l’impaziente attesa di Athaja: “È il massimo dovere conservare la nostra fede, l’unico bene che Roma non può divorare. Soltanto, a volte mi sembra che non si tratti per nulla della fede; piuttosto di …”.

- “Ma che pensi!”, interrompe Athaja, “Si può ottenere di più! Che Roma ci restituisca almeno la libertà di celebrare le nostre feste di Dio! Perché allora…”

18. Può dire che vorrebbe attizzare una speranza sul ‘Messia’ che sarebbe da imprimere nella libera predica? Tutti gli uomini – e per lui anche tutte le donne – devono bere il suo discorso come un dolce veleno: «…viene il Messia, Egli libera i cuori!». ‘Cuore’, sarebbe di certo solo il motto.

19. Trattenendosi con forza, aggiunge come secondariamente: “Zaccaria, tu sei buono nel trattare; tu potresti, quando avviene il cambio del governatore, in certo qual modo pregare fra porta e stipite. È un tribuno più giovane, Cornelio; non deve essere malvagio. Una rondine bianca fra nere. Se solo abbiamo il privilegio nella tasca – egli ha bisogno di molto tempo per esaminare un privilegio, …allora la nostra fede si può risvegliare per un po’ di anni”. Athaja pensa alla rivolta popolare della Giudea, e fa i pugni sotto il suo mantello.

20. Zaccaria è contento. Athaja, quindi, è sincero. Anche se non si ripromette molto, proprio ora, di sorprendere il tribuno in tali faccende principali, lui lo vorrebbe osare volentieri. Forse… “Hai ragione!”, dice lui con fervore, “Deve avvenire la cosa più urgente! Facci pregare nell’Onnisantissimo, davanti all’Arca del Patto, allora il percorso sarà benedetto”.

21. Athaja annuisce, tuttavia lascia pregare Zaccaria, e non sente altro che qua e là il fervore della sua voce. Costui non prega; riflette come il privilegio, magari conquistato, sarebbe da sfruttare nei suoi ‘servizi a Dio’. Considerando il momento, non lo si deve rimproverare. Lui si sente con il suo popolo e con la storia, soprattutto fin da Pompeo, che lui studia molto. Lo fa pure Zaccaria, solo da un altro punto di vista, …che difficilmente poteva formarlo diversamente.

22. Lui non è un uomo cattivo, non fa nemmeno notare troppo che è il superiore. Nei confronti dei più poveri è sovente così inerme, commosso fino alle lacrime. – Quasi non si accorge che Zaccaria si alza. Fa come se anche lui volesse ancora pregare, davanti alla falsa fiamma dell’altare, l’unica cosa che qui lo opprime.

23. Zaccaria non lo nasconde, perché anche lui deve tacere su questa bugia. Se soltanto lo avesse sperimentato allora, quando la fiamma divampava nuovamente tramite Isai-i [vedi “L’eterna Luce”]. Si prepara sospirando di nascosto, per andare al tribunato dove Cornelio sta soggiornando da quattordici giorni.

24. Athaja, che sta in ansia perché non si sa che cosa fa un tale giovane romano, lo trattiene: “I sacerdoti principali Malluch e Pedatja devono andare per annunciarti; fatti accompagnare da dei servi”.

- “Mi fa bene la tua preoccupazione…”, sorride seriamente Zaccaria. “…ma ricorda: ognuno viene perquisito sulle armi. Allora sarebbe subito finita. E senza…? A cosa mi potrebbero servire?

25. Se io e il tribuno ci incontrassimo, allora è meglio che sia da solo. Il romano se la prenderebbe a male se andassi in compagnia. Magari non disimparo soltanto io”, Zaccaria mostra intorno nel tempio, “ma molti la loro lingua. Mi comprendi?”

26. Athaja si raccoglie: “Devo, io stesso…?”.

- Zaccaria rifiuta quasi con veemenza: “Uno di noi deve rimanere risparmiato al popolo”. Il primo, in segreto, sospira alleggerito. L’offerta non era intesa così seriamente. Il suo fuoco attizzato non deve più spegnersi, …se lui vuole spezzare Roma.

27. Zaccaria disturba la sua riflessione: “I giudici Jaor e Thola sono i più capaci. Devo anche seguire loro, passo per passo, altrimenti non arrivo nemmeno là dentro”.

- Giusto! Qualche volta ho pensato che tu saresti un mezzo sognatore, non idoneo nel tempo del nostro destino. Ma sei capace di pensare in modo fulmineo, …per il nostro meglio”.

- “Per il meglio della nostra fede e del popolo!”, risponde solennemente Zaccaria.

28. “Quindi, un mezzo sognatore”, dice piano Athaja, quando la porta si chiude dietro a Zaccaria. “In ogni caso: – il destino possa essergli pietoso. E che ci rimanga conservato”. Ora dà degli ordini, per annunciare il secondo. “…del tutto in privato”, è il suo detto.

 

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III° / Cap. 2

Zaccaria presso Cornelio – La calma del sacerdote ottiene concessione

1. Una spada tintinna salutando allo scudo del guerriero. Si chiama Forestus, un romano incallito, ma, furbo, dice: ‘Vivi e lascia vivere!’. Ufficialmente è un condottiero di coorte, non ufficialmente il protettore del tribuno. Forestus esegue fedelmente la sua funzione. Cornelio lo aveva salvato nell’ultima battaglia. Il mandante è Cirenio, da anni e giorni il più alto consigliere di Augusto. Il Quirino è uno zio di Cornelio. Forestus, ancora oggi, ha da annunciare la cosa più importante, e dietro di lui si trovano degli etiopi altissimi.

2. Il tribuno è seduto ad un basso tavolo molto ampio, su cui si accumulano dei rotoli, tavole ed altre cose. È del tutto sommerso nel suo lavoro. Diamine: l’ultimo Ponzio, che è stato ritirato di punto in bianco, ha lasciato dietro di sé una tale confusione, che pone il giovane romano davanti a dei compiti quasi irrisolvibili.

3. Quelli di Gerusalemme gli creano la più grande difficoltà. Una dura mano serve a questa gente! – Il saluto dallo scudo disturba il corso dei pensieri. Un cenno, Forestus si avvicina, mentre i due etiopi se ne vanno. Quando il giovane superiore è da solo con l’uomo della coorte, i due parlano sempre confidenzialmente, altrimenti mantengono come buon esempio il rapporto raccomandato ufficiale-soldato.

4. Cornelio apre la sua tunica. “L’oriente toglie l’ultima goccia d’acqua dalla lingua”.

- “Ah, intendi ben il vino”, ride Forestus. “Toglie ancora di più: denaro, sangue, amici e – forse tutta …”, vuole dire Roma.

- Cornelio alza ammonendo la mano e completa: “…tutto l’oriente? Oh no! Quando viene il Quirino, allora ci stabiliamo, e nessuna divinità porterà mai più fuori da qui un romano! – Che cosa c’è?”, chiede.

5. “Fuori attendono due giudici del tempio, si chiamano Jaor e Thola”. Cornelio scrive i due nomi su una lavagnetta. “Vogliono preannunciare a te un sacerdote, il quale, come dicono, desidera venire in forma del tutto privata, e attende nella salita del tempio. Loro, però, non saprebbero di che cosa si tratti”.

6. “Con questi si hanno sempre delle difficoltà! Quando viene il Quirino, allora il più grosso deve essere fatto. Guardati questo!” Cornelio butta per aria tutti i rotoli.

 - “Ti aiuto”, sorride Forestus, hai ben mescolato il lavoro. Sì, …me ne intendo, ho girato in tutti i paesi, persino nella Gallia”.

7. “Un miracolo che sei ancora vivo”, lo prende in giro Cornelio. Il loro cordiale scherno li ha tenuti sovente con la testa fuori dall’acqua.

- “Hm, nella baia di Nicopolis…”.

- “…ti potevano mangiare i pesci se …”.

- “…se non ci fosti stato tu! Ah, non hai tempo; quindi, …ti regalo un giudice. Prenditi l’altro”.

- “Avanti con lui! Tu rimani con me, gli etiopi davanti alla porta; per il resto come al solito”. Questo significa: sorveglianza rafforzata.

8. I giudici vengono spinti nella stanza non proprio delicatamente. Costoro sono lieti di farcela a poco prezzo con la casa del giudice…

*

 …Zaccaria viene apostrofato: “Avanti! Il tribuno ti vuole vedere!”. – Dei legionari, spie, sghignazzano insolentemente. Zaccaria fa come se ciò non lo toccasse. Dignitoso e a testa alta, segue il comandante della coorte.

9. Lui attende, stando tranquillamente presso la porta, accanto a lui Forestus, che si stupisce di questa calma. Chi non trema? Più gli alti che gli inferiori, che hanno meno da perdere. Da vincitore, non gliene importa per quanto tempo deve attendere un vinto; ma quest’uomo, già abbastanza anziano, in più un volto fine, maturo dalla riflessione. Ah, vecchio guerriero, da quando fai questi studi? Si distoglie di malumore, e facendo questo la sua armatura tintinna.

10. Cornelio guarda velocemente. Un cenno, Zaccaria va fino al tavolo, ma ecco che si presentano due spade. Lui sorride, s’inchina rispetto alla sua dignità e com’è da salutare il tribuno. A lui capita come a Forestus. Uno strano uomo fine. Le guardie se ne vanno. Zaccaria ringrazia per questo favoreggiamento, perché il gesto, è da considerare come tale.

11. “Chi sei, e che cosa vuoi?”.

- “Sono il secondo sacerdote del tempio, Zaccaria, della casa di Abia. Perdona, alto romano, di essere venuto da te. Mi ha spinto a te la mancanza di fede del nostro popolo. Che tu mi ascolti, nobile romano, non lo dimenticherò mai, anche se non adempi la mia richiesta”.

12. “Falla breve!”, ordina Cornelio.

- “Mi limito all’essenziale. Forse…”, Zaccaria indica il tavolo coperto con atti, “…che certe cose sono contrarie ad un nobile romano, perch酔, lui indugia.

- “Fuori!”, minaccia il tribuno. Certo, il giudeo ha ragione; ma un vinto non deve notare un’ammissione.

13. “Non ho paura, tribuno”, dice fermamente Zaccaria. “la mia vita è nella mano di Dio!”.

- “Quale?”.

- “L’UNO, il Creatore del Cielo e dei mondi!”.

- Questo è stato detto così decisamente, che il romano conserva a fatica la sua espressione da funzionario. “La tua fede, non la mia! E poi?”, Cornelio gioca annoiato con la penna.

14. “Una parola a cui una volta penserai: proprio tu incontrerai questo Dio, che ti benedirà come non puoi presagire”.

- “Vuoi forse vendere la tua testa? Non ne do un denaro, se non arrivi subito alla faccenda vera!”. Sotto questa veemenza Cornelio nasconde uno spettatore sconosciuto.

- Zaccaria lo nota bene, ma lo sorpassa con tatto.

15. Chinandosi ancora una volta, presenta la storia: “Sotto Pompeo, di certo un uomo severo, la Giudea poteva vivere la sua fede. Poteva tenere le sue feste come lo aveva prescritto Mosè, il nostro profeta più grande. Gli ultimi governatori – perdona, tribuno, al vinto non spetta di aprire la bocca contro questi – hanno disturbato il nostro culto religioso, hanno eliminato le alte festività e tolto l’unico sostegno al mio povero popolo: la fede nel Dio unico!

16. Io oso: se nella grande Roma un altro popolo disturbasse le festività dei vostri dei, che cosa fareste?”.

- “Piccolo giudeo, noi abbiamo dodici legioni; non lo dimenticare!”. Il comandante batte la lancia contro lo scudo. Il templare annuisce senza battere ciglio. Questo richiede un rispetto, che non si nega al sacerdote. Un uomo notevole! È magnificamente idoneo al servizio per Roma.

17. Ma già Zaccaria continua a parlare: “Come vi sono sacri i vostri dèi, (‘forse’, pensa il romano), così, rispetta anche la fede di tutti gli oppressi”.

- “Voi non siete oppressi!”, s’infuria Cornelio. “La Giudea è un protettorato!”.

- “Lo vedi dal tuo punto di vista; e credimi, tribuno, ti ammiro. Così giovane è già un così pesante fardello sulle spalle e, …tu ce la fai”.

- “Vuoi adularmi? Ti preoccuperai per la tua testa?”

18. Zaccaria, spiritualmente superiore, guarda il romano in modo penetrante: “Ti sbagli, tribuno! La mia fede m’insegna la continuità della vita; e perciò non m’importa quando e come devo morire. Io sono nella mano del mio Dio, così, io vivo, anche se tu mi emetti il giudizio di morte!”

19. Costa fatica, il digerire questo. “È bollente nella vostra piccola città soffocante”, si districa.

- Zaccaria tace. – “Che cosa vuoi fare?”, chiede brevemente il romano.

- “Ti prego, tribuno, che si possano festeggiare le nostre feste, e che si possa venire senza essere controllati! Non così come avviene che il passaggio vale solo per un’ora, in cui non si può quasi arrivare al luogo del tempio e ritornare indietro, e solo per mezzo culto religioso. Per non parlare di quelli della campagna”.

20. “È vero?”.

- “Ti posso mostrare dei ttibiglie”.

- “Mandamene qualcuno; guai se non è vero!”.

- “Nessuno mi ha ancora rimproverato di una menzogna”, dice tranquillamente Zaccaria. Cornelio non vuole ferire il dignitoso; fa qualcosa che nemmeno un tribuno ha mai visto: porge la mano al richiedente, che l’accoglie con stretta ferma e occhio chiaro.

21. “Quando verrà l’alto Quirino…”, quasi gli stava per sfuggire che ‘la cloaca che l’ultimo Ponzio ha lasciato doveva essere pulita…’, tossisce. – Zaccaria fa come se non se ne accorgesse. L’altro se ne rallegra. In quest’uomo dev’esserci davvero qualcosa. Vuole aiutarlo volentieri, e chiede: “Quando è la prossima festa?”

22. “Dopodomani è la festa dei pani azzimi”.

- “Uno strano rituale. Scrivi tanti biglietti quanta gente da fuori vuoi invitare, nel giro di una via di quaranta campi (circa 8 km); gli abitanti della città questa volta ci andranno liberamente, ma nessuno deve ammassarsi. Domani porta tu stesso i biglietti, li voglio controllare e firmare. Tuttavia, io sarò presente al vostro culto religioso. Badate a voi e non fatene una ribellione!”

23. Zaccaria alza le due mani dispiaciuto. “Tribuno, guarda come sto dinanzi a te!”.

- Cornelio getta uno sguardo a Forestus, che è a metà dietro a Zaccaria. Costui annuisce di nascosto. “E va bene! Forestus, fatti accompagnare fuori!”. Quando il comandante delle guardie è andato via, il tribuno viene fuori dal suo tavolo e guarda Zaccaria esaminandolo.

24. All’improvviso, dice cordiale: “Tu sei l’unico sincero che ho potuto scoprire in questo strano paese d’oriente”, – Zaccaria percepisce (ciò che gli è permesso fare). – “Con l’occasione, parlami della vostra fede, ma taci! Domani, alla nona ora, sono qui per te. Alt! Ecco...”, il romano preme nella mano del sorpreso giudeo un cartellino con un sigillo stampigliato: “…non la mostrare a nessuno; verso alcuni romani ti farà un buon servizio”.

25. “So apprezzare molto la tua bontà. Se tu assisti, alto Quirino, allora...”.

- Il moto sorprende Zaccaria. Nonostante il controllo, gli corre una lacrima sul viso. – Va a casa come nel sogno, non infastidito da nessun legionario.

* * *

26. Athaja scaccia i servitori, sovente fino al successivo angolo della strada. Se solo non avesse gettato Zaccaria al ‘leone’. Non era un buon segno: i giudici, certo senza cattive conseguenze, sono stati scacciati via. La sabbia nella clessidra è passata per due ore. Da lontano si sentono risuonare dei norni romani, altrimenti i vicoli sono silenziosi come le tombe. Ebbene sì. … Se lo rivedono, allora è soltanto per scavare la sua tomba! Athaja cammina sempre più inquieto, come un animale nella gabbia, su e giù.

27. Poi si precipita il suo servo Unnias: “Sta arrivando!”.

- “Chi?”, chiede il primo. Non aveva mai perso il controllo.

- “Il secondo”, esclama Unnias, e dimentica ‘alto sacerdote’.

- Athaja fissa incredulo, per poi sospirare: “Devono ancora esistere dei miracoli”. Costringendosi alla calma, esce. Come potrà rivedere Zaccaria? Perché senz’altro, non si è svolto così senza intoppi.

28. Quando lo vede arrivare, gli si blocca il piede. Ma è possibile? Non soltanto è totalmente incolume, …no! Zaccaria ha un passo, come se un mondo stesse ai suoi piedi. Sinceramente lieto, liberato da una grave pressione, abbraccia Zaccaria in mezzo al cortile. “Fratello, tu sei, …sei di nuovo qui? Grazie a Dio!”. Questo è detto appunto con sincerità. L’Altissimo sembra che non abbia distolto del tutto il Suo volto. Per questo, Gli affumicherà qualcosa.

29. Ma al suo sogno, che vola in alto, che lui tesse subito per via del ‘miracolo’, deve fortemente tagliare le ali, quando Zaccaria gli racconta. Un po’ alla volta si accontenta. “Con i biglietti per il transito hai ottenuto un immenso favore. Ne daremo molti”, dice ultra fervente, e già raccoglie delle tavolette che colmano una cassapanca nella sua stanza da lavoro.

30. “Non lo faremo!”, si difende seriamente Zaccaria. “Quello che domani possiamo seminare, è da raccogliere solo più avanti. Athaja, dove rimane il tuo intelletto? La città è libera; allora, verranno tutti quando sentiranno che il tribuno Cornelio ci fa i suoi onori e per quale ragione sia messo lì. Ne compileremo quaranta, non di più, e intanto soltanto per i rabbini e per i più anziani dei villaggi. Il tribuno deve vedere che ci accontentiamo. Non cercare di afferrare una mela il cui colore non si vede quasi. Gli invieremo la guardia disarmata, in segno che nessuno faccia il vandalo”.

31. Athaja si volta. Ah, non cede dal suo piano per la libertà, a nessun prezzo, persino quando dovesse crederci il più onesto degli onesti. Non gli ha già messo, anche se non voluto, la corda intorno al collo…?

32. Una parola di disattenzione, …e il tempio va in fiamme. Deve imparare il discorso! Dopo il rituale terrà la festa dei pani azzimi. Non deve precisare nulla. E chissà? Magari il nuovo Ponzio passerà così velocemente come l’ultimo. Quindi: ‘…tieni il freno, Athaja!’, comanda a se stesso.

33. “Lo sapevo, caro fratello, solo tu potevi fare qualcosa. Ora bisogna aspettare”.

- “Particolarmente; ma credere gioioso nell’Aiuto del nostro Signore, l’Onnipotente di tutte le creature nella grande Creazione. Allora Egli darà una via [Isaia 57, 17-18] dove possiamo camminare lieti”. – Per un giorno, ad Athaja, questa fede passa, ma anche troppo presto ambedue devono vedere che la liberazione della Giudea non ha ali, ma striscia come un verme calpestato.

 

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III° / Cap. 3

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Arriva Simeone, chiede udienza e ferma le parole di cuore di Athaja – Un colloquio benedetto a quattr’occhi

1. Athaja si era ritirato, nessuno lo deve disturbare. Sono scritti più rotoli; eppure, così gli sembra, non per corrispondere alla festa, ma di affascinare il tribuno e, …portare giustamente all’uomo, le ‘segrete parole del cuore’. Solo dopo molte ore ‘gli sembra qualcosa’.

2. Tintinna un campanello. Entra Unnias, il suo servo. È un uomo molto abile, di mezza età, da impiegare per molte cose. Athaja se l’era scelto all’inizio della sua funzione. Ha una faccia un po’ delusa. “È successo qualcosa?”, chiede l’alto, senza tradire la sua preoccupazione. Zaccaria è andato al tribunato. Si deve contare sul fatto che il tribuno abbia potuto rivoltare la sua mitezza di ieri.

3. “Signore, ti vuole parlare uno straniero”.

- “Appartiene al popolo?”

- “Nessuna idea, mi sembra – hm – molto strano”.

- “Ti ha dato il suo nome?”

- “No; non l’ho chiesto. Il suo pretesto non sembrava una richiesta”.

- “Ha l’aspetto di uno che piglia?”

- “No, non così. E noi siamo in quattro che non lo perdiamo d’occhio durante l’udienza”.

- “Non è ancora arrivato il nostro secondo superiore?”

- “Non ancora; il sacerdote dell’anticamera Ginthoi gli è andato incontro fino al prossimo distretto di guardia”.

4. Chi potrà essere il forestiero? Athaja non lo vuole sentire senza Zaccaria. Quattro occhi vedono più di due. “Digli cordialmente che voglia pazientare; che avrei molto da fare. Non appena arriva Zaccaria, mandalo prima qui!”. – Unnias serve, fa velocemente ancora qualche servizio e lascia la stanza senza rumore.

5. Athaja, di malumore, mette da parte la sua ‘predica’. “È finita con il lavoro concentrato. La deve prima leggere Zaccaria. Il suo giudizio è comunque quasi sempre scomodo, ma è meglio chiederlo”. Il superiore fa una pausa e sorride fra sé e sé: ‘Oh, anche riposare è un lavoro’.

6. Finalmente il secondo arriva sano e salvo, e nuovamente, con uno splendore negli occhi, come se avesse conquistato tutta Roma. Secondo le circostanze, essere stato due volte nel tribunato ‘senza…[39]’, è davvero un’unica grande vittoria. “Miracolo di Dio”, mormora ad Athaja.

- ‘Per me’, pensa il primo, ‘ognuno lo veda come vuole’. Nondimeno, s’informa sollevato del risultato.

7. (Zaccaria): “Il tribuno è stato contento della nostra modestia. Mi è sembrato come se avessimo conquistato una vittoria, anche se piccola. Perché – quale gioia – gli devo comunicare tutto, un po’ alla volta, così, di ciò che è capitato negli ultimi anni di ingiustizia. Naturalmente, solo le cose più gravi. Lui non ha promesso nulla. L’ultima decisione di volontà spetterebbe al Quirino”.

8. “È più di quello che si poteva aspettare. Sei un genio!”.

- Zaccaria ride: “Genio sì, genio no; DIO mi ha aiutato!”.

- “Ma sì”, s’affretta Athaja per rassicurarlo; perché solo il tempo ha sbriciolato molto dalla sua fede. Allora si ricorda del forestiero e lo dice a Zaccaria. Anche lui è teso di che cosa possa trattarsi.

9. “Voglio magiare qualcosa, sono ancora a digiuno”.

- “Allora è tempo! Unnias ti porterà qualcosa”.

- “Va bene”. Zaccaria va verso una bacinella come ogni stanza da lavoro migliore ne ha uno, per lavarsi mani e faccia. Athaja nel frattempo fa portare un pasto.

*

10. Si fa entrare il forestiero. Athaja si sforza per non fare nessuna mimica, mentre Zaccaria mostra la sua sincera gioia. Qual figura venerabile! E gli occhi! I capelli bianchi sottolineano piuttosto la giovanile elasticità, che essere un segno dell’età avanzata. La maturità più sublime e la giovinezza meravigliosa sono magnificamente uniti. Questo è un principe!

11. Sotto questa impressione, Athaja, seguendo l’esempio di Zaccaria, va incontro all’uomo forestiero. I templari che s’inchinano di alcuni gradi più che al solito, non si accorgono che costui si muove solo leggermente. Gli si offre di sedersi, e Unnias ha portato vino e pane bianco. Il primo morso, il primo sorso, vengono presi in silenzio, prima che segua la domanda del ‘chi’, ‘da dove’, ‘per dove’, ‘perché’.

12. L’ospite ringrazia e dice gentilmente: “Non stupitevi se tengo per me il motivo della mia visita. Non perché non abbia fiducia. Questo dipende da più cose, di come si può comunicare nel saluto. Come dimostrazione che l’onestà è il mio mantello”, guarda seriamente Athaja, che cerca di soffocare un’ondata di sangue veemente, “così, vi prego che io possa dimorare nel vostro tempio ogni volta che vi vengo a trovare. E credetelo, ambedue alti sacerdoti, sarà di certe utilità per voi…”.

13. Athaja gioisce: ‘Ah, chissà da quale paese proviene il forestiero, e metta fine all’insolente agire di Roma’.

- Anche Zaccaria gioisce, …al livello dello spirito: ‘Deve essere un alto portatore di dignità che è venuto da parte di DIO, per il bene di noi tutti!’.

- Lui raccoglie per il pensiero di Luce uno sguardo chiaro; per l’altro, per i pensieri mondani, uno sguardo oscuro.

14. “Potresti informarci su certe cose”, comincia lentamente ad interrogare Athaja, “nome e patria. Devi essere venuto da lontano. E come ti hanno fatto entrare nella città? Oppure hai un lasciapassare?”

15. Il forestiero sorride: “Non ne ho bisogno. E la porta, che voi scherzando chiamate ‘asola’, non era occupata, era aperta”.

- “Aperta? Non hai incontrato nessun legionario? Impossibile!”. La miscredenza è perdonabile. Ma attraverso le porte di Gerusalemme non sguscia nessun topo non visto, per non parlare mai di un uomo. Athaja avverte: “Il primo romano che ti vede, ti trascina al tribunato. Là si scioglie la tua lingua, finché confessi nome, stato, eccetera. Dopo, …sì, allora tacerai eternamente, senza volontà!”

16. “Il tempo giustificherà la tua preoccupazione”, dice il forestiero. “Aspetta! Colui che verrà, insegnerà che esiste altro che ‘parole di cuore!”.

- Colpito. Athaja non può evitare di arrossire. “Che, …che cosa intendi con ciò?”. La sua voce vibra, per via del suo cuore che batte forte.

- Zaccaria ascolta imbarazzato. Che sta succedendo? Vede l’agitazione di Athaja, crescente in paura, e percepisce l’assoluta conoscenza del forestiero di cose segrete. Ma l’ospite passa già oltre il silenzioso intermezzo.

17. “Intendevo soltanto”, dice, “che oltre ai riprovevoli comportamenti mondani, esistono anche ‘cose del Cielo’ che sono più importanti, e ogni credente deve dichiararsi pronto a difenderle, per via del tempo cattivo, necessariamente anche in segreto. Allora si otterrà ciò che può portare alla vera benedizione di tutti gli uomini”.

18. ‘Appunto! Uno originale’, pensa Athaja; soltanto, non si sente molto bene. Nonostante ciò, contraddice: “Nemmeno un sacerdote esplora oggigiorno le cose del Cielo; perché abbiamo così tanto da fare con il mondo, come non puoi immaginare. Ora, se rimani con noi, a me sta bene. Devi anche avere il miglior trattamento fin dove ci è ancora possibile. – Lo vedrai, tu, forestiero da lontano dalla Terra, tu, visionario!

19. Quando imparerai a conoscere il primo romano, allora ti passerà il Cielo, come, …è passato per me con le vessazioni che dobbiamo tollerare giornalmente!”, la rabbia di Athaja gli brucia dentro.

- Allora il forestiero mette una mano sulla sua spalla. Athaja lo fissa attonito. È come se lo avesse colpito nello stomaco. Ah! Non deve lasciarsi confondere. Chi perde il suolo da sotto i piedi, giace nell’abisso, prima che se ne renda conto.

20. “Comprendo la vostra situazione. Tu credi che un forestiero che non abbia nessuna idea di una lunga schiavitù, e non potrebbe comprendere né la vostra tristezza né l’assenza di fede. Athaja, permettimi di rivolgermi a te senza titolo. Sono venuto da ‘amico’ da voi, e come tale, dico per la seconda volta: aspetta!

21. Davvero, rinuncia a ciò che ti sei prefisso! Non porta a nulla, eccetto a ciò che tu stesso avresti amaramente da pagare. Ma se fai come Zaccaria, allora raccoglierai una benedizione, che dapprima non comprenderai, anche se te la spiegasse anche il Cielo”.

- “Lui è migliore di me?”, chiede dal (suo) profondo pozzo pieno di contraddizioni.

22. “No! Lui è solo più credente di te. Tu vuoi il bene fin dove lo si può considerare bene. Sei anche libero di stare grande dinanzi al mondo. Questo dà il suo valore al carattere. Ti manca qualcosa nel carattere spirituale, la cui radice di base è la buona fede. Vorrei tanto aiutarti. Per questo troveremo abbastanza ore per riparare, di nuovo, ciò che il potere di Roma ha spezzato in te, e guarire le ferite della tua anima.

23. Prima, sia fatta la cosa più prossima. Datemi un cartellino[40], in modo che – diciamo – sia ritornato da un anno dall’estero. Sono un sacerdote insegnante e profeta. Ne ho bisogno tre di cartellini: una per me, una per le liste del tempio che Roma controlla più spesso, e la terza – vedrete – per entrare nel tribunato senza che nessuno se ne accorga”.

24. Zaccaria lo guarda dentro, credente; a causa del collegamento interiore con l’uomo forestiero, si è fatto coraggio. Quello che costui fa e dice, per lui ha testa e mano. La sua riuscita è certa, per Zaccaria. Perciò Athaja al momento lo invidia. Se soltanto anche lui potesse fare questo! Ma chi salta la propria ombra? Non lui! Forse non c’è nemmeno una forte volontà. In ogni caso, …lui ride incredulo, ma libero da scherno.

25. “Sono curioso come vuoi farlo, forestiero, da lontano dalla Terra, visionario! Il tribunato ha la lista degli abitanti di Gerusalemme. Nessuno vi entra senza passare attraverso delle spade. Per conto mio puoi avere i cartellini, anche se”, un ghigno leggermente cattivo trasforma la bocca di Athaja, “non osiamo attribuire nessuna menzogna alla tua venerabilità. Ma a ciò che ci induci, oltre a una menzogna, è anche un inganno!”.

26. Anche Zaccaria, volendo aiutare volentieri l’ospite, ha ora qualche pensiero. – Costui dice rilassato: “Visto dal tuo punto di vista, hai ragione; soltanto, la mia disposizione non è per la mia protezione, di cui io non ne ho bisogno!”. Questo suona così inattaccabile, che i due superiori del tempio non se ne possono ribellare.

27. “È per la vostra protezione. Dalla famiglia della mia Casa[41], dalla Luce, già molti sono passati attraverso il vostro popolo. Perciò vengo da voi a buon diritto. Vi accorgerete solo più tardi del motivo interiore”. – Uno sguardo oscuro, divampa. – “È DIO che mi ha dato l’incarico di venire qui! Così, comunque, avrete una coscienza pulita davanti al potere del mondo; davanti a Dio tramite la Sua Bontà, perché Egli non vi abbandonerà. Soltanto voi potete abbandonare il SIGNORE; così facendo, vi abbandonate naturalmente a voi stessi”.

28. Il tempo fluisce nel silenzio, fra i tre uomini. Athaja scova tre cartellini dal fondo della cassapanca. “Ora so la situazione”, dice indugiando, “ma nome, avi, stirpe di popolo, età?”. – Il forestiero glieli detta: “Scrivi: Simeone, della Casa di Selumiel[42], principe della stirpe dei Simeoniti, sacerdote insegnante e profeta, anni settanta”.

29. Il primo si trattiene a stento, affinché la sua calligrafia rimanga bella e chiara come sempre. Tutto gli sembra una favola. Diamine, i simeoniti sono stati calpestati settecento anni fa [2° Re - cap. 17] come parte d’Israele. Che cosa potrebbe ancora rimanere dalla rovina? Ma non lo chiede; lo afferra una stanca indifferenza. Simeone sorride; inavvertitamente, una forza passa da lui sui due templari.

*

30. “Come stanno le cose con la festa di domani? Posso aiutarvi?”.

- ‘Oh, l’estraneo Simeone!’, riflette Athaja, ‘sa certamente qualcosa dei rotoli della predica. Ma leggerglieli, …no, no, non lo si può fare!’. Ad un tratto ha paura per la festa, per il suo onore, che lui ha da conservare come primo del tempio.

31. Se dovesse dare ciò che potrebbe elevare la gente oltre tutto il grigiore della loro povera vita, se il romano fosse da interpellare, invece che da affascinare, … non lo sa. In Zaccaria aumenta la fede durante il suo cammino verso il tribunato: «Il SIGNORE è vicino a coloro che Lo invocano in tutta la serietà». [Salmo 145, 18].

32. Zaccaria deve sorvegliare la preparazione per il giorno della festa. C’è molto da ricordare. – Dove si assegna il posto ad un alto romano insieme al suo seguito? E chissà quanti legionari rumorosi staranno alle pareti. Come si deve svolgere il servizio religioso? Dopo un piccolo pasto, per il quale è da invitare il potere occupante, tutto questo irrompe su di lui.

33. La responsabilità gli toglie per ore la sua gioia del nuovo amico. Ciononostante, tutto fila liscio. Sacerdoti e aiutanti si mostrano abili e competenti. Sta dirigendo una Mano invisibile? Si sta facendo buio quando il lavoro è concluso. Il giorno successivo può arrivare…

*

34. Athaja e il forestiero si sono seduti di fronte. Il superiore un po’ alla volta conquista un rapporto migliore. È già stato trattato molto. Allora Simeone dice: “Athaja, vorrei esaminare la tua predica, se mi ritieni degno di fiducia”.

- “Oggi volevo lavorarci ancora”, svia il superiore, “la tua venuta mi ha disturbato. Il tutto è ancora immaturo, ancora così, senza contenuto, …non te la posso mostrare, perché, …tu hai uno spirito di Luce”.

35. “Null’altro mi ha condotto oggi proprio qui, per aiutare te, il tempio e il popolo”.

- “Contro Roma?” sfugge ad Athaja.

- “La Luce combatte le tenebre”, risuona solennemente, “per risvegliarla dalla morte! Così stanno le cose anche con Roma. Ti dico: proprio da Roma, ma coperto dai veli di Iside, la fede in un Dio soffia su questa Terra! Non durerà più a lungo, ma il Fuoco di Dio che le lampade nella nuova Roma dovranno attizzare, proverrà dall’Oriente, da qui, da Gerusalemme.

36. No!”, difende Simeone quando Athaja mostra verso la direzione dell’Onnisantissimo con gesto inequivocabile, “non la vostra falsa fiamma dall’altare, che è anche una spina nel tuo occhio. Guarda: DIO stesso attizzerà ‘il Fuoco dallo Spirito’, nei Suoi credenti. Nel futuro non ci sarà bisogno di nessuna fiamma esteriore, perché attraverso il Sacrificio di Dio, la figlia caduta nell’esteriore, nella lontananza, si rivolgerà nell’interiore, alla riflessione, verso il Cuore del Padre.

37. Ogni via del ritorno passa dapprima nell’interiore, e tutte le vie della caduta, nell’esteriore. Perciò avvenne prima in una forma esteriore ciò che venne portato dalla Luce nel mondo, cioè: circoncisione, l’Arca del Patto, la via attraverso il deserto, il tabernacolo, il tempio, il sacrificio, il tingere con il sangue, la fiamma, pane e molto altro.

38. Questo fu ordinato in modo altamente saggio. A te è noto che durante la grande caduta dal Cielo, la forza di ciò che era caduto, divenne materia. La caduta l’esteriorizzò; quindi la vita dei precipitati fu esteriore. Nulla rimase dello spirito; ma per risvegliarlo di nuovo, per dirigere all’interiore ciò che è orientato all’esteriore, per questo ci voleva una Figura esteriore, perché i materiali si basano solo sulla percezione esteriore. Anche tu, Athaja, hai perduto il tuo interiore ed edifichi unicamente su questo mondo.

39. Non ribattermi!”, dice seriamente Simeone. “Tu hai un amore ardente per il tuo popolo, e guardi pietosamente a Dio. Ma amare ed essere al servizio per amore, vedi, Athaja, per questo ci vuole la Luce dello Spirito; e di questo te ne manca qualcosa. Il fondo della tua anima è buono; tuttavia, la tua Roma lo ha molto offuscato.

40. “Tu mormori! – Perché la Giudea viene così stremata? Se questo viene attribuito per le generazioni precedenti, allora mi chiedo: ‘Di che cosa ci siamo incolpati noi, gli odierni? Perché dobbiamo trascinare noi, i pesi dei nostri avi?’. È questa, giustizia, l’esporre alla miseria degli innocenti, perché gli antichi han peccato?”

41. “Considerato dal punto di vista mondano, avresti anche ragione. Ma ricorda: portare il peso dell’altro [Gal. 6, 2] è libera volontà e nessuna costrizione voluta da Dio! Non sarebbe triste presumere, che Dio, il cui nome è ‘BONTA’, lascerebbe tormentare degli innocenti per dei peccati che altri hanno commesso? Invece, se tu chiedessi all’Altissimo di portare un peso per la tua Giudea, allora il tuo amore sarebbe maturo, e potrebbe riscattare molto della colpa altrui.

42. Non sarebbe più nobile, che precipitare il paese in una ribellione, che finirebbe nella rovina? Non costringi tu, DIO, che Egli debba mostrare a questo mondo un miracolo? Vuoi aizzare diecimila dei tuoi migliori uomini – se ne hai tanti – contro più di dodici legioni di guerrieri esercitati? Questo somiglierebbe a uno spettacolo da baraccone, sarebbe come accendere dei pupazzi di paglia in un fienile. Vuoi lasciar morire i tuoi fratelli, unicamente per una meta ben comprensibile di questa Terra: liberi, …da Roma? Guarda la Meta!”.

43. Simeone accarezza il pugno stretto (di Athaja), che posa sul tavolo come se fosse un pezzo a parte. – Athaja guarda con sguardo spento in quegli occhi di Cielo che lo accarezzano, come pure quelle dita straniere della sua mano impotente.

44. (Simeone): “Sacrifica la tua forza, per DIO! Dietro te si trova Qualcuno che vuole perfezionare il Suo popolo, da cui sarà strappato via da Innocente. Verrà l’Altissimo! Lui troverebbe volentieri un ‘popolo preparato’, che non Lo lodi solo per un giorno [Matt. 21,9], che sia per Lui la culla, come la sedia della Magnificenza che non può trapiantarsi su nessun mondo, in nessuna Figura esteriore.

45. Devi essere un sacerdote, finché la Giudea impari a portare la sua afflizione! Allora si apriranno le cateratte, nelle quali Roma si spezzerà: il suo ferro, le sue armi, i suoi carri e i cavalli. Riedifica di nuovo la preghiera, la fede, affinché il popolo perda l’onta del peccato. Sia guarito dai peccati, – e poi ognuno viva liberamente, anche se il mondo gli legasse i piedi. Colui che intendo io, stenderà le Sue mani; si lascierà legare, per il Suo popolo, …e, …per la fede in Lui. Lui starà unicamente in DIO

46. “Jozidak?”, chiede titubante Athaja. Quando Simeone lo afferma, salta su: “Proprio costui! Raccapricciante! Che sta su un rotolo segreto e non ha trovato nessun governatore, anche se lo si è cercato con fervore, …mi ha ispirato il pensiero: punire Roma!”.

- “Tu? …oppure Dio?”.

- Athaja sprofonda in sé. “Dio non ci ha mai più aiutato!”, dice stanco come un bambino smarrito. “Come questo Sakkai aveva sperato nella sua Stella, e poi …poi…”. Cerca di asciugarsi di nascosto una lacrima.

47. Simeone dice soave: “O Athaja, la fede di Sakkai non si è perduta, meno ancora la sua Stella! Lui vive nel Regno della Luce, che si chiama ‘EMPIREO’! Da là giunge l’Aiuto a quelli che vi si rivolgono, anche se la loro nostalgia è, come in te, ancora un sonnecchiare. Guarda: ti ho menzionato le forme d’apparizione esteriori, la cui massima verità, costantemente, è nella Luce.

48. Fra sette anni inizia la grande svolta della Creazione. Allora arriva il REDENTORE, il Quale porterà il Suo alto santo JESURUN[43], …nella materia. Dopo il Suo Sacrificio e il ‘ritorna-indietro’[44], tutto risplenderà di nuovo dall’interiore. Dopo, nulla avrà più bisogno del segno, di ciò che serve agli uomini, sulla loro via del ritorno alla Casa del Padre. Lo comprendi, vero?”

49. Athaja dice contenuto: “Comprendere? No! Dovrei allora provenire da quel paese da dove tu ‘ da lontano dalla Terra’ sei venuto. Prima l’ho detto con scherno, poi incredulo, ora incerto. Non so nemmeno se mi riesce il ritorno, così come tu parli della prima figlia[45] di Dio. Roma mi ha causato delle ferite troppo profonde. Non possono più guarire!”. Improvvisamente prende la sua predica e la strappa in pezzi.

50. “Ciò che appartiene a DIO, ciò che io volevo sacrificare alle parole del cuore, è un’impresa inutile! Non posso glorificare Dio da credente, il Quale, così, ci ha abbandonato! La mia povera meta sprofonda …come una nave senza timone, senza capitano!”. Athaja china il suo capo. Le mani, non essendo più, pugni, le nasconde nella tasca della sua giacca.

51. Simeone le tira di nuovo fuori delicatamente e le tiene calde e salde nelle sue mani pure: “Ancora una parola; tutto il resto prende il suo corso come lo vuole DIO, anche se Lo accusi dinanzi a me. Si può accusare solo dinanzi a una persona giuridica che sta al di sopra dell’accusato e dell’accusatore. Dimmi: ‘Chi sta al di sopra di Dio? Non ha anche Adamo accusato Dio, mentre diceva: «La donna che TU mi hai dato…»’ [Gen. 3,12]? Egli stesso fu colpevole! Egli era il più anziano, il più forte. Dio lo aveva istruito. Con la propria caparbietà lui stesso ha attizzato – anche non voluto – l’istinto della donna, invece di smorzarlo.

52. Così anche tu! Qui tu sei un Adamo, e il popolo, una Eva. Invece di portarla nella Luce, tu attizzi una ribellione …assolutamente non contro Roma, ma contro DIO! Perché non accogli dalla Sua mano di Grazia il peso del destino? Se EGLI ti ha caricato di un peso, non credi che Egli ti aiuterà anche a portarlo? Pensa alla parola: ‘Per aspera ad astra!’ “(su vie aspre verso le stelle)

53. A lungo c’è silenzio. Athaja sta lì come spezzato. Allora è come se qualcuno gli mettesse un mantello intorno, sotto il quale muore, invisibile, il misero di tutti i suoi desideri. Ciò che sarà domani, …lui non lo sa. Questo giorno ha lasciato dietro di sé una rovina, che non può essere spazzata via; al massimo, sarà superata solo con forza.

54. Lo dice come sotto un’intuizione: “Simeone, chi vuole raggiungerti, deve portare delle scarpe da Cielo. Io non le ho! Più tardi, …dopo la morte? Ah, qual enigma! Ti prego, conduci tu la festa; così avvenga come tu…”, esitando, dopo, dice piano: “…come la vuole avere DIO!”

55. Proprio ora entra Zaccaria nella stanza. Simeone afferra le mani dei due: “Voi conducete la vostra festa come vi viene. Il popolo potrebbe stupirsi; non il romano, che conosce Athaja solo di nome, e me per nulla. A lui non importa chi agisce. Zaccaria ha piantato un piccolo seme nel petto corazzato. Da ciò può crescere un albero nel quale si raccolgono gli uccelli del Cielo, cioè ‘i cercatori di aiuto’. Lascia a me la predica”. Athaja sospira di essere liberato da un peso grande come un monte. Muto, stringe la mano allo strano uomo.

*

56. La notte stende i suoi veli soavi, quando si assegna una camera d’ospiti al forestiero.

 

[indice]

III° / Cap. 4

Templari buoni e cattivi – Cornelio presso la festa dei Tabernacoli – Un magnifico discorso di Simeone per gli uomini di tutti i tempi

1. Il mattino della festa sono riuniti insieme i sacerdoti dell’alto Consiglio, Jojareb ed Hilkia, i sacerdoti Malluch, Pedatja, Ginthoi e il superiore della scuola hol-Joses. A questi si aggiungono i sadducei Amzi, Sabtharus e i funzionari Hasabra e Josabad. Tutto l’insieme non sembra sicuro. Il tribuno nel tempio, la festa – interdetta da trent’anni – appare molto come una trappola.

2. “Se oggi possiamo offrirci la buona notte”, brontola Jojareb, “allora è anche un passaggio attraverso il Mar rosso”.

- “Zaccaria avrebbe dovuto annusare l’arrosto”. Hilkia si strappa la barba.

- “Anche se non siamo i vostri amici”, s’immischia il sadduceo Amzi, “ma una tale trappola di topo, no, …non ve la auguro”.

- “Ma anche voi siete nel tempio?”

3. Sabtharus risponde malizioso: “Ma pensate resteremo là? No! Volevamo vedere solo l’inizio, come i signori del tempio si godono il loro ultimo tempo di vita”.

- “Quanto sei cattivo!” lo apostrofa il consigliere della città Josabad il malizioso. “Ma che altro ce da aspettarsi da un sadduceo?”

4. “Nessuna offesa”, minaccia. Amzi, “oppure…”.

 Chol-Joses lo afferra all’abito: “Se volete litigare, voi due che avete iniziato, allora lasciate subito il tempio! Se volete abusare del nostro invito per schernire i vostri nemici nella loro disgrazia, vergognatevi! Per il resto, sono certo che questa sera vivremo tutti indenni nel corpo e nell’anima”.

5. “Ma chi merita la tua fiducia?”, indaga il superiore Hasabra. “Confesso di non sentirmi del tutto bene nella mia pelle, ma resto. Se il nostro tempio affonda, allora non voglio sopravvivere. Rimango anche fedele all’alto sacerdote. Anche tu, Josabad?”.

- “Ebbene sì! Soltanto, vorrei tanto conoscere l’aiutante di Chol-Joses, sul quale conta così saldamente”.

6. “Lo chiedete ancora?”, il preside mostra il Cielo.

- “Ah, è così”, intende Jojareb seccamente. “Certo; solo la fede è come soffiata via dal vento. Dio non ci lascia andare certamente dalla Sua mano, ma ci conduce nella sventura. E…”, con odio quasi non soffocato, “…lo dobbiamo ad Athaja”.

- Hilkia e Ginthoi sono dello stesso parere, e nemici giurati di Athaja, nemmeno troppo amici di Zaccaria, che li lascia abbastanza indisturbato.

7. Ora, degli esterni entrano nella sala. Erano partiti con le ultime stelle per giungere in tempo. I superiori si ritirano, Malluch e Pedatja li aiutano. Nessuno deve stancarsi fino all’inizio della festa dopo la lunga camminata.

8. Un ospite molto onorato sta arrivando, il principe Ahitop della Giudea, al suo fianco l’avvocato Hilkior. In seguito tre uomini famosi: il dotto Galal, il commerciante Samnus e l’orafo Babbukia. L’oro e l’argento sono certamente cose rare, ma lui è abile per fare delle cose graziose da metalli inferiori.

9. Ahitop saluta i sacerdoti. Il principe, ancora uno della vecchia scuola, osserva i templari senza dare nell’occhio. I sadducei fanno una piccola gobba e corrono verso l’uscita del tempio. “Ebbene?”, chiede Ahitop, “non rimangono loro?”.

- “Loro se la rendono facile”, risponde amareggiato Jojareb, “scappano come i ratti, prima che la nave affondi”.

10. “Chi deve affondare?”, chiede il principe con uno scherno fine. A parte questo, che Zaccaria al mattino, prestissimo, gli aveva fatto rapporto, la sua fiducia ha avuto perciò un buon motivo, quando lui, avendo avuto notizia dell’autorizzazione della festa, si era convinto che fosse subentrato un miglioramento. Aveva anche saputo presto, il perché Zaccaria era stato due volte dal tribuno.

11. “Vedrai”, sibila Hilkia fra i denti, “come Athaja ci gioca festosamente le gole”.

- “Della tua non sarebbe male”, ghigna l’avvocato. “Sei membro del Sinedrio, ma hai una lingua cattiva”.

- “Non litigate”, il principe ammansisce la lite che inizia. “Deve ridere Roma, se ci giochiamo da noi stessi le nostre teste? Il giorno è consacrato a DIO; non lo dimenticate! L’ultima volta, ho potuto vivere una tale festa, da ragazzo.

12. Se siete dei sacerdoti senza amore”, ammonisce severamente, “che cosa pretendete poi dal popolo? Athaja ha caricato troppi pesi, lo si deve aiutare se lui – umanamente possibile ad ognuno – ha sbagliato. È certamente sincero ed intelligente; lui procura più di due superiori insieme. Per tacere del tutto di Zaccaria! A lui non potete sporgere nemmeno una briciola”. Lo dice, si volta e va con tutti gli altri verso Zaccaria, che è entrato proprio ora nel cortile con Simeone.

13. Tutti rabbrividiscono quando Simeone li saluta. Chi è quest’uomo? Il principe Ahitop tira il forestiero subito di lato e sussurra: “Devo conoscerti più da vicino; se permetti, già domani mattina. Ti prego! Una cosa mi preoccupa: non sei annunciato, e dai nell’occhio ad ogni romano che è da noi già da più tempo. Mi dispiacerebbe se …”

14. Simeone lo interrompe gentilmente: “È intenzione che a nessuno capiti qualcosa di male per causa mia. Anche con il tribuno è venuto in gran parte del personale nuovo e nuove truppe. I pochi di pianta stabile non hanno mai ritenuto necessario di osservare un giudeo più da vicino. Quindi tutto vantaggioso per il momento”.

15. Il principe si meraviglia: “Perdona! Come lo sai?”.

- “Ne parleremo ancora; ora aiuto Athaja. Se tu, principe Giuda, hai buoni amici, fa anche tu la tua parte e va con loro fra il popolo. In voi si deve trovare fiducia e fede, di cui certe pecore stolte hanno bisogno. ‘Pecore stolte’ non è da intendere in modo cattivo; al contrario! Loro hanno bisogno di un buon pastore, sia per l’interiore che per l’esteriore”.

16. “Non sono orgogliosi”, risponde Ahitop. “Per me gli uomini sono dapprima uomini, tutto il resto viene dopo”.

- “Giusto così; per questo sei anche stato guidato subito a me”.

- “Da chi?”.

- “Dal SIGNORE, al Quale è dedicato questo giorno di festa”.

Simeone corre via, e il principe suddivide i suoi amici. Presto li si vedono passare attraverso la folla in aumento, e parlare con molti.

*

17. La gente della città era meno incline a venire alla festa, mentre quella della campagna è venuta volentieri. Quelli di Gerusalemme non si fidano della ‘pace romana’. Ma quando al mattino pochi legionari camminano attraverso i vicoli ed invitano gentilmente qui e là di andare alla loro festa del tempio senza preoccupazione, presto si fa molto vivace, e tutta la Gerusalemme cammina verso la casa di Dio. Solo i bambini, gli anziani e gli ammalati rimangono indietro.

18. Chi doveva conoscere la parola d’ordine, per intervenire nel caso di necessità? E lo stupore di tutti cresce quando il tribuno con il suo scintillante seguito, ma solo con una mezza centuria, entra nel cortile del tempio. Chi doveva sapere, inoltre, che otto centurie, dopo l’inizio della festa, avrebbero circondato il tempio senza far rumore? Se dovessero accadere degli incidenti – cosa che Cornelio però non teme – allora ci vuole soltanto un colpo di corno, e i legionari intervengono.

19. Athaja, Zaccaria, Simeone e alcuni dell’alto Consiglio vanno incontro ai romani. Solo ora i templari si accorgono di Simeone, i quali non avevano quasi badato a ciò che li circondava, perché sono venuti in parte dalle loro stanze anche direttamente prima dell’inizio della festa.

20. Un mormorio passa attraverso la folla, che ottiene il contatto migliore dei templari, che si domandano: “Da dove viene costui?”,

- “Chissà, quale ‘stilita’ (santo delle colonne) ha pescato Athaja”, mormora Jojareb.

- “Fa attenzione”, sibila Hilkia con bocca tirata, “vedremo come verrà presentato il forestiero. Forse qui troviamo una corda che andrà bene ad Athaja. – Ghintoi, serpeggia fin là e ascolta!”

21. Chol-Joses che deve sorvegliare di nascosto gli eunuchi, soffia in modo grossolano: “Mi sopraffa il vostro culto religioso! Se il vostro Dio dipendesse dalla vostra riverenza, non ne esisterebbe più nessuno in tutto il Cielo!”.

- “Spia!”, litiga Jojareb. I più vicini guardano scortesi. Non si sente che bisbigliare. Soltanto, al sano intelletto del popolo, questo vale come un disturbo del festeggiamento. Si vorrebbe anche volentieri sentire che cosa succede là davanti con il romano.

22. Athaja saluta il tribuno molto più cordialmente di come intendeva fare. Il funzionario dà fiducia. “Alto romano e vicino parente del maestoso Quirino Cirenio, che il nostro popolo ha l’onore di aspettare, nel nome del nostro tempio e nel mio, personale, ti saluto rispettoso. Sono lieto di conoscerti e, ti prego, abbi pazienza con me e con il mio popolo, se qualcosa ti sembra strano.

23. Ricorda! Questa è una festa secondo un rituale di oltre mille anni, consacrato al Dio-Uno, il Quale secondo la nostra fede è l’Onniregnante su tutte le cose della vita. Per sincerità, dato che ci permetti una delle nostre feste più care, e perché ti sei abbassato di partecipare alla nostra festa in modo amichevole, posso offrirTi un dono?”

24. Lui fa cenno. Un servo gli porta su un magnifico purpureo un modello argenteo: ‘il tabernacolo di Siloah’. Come opera d’arte quasi impagabile. – ‘Corruzione?’, passa nella mente di Cornelio. Allora incontra il sincero sguardo di Zaccaria. I suoi occhi vanno oltre, verso Simeone, sul quale rimangono fissi a lungo. Lì ancora un vortice: “Chi? Da dove?”. Ma il tribuno viene inondato, come pure il suo più stretto seguito, cui appartiene Forestus.

25. La gioia irrefrenabile sale. Una buona stretta di mano. “Grazie, alto sacerdote. Valuto il regalo come un voto, che la Giudea crede che nessun romano vuole opprimerla; si deve sviluppare sotto la nostra protezione. Lo sperimenterai allora, non appena il governatore imperiale visiterà Gerusalemme per breve tempo. Quello che è da trattare prima, deve svolgersi nei prossimi giorni, per cui, ti prego di venire al tribunato”.

26. Egli dice davvero ‘prego’, pensa Athaja, ma non ordina. Ah, questo fa bene! Ma già il romano continua: “Fa iniziare, affinché il popolo non debba attendere troppo a lungo”. ‘Lui pensa persino al povero popolo’, divampa gioiosamente in Athaja. Lui ha del tutto dimenticato la parola del cuore. Accompagna Cornelio ad una sedia elevata; così è pure provvisto agli ufficiali, dato che si aspettava un seguito molto maggiore.

27. Al cenno del tribuno, i legionari si appostano senza rumore alle pareti, guidati dal comandante, evitando il rumore delle armi, diversamente esercitato con piacere. Oggi questo è stato severamente proibito. I giudei sono attraversati come da un presagio di primavera, come un beato risveglio dopo un sogno agitato.

28. Se non ci si trovasse nel tempio, durante una festa vietata a lungo, i romani verrebbero salutati trionfalmente, come non succedeva in nessun paese occupato. Ognuno dà volontariamente il suo cuore per la festa, soprattutto perché i più anziani ne avevano nostalgia, i più giovani la conoscono solo per averne sentito parlare. Oggi lo Spirito del Signore riposa su Athaja; lo devono ammettere persino i suoi invidiosi.

29. Sin dall’inizio della sua funzione, oggi ha pregato per la prima volta seriamente nell’Onnisantissimo. E Dio aiuta tramite il Suo grande (Gabriel). Non dovrebbe riuscire questo, che succede come segno di un tempo di svolta? I romani altamente istruiti devono ammettere che il modo, la semplicità, e perciò la potenza maggiore, come viene condotta la festa, non si lascia paragonare con le loro feste agli dei per quanto pompose.

30. Il punto culminante è formato dalla predica di Simeone. Egli indica in tratti marcanti la storia d’Israele, e la trasmette in modo meraviglioso a tutti gli uomini. Gli ammonimenti finemente affilati, alla pace, alla tolleranza, al soccorso e, molto di più, sono una parola a tutto il mondo, finché esistevano ed esistono i popoli. Al termine eleva la sua voce, e dopo un discorso d’un ora, dice:

31. “Se la Giudea o altri popoli, se gli uomini che vivevano prima di Noè, oppure che occuperanno una volta il mondo, una cosa vale per tutti: il destino d’Israele è dalla Luce di Dio il destino di tutti gli uomini! Se l’accettano oppure no, non toglie DIO dal Suo Trono, ma viene tolto a quelli che spezzano la legge dell’amore, della fede e della fedeltà! Pensiamo a un grande che ha aiutato a formare la storia di base d’Israele e di altri popoli.

32. Questo è Giosuè (Josuà), che ha occupato il paese con l’Aiuto visibile di Dio [Giosuè cap. 5,13–15].

33. Dio stesso lo ha incontrato e gli ha parlato: «Non lasciare che questo libro della Legge si diparta dalla tua bocca, bensì meditalo giorno e notte, avendo cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto. Allora riuscirai in tutte le tue imprese, prospererai e potrai agire saggiamente!» [Giosué 1,8]

34. Non era solo il libro di Mosè, era inteso il libro del cuore, nel quale si rivela la voce di Dio, quando l’uomo lascia esaminare da Lui il suo cuore [1° Cron. 29, 17]. Giosuè fu fedele per tutta la sua vita. Sotto il suo governo, finché Israele affidò i cuori al SIGNORE, adempiendo la Parola dell’Altissimo:

«Di tutte le buone parole che l’Eterno

avea detto alla casa d’Israele, non una cadde a terra,

tutte si compirono».

[Giosué 21, 45]

35. La pace, l’intesa, la fede, la fedeltà, viene su tutti gli uomini quando sono di buona volontà, quando sono di grande amore per Dio. Chi vive questo, sia esso romano, babilonese, giudeo, persiano o samaritano, sia che abiti a nord oppure a sud, salga con il Sole, oppure cali con esso, in costui si adempie il Dono di Dio per quella alta fedeltà che Giosuè ha conservato per il Signore fino alla sua morte.

36. Quando Israele nonostante tutta la Pienezza di Grazie si è rivoltata nell’ingratitudine, allora il fedele servo ha chiamato il popolo ed ha chiesto che si decidesse per DIO o per le immagini dell’uomo; alla verità oppure alla menzogna; alla fedeltà o al tradimento; all’amore oppure all’infamia! Giosué però levava in alto le sue mani, come aveva levato il suo cuore per il tempo della sua vita, all’onnipotente Dio e diceva:

«Quanto a me ed alla mia casa, serviremo all’Eterno!»

[Giosué 24,15]

37. Ora, popolo, deciditi! Dà a DIO il tuo cuore, allora giungerai presto alla pace che viene giù dal Cielo come rugiada. Non pensare all’esteriore; pensa alle vie sulle quali Dio ti conduce fuori dalla miseria di fede, dall’afflizione del tuo cuore. Poni sempre la Fiamma di Dio al di sopra del fuoco di questo mondo, per quanto bella voglia splendere.

38. Tutto il terreno cade nella tomba; lo spirituale sale in alto, nell’Empireo. Chi consacra il suo cuore al Creatore, la sua vita è radicata nella Terra del Creatore. Scambiate l’avere perituro di questo mondo, con i beni imperituri della Luce, e anche se il popolo va perduto, – non però la sua storia! È quella degli uomini, anche di quelli che non possono ancora riconoscere Dio.

39. Chi fa del bene, ama Dio; chi esercita la fedeltà, adora; chi aiuta i poveri, mantiene il suo voto. Questo lo può fare chiunque, creda quel che vuole! Amore, fedeltà, aiuto e misericordia fanno dei figli di questo mondo la vera immagine, come Dio che si creò le Sue schiere! Conservate questa parola: fate dei vostri cuori un tempio, nel quale regni lo Spirito di Dio! Così vivete ‘nello stesso Paese di Dio’, anche se il mondo vi offre appena una povera casa. – Il Signore vi ha detto che la Sua Custodia è il Guardiano del vostro sentiero”.

*

40. Non si sente nessun suono, non si osa quasi a respirare. Anche ai legionari non è difficile seguire il comando. Stanno come delle figure di ferro, e a qualche petto di soldato si sprigiona un leggero sospiro. Anche Cornelio è profondamente commosso. Indagando, si era guardato intorno, per provare che cosa ‘ci stesse’ dietro, se non… Ora il discorso lo aveva preso; vorrebbe tendere le sue mani, per ricevere anche lui i Doni!

41. Nessuno si muove, finché egli rimane seduto. Finalmente si alza, va diritto verso Simeone e dice, per molti udibile: “Tu sei un uomo di Dio. La tua parola è per ogni tempio. E in verità, allora risuonerà ovunque la verità del tuo discorso! Un romano ti ringrazia!”.

- Cornelio chiede titubando: “Sei un giudeo, oppure appartieni a un altro popolo?”

42. “Sono a tua disposizione, tribuno”, dice Simeone con un sorriso conquistante.

- “Ne sono lieto. Vieni per stabilire un’ora. A voi, alto sacerdote, sia il ringraziamento di un alto romano. Non hai promosso troppo, Zaccaria”, annuisce gentilmente a costui. “E anche tu, Athaja. Ti sei acceso una luce migliore, di quanto mi è stato riferito di te”.

43. Forestus riceve un segno, ed esce. Le truppe se ne vanno. È inutile che i giudei guardino dietro al cordone. Cornelio insieme a tutti i suoi ufficiali prende parte al pasto preparato in modo romano. Athaja sussurra a Simeone: “Fratello, questa tua è stata una parola dal cuore! Ora conosco la mia strada”.

44. Dopo il termine della festa, si raduna il Sinedrio. Oltre ai sacerdoti già noti, dei giudici, dei superiori della scuola, degli uomini dell’amministrazione della città, dei principi e dell’avvocato, ne partecipano ancora i seguenti templari: Usiel, Jissior, Nathan, Eliphel, Malchia, Pashur e Gedalmar. L’alto Consiglio è radunato al completo. Ghintoi ha da sorvegliare l’anticamera.

45. Quando Simeone entra nella stanza, si alzano i sacerdoti principali Jojareb, Hilkia e i sacerdoti insegnanti Usiel, Malchia e Pashur. “Che ha da fare un forestiero al Sinedrio?”, si trattiene Jojareb solo malamente.

- Il principe Ahitop sorride sprezzante: “Aspetta come si rivelerà il forestiero…”.

46. “Noi lasciamo il Sinedrio, se lui rimane!”, beffeggia Usiel.

- “Non c’è niente in contrario”, risponde freddamente Zaccaria. “Quello che c’è da deliberare, può avvenire senza di voi”.

- Malchia ride forte: “Ah, da quando, vale una decisione senza l’unità del Sinedrio?”.

- “Oggi, altri devono dare la loro voce”, abbaia rauco Pashur, “affinché il superiore possa rimanere seduto sulla sua sedia!”

47. Athaja impallidisce. Ma da quando la festa si è svolta in modo così meraviglioso, la certezza in lui è schizzata formalmente in alto: che ogni sciagura si allontanerà da lui! Fa sedere Simeone alla sua sinistra; Zaccaria, come sempre alla destra. “Certo”, dice, “oggi deliberano altri con noi; ma non per via della mia sedia, che non voi potete togliermi o darmi”.

- “Hahahaha!”, Hilkia diventa rosso, “Ti sei fatto ben per amico il romano, traditore del popolo!”.

- A questa battaglia indegna di parole, si oppone Simeone.

48. “Mi meraviglia quanta poca luce dimora fra le vostre file!”, tintinna formalmente. “Fate pensare che ci siano dei ladri, non soltanto sacerdoti, che conoscono la Dottrina di Dio. Chi intendo lo sente già. Non sono stato introdotto da Athaja; perché lui mi conosceva tanto poco, come voi tutti insieme. No! …DIO mi ha inviato! Allora ho fatto una strada la cui misura non commisurerete mai. È ancora in dubbio se voi, animosi, conoscete la mia Patria e, …se la troverete”.

- “Se la trovi solo il romano!”, soffia Jojareb.

49. Thola esclama sconvolto: “Noi, giudici del tempio, siamo indipendenti dal Sinedrio e possiamo allontanare ogni perturbatore della quiete nella comunità, con il principe, con gli uomini funzionari e con l’avvocato!”.

- “E anche il vostro amico Athaja?”, schernisce Usiel.

- “Anche lui”, risponde Hilkior. “Cominciate finalmente come si addice all’alto Consiglio”.

50. Simeone fa cenno tutt’intorno: “Chi vuole occupasi di me, lo faccia dopo. Occupiamoci prima della cosa più importante”. La sua saldezza passa a tutti i buoni; i maligni si piegano, interiormente. Lui sorride. Vengono discusse questioni, come riuscire a liberare da Cornelio, come sostituto Ponzio, almeno le feste più alte, se si riuscisse ad abbassare i tributi percentuali dal popolo, soprattutto dal tempio, che quasi non si riesce più a pagarli.

51. Su richiesta, Zaccaria dice: “Sono stato due volte da lui; egli aiuterà, dato che inoltre, la festa non è rimasta senza effetto su di lui”.

- Si fa sentire Pedatja: “Io profetizzo a certi effetti d’un attimo: nessuna lunga durata!”.

- “Va bene”, dice Simeone con calma. “Domani vado al tribunato, e allora si mostrerà che impressione ha lasciato la notte. Nondimeno, io conosco il tribuno; con lui si può parlare, se si tiene conto del suo modo e della sua posizione”.

52. Hilkia scoppia: “Tu? Conoscere il romano? Ti ha visto oggi per la prima volta. Bugiardo!”.

- “Se non ti deve punire il CIELO”, risuona seriamente, “allora riprenditi l’offesa. Svelto!”

- Ad Hilkia soffia un vento gelido. Affila con forte rumore la lingua, ma non possiede coraggio. “Io, …io ho visto”, balbetta, “…tutti abbiamo visto; …no, non penso che sei un bugiardo”.

53. “Ora tu hai mentito!”, lo scopre Simeone. “Hai balbettato per paura. Non bisogna essere un profeta per vedere le tue bugie. Sei troppo lontano dal Cielo, che il Cielo si occupi di te!”. Una dura parola.

- Hilkia pensa oppresso: ‘Con costui non c’è da scherzare’.

54. “Che io conosca Cornelio”, dice Simeone, “non significa che lui mi debba conoscere. Comprenderete ancora, che ci sono delle cose, da lontano dalla Terra, che voi uomini non potete quasi comprendere, e non le ritenete possibili. Avete riflettuto una volta come il vostro Sole va per la sua orbita, senza vedere comunque nulla a cui sarebbe legato? Oppure di notte le innumerevoli stelle, di cui la maggior parte sono più potenti del vostro Sole?”

55. “Hm, hm”, Athaja si passa le mani nei capelli. “Noi sappiamo che il Creatore conduce tutti i corpi celesti. Lui non ha bisogno di nessuna corda, per legare le Sue luci, come noi con una cintura i nostri vestiti. Ma comprendere…? Ciononostante, credo l’inafferrabile. Anche, che …da lontano dalla Terra ...”. – ‘Tu stesso, forse’, mormora Athaja come a se stesso.

56. Simeone riconduce ciò di cui si è trattato, inavvertitamente nella mano di Athaja, ma dice: “Domani sentirò che cosa ha da dire il Ponzio. Il vostro primo è convocato, e riesce in certe cose, per cui deve avvenire la cosa più importante: il nuovo legame di guida alla fede è che il tempio conoscerà presto solo dei sacerdoti puri. Athaja, quale festa vorresti fosse libera?”

57. “La festa dei Tabernacoli di oggi [Esodo 12, 15] e quella dell’Anno del Giubileo [Zacc. 14, 16 - Lev. 25, 11], e la festa della liberazione [Esra cap. 1 e 6]. L’ultima è in memoria di quando e quante volte il popolo fu liberato dal potere dello straniero”. Lui guarda triste i nemici. “Mi hanno accusato presso il tribuno; ma ora confido nel Signore. Se Lui vuole, non c’è bisogno che il Suo piede schiacci dapprima la semenza cattiva! Così cammino nella salda fede; e Dio darà ciò che è giusto per tutti noi”. – Simeone e Zaccaria lo guardano lieti, commossi.

58. Il principe Ahitop dice riconoscendo: “Amico mio, ora hai dato ciò che un autentico alto sacerdote deve dare. Io propongo di richiedere di diminuire la percentuale per il paese, così pure la percentuale per la proprietà, che grava particolarmente sulle case grandi. Se otteniamo questo, abbiamo intanto ottenuto molto. Non si può far scendere il Sole, è anche sufficiente scaldarsi al suo raggio. Che ciò non sia una pretesa, solamente, sottoponetelo al tribuno, se vuole trattare a nostro favore”.

59. “Giusto!”, Chol-Joles, che finora aveva osservato in silenzio, è dello stesso parere. “Forse anche il nostro nuovo amico propone qualcosa?”.

- “Non ha nulla da riferire”, sfida Hilkia.

- “Non sei ancora guarito?”, chiede Simeone. Jaor non si tiene indietro: “Sei come una vipera, e vuoi essere sacerdote del Sinedrio? Ah, il tuo carattere non vale una cattiva moneta!”

60. Zaccaria ferma il vociferare: “La cosa più importante è stata discussa, ora è da decidere quando Athaja, Simeone ed io, staremo nel tribunato. Magari il tribuno invita ancora altri”. Nonostante la buona volontà, la parte animosa non cede ancora.

61. L’odio di Jojareb, lo fa semplicemente scoppiare: “Io annuncerò il tutto al tribuno! Anche che tu, Simeone, non fai parte di noi. Il tribuno, che si è mostrato clemente verso di noi, viene forse esiliato per questo. Oh, questo non gli deve succedere per via della festa che oggi abbiamo potuto festeggiare!”

62. “Tu non l’hai festeggiata!”, dice Simeone duro come l’acciaio. “Il tuo cuore non era presso Dio! Hai soltanto riflettuto come potevi far agire la tua cattiveria, persino contro il tribuno. Inoltre, ti invito di venire domani con noi. Certamente, …per te non c’è garanzia che rimani l’accusatore oppure di sentire il taglio della spada. Non senti già la sua punta?”.

- Come Hilkia, così striscia anche Jojareb in sé. Quest’ultimo pensa in modo non sacerdotale: ‘Per Satana! Con costui non c’è da trattare in modo semplice!’

63. Athaja conclude il Consiglio, dopo che ha cercato nuovamente di rappresentare tutte le animosità come insensate. L’unico che si lascia toccare, è Malchia. Va a casa riflessivo.

 

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III° / Cap. n. 5

Simeone e Cornelio - L’inizio fra Roma e il tempio

1. Simeone e Cornelio siedono di fronte. Il tribuno, si sostiene la fronte, riflette. La storia di Israele era singolare; e la ‘Stella’ non è del tutto cancellata, nonostante l’onere della giornata che gli ha lasciato poco tempo per una retrospezione, tenta di nascondere la sua incertezza davanti a Simeone.

2. “Io sono romano! La vostra fede in Dio non può essere messa in accordo con la mia opinione. La festa, nonostante il tuo discorso – perdonami – mi è sembrato noiosa. Le nostre feste degli dèi sono di tutt’altro genere”.

- “Sei sempre tornato a casa soddisfatto delle vostre feste agli dèi?”. Questa domanda risuona paterna.

3. Cornelio guarda Forestus. Costui si scuote. “No!”, indugia il tribuno. “Io vado via quasi sempre presto, se non mi trattiene il Cesare. Soltanto i giochi di lotta e di coraggio, e la comparsa delle vestaline mi rallegrano. In ciò predominano forza e bellezza, là nessuno deve stare muto senza essere partecipe, come nelle vostre affumicazioni, durante le lunghe litanie. E adorare un solo Dio alla volta – presso Ercole – non aggrada a nessun romano!”

4. “Comprendimi”, sorride Simeone. “si tratta inoltre del fatto, dove e per che cosa uno è nato. Ora, amico mio”, a questo, Cornelio annuisce, “non è determinante l’esteriore. Chi può risvegliare il bene nel petto, costui cercherà presto di evitare l’ingannevole di questo mondo, senza essere un asceta. L’ascetismo non è più buono”.

5. “Lo supponevo…”, sfugge a Cornelio. “e, …la tua età? Oggi vedo che non porti nessuna maschera. Ieri mi è venuto il pensiero. Sembri più giovanile di quello che sono io stesso. Come mai? Non hai l’aspetto di un giudeo. Ho sospettato di te; il sospetto sussiste tutt’ora, anche se…”, Simeone non fa notare nessun moto di sospetto, “…non ti considero come spione, come mi era stato riportato al mattino. Ecco la letterina!”. Porge a Simeone una pelle d’asino finemente conciata.

6. Simeone legge e ride: “L’asinello si è tradito…”.

- “Ahaa…? Sappi, sopporto molto, ma non tutto! Dimmi il nome!”.

- “Mi prometti di non intraprendere nulla contro di lui? Almeno non subito. È un povero sciocco, che non conosce nessun caldo battito del cuore”.

7. “Non prometto niente, mi sei ancora troppo poco trasparente. Per me l’asino può galoppare finché si spezza le gambe da sé”. Il romano alza di malumore le sue ciglia.

- “Aspetta un po’…”, dice buono Simeone, “se non oggi, o domani, così si avvicina il tempo di quando impari a pensare diversamente”.

- “E rimanere con ciò un romano?”, deride il tribuno.

8. “Sì, nell’esteriore rimani un romano. Indipendentemente da ciò: se lo spirito della Vita che sta al di sopra del perituro, delle cose della materia…”.

- “Spirito? Prima hai parlato dell’anima. Haha…, all’età ci si girano ben certe cose…”.

- Simeone restituisce in modo fine lo scherno: “Non necessariamente! Spirito e anima sono due parti di Forze che originariamente e permanentemente hanno tutti gli spiriti, le cui dimore sono sulle stelle”.

9. “Tu vaneggi”, esclama di malumore Cornelio, mentre Forestus si tocca la fronte. – “Pazienza! Invita alcuni templari e cittadini al colloquio. Allora sentirai certe cose e raggiungerai contemporaneamente il miglior contatto. Presto riconoscerai anche ciò che ti annuncio: la mia Patria si chiama EMPIREO, e l’ultima volta sono proceduto dal luogo MYRÄÄON”.

10. “Dove sono questi paesi?”, chiede avaro Cornelio.

- “Non si può spiegare con una dozzina di parole. Il mio Re mi ha mandato da te, e perché ti ama già da molto tempo”.

- “Ma ora basta!”, Cornelio salta su, la sedia cade dietro di lui. “Con questa canzonatura non puoi procurare molto per i tuoi giudei! Ho voglia di …”.

- “…imprigionare? Non ti è corrente l’omicidio! Tu, tribuno con un cuore, che non Roma ha partorito!”

11. Gli uomini si trovano duramente di fronte. Due paia d’occhi fiammeggianti, l’uno dalla spinta per il potere, l’altro in un bagliore da lontano. “Siediti…”, dice Simeone come a un malato, “…e ascoltami ancora. Tu hai pensato ‘…se il mio Re fosse più potente che Augusto e dei vostri legionari, sui quali tenete cose grandi’. Guarda soltanto indietro! Dove sono i sumeri? Dove la Caldea, l’antico Egitto, la Media, la Persia e la Babilonia? Loro sono saliti e caduti giù; e così succede a ogni popolo che edifica soltanto sull’arbitrio e sulle armi!

12. «Poiché più alto che il lucido ferro sta la Grazia;

più pesante che la corazza, pesa la Misericordia;

più tagliente che una spada, è l’Onnipotenza;

più veloce che il veloce cavallo, corre il Diritto di Dio!»

13. Questi e molto di più, sono le nostre armi! Tribuno…”, la parola di Simeone diventa dura, “…nessuno s’avvicina a me, perché il mio Re è il Signore di tutto ciò che vedi, e di ciò che non puoi nemmeno vedere. Ciò che tu vedi somiglia ad un unico legionario, confrontato alle vostri dodici legioni, che non puoi vedere tutte insieme.

14. Tu ami le stelle. Esse si vedono come una scintilla; e non sospetti quanto sono grandi, quali esseri viventi ci siano, formati meravigliosamente di spirito, cuore e anima. Una stella è Mireon (Mirääon). Da là sono venuto. Il firmamento maggiormente invisibile si chiama Empireo. Ti prendo ora in giro? Oppure ti offro una verità, di cui i vostri sacerdoti non hanno nessun bagliore?”

15. Cornelio fissa gli occhi chiari. “Ho bisogno di anni per digerire questo. I greci hanno degli scritti antichi, ma è tutto pensato, di più, anche dei geroglifici egiziani devono annunciare di ciò. Tu parli come se questo fosse la cosa più naturale del mondo. Ora, …oggi non c’incontriamo; mi manca il tempo. Le galee del Quirino sono già a Sidone, su Tiro e su Cesarea; poi viene qui. Devo sbrigarmi, per svolgere le cose più grossolane”. Cornelio si asciuga il sudore. Forestus, facendo come lui, si avvicina, nelle due mani un monte di rotoli.

16. “Tribuno, non ce la faccio da solo. Il confronto con i nomi non correnti, – è finito!”. Fa cadere i rotoli. Il tribuno avrebbe quasi riso, mentre Simeone sorride continuamente. – “Posso aiutarti?”, dice lui impegnativo. “Ti leggo i rotoli, tu controlli e fai una striscia su ogni tavoletta. Così è sicuro che alla fine è tutto giusto”.

17. “Per Polluce!”, Cornelio s’inchina verso i rotoli. “Mi vuoi davvero aiutare? Sai, non lo permetterei nemmeno ad un Zaccaria, che è certamente onesto. Ma con te…”, il romano inghiotte il resto. – Simeone divaga abilmente: “Guadagni molto tempo. Se hai bisogno di me, ti aiuto volentieri fino all’arrivo del Quirino”.

18. “Per quando erano convocati i vostri sacerdoti?”.

- “Per il pomeriggio!”.

- “Allora, piuttosto, questa sera”.

- “Invita presto alcuni uomini come ti ho consigliato; ti comunico i nomi”.

- “Non dei denunzianti!”.

- “Sei risparmiato”, ride Simeone.

- Di nuovo, il romano nota in lui il riso di un bambino felice, gli occhi di un forte ragazzo, la sapienza di un anziano.

*

19. Dopo uno spuntino ci si mette al lavoro. Forestus si stupisce di come tutto funzioni. “Ah, qui c’è il tuo cartellino, Simeone e, …che cosa sei? Sacerdote d’insegnamento e, …profeta?”, s’inchina un poco.

- Cornelio al quale oggi scorre il lavoro, viene vicino. “Fa vedere!”. L’esamina precisamente. È autentica, ed ha persino già un colore antico. Allora si rende conto:

20. “Secondo la targhetta non sei un giudeo. Nei miei confronti hai menzionato la tua Patria, …come?”.

- “Empireo”, aiuta tranquillamente Simeone.

- “Quindi?”.

- “Non ti sfugge nulla?”, dice Simeone. “A volte non vedi il bosco, per tutti gli alberi. Il mio essere, indipendente dalla vita di questo mondo, proviene dall’ ‘Empireo’.

21. Sono venuto qui, diversamente da te. Se ora fossi un gallese? Nessun uomo determina la sua patria, eccetto dalle premesse che per ora non comprendi ancora. Nato a Roma, tu sei un romano. Io sono venuto a Gerusalemme, di conseguenza, qui sono a casa. Così la mia targhetta deve essere giusta, vero?”. – Cornelio è perplesso. “Per Apollo, hai ragione!”. Quanto è intelligente l’anziano. Se si potesse conquistare costui per Roma… Un sospiro, oppure è stato solo il vento che passa attraverso le finestre…

*

22. Ancora un’ora fino alla sera, ecco che chiama Forestus: “Finito!”.

- “Come? Finito? Con tutta la città?”.

- “Sì!”, il comandante mostra fiero sul tavolo, dove giace tutto ordinato, diversamente dal al solito. “I sacerdoti d’insegnamento e profeti possono fare di più che i giocolieri persiani?”.

- A Simeone saetta un sorriso intorno alla bocca: “Ti hanno già potuto bluffare?”

23. “No! Soltanto, la tua magia di lavoro mi rimane inafferrabile”.

- “Non è magia, è appunto un sistema. Quando impiegate i vostri legionari, allora badate acutamente ai sistemi nei particolari, come il soldato deve lottare oppure difendersi con scudo, spada e lancia. Se vuoi condurre con sicurezza quattro o persino otto cavalli, allora ogni briglia dev’essere usata con precisione, altrimenti i cavalli rovesciano il carro”.

24. “È successo, quando stavo ancora imparando”, ghigna Cornelio. – “Senza Simeone avrei avuto bisogno di quattro giorni per questo scavo”, dice Forestus. “Sono libero, per questo?”.

- Cornelio nega.: “Ci occupiamo subito dei paesani”. Rivolto a Simeone, a metà chiedendo: “Vuoi davvero aiutare? Domani o dopo domani. Non lo devi fare gratuitamente”.

25. “Mi sono offerto! Possiamo fare molto, prima che venga Cirenio. Lui è preoccupato perché hai meno buoni uomini, immaginando quello che ti ha lasciato l’ultimo Ponzio. Prendo delle monete d’argento e dei sesterzi, per i terribili poveri di questa città che dimorano più indegnamente che qualche cane nella vostra Roma”.

*

26. “Non esagerare! Non ho visto nessun uomo nudo”. Cornelio è inquieto perché Roma… No, no, solo alcuni incapaci l’hanno sconvolto. Presto deve notare che è molto peggio quel che aveva soltanto osato pensare. – Si va nella sua camera privata. Dopo il pasto – sono ancora con il vino – vengono annunciati i due superiori del tempio. Il saluto risulta in modo più cordiale di come sarebbe generalmente usuale.

*

27. Dopo aver discusso su diverse cose, Simeone attira l’attenzione sulle gravi situazioni in Palestina. A volte il tribuno si scalda. Lui vorrebbe vedere Roma pulita, perché lui stesso è di senso pulito. Ma se il Quirino annusa il cattivo arrosto, chissà, che cosa ne seguirà.

28. Simeone lo tranquillizza: “Non pensare, tribuno, che sarai molestato con cose di cui non hai colpa, che non ha causato nemmeno il tuo Cesare. Quando sarà tutto scoperto, allora è bene per il Ponzio Naxus (nomignolo) e per i suoi aiutanti, che non siano più in vita”.

- “Come non più in vita?”, Cornelio, atterrito, salta su: “Sono in esilio su Melite (l’isola di Malta), finché il controllo non è terminato. Allora sarà stabilita la misura della punizione. Il Quirino Cirenio, a cui è affidata la faccenda, non emette nessun giudizio di morte affrettato”.

29. “Sono fuggiti su di una piccola barca che è affondata nella tempesta. Nessuno è ritornato vivo”.

- “Qual destino”, mormora Forestus, e sparge alcune sferette di resina sull’altare di casa.

- “Come mai che lo sai?” chiede Athaja.

30. Zaccaria guarda Simeone con dedizione: “Lui è un profeta; che miracolo se sa tali cose”. Nuovamente, Simeone tranquillizza: “Cirenio te lo confermerà, tribuno; si trova in pieno viaggio e arriva prima del previsto. Perciò ti ho offerto l’aiuto”.

31. Athaja per paura nasconde un sorriso. Ora sa come il tribuno ha avuto il cartellino di Simeone, come riferisce Cornelio, ‘senza magia’. È cambiato in meglio. Per le cose superiori è ancora soltanto un foglio scritto a metà. Quando il tribuno lo capirà? Ma il discorso è già in un’altra direzione.

32. Simeone spiega ancora altro dal suo discorso del giorno di festa.

- Il templare si stupisce per quanto Cornelio si ricorda. “Tribuno”, aggiunge, “è meglio se impari a conoscere di più il paese, la gente e i costumi. Il Naxus, come lo si chiamava per via della sua slealtà, non si è dato la fatica di ascoltare neanche coloro che erano spinti alla disperazione, per non parlare di occuparsi della indigenza che si è creata a causa dei suoi inauditi ricatti”.

33. “Ricatto? Roma non lo fa! Le tasse erano alte; ma pensate, costa molto stabilire il muro a Est. Forse ancora un breve tempo, e la tassa viene diminuita”.

- “Davvero?”, chiede Athaja. In ogni caso aveva portato con sé alcuni rotoli delle tasse. Li presenta e dice:

34. “Alto romano, perdona se oso presentarli: negli ultimi cinque anni le tasse dei paesi sono raddoppiate, la tassa per casa e tempio, triplicata. In più, la servitù è senza soldo, e alla servitù non è stata tolta la contribuzione”. – “Ce l’hai per iscritto? Sono stati conservati i conteggi, per presentarmeli?”. La rabbia del tribuno non conosce limiti. Tutto il bello del giorno e della sera, ora è soffiato via.

35. Athaja glieli porge. Zaccaria annuncia: “Il Ponzio ha ordinato sotto pena di morte, di conservare i documenti, perché di tanto in tanto avrebbe fatto dei controlli, dove lui, …per riscuotere altro”. – “Domani controllo la faccenda!”. Nelle singole cifre, Cornelio vede subito che appena la metà dei denari riscossi erano giunti a Roma.

36. Il peggiore dei problemi lo spezza Simeone: “Cornelio, se controlli gli atti, allora sembra come se la documentazione del tempio sia falsa. Il Naxus si preparava sempre un duplice conto: per il tribunato, e per Roma. Nella cupola della casa trovi la cassapanca dove giacciono gli scritti originali di tutti i documenti”. Cornelio va avanti e indietro, combattendo a fatica la sua ira. Che dei vinti dimostrano l’indegnità di un vincitore, gli passa oltre ‘il bordo dell’elmo’, come egli usa dire.

37. Forestus conosce il suo superiore. Di nascosto sussurra ai sacerdoti: “Andate a casa; vi faccio accompagnare dalla guardia. Ora siate tranquilli, lui scoprirà la verità”. Anche al vecchio guerriero succede come al suo capo. La vita da soldato risparmia poca finezza; ma questo? Ai vinti? No, questo è ripugnante.

38. Non appena sono andati via gli ebrei, Cornelio comincia a infuriarsi: “Questo malvagio! Questo omicida a tradimento!”, segue un flutto di cattive maledizioni. Forestus salva fulmineamente un bel calice, a metà riempito di vino, che Cornelio vuole sfracellare. ‘Lasciarlo sfuriare’, mormora dentro di sé.

39. Cornelio manda a prendere le cassapanche. Vi scava dentro velocemente. Con una forte luce di fiaccole ce la fanno da soli. Nessuno deve vedere quest’onta. Il mattino arriva quando la maggior parte del materiale è al sicuro. Forestus porta un pasto in più, un pesante vino. “Dormi un paio d’ore; poi mi dai il cambio. Credo che Simeone, …per Diana e per il suo esercito! …voglia essere chi voglia, ci aiuterà. Dobbiamo, agli ebrei …”. – “Credi forse che chieda loro di mordersi da sé la loro lingua?”

40. “Ascolta la tua vecchia barba: loro rimangono muti per un sentimento d’onore …”.

- “…che il Naxus non possedeva?”.

- “Non così forte. Penso, anche perché li hai conquistati. Per il lupo! Chi ti può resistere?”. Forestus lo dice in modo delicato, rude.

- “E va bene”, brontola Cornelio, “Ma poi, i cittadini? Se l’accusatore è nel tempio, chi ci garantisce il suo silenzio?”.

- “A questo provvederà il tempio stesso”. La certezza di Forestus si deve affermare.

*

41. I superiori si consigliano ancora fino a tarda notte. ‘Tacere’ è la parola d’ordine. Prima di andare a dormire, Athaja dice: “Simeone, mi hai stupito in quale modo hai intrufolato il tuo cartellino. Non è …”. – “…sospetto?” completa Simeone tranquillo, “No, è soltanto avvenuto per la vostra protezione. In tali casi agisce meglio l’intelletto, per ottenere il bene urgente. E per via dei tuoi nemici che l’ho fatto”.

42. “Perché hai dato al tribuno il consiglio di derubare i morti della loro ricchezza? Mi pare mondano”. – “Già! Ma è meno per i morti; perché l’onore dell’uomo somiglia alla polvere che ci si scuote dai piedi nei confronti di tutto l’Onore di Dio. Era più necessario per via della circostanza. Così il romano conserva il suo onore, che ama sopra tutto.

43. Sono quasi sempre le persone buone che badano all’onore. E il tribuno si vergogna davanti a voi. Se ora da parte nostra viene la proposta che lui ha formulato fuggevolmente, ed io ho detto di presentarla da sé al Quirino, allora il tempio e il popolo appare in una buona luce. Questo può essere utile a tutti”.

44. “Non mi sarebbe venuto in mente”. – Simeone annuisce: “Ricorda: solo il pensiero che spinge alla parola e all’azione, è l’impronta, come si rivela tutto. Se ha l’effetto di aiutare, di guarire dov’è necessario, così tutto quello che si fa e non si fa ha il volto della Luce. Se avessi portato il mio cartellino per un vantaggio mio, sarebbe stato inganno. Dato che non io ne ho bisogno, il Cielo ha dato la riuscita”. Un sorriso d’angelo passa sul volto di Simeone. “Avrei potuto farlo miracolosamente; ma per il vostro insegnamento è avvenuto come appunto l’ho fatto”.

45. “In fondo è stato comunque un miracolo”, riflette Zaccaria. “Ti offri al romano, lui dice subito di sì, che mi ha fatto stupire, e precisamente viene controllato il tempio insieme alla città”. – “Per il nostro santo buon Padre-Dio, tutte le cose sono possibili. Egli in più aiuta anche nel terreno, per la comprensione dei Suoi figli terreni”.

 

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III° / Cap. 6

Aspre dissonanze – Il Cielo aiuta – La preghiera di Anna e di Simeone

Continua il consiglio - Battibecchi tra due fazioni, i cui peggiori sono quattro: Hilka, Jojareb, Pashur e Usiel – Entrano Anna e Simeone e li smascherano – I quattro vanno via e complottano, ma sono scoperti da Anna – Poi si recano altrove, senza sapere che Anna e Simeone sapranno ciò che tramano

1. È l’invito. Jojareb, Hilkia, Usiel, Pashur, Ginthoi e Malchia sussurrano. Ci sono anche alcuni sacerdoti inferiori che s’inquietano di meno, di non avere avuto nessun invito. Soltanto, anche loro mescolano la pentola di veleno.

2. Jojareb sibila come un serpente: “Perché non noi?”.

- “Lo chiedi ancora?”, ride Usiel.

- “Questo va sul conto di Simeone!”.

- “Ma ho…” Jojareb fa come se venisse qualcuno. Quasi si sarebbe tradito da sé. Ora critica i cittadini che sono stati pure invitati. Rimane risparmiato solo il principe Ahitop; costui fa subito un breve processo.

3. Nella loro confusione arriva Chol-Joses. “Aha”, dice provocatorio, “i reietti conferiscono!”. In genere si tiene indietro. Ma lo spionaggio e l’infamia non sono quasi più sopportabili.

- Hilkia schernisce: “Naturalmente, chi può bere i vini di Roma…”.

- “In quale fogna hanno educato te?”

- “Non osare troppo!”, grida Hilkia, rosso come un gambero, “altrimenti ti uccido!”

- “Del tutto degno di te!”, entra Zaccaria. “Con lui, uno non se la rovina volentieri, altrimenti due terzi del tempio sono i loro avversari”.

- “Mi ha provocato”, cerca di scusarsi Hilkia.

4. “No! Vi ho già sentito dalla porta. È dignitoso, se sbraitate come cattivi ragazzi nel santuario di Dio?” Il rimprovero è arrivato.

- Hilkia alza la mano, come se ora volesse giurare: “Non hai nulla da dirci”.

- “Per nulla!”

- Malchia è inquieto: “Lui è il secondo alto sacerdote”, voltandosi a metà, aggiunge: “Da tempo vi occupate di sedizione; con voi non si può più fare nessun discorso su Dio. Mi ha oppresso e …”.

- “…ora ci abbandoni?”, s’arrabbia Jojareb.

5. “Come lo chiami, non m’importa”, Malchia fa il gesto come se cancellasse. “Simeone ha ragione di escludervi. Quale impressione dovrebbe avere di noi il tribuno, quando vi spronate come dei vecchi galli? Vergognatevi!”

6. “Che ha da dire qui un sacerdote d’insegnamento?”, soffia Hilkia. – “Oppure Usiel e Pashur?” interviene veemente Zaccaria. “Ti avverto, Hilkia, che se continui così, convoco il Consiglio della città e dei principi! Se passa favorevolmente, vengono licenziati tutti i disturbatori della quiete; per me, a riposo (in pensione)”. Questo aiuta. Non si è mai visto Zaccaria così deciso.

7. “Aspettate; chiedo ad Athaja di discutetre di ciò che è contro di voi, …infantili. Invece d’essere contenti che Simeone ha preparato una via per offrire un miglioramento alla nostra miseria, subita per decenni, voi vomitate il vostro inferno e calpestate ciò che ci può portare benedizione!”. Lo dice e va via. A metà irato, a metà stupito, il consorzio rimane lì.

8. Chol-Joses offre la mano ad Hilkia. “Perdona, non volevo essere cattivo. Mi ferisce ciò che danneggia l’onore del nostro tempio”.

- Ci vuole un po’, prima che Hilkia afferri la mano offerta per la pacificazione: “Molto ci disturba! Lo sai che Athaja cospira? Mi è stato riferito ieri. Noi tutti vogliamo che la Giudea sia libera! Ma affratellarsi in segreto con il popolo…? No, questo è falso e ci costa la testa!”

9. “Voi sapete cospirare bene”, dice una voce, odiata dai perfidi. Simeone sfiora Jojareb: “Ti do un buon consiglio: si scrive qualcosa sulla pelle d’asino, che, come tale, viene prodotta per il tempio, e la si invia molto presto, quando il romano si sta svegliando, tramite uno qualunque del popolo, in modo che nonostante la comune sofferenza, si guardi orgogliosi dall’alto in basso, nel tribunato”.

10. Jojareb diventa pallidissimo. Oh, guaio, non lasciamoci prendere dal panico ora. Sussurra a Pashur: “Costui vaneggia molto su tutti”.

- “Non so; qualcuno lo ha certamente consigliato; lo dice troppo deciso”.

- Nel frattempo arrivano gli alti sacerdoti, mentre Simeone abbandona la sala. – “Ritorni?”, gli chiede Zaccaria.

 - “Sì, voglio andare a prendere qualcuno che ho incontrato nel tempio e il cui puro cuore di Luce può bandire qualche oscura ombra”.

11. ‘Chi sarà mai?’, riflette Athaja. Lui vorrebbe volentieri eliminare il disaccordo e pulire il tempio. Ma ecco, quanto è difficile, dato che lui stesso era stato senza-Dio per lunghi anni, …nella casa di Dio. Voleva dismettere la sua funzione, se Simeone non fosse diventato tutto il suo sostegno, il suo conforto e la sua forza.

12. “Dimenticate il male”, raccomanda lui.

- “Fateci vivere come sacerdoti di Dio”.

- “Hah, ti dispiace di aver cospirato da quando pieghi la gobba davanti a Roma?”, l’odio di Hilkia arde fiammeggiante.

- Athaja si riprende: “Voi sapete che non sono mai stato dal Ponzio, soltanto agli scalini dove si trovano i criminali quando io e Zaccaria andammo a prendere la conferma come alti sacerdoti. Voi non avete ancora sperimentato una tale vergogna.

13. Oggi so: DIO ha fatto venire su di noi la Mano da penitenza. Egli ci avrebbe volentieri benedetto; ma noi non ne eravamo degni. Eravamo smarriti come pecore. Perciò ora prego ognuno: ‘Rivolgetevi di nuovo a Dio; seppellite l’odio e lasciate regnare l’Amore di Dio!’. Aiutatemi! Perché la mia funzione, in questo amaro sconvolgimento e con il peso dell’occupazione… Ma pensate che sia facile? Voi dormite sempre tranquilli, la responsabilità viene sempre rovesciata su di me. Venite! Siate uniti!”, Athaja offre ad ognuno la sua mano.

14. Malchia ed alcuni sacerdoti secondari l’afferranno senza indugio, mentre Hilkia e Jojareb fanno come se non vedessero la destra offerta. L’alto si distoglie seriamente. Nello stesso istante entra Simeone, con lui Pedatja, Malluch, Jissior, Eliphel e, …una donna.

15. “Madre Anna!” [Luca 2,36-38], Athaja va verso l’anziana. “Da tanto tempo non sono stato da te; i giorni si succedono rapidamente”.

- “Lo so, figlio mio”, dice cordialmente Anna. Lei chiama tutti, figlio e figlia. Quarant’anni fa, dopo un breve matrimonio con il sacerdote Charmi, diventò vedova. In genere gode di molta adorazione; è anche di spirito intelligente e profetico. Anche adesso, a settantasette anni, cammina quasi piegata.

16. Athaja le offre una sedia.

- “Non ho voglia di ascoltare le chiacchiere della vecchia”, mormora Jojareb all’orecchio di Hilkia.

- “Nemmeno io; squagliamocela!”.

- Anna batte con il suo bastone sulle pietre. “Dove volete andare, voi, bricconi?”. Lei può permettersi questa parola.

- “Abbiamo cose urgenti da fare”, Jojareb fa una faccia maestosa.

17. “Lascia cadere la tua maschera”, dice Anna. “E ora cominciate. Che succede? Padre Simeone è venuto a prendermi”. Ci si stupisce. La profetessa non ha mai messo nessuno al di sopra di sé. Questo, per grande amore. Lei vuole bene ad ognuno, anche ai cattivi, per stimolarli al ritorno. Agli scansafatiche non rimane risparmiato di risedersi.

18. Simeone comincia: “Stanno girando dei giochi malvagi. Non devo dimorare a lungo presso di voi per intravedere il vostro angolo oscuro. Nell’esteriore ci si avvolge in abiti costosi e ci si mettono dei turbanti alti [Es. 28,39], affinché il popolo vada in ginocchio per tanta riverenza. Durante piccole feste si tengono grandi discorsi e si prende l’ultimo quattrino (1/2 penny) che qua e là la povertà possiede ancora.

19. Certo, …i pesi sono grandi. Ma devo nominare quelli che vivono nell’abbondanza perché i loro padri hanno seppellito molto? Ci si lascia nutrire dal tempio in tempi difficili, ma oro e argento sono nascosti. Hiklia, tu non indicare con il dito al tuo alto sacerdote! Lui vive del proprio poco denaro. Quello che ha posseduto, fu messo da parte per aiutare il popolo non appena ci si potesse liberare. Ora lui sa che questa faccenda è di DIO!

20. Voi avete cospirato, non Athaja! Aavete molti con voi con i quali volete andare contro Roma. Voi, deliranti della libertà! Con un paio di vecchie lance volete vincere Roma? Io vi dico: ogni potere mondano, per quanto sia grande, si lascia vincere soltanto con l’AIUTO di DIO, …mediante la preghiera! Non ridete! Io posso sopportare facilmente il vostro ghigno; se voi il mio conteggio, da tenere su incarico di Dio, che sia messo lì”.

21. “Ci chiami deliranti della libertà?”, schernisce Jojareb. “Conosci poco la nostra norma, ma ti sei intruso come ebreo. Noi manteniamo le norme di Mosè che ci obbliga di scacciare tutti i nemici, di spezzare ogni catena [Numeri cap. 31]. Roma ci sottomette da circa cinquantasei anni, e non dovremmo poterci sollevare?”

22. “Ti devi sollevare davanti al Signore, e non stare abbarbicato pigramente sulla sedia stando nella tua camera. Ceramente tu puoi rimanere anche seduto con i tuoi strilli di parole, che non si eleveranno mai al di sopra del tetto del tempio, per non parlare della maestosa Altura di Dio. Che cosa vuoi ancora, dunque?”

23. “Lamentarmi di te!”.

- “Presso chi?”, lo canzona Nathan.

- “Lo ha già fatto presso il tribuno. Possiedo la sua pelle”, Simeone la mostra.

- Jojareb, cercando di nascondere il suo sgomento, s’infuria selvaggiamente: “Non è vero! Vuoi solo rovinare me e i miei amici, perché noi…”.

- “…eliminare Athaja e Zaccaria! Pronuncialo! Io so tutto!”

24. Certi non amano Athaja; ma una tale infamia…? La pergamena è proprietà del tempio, e la calligrafia è nota.

- “Ha ragione lui!”, dice Usiel, “Tu, Simeone, sei entrato furtivamente, e rovesci tutto. Nessuno sa ancora chi tu sia”.

- “Chi egli sia?”, Anna si alza. “Ah, voi bambini”, si rivolge agli uomini, in parte anziani. “Quando viveva il mio Charmi, sotto Pompeo, c’era qualche cattiva lite. Ma quello che succede qui, non lo ha mai visto il tempio da quando Salomone poté edificarlo.

25. Voi avete un solo Padre: DIO, il SIGNORE! Oppure, voi cattivi provenite dal mondo degli inferi? Fermati, Pashur, le tue labbra mentirebbero. Lo fareste per amore del popolo, se venissero dimessi i vostri superiori? No, povero figlio, che ti allontani dalla Luce e dall’Amore di Dio. Credi forse che sarebbe meglio se Jojareb ed Hilkia fossero al governo? Sperimentereste proprio il contrario! Io vedo tutte le ombre che vi circondano senza sosta”.

26. “Allora siamo senza colpa!”, s’inserisce Usiel malignamente. – Anna lo minaccia: “Non osar dire la stessa cosa appena ti trovi davanti al Giudice sublime! Voi nutrite l’odio, e di questo vivono i vostri asmodi (demoni). Mosè, su cui vi appellate, ha insegnato l’amore, oppure l’odio [Lev. 19,17-18]? Non lo sapete? E tuttavia volete essere sacerdoti di Dio, dotti nella legge…?”

27. “Era amore, quando Mosè ha ordinato di estirpare gli amorrei [Numeri 21,21-31]? Non furono anch’essi e le altre tribù, creati da Dio? Allora l’avrebbe seminato DIO, l’odio fra noi e fra i popoli a noi estranei! Quell’odio è schizzato in alto. E ancora oggi il sangue scorre a fiumi su questo povero mondo, e continuerà a scorrere finché un giorno non ci saranno più uomini”.

28. “Il tuo odio si perde nella sabbia, come – forse – il tuo sangue!”, la profezia li spaventa. “Io vi dico”, dice ancora Anna, e la sua voce suona come delle campane oscure, “non parlate dell’amore come di cose del mondo, per quanto volete mettergli dei bei mantelli.

«L’amore, che non radica nell’Amore di Dio,

è un albero nudo, un cespuglio magro,

un fiore appassito, un’erba calpestata!»

29. Nessuno un giorno potrà mai scusarsi. Ma se volete sapere…”, lei guarda i maligni tutt’intorno, e poi li pone su Simeone, “…chi è lui, allora vi consiglio bene che è meglio non chiedere; perché non lo potreste sopportare. Ora continua, padre Simeone”, guardandolo con occhi chiari.

30. Lui le annuisce e dice: “Dio lascia ognuno nella catena del suo delirio di libertà. Non guidato da LUI, …e l’uomo è libero. Di certo, allora lui è cieco! Non storcere la tua bocca, Hilkia”, lo avverte Simeone. “Tu mondanizzi le mie parole, per causare contro di me della confusione. Oh, voi siete già ciechi, come anche il popolo, che però non ha nessuna colpa, perché ha soltanto poca conoscenza, mentre voi conoscete le Scritture. Quindi il Signore pretenderà da voi il conto, per voi stessi e, …per il popolo!

31. Il Creatore ha indicato che Israele deve essere guidato in ogni tempo. Ma voi avete scambiato la libertà di questo mondo con lo spirito libero. Chi si eleva al di sopra di altri, vuole fare ciò che non sopporta per se stesso. Ho ragione? Quando un giorno arderà quella Fiaccola a chiedere il rispetto di tutti gli altri come se stessi, allora sulla Terra ritornerà la vera PACE! Allora non esisteranno più tali uomini, come ci sono ancora oggi e ci saranno ancora per lunghi tempi.

32. Chi non si lascia guidare qui, cade, quasi sempre molto in basso. Quindi Roma doveva agitare la stanga di ferro, perché molti di voi non si sono piegati al soave bastone da Pastore di Dio. Oh, rimanete nel vostro delirio di libertà, perché Dio vi lega ancora più forte al ‘dovere della vita’, …in più, per il vostro bene.

33. Va dal romano, Jojareb, con i tuoi eroi della libertà, e digli: ‘Noi siamo uomini liberi; parti con la tua orda!’. Se ti va bene, ti risponderà: ‘Ritornate strisciando nel vostro buco!’ – Oggi Dio vi presenta il termine di Grazia, affinché vi possiate convertire. Anche per tutti gli onesti”, Simeone guarda la fedele schiera, “c’è da estirpare ancora qualcosa. La massima libertà che ci si può conquistare, è soltanto quella di sottomettersi volontariamente a Dio, per essere da creatura, figlio Suo

34. I maligni non cedono, nonostante l’offerta di grazia. Pashur getta indietro la testa e ridacchia:”Figlio? Noi uomini? In più, io con la mia lunga barba? Creatura sì! Con ciò finisce la mia fede, perché Roma ce l’ha tolta.

35. Pensi, Simeone, dondolando su nuvole lontane, che la vita dia via libera ad inseguire ideali? Per me rimani quello che sei, hai anche parlato come un figlio, ma non come uomo che si trova in gravi lotte della vita. Io per conto mio rimango piuttosto un adulto! Essere figlio, lo lascio a te”. Lo scherzo viene deriso forte dal seguito di Jojareb.

36. Ed ecco, è come se la figura di Simeone crescesse ancora; i suoi occhi fiammeggiano e la voce…, ‘come la Parola di Dio’, pensa qualcuno rabbrividendo. “E se anche la tua barba ti pendesse fin sui piedi, sei ugualmente figlio di Dio, certamente uno cattivo! In te è attaccato il bambinesco. Anche nei confronti del tuo padre terreno rimani figlio, anche se diventassi vecchio come Mosè. Per lui fu un onore ritornare come figlio – lui, il primo principe degli angeli, ed egli lo sapeva [vedi ‘Quando morì Moé’]. Da uomo vecchio sei forse il fratello di tuo padre?”

37. Pashur contraddice in modo ridicolo: “Mio padre? Ah, lui per fortuna è defunto”. – “Ah, è così”, interviene Anna, “tu, uomo da barba, pensi: poiché non vedi DIO, non hai bisogno di essere figlio? Possibile! – Non possedendo la figliolanza di Dio, ...sappi solamente, che poi anche il legame come creatura viene perduta.

38. Allora l’anima deve peregrinare eternamente (essenzialmente morta), fino al suo Giorno del Giudizio, come ombra della sua ombra, senza Luce! Quando sarebbe questo? E tu, …vuoi questo? Rifletti molto precisamente. Non soltanto Simeone, un fratello del nostro grande Mosè; anche il mio amore vi chiama: è misericordia che oggi possiate sentire un tale ammonimento!”.

30. E la profetessa prega: “Eterno buon Dio, guarda a noi con clemenza! Noi camminiamo attraverso il mondo, e TU ci tieni alla Tua mano. Il nostro sentiero rimane nascosto dinanzi al Tuo Spirito? Si può fuggire dinanzi ai Tuoi occhi? Su Cielo, Terra, inferno, …Tu sei ovunque! Se fossimo al bordo più lontano delle Tue Opere, la Tua Destra ci sosterrebbe comunque! Come Tu stendi le Tue buone mani su tutti – e su chi non sarebbe Tuo figlio – così i Tuoi Doni piovono giù su tutti”.

40. E Simeone: “Come le mani, così i cuori. Se il mio piccolo cuore non fosse nel Tuo grande, dove sarebbe allora il mio soffio di vita? Così pure di tutti, Eterno-Santo, che la Tua Volontà di Creatore ha creato! La via è stretta, l’abisso profondo. Fa sempre splendere il Tuo Sole, anche se molti evitano i Tuoi Doni. La maggior parte vogliono solo essere riceventi; hanno dimenticato il dare. TU dai incessantemente!

41. Fa venire a Te coloro che sono spezzati. Tu accogli preferibilmente l’intero, ma nell’amore Tu guarisci anche il distrutto, finché non si vedono più i suoi strappi. Tu sei meraviglioso, Onnipotente! Gli oscuri si trovano ancora davanti al crepaccio, che è da superare solo mediante la fede, l’amore, la fedeltà e mediante il servizio. Oh, presta per questo i Tuoi pilastri: la Pazienza, l’Amore e la Misericordia! Il Tuo Giorno dell’Amore non terminerà prima, finché il primo e l’ultimo degli smarriti non abbia ritrovato la via di Casa. Padre Zebaot, chi può mai afferrare questo…?

42. A Te sia il ringraziamento, la lode, la gloria e l’onore, Regnante dell’Infinito! Benedici coloro che si fanno guidare da Te; abbi clemenza anche per coloro che senza di Te sono deboli. Aiuta la povera lontananza e riportala nella sua Patria! Tu vieni comunque presto, per guarire l’ultimo frammento, il più difficile; e per contemplarTi poi nella Tua magnificenza miracolosa. Signore, questa sarà la Corona della Tua Grazia!”

*

43. A lungo c’è silenzio. Jojareb, Hilkia, Pashur e Usiel vanno via strascicando i piedi. Voltarsi indietro parrebbe ridicolo per loro. Loro sono uomini, la loro opinione è segnata. Loro hanno ovviamente la funzione di sacerdoti, ma oggigiorno la religione è al secondo posto, perché la dura vita pretende altro che soltanto salmodie. Quando però attendono in una camera lontana, nessuno li segue. La loro fila si assottiglia.

44. “Dovete pensare”, tranquillizza Jojareb, “che questo Simeone sa parlare bene. Se il suo cuore era pieno di fervore come anche la sua bocca, vorrei metterlo in dubbio”. Allora si apre la porta ed entra Anna. Chi ha detto a questa donna dove si erano segretamente ritirati? La profetessa sorride piano:

45. “Non meravigliatevi, soltanto, e non è nessuna lode se ora vi chiamo ‘uomini’. Una cosa ve la dico per il vostro meglio: non sfiorate Simeone! Il suo spirito non è di questo mondo, la sua Luce può consumarvi, …anche fisicamente! Ah, non voglio sentire quello che pensate e dite segretamente!

46. Lontani da Dio, portate comunque degli abiti da sacerdote! Voi mentite, e davanti alla gente, pregate! Il vostro odio sparge cattiveria, ma volete raccogliere l’onore! Non vi riuscirà! L’accompagnamento della vostra via si chiama: inganno! La vostra meta: fantasma! Vi compiango. Non da un uomo, per non parlare di una donna, sia io pure una profetessa, volete sentire tali parole.

47. Guardatevi! Io ho accesso qui ovunque, da vedova di un alto sacerdote, come profetessa, inserita da DIO. Non dovete badare a me, ma soltanto alla coscienza; però è in dubbio, che la vostra sia vivente. Chi non ne ha, a costui manca il cuore; e chi manca questo, la sua anima è morta. Allora l’uomo è certamente soltanto un guscio vuoto, abbandonato dal suo spirito, che proviene dall’alto Cielo di Dio!”.

48. La veggente se ne va senza salutare. Senza badare a ciò che hanno sentito, Hilkia dice: “Venite con me nella mia casa. Fuori dall’edificio siamo indisturbati, là la vecchia…”, lui trangugia maliziosamente ‘la femmina’, “…la vedova, non può più origliare. Mostreremo loro che siamo degli uomini!”

*

 Più tardi se ne vanno, come d’accordo, singolarmente dal tempio. Voi, stolti! Colui che è da lontano, e la profetessa sentiranno ciò che lo Spirito di Dio rivela loro, anche se foste nella profonda Africa, dove sono di casa gli etiopi.

49. Diversamente avviene nel gruppo di Athaja, a qualcuno è difficile ringraziare Simeone e pregare che egli li voglia aiutare; e se fosse possibile, recuperare ciò che è stato mancato di fare. Dagli alti sacerdoti viene chiesto perdono. Allora si mostra che il bene che sonnecchiava in Athaja è già sveglissimo, ed è diventato un altro in pochi giorni. Lui fa subito cenno:

50. “Fratelli, guardatevi indietro, oltre a ciò che ognuno ha da riparare; io per primo. Simeone sa se e come questo sia possibile”. Ci si scuote lieti le mani. Simeone risponde: “Dato che gli invitati presso il tribuno fanno splendere le fiaccole del Cielo, allora aspettiamo che cosa succede là. Poi ci consigliamo di nuovo”. Sono contenti. Oltre ai quattro fuori ordine, regna una bella sintonia per un lungo tempo. Certo, verrà ancora qualche cattiva boa, ma il nucleo sacerdotale rimane fedele per molti anni.

 

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III° / Cap. 7

Presso Cornelio, la cena – Una volta e ora – Lo spirito, il cuore e l’anima

Una delegazione di quattordici templari invitati a pranzo da Cornelio – Parla Anna sulla storia del popolo ebreo, e poi Simeone sui mondi e sfere superiori, incarnazioni e anche dell’America non ancora conosciuta dai romani – Cornelio ascolta interessato

1. Pensi che alcuni dei nostri sarebbero da includere? Mi sembra un po’ strano. Quanti? Dodici Giudei, e soltanto due romani?” Il tribuno va su e giù a lunghi passi. Lui e Forestus sono in pieno assetto. Il fedele tocca il capo e, per quanto bene riesca, cerca di presentare la sua opinione.

2. “Al tuo posto rimarrei senza corazza. Primo, ti diventa troppo caldo; secondo, ti impedisce alla tavola; terzo …”.

- “Terzo?”, sulla fronte di Cornelio si forma una ruga diritta.

- “…ho l’impressione, che vengano in pace. Loro sono lieti di essere ascoltati una volta, e non si lasciano tentare da nessun colpo da ragazzo”.

3. “Può essere. C’è solo un ulteriore messaggio infausto: l’alto templare, Athaja, ha congiurato. Non sappiamo se usano la nostra indulgenza in modo sbagliato”.

- “Finché uno non firma col suo nome. Lo chiamo furfante, col suo stesso sudiciume incollato al bastone”.

- “E questo Simeone...?

- “No, amico mio, lui mi sembra assolutamente onesto. Non troverai da nessuna parte, un secondo della sua specie”.

4. “Sei stregato”, lo avverte Cornelio. “Che cosa dice il sacerdote-insegnante, e il profeta? Che non è un mago lo si vede. Che vengano Rochus e Venitrio”.

- “Hm…, il comandante della città, Venitrio, odia tutti i forestieri; non è idoneo per questa città. Non ci tiene a comandi pacifici. C’è quasi da chiamare soltanto il comandante di casa. E tutti, uomini?”, Forestus ride di nascosto: “Sarebbe presente solo un’unica donna al pranzo!”

5. “Non conosco nessuna ragazza”, ride anche Cornelio. “Le locali sono orgogliose, e i loro parenti vegliano su loro come Cerbero. Ho visto…, soltanto, …soltanto donne anziane nei vicoli. Se vuoi avere queste?”.

- “Allora il bisogno è coperto per tutta la vita! Ma ascolta, …sento dei passi”.

6. “Ci si può fidare delle tue orecchie come alla tua fedeltà. Quindi svelto, getta via i tuoi pendagli; io li tengo ancora”. Forestus si è tolto all’istante la sua armatura e l’ha gettata sotto una tenda, e già viene annunciata la visita. Cornelio avrebbe quasi riso fortemente, perché nella sala entrano prima, Simeone e Athaja, fra loro, madre Anna. Ma la loro dignità induce rispetto ai romani, che non ne hanno mai avuto nei confronti di una donna anziana.

7. Athaja presenta degnamente i suoi. Il tribuno, educato alla corte di Cesare, si stupisce di tanto tatto. Prende una corona dall’altare della casa e la consegna alla madre Anna. Lei arrossisce un poco. Quanto tempo è passato, da quando portava corone? Se la mette una volta timidamente e poi l’appende al collo di Cornelio. Questo caro gesto le ha conquistato presto il cuore del fiero romano. Lui la guida in alto alla tavola, accanto alla sua sedia.

8. Con libertà seguono Simeone, il principe Ahitop, Zaccaria, Athaja, Chol-Joses, il superiore della città Hasabra, Josabad, l’avvocato Hilkior, il giudice Thola, Jaor e i sacerdoti Nathan, Jissior e Eliphel tutt’intorno. Di fronte al tribuno si sono seduti Forestus e Rochus. Cornelio ha fatto preparare la tavola con un fine tatto secondo l’uso popolare.

*

9. Dopo il pasto, che era buono ma non troppo abbondante, conduce gli ospiti in un altro vano, dove si può stare seduti presso dei piccoli tavolini ordinati in forma ovale. Per gli uomini fa portare del vino leggero, per la giudea un succo di melagrana persiano. Lei ringrazia.

10. “Ospiti miei”, comincia a parlare Cornelio, “vi è stato certamente difficile venire qui senza difesa, mentre la nostra prigione è colma di soldati. Non nutro nessun pensiero subdolo. Come dimostrazione mi tolgo la corazza”. Il comandante Rochus gli si avvicina veloce e lo aiuta abilmente. La maggior parte sospira alleggerita. Così l’invito aquista un volto cordiale.

11. “Ora presentate ciò …”, continua il suo discorso il tribuno, “…di cui credete che sia stato ingiusto. Nessuna bagatella! Il nobile Cirenio mostrerà che Augusto è pacifico. Che un potere mondiale abbia bisogno di postazioni esterne, non lo comprendete; voi non siete istruiti in fatto di guerra e di politica. Oppure sì?”. Guarda indagando il principe Ahitop.

12. Costui risponde tranquillo: “Alto romano, hai ragione se ci consideri in generale. La nostra massima forza è nella pace. Indipendentemente da questo Israele che esiste da circa duemila anni dove – perdona la sincerità – non esistevano i romani, dove non abbiamo vissuto nessun secolo in cui non abbiamo dovuto combattere contro dei nemici”.

- “E non è bene”, interviene Cornelio, che era stato istruito sulla storia d’Israele. “Avete dovuto prendere su di voi delle prigionie lunghe delle stirpi, appunto perché voi – perdona pure – non siete un popolo guerriero”.

13. “Giusto!”, sottolinea Simeone. “Ora chiedo: è per il vantaggio o per lo svantaggio”. Per Israele e per tutto il mondo?”.

- “A vostro vantaggio certamente. Sul mondo…? Mi chiedi troppo. Chi la poteva ricercare? Noi abbiamo attraversato per nave la grande porta delle colonne (Gibraltar = Gilbilterra) e non abbiamo trovato altro che acqua, acqua e acqua. Poi è venuto un mostro dalla mano di Nettuno, ed abbiamo fatto una gran fatica per sfuggirgli vivi”.

14. “In questo deserto d’acqua esistono dei paesi, certamente ancora poco popolati, della cui dimensione non ve li sognate”.

- “Come lo sai?”, Cornelio è inquieto. “Dove le nostre flotte non giungono, nessuno può andare a terra!”.

- “Lo pensi, tribuno? Prima ascolta! Dopo la rovina di Israele (722 a. C.) la Giudea dovette sostenere molti combattimenti. Come popolo era diventato piccolo, la forza di fede nell’Onnipotente è rimasta grande: vincere con delle legioni dei piccoli popoli, non è certamente un’arte.

15. Non diventare rosso, tribuno”, lo tranquillizza Simeone. “È detto in generale. Affrontare un gran potere con pochi, combattere da coraggiosi e, se necessaria, soccombere da coraggiosi, è anche una vittoria. Soltanto che, considerato dalla Luce, ambedue non hanno nessun valore. Ognuno consideri la propria storia: salita, culmine, e naufragio! Non dovrebbe essere, se tutti i popoli fossero pacifici, se nessuno cercasse di prendere il paese e la ricchezza dell’altro”.

16. “Alt!”, trionfa Cornelio, “lo ha fatto Israele! Se è esattamente così come me lo ha insegnato a Roma un dotto giudeo, sia messo lì. Una volta siete andati via dal Nilo ed avete attirato gli egiziani nel mare. Mosè ha imparato a conoscere degli elementi nella scuola delle piramidi e, …il loro impiego.

17. Israele crede nei miracoli. Ora – anche noi lasciamo volentieri il popolo nella superstizione, perché così è da guidare al meglio. Lo ha fatto anche Mosè. Poi siete penetrati in Canaan, già da tempo abitato da più tribù. Avete ucciso molti uomini, che pure non era necessario, de avete preso tutto in possesso. Haha, quindi Roma avrebbe imparato da voi!”

18. Bene, bene, la presa di possesso di Canaan è vera. Ma i miracoli di Dio? No! …di ciò, un romano non può parlarne”. All’improvviso le chiare mani della madre Anna posano su quelle brune del tribuno. “Ti è gradito”, chiede lei gentilmente, “se ne dico qualcosa?”

19. “Sono sorpreso”, risponde il tribuno. “Nessuna romana si occupa di guerra e di politica. Ma ti ascolto”. Non vuole togliere la parola all’unica donna, vorrebbe anche conoscere la psiche del suo popolo tramite lei. Deve possedere una forza che venga da chissà dove. Loro si abbassano e si rialzano; sono sparsi e si raccolgono – più potenti di prima. Anna gli lascia poco tempo per questi pensieri affrettati.

20. Lei dice: “È bene che hai conosciuto la nostra storia esteriore. In generale, non vi sforzate di esaminare un popolo sul suo modo d’essere, prima che lo sottomettiate, oppure, …ve ne affratellate. Voi ci siete! Tutto il resto, così credete, si sviluppa da sé. Come si è sviluppato presso di noi, di ciò lo testimoniano i documenti, che non sono da cancellare”. – Per Ercole! La signora anziana ha coraggio! Ma lei già continua:

21. “Quando Abramo, un figlio di re, da UR nella Caldea, ha cominciato il suo cammino su Ordine di Dio, non sospettava che sarebbe diventato il padre della stirpe di un nuovo popolo, proceduto dall’elite delle stirpi di allora. Credilo, caro Cornelio”, – ‘lei mi dice caro?’ – “che questo lo abbia potuto un singolo con la propria forza? Tu lo neghi perché il profondo senso anche a te è nascosto.

22. La tua via è pre-segnata. Non che tu la debba percorrere; ma se lo fai, diventerà un maestoso indicibile onore per te, non meno al Quirino, se …quando voi due avrete incontrato Dio!”. La profetessa mette nell’ultima frase una profonda veemenza. Cornelio si vuole difendere secondo il modo ‘romano’:

23. “Ogni popolo ha molti dei, non soltanto uno. Questo vi esclude in certo qual modo dall’unione dei popoli, se voi stessi lo volete, se questo è il vostro destino. Non esiste un incontro con Dio! I germani onorano Odino, il loro dio più sublime; ma esistono anche degli dèi secondari. Forse i vostri dèi secondari sono ciò che voi chiamate ‘angeli’ ”.

24. “No, figlio mio…”, dice affettuosamente Anna, “…dimmelo ancora una volta. Poiché noi aspettiamo l’unico vero Dio dell’Infinito. Gli angeli non sono dèi; sono dei figli della Sua Luce, mentre gli uomini sono i Suoi figli terreni. Davanti a LUI ambedue i gruppi sono uguali; dinanzi a noi c’è differenza, perché un angelo ha adempiuto il dovere del libero servizio, mentre l’uomo lo deve dapprima adempiere. Ma ora ancora:

25. Abramo, che prima viveva in Haran, è andato in Egitto e sparse ovunque la benedizione della Luce. Lui che non conosceva nessuna differenza fra alto e basso, regnò unitamente con tutte le stirpi[46]. La gente di casa propria e forestiera gli erano dei figli dalla ‘figliolanza di Dio’. Lui ha conquistato il paese (Canaan) tramite l’edificazione, la pace, la disciplina e la fede. Quindi fu il loro principe.

26. Quello che si conquista con la spada, verrà tolto con la spada [Matt. 26,52]! Quando il nostro popolo è stato guidato qui da Mosè, ha preso possesso del proprio. Le stirpi, una volta protette da Abramo, sapevano precisamente che il paese apparteneva al suo popolo, persino per lettera. L’emigrazione nell’Egitto a causa di un rincaro fu pensata solo per breve tempo. Giosué ha quindi trattato nel pieno diritto, di riprendere di nuovo l’eredità dei padri.

27. Quando Israele diventò mondana e non obbedì più a DIO, c’è stata guerra ed oppressione, – per i nemici e per se stesso. Il popolo ha ancora da espiare questo cammino. Così è la storia secondo verità, e non erroneamente, che Israele abbia presto Canaan ingiustamente. Tutto ciò che successe in seguito fu soggetto alla via del mondo, e il mondo sarà anche il raccolto di tutti i popoli! – Parla con gli uomini; e se li hai come ‘amici’, allora puoi confidare in loro”.

28. Il tribuno si strofina la fronte. Questa è una donna; così anziana e così intelligente? Lei sa più che il dotto prosciugato. Ora tossicchia. Come le si rivolgerà? Ha sentito che la si indica come ‘madre Anna’. Pensando alla propria madre, le stringe la mano:

29. “Madre Anna, questo suona come patria. Se la Giudea non ha più di tali donne [Giudici 4,4], come non ne ho incontrate nella mia vita, allora il mio stupore cessa. Da dove ricevete la forza vitale, per affermarvi continuamente? Ti ringrazio. Una cosa ancora: mi chiami figlio, e il Quirino, fratello. L’ultimo non è del tutto giusto. Noi siamo figli di due fratelli. Mio padre è caduto in Germania. Venti anni più tardi, Cirenio (il cugino) è stato il mio migliore insegnante. Le nostre due stirpi sono amichevolmente unite, e lui mi chiama fratello”.

30. “Madre Anna l’intende così”, spiega Athaja. “Lei lo dice a tutte le persone che dimorano nel suo buon cuore – e vi dimorano in molti – figlio e figlia, anche se sono anziani come Anna stessa. Noi uomini, anche noi alti, lo accettiamo volentieri; lei è stata appunto la moglie di un uomo nobile.

31. Inoltre, lei è profetica. È avvenuto parola per parola; e Simeone ha già confermato molto, prima che entrambi scambiassero una sola parola”.

- “Come mai questo?”, Cornelio tira su le sopracciglia.

- “Penso che sia qui già da un anno e non devi mai aver parlato con questa donna?”. Un nuovo sospetto entra nel cuore del romano. Alcuni dei giudei sono preoccupati.

32. “Non ti meravigliare”, dice tranquillo Athaja. “Madre Anna vive ritirata, e Simeone è venuto qui solo pochi giorni fa”.

- “Quando sei stato in questa città per l’ultima volta?”, il tribuno guarda Simeone acutamente.

- “Precisamente un anno fa”, dice costui. “Allora non mi conosceva ancora nessuno; ed io non ci tenevo di essere conosciuto. Non era il momento.

33. “Non per me”, sorridendo, nasconde l’astuzia.

- “È stato di nuovo portato qui – come in precedenza con Pompeo – un uomo rispettabile; e subito fu assassinato”.

- “Intendi giustiziato”, corregge Cornelio.

- “No, è stato un omicidio della giustizia romana (la dea della giustizia). L’innocenza di quell’uomo è stata dimostrata.

34. Ma il Naxus aveva bisogno di denaro. La famiglia vive in grande miseria nonostante il sostegno, poiché, senza riguardo alla donna malata e ai piccoli bambini, fu scacciata di casa, con quello che ognuno portava addosso”.

- È dimostrato questo?”

- “Abbiamo un duplicato del giudizio”, conferma il sindaco Ashabra, “anche più testimonianze precise. Persino due romani hanno confermato l’ingiustizia del Ponzio”.

35. “Portate il dossier domani”, ordina Cornelio. Si sente di nuovo a disagio. Svuota frettolosamente il suo bicchiere.

- Zaccaria avverte: “Ti ho conosciuto come uomo nobile e, ti prego, non gettare giù, bevendo, la tua ira, nel nostro paese caldo non fa bene”.

- “Pure da noi è così caldo”, svia Cornelio imbarazzato.

- “Intendevo solo farti del bene”, dice soave Zaccaria. “Ti abbiamo mostrato che non vogliamo caricarti con dei pesi, che i predecessori hanno esercitato ingiustamente come tu stesso hai notato”.

36. “Abbiamo parlato di tutto il mondo”, Simeone guida il discorso in acque più leggere. “L’amico Cornelio intendeva che non sarebbe esplorabile perché le sue navi non lo hanno ancora percorso. Se vuoi ascoltare, posso volentieri riferirti del mondo”.

- “Ne sono molto lieto”, Cornelio fa un sospiro. “Sembra che tu abbia viaggiato molto; se soltanto si sapesse veramente chi tu sia”.

37. Simeone sorride finemente: “Il mio genere si può sondare solamente quando si sta con me sullo stesso gradino. Con ciò intendo meno riguardo all’istruzione, posizione e vedute. La vera natura dell’essere non proviene da questo mondo; entra soltanto in esso, oppure può essere espresso così: tutti gli esseri che esistono fuori dalla Terra, e che l’uomo conterebbe tanto poco quanto le stelle in una notte chiara, sono nel loro genere, viventi coscientemente come l’essere umano, quasi sempre in modo più elevato.

38. Certo, ce ne sono anche degli altri. La vostra fede nel mondo inferiore, nel suo senso non è sbagliata, ma manca della reale conoscenza. Ogni essere percorre la sua via. In un certo senso esiste una via unificata, preparata legittimamente da DIO, tuttavia è libera; a volte anche costretti, quando tale costrizione serve alla guarigione di un essere. Voi avete dei buoni medici che aiutano su ordine di Cesare, persino quando l’ammalato non lo vuole”.

39. “Sei informato!” interviene Rochus. “Sei già stato una volta a Roma?”.

- “Non terrenamente, ma essenzialmente”. I romani sorridono di lui come di un pazzo, soltanto i giudei sono sbalorditi. Zaccaria constata ad un tratto una grande somiglianza tra Simeone ed Anna. Da cosa deriva? Ma costui inizia già a parlare:

40. “Voi romani non avete alcun reale contatto per la conoscenza più elevata, nemmeno voi giudei. Non lo posso ancora spiegare precisamente, per questo vi manca anche la premessa per osare il salto da questo mondo nella Luce. Vi do una noce da spaccare”, scherza, “perché una sapienza di vita, conquistata tramite la diligenza e la stessa prova, è il possesso più prezioso dell’anima.

41. Cornelio, pensa allo spirito. Ora, – la forza per la conquista di ogni bene proviene dallo spirito, ma l’anima deve lottare tramite tale forza. Lo spirito sta al di sopra dell’anima; soltanto che anch’essa – perché una volta era così, pura Luce, come lo spirito – diventa questa essenza di Luce non appena si è conquistata lottando, dei beni del Cielo tramite la Forza dello spirito, avendoli anche riconquistati.

42. Ancora dipende se essa (l’essenza di luce) – e qui co-agisce anche la materia – mette il bene conquistato nel ‘vaso della vita’, nel cuore. No, mio Forestus”, Simeone annuisce a costui cordialmente, “non mettere soltanto la mano là dove in te ticchetta diligentemente. Là c’è soltanto il vaso di sangue del corpo. Il cuore di vita è invisibile. Nel Campo della Luce lo si sente molto più chiaramente di come l’uomo percepisce il suo cuore nel corpo. Il percepire è la vera contemplazione.

43. Il cuore di Luce è prodotto dal Creatore come simbolo-Ur. Egli lo ha seminato nei Suoi figli affinché loro stessi potessero creare dalla Forza sulla base della Volontà di Dio. La parte dello spirito del figlio di Dio, ovvero l’essere, è un cristallo di Forza dal Potere creativo, e rimane eternamente buono, anche indipendentemente dal fatto se o come un figlio, come angelo oppure come uomo, adempie il suo debito della Creazione.

44. Se un figlio nel Campo di Luce, che si chiama ‘Empireo’, oppure qui nella materia, nella parte caduta di Lo-Ruhama, irradia dal cristallo di Forza, quella Forza passa come automaticamente nella sua anima e diventa di nuovo, soprattutto per la materia, un cristallo spirituale. A questo riguardo tutte le buone cose di Dio sono facilmente da raccogliere nel cuore di vita. Il male, a cui l’uomo soccombe sovente, si raccoglie da sé, perché è da scontare.

45. Il cuore di Luce accoglie malvolentieri il male. Ciò stimola nel sangue quel battito, che si chiama coscienza, la paura da una nemesi. Come il cuore corporeo tramite la febbre o altri impulsi, cerca di espellere delle sostanze malate, così anche il cuore di vita tramite la coscienza. È una parte del Testamento di alta grazia del Creatore, che là dove gli uomini fanno del male, il cuore corporeo deve restituire il colpo di difesa del cuore spirituale.

46. Il peccato ammala l’anima, a volte anche il corpo. Allora stanno per così dire – bensì soltanto materialmente – senza legame, lo spirito, il cuore e l’anima. Lo spirito e il cuore sono uniti dalla Luce, ma non possono agire veramente, quando la parte planetaria o materiale legata all’anima si dimostra d’ostacolo.

47. La parte originale dell’anima, appartenente alla Luce, durante una via del mondo è subordinata alle parti sostanziali assunte della materia per l’alto scopo della redenzione, che un figlio di Luce ha accettato oppure che un essere oscuro porta in se stesso. In ambedue i casi agisce il principio redentore, la cui sede-Ur è sempre il cuore di vita della Luce.

48. Esistono poche persone nelle quali la coscienza dorme completamente. Ma se è così, allora il collegamento fra il vaso di sangue di Luce e il cuore corporeo è disturbato, e si dice con ragione che ‘egli non ha cuore’, che non riguarda la morte del corpo. Questa è la vera morte [Ap. 20,14; 21,8], il nemico della vita, che deve essere vinta. Da chi? Dunque, ho detto che il cristallo di Forza rimane eternamente puro, e con ciò, sempre, la spinta di ogni Vita.

49. Questa spinta non cade in nessuna morte; si ritira soltanto in se stessa per la propria salvezza, nel suo cuore di Vita. Ambedue: la Forza e il cuore, agiscono sempre insieme, anche quando l’uomo non se ne serve. Ma coloro che, per così dire, sono morti di cuore, giungono alla conoscenza soltanto dopo la loro morte del corpo, ed hanno quasi sempre bisogno di molto tempo, prima che possano risorgere”.

50. “Si continua veramente a vivere?” chiede Cornelio. “Se è così: dove? E come? La Grazia mi sembra non buona. O uno agisce bene, allora non ha bisogno di Grazia; se è un mascalzone, allora non la merita nemmeno! Hai parlato della nemesi. Ah, se il vostro Dio fosse misericordioso, solo allora, approssimativamente perché tutti gli uomini, o esseri, sono cattivi. Allora, …non esisterebbero nemmeno degli uomini buoni, e persino tu, mio Simeone, sareste sottoposti alla Legge della nemesi (vendetta)”.

51. “Secondo ciò che ti è stato vaticinato fin dalla gioventù, hai ben ragione. Dalla Luce, da dove si giunge, quando ci si è affaticati, perché Dio lo fa riuscire agli onesti [Prov. 2,7], le cose stanno diversamente. Da ragazzo salivi volentieri su alti alberi, e dall’alto il tuo pony sembrava più piccolo di come era veramente, anche il tuo cacatua alla sua catena, che gridava finché scendevi di nuovo”.

– “Quante cose sai”, sfugge al tribuno.

52. “Così si vede il mondo dall’Alto Cielo”, dice Simeone, “piccolo e scarso, ma sufficiente nel valore per scendere e per confortare, quando qualcuno grida oppure calpesta impaziente come il tuo pony. E la Grazia? Oh, ascoltate! Ognuno calcoli la sua Grazia che riceve in un giorno. Dopo, calcolate l’Eternità di Dio, che si riferisce ad ogni figlio e che discende nella Clemenza dall’alta Cima della sua Luce, della Sede-Ur, di Dio!”

53. Gli uomini si guardano meravigliati, soprattutto i romani. Quello che hanno sentito, va oltre il loro orizzonte. Ma sono impressionati, stanno facendo dei pensieri; e per l’uomo sale una riverenza, che non è da inserire in nessuna classe d’uomini. Forestus, molto più intelligente che il comandante Rochus, pensa: ‘Lui è un superuomo, oppure un sottodio’.

54. Cornelio si dà a pensieri più elevati, non del tutto consapevolmente. Egli osserva esaminando, il volto dell’uomo anziano, di cui ha subito visto che la sua vita interiore, quindi certamente, la sua anima, o spirito, non è subordinato a nessuna età. Soltanto, che non comprende ‘il come’. Perciò dice riflessivo:

55. “Sei un uomo straordinario, uno, …non so, se provo a indovinarlo: ‘da lontano dalla Terra”.

- Athaja è sbalordito. Come arriva il romano alla parola che già lui ha formato?

- “Sai”, dice costui, “riconosco l’autenticità della tua visione; ma in quale immagine del mondo è da inserire? Finché il Quirino respira qui, purtroppo, non ho tempo; più tardi vorrei parlartene. –

56. Dimmi soltanto qualcosa dei paesi a noi sconosciuti; anche quella faccenda compiuta ingiustamente da Pompeo, la voglio sapere. In genere era giusto, forse troppo severo; e come primo, non conoscendo il lato mentale del vostro popolo, ha commesso degli errori. In ogni caso …”. Cornelio s’interrompe di scatto. “Poi è tempo per andare a dormire, la notte procede percettibilmente”.

 

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III° / Cap. 8

L’immagine del mondo e dei popoli – Nemesi del mondo – Dove Dio dimora veramente – Cornelio cugino di Cirenio

Prosegue l’esposizione di Simeone sulla conoscenza di paesi sconosciuti oltre le colonne d’ercole e del Tibet nell’Asia, e profetizza sul senza luce e sul Veniente – Forestus vorrebbe conquistare tali paesi oltre il mare – Cornelio è interessato ai concetti spirituali – Chol-Joses invita tutti nel proprio palazzo – Jojareb racconta degli omicidi di Pompeo 65 anni prima (‘preludio’) – Cornelio viene invitato ad essere leale col popolo, e lui accetta, se manterrà la carica per almeno sette anni

1. “Il mondo è esplorabile senza navi, carri o animali da carico? In base alle vostre conoscenze, ciascuno ha ragione se lo nega”, Simeone mostra intorno. “Ma quanto tempo è passato da quando degli italiani stavano davanti alla montagna del nord del loro paese ed erano dell’opinione che lì terminava la Terra? Come Cornelio con le sue navi fuori dalle porte delle colonne (d’Ercole).

2. Ciononostante degli uomini hanno trovato una via oltre quelle Alpi, attraverso ghiaccio, neve e tempesta. Dietro si trovavano dei paesi, delle foreste profonde, inesplorate, e in alto, al nord, nuovamente dell’acqua (il mare del nord), dopo il quale sorgeva un nuovo paese, che si chiama Britannia.

3. Di conseguenza è possibile che cambino ancora ulteriormente, paese e acqua. Dove finisce allora la Terra? Io vi dico: da nessuna parte ed ovunque! Il mondo è grande per voi; nel Cosmo, fra tutte le stelle, minuscolo. Un giorno sorgeranno delle generazioni, cosa che voi ora non afferrate ancora, che chiameranno la Terra ‘una palla da gioco’. Avranno ragione, soltanto in modo del tutto diverso di come pensano loro stessi. Ora – questo sia lasciato al futuro.

4. Voi pensate: ‘Nell’Est sorge il Sole in alto, da qualche parte. Il mare nell’ovest, che Roma voleva esplorare, non è l’unico. All’est di un continente esistono altri giganteschi mari. Il mondo è coperto da un profondo mare; in esso nuotano, saldamente ancorati con il suolo marino, grandi continenti. Di questi ne esistono cinque, rispondendo simbolicamente alle cinque dita di una mano.

5. L’intero mare mondiale ha sette parti come l’uomo i sette sensi: due celesti e cinque naturali. Ogni formazione cosmica è suddivisa in cifre di codice, preparate dal Creatore per uno scopo sublimemente saggio. I paesi ancora sconosciuti sono abitati da uomini del tutto simili a voi”.

6. “Non sono del tutto simili”, interviene Cornelio. “I gallesi sono pigri, i germanici selvaggi, ed i britannici molto arretrati, per quanto riguarda casa, focolare e sapere”.

- “Fin qui è giusto. Pensate solamente, che ogni popolo cresce dalla sua propria radice. Ci vuole un po’, prima che dalle piante nate da un seme crescano degli alberi. Certi vengono e si seccano presto; altri sono perfettamente adulti soltanto nel giro di centinaia di anni. Ma allora resistono alle tempeste più forti. Così anche le differenti nazioni.

7. Nel paragone, non era da intendere il lato naturale. Esistono dei popoli che vivono quasi come degli animali. Loro si trovano sul gradino di sviluppo legato alla Terra. Ma esistevano ed esistono degli uomini ad Ovest e ad Est con una cultura più elevata, che gli antichi egizi oppure voi e i greci dotti. In parte la cultura andrà perduta; soltanto, vive in quel paese e sorgerà di nuovo come un granello di semina, che a suo tempo manda i germogli.

8. Per questo ci vuole qualche secolo. A Nord e ad Est i tentacoli della ricerca si stendono più rapidamente. In un paese (nel Tibet), in alto al di sopra della montagna, la cui più alta cima è due volte più alta delle Alpi fra Italia e Germania, regna come bene più prezioso che un uomo può conquistare, ancora la pura religione-Ur, come a suo tempo non conosce nemmeno la Giudea.

9. Quegli uomini credono in un Dio come l’eterno immutabile Onnipotente. Là non esistono dei magnifici edifici come a Roma ed altrove, perché compiono tutto il terreno soltanto allo scopo della vita, e non conoscono nessun desiderio per le cose periture. Costruiscono le loro case in modo modesto, adeguato al paese; il loro modo di vivere è semplice e sano.

10. Non hanno bisogno di nessun medico come li dovete avere voi, tuttavia possono aiutare più facilmente che tutti i vostri medici. Là – non ne avete mai sentito parlare – si raccolgono i Raggi di benedizione dall’Empireo, e passano per la maggior parte attraverso gli uomini che vivono più spiritualmente che naturalmente, e da lì su tutta la Terra.

11. Loro ‘pensano’ fino a Roma, e molto più lontano se è necessario; si adoperano nelle guerre e nelle catastrofi. Loro hanno ancora un fortissimo peso di Luce; ma possono venire dei tempi dove il flutto oscuro degli uomini inonda tutto comei il selvaggio mare, schiacciando tutto come una tempesta! Allora quelli alti hanno in genere adempiuto il loro debito di co-portatori, e l’umanità mondiale – nella sua totalità – percorre il suo ultimo cammino, fissato dalla ‘nemesi’ di DIO!

12. Tuttavia, questo percorso, compreso soltanto da pochi, condurrà alla definitiva liberazione dalle catene della materia. Libero da ciò – e da tutti – dapprima quelli legati al mondo, in un modo o nell’altro riconosceranno che cosa significa libertà. Roma domina attualmente mezzo mondo a voi conosciuto, ma non per sempre e nemmeno per lungo tempo. È posto come porta d’ingresso e d’uscita, attraverso il quale deve passare la fede-in-un-Dio. Poi verranno estirpati tutti i miti degli dèi.

13. Voi romani non ritenete possibile che tutti i vostri templi dovranno spezzarsi. Persino Gerusalemme può perdere il suo santuario! Più avanti si costruiranno nuovi templi ed altari – per l’unico Dio, ma Lo frantumeranno e formeranno dei dogmi. Ma quanto poco un Apollo abita nel suo tempio fra dèi, tanto meno il SIGNORE si sceglierà una casa, in cui non si riconosce la Sua Unità-Ur; dove al posto del Suo Spirito governano delle parole morte; dove si vuole standardizzare il Creatore, invece di essere volentieri e liberamente ‘l’argilla nella sua Mano’! [Ger. 18,6]

14. Con questo sia detto – in particolare a te, amico Cornelio: è certamente bene esplorare e scoprire dei territori, soltanto, …dipende dal fatto se si vuole portare o imparare per se stessi nello scambio di amicizia che lega i popoli, oppure se si prendono i paesi e si cerca di imporre il proprio modo di vivere. Oltre a ciò si tratta di bene e sangue. Pensi che questo sia giusto?

15. Tu sei cresciuto così, e allora è difficile saltare la propria ombra. Ci si chiede anche se la stessa è una sostanza propria dell’anima oppure accolta tramite la nascita e l’educazione. Qualcosa di accettato è più facile da superare, che il personale.

16. Oggi ascolta: tu, il Quirino ed altri alti del vostro popolo, …sono preceduti per servire DIO. In una relazione potrete aiutare al meglio. Da ciò avverrà ciò che Dio si è scelto. Ceramente EGLI può farlo anche diversamente, poiché Egli non viene per Sé, ma per gli smarriti, gli ignari, anche …per i cattivi Egli s’incammina e si serve dei Suoi fedeli, affinché gli uomini Lo possano comprendere nel loro senso stretto.

17. Percorrere la Sua Via in modo puramente divino non offrirebbe nessun libero ritorno. L’alta Via dell’Onni-Misericordioso proviene dai Suoi sette Raggi di Vita; su di essa l’Amore incontrerà la prima ed ultima figlia (Sadhana), affinché tutti insieme sperimentino la Misericordia che l’Eterno-Santo ha già da tempo dischiuso.

18. Voi sarete liberati dal mondo, redenti dall’io materiale, e quando predominano cuore, spirito e l’anima del Cielo, allora voi comprenderete ciò che hanno coniato Athaja e Cornelio senza saperlo, afferrerete il ‘Lontano dalla Terra’, quello visto dalla Luce. Il potere materiale è il meno a vincere la materia. L’essenza scava attraverso la sostanza e rende se stessa assoggettata”.

19. Dice Forestus: “Simeone, tu conosci l’essere della sostanza e – forse – sei essenza. Se tu guidassi la nostra flotta, Nettuno insieme agli dèi inferiori sarebbe presto vinto. Che ne sarebbe con un tale viaggio?”

- Anna ride maternamente: “Ragazzo, come te lo immagini?”

- “Ah, naturale”, balbetta lui, “ a Simeone non piacerà; egli stesso è un – beh, sì – un mezzo dio. Lo si potrà magari pregare, ma non costringere”.

20. “In effetti! Ma tu pensi che così il vostro tribuno potrebbe splendere dinanzi al vostro Cesare. Null’altro ti sta a cuore, che servire Cornelio fino alla morte. Ogni fedeltà viene ricompensata; anche materialmente è un bene regale che un altro si può preservare. Perciò anche tu giungerai alla Luce e sperimenterai ancora cose meravigliose al fianco del tribuno”. Allora Forestus, il vecchio orso, si sentì come un bambino di fronte ad Anna.

21. Cornelio gli viene in aiuto: “Simeone, io lo intendo proprio così: nelle tue parole ho notato che l’esplorazione di altri paesi ha quel gancio, a cui non si lasciano mai appendere la conquista e il dominio. Ciò di cui hai riferito, la maggior parte mi è estranea, ma comunque in un modo come se lo avessi sognato una volta. Ora si risveglia nella coscienza”.

22. “Esatto!”, conferma Simeone. “Ma non l’hai sognato, lo sapevi fin dalla tua nascita”.

- “Quante volte si viene sulla Terra? Secondo quest’opinione, lo comprenderei se il mio cosiddetto sogno di prima fosse un’esperienza del passato. Soltanto, la storia in retrospettiva non fornisce alcun indizio sul fatto che i vecchi popoli si conoscessero ed hanno avuto percorsi reciproci. Ed ecco – così mi sembra – la mia conoscenza si ferma qui”.

23. Chol-Joses annuisce: “Contro quanti angoli della conoscenza ho urtato! Solo la pura verità mi ha aiutato ad andare avanti, passo per passo. Oggi sono sorti dei problemi, il cui chiarimento mi sarebbe molto importante. Ora è tardi, ma spero di sentire ancora molto da Simeone. Tribuno, siamo stati tuoi ospiti; sii, ti prego, anche il mio, non appena hai del tempo. Invito tutti”, mostra tutt’intorno, “se volete venire da me”.

24. Cornelio accetta ringraziando. “Ora, ancora quella faccenda”, lo richiede dai funzionari della città, “che non sia da presentare al Quirino”. Gli occhi di Josabad ed Hasabra si cercano. Un ferro ardente; ma loro parlano con il romano francamente e liberamente.

25. “Noi abbiamo dei documenti”, dice Josabad, “di certo non senza lacune, ma si comprende il nesso. Pompeo percepiva che la faccenda sarebbe stata documentata, ed ha cercato sovente le trascrizioni. Non li ha trovati. Riassumendo, consegno il documento nella tua mano, ma, ti prego, di restituirlo all’occasione”. Cornelio accetta e Josabad continua a parlare:

26. “Quando Pompeo ha occupato la nostra città, c’era un sacerdote di nome Sakkai. Lui era molto istruito, disegnava molte immagini del Cielo, che però sono andate perdute. Sono state cercate. Abbiamo un solo disegno sul quale Sakkai ha riconosciuto la stella di COLUI che viene che, secondo la nostra fede, si chiama ‘il Messia’, e Lo ha predetto circa al nostro tempo. Egli ha scritto ‘un tempo di sei ed un mezzo’, che secondo i soliti calcoli, sono circa sei decenni e mezzo.

27. L’alto sacerdote di allora, Jozidak, un uomo timido che dubitava dell’interpretazione delle stelle, doveva rispondere di tutto ciò che veniva fra i piedi di Pompeo. Alcuni nemici di Jozidak nascosero dei tesori del tempio, ma dei funzionari di Roma che attraversavano il nostro paese come onesti commercianti, hanno annotato i nostri tesori, spiandoci.

38. L’esistente non coincideva più con le liste dei conquistatori. Nondimeno, i funzionari conoscevano il sincero carattere di Jozidak, come anche di Sakkai, anche se non sarebbero diventati degli amici di Roma, nell’occupazione. In breve: Pompeo convocò i sacerdoti. Nelle facce maliziose furono da riconoscere senza fatica coloro che volevano catturare ‘due mosche con una trappola’: sottrarre a Roma i tesori del tempio e rovesciare Jozidak.

25. Sakkai, uno dei migliori, accusò se stesso, per salvare Jozidak. Un romano lo freddò con una lancia, senza che Pompeo lo potesse impedire, anche se lui – ammesso da se stesso – trovava entrambi innocenti. Sakkai pare morì la stessa sera fuori città. Jozidak conosceva i suoi nemici, e soltanto il suo sguardo rivolto a loro li avrebbe smascherati.

30. Invece Pompeo fece legare l’alto sacerdote quando questi alzò le sue mani senza espresso ordine, giudicandolo prima che fosse tenuto un giudizio. Più tardi fu annunciato che Jozidak era stato giustiziato. Dato che questo avvenne pubblicamente, si sentì dire da Pompeo: ‘Uno di meno, non fa niente!’. Lui ha fatto torturare ed impiccare molti uomini rispettabili e ricchi senza motivo, per annunciarsi più facilmente come padrone potente del potere esecutivo.

31. I successori dei due sacerdoti furono estirpati da Pompeo, per guarire un cattivo foruncolo di diritto. Con ciò non venne guarito niente, e piuttosto provocò un grave odio, che ogni susseguente Ponzio non seppe estirpare. Puoi comprendere, o tribuno, come fermentò nel popolo? Credimi: come oggigiorno commerciano i popoli, noi saremmo solo lieti di vivere sotto la vostra protezione, in più, che Babilonia e la Persia sono i nostri nemici. Ma così…? Una catena non si può portare alla lunga, e una corda tesa troppo, si rompe.

32. Ora abbiamo riconosciuto”, conclude Josabad il suo rapporto ben tenuto, “che tu, tribuno Cornelio, pensi diversamente dai precedenti reggenti. Tu hai da eseguire gli ordini di Cesare; soltanto, dipende già dal fatto di come li si adempiono. Noi speriamo che tu non ci governerai troppo duramente.

33. Se ci dai la giusta libertà, allora sii certo: la Giudea sarebbe volentieri un protettorato, ma mal volentieri una provincia romana. Un Israele libero non lo sopporta, come appunto ancora meno, ogni romano libero di essere governato da nazioni di genere diverso. Ti prego”, tiene a Cornelio la sua destra, “accettalo! In noi hai degli uomini fedeli, se sei come un vero uomo verso il nostro popolo!”

34. Come su comando, tutti si spingono più vicini, persino madre Anna si trova nella cerchia degli uomini. Fulmineamente saetta nella mente del tribuno: ‘Mi vogliono travolgere?’. Dal punto di vista dell’educazione e di quello vissuto finora nei paesi occupati, il pensiero sarebbe ben meditato. Uno sguardo negli occhi di tutti, soprattutto in quelli di Simeone, e lui sperimenta per la prima volta, che nulla è un’azione voluta, non studiata, ma spontanea. Dà ad ognuno la mano, e dice in segreto quasi vergognandosi:

35. ‘Voglio provarci volentieri con voi. Non ho mai vissuto una cosa del genere, e non è facile valutarlo come autentico al primo colpo. Anche viceversa. I predecessori non hanno agito con intelligenza; molti di voi vedono ora in ogni romano un ladro. Dapprima deve crescere la nostra reciproca fiducia, come Chol-Joses ha parlato del sapere, sapienza e conoscenza’.

36. Poi bonario: “Datemi sette anni di tempo. Non posso far girare i miei romani tutti in una volta, anche se qualcosa potrà sembrare ed anche essere ingiusto. Più avanti, quando il mio lavoro scorrerà meglio, dovete riferire ciò che non vi aggrada. Certo, nemmeno la vostra gente, non saranno tutti – come dite voi – degli angeli?

37. Se non vengo richiamato, allora sceglierò la mia gente. Anche voi eleggete pure dei buoni superiori nella città e nel paese, così da ogni parte sarà dedicato il sopportabile. Che ne pensate?”.

- “Per il tempio, accettato!”, esclama subito Athaja. La sua ‘parola del cuore’ è morta. Il principe Ahitop promette per il paese, per i superiori della città, per le città.

38. Cornelio chiama il vino vesuviano “un sorso per la notte”, ride allegro. Anche Anna deve sorseggiare. “Tu vieni portata”, preme delicatamente la sua mano fine. “Rochus! Gli etiopi e gli schiavi per la portantina! Tu accompagni a casa i miei ospiti”. Ognuno ringrazia di cuore lieto. Il tribuno dice ancora a Simeone: “Peccato, al Quirino non rimane il tempo di salutarti”. – “Chissà”, risplendono degli occhi chiari ‘da lontano’.

 

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III° / Cap. 9

Simeone presso il Quirino Cirenio - Differenti domande degli amici del tempio e della città

Cirenio è a Gerusalemme dal ‘fratello’ (il nipote) Cornelio - Simeone si lascia scoprire nei vicoli per essere velocemente contattato, e si presenta come proveniente dall’Empireo, da Mireon, che è un combattente e conosce anche dei segreti di Cirenio – Tornato al tempio riferisce del colloquio – Arriva Anna che presenta Simeone come fratello nell’aldilà – Una profezia per i giorni nostri – Il senso della reincarnazione

1. Dei precursori annunciano il Quirino. Cornelio convoca al tribunato l’alto sacerdote e i giudici del tempio. Egli ordina: “Nessuno deve aggirarsi nei vicoli, ma la città non deve comunque sembrare deserta!”. Athaja gli propone di impiegare la guardia del tempio insieme alla pattuglia. Si conoscerebbe meglio la propria gente, e così saprebbe chi sono, piuttosto, da mandare a casa. Cornelio è d’accordo. Lui ci tiene molto a preparare tutto, per un accoglienza ‘secondo la pace’.

2. Tamburi e fanfare fanno tremare l’aria. Un corteo magnifico di ufficiali e soldati cavalcano dietro al Quirino. Ai lati delle vie stanno delle guardie. Non succede niente. I pochi uomini che si mostrano, si spingono nelle nicchie dei muri. Sguardi nascosti al volto del romano fiero, ma ben volente, …e con la sua entrata (trionfale), ha già vinto una ‘battaglia’.

3. È ben da attribuire alla Festa della Passione deliberata, ma la maggior parte dei giudei torna a casa gioiosa, per raccontare lo spettacolo a coloro che attendono. Quindi nessun miracolo che, finché Cirenio è ospite nella città, la gente si rallegri, dato che in più non ci sono dei limiti per uscire. Solo dal calar del Sole fino alla chiara aurora del mattino, nessuno deve mostrarsi senza biglietto.

4. Dopo l’ingresso si corre di casa in casa: “Dove dimorano i soldati?”. Dei cittadini offrono le loro stanze.

- Cirenio, che abbraccia il suo piccolo fratello (cugino), come chiama lui Cornelio, chiede meravigliato: “Ma dimmi, si diceva che eri venuto in un nido di vespe dove si viene pugnalati cento volte al giorno! Ora la gente offre le loro case? Sei un maestro stregone? Oppure sono delle trappole?”

5. “Né uno né l’altro”, ride Cornelio di ottimo umore. “Ma io ho un maestro stregone che deve essere descritto con tutta la serietà come un sottodio (Simeone). Lui ha semplicemente capovolto tutto. Lui parla e, …la sua faccenda funziona. Ha aiutato nel tribunato, e così, mio Cirenio, il più è preparato per la discussione. Mi meraviglio pure come in un tempo così breve, da un abissale odio del tutto giustificato, mi è stata portata calma e disponibilità”.

6. Cirenio è sorpreso che il territorio più minacciato, dove bastava una scintilla e la Giudea sarebbe esplosa, è invece così calma, proprio adesso, mentre Augusto aveva diminuito fortemente le legioni, e la maggior parte di queste, otto, scorazzavano in Germania e altrove.

*

7. In pochi giorni la cosa più importante era stata eseguita. Ha continuato a regnare la calma fra il popolo. Cornelio racconta quanto sinceri fossero quegli uomini dei quali si era temuta una rivoluzione. “Li si devono trattare diversamente dalle stirpi selvagge. Equità, e li si può avvolgere attorno alle dita. Il mio mago mi ha riferito che il Naxus e compagni sono annegati”.

8. Cirenio si volta di scatto. “Impossibile! Ho puntato su Melite (Malta), i prigionieri dovevano essere giudicati lì. Abbiamo gettato l’ancora, allorquando uno degli accompagnatori portò verso una barca naufragata (piccola barca veloce) e tre annegati. Uno di loro era il Naxus. Non si poté scoprire chi li aveva aiutati alla fuga. Immediatamente la flotta è partita e si è precipitata da te. Nessun’altra nave veleggia più velocemente! E sulla via di terra è ancora meno possibile che ci sia stato qui qualcuno prima.

9. Non hai bisogno di imbrogliarmi, per Pegaso![47]”. Cirenio non si dà pace. Quanta rabbia e dispiacere c’è da digerire giornalmente. Lui deve mitigare, punire, aiutare e, ancora, molto di più. Se la previsione era giusta, come si dovrebbe comportare? Dèi…? Lui crede in certe Forze, e …va beh, già possibili, ma che ne possiedano anche la figura e …si possano mostrare.?

10. Ma ora questo non c’entra. Di lui – Cirenio – la sua migliore forza era sempre la propria forza mentale, ed egli l’ha sempre posta oltre ogni forza fisica. “Lo devo sapere!”, dice lui con veemenza. – Si trovano sull’alto tetto del tribunato da dove si può vedere un tratto del lungo vicolo che conduce in parte al tempio, e in parte alle torri delle donne.

11. Cornelio guarda in giù. All’improvviso fa cenno a Cirenio: “Là, cammina! Hah: Lupus in fabula!”. Cirenio getta uno sguardo in basso. Batte forte le mani. Il suo aiutante, che veglia al di sotto del tetto, accorre.

12. Cornelio lo strappa formalmente alla ringhiera: “Quello”, indica in giù, “che svolta nel successivo vicolo, comandalo subito qui!”. Prima che sia da impiegare una pattuglia, vede che Simeone – non è nessun altro – si volta e si avvicina. Presto s’imbatte in due comandanti. Uno è Rochus, che sospettava subito si trattasse di Simeone, che non deve essere trattato rudemente. Perciò è andato lui stesso. Cornelio non dice nulla, sorride soltanto.

13. Il secondo comandante è Venitrio, il ‘mangiatore d’uomini’; per questo Cornelio lo ha tenuto in casa. Rochus ha il controllo della città. Da allora non ci sono più dei significativi accadimenti nei vicoli. Venitrio soffia a Simeone: “Ehi, avanti, nel tribunato!”

- “Allora non è distante”, risponde calmo Simeone, e fa come se non conoscesse Rochus.

*

14. Cirenio fissa Simeone estremamente severo; ma nel nobile volto non si riflette nessun moto. Gli occhi dell’uomo di Luce guardano costui severamente ed apertamente. “Chi sei?”, il romano comincia l’interrogatorio.

- “Io sono Simeone, della casa di Selumiel, principe della stirpe di Simeone di Israele. Sono un sacerdote insegnante e profeta, ho settant’anni e sono venuto dall’Empireo dal luogo Mireon”.

15. A Cirenio succede come a Cornelio; si tocca la fronte. Costui deve essere un sottodio, un prestigiatore? Certo, lo sguardo chiaro, limpido e, …la figura! …Come? Settant’anni? Ah! Nonostante i suoi capelli bianchi, al massimo quaranta! O l’uomo mente, oppure è pazzo.

16. Allora Simeone dice del tutto calmo: “Quirino, nulla di ciò che pensi. Pochi altri riescono a giungere alla piena verità; di solito si deve dare la pappina di latte. Visto dal Cielo, puoi tollerare del vino pesante. Ho percorso la via perché ti sapevo qui sopra con il tribuno. …Come mai? Da sotto non si vedeva niente; e di fronte, sui tetti, sono di guardia dei legionari. Doveva essere che tu mi vedessi, perché ho da dirti alcune cose”.

17. “Alt! Non mi sorprendi! Le dieci stirpi d’Israele sono state sottomesse dall’assiro Sargon circa settecento anni fa; quindi è chiaro che sia chissà chi. Non ho mai sentito nulla di un paese ‘Empireo’ e nemmeno di una città ‘Mireon’. Sono solo dei nomi da favola. Tu provieni da un paese a noi ancora sconosciuto, a me la tua natura non mi è mai apparsa. Perciò tu – più tardi – amichetto, …ti prendo con le pinze!”. Cornelio si spaventa di questa non ancora sperimentata severità del Quirino, soltanto, meno per via di Simeone. In alcune settimane ha assistito a qualche ‘miracolo’.

18. Il volto di Simeone muta, in modo che Cirenio non sa se deve meravigliarsi o arrabbiarsi. “Non ti preoccupare, mio Cornelio”, sente parlare gentilmente il forestiero. “Il nobile Quirino è pure eletto per vedere la cosa più magnifica che un mondo può sperimentare e, in più, servire”.

19. “Io non servo! Io governo!”, lo interrompe Cirenio.

- “Tu governi”, risponde calmo Simeone, “e sei il primo servitore di Augusto, i cui comandi, non raramente li formuli tu, buon consigliere del Cesare!”.

- Cirenio è perplesso. Nessuno lo sapeva quante volte egli ha potuto guidare in vie più utili la volontà di Augusto. Ora questo forestiero sfoglia questo segreto come se fosse noto ovunque.

20. Lui depone incurante il suo pensante elmo sulla ringhiera. Simeone lo afferra. “Qui cade giù; e se colpisse un bambino potrebbe causare un grave danno”. Depone l’elmo su uno sgabello. Quest’azione distrugge il desiderio di interrogare l’anziano senza riguardo. Chi agisce con tanta attenzione, è un uomo buono. La ringhiera inclinata non era un posto per il suo elmo.

21. “Non hai l’aspetto”, dice di sentimento duplice, “come di un conoscitore di armi, ma sai ciò che è giusto”.

- “Anch’io porto delle armi; sono un principe, e pure i miei sei fratelli. Soltanto, noi impieghiamo le armi diversamente da come fai tu. Una volta c’è stata una grande guerra. Gli eserciti che si stavano di fronte, non si potevano quasi contare”.

- “Più che venti legioni?”. Roma ne possedeva tante; Augusto però le aveva ridotte, nonostante l’avvertimento.

22. “Quirino, la cifra non è pronunciabile, poiché si stavano di fronte gli eserciti della Creazione. E quando fummo inviati, per aiutare – può avvenire anche in modo invisibile, e allora portiamo le armi del nostro Regno, dell’Empireo, per incoraggiare gli amici e per scacciare i nemici”.

23. Per Marte! Questo è un linguaggio da romani, e tu dici di essere Simeone?”. In Cirenio sta turbinando molto. “Esistono ancora i tuoi eserciti?”.

- “Il nostro è cresciuto; noi portiamo un po’ alla volta tutti i nemici dalla nostra parte. La battaglia non cessa nemmeno prima, finché l’ultimo nemico, …è conquistato come amico! Chi si afferma, poi fa parte di noi senza differenza”.

24. “Favole!”. La mano di Cirenio taglia veementemente l’aria.

- Anche Cornelio ascolta meravigliato. Le sue esperienze con Simeone lo guidano alla fede. “Era una favola che sapevo come stai verso Augusto?”, chiede costui calmo.

- “Ho annunciato io del naufragio del Naxus, quando tu eri appunto partito da Melite. In così breve tempo non lo sapeva nemmeno Augusto”.

25. “Hm, ora non ho tempo, ma stasera mi presenti la vostra tattica di guerra! Cioè, così. – E va bene! Preferisco se viene versato meno sangue”. La cosa importante prevista, consiste solo nel fatto di parlare una parola seria con Cornelio. Costui sta seduto nel pantano e non lo sa. Tanto la ‘pace della Giudea’ gli sembrava acida.

26. Simeone sorride finemente: “Permetti, Quirino, che porti le mie armi?”

- Cornelio salta su: “Eccetto la vostra guardia del tempio, nessuno deve portare delle armi. Non hai mai detto che ne hai!”.

- “Non preoccuparti, amico mio, con ciò eseguo la Volontà del mio Re. Anche l’anno scorso ho portato il mio equipaggio, e nessun romano mi ha toccato. Ho invece impedito un versamento di sangue come a voi sarebbe apparso vergognoso. Sono state portate nella loro patria inevitabili vittime”. Nuovamente la voce di Simeone è severa, e nondimeno, così mite; nessuno uomo può parlare così, osserva Cirenio in se stesso.

26. “Vieni come vuoi! Cornelio, dagli un porto d’armi”.

- “Non è necessario, non mi arresta nessuno”.

- “Allora agirebbero contro l’ordine. Voglio vedere i legionari che ti lasciano passare senza biglietto”.

- “Dipende dal fatto se riconoscono chi sta parlando con te!”

28. Entrambi i romani si sforzano di digerire la superiorità di Simeone. Ma lui con una ‘mimica di pace’ porge la sua mano nel saluto. Cirenio lo ammetterà più tardi, che in quella stretta di mano una forte corrente gli aveva attraversato tutto il corpo. Quando Cornelio riferisce dopo che cos’era accaduto.

29. Cirenio sprofonda in riflessioni. “Che cosa è qui giorno? E che cosa, notte? Rimarrò più a lungo. Magari una parte della truppa deve andare prima a Damasco, dove consolido l’amministrazione per lo zio dalla seconda linea. Il suo nipote Pilato è alla scuola di Ponzio; sembra essere talentato. Presentami il dossier su Naxus. Cesare sarà indignato, incederà…”. – “…nemmeno la metà è giunta a Roma”, interviene frettolosamente Cornelio.

30. “Se non fossi intervenuto fulmineamente, ora scorrerebbe il sangue nel paese, forse, …anche in Italia! Simeone, che nessuno conosce veramente, è arrivato quando dopo tre settimane non sapevo se andare avanti o indietro”. Si consigliano segretamente. Forestus viene chiamato, affinché possa vegliare in modo migliore.

*

31. Nel frattempo Simeone va al tempio. Chi vede lo splendore dei suoi occhi? Chi ha parte nella gioia del suo cuore? Il suo Io dalla sfera, giubila: ‘Servire i buoni, aiutare i cattivi!’. Per questi ultimi non è facile, ma lo è salvifico nell’eternità. Osservando con un occhio dal celeste e con l’altro il terreno, passa attraverso la porta del tempio.

32. Appena giuntovi, viene a lui Athaja. L’alto (sacerdote) è cambiato molto. L’oscuro di prima del suo essere, sottolineato dagli occhi scuri e dal cappello nero, è decaduto da lui. Lui dice agitato: “Ma dove sei stato così a lungo? Ti ho fatto cercare con preoccupazione. Certo, da quando il mezzo amico Rochus è il comandante delle strade, viviamo come una volta”.

- Simeone sorride: “È il nostro intero amico, Forestus deve rimanere da Cirenio. Ora debbo dirvi delle cose importanti”.

33. Athaja getta via il peso dalla sua anima. “Il principe Ahitop è ritornato da un’ora dalla regione. Ovunque sarebbe tranquillo, la maggior parte dei romani, dei gentili, persino soccorrevoli. Presso Beth-El un uomo era precipitato dal tetto ed aveva una gamba rotta. Dei soldati sono accorsi e lo hanno portato da un medico. Ancora settimane prima nessun romano si sarebbe voltato. Da quando il Quirino è nel paese, le cose starebbero molto meglio. Già sulla via per venire qui si sarebbe informato in tutti i luoghi. Hilkior e i superiori della città sono pure presenti. Li faccio convocare”.

34. Simeone riferisce ciò che era successo nel tribunato. Quando parla delle armi, fanno delle facce preoccupate. – “Questo finisce male”, avverte Ahitop. “Mi aspetto molto da te, amico Simeone; e che puoi mangiare più che manna lo abbiamo notato. Non mi sono tenuto nulla quando sono stato invitato, nemmeno la bella spada de miei avi. Certamente mi fu assicurato che sarebbe stata conservata, e forse me l’avrebbero anche restituita. Per questo motivo sono rimasto indisturbato”.

35. “Mi stupirebbe una cosa del tutto diversa”, confessa apertamente Athaja. “Quando sei venuto tu, Simeone, hai portato solo l’abito da viandante. Ho interrogato Unnias che ti aveva ricevuto ed annunciato. Se hai le tue armi al di fuori dal tempio, mi sta pure bene”.

- “Le ho con me, amico Athaja. Poi le metto e ci vediamo nuovamente, prima di sera mostrerò al Quirino l’arte della mia scherma”.

36. Zaccaria alza con dispiacere una mano: “Peccato che non possiamo assistere alla tua vittoria”.

- “Meglio di no”, risuona severamente. “Quale romano vince il suo fallimento? Solo sotto la sorveglianza del Quirino è da evitare un torto”.

- “Ci riferirai?”, Una richiesta di Eliphel. “Sì; ma solo a colui che sa tacere”. I giudei hanno da tempo imparato il silenzio.

37. Jissior comincia sviando il discorso: “Presso Cornelio erano sorti dei punti che hanno ancora bisogno di essere illuminati. Anche Athaja non riusciva a vederci chiaro”. I due superiori, quando si è radunati nell’interno, vorrebbero essere interpellati senza indicare la loro funzione. Questo crea un buon fondamento alla fiducia generale.

38. “Un momento”, risponde Simeone. “Madre Anna si sta recando da noi”.

- “Lei viene sempre al momento giusto”, dice Chol-Joses di buon umore.

- “Lei arriva anche altrove al momento giusto”, risuona dalla porta, Anna entra.

- “Se non avessimo te, madre del tempio!” scherza il principe.

- “Allora sareste come pulcini senza la chioccia”, risponde lei pronta. – Con una risata di cuore lieto ci si mette al tavolo del Consiglio.

39. “Cominciate!”, invita Simeone. “Più tardi si potrà spiegare ancora di più, abbiamo tempo un paio d’anni”.

- “E poi?”, chiede il giudice Jaor.

- “Allora arriva il nostro SIGNORE!”

- “Come Salvatore, come ‘Io sono il Signore, tuo Dio’ “, aggiunge Anna in modo santo-serio. Ed è stranamente silenzioso. Nessun fantasma! Come un respiro, passa nella sala. Oppure, …era Dio?

40. Simeone riconduce alle cose terrene: “La questione più difficile, cominciata da tutte le parti senza colpire il nucleo, riguarda l’indicazione di Anna, che il popolo di Abramo sarebbe provenuto dall’elite delle stirpi di allora. Voi credete, che ciò fu soltanto dai figli di Giacobbe”.

- “Sì, questo è il nodo che non è stato possibile sciogliere”, dice Nathan.

41. Simeone glielo spiega: “Dai figli non provengono solo dei bambini! La caldea Bilha e la moabita Silpa ne partorirono quattro [Gen. 35]. I figli di Giacobbe dovettero scegliersi delle ragazze dalle stirpi sottomesse ad Abramo. Nella composizione di Israele sono inoltre partecipi i gebusiti, gli edomiti, gli hittiti, gli amorriti, gli heviti, gli horiti, gli amalekiti, i siriani, i canaanei, gli egiziani. La moabita Ruth partorì Boas israeliano, il figlo Obed; costui generò Isai, e costui il re Davide [Ruth 4,21-22]. La successione delle stirpi a voi nota vi era contraria.

42. Soltanto, nessun popolo del pianeta è puro popolarmente, indipendentemente dal fatto che insieme provengono da una radice. Secondo la formazione animica esistono due radici abbastanza note: la Luce e la tenebra. Appunto da queste esso proviene. Le due dimorano nell’uomo. Dei popoli portano delle separazioni esteriori, certo per qualche bene, ma dovrebbero avere un solo valore generale”.

43. “Questo chiarisce”, dice Hilkior, “e inoltre lo percepisco nell’animo, con ciò sarebbe da eseguire una unificazione mondiale com’era prima del diluvio”.

- Dice Simeone: “Un secolo per ogni dito e le tue mani contate due volte, allora l’unificazione mondiale penderà dal filo più sottile (2000 anni!)! Ma lasciamo questo a quel tempo; noi non ne abbiamo nulla a che fare, – non ancora”.

44. Zaccaria domanda: “Quando Simeone ha detto che sarebbe già stato a Roma e i romani hanno riso di lui, ho visto all’improvviso fra lui ed Anna una somiglianza come usa verificarsi tra fratelli. Oggi non si vede nuovamente niente. Come accade questo?”.

- “Questo è da spiegare spiritualmente”, dice la madre del tempio.

45. “Nell’Empireo esistono sette Radici principali. I loro genitori di stirpe, i principi, i cherubini e i serafini, sono dei fratelli celesti. Ogni coppia di principi riceveva una radice. Indipendentemente dalla casa dei principi e del gradino di successione ogni popolazione di Luce ha avuto la stessa parità che si rivela ovunque, non appena il servizio e la conoscenza fi fa incontrare su un livello. Questo può avvenire ovunque, anche nello spazio dei mondi, persino fra uomini estranei. Certamente, avviene raramente. Simeone ed io stavamo nella vibrazione del nostro spirito sullo stesso livello; inoltre, dal tempo antecedente gli sono strettamente imparentata”.

46. Jaor dice sorpreso: “Madre Anna, ho conosciuto i tuoi genitori. Avevi un fratello che è morto giovane. La tua stirpe non era grande. Nemmeno i parenti di tuo marito erano imparentati. Per quanto si sa, nelle vostre famiglie non esiste nessun Simeone. Come spieghi questo rapporto?”

47. Si prende nota senza batter ciglio: “Anche i nostri più anziani hanno ancora bisogno di insegnamenti. Delle parentele nella materia sono transitori nel sangue e straordinari già indirizzate qua dall’aldilà. Il vero parentado parte dal di fuori della nostra materia. Questo legame è eternamente valido, finché le creature rimangono figli di DIO. In questo modo sono imparentata strettamente con Simeone”.

48. “Ah, è così!”, Jaor si scusa. “Ora mi è chiaro. Collegato con ciò ci sarebbe una domanda che mi è cara: ‘La continuità della nostra vita’. La morte del corpo e del cuore, come ci ha rivelato Simeone, la comprendo. La continuazione della vita ci è generalmente nota, anche se si tratta di una conoscenza vaga”.

49. Questo è bene”, dice Simeone, “altrimenti certi si aggrapperebbero troppo all’aldilà, altri lo negherebbero per paura, e il proprio percorso ultraterreno dovrebbe rivelarsi scoperto. Questo non porterebbe nessuna benedizione, nemmeno a coloro che avrebbero da aspettasi un buon aldilà per via del loro cammino. L’uomo sottostà ai poteri del suo mondo, dove al primo posto si sviluppano l’arroganza e la superbia; poiché soltanto al terzo posto sta la paura.

50. Ci si confonderebbe solo se la Tenda venisse aperta completamente. Per il mondo è sufficiente un sapere assoluto della continuità della vita, e che il bene e il male vengano compensati”.

- “Io sospiro”, confessa Athaja. “Ho riflettuto sovente come continuerei a strisciare di là, ed ho avuto paura”.

- “Un po’ di paura non fa male a nessuno”, dice sorridendo Anna. Le si dà assolutamente ragione.

51. “La mia domanda è altrettanto chiarita”, dice Ahitop. “Una vita antecedente ed un ri-sapere onirico di una cosa, non la si è mai sperimentata consapevolmente da uomo. Se esiste una continuazione della vita, così come altrove anche un’esistenza antecedente, ben meno è su uno e sullo stesso mondo[48]. Ho ragione, caro Simeone?”

52. “Completamente! La vita procede dall’aldilà, dalla Luce oppure dalla parte dell’ombra, a seconda. Un continuo ritorno sugli stessi mondi aumenterebbe automaticamente i ricordi, ma quasi mai per il vero bene. In più, l’arroganza tenta l’uomo di inventarsi solo le immagini migliori. Persino un pensare inspiegato sarebbe in questo caso, peccato: ‘Che cosa sono stato?’. – L’uomo tende volentieri verso una corona che non fa parte del suo capo. Da ciò, insieme alle conseguenze, si vede che delle esistenze antecedenti si estendono fondamentalmente su tutto il Cosmo”.

53. “Faccio un altro sospiro”, si fa di nuovo sentire Athaja. “Al pensiero che io, …ah, preferirei che venissi soltanto dal Grembo di Dio”.

- “Amen!”, dicono Simeone ed Anna solennemente. Quelli seduti più vicino ad Athaja gli danno commossi la mano.

- Ognuno pensa: “Se sono provenuto dal Grembo di Dio, allora sperimenterò la Grazia, come, quando e dove io possa vivere’.

54. “Ancora questa faccenda”, dice Chol-Joses. “Non del tutto incompresa, mi manca ancora comunque un anello nella conoscenza. Poi, l’ora dei poveri è compresa. Ma quando? Più tardi?”. Chol-Joses guarda supplicando Simeone.

- “Radunatevi nel pomeriggio”, invita Simeone la radunata. “C’è qualcosa da vivere”. – Lo si asseconda volentieri.

55. Il principe Ahitop propone la terza ora. Ognuno è d’accordo. Chol-Joses pone ancora una domanda. “Dopo la festa della passione, madre Anna ha rivelato che Simeone sarebbe un fratello di Mosè. Visto dalla Luce sarebbe comprensibile, …ma in modo terreno? Dalla morte di Mosè sono passati quindici secoli”.

- “Ce lo conserviamo come medicina per gli infedeli”, propone Simeone.

- “Certo, una amara! Ma aiuta”. Ci si separa speranzosi.

 

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III° / Cap. 10

Il corazzato – Buoni e cattivi cozzano – Simeone inizia a spazzare il tempio

Simeone manifesta la sua essenzialità, vestito con l’armatura scintillante degli angeli combattenti, si presenta al Tempio – Quattro i dissidenti – Gli scoperti non cedono – Ascoltano sì gli insegnamenti esortanti affinché si preparino per sette anni alla svolta in arrivo, ma poi accusano Simeone e, ripresi, lasciano la sala – Alcuni misteri dal Regno

1. Va in giro uno con un’armatura regale. Alla velocità del vento il tempio sa: “Un alto romano ispeziona!”. Lo si segue spiandolo. Ma quale sorpresa! Gli spioni sono Jojareb, Hilkia, Pashur, Usiel e Ginthoi, che non hanno riguadagnato i vecchi pendagli, di cui ancora qualcuno ‘zoppica su entrambi i lati’, come al tempo del senza Dio di Ahab [Acab - 1° Re 18,21].

2. I cinque sacerdoti provocano ad alta voce: “Se Cornelio sapesse, sarebbe finita con tutta l’amicizia!”.

- Simeone fa come se non sentisse una parola, ma presto il grappolo gli si attacca al piede (non lo perdono di vista). “Ogni settimana si fanno indagini, affinché il tempio abbia solo dieci lance!”.

- (e ancora, canzonando:) “Roma teme che le nostre lance facciano guerra ai bambini. Ora hanno sollevato una spada…”. Jojareb corre da parte e scarabocchia qualcosa.

3. La riunione doveva avvenire in privato, ma Simeone confonde i cattivi. Incontra Nathan. Costui lo guarda dal basso stupito. Un cenno con l’occhio, e Nathan cammina accanto a Simeone, chiacchierando disinvolto con lui. Vanno nella sala del Consiglio che, più grande, si usa generalmente.

*

4. “Ho qualcosa da annunciare”, dice Simeone. “Chiama i nostri alti sacerdoti”.

- Come un furetto (volpe) arriva Hilkia, non trattenendo il suo scherno: “Ah, gli altri non dovrebbero sapere il giochetto? Mancato! Nei luoghi pubblici ognuno è libero di ascoltare. Non lo hai pensato, vero? Hahaha!”

5. “Vi potrebbero suonare le orecchie, se di grazia, alla fine me lo dite”.

- “A te? Tu, profanatore del tempio, disturbatore della pace! Ci fai rimettere il collo, quando si verrà a sapere come sei armato! Per il resto sai tutto precisamente. Dunque, non vuoi sapere che le armi son vietate?”

- “Giusto! Si chiede solo, per chi?”

- “Mostrami una volta il tuo porto d’armi, spione di Roma! Non lo dovrebbe osare nessuno, se Roma non lo ripagasse! Che bello: sacerdote, insegnante, profeta, …e servo delle armi, in uno! Questo fa meravigliosamente rima!”

6. Simeone respinge indietro Hilkia con una mossa della mano. Nel frattempo, chi può, è accorso, anche gli amici. Simeone indica le sedie. “Chi vuole ascoltare, si sieda; chi no, è meglio che rimanga fuori!”.

7. Jojareb, facendo il temerario, si avvicina a lui, biasimandolo grossolanamente: “Il tuo ordine non vale niente! Qui non è una casa di spionaggio, qui c’è il tempio di Dio!”.

- “Davvero?”, risuona duramente. “Allora mi stupisco che qui Dio non abbia nessuna dimora. Per te è una casa di spionaggio e di accusatori! A proposito: anche tu non hai nulla da comandare! Athaja può permettermi di parlare pubblicamente”.

8. Costui (Jojareb) ha riconosciuto subito la tattica di Simeone e dice: “La Sala è libera per te per due ore!”.

- “Naturalmente”, gobbeggia Usiel ridicolo, “i traditori fanno gioco comune!”

- Simeone lo afferra all’abito: “Lo ritiri?”, tintinna la ferraglia.

- “Non intendevo così,” piagnucola Usiel.

- Simeone lo lascia andare: “Siediti, se hai voglia di rimanere!”. – Usiel vacilla andando via. Solo molto più tardi rientra furtivamente dalla porta.

9. E ora Simeone dice: “Sono qui su incarico del mio Re. Chi è LUI, lo riconoscerà ognuno che crede ed agisce gentilmente. La maggior parte non sa quanto è possibile che io – venuto da uomo anziano – sia un combattente giovanile. Guardate!”. Si toglie il meraviglioso elmo, ed ecco che si vedono i suoi capelli scintillanti argentei.

10. “Presso di noi, nell’Empireo”, insegna lui, “il capello bianco non è come da voi un segno dell’alta età, oppure persino di angustia e sofferenza. Noi tutti abbiamo capelli chiari, dal tono d’oro fino al bianco argenteo, che ha a che fare con la nostra specie. In missioni particolari ci modifichiamo in modo com’è utile agli uomini o agli esseri, per la cui salvezza siamo inviati”.

11. “Salvezza?”, osa rischiare Hilkia al suo vicino, il costante disturbatore della quiete.

- Zaccaria protesta, e il principe biasima: “Hilkia, ognuno che ora interrompe inutilmente, lo rendo noto personalmente al Quirino!”. I sotto sacerdoti si rannicchiano imbarazzati, sono anche inquieti di questo disturbo. Ma chi osa di contraddire Hilkia, il quarto nel Sinedrio? Lo può fare soltanto qualcuno che nel rango è superiore, rimanendo indenne.

12. Simeone sorpassa le dicerie: “La salvezza dapprima a qualcuno non fa subito bene, magari, come se stesse annegando; poi subentrano le cattive conseguenze. Si sta seduti in questa casa che è solo meno che un tempio di Dio, simile a una barca bucata. Alcuni stanno annegando. Ora, …chi non lo vuole sapere e passarci sotto, deve sprofondare fino al fondo del mare. Questo fondo si chiama:

Onnipotenza, e Diritto!

13. Là cade, …là incontra il SIGNORE! Là non esiste nessuna via di scampo! Chi allora chiede grazia e misericordia, deve riconoscere il Diritto e l’Onnipotenza di Dio! Chi prende su di sé una riparazione con tutti i pesi, preparato per la cattiveria di altri, a costui la Grazia sarà come il Sole lontano. Un Sole vicino, un ‘Dio vicino’, non lo può sopportare per nulla.

14. Il tempo di svolta di Dio è vicino, fra sette anni! Chi fino ad allora cambia per recuperare la quarta o settima parte di un tempo di servizio ingiusto? L’ALTISSIMO non vi regala nulla! Appunto, a coloro che sono così perfidi! Ma chi cambia, anche se non riesce subito, anche se il vecchio Adamo alza ancora il suo capo, sarà guidato in questi anni dalla Bontà di Dio. E la sua anima riceverà una corazza, il suo cuore un elmo, il suo spirito una spada e uno scudo, come lo porto io tutto questo”.

15. Simeone alza in alto le armi le quali scintillano al Sole, mentre proprio ora guizza attraverso le colonne. Un sotto sacerdote sussurra: “Chissà se Giosuè davanti a Gerico aveva quell’aspetto”.

– “Questo Simeone ha ragione”, mormora un altro di rimando. Allora tra i due sembra come se li colpisse uno sguardo, stranamente caldo. Solo un momento, …e sono dalla sua parte.

16. Simeone nel frattempo continua a parlare: “Ad ogni tempo di svolta precede un Raggio (un portatore di Caratteristica divina). Chi porta lo stesso, è più potente di colui che viene inviato precedendo. Io sono un Raggio al quale sono collegate certe Luci, che possono co-precedere e operare con la svolta. Questi sono stati preparati, anche se ‘da uomini’ non lo sanno.

17. Non così come ora Jojareb che sta pensando in modo cattivo, che allora ‘i preparati’ abbiano un proprio merito di Grazia, mentre gli altri ai quali io augurerei il fondo del mare – che il desiderio sia la loro azione – dovrebbero subire il giudizio senza colpa. Che ne può, uno, che non abbia nessuna preparazione? Jojareb”, gli rammenta Simeone, “tu da sacerdote conosci Mosè e anche i profeti e quello che DIO ha comandato. Questo è il ‘tuo cammino d’istruzione di Dio’, che EGLI ti concede.

18. Hai trasformato questa conoscenza in sapienza? DIO ti ha posto al bordo. È tempo in cui deve essere messo in pratica ciò che hai imparato. Lì, manchi! Oppure no?” Simeone esorta Jojareb.

- Costui si schiarisce la gola; lui sente di che cosa si tratta. Ma, piegarsi? Davanti a Simeone? Mai! Perciò risponde in breve: “Tempo di …svolta? A me basta il vecchio”.

19. “Ebbene sì, il solito trantran!”, rimprovera Simeone. “Tu ed Hilkia seminate disaccordo! Avete tradito il cittadino Ahimoth ed altri ancora. Non sia detto per vostra rovina”, addolcisce la sua voce severa, “è la Chiamata di DIO: ‘Ritornate indietro’, se volete ottenere Misericordia.

20. Voi sapete che Dio ha fatto operare molti miracoli a Mosè, ma discutete che avrebbe venduto voi a Roma. Ebbene! La Giudea vacilla qua e là, pensando: ‘Se soltanto io rimango in vita, tutto il resto non m’importa!’. Questo non prolifererebbe nel popolo se i suoi superiori restassero nella fede e portassero al posto di discorsi vuoti, la vera Parola di Dio e l’aiuto vitale. Ma credete forse che il Signore vi abbandonerebbe?

21. Guardate un miracolo: i vostri polmoni respirano, il vostro cuore batte giorno e notte. Il sangue scorre inarrestabilmente attraverso il corpo, e non sapete che e perché nessun corpuscolo di sangue, compie due volte lo stesso percorso nella stessa unione con gli altri. Cambiano continuamente insieme alla loro traccia. Ma se anche cambiano formando altre unioni, altre vie, possono scorrere solo nelle loro vene e vivificare il loro corpo attraverso le stesse. Questo è un santo simbolo dalla Volontà di Dio di governare, la condizione-Ur, senza la quale nessuna vita può manifestarsi né conservarsi.

22. Non appena il sangue forma gli stessi cristalli di base e le stesse tracce com’erano alla nascita, allora il circolo di un’epoca d’incarnazione è concluso, sia breve che lunga, …anche indipendentemente dal genere di morte. Non è questo un miracolo più grande? Non agisce qui l’Onnipotenza, …umanamente vicina? Ma l’uomo non le comprende. Queste le indica come ‘naturalezze obbligatorie della natura’!”

23. Il medico del tempio, Obadnia, alza la mano. Simeone gli fa un cenno: “È buono quello che hai da dire”.

- “Come mai che lo sai?”, chiede Obadnia sorpreso. “Come hai detto, è così, così …“, si blocca. “Mi sono occupato di niente, ma aiuto dove posso aiutare. Ma se qui le cose stanno così male con noi, che cosa deve essere di noi tutti?”

24. “La tua domanda colpisce il fondo”, risponde Simeone. “Hai imparato bene la tua funzione di guarire, essendo sempre disponibile e vai a cercare i poveri non appena uno ti chiama. Questo compiace a Dio. Soltanto una cosa ti manca ancora, Obadnia”.

- “Che cosa?”, chiede oppresso. Quello che ora ha sentito, gli dimostra che Simeone ha un sapere enorme. “Sono subito pronto per cambiare e per imparare del nuovo, se con ciò posso aumentare le mie facoltà”.

25. “Lui sa molto della Dottrina di Dio e della vita di questo mondo”, lo loda Simeone. “Non si è mai esposto; lui aiutava, e andava via. Sovente è stato considerato poco perché non sarebbe ‘un vero sacerdote’. Eccetto pochi, nessuno è così molto sacerdote, proprio come lui. Perché chi aiuta volentieri nel silenzio, è ‘la cara Mano di Dio’!

26. Quello che manca, Obadnia, è questo: ‘Ogni aiuto deve avere due lati, come si hanno anche due mani’ Un sacerdote deve tener presente il corporeo del povero; un medico guarisce meglio se, oltre alla malattia, indaga anche il male di un’anima. Il male al cuore rende malato. Se il medico mette il balsamo del conforto sul cuore (spirituale) ferito, allora i suoi unguenti guariranno facilmente la malattia. Sono alti miracoli di Dio, non appena l’uomo ne tende la mano”.

27. “Non ho mai riflettuto così”, confessa Obadnia. “Questo me lo ricorderò!”. Va da Simeone: “Ti ringrazio. Leggerò molto il tuo ‘Libro d’insegnamento’, c’è scritto molto”.

- I buoni si rallegrano di questo bell’episodio, mentre Jojareb ghigna sdegnoso: “Che …”.

- “…stupidaggine”, lo dice Hilkia. Ma molti occhi irritati gli chiudono la bocca.

28. (il medico:) “Posso ancora chiedere? Riguardo la circolazione del sangue, non riesco a seguire. Potrà sembrare strano che mi occupi molto del cuore e del polmone, benché finora non abbia ancora trovato un chiaro concetto, eccetto una volta con un morente, il cui corpo era del tutto aperto a causa di una cattiva caduta.

29. Nonostante la compassione, ero affascinato come agivano gli organi. Il sangue spruzzava fuori al ritmo cardiaco. Non ho constatato di più. Ora hai detto che delle particelle di sangue circolano in associazione, sempre diverse e su altre tracce. Lo comprendo, anche se non l’ho mai visto. Ma ora questo: ‘Un lattante ha molto meno sangue che un uomo adulto’. Ma come si possono formare alla sua morte gli stessi cristalli di sangue e le stesse tracce? Le vene crescono con il corpo”.

30. Simeone spiega: “Non dipende dal fatto quanti cristalli di sangue uno abbia, ma se sono le stesse piastrine. Come massa il sangue scorre in spirali brevi o tirate in lungo, che si modificano attraverso i cristalli del sangue che cambiano forma, non in ultimo attraverso il modo di vivere dell’uomo. Ma come il sangue alla sua nascita mostra la curva, poi così anche alla sua morte. Lo comprendi ora, vero?”. Ognuno ha ascoltato con interesse.

31. “Compreso?”, chiede riflessivo al medico.

- “Non del tutto! Esiste un filo fra la nascita e la morte. Degli astrologi dicono che le stelle dell’uomo possiederebbero in ambedue le stesse costellazioni. Puoi spiegarmi ancora di più?”, chiede. “Oppure, verresti una volta da alcuni malati che io chiamo ‘dei casi particolari’ ”.

- “Volentieri, Obadnia; domani, se vuoi”.

- “Molte grazie”.

32. “Incredibile, quello che sai!”, si stupisce Athaja. “Oh, quanto ringrazio, che ‘il Santo’ ti ha mandato qui”.

- “Conservalo soltanto per un cielo falso”, comincia nuovamente Hilkia. “Lui è un uomo come noi; chi può contare i suoi peccati?”

- L’avvocato s’arrabbia: “Tu…! Come ti si deve chiamare?”

- “Questo riposa su reciprocità”, salta su Hilkia. “Nel passato hai aiutato il mio nemico, per questo ti maledico ancora oggi!”

33. “È il mio dovere”, s’infuria Hilkior, “di assistere degli innocenti, anche se fossero dei mendicanti!”

- “Costoro ti hanno forse reso ricco?”, schernisce Jojareb.

- “Sbrigate i vostri affari fuori!”, Simeone s’intromette duro come l’acciaio. “Non date pace”, minaccia i ribelli. “Continuate solo così, e il ‘cielo falso’ ricade su di voi! Siete uomini, o serpenti?

34. Per chissà cosa, voi condannate gli altri, così la vostra semenza sarà anche il vostro raccolto! Finché voi da credenti perseguitate i credenti, questa Terra rimane un povero mondo! Voi condannate nell’eterna dannazione e non sapete che cosa significa ‘eternità’! Voi attribuite la vostra bassa soddisfazione all’Altissimo. Me EGLI, è come voi? Voi pensare da cattivi, e volete strappare DIO al vostro livello? Guardatevi!

35. Dio ha predisposto la Pazienza davanti all’Amore, affinché rimanga preservato anche ai ribelli. Egli ha predisposto al Giorno dell’Amore della Creazione nel quale potete vivere, quello della Pazienza, affinché tutti coloro che potrebbero diventare cattivi, siano da salvare, prevalentemente tramite la Pazienza! Oppure credete forse”, le parole di Simeone tintinnano quasi. “di poter dire: ‘Dio è l’Amore, quindi Egli ci deve sopportare!’ ? Oh, aspettate solo, Egli non Si lascia deridere! [Gal. 6,7]

36. Egli ha preparato la Via attraverso la PAZIENZA, sulla quale è possibile il ritorno, e dopo questo anche il rientro in Casa. Ai ritornati a Casa va incontro la Misericordia nel Cielo. Essa cancella il vecchio, purifica, guarisce ed eleva i figli nel primo stadio di Cielo. Questo è anche un vero miracolo. Afferratelo! E una volta si adempirà in voi”.

37. “Per questo non abbiamo bisogno di te!”, grida Ginthoi.

- Il principe Ahitop dice fra i denti: “Vieni fuori! Ora basta! Domani ti denuncio!”

- “Resta tranquillo”, lo ferma Simeone, “i ripugnanti si sono già annunciati da sé nel tribunato”.

- “Come mai? Che cosa?”, esclamano tutti insieme.

- Jojareb, diventato stranamente pallido, vuole andar via col suo seguito.

38. Ma Simeone sta corazzato alla porta, egli dice molto seriamente: “Oh, no, non mi scappi così a buon prezzo! Tu ed Hilkia mi avete accusato che mi sono pavoneggiato su e giù e vi spezzerei il collo. Ah, …il tuo biglietto, che spezzerà i vostri colli”, indica i cinque, “Ah, …il tuo biglietto, questo vi può spezzare il collo”, indica i tre rivoltosi, “avete fatto arrabbiare il Quirino. Lui aspetta soltanto che cosa ne ho da dire io. Non vi voglio rovinare; ma voi siete la sporcizia della casa che si deve spazzare via.

39. Jojareb! E tu vuoi diventare alto sacerdote? Di chi? Di Dio, oppure, …di Satana? Ecco, ora andate, se volete”, Simeone libera la porta. All’istante i cinque uomini sono fuori, persino senza vendetta, ma per questo con più paura. Si consigliano di qua e di là. Ah, si deve appunto negare che Jojareb lo abbia scritto.

40. Anche tra fedeli qualcuno ha paura. Simeone li tranquillizza: “Non vi succede niente. Stasera sono stato invitato dal Quirino nella mia armatura; la mia spada deve proteggere il povero gregge”. Ecco che nessuno si tiene più. Ora lui viene circondato. “Tu sei buono! Tu sei come un angelo di Dio! Quando aiuti tu, allora ha aiutato il Signore!”, e ancora di più.

41. La riunione viene terminata. Chol-Joses chiede ancora un chiarimento su come mai che Simeone sarebbe il fratello di Mosè, e se lui, Chol-Joses, potesse essere impiegato nel tempo di svolta. “Si”, lo afferma Simeone. “In ciò dipende meno del grande aiuto che si presta, che più come qualcuno che faccia qualcosa. Chi crede gioioso, per questo sarà preparato dalla fede.

42. Se dai volentieri una moneta (circa 70 centesimi di marco), allora porta benedizione al ricevente e al donatore; se regali contro voglia una dariche (circa 23,50 marchi), allora il dono è senza valore! Il Signore guarda al cuore, se regna lo spirito e se l’anima è soccorrevole. Dove avviene questo, tutto va sotto la Mano di Dio”.

- “Dammi un posto”, chiede umilmente Chol-Joses, “allora posso fare ciò che compiace al nostro Signore”.

43. “A ciò EGLI dice: ‘Amen’! Lui ha visto la vostra afflizione. Qualcuno pensa che l’avrebbe mandata Lui. Oscuramente, presagendo che ciò sia giustificato perché l’Altissimo è il giusto Giudice; altri hanno ancora conteso. Raramente Dio invia avversità. La maggior parte viene concessa da Lui presso quelli che si oppongono al Suo Amore, che vogliono sapere poco di Lui. Nominare il Suo Nome e fare contemporaneamente del male, è peccato contro il Suo Spirito e contro il secondo comandamento del Sinai.

44. Che Anna mi chiamasse il fratello di Mosè, rimarrà incompreso. Chol-Joses ha ragione. Dopo millecinquecento anni nessun fratello suo può vivere, dato che ha portato fuori dall’Egitto i vostri avi. Qualcosa lo avete riconosciuto, che la reale parentela esiste soltanto nel Regno della Luce e risulta raramente nel mondo. Sì, lui è la prima fiaccola di Dio, io sono la Sua settima.

45. Non ne siate spaventati. Chi vuole incarnarsi dal Regno della Luce, il suo essere di Luce è quasi completamente coperto. Egli lo lascia anche così, persino quando può riconoscere il suo raggio, perché è meglio per la via del mondo. Mosè lo aveva a volte quasi del tutto dimenticato a causa della sua difficile situazione di vita. Questo succede alla maggior parte delle Luci, poiché già per vera umiltà e servilismo non accolgono per sé nessuna reminiscenza.

46. Per me è differente; qualcosa io lo rivelo un po’ alla volta. Qualcosa che vi dia da riflettere, non necessariamente terreno, e si può comunque vivere secondo l’incarnazione. Voi conoscete la storia di Tobia, che Raffaele ha accompagnato per anni; e soltanto alla fine ci si accorse che Rafael era un angelo di Dio.

*

47. Ora inizia la sera. Nel cortile attende della gente che ha bisogno di consiglio ed aiuto. Per questo avete certamente delle ore stabilite, ma presso Dio, per questo non esiste ‘un tempo stabilito’. La Sua porta è sempre aperta. Agite anche voi così! Naturalmente è bene mantenere l’ordine, e ci si dovrebbe abituare, ma a volte la miseria e il bisogno hanno dei piedi veloci e non attendono il giorno successivo. Così è con coloro che attendono fuori”.

48. “Posso farlo io?” chiede Athaja. – Simeone lo nega gentilmente: “Davanti a te la povera bocca non si apre del tutto. Eliphel può andare; e quando lui sa tutto, porta i poveri a te e a Zaccaria”.

- “Avranno bisogno di me?”, indaga il medico.

- “Anche questo; domani ci andiamo per aiutare in diverse cose, e il tuo cassetto dei cerotti otterrà tutto il suo diritto”.

- Un’allegra risata.

49. Ci si stupisce e si batte contro l’armatura di Simeone. “Se i romani avessero questo”, dice orgoglioso un sacerdote, come se Simeone fosse una proprietà del tempio.

- “A nessuno riesce ad imitare la mia armatura”, risponde costui. “A voi la corazza, l’elmo, la spada e lo scudo sembrano molto solidi; ma tutto è della sostanza più fine, che nessun mondo possiede”.

50. Qualcosa rimane incompreso, ma c’è una sensazione, come quel recinto tramite cui si poteva giungere fino al Tabernacolo, nel deserto[49]. Sì, …il potere d’occupazione somiglia a un deserto; solo DIO è ora il Tabernacolo, e Simeone vi ha messo il recinto.

 

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III° / Cap. 11

Una lotta simbolica – Alto insegnamento ai romani – Mostraci il tuo Dio

Simeone ancora vestito con l’armatura va da Cirenio, ma viene prima intercettato da Venitrio che lo conduce al Tribunato – La sfida, e il duello – Venitrio sconfitto è però elogiato e onorificato – Insegnamenti su un solo Dio, sull’Empireo, sulla incarnazione del Veniente prossima, sui sette Raggi di vita fondamentale di cui Simeone è il settimo, sulla possibilità di parlare con Dio e sugli eletti e amici incarnati per la missione – Sulla sacra famiglia preparata dall’Alto e su Maria, bambina, al Tempio, guidata da Anna, altrettanto incarnata dal Regno – Cirenio vuole andare al Tempio

1. “Chi sei? Mostra il porto d’armi!”, una ronda ferma Simeone.

- “Non ne ho bisogno, comandante Venitrio”.

- “Non ne hai bisogno? E come mi conosci?”. Il romano squadra sospettoso l’armatura a lui sconosciuta.

- “Ti conosce tutta la città, Venitrio, e questo, non da un lato buono”.

2. “A te mostro ‘la parte buona’! Avanti!”, ordina. “Circondate l’uomo e poi al tribunato! Il Quirino ti farà vedere in modo plausibile la ‘bontà’!”

- “Possibile”. Simeone trae la spada.

- “Metti via la tua arma!”

- “Me lo puoi ordinare quando mi avrai dimostrato che non la posso portare. Inoltre, …ora abbiamo per la seconda volta la stessa via“, ride Simeone.

3. Non sembra quasi che Simeone sia scortato. Allora il romano tenta di prendere con astuzia la spada a Simeone. Non gli riesce. “Smettila!”, dice Simeone con aria buona, ci mettiamo ancora d’accordo, solo, non ora”. Venitrio è arrabbiato. È la prima volta che il suo piglio da maestro non è riuscito.

4. Lui comanda alla sua ronda di badare con la massima acutezza allo spione; il tribuno non sarebbe adeguato per la Giudea.

- Simeone lo fulmina: “Puoi dire una cosa simile?”.

- Costui si svincola col rossore in volto: “Lui è troppo buono, intendevo.

- Simeone ordina all’uomo di annunciarlo come visitatore.

- “Visita, suona bene”, mormora Venitrio, “sono curioso di vedere che cosa succede”.

*

5. “Nobilissimo, altissimo, onorevole Quirino”, comincia l’annunciatore.

- “Non amo dei preamboli nella casa”, viene interrotto.

- “C’è un guerriero straniero che vuole farti visita. Penso …”

- “Ti regaliamo il tuo pensare”, s’intromette allegro Cornelio.

- “È arrestato”, osa ancora di dire costui.

- “Hahaha”, ride Cirenio, “lo hanno preso!”, rallegrandosi di questo.

- Cornelio dice da una conoscenza migliore: “Vedremo chi ha preso chi”.

- “Non intendi mica …? Hoop…, avanti la visita e avanti il nostro comandante!”, ordina brevemente Cirenio.

6. Quando arrivano, dietro a loro Forestus con il volto raggiante, ambedue i romani sono molto meravigliati. Quello che vedono non è un uomo anziano, e nessuna difesa ‘da un qualsiasi angolo di questo mondo’, come s’immaginava Cirenio. Simeone saluta con la sua spada, come Cesare non ha mai visto meglio finora.

7. “Sei Simeone, che era stato da noi oggi?”

- “Sì, primo Augustiano. Mi permetti di deporre le mie armi”.

- Lui ha detto di non aver bisogno di nessun biglietto”, si annuncia Ventrio, “l’ho arrestato.

- “Non è giusto! Per questo ci vuole il disarmo”, lo rimprovera il tribuno.

- “Abbiamo percorso pacificamente la nostra via”, sorride Simeone. “Lui voleva farlo, ma non gli è riuscito”.

8. “Ad un comandante di Roma?”, Cirenio aggrotta la fronte.

- Venitrio diventa rosso come un tacchino. “Questo lo pareggio ancora; lo provoco ad una lotta a due!”

- “Accettato”, dice Simeone sorprendentemente rapido.

- “Beh”, fa Forestus, “questo va a finire storto”.

- “Per chi?”, chiede inquieto il Quirino.

- Ma Forestus non si lascia irretire. “Se io fossi Venitrio”, dice tranquillo, “allora ispezionerei prima accuratamente la difesa e le armi del provocato. Mi sarebbe troppo estraneo”, indica le armi.

9. “Per Mercurio, hai ragione!”, il Quirino gli da ragione. “Ma Venitrio ha preteso e Simeone ha accettato; quindi la Lotta deve essere eseguita davanti ai nostri occhi”. Lui conta comunque senz’altro sulle armi di Roma e sull’abilità del romano. Certamente! - “Dammi la spada soltanto per il controllo, lo scudo e l’elmo”, pretende Cirenio. Simeone mette tutto sul tavolo.

10. Ognuno poi ne prende, …guardano dentro meravigliati. Quali ‘cose da bambino’, leggere, con queste non si acchiappa niente. Forestus depone le ‘cose’: “Non incrocerei con queste armi”.

- “Vigliacco!”, sibila Venitrio.

- Il rimproverato salta su: “Davanti al nostro Quirino e tribuno non mi lascio chiamare vigliacco! Riprendilo, oppure oggi devi incassare due fallimenti!”

11. “Il fallimento del forestiero e il tuo”, lo schernisce Venitrio. – “Basta!”, Cornelio se la prende: “Alla presenza dei superiori non devi insultare dei camerati. Riprendi il ‘vigliacco’! A Venitrio non rimane che obbedire digrignando i denti. Questo, aumenta la sua ira, che il forestiero deve sentire. Nel frattempo Simeone ha rimesso il suo elmo e dice rilassato:

12. “Prima vi faccio vedere che cosa posso fare con il ‘giocattolo’. Poi il comandante è libero di retrocedere”.

- “Cominci ad aver paura?”. Ma Simeone piega la sua spada, finché si toccano pomo e punta. “Prego, imitare”. Venitrio la piega con grande fatica ad appena un quarto d’arco. Anche a Cornelio e Cirenio non riesce di più. Forestus riesce a piegarla un paio di centimetri in più.

13. “Ringrazio per il gioco da bambini”. Simeone solleva il colletto a scaglie scintillanti. Pesa poco più che una toga.

- Per quanto volentieri, Cirenio avrebbe voluto vedere la lotta, avverte Venitrio.

- Ma costui esclama posseduto: “Voglio combattere nel cortile!”

- “No!”, il Quirino batte duramente con il suo bastone da comandante sul tavolo.

*

14. Come? Simeone conosce le finezze di Roma? Egli attacca, retrocede, da dei colpi laterali e fa sudare Venitrio, senza che costui possa piazzare un colpo. All’improvviso un combattimento estraneo, che Cirenio non chiede più se l’aquila di Roma fosse da salvare. La spada, lo scudo, la svolta vorticano; oramai si vede solo uno scintillio. Venitrio è nella trappola, la cosa più vergognosa che gli potesse capitare. Simeone lo afferra. Si trovano di fronte, il romano pesantemente sfinito, Simeone come dopo un buon sonno. Lui dice:

15. “Ti meriti una medaglia. Hai attaccato con gran coraggio un guerriero sconosciuto, senza conoscere il suo piglio e difesa. Non te lo imiterà facilmente un altro”. Costui crede di sognare. Il vincitore converte l’amara onta, anche se non in una vittoria, in un onore? Ha bisogno di un momento per riprendersi. Forestus gli porge un leggero vino.

16. Dopo un forte sorso e uno sguardo a metà impaurito al Quirino, (Venitrio) ammette: “Mi hai vinto, e… Forestus aveva ragione. Hai già conosciuto le armi?”, chiede a costui. – “Le ho viste oggi per la prima volta”.

17. Cirenio termina bene la lotta. Prende la destra di Simeone e dice: “Sei un cavaliere come non ne ho visto nessuno, della più prestigiosa nobiltà d’animo, come ce ne sono pochi. Così agisce soltanto un uomo il cui spirito vive in regioni più alte. Ed è anche così! Vieni qui, Venitrio!”. Il Quirino mette una piccola spilla scintillante al colletto della sua tunica, che i legionari portano quasi sempre sotto la loro armatura.

18. Venitrio s’inchina, rosso, ardente di gioia. “Comandante”, dice Simeone, “nessun romano potrebbe vincermi, e tu puoi portare l’onorificenza del Quirino con onore. La lotta doveva esserti d’insegnamento. Considerato dal vostro punto di vista, è bene quando uno è coraggioso. Ma questo soltanto nella battaglia aperta, quando i popoli non la vogliono diversamente. Sarebbe meglio se i cavalli arassero i campi, e il bronzo, il ferro o le clave servissero a scopi pacifici, invece che per armi micidiali.

19. Tu hai provocato sovente i giudei finché la loro bile traboccava. Poi li hai presi prigionieri. Tu hai pensato che se non ne potevi ‘raccogliere’ una dozzina in una settimana, non ti saresti affermato. Non ti presento Forestus come esempio; ma da quando passa per Gerusalemme, nessuno è stato arrestato. Lui parla del bene quando delle labbra si aprono nell’ira, perché il popolo vi deve sopportare da circa sessant’anni. Ieri hai detto: ‘Se il tribuno fa continuare a volare al posto dell’aquila la colomba di pace, mi si arrugginisce l’armatura!’ “

20. “Chi mi ha tradito?”, richiesto in modo imbarazzato.

- Cornelio ride: “Se riusciamo a proseguire con la colomba di pace, allora la voglio eleggere come animale da elmo. Poi …”.

- “… porterai un’insegna del Cielo”, completa Simeone. “Ed ancora questo,Venitrio: c’è gente che dalla fronte degli altri sa leggere ciò che vi sta dietro. Pensa che io sono uno di costoro. Più avanti anche tu conoscerai cose superiori”.

21. Il Quirino va avanti e indietro. Cornelio manda intenzionalmente il comandante a fare la ronda. “Con la colomba”. Gli sussurra. Suona però più come un ordine; e qualche soldato si meraviglia in futuro come il ‘cane da sangue’, come veniva persino chiamato da loro, era diventato ad un tratto così docile.

22. “Strano uomo”, Cirenio si occupa di Simeone, “da dove vieni davvero? Vorresti farmi credere ancora che saresti un ebreo, di settant’anni, e ciò che il tuo cartellino confabula, per questo è troppo tardi. Malvolentieri avrei voluto essere nella pelle del comandante. Oppure tu, Forestus?”.

- Costui si scuote. “Per…”.

- “No! Più nessun nome di dèi, “

- “…per la verità”, dice rapidamente.

23. “Mi sembrava come se Simeone avesse sette spade nella mano”.

- “Ve lo spiego volentieri”, conferma Simeone per l’ulteriore stupore dei romani.

- “Mangia e bevi”, lo invita gentilmente Cirenio, “poi rispondi alle mie domande”. Si consuma lo spuntino e i bicchieri vengono nuovamente riempiti.

*

24. “Il mio cartellino è giusto”, commenta Simeone, “terrenamente, perché il tempio ne ha bisogno di una, e nel senso di una Caratteristica che possiedo dall’Empireo”.

- “Soltanto una?”, minaccia Cirenio scherzoso. “Sei così modesto, o copri qualcosa?”

- “Nessuna delle due! La Luce conosce sette Caratteristiche da cui sgorgano molti raggi secondari. Ogni popolo del Cielo vive una irradiazione fino in fondo; ma ogni occupante del Regno possiede ancora un Raggio secondario o di stirpe.

25. Numerose parti di popoli o stirpi formano un anello su dei soli o stelle, che servono al loro soggiorno. Intorno al vostro Sole orbitano più pianeti; ruotano persino nell’unione con Luci dello stesso genere intorno a una stella maggiore, e così via. Proprio così stanno le cose con i popoli del Cielo.

26. Una volta avete visto un miracolo della natura, un albero a sette tronchi. Ogni tronco aveva sette rami, ma in un modo come se tutti i quarantanove spuntassero da questo tronco, che non dimostrava nessuna fenditura. Su ogni ramo principale c’erano molti rami secondari, coperti con fogliame senza numero. Questo è un vero simbolo di ciò che voglio dire della Luce.

27. La Radice somiglia al Potere e Magnificenza del Creatore, dell’unico Dio. Voi avete molti dèi. Nell’Essere a voi sconosciuto si prega il Sole come simbolo della Vita, che insegni a riconoscere che non sono determinanti dei nomi. Esiste un solo Signore dell’Universo. Se è così, allora un santo Dio non ha bisogno di alcuni sottodèi, così come sta scritto: ‘Io sono il Signore, tuo Dio; non avere altri dei accanto a Me!’

28. Questa Legge fondamentale vale per tutti, e nessuno si deve fare dei secondari. Vedi, mio Quirino, Roma ha un solo Cesare, ogni comandante un superiore, ai quali tu attualmente sei il primo. Ma sei tu l’Augusto stesso? Ah no! Per quanto sei onorato, il maggior onore va soltanto al regnante. Voi superiori avete i vostri aiutanti, e costoro, nuovamente, i loro sottoaiutanti, e così via. Il tutto si chiama il ‘popolo degli italiani’.

29. Tramite il paragone l’Eterno deve essere più facilmente riconoscibile. Il Creatore è contemporaneamente il Sacerdote più sublime. Ogni popolazione ha di certo un sacerdote insegnante, ma costoro non vengono adorati. Li si amano e si rispettano, come tu sei amato e rispettato da molti. Lo faccio anch’io, solo, meno dalla Terra ma più dall’Empireo, dove ci conosciamo già da molto tempo”.

30. (Cornelio:) “Non contraddico ciò che tu dici di elevato, però non mi eri noto. Se sorge un sentimento che collega, allora è nel divenire, non uno che esisteva già”.

- “A me andava proprio così”, annuisce Cornelio. “Ora è come se lo conoscessi da tempo”.

- “Potrà essere”, riflette Cirenio, “ma finché non so che è davvero così e non diversamente, devo dapprima sentire che cosa hai ancora da dire. Quindi continua”.

31. Simeone dice gentilmente: “La vostra vana dottrina degli dèi ti è da tempo svanita; ma devi tacere perché Cesare ci crede. Dato che lui crede in buona fede, un giorno gli dèi gli scompariranno come delle nebbie. Se voi credeste, invece che negli dèi, alle Forze della Luce-Ur di Dio, potreste presto incontrare DIO, vivamente; perché il mio incarico è di iniziarvi, com’è previsto”.

32. “Che aspetto ha questo Dio-UR? In che cosa Lo si riconosce?”, chiede istintivamente Cirenio con timore. Non si rende conto che la Verità da lui enunciata è questa: “Amate solo il ricco e il potente, oppure anche i poveri e i miseri?”. – Dai romani cadono come delle scaglie. È un atto decisivo. …La lotta? Chissà, …quale apertura sarà questa.

33. “Tu sai così tanto, uomo strano”, dice Cirenio, “quindi saprai che sono cresciuto alla corte di Cesare, nella casa di genitori ricchi. Ma scegliere fra alto e basso? Io amo i bambini, gli animali, e punisco ogni rozzezza contro ambedue. Anche dei piccoli esseri viventi sono degni di una qualche protezione. Se questo accontenta il tuo Dio, – hm – mi sembra dubbioso”. Il Quirino guarda Cornelio.

34. “Anche a me, mio alto fratello. Educato amorevolmente da te ho imparato a pensare e a sentire come lo fai tu. Forestus lo possiamo prendere al cavo di rimorchio, lui è predisposto precisamente così”. Le gote di lui arrossiscono; è un onore poter marciare, per così dire, dietro al Quirino e al tribuno.

35. “Certe cose non si possono comprendere”, aggiunge Cirenio, “nemmeno paragonare. Spiegacelo meglio”.

- Simeone sorride: “Volentieri! Quello che uno non comprende, l’uomo in genere non vuole imparare a conoscere, perché sente che dopo ha molto da deporre di ciò che ama, e non desidera rinunciarvi. Dice semplicemente: ‘Non lo posso comprendere’; oppure: ‘Chissà, perché è successo così!’, e si getta l’insolito dietro di sé.

36. Ma questo gli viene di nuovo improvvisamente sulla via, ed è la sua educazione di Luce, che non raramente opera in modo mondano. Dio ha in mano il capo. EGLI solo esegue ogni cosa”.

- “E che cosa succede dopo?”

- “Un nuovo inizio. Ogni faccenda giunta alla fine porta una nuova spinta di vita, come dalla semenza germoglia nuova semenza, non appena la semenza madre è cresciuta, sia il filo d’erba, la vite, il fiorellino oppure un potente cipresso.

37. Alla fine di ogni cosa – non esistono eterne finitezze – se alla base c’è del divenire. Nel decorso della Creazione, in cui si riflette la materia, una fine non è una lontana incomprensibilità. Ogni fine e un inizio sono all’istante un insieme composto, in cui il Creatore pone i Suoi figli di Vita. Le nostre finitezze riposano magnificamente adagiate nella santa Infinità del Creatore!”. Simeone include un intervallo. I romani hanno bisogno di tempo per accogliere la cosa difficile.

38. Finalmente Cornelio chiede: “E il tuo Dio? Quando? Come? Dove Lo si può incontrare? In che cosa Lo si riconosce?”.

- “La domanda, ripetuta, è per voi un buon segno; anche la conferma che voi non amate soltanto il potere e il fasto della Terra. Il Quirino Cirenio ha pensato come mai io non sapessi anche questo. Ascolta prima ancora una cosa, dopo vi voglio dire un segreto della Luce, che nel tempio, oltre alla madre Anna nessuno sa veramente”.

39. “Chi è Anna?”, chiede Cirenio.

- Prima che Cornelio possa riferire, Forestus tiene una relazione. Ce la mette tutta.

- “Tu l’ami?”

- “Sì”, risuona in modo intrepido, “e quando l’onorevole Quirino imparerà a conoscerla, allora…”, ‘non garantisco per niente’, vorrebbe dire, ma preme le due mani sulla bocca.

- “L’amerò anch’io?”, ride allegro Cirenio.

40. “La si deve amare”, conferma Simeone. “Ora questo: se io fossi incarnato – lo spiego un’altra volta – non potrei vedere tutto. Come sono venuto io, posso guardare ad ognuno senza fatica sul fondo del cuore. All’uomo serve svelarsi da se stesso. Ma certi di cui fate parte voi, si vergognano di esercitare pubblicamente la mansuetudine. Lo fate piuttosto in segreto, a cui vi spinge la voce del vostro spirito.

41. Altri esaminano ancora meno il loro fare e non fare. Ambedue in sé non sono gravi. È meglio riflettere prima su che cosa e perché si fa qualcosa. Si può vedere che il più bell’ornamento di un uomo è l’amore, la bontà, la longanimità e la misericordia. Chi agisce mediante l’esempio di vita, agisce dall’alto Spirito di Dio!

42. Proprio la clemenza manca agli uomini, essendo abbondantemente benedetti dai Raggi di Dio. Ti sei meravigliato, o Quirino, perché io possedessi soltanto una Caratteristica. Ascolta:

Sette Raggi di Vita fondamentale

sono l’eterno-alto Forum dell’Onnipotenza!

43. La settima è la Misericordia. Io…”, il volto di Simeone diventa celestiale, “…ne sono il portatore. Ci sono sette coppie di principi del Regno, portatori di queste Caratteristiche. Nella Luce sono relativamente un cherubino e un serafino, Raggio di forza fondamentale positivo e negativo sui quali l’Onnipotente fa scorrere la Sua Luce-Ur, perché nessuno dei nati successivamente potrebbe sopportarla come essenza.

44. Ogni genere di creatura riceve il puro celestiale rispetto alla sua facoltà di portarlo, e vivrà – meravigliosamente felice – la sua eternità nell’Eternità-Ur. Se ricevesse la Luce-Ur e le Caratteristiche non diluite, allora dovrebbe scomparire, perché come particella-Ur verrebbe ri-accolta dalla Divinità, oppure ogni creatura stessa dovrebbe diventare un dio.

45. Così non potrebbe esistere nessun Universo; ogni essere vivente stesso sarebbe creatura e Creatore, ma – senza manifestazione di Vita. Perché le Forze provengono puramente dalla Luce-Ur, di cui ogni creatura-figlio diventa la Sua scintilla. E nessuna potrebbe attingere dall’altra. Dato che questo non esiste, lo comprenderete quando …incontrerete DIO. Con ciò arrivo alla domanda: “Quale Aspetto ha il Dio-Ur? In che cosa Lo si riconoscerà?”

46. Non stupitevi: Egli arriva povero e insignificante. Egli non sceglierà né tempio né palazzi, né giacigli dorati. Questo. per il fatto che deve servire da esempio. La gente inferiore non osa già avvicinarsi al comandante Forestus, per dirgli ciò che li preme, per non invitarli con la severità. Questo succederebbe molto meno con il tribuno o persino con te, Quirino.

47. Nonostante il tuo volto buono, le persone si sono ritirate negli angoli. Hai notato l’uomo alla porta di Gerusalemme, attraverso la quale hai cavalcato? Lui non aveva nessuna idea del tuo ingresso. Una preghiera d’un attimo gli è rimasta in gola; si credeva vicino alla morte. È ancora malato per lo spavento. Domani il medico del tempio andrà da lu. Sono persone povere, ai quali il Naxus ha tolto tutto, eccetto gli stracci del loro corpo e la capanna che sta crollando. Oggi sono venuti nel tempio, per chiedere l’aiuto”.

48. Cirenio dice brusco: “Ho l’aspetto di un mangiatore di uomini? Se quell’uomo – me lo ricordo, è saltato come una lepre su bastone e sasso – se si è spaventato involontariamente, poteva rivolgersi a me”.

- “Lo poteva fare se aveva fiducia. Questa – lo ammetti – il popolo l’ha perduta.

49. Se tu fossi arrivato in forma semplice, non nel purpureo, seta e gioielli, non su un cavallo fastosamente bardato, allora non sarebbe scappato”.

- “Hm, m’illumina”, confessa Cirenio. “Ma come si riferisce questo al tuo Dio? Infine, non può cavalcare su un asino!” [Zacc. 9,9; Giov. 12,15].

50. “Pochi alti vogliono – diciamo per via dell’etica – lasciar cadere potere, fama e ricchezza. Dio non pretende di gettare via tutto; si tratta piuttosto, se con ciò gozzoviglia oppure non impiega i suoi doni. Chi lo sà, che il mondano deve essere lasciato indietro con la morte e vuole diventare con il suo potere un vero ‘governatore’ di Dio, costui agirà per la benedizione sua e dei suoi sudditi sotto ogni riguardo.

51. Tu sei il primo governatore di Cesare, e Cornelio la tua mano destra. Avete chiesto del perché voi siete stati provvisti con così tanti beni, potere e sapienza, mentre innumerevoli devono passare attraverso la vita, poveri, insignificanti e persino stupidi? Tuttavia, alcuni di questi vi sono del tutto pari nello spirito.

52. Naturalmente, tra di loro ce ne sono molti che sono stati generati per la loro redenzione di base. In tale rapporto esistono fra gli alti del mondo, pure così tante povere creature. Spesso avete detto: ‘Qual povero spirito!’. Non è giusto! Lo spirito è sempre puro e buono, ma non può agire completamente quando l’anima dell’uomo è ‘povera di luce’. Del perché esistano tali differenze lo riconoscerete quando voi stessi avrete parlato con Dio.

53. ‘Voi pensate: ‘Inconcepibile! Chi può parlare con il suo Creatore? Per questo ci sono i sacerdoti’. Oh, certo, quando sono di cuore puro. Ma anche loro sono degli uomini, qualcuno materiale. Il governatorato di Dio si può conservare se nell’Empireo, oppure sui mondi della materia, solo quando la vera consapevolezza dell’io si lascia guidare dallo ‘Spirito del Cielo’. Allora la Luce e la sua Forza scorre attraverso il cuore dello spirito in tutta l’anima.

54. A voi, pure ‘eletti’, scorrono dei Doni interiori ed esteriori, perché siete venuti sulla Terra con la ferma decisione di ‘servire Dio’. Avete portato con voi i Doni. Nei poveri, che provengono pure dalla Luce, si adempirà su un’altra via. Loro servono attraverso il sacrificio, come voi tramite i vostri doni. La cosa più determinante nell’uomo è quasi esclusivamente, meno l’esteriore che l’interiore.

55. Se ora sapete – e credete – in futuro la vostra funzione diventerà molto più spirituale, rimanendo incluso, se amate gli oppressi e vedete in loro degli ‘uomini’, come lo siete voi stessi. Tu, Cirenio, pensi che voi due sareste quasi soli nella grande Roma, che soltanto il vostro Cesare sarebbe buono. Altrimenti…? Pensi che l’aspirante al trono non avrebbe l’animo augustiano, quindi non potreste garantire per i loro successori. – Hai veramente ragione. Annotatevi la parola che devo dirvi al riguardo.

56. Su questo mondo, il parto della più grande oscurità, non è ancora pronto che al suo timone vengano per sempre delle forze buone. Sarebbe possibile se gli uomini si lasciassero generalmente istruire e rivolgere il loro pensare all’Eterno. Allora il Potere del Creatore opererebbe meravigliosamente bene. Di tanto in tanto vengono degli alti spiriti dalla Luce che portano i loro raggi – fino a più di cento anni di questo mondo – il loro essere, la loro vita e, …la Bontà di Dio.

57. Quando l’umanità ha consumato tutto il bene celestiale, allora seguono nuovi messaggeri, eliminano dapprima la sporcizia accumulata ed arano molte anime oscure, affinché per un altro secolo – osservato dal punto di vista umano – questo mondo si possa conservare nel miglior modo possibile.

58. Cornelio, questa non è una vita senza fine”, Simeone manifesta la sua opinione. “Ogni sacrificio lascia dietro di sé, oltre ad una Forza di irradiazione, il ‘potere di sacrificio’! Questa è inestinguibile, perché giace nel ‘Lustro di Dio’. Il flutto essenziale della santa Redenzione aumenta inarrestabilmente. Insieme a questo viene purificata l’oscurità, svolgendosi al meglio nel suo proprio essere.

59. Il colpevole deve espiare! E voi pensate al Naxus. Ma un paio di mesi d’arresto non sarebbe stato nessuna espiazione. Sapete che cosa ha da subire in pochi minuti, uno al quale DIO consegna la nemesi del giudizio? Un carcere a vita agisce raramente in modo più atroce che una lotta con gli elementi. Venitrio lo ha dovuto subire tramite me, perché ha consegnato al carcere molti innocenti. Lui penserà con disagio per il tutto tempo della sua vita alla lotta della spada.

60. Il Naxus e le persone con lui hanno combattuto per dei giorni, aggrappati ai resti della barca spezzata. Delle onde selvagge, il Sole ardente, sete, fame e sfinimento sono state la loro dura pena. Questa punizione ha purificato quelle anime oscure, finché un giorno, quando tutto sarà pagato, potranno giungere alla Luce, alla Pace e alla Benedizione. - - -

61. Ora la cosa più importante: “Quale Aspetto ha Dio?”. Ascoltate: quando incontrate l’uomo più nobile e più puro, avete incontrato DIO!”

- Forestus osa: “O Simeone, finora non ne ho incontrato nemmeno uno che sia così nobile come te. Mi sarebbe difficile la decisione di scegliere fra te e un altro”. Cornelio annuisce, mentre il Quirino rosicchia al suo scetticismo.

62. “Lo riconoscerai, Forestus. Aspetta solo. Ovviamente, i servitori più vicini all’Altissimo, per la loro somiglianza con Lui, sono soprattutto conformi all’interiore. Dato che io sono uno dei Suoi principi, con ciò la domanda trova la sua soluzione chi io sia veramente. È da notare, che l’essenzialità di Dio, in noi, vi si riflette al meglio dal lato creativo.

63. In vista delle Sue Caratteristiche, Egli ama e considera tutti. Lui non domanda prima se uno vive nella materia precisamente secondo i Comandamenti. Per Lui vale la buona volontà, la disponibilità d’aiutare e un animo amorevole. Se qualcuno può dimostrare questo, allora riflette sette volte il grave peso, prima di chiedere del Suo alto avere. Soltanto ai cattivi, che inoltre si dilettano nella loro cattiveria, Egli soppesa il dare e l’avere senza ulteriore Grazia!

64. Egli si presenterà povero e misero, come sta scritto:

«Un fanciullo ci è nato, un figliuolo ci è stato dato,

e l’imperio riposa sulle sue spalle!»

[Isaia 9,5]

e ancora:

«Senza padre, senza madre, senza inizio, senza fine!»

 [Ebr. 7,3]

65. Egli eleggerà per la Sua Opera un padre di famiglia, poiché EGLI, il Vivente, non ha bisogno del seme d’uomo, per diventare un FIGLIO. Egli Si prenderà una madre come atto principale del Suo Sacrificio! Lei è la mia principessa, portatrice della Misericordia[50]. Generata spiritualmente[51] e, nata così, rimarrà pura, com’è discesa dal Cielo”.

66. “Vive già?”, chiede ansioso Cirenio. “Che cosa posso fare per lei?”.

- Un chiarore fugge sul volto di Simeone, che stupisce i romani. “O voi uomini, ora avete conquistato il contatto! Anche se nel frattempo capiteranno ancora delle cose, l’anima tende già il suo primo verde verso il Cielo. La ragazzina ora ha sette anni, vive sotto la protezione di madre Anna e non deve essere tirata fuori. DIO stesso se la prepara. Prima che raggiunga l’età della donna, EGLI si farà partorire nel mondo tramite questa pura serva, certamente soltanto l’involucro di carne, di cui il Signore si servirà.

67. Lui rimarrà povero, dato che Egli viene per via dei poveri nell’anima e nel mondo. Questo non esclude che Egli si chinerà verso ognuno che Lo riconoscerà come Creatore dell’infinito. Se Egli venisse da alto Signore, allora tutta la povertà rimarrebbe fuori dalla venuta. Su questo non si può fondare l’Opera di redenzione.

68. La Sua essenzialità è il Firmamento del Cielo nello splendore di soli di miliardi di anni, nell’eterno scintillio di tutti gli eserciti di stelle. La Sua armatura è il Potere, il Suo cavallo bianco la Forza, [Ap. 6,2; 19,11], il suo Seguito sono la Potenza e il Vigore! Nessuno nel mondo lo potrebbe sopportare se Egli non incarnasse le Magnificenze nel più minuscolo, nel minimo, che è l’oscurità.

69. Egli farà sì che persino la culla sarà posta in una stalla della creatura più irragionevole. È il simbolo che l’Altissimo tenderà fino all’abisso più povero, per trarre in alto nella Luce, lui[52] e tuttaoscurità. Il mondo della scelta è assolutamente la cosa più secondaria nella materia, ma inserito nell’Orbita del suo Sole che a sua volta, nuovamente, si trova nell’alto Fuoco della Croce del Suo Sole-Ur.

70. Il Re eterno, vero, assume la figura di un Servo [Fil. 2,7], per vivere come massimo esempio la Clemenza. Ma l’espressione del Suo Spirito, la Sua Verità, Egli non li coprirà; e di ciò tutti si stupiranno, inferiori ed alti, semplici ed intelligenti, poiché sulla Sua Parola si spezzerà l’oscurità, ed appunto con la Sua Parola, Egli la guarirà! Con il Suo ‘Sì’ l’esonererà dalla sua catena, il Suo ‘Amen’ costruirà una Scala nel Cielo; dato che EGLI è l’Amen stesso! [Ap. 22,20].

71. Su questa salgono in Alto la Luce e l’oscurità. I gradini inferiori sono per ogni malanno dell’anima, che rendono i viandanti stanchi ed aggravati [Matt. 11,28]. Poi si va verso l’Alto nella comprensione, nel ritorno, nel pentimento, nell’espiazione, su ciò che sgrava, finché poi si mostreranno come ultimi gradini, la Bontà, la Grazia, la Longanimità, la Mansuetudine”.

72. “Posso vedere una volta la ragazzina?”, chiede Cirenio. “Io, …mi sembra, …voglio bene ai bambini. E un'altra cosa: hai ragione che Luce e ombre dimorano strettamente insieme. Oggi mi è stato riferito qualcosa che ti denuncia. Cornelio dice che già verso il vostro alto sacerdote sia stato riferito qualcosa, e sarebbe una manina... Vorrei punire il mascalzone, affinché – secondo il senso del tuo Dio, …lui possa migliorare”.

73. “Va a far visita al tempio e …”.

- “…vedo la tua principessa”, aggiunge Cirenio. “Così esamino la calligrafia di tutti i templari e trovo da me quest’uomo”. Una ruga d’ira s’infossa profondamente sulla sua fronte. Simeone l’accarezza dolcemente. Il romano salta su meravigliato: “La tua mano…? Aha, ora comprendo come mai Venitrio ha potuto soccombere”.

74. “Ebbene; una severità è necessaria se dei cattivi devono battere i denti. Ma dei giudici devono essere liberi da ira e cattiveria”.

- “Ho molto da imparare”, sospira Cirenio.

- “Per nulla! A te, Cornelio, e a Forestus, non è difficile entrare nelle orme del Cielo, che seguiranno la santa alta impronta del piede di Dio”.

- Forestus esclama forte: “Ah, se fossi già arrivato!”

75. Nonostante il momento serio, segue una risata. Cirenio dice a Simeone: “Non potevo dare al fianco di mio fratello nessuno meglio di Forestus. Perdona, si è fatto tardi, ma voglio ancora sistemare una faccenda”. Da una cassapanca prende un sacchetto abbastanza grande, colmo di sesterzi; ci sono anche alcuni talenti. “Ecco, per il povero uomo, daglielo, e che si annunci da me”.

76. Simeone chiede:”.Saresti d’accordo, fratello dalla Luce…”.

- Cirenio lo interrompe sorpreso: “Come? Che cosa? Io, …tuo fratello?”

- “Certo! Voi tre fate parte della mia regione di Luce. Inoltre siamo fratelli come ‘figli di Dio’, e le donne le nostre sorelle. Su questo, più tardi. Non sarebbe bene dare alla povera gente questo sacchetto. Da un lato, non conoscendo il valore, verrebbero abbondantemente sfruttati da altri, d’altra parte sarebbe regalare troppo; perché allora verrebbe subito tutto il vicinato e tenderebbe le mani.

77. Metto Zaccaria come amministratore. Lui compra una casa adeguata alla loro posizione, e il resto lo ricevono di tanto in tanto. Se poi l’uomo è guarito, deve andare a lavorare, e non oziare nei vicoli in seguito al tuo nobile dono. In tal modo sarebbe un doppio guadagno. Che ne pensi?”

78. “Magnifico!”, Cirenio – qualcosa che fa raramente – stringe Simeone al suo cuore. “Domani a mezzogiorno visito ufficialmente il tempio; deve essere aperto, voglio vedere i sacerdoti e gli abitanti. Tutti! Questo è un ordine! Lo comprendi bene…”. Egli indugia ed aggiunge di nascosto: “…tu, fratello principe dalla Luce?”. Un raggio dagli occhi del Cielo ringrazia il romano.

*

79. “Posso venire con te?”, chiede Forestus.

- “Per via di ulteriori controlli?”, lo prende in giro Cornelio.

- “Nnno”, balbetta costui, “ma …”

- “Vieni pure, piccolo fratello!”.

- Strada facendo, costui chiede: “Non sono riuscito a dirlo davanti al Quirino: Tu, …per me ancora incomprensibile, …sei un alto principe, uno …di lassu”.

- Lui guarda alla tenda notturna, la cui coperta di un velluto scuro è adorna di innumerevoli stelle.

80. “Se tu, stando certamente vicino al tuo altissimo Dio, volessi ricordarti di me, tu sai il perché, affinché anch’io possa incontrare il SIGNORE, trovarLO, credere in LUI, e che diventassi beato come hai promesso”, Forestus continua a balbettare, e all’improvviso s’inginocchia nel vicolo. Allora riceve la bramata benedizione.

 

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III° / Cap. 12

Nel tempio si discute con ira – La bugia e l’inganno di Jojareb – Come Cirenio rende innocui due dannosi – Ritorno al Tempio di Simeone che relaziona la sua visita da Cornelio – Jojareb e Hilka lo oltraggiano ancora – L’avviso della visita – I due provano a dileguarsi – Arriva Cirenio per la visita al Tempio e alla stupenda sala del Santissimo – Mirjam e i bambini, con Anna – All’archivio, Jojareb è smascherato e punito per Roma e anche Hilkia incappa nella punizione

1. “Ieri ti abbiamo atteso a lungo”.

- Simeone sorride come sempre, volentieri: “Mi ha accompagnato Forestus, quindi non poteva succedermi niente”.

- “Ah, tu sei protetto dal Signore, e noi tramite te”.

- “Se vuoi raccontare”, prega Athaja, “mando a chiamare gli amici. Anche i nostri cittadini sono curiosi di sapere com’è andata”.

- “Noi parliamo pubblicamente; ho qualcosa da riferire”.

2. Athaja fa chiamare tutti per l’ora successiva. Ognuno viene, nessuno vuole perdere qualcosa. Quindi la stanza si riempie bene. Ci sono madre Anna e due donne più anziane, che aiutano ad accudire i bambini del tempio.

3. Simeone racconta della sera, senza rivelare il contenuto più profondo del discorso. Non dice nulla della lotta. Egli descrive il Quirino come un nobile romano, e sarebbe bene di non farlo arrabbiare. Ognuno che si sente danneggiato potrà lamentarsi. Nessuno dovrebbe restare ingiustificato, e lui odierebbe gli accusatori.

4. Jojareb è rosso. S’inalbera anche subito: “Conosciamo i denuncianti! Non sei stato invano così a lungo al tribunato!”

- “Come lo sai?”, chiede Ahitop.

- Chol-Joses schernisce: “Di solito dorme volentieri. Questa notte ha fatto la guardia alla porta principale…”.

- “Questo è necessario”, grida pieno d’odio Hilkia. “Il superiore lascia passare tutto, altrimenti”, costui intende Simenone, “non avrebbe preso piede. Ora è il ‘bambino favorito’ dei nostri nemici. Non intendo i romani”, si corregge subito.

5. Dice il giudice Thola: “Voi cattivi siete i nemici. Nel tempio di Dio trattate come i commercianti sul mercato. Da tempo ho perduto il vostro rispetto!”

- “Ne facciamo volentieri a meno”, grida Usiel ineducato.

- “Se ne potete fare a meno”, risponde il giudice Jaor con voce pericolosamente fredda, “è affar vostro, se è utile oppure no”.

- “Non abbiamo bisogno di una balia che ci debba istruire!”, fa Hilkia altezzoso.

6. “Qualche volta sarebbe utile”, lo ammonisce Simeone, “se lui avesse una balia che si chiama ‘coscienza’, la più materna di tutte le balie! Proviene dallo Spirito di Dio. Questa voi la tollerate il meno. Solamente per venire all’alta sedia, tu, Jojareb, sei diventato così ingiusto; in più Hilkia, che deve prendere il posto di Zaccaria”.

7. “Non per nulla!”, si protesta. – “Sia come voglia Iddio”, dice Simeone, “ma alcuni non rispettano la Sua Volontà. Posso riferire al Creatore che osservate i Comandamenti, che vi amate, servite, alleggerite al superiore il grave servizio, aiutate i poveri e molto di più? Oppure dovrei parlare molto contrariamente?”. Le domande colpiscono duramente. Ma, oh, guaio, quelli che si sono allontanati dal buon accordo, spargono sempre le loro cattiverie.

8. Jojareb risponde mordace: “Ce la vediamo noi stessi col nostro Creatore!”. – “Possibile! Se tu persisti, quando dovrai comparire impotente davanti al SIGNORE, e forse allora dovrai mentire perché stai rosicchiando al tronco del tempio come un verme, lo vedrai! Puoi affidarti da solo su Diritto e Giustizia? Sei così ottuso, che non ti accorgi della malignità del tuo essere?”

9. “Quello che vaneggi può …”, Jojareb sputa per terra.

- Hilkior lo rimprovera: “Oltraggiatore del tempio!”

- “Non solo questo”, dice Obadnia, “Io ho proibito che durante le riunioni nessuno deve sputare per terra, per questioni di salute”.

- “Non dobbiamo mangiare dei maiali”, s’infervorisce il consigliere della città Josabad sarcasticamente, “ora, …per questo si grugnisce ancora di più.

10. I maliziosi si possono anche comprendere. Già da tempo si lotta contro Roma; e se davvero migliorerà, pochi ne sono convinti. Per questo, non deve ancora, per maggior ragione, regnare la pace nel loro tempio? Ma è vero: una volpe nella stia di polli, una tigre fra un gregge, e subito si crea un gran caos”.

11. Simeone tranquillizza: “Lasciate infuriare le tempeste. Una tempesta, che viene spezzata da un muro di roccia, si raccoglie nella successiva valle e diventa peggio di prima. Agli idolatri sia detto: …no, Hilkia, adesso parlo io!”, opponendosi a lui, “chi è contro la Volontà di Dio, serve ai suoi idoli, che sono peggiori che il Nisroch assiro e il Nebo babilonese.

12. Dietro al Nisroch si trova almeno l’alta classe degli assiri, e dietro al Nebo, l’intero popolo di Babele; dietro di voi, soltanto il vostro ego, l’idolo più pericoloso di tutti! È peggio e più insaziabile che il serpente [Gen. 3,14], che Dio ha segnato nell’alta Ira. Nella materia, Dio copre molto per il suo peso nell’Amore di Padre: ma chi non cambia volontariamente, di lui sopravviene nell’aldilà l’Ira e la resa dei conti di Dio”.

13. Jojareb dice con calma: “Penso che Dio sia buono. Come può quindi essere irato, dato che …”

- “In te dimora Assod”, lo interrompe Anna, “e la tua lampada è spenta!”

- Hilkia schiamazza: “Qui le donne non hanno nulla da dire!”.

- Con questa cattiveria, gli ultimi indecisi si sono convinti. Jojareb getta loro degli sguardi di rimprovero. Sarebbe arrivato fino al tumulto, se Simeone con salda volontà – per i più inavvertita – non avesse diretto di nuovo tutto.

14. “Il Signore è buono e giusto. Oppure voi maligni pensate che Egli accarezzi sempre? Egli fa bene i conti, e in modo cattivo, siatene certi!”.

- “Non dimenticherà nemmeno la tua cattiveria”, sibila Jojareb con volto arrossato. “Che cos’hai da cercare qui? Il nostro nemico, estraneo a noi ebrei? Nessuno ti ha chiamato qui! Nessuno ti conosceva! Tieni per te il tuo morale superiore! A noi basta quello che abbiamo da vivere sulla Terra fino in fondo! Mi sembra come se ti avesse mandato Belhal (Satana)!”, fuoriesce in modo da non essere ritrattato.

15. Simeone va verso Jojareb: “Se vuoi ferirmi”, suona durissimo. “allora è meglio che, per DIO, tu ti appenda a una forca! Sappi: la tua freccia puntata su di me, attraversa dapprima la mano di Dio, poiché essa mi copre dappertutto!”. Jojareb ricade grigio cenere. Qual Parola, …come si potrebbe resisterle? Solo uno che si eleva con la sua orda dall’abisso, si libererebbe maliziosamente da lui.

16. Simeone dice in generale: “Annuncio l’ordine del Quirino: mercoledì visita il tempio. Non deve essere cambiato niente. Tutti devono esserci!”

- “Glielo ha inculcato con l’imbuto”, sussurra Usiel a Pashur.

- Anna avverte senza durezza: “Dei figli stupidi non diventano intelligenti, persino quando si bruciano sovente le dita. Così succede a voi, povere anime”.

17. Il principe Ahitop, d’orecchio acuto, dice in modo rude: “Il Quirino v’insegnerà se ha bisogno di un imbuto. Ho voglia di chiederglielo”.

- Usiel, bianco come il gesso, chiede: “Non lo farai, principe Ahitop!”

- “Magari vi migliorerebbe”. Ci si divide frettolosamente; molto deve essere preparato.

18. Jojareb brontola con Hilkia: “Mia zia è molto ammalata”.

- Hilkia ghigna: “Stupidaggine!”

- Soffia Jojareb. “Se morissi, non ci sarei”.

- “Purtroppo, io non ho nessuno”.

- “Non possiamo restare via tutti e due. Ma prendi questa erba, me l’ha data un indiano. Solo un poco, e sei malato per delle ore”.

19. Hilkia indugia: “Se ne può morire?”.

- “Per niente; solo grandi quantità conducono infallibilmente alla morte”.

- Malvolentieri Hilkia la prende e va via; ma la paura del Quirino tormenta più che il dolore corporeo. In fretta, Jojareb si cambia d’abito e striscia via.

*

20. Quando arriva alla porta posteriore, vi si trovano quaranta legionari. ‘Oh, mio Dio’, pensa confuso, ‘come esco?’. Venitrio, che comanda gli uomini pesantemente armati, chiede col volto immobile il nome, la posizione e che cosa volesse fare al di fuori dal tempio, come se non sapesse che il Quirino arrivava fra breve nel tempio e nessuno doveva mancare.

21. “No”, mente Jojareb, “non ne so nulla. Mia zia è malata”.

- “Dove abita?”

- Il templare vorrebbe già continuare a mentire, dicendo ‘fuori città’, ma gli viene in mente in tempo, che allora non l’avrebbero lasciato andare.

22. Allora finge con faccia triste: “Non lontano. Entro un’ora sono di ritorno. È soltanto affinché non sia abbandonata”.

- Venitrio riflette su cosa il giudeo potrebbe aver pensato di vantaggioso per sé. Allora ordina a quattro legionari: “Voi accompagnate quest’uomo; fra un ora ha di nuovo da essere qui!”

23. Jojareb nasconde a fatica il suo spavento. Che cosa deve fare? Sua zia – ne ha davvero una – ma è sana. Per lei, lui è la ‘pecora nera del tempio’, perché è in stretta amicizia con Anna. Lui mima superiorità: “Ah, il Quirino potrebbe arrivare prima; vado dopo a far visita a mia zia”.

- Il comandante sorride: “Oh, no, il Quirino, per primo, viene sempre puntuale perché per lui regna la massima disciplina; per secondo, mi fa pena tua zia. Quindi avanti!”, comanda. A Jojareb non rimane altro che andare con loro, se non vuole tradire se stesso.

24. La ‘pecora nera’ è trotterellata in tempo nell’ovile, con una faccia acida. La zia stava proprio seduta davanti alla porta, chiacchierando. Più stupido non poteva andare. Se avesse preso lui l’erba, …invece di darla ad Hilkia. Quando entra nell’ante cortile, lei va loro incontro mirando a lui, malignamente.

*

54. “Il medico ha esaminato la tua erba e mi ha chiesto chi mi aveva dato quella roba, perché sarebbe estremamente velenosa. Ho dovuto bere spesso un succo, dopo mi sono sentito di nuovo meglio. Non appena ho preso il tuo veleno, mi si è annebiata la vista e mi sono sentito male da morire. Dimmi, Jojareb: mi volevi eliminare?”, Hilkia fa un gesto minaccioso.

26. “Veramente no! Proprio ora pensavo se, …se non io stesso, ….perché con la zia, …il velo dagli occhi passerà di nuovo. Nascondiamoci”.

- Ma ecco che risuonano in modo chiaro dei corni, già vicino alla porta del tempio. Proprio ora il sacerdozio entra in corteo ordinato, nel cortile. Ambedue fanno come se l’avessero aspettato e si inseriscono come se fosse del tutto naturale.

27. L’elite di Roma arriva con fasto regale. Il Quirino osserva il magnifico edificio, inondato dallo splendore del Sole. I superiori del tempio s’inchinano. Per Cirenio, il Quirino, se costui fosse venuto una volta, è già stato preparato un dono prezioso, sensato. L’orefice Babbukia ha imitato la spada del patriarca[53] alla quarta grandezza d’oro e d’avorio. Il lavoro gli è riuscito magnificamente. Il lavoro viene offerto su una coperta purpurea. Athaja lo spiega dopo il saluto.

28. Grazie all’esperienza del giorno prima, il romano sa che il superiore è sincero. Lieto ringrazia per il prezioso dono. Presto il ghiaccio è rotto. Soltanto Jojareb guarda in modo animoso. Cornelio, che non ha bisogno di guardare qualcuno due volte per ricordarsi di lui, se ne accorge. Secondo una vecchia usanza del Re Melchisedec [Gen. 14,18], prima viene offerto del pane e del vino di Jesreel[54], che dal tempo di Ahab non ha ancora perduto la sua reputazione. Dopo viene intavolato un abbondante pasto ai romani.

29. In seguito è previsto un giro. Con ciò viene raggirata una preoccupazione. Nell’Onnisantissimo può entrare soltanto l’alto sacerdote. Questa regola è in vigore appena da appena cento anni, mentre prima potevano entrare tutti i sacerdoti, persino il popolo durante le alte feste, fino alla soglia della tenda.

30. Simeone fa un cenno ad Athaja: “Falli entrare, non sconsacrano nulla, perché – come voi – sono anche figli di Dio”.

- “Mi ha già da tempo istruito nel miglior modo”, confessa apertamente Athaja.

- “Per me possono entrare; soltanto, che alcuni abbaieranno di nuovo”.

- “A costoro passerà presto, credimi!”.

31. Quando si apre la pesante tenda, rivelando la magnificenza del santuario, Roma rimane ferma e stupita. La Luce soave del Sole e del fuoco del sacrificio fornisce al vano una santa consacrazione. Il Quirino fa solo alcuni passi; non disturba l’armonia del Cielo, che gli soffia incontro in modo evidente. Persino ai giudei il santuario appare d’un tratto ‘veramente santo’.

32. Più tardi il Quirino dice profondamente commosso: “Voi avete davvero un DIO potente, saggio, maestoso in modo inaudito! L’ho percepito, quando ho visto il Suo luogo”. Qualche templare si vergogna. Hanno eseguito il loro servizio, certi ordinatamente e bravi, ma altri senza sentimenti più elevati, non compenetrati così dallo Spirito di Dio, di cui testimoniano ora la riverenza e la parola del romano.

33. Simeone di nascosto li orienta verso la parte delle donne. Anna viene salutata dal romano in modo cavalleresco. A Cirenio la sua profezia rimane indimenticata quando lei dice: “Tu, finché vivi, sei la protezione del tempio. Ma se coloro che fra pochi decenni regneranno, uccideranno il più sublime Testimone (GESU’), allora i tuoi seguaci distruggeranno questa casa, e non sarà più ricostruita!”. – La profezia è un frammento. Solo più tardi si riconoscerà il suo senso.

34. “Ho sentito che nel tempio ci sono dei bambini. Ma dove sono?”. Il Quirino è impaziente. Dov’è la bambina la cui anima sarebbe una principessa?”.

- Athaja ignaro del perché Cirenio punta sui bambini, svia turbato: “Qualche volta hanno il loro ‘giorno’, e il mobilissimo Quirino non avrà nessuna pura gioia di loro”.

35. Da monello, Cirenio chiede: “Nel passato sei sempre stato buono?”

- “Oh, sono stato più che una corda sciolta”.

- “Anch’io!”. Tali episodi spargono una buona semenza. I bambini vengono presentati. Simeone non ne ha ancora visto nessuno prima. Una ragazza delicata si fa avanti, con capelli chiari, com’è raro in questo, osserva senza timore i grandi uomini nel loro abbigliamento scintillante, Ma gli occhi della bambina rimangono attaccati a Simeone. Lui dà la mano alla piccola che si chiama Myriam (Maria), e le dice confidenzialmente:

36. “Vieni! Un uomo buono, il Quirino Cirenio da Roma, vuole vedere i nostri bambini del tempio. Dato che ha poco tempo, devi parlare per tutti i bambini. Hai paura?”. – “No”, dice Myriam, e guarda apertamente il romano che incute riverenza. Le donne si sforzano di portare alla calma la loro schiera agitata.

37. Cirenio solleva la bambina sulle sue ginocchia. Quanto è fine! La chiama farfalla. “Tu sei da madre Anna?”.

- “Sì, Cirenio”, Myriam annuisce importante, e si appoggia. Lui tiene paternamente abbracciata la bambina. Sei qui volentieri?”

- “Sì! Madre Anna è così buona, anche se qualche volta siamo cattivi”.

- “Anche tu?”, ride divertito Cirenio. La bambina si guarda intorno, indecisa.

38. “Myriam non da dispiaceri”, risponde Anna, “sono tutti bravi. A volte ci sono certamente delle lacrime di bambini”.

- “Queste ci devono essere”. Il Quirino fa scendere Myriam dal grembo. “Quindi, cari bambini, se siete obbedienti, …allora sono lieto…”, si schiarisce un po’ la voce, “… sì, sì, allora il vostro Dio si rallegra”.

- Myriam risponde prontamente: “Il nostro Dio è anche il tuo; Egli ti ama perché sei così gentile con noi bambini”.

39. Il romano si sistema l’elmo, che oggi sembra non stia dritto. Inosservato si asciuga il viso. “Tu, bambina del Cielo”, mormora. Quello che ha detto Simeone è vero: ‘L’interiore della bambina, il suo spirito o la sua anima, sono uniti con l’uomo che ha così poco del mondo’.

40. Pensieroso, ritorna in testa ai suoi ufficiali nella sala dove avevano consumato il pasto. Non dimenticherà la bambina. E quando più tardi vedrà quella giovane madre che con il suo bambino troverà protezione e rifugio presso di lui, allora gli sembrerà di nuovo che Maria non appartiene a questo mondo di uomini. ‘Da lontano dalla Terra…’. – Chi lo sussurra all’improvviso al suo orecchio?

41. Il tempo, però, trascorre con molte opere pesanti. Lui chiede ad Athaja se può vedere i santi libri, ne avrebbe sentito parlare molto e sarebbe una funzione d’onore di conservarli, oppure persino di riscriverli. Prontamente gli aprono la sala dei libri (l’archivio). Ci sono dei rotoli antichi e altri nuovi. Cirenio li osserva interessato. Anche Cornelio studia pieno di fervore. Lui trova ciò che cercavano, ed esclama stupito:

42. “Che bella calligrafia! Non ce l’ha nessuno scrivano imperiale!”

- “Fa vedere”, Cirenio ne tende la mano. “Favoloso! Alto sacerdote”, si volta verso Athaja, “quando è stato scritto?”.

- Sinceramente fiero che al romano piacciano molte cose, le si danno come a degli ospiti, Athaja dice senza cattiveria: “Soltanto poco tempo fa; il nostro sacerdote capo Jojareb ha la mano fine”.

- “Chi è? Voglio conoscerlo!”

43. Jojareb, sempre studiando come potesse svignarsela, diventa nervoso. Ma per quante volte vuole spingersi fino in fondo, viene Forestus, chiedendo questo e quello, avvicinandosi sempre più a Cirenio. Si nota che è intenzionale. Il suo ‘mal di pancia’, e la zia, che quel comandante ha senz’altro riferito al Quirino. Allora può congratularsi di sé.

44. Athaja dà a Jojareb l’onore, e lo presenta. Cirenio gli da la mano. Ma chi conosce il romano vede negli occhi il colpo di un’aquila. Jojareb raggela, …e arde. – “Ecco, tu sei lo scrivano con la mano fine? Ah, aspetta…, mi sembra…“, Cirenio fa come se riflettesse. “Ho già visto la tua calligrafia. Purtroppo, …ho una buona memoria”, dice con sarcasmo tirando fuori dalla toga una iscrizione. “Guarda, Cornelio, non è la stessa mano?”

45. Costui non deve esaminare a lungo; il loro gioco è fatto. “Evidentemente, proprio la stessa. Anch’io ho una pergamena. Solamente, penso: ‘La mia pelle d’asino, e la tua iscrizione, o Quirino, è stata fatta da un denunciante, ma questa calligrafia”, mostra i rotoli, “proviene da un alto sacerdote. Impossibile che lui…”. Cornelio lascia aperta la frase intenzionalmente.

46. Jojareb diventa pallido fino al collo. La paura stringe il cuore. Alt, …guardarsi! “Io ho …”.

- “Aspetta finché sei interrogato!”, il Quirino taglia severamente il discorso. “Scommetto mille talenti (moneta romana) che sei tu lo scrivano!”. Lui alza in alto il suo cartellino. Athaja è spaventato. Ora la lode del romano diventa una fatalità per il sacerdote.

47. Sfortunatamente, Venitrio annuncia: “Onorevolissimo Quirino, quest’uomo”, indica Jojareb, “voleva andar via, presumibilmente per far visita a una zia malata. Ma l’anziana era sana”.

- “Riferiscimelo!”. Questo è un tono diverso da quello del giro attraverso il tempio. Venitrio fa rapporto,

48. “Perché hai sfidato l’ordine?”. Il templare sta composto, incapace di una parola. Tutti hanno paura, per lui, …per se stessi. Che ne sarà? Ecco, uno è colpevole, e cento devono espiare!? Da Jojareb non c’è da cavare niente, la sua gola è come strozzata. In tali casi Cirenio usa clemenza, senza però sospendere una punizione prevista.

49. “Il mutismo non fa male”, dice lui ironicamente, “per questo scrivi più bello. Per via della pace che Cesare pretende, e per via del dono che i templari mi hanno offerto, anche perché la maggior parte di voi sono bravi uomini, ti punisco in modo mite. Ho bisogno di un paio di scrivani”. Come per caso guarda ad Hilkia, che si fa così piccolo com’è possibile. “Jojareb viene impiegato da subito nel tribunato.

50. Ricorda: se cerchi di scrivere in modo disordinato, per cavartela a buon mercato, ti porto con me a Roma!” Diventando di nuovo gentile, Cirenio chiede: “C’è ancora un bravo scrivano?”.

- “Tre”, confessa Athaja. Lui non può e non vuole deludere il Quirino, ma non vuole nominare nessuno lui stesso. Perciò presenta Hilkia e i due amici, affinché i ribelli non possano dire di lui di aver consegnato i suoi nemici.

51. Dopo le prove presentate, la scelta cade su Hilkia. Athaja vorrebbe pregare per i due, ma non osa. Può intervenire soltanto tramite Simeone. Due ufficiali rimangono a fianco di Jojareb e di Hilkia. Oppressi, lasciano il tempio dietro di sé.

 

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III° / Cap. 13

Arriva il duumvirio Askanio, un nuovo uomo da aver paura? – Essere pecora, oppure verga? – Peccato e colpa –  Una piccola lente e appare l’universo nel micro – Invece della libertà, la Guida paterna

Dopo la perdita dei due dissidenti, gli amici vorrebbero colpevolizzare Simeone – Nel gran Consiglio, lui accusa Malchia, Usiel e Phashur di essere dei cattivi sacerdoti, invitandoli a cambiare – Solo Phashur riflette sugli insegnamenti su Dio e sulla natura, sul micro e sul macro, sul donarsi al prossimo e sulla libertà di scelta

1. Nel tempio si va sconvolti in qua e in là. Certo, senza dubbio, Cirenio è un galantuomo, si deve chiamare anche Cornelio ‘umano’ in contrasto al Naxus, il quale era semplicemente insopportabile. Nondimeno, …Roma spreme la Giudea, finché alla fine rimane una pelle vuota. Usiel e Jissior scoppiano.

2. Usiel strilla: “Ti dico che Athaja ha preparato questa minestra ai due. Non poteva colpire Nathan?”

- “No”, rifiuta tranquillamente Jissior. “Athaja non conosceva ancora il Quirino e …”

- “È stato dal tribuno!”

- “Io c’ero; allora non si parlava di questo”.

- “Allora lo ha fatto Simeone, che è il vostro buffone. Hah, adesso so tutto.!”

3. “Bene, chiederò a Simeone di interrogare il tribuno, affinché sia eliminata l’onta che tu accumuli sugli alti sacerdoti. Jojareb l’ha denunciato due volte. Facendo questo, Hilkia e Jojareb erano sempre insieme bisbigliando. Ho fatto un cenno a Hilkia, che il Quirino li stava tenendo continuamente sott’occhio; non hanno badato all’avvertimento e si sono aggrappati spettacolarmente”.

4. “Era intenzione che proprio i seri avversari di Athaja sarebbero stati incaricati al servizio d’onore imperiale’”, dice incallito Usiel, “con ciò, Athaja ha perduto molto”.

- Jissior lentamente si scalda: “Per mettere un righello saldo davanti alle vostre fauci, alla vostra malignità, domani porto la facenda al Sinedrio”.

- “Sarebbe meglio non farlo”, minaccia Usiel.

5. Jissior ride disdegnoso: “Minacciate me. Ieri sera è arrivata la scrittura imperiale che ora il tempio si trova sotto l’autorizzazione personale del Quirino, nella funzione di tribuno. Posso denunciare i disturbatori della quiete in ogni momento”. “Allora anche tu sei un accusatore!”

- “Fra denuncia e tradimento c’è una differenza che arriva fino al Cielo, ma un Usiel non lo comprende”.

6. L’avvocato lascia Usiel in piedi. ‘La cattiveria non si estingue’, pensa preoccupato. I nemici di Athaja non trovano un gran seguito. Si nota che Cirenio ha agito da sé. È possibile che dietro a ciò ci sia Simeone e…, uno asciutto pensa: ‘Ah, è un buon servizio quando un templare viene liberato una volta dal litigio contrario a Dio’.

*

7. Il giorno successivo Simeone va nel tribunato e racconta ai romani che si accuserebbe lui ed Athaja dell’affare. Su ciò, il Quirino è più divertito che arrabbiato. Anche a Roma, nella cerchia più stretta di Augusto, certe lingue affilano il loro taglio. Che i superiori della Giudea sono ora così sinceri, lo rende ancora solo più gentile. Lui però, pensa che ci sarebbero dei mezzi per rendere i serpenti necessariamente miti.

*

8. Il Sinedrio, insieme a tutti i sacerdoti del tempio, si aggiorna. Il principe Ahitop, l’avvocato e i superiori della città sono invitati. Il cittadino Josabad riferisce: “Ora è arrivato un romano con un manipolo (200 uomini). Grande impiego. Non mi piace! Lui guardava diritto dinanzi a sé, non ringraziava nessuno che lo salutava, come invece lo ha fatto il Quirino e …un timoroso sospiro: speriamo che costui non ci venga messo nel nido al posto di Cornelio, Mi ricorda molto il Naxus”.

9. Imbarazzato silenzio. Anche se ancora molto discusso, ognuno guarda Simeone, se potrà aiutare per evitare questo male. Lui fa un cenno tranquillizzante: “Vedremo che cosa ha da significare questo”. Per certi, un po’ di paura è la migliore medicina.

10. “Prima del suo congedo, Cirenio vuole dare ancora un ricevimento. La maggior parte di voi e i superiori della città sono invitati. Il romano che è arrivato si chiama Askanio. È un duumviro ed il costante accompagnatore del Quirino”.

- “Lo hai già visto?”, chiede Zaccaria.

- “No; ufficialmente non è noto chi rimarrà”.

- “Non puoi…”.

- “…aiutare?” completa Simeone. “Non sarà quasi necessario, Athaja. Confidate nel SIGNORE!

11. Certo, se qualcuno batte ancora intorno a sé, quando si odiano i fratelli, quando li si tradisce, e questo, qui nel tempio di Dio, allora al Signore nonostante tutta la Sua Longanimità non rimane altro che fare appunto ciò che si fa con i bambini diseducati”.

- Malchia dice mordente: “Allora Dio sarebbe molto ingiusto se dovesse punire molti buoni per via di pochi cattivi”.

- “Sei stupido, Malchia!”, Chol-Joses non trattiene niente pur di confermare le parole di Simeone.

12. Costui (Simeone) aggiunge: “Voi, Pashur, Usiel e Malchia, vi considerate giusti; gli altri come cattivi. Dato che di conseguenza ci sono soltanto tre buoni, tutti gli altri sarebbero cattivi. Allora Dio avrebbe ragione se castigasse tutto il tempio. Allora i buoni possono aiutare a portare il peso dei cattivi. Anche questo è un servizio per Dio, un aiuto per la comunità.

13. È certo che ciò che è rovinato ha bisogno del massimo aiuto. Dato che molti non vogliono proprio, sono dei figli buoni di Dio che ne trascinano il peso. Ma ora il conto è differente: ci sono tre maligni nella sala, alcuni come punti dal veleno di un serpente, la maggior parte si sono sottoposti a DIO nel momento giusto. Di conseguenza, secondo la Volontà di Dio, il tempio è sotto la protezione di Cirenio.

14. Che cosa ha da significare, lo vedrete presto, Pensate a Erode! Lui era il primo diavolo del Naxus. Ora si nasconde e sonda ciò che porta il cambio dell’occupazione. Non c’è calma, per questo vi odia troppo. Voi non gli resistete, se non gli vengono legate le mani dall’Alto”.

15. Viene soppesato il pro e il contro. Alla fine Zaccaria dice: “Dio ci ha aiutato in modo meraviglioso nell’afflizione più grande, ammansirà anche la piccola ‘volpe’. Il tribuno non tira alla stessa corda con lui. E poi?” Uno sguardo a Simeone: “Con lui l’Onnipotente ci ha inviato il grande aiuto!”. Comincia un’aperta affermazione e un mormorio di accordo.

16. Solo Pashur contraddice: “Per me Simeone può anche essere uno particolare, …ma che sia per il nostro meglio? Roma mostra solamente il lato buono, perché una rivolta nell’oriente spezzerebbe il suo potere. Se la Palestina si è calmata è perché girano le spade. Più legionari stazionano a nord delle loro Alpi, e l’est è scoperto. Noi ci lasciamo legare da parole fini in ulteriori catene da schiavi. Ora, per me…!

17. “Sul tuo conto”, lo deride Simeone.

- “Possa pensare ognuno come voglia. Qualcuno è cattivo se non dice ed amen a tutto? Che i buoni debbano trascinare per i cattivi, sarebbe una grande ingiustizia! Se Eliphel deve a Nathan cento monete e non paga, perché dovrei pagare io per Eliphel? Ho trovato la mia moneta sulla via?”

18. “Non tu”, risponde severamente Simeone, “tu hai solo ereditato ciò che tuo padre si è conquistato con sudore. A te il lavoro era estraneo e il tuo fare da templare non ti è particolarmente lodevole. Inoltre, faresti un’opera buona se pagassi dalla tua sovrabbondanza per qualcuno che cade in miseria senza colpa, e dovrebbe farsi prestare per i suoi, per preservarli dalla morte di fame. Con ciò gli toglieresti il suo peso. Che tu riesca mai a fare questo, mi sembra molto dubbioso”.

19. “Non lo farei nemmeno!”, brontola costui.

- “Tu gozzovigli, Pashur, nemmeno ai tuoi lasci appena quello che è necessario. Tu servi l’ego che è il tuo idolo. Un povero che lavora faticosamente, non deve desiderare la carne, il pane, il burro, la frutta e il miele, come tu giornalmente ne mangi in quantità?”. Nonostante la resa dei conti, c’è molta risata.

- Pashur brontola: “Se già vuoi dire qualcosa, allora porta del celestiale!”.

- “Può succedere! Che cosa sei: pecora o verga?”

- “Stupida domanda; nessuno dei due”.

- “Peccato; in questo modo stai al di fuori del Regno di Dio. Ma qualcosa devi essere!”

20. Se soltanto tu sei qualcosa!”, esclama Malchia, sostenendo Pashur. “Somigli ad una pecora!”

- “Ben colpito!”. Certo, non ad uno a cui si taglia la lana, ma, in confronto, ad uno sul pascolo. Quando questa vede il Pastore, salta su; e quando è stanca, il Pastore la prende in Braccio e …la porta a Casa”. [Giov. cap.10]. Questultima cosa la dice Simeone interiormente.

21. “Ben estremamente utile, la flora è più profonda che la fauna. Certamente, visto ancora da una vedetta più alta, la pianta radicata rigidamente nel suo suolo somiglia alla materia. Essa deve attendere finché viene curata dal cielo oppure dagli uomini. Invece l’animale, se non messo alla catena, può, mediante la forza vitale che il Creatore dà alle creature, mantenere se stesso, cercare cibo e bevanda e il rifugio per dormire e per la protezione.

22. Con ciò, secondo il mio esempio, voglio dire: chi somiglia ancora ad una verga che ha bisogno del forte palo per non essere spazzata via da piccoli venti, simbolicamente sta ancora distante dal suo Dio, e non è radicato nella Sua Parola.

23. Dio come Giardiniere avrà molta fatica per curarla, per potarla, per portarvi della buona terra finché un giorno la verga ricompensi la Sua Fatica. Un animale, soprattutto un agnello, sa precisamente dove trova protezione e aiuto. Si lascia guidare, si lascia condurre al pascolo, dove cresce per la gioia del suo pastore.

24. Ora, anche la verga è buona, se dopo ogni oscillazione, spinta da vento e tempesta, si spinge saldamente nel buon terreno che il Giardiniere Creatore accumula intorno alla piccola pianta. Allora diventa un fiore, uno stelo, una vite, oppure anche un albero, secondo la sua specie. Ciò significa: che anche uno che è attaccato al mondo può appartenere al Regno, se si lascia impiantare e tende la sua anima verso i raggi della Luce.

25. Dio è rattristato perché non sei nemmeno una verga. Nel Regno – naturalmente sotto l’aspetto spirituale – esistono animali e anche piante. Il Creatore li ha sollevati entrambi dal buon Potere, per rallegrare i Suoi figli, contemporaneamente anche come esempio d’insegnamento, affinché, sviluppandosi, debbano camminare sul loro sentiero per il perfezionamento del loro essere.

26. Tu, povero uomo, sei certamente irrigidito nel tuo suolo, ma sono delle pietre sulle quali sta la tua anima. Pensi di essere qualcosa di migliore, come il suolo fine, arato. Ma aspetta, più velocemente che l’uomo pensi, può giungere alla fine del suo sapere, del suo volere ed anche, …alla fine della sua vita terrena”.

27. “Allora è comunque finito”, schernisce Pashur. “Finché viviamo, ognuno può acconciare le sue pelli come vuole. Lo stolto se ne prende delle sottili, il furbo delle pelli spesse. Se viene la morte, entrambi sono privi della loro vita. Tanto, sta comunque scritto che si è sottoposti al peccato. Chi sfugge al peccato? Gli uomini ne sono sottoposti – volenti o nolenti – cosa che porta con sé la lotta della vita.

28. Se il Creatore ha voluto questo, allora Egli infine deve punire tutti insieme, oppure liberare tutti dal mondo. Non ci sono eccezioni, perché non l’uomo standardizza la vita, ma ‘la vita’ l’uomo. Soltanto, che qualcuno è caduto in basso tramite miseria e tentazione, finché non gli rimase nessuna via d’uscita. Sì, così è stato sottoposto al peccato. …Un obbligo creativo! Non è vero?

29. Se esiste un Dio buono, perché regna oltre alla Sua Bontà, troppa tentazione? Da dove proviene? Ne posso qualcosa, se sono qualcosa che io stesso non so, né voglio? Qualcosa di ciò che è stato detto, nonostante la non chiarezza, è senz’altro da rigettare”. Pashur conclude il discorso tecnico. Ma si aspetta che cosa alla fine spiegerà Simeone, che tace intenzionalmente.

30. Solo su richiesta, il lontano risponde: “La mia risposta non è soltanto per te, Pashur; ma hai posto delle domande, giustificate dalla nuda vita, dall’esistenza di un sacerdote; fichi, però marci. Se fosse finita non appena la morte chiude la porta terrena, allora nessuno dovrebbe sforzarsi di essere buono. Tu desideri che non venga nessuna resa dei conti, nessun aldilà, da non dover rispondere per i tuoi debiti. Molto comodo! Mi meraviglia davvero che osi portare un abito sacerdotale. Davanti a DIO non sei nessun sacerdote! Davanti a DIO non sei un autentico uomo!

31. Tu e i tuoi simili, prima, ora e più avanti, fanno delle case di Dio dei nidi di serpenti; e vivrà con i serpenti chi è proceduto dalla cova! La vita non termina, poiché, in altre regioni, sotto altre condizioni, continua, a seconda che l’uomo si sia rivolto al Signore oppure nella tenebra, perché ha servito Lo-Ruhama, la materia. A nessuno resta risparmiato poi di vivere questa scelta.

32. Tu premi i tuoi peccati nella mano del Creatore. Ma esiste un santo-pesante ‘obbligo’, perché la prima figlia (Sadhana) ha tenuto più in alto la libertà che la Volontà di Dio. Lei, l’autrice di questo obbligo, non era da sola. Molti precipitarono. Costoro e i figli del Cielo che adempiono nella materia il loro dare della Creazione, sono sottoposti al peccato, perché è in questo modo che il peccato primario è da estirpare.

33. Ascolta: è differente se il peccato viene accolto tramite le libere vie del sacrificio, oppure se si è sviluppato dalla caduta nella colpa. Il peccato può essere espiato nel giusto pentimento; la Bontà di Dio cancella l’obbligo! Chi ama il peccato, diventa colpevole per se stesso e deve pagare tutto. Chi serve il peccato al danno dell’altro, ha da versare pure le loro colpe, quando sono risultate da una disgrazia provocata.

34. Che il peccato non causi nessuna colpa, è una faccenda propria. Il peccato è la conseguenza di quella caduta dei figli, per cui DIO fin dal principio della caduta ha creato la riconciliazione [Isaia 43,25]. Perciò Egli, come ‘Salvatore’ caricherà sulla Sua croce tutti i peccati, come certi di voi sperimenteranno ancora. Me Egli non prende su di Sé delle colpe, perché Egli anche come Uomo è senza colpa e senza peccato!

35. I tuoi istinti, Pashur, ti hanno spinto all’arroganza e all’avarizia. Invece di estirpare, tu hai coltivato. Non puoi spingere la tua colpa nei sandali di nessuno; voluta da te, è diventata l’onta della tua anima! Oppure ti avrebbe eletto DIO per gozzovigliare, perché credi che gli istinti siano stati impiantati in te?

36. Il Quirino è di nascita mobilissima, ciononostante è senza orgoglio. I legionari valgono sempre tanto quanto gli ufficiali. Durante il servizio religioso tu non guardi nessuno. Io lodo i vostri alti sacerdoti, anche coloro che dopo vanno alla folla e – di certo non sempre potendo aiutare – danno qualche consiglio. Appunto questa è l’alta gioia di Dio, anche se certe cose non riescono, …per peccato, Pashur, non per colpa. Non torcere subito di nuovo la corda!

37. Qualcuno crede di essere grande, senza riflettere che una cosa piccola è sovente più grande di lui stesso. Questi rimane impressionato solo da ciò che egli si dipinge magnificamente per il proprio uso. Ma nella Creazione il macro e il micro dipendono l’uno dall’altro; si servono, come l’uomo è venuto al mondo per servire, e non per crapulare o soltanto per governare”.

38. Usiel brontola: “Predicalo ai tuoi romani!”

- “Taci”, esclama Thola, “è troppa delle tue ciance miserabili!”

- “Allora vai, se non ti sta bene!”

- “Posso chiamare i romani”, dice Simeone per tenere a bada i ribelli. “Ascolterebbero volentieri e riconoscerebbero la ‘predica’.

39. Essi hanno ringraziato quando ho spiegato loro il Mondo di Dio e, con ciò, anche il Cielo è venuto vicino a loro. Loro hanno nutrito una riverenza dinanzi alle cose sublimi, e si stupivano di tutte le cose piccole. Molti alti romani rispettano ogni più piccolo uomo, donna, bambino, povero o storpio, invece Usiel come Pashur sbirciano solo in alto e non danno nessun libero sguardo verso il basso.

40. Guardate una volta qui! C’è una fogliolina, per cui nessuno si chinerebbe, ma cresce sul muro del tempio, e di conseguenza appartiene veramente a voi”. Tutti, persino gli amici più stretti, sgranano gli occhi. Perdinci, se si volesse considerare un minuscolo vegetale, dove si arriverebbe? Cresce rigoglioso sul muro e altrove nel vasto mondo.

41. Simeone riprende il pensiero: “Cresce rigoglioso, comparabile con ogni massa, ovunque nel vasto mondo. Quivi la stessa è veramente al potere, benché debba vivere sotto i reggenti. Ho un sasso che ingrandisce cento volte la fogliolina, in modo che possiate vedere la sua delicatezza. Tira fuori un sasso, simile ad un diamante. Ognuno tende prima a questa, e la foglia rimane inosservata. Su richiesta dove l’avesse trovata, Simeone risponde:

42. “L’ho portata da Mireon. Anche da voi ne esiste una specie simile, che viene valutata particolarmente alta. Lo avete confermato inconsciamente perché la pietra da voi è molto più interessante che l’insignificante foglia materialmente reale! Ma guarda, Athaja”, invita lo stesso Simeone, “qui vedi un miracolo di Dio!”.

43. Athaja si piega profondamente, spinge qua e là il sasso di vetro e poi esclama meravigliato: “Magnifico! Come la tenda notturna! I molti puntini sulla fogliolina somigliano al Cielo stellato. Com’è possibile?”

- “Lasciala prima esaminare dagli altri”. Pashur striscia oppresso verso una sedia. Colpa e peccato, …non è così semplice. E la foglia? Chi poteva pensare che in questa cosa minuscola si nascondessero innumerevoli cose minuscole? Un bagliore passa sul volto di Simeone. Se il ghiaccio si sciogliesse… Oh, Signore clemente, prestami un raggio dal Tuo Sole!’. Si sente beatamente caldo, come un uomo che gioisce di cuore di qualcosa.

44. Lui parla dei ‘miracoli di Dio’, della costruzione delle cellule, anche delle particelle quasi mai del tutto visibili nonostante l’ingrandimento, i microbi, e dice: “L’universo materiale secondo lo spazio e il tempo è una piccola parte di una parte di sfera dell’Eternità-Ur. Anche se la stessa non vi è del tutto rappresentabile, voglio comunque dare ora un esempio.

45. Dio ha ordinato di introdurre ad ogni settimo anno il ‘tempo di libertà’, la pacificazione. Dopo quarantanove anni dovrebbe poi seguire un Anno giubilare, una pacificazione che diventi un perdono totale. Nel confronto possono essere pagati i peccati ogni sette anni, nell’Anno giubilare le colpe, – ma questo soltanto secondo il Cielo.

46. Ora ancora: come nello Spazio, il macro e il micro di un tempo non sono mai del tutto constatabili. Calcolate dai cinquant’anni, tutti i giorni, di questi poi, le ore, i minuti e i secondi, e sappiate: per l’eternità, i secondi si somigliano alla fogliolina della vostra Terra.

47. L’uomo incorre nel grande, da cui vuole riconoscere l’Onnipotenza, che considera oltremodo maestosa. Questo è naturalmente giusto. Ma guardate la fogliolina, ed avrete l’immagine più fine dell’infinito. Se si arriva al più piccolo, allora ci si apre l’Onnipotenza, che appunto, da un puntino più piccolo travolge un’intera Creazione caduta, costringendo con ciò alla riflessione, per liberarla nella libertà.

48. Perciò prestate attenzione al minimo, sia questo un filo d’erba, o un vermicello, o innanzitutto un povero uomo! Se lo fate, allora in voi, che siete soltanto un micro, vivrà l’inafferrabile macro del Creatore. Già Lui vi dà la mano, la Sua Parola, la Sua vita, il Suo Amore! Voi non potete essere un Creatore, ma siete di talento creativo, specie chi si sforza a diventare il buon figlio di Dio”.

49. Pashur domanda: “Io penso che Dio non costringa nessuno. Hai detto che la libertà, la redenzione, verrebbe tramite la costrizione?”. Non ciò che dice, così pensavano molti, no, come egli parla, suona da stupirsi. Non più in modo aggressivo, piuttosto come se fosse un allievo di Simeone. Perciò la sua parola può anche fluire del tutto diversamente in lui, e per la prima volta ci si stupisce sul suo amorevole modo.

50. “Che cosa intendi sotto costrizione e libertà?”

- “Chi lo può spiegare più precisamente? Io no! Naturalmente sono libero di portare qualunque abito, di percorrere questa o quella via, dunque, indipendentemente dalla limitazione tramite la dittatura. Ecco, ci siamo: io sono un uomo libero, ma posso muovermi al di fuori del tempio soltanto come Roma me lo permette. Questa è costrizione!

51. Sono libero di dormire, oppure no? Se non lo faccio per quanto sia necessario, allora decado dalla mia forza. Una cosa è condizionata dall’altra. Costrizione e libertà si sovrappongono. Chi sa dire qualcosa di meglio?”.

- Zaccaria mormora ad Athaja: “Costui torna indietro!”. Lieto assenso. Si discute su questo. Come sempre, Simeone ha l’ultima parola.

52. “Cari amici, Pashur ha quasi ragione. Costrizione e libertà sono difficili da separare. In genere non è del tutto comprensibile, ma più tardi si chiarirà tutto più facilmente, quando lo spirituale starà in prima linea. Ora riconoscete questo: una costrizione è fondamentalmente una alta-santa Condizione-Ur, mediante la quale la Vita proveniente dall’ ATMA viene tenuta insieme.

53. Non la libertà conserva la vita; essa conduce piuttosto ad un abisso; sia nell’animico dal fare che dal non fare, sia nel corporeo tramite un errato modo di vivere. Se uno si lascia costringere tramite una buona riflessione, allora la costrizione diventa una guida liberamente voluta. Qui predomina la volontà, la vera portatrice della libertà, poiché l’azione in quanto tale, è già subordinata alla costrizione, di conseguenza, indipendentemente dal modo in cui avviene un’azione.

54. Dio creò dalla Sua Volontà, dal Ciclo, il cui Spazio e Tempo sono riconoscibili solo in parte, fino a questa piccola foglia”. Simeone la alza con attenzione.

“Questa era la Libertà del Suo operare!

Ma prima che dalla Volontà sorgessero delle Abilità, Egli ha posto il Divenire sul fondamento dell’Ordine, su una costrizione! Dall’Ordine proveniva il vero essere e le vie che avevano da intraprendere erano i Pensieri di Base della Volontà.

55. Chi cammina sui monti oppure attraverso il deserto, deve attenersi alle vie, altrimenti si smarrisce. Osservando le vie non si sente nessuna costrizione. Proprio così si sviluppa e si perfeziona la Creazione. Dio ha creato gli eserciti del Cielo dalla Volontà di Dominio; ma nel ‘meraviglioso gioco comune delle sette Caratteristiche’ Egli ha stabilito le Vie tramite l’Ordine.

56. Dato che nello stesso rango tutte le Caratteristiche pulsano attraverso Spazio e Tempo, non appena esistono i loro involucri, tutte le Opere riposano nella più sublime Preferenza dei figli di Dio, nell’interiorità, e in ciò vivono fino in fondo la loro vera libertà. Chi riconosce la costrizione di Vita, la ‘clemente Guida’, sa che cosa sia la vera libertà. Non significa mai e poi mai poter fare e non fare quello che si vuole. Chi ne abusa, deve portare le gravi conseguenze dell’abuso!

57. Se voi chiamate la costrizione ‘la Guida Paterna’, la libertà della ‘vostra esistenza di vita’, da cui ad ognuno proviene lo sviluppo, allora percepirete l’ALTO GOVERNO. In questo dimora la Guida delle creature, la loro vita è adagiata nei Giorni della Creazione, il cui decorso di Spazio, condizionato dal tempo, non è certamente da non notare. Ma ciò non ostacola lo sviluppo delle creature.

58. Molti uomini sono quasi sempre ciechi; e costoro si devono condurre. Chi non aiuterebbe un cieco che si trova sull’abisso senza saperlo? Non lo porterebbe obbligatoriamente, se necessario, sulla strada oppure subito a casa? Lui si deve far guidare, se non vuol morire. Quanto in modo più santo e maestoso, il Padre della Misericordia guida tutti i Suoi figli che, ancora ciechi, quindi ignari, errano attraverso la loro povera esistenza dell’anima.

59. Egli li deve costringere; soltanto, Lui mette a questa costrizione di vita un mantello, affinché essi – quasi sempre attraverso gravi conseguenze – diventino vedenti. Naturalmente a volte Egli lo fa miracolosamente, dov’è possibile o necessario. La cosa migliore è, soprattutto nella materia, se qualcuno come da se stesso si distolga dalla sua via sbagliata.

60. Sia annotato un esempio: se qualcuno ammette lo sbaglio, allora si trova al bivio e deve peregrinare per l’altro vicolo, se desidera riparare di nuovo la sua ingiustizia e per evitare le conseguenze che ne derivano. Oppure egli mantiene il vecchio trotto, dove alla vecchia colpa se ne accumulano molte nuove. La libertà di rimanere nella vecchia traccia, è in verità quella catena, che lega la sua anima nell’esistenza della materia.

61. Così stanno le cose per Israele. Siete arrivati alla via cruciale. Un paio di decenni non avranno un ruolo sostanziale. Chi si lascia costringere dalla Misericordia al ritorno, al pentimento e al riparare, può già ora arrivare alla libertà della Luce, nella quale esiste soltanto la ‘Guida’. Se degli angeli guidano un uomo, allora DIO guida a Sua volta gli angeli, e su di loro gli uomini insieme ai poveri esseri e all’intera Creatura.

62. Per oggi basta”, conclude Simeone, “non era un cibo leggero. Nathan e Gedalmar hanno scritto diligentemente; ciò che manca, lo posso completare”.

- “Sarebbe bello!”. Il sorriso di Simeone è il saluto della stella lontana, il cui Raggio tocca benevolo la Terra. A lungo stanno ancora insieme in piccoli gruppi, anche i ribelli nel loro angolo. Ma attendono invano Pashur.

 

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III° / Cap. 14

Pashur torna indietro – Il giovane Nicodemo, come asceta

Pashur esortato da Anna, va da Simeone, ringrazia Dio e, cambiato, sostituisce Jojareb nella funzione – Da Emmaus arriva il giovanissimo Nicodemo, orgoglioso, asceta, affamato, e accusa il tempio, ma ha una borsa di danaro per il tempio, carpiti alla sua comunità – Arriva un rabbino da Emmaus e presenta le difficoltà innescate da Nicodemo – Viene aiutato lui e inviato un carro di cibarie per la comunità

1. Giorni dopo, Pashur rimane da solo: Usiel, Malchia e Ginthoi si sentono orfani. Simeone e i superiori rimangono cortesi nei loro confronti, ma la maggior parte dalle file inferiori, ovviamente, li evitano. Si vede sempre più chiaramente che Simeone guida l’insieme. Ufficialmente la guida è nelle mani dei sacerdoti superiori.

2. Pashur va in giro nella parte delle donne. Non ammette a se stesso che desidera incontrare Anna. Lei ha sempre avuto ragione, la donna; e lui non ha mai voluto accettarlo. ‘Lei dovrebbe accorgersi’, pensa in segreto, ‘che io…’. Una porta scricchiola. Anna, alla mano la piccola Myriam, esce. Lui finge come se passasse per caso, guarda di sbieco e saluta comunque.

3. “Va, Myriam, dì a Mallane che vengo più tardi”. Anna fa cenno a Pashur. “Vieni!”, e apre la sua porta. Prima che possa formulare le parole che da giorni arano attraverso il cuore, lo spinge nella sua sedia e lei stessa si siede su uno sgabello.

4. “Il sandalo ti stringe molto”, dice lei senza introduzione. “Alla riconoscenza deve aggiungersi ancora la confessione. Non dinanzi a me”, dice lei, quando Pashur alza le sue spalle. “In ogni caso, …un confessare davanti agli uomini è una confessione davanti al Signore [Matt. 10,32]. Questo è difficile per molti uomini. Questi, quando hanno torto, cominciano ad inveire perché non vogliono ammettere. Questo non è proprio il coraggio di un uomo.

5. Da giorni stai andando in giro indeciso. La tua giovane fiammella è da prendere con cautela, altrimenti si spegne di nuovo, prima che diventi forte, per splendere oltre il proprio cerchio. Perché non vai da Simeone, da Athaja o da Zaccaria?”

- Pashur indugia: “È, …ebbene sì, tu non sei una donna come le altre; tu sei profetessa, ora, …lo ammetto. Veramente”. Quanto è difficile chiedere semplicemente perdono. L’orgoglio non conosce ponti!

6. “Figlio, che cosa faresti se ora tu stessi davanti al Signore?”. La domanda colpisce.

- Lui diventa pallido. “Non lo so. Ccredo che non si saprà mai, come si può agire quando si starà dinanzi al Creatore”.

- “La risposta è valida”, dice soave la materna. “Ci si prefiggono certe cose, solo quando è ora; allora…”. Anna batte leggermente le mani.

7. “Ti consiglio: va da Simeone, lui ti potrà aiutare al meglio. Ti trovi ad un punto di svolta, e puoi credere che hai anche un angelo. Si può bensì”, dice Anna triste, “invece di lui, avere un diavolo, che scaccia la Luce. Non per il fatto che l’angelo sarebbe più debole. Questo dipende esclusivamente dall’uomo, se segue piuttosto l’uno o l’altro.

8. Anche delle case, città, paesi, anzì persino tutto il mondo hanno una protezione. A volte sono degli alti angeli che svolgono oltre al loro lavoro di sfera, pure una funzione secondaria. Questo riguarda Simeone. Ora il tempio e la Giudea si trovano sotto le sue ali. Quanto è facile dirgli tutto ciò che lo lega al mondo. Chi – eccetto Dio – lo comprende meglio che una tale alta Luce inviata da Dio, per eseguire la Sua Volontà e portare qui il Suo Aiuto?”

- “Tu lo pensi davvero …”. Anna annuisce. Allora Pashur dice piano: “Ti ringrazio”.

*

9. Già è fuori e, …incontra Simeone, come se fosse stato combinato. Quella sera ringrazia Dio, per quanto meraviglioso Egli conduce tutto. Oh, la Guida paterna e l’esistenza di vita… Certo, non va così velocemente di sfilare le pelli spesse che hanno quasi soffocato l’anima di Pashur. Più avanti si afferma ed otterrà la funzione di Jojareb.

*

10. Dopo altri due giorni giunge l’invito dal tribunato. I romani parlerebbero volentieri un giorno con Simeone; ma prima era di nuovo da rendere efficace il governo. A mezzogiorno viene annunciato ad Athaja un sacerdote ancora giovane di Emmaus. Vi viene impiegato in prova. Per breve tempo lo conduce qualcosa di importante a Gerusalemme. Si chiama Nicodemo ed ha poco più di vent’anni. Per la sua giovane età è troppo serio, e tiene troppo stretto il suo ‘gregge’ al freno.

11. Athaja, Zaccaria, Simeone, Nathan, Jissior, Eliphel, Gedalmar, Obadnia, due sacerdoti sorveglianti e da oggi Pashur, stanno mangiando. Si fa posto a Nicodemo, ha l’aspetto di essere quasi morto di fame. Athaja chiede subito: “Ricevi abbastanza?”

- “Sì”, annuisce Nicodemo. Il suo sguardo timido passa su Simeone. “È un nuovo sacerdote?” chiede modestamente.

- Athaja lo conferma. “Sì, ma saziati prima”. Nicodemo prende alcuni pezzi. I suoi occhi sono profondamente infossati, gli zigomi sporgono duramente. Simeone riempie un piatto senza chiedere, e dice seriamente: “Da noi si mangia ciò che ci dona il caro Signore Iddio!”

12. Nicodemo rifiuta, quasi arrabbiato. “Dei sacerdoti non hanno da gozzovigliare! Purtroppo…”. Tace imbarazzato. Zaccaria gli batte sulla spalla: “Giovane amico, è punibile rovinare il corpo che, …il Creatore ci creò, in questo o in un altro modo. Obadnia ti visiterà e dirà che cos’hai. Nessuna contraddizione”, aggiunge severamente colui che altrimenti è buono. “Fai parte del tempio, e questo ha da provvedere a te”.

13. Il medico mormora tagliente: “Non ho bisogno di visitarlo, a lui esce la fame da tutte le parti!”

- “Perché fai la fame?”, la domanda di Simeone suona come curiosità.

- “Si deve rispondere ad un sacerdote più anziano”, risponde Nicodemo con innegabile ribellione, se soltanto non fosse venuto, anche se secondo la sua opinione era urgentemente necessario.

- “Non devi”, dice Simeone, “pensavo che ti alleggerirebbe”.

- “Ho sentito che si crapula nel tempio e che si fanno profonde gobbe da gatto ai romani”.

14. “E per questo vuoi espiare tu

- Athaja rimprovera: “Non abbiamo bisogno di sacerdoti che vogliono diventare asceti. Ognuno deve vivere in modo pulito, per quanto sia possibile nella buona volontà. Noi abbiamo preparato a te la conferma, perché sei diligente e di talento. Ma renderti intenzionalmente malato e debole, per questo non esiste nessun comandamento. Indicamene uno solo, che possa confermare la tua azione”.

15. “La legge insegna sobrietà”, dice debolmente Nicodemo. – Negli ultimi tre giorni e su tutta la via non ha mangiato niente, per presentarsi davanti ai superiori come ‘vero sacerdote’.

- “Fra due ore continuiamo a parlare”, mantiene Obadnia l’esame. “Se ora non mangi tutto, allora sei tutto, eccetto che un sacerdote che possa guidare la comunità. E questo…”, ha sempre con sé mezza farmacia, “…lo bevi tutto, allora puoi dormire”. Lui mescola due erbe in un bicchiere di vino leggero.

16. “Non bevo vino!”, si oppone Nicodemo.

- Simeone spinge a lui il bicchiere: “Persino in Cielo si beve vino; il Cielo non fa la fame! Vuoi di certo dare l’onore a DIO; solo che così, danneggi la Sua Opera, il corpo, che EGLI ti ha dato. Anche di questo il Signore tiene conto, quando l’anima soffre a causa di una malattia auto causata. Ora sei presso degli uomini che comprendono anche il terreno, anche se non sempre l’approvano. Sì, tu volevi impressionare i tuoi superiori. Dunque, …le tue lamentele che hai da presentare, verranno esaminate da noi”.

17. “Athaja e Zaccaria sono gli alti sacerdoti”, cerca di imporsi Nicodemo. “Ce ne sono ora tre?”

- “No! Simeone ha preso in mano la direzione generale dal Cielo”, dice dolcemente sorridendo Athaja. Già questo sembra oltraggioso a costui, e lo dimostra chiaramente la sua espressione, cosicché molti alla tavola ridono. Nicodemo sta scappando al più presto.

18. Comprendendolo, Athaja ordina: “Tu rimani! Era assolutamente ora che tu fossi arrivato. Sei stato certamente un giovanotto serio, ma di animo lieto. Ora, …un morto fra i viventi!”

- “Sì”, dice Simeone, “lasciatelo solo con il medico, deve prima mangiare con calma”.

- “Ah, sotto sorveglianza?”, brontola Nicodemo.

- “Ebbene sì, perché sei infantile e, come questi tali, hai bisogno di un guardiano”.

19. Athaja si consiglia nella cerchia più stretta. “Sono sconvolto! Com’è arrivato a tali follie? Naturalmente istruiamo ed educhiamo gli allievi sacerdoti abbastanza severamente; ma nemmeno in quegli anni difficili sotto il Naxus, dove non si poteva quasi più pagare gli alimenti, abbiamo fatto soffrire la fame alla gioventù. Approva Dio che Nicodemo fa questo in onore Suo?”

20. “Anche se il motivo fosse autentico”, risponde Simeone, “che cosa ne avrebbe Dio se qualcuno si lascia morire di fame intenzionalmente? L’Io è Vita! Egli l’ha data alle scintille d’esistenza cadute da Sé con cui queste erano senz’altro i portatori della Vita, e sono anche diventate delle forme di Vita. Dovrebbero poter vivere al di fuori dalla Persona-Ur, e accanto a Questa.

21. Nicodemo è mortalmente malato. Jojareb ed Hilkia erano spinti dall’ambizione ad occupare le alte posizioni, e costui si è lasciato schiacciare dalla brama d’onore, per essere un uomo incontaminato. Sì, …brama d’onore, avarizia ed orgoglio, crescono quasi sempre sullo stesso legno! Egli porta ogni quattrino alla cassetta di Dio. La comunità di Emmaus è sfinita. Sovente toglie ai bambini il pane, lo vende e mette con orgoglio le monete nella sua cassetta morta, dicendo: ti ringrazio, Dio, che non sono come gli altri!” [Luca 18,11].

22. “Terribile!”, Zaccaria si scuote. “Mi sono sforzato di essere pio; ma ah, …quante volte ho smarrita la via ed ho dovuto confessare dinanzi al Signore che avevo fatto più male che bene. Non ci si può lodare da sé?”

- Simeone annuisce: “Hai ragione! Ogni lode propria che si vuole lasciar brillare come una lampada dinanzi a DIO, ottiene proprio il contrario.

23. Nicodemo è troppo giovane. È inciampato su certe cose, che chiamava ‘terribili’. Quando il più anziano di Emmaus si è difeso, lui si è arrabbiato; e come girasse sul tallone, ha imitato gli asceti. Ma dato che vuole il bene, la Luce lo ha guidato qui. Non lasciatelo ritornare indietro subito, dato che fisicamente è anche diventato molto debole. Uno del Sinedrio con un aiutante dovrebbe pure amministrare Emmaus per un certo tempo”.

24. Tu hai descritto il (suo) male, non c’è bisogno di verificarlo”, dice Zaccaria. “Visto dal tuo e dal nostro punto di vista, ma non da quello di Nicodemo, lui non lo comprende così rapidamente che il Cielo possa agire liberamente sulla Terra. Per lui, ma ancora di più per Emmaus, è meglio approfondire la faccenda. Allora più avanti non potrà rimproverarci di nulla”.

25. “Tu dai sempre il miglior consiglio!”, Athaja lo ammette senza invidia. “Andiamo a riposare per un’ora; la sera dal Quirino sarà senz’altro lunga”.

- “Anch’io sono stanco”, si stira Jissior, che ha fatto la guardia per due notti.

- “Tu puoi dormire fino a sera”, lo dispensa Athaja.

26. Dopo due ore si è già seduti in raduno; il medico porta nella sala Nicodemo barcollante, ha l’aspetto di un cadavere. Obadnia lo adagia e lo copre con una coperta. Viene rigettata di malavoglia. Allora Obadnia diventa rude: “Io sono il medico e tu il paziente; se ti ribelli, ti lego! Coi malati stupidi ci è riuscito sempre per il meglio”.

27. Nicodemo lo affronta: “Incredibile! Non c’è da stupirsi che …”

- “Trattieni le tue chiacchiere”, dice duramente Simeone. “Il tuo comportamento è incredibile! Ti istruisco io per il tuo meglio. Quando sei entrato nel nostro cortile, ti sei tolto le scape. Il Signore ha detto bensì a Mosè: ‘Ttogliti i calzari, perché il suolo dove stai è Terra santa!’ [Es. 3,5; Gios. 5,15], ma dato che consideri il tempio colmo di crapuloni, come mai che il suolo ti è sacro?”

28. Nicodemo s’infervorisce: “Il tempio è del Signore! I templari, che non sono i veri sacerdoti di Dio, non ne fanno parte. DIO li caccia fuori!”

- “Te per primo, perché sei colmo fino all’orlo di superbia! Dimmi, tu, furbo ‘nove volte’: che cosa è sacro al nostro Creatore: le pietre morte, formate in qualche modo in una casa, …oppure tutti i cuori che sono sufflati a LUI con il Suo ATMA, che vivono qui e su tutta la Terra?”

29. “Al di fuori di noi, esistono solo i pagani”, schizza Nicodemo. Ira e febbre ardono in lui a gara. “È sacerdotale, di sgridarmi nove volte furbo?”

- “Ascolta”, lo rimprovera Nathan, “puoi tu rimproverare dei superiori?”

- Simeone sorride: “Ci sono dei pagani che sono più vicini a Dio, che degli stupidi fanatici. Elevarsi sugli altri, non conduce solo alla caduta, …costui è già precipitato!

30. Ti sei tolto le scarpe perché si dovesse vedere come adempie in modo pio il comandamento del Signore. Ma era rivolto a te? E quando eri seduto a tavola, …il nostro pasto non era per nulla …un gozzovigliare. Ti sei preso soltanto dei pezzi piccoli, per apparire come ‘campione’. Con ciò hai ferito il tuo superiore. Dio non ti loda perché sei senza bevanda né cibo da quattro giorni. Se lo facessi per via di un peccato che vuoi vincere, allora sarebbe una buona azione, ma per questo non si devono fare lunghe vie. Riconosci la tua colpa!

31. Ah, i tuoi occhi si sgranano? Le leggi insegnano che dei pensieri arroganti sono già peccato. Con il secondo hai distrutto la tua forza. Dici ancora che DIO ti avrebbe eletto sacerdote? Come puoi compiere il tuo servizio, se sei miserando, oppure guidare una comunità, quando la debolezza ti getta sul letto d’ammalato? Inoltre, ancora per tua stessa colpa!”

32. “Appunto per questo sono venuto”, dice Nicodemo indignato. “La gente percorre delle vie storte, gozzovigliano, bevono, e molti bambini vanno in giro nudi”.

- “Ma come mai questo? Non hanno nulla da vestire?”

- “No?”, Athaja diventa aspro. “Da noi hai imparato a controllare anche una necessità, soprattutto molte persone sono arrivate alla miseria più profonda senza colpa. Non hai aiutato?”

33. “Certo, sacerdote superiore!”. Gli occhi di Nicodemo guizzano. “Ho sempre consigliato bene”.

- “Niente di più? Non hai comprato una camicia ai piccoli poveri?”

- “Con che cosa?”, chiede caparbio Nicodemo. “Ho soltanto la veste sul mio corpo. Tutto il resto e quel che ho potuto racimolare diversamente, andava nella nostra cassetta per Dio”. Dicendo questo trae dal suo mantello un grosso sacchetto.

34. “Questo appartiene al Signore, al Quale va ogni onore! L’ho conservato fedelmente, per portarlo qui con gioia”.

- “Tu sei confuso”, dice Eliphel. “Come lo hai accumulato tu, è un abominio al Signore, siine certo! Io propongo…”

- “Il Sinedrio si consiglia che cosa dev’essere del ‘denaro della comunità”, interviene frettolosamente Zaccaria.

35. Nello stesso istante, Unnias annuncia: “Alto sacerdote, perdona, fuori attende un uomo, avrebbe da riferire qualcosa di importante”.

- “Ah, sempre delle interruzioni!”, Athaja sospira non ingiustificato. Sarebbe stato bene di consigliare il necessario per via di Nicodemo.

- Ma Simeone va già alla porta. Tutti comprendono il suo sguardo, eccetto Nicodemo. “Vado a vedere io stesso”. Il servitore segue alleggerito. Simeone è particolarmente amato dalla servitù, ed ognuno accorre per dimostrargli dei piaceri.

36. “Da quando tu sei nel tempio”, osa dire Unnias, “qui è diventato quasi facile. Lo dicono tutti”.

- “ A certi non piaccio”. Ah, vah, li conosciamo! Hm, a te lo posso confidare: noi servitori e sorveglianti non amavamo alcuni. Ma a certi hai spezzato le corna”. Unnias ridacchia. In Simeone si vede nuovamente ‘l’Alta faccia del mondo’, che viene irrestibilmente, ogni volta che vince l’Empireo.

37. Arrivato alla porta, Simeone fa entrare l’uomo. “Ti ho aspettato”.

- “Tu, me?”. L’uomo ha un aspetto poverello, ma pulito. “È là?”

- Simeone gli fa cenno di fare silenzio e lo conduce in una piccola stanza. “Aspetta qui”.

- Come liberato da un grave peso, guarda fiducioso a Simeone. Quando è lasciato solo, sussurra: “Questo sembra essere uno dei migliori, certamente potrà aiutarci”.

38. Simeone, entrato di nuovo da Athaja, dice tranquillo: “Concediamo riposo al nostro malato. Kadmiel e Piltar lo assistano. Ti consiglio, Nicodemo, se non vuoi che Dio ti tolga le mani e con ciò la Sua benedizione, allora esegui ciò che gli anziani ti ordinano”. Suona severo e Nicodemo fa finta di niente. Si lascia guidare al giaciglio indicato da Obadnia senza dire una parola.

- Appena è andato via, Eliphel chiede: “Che cosa c’è con il visitatore che Unnias ha annunciato?”

- “Guardate e ascoltate!”. Simeone non dice di più, e chiama l’uomo.

39. Quando costui vede gli alti sacerdoti, si sente minacciato. Imbarazzato gira continuamente il suo parasole. Gedalmar glielo toglie.

- “Non romperlo!”

- Athaja, senza rendersene conto coglie la cosa giusta: “Siediti, hai l’aspetto stanco. Da dove vieni?”

- “Da Emmaus”, balbetta costui.

- “Da? … Ma chi sei?”

- “Sono il più anziano; anch’io sono responsabile, vero?”. I suoi occhi supplicano formalmente, di confermarglielo.

40. “Certo”, dice Zaccaria. “Noi aiutiamo dov’è necessario”.

- “È molto necessario! Sto cercando il nostro sacerdote Nicodemo. Ultimamente non mi è piaciuto; aveva l’aspetto malaticcio, e oggi è sparito”.

- “Non hai nessun sospetto dove sia andato?”

- “Sospetto? Lui non mi aiuta, devo essere sicuro!”. L’uomo si scioglie, in lui si vede un’intelligente riflessione.

41. “Va via sovente?”

- “Mai”, dice quello di Emmaus, “perciò sono preoccupato”.

- “Lo avete cercato?”

- “Sì, alto sacerdote; ho impiegato tutti gli uomini. Ho sospettato…”. Si ferma. Il suo sospetto è giustificato?

- Simeone porta pane e vino: “Rifocillati e parla liberamente di ciò che ti opprime”.

42. “Conosco i nostri superiori”, l’uomo mangia lentamente, “non ti ho mai visto quando venivo al tempio. Ah, mi sembri un buon sacerdote”. Pronuncia forte il ‘buono’.

- ‘Ecco’, pensa ognuno, ‘non va d’accordo con Nicodemo’.

- L’anziano racconta: “Quando ultimamente c’è stata la vostra festa, ho sentito che deve essere stata meravigliosa, nonostante …i romani, allora non ho potuto venire; mia moglie era malata”.

43. “Sta di nuovo meglio?”, indaga Obadnia.

- “No! Non abbiamo nessun medico, chi ci deve aiutare?”

- Nathan dice inquieto: “Questo è il servizio di un sacerdote, in caso di bisogno”.

- “Come ti chiami?”

- “Mi chiamo Massus. Provvedevo alle faccende della comunità, prima che morisse Dumathia, il nostro rabbino, e tutto andava bene. Andavamo mano nella mano. Ma Nicodemo…”

44. “Continua”, lo esorta Athaja. “Esamiamo noi questa faccenda”.

- Massus si sente sempre più leggero; racconta che Nicodemo gli avrebbe tolto la comunità, presumibilmente perché DIO starebbe nella guida, e tutto dovrebbe essere guidato unicamente dalla fede. Per un po’ di tempo tutto è andato abbastanza bene, perché la comunità era ben ordinata, per quanto lo ha reso possibile nel tempo del Naxus.

45. Ma presto le cose sono andate storte. Nicodemo mandò via coloro che chiedevano aiuto, basandosi su questo: ‘Il mondo passa, ma Dio persiste!’. Solo che con ciò non avrebbe alleviato nessuna miseria. Lo conferma il fatto che toglieva il pane. I bambini non osarono quasi più venire sulla via. Nicodemo diceva: ‘Dio ha molta fame; dammi il tuo pane per Lui’. Chi aveva ancora due paia di scarpe, un secondo abito, un mantello, ha venduto tutto ai viandanti. Dato che Nicodemo viveva più che miserando, nessuno sapeva che cosa faceva con il denaro.

46. Lui, Massus, ha litigato con lui, gli tolse l’ultimo pane persino alla donna più povera. “Quando lo abbiamo cercato al mattino”, riferisce costui, “mi è venuto il pensiero che fosse venuto qui per accusare la comunità. Quasi nessuno ha più una moneta, fra pochi giorni scoppierà la fame più cruda. Solo un rapido aiuto può salvarci. Vi prego”, supplica i templari, “pensate ai nostri bambini, ai malati, alle donne e, …ed anche a noi uomini. Siamo davanti alla rovina!”

47. Si ascolta sconvolti. Quanto può infuriare il cieco fervore, quanta disgrazia causa sovente. “Ti aiutiamo!”. Massus bacia l’orlo della manica dell’alto sacerdote.

- “Aspetta, ritorniamo subito. Mangia il pane e bevi il tuo bicchiere”. Si decide di tacere che Nicodemo si trova qui; e a costui, che era arrivato un accusatore da Emmaus.

48. “Il ragazzo sembrava così promettente; non c’era nulla per non metterlo alla prova in una comunità guidata bene”. Athaja si rimprovera.

- Ma Simeone lo sgrava: “L’aiuto viene al momento giusto per la comunità e, …per il ragazzo confuso. Trattatelo come un malato e vedrete che e come il suo buon germoglio irromperà”.

49. “Chi vuole andare ad Emmaus?”, chiede Zaccaria.

- Si annunciano Gedalmar, Nathan e Eliphel. Che la serata presso il Quirino va perduta, non viene considerato. Simeone di nuovo sa il miglior consiglio: “Prestate a Massus un asino, affinché ancor prima della notte possa arrivare a casa. Gli do il mio cartellino; l’ha segnata il Quirino. Così Massus rimane al sicuro. Me la può riportare indietro un messaggero.

50. Chi di voi vuole andare, vada domani mattina presto. Allora anche la comunità sarà preparata e tutto andrà per il verso giusto. Restituite al luogo il denaro racimolato. Chi vuole, aggiunga una moneta. Inoltre ci sarebbe da mandare ancora un carro di buoi con il necessario di alimenti e di cose. Lo porto stasera, per vedere quanto i nostri ‘pagani’ agiscono in modo compiacente a Dio”.

51. Si sorteggia: la sorte cade su Eliphel. Simeone dà ancora il consiglio di non lasciare dei sacerdoti più giovani per più di sei mesi in una comunità del paese, si potrebbero comunque affermare, ma non causerebbero nessun disagio nella loro esuberanza giovanile. Viene accettato subito.

52. L’uomo di Emmaus ha aspettato, in parte alleggerito, in parte temendo. ‘Se questi si consigliano ancora a lungo’, gli era venuto il pensiero fulmineo, ‘ l’aiuto resta dietro al monte’. Ma lui sospira più sollevato quando sente l’essenziale. Per ringraziare, deve dapprima deglutire forte, altrimenti gli toccherebbe piangere come le vecchiette.

53. Quando poi sente ancora dell’asino e del carro di buoi, gli si apre il Cielo di Dio. Spinge allegramente il mulo verso casa. Le stelle impallidiscono quando raggiunge Emmaus. Nonostante ciò, passa ancora di casa in casa, per annunciare la sua vicissitudine. Non è come sarà presso l’angelo, …in Alto, …più tardi, …presso i pastori? ‘Ci sarà aiuto, pace e benedizione!’

 

 

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III° / Cap. 15

Cirenio e Askanio – La Luce dimora presso gli uomini – Della circolazione del sangue

Due persiani vengono annunciati - Indicazioni alla venuta del Signore da Isaia – Askanio, lontano dalla fede, rifiuta l’invito di Cirenio – Il nutrito gruppo di ospiti prima a cena e poi in riunione sono istruiti da Simeone, dopo che Athaja presenta il Dio degli ebrei – Su agnello e colomba, sulle mummie, sul caduto e sulla necessaria incarnazione di Dio attraverso una caratteristica: l’Amore – Anna profetizza su Cornelio – Annuncio di due visitatori persiani – Molti regali dei romani per Emmaus

1. Nel tribunato c’è un incidente. Il duumviro[55] Askanio, certamente capace, ma senz’animo né sentimento, chiede a Forestus quali ospiti sarebbero arrivati. Delle piazze decorate, come riescono solo le belle donne romane, gli fanno storcere in modo disdegnoso la bocca. “Così tanti ufficiali non ci stanno là”, conta le sedie, “e nessuna delle nostre donne può entrare nell’area”.

2. Forestus dice scherzoso: “Alto duumviro, per te un superiore comincia soltanto dal duumviro. Lo ritieni malvagio se il Quirino ha invitato delle persone inferiori? Ho visto, avendo molto viaggiato, che gli uomini sono ovunque degli ‘uomini’. Chi agisce umanamente, arriva più lontano. D’altronde, sono degli ebrei famosi ed alcune delle loro donne nobili”.

3. “Che cosa?”, lo interrompe Askanio, “con questa,… questa gente, …ed io devo… Dov’è il Quirino?”

- “Nel frutteto! Tiene la sua ora di meditazione”.

- “Non m’importa!”, arrossatissimo, battendo sulle armi, il duumviro corre fuori.

- Forestus ghigna: “Simeone, quando lo incontri, ti farà passare la tua arroganza”. Il più giovane del seguito, Giulio, una specie di ragazzo nobile, mette dentro la testa e chiede timoroso:

4. “Che succede a quello?”, facendo cenno ad Askanio.

- “Giulio, ad un superiore c’è sempre da dimostrare il rispetto!”

- “Sì, comandante Forestus; soltanto …”

- “Non chiacchierare, stupido ragazzo, i muri hanno orecchie, ricordalo! Devi ancora imparare molto”.

- “Lo voglio, ma se tu sapessi che cosa è successo, …non dovevamo ridere”.

- “I monelli hanno bisogno di una stretta educazione”.

5. “Ah”, mormora Giulio, “quando splende il Sole, i fiori fioriscono e mille uccellini cantano le loro canzoni … E allora si deve marciare pesantemente carichi? Forestus”, lusinga lui, “potresti … il tribuno …”

- “Che cosa?”

- “Vorrei rimanere presso di lui; mi sforzerei molto, più che finora”.

6. “Mettiti al lavoro, monello! Alt”, esclama, quando Giulio vuole strisciare via rattristato, “prima ci si sforza! Capito?”. Da sotto le folte sopraciglia, gli occhi scintillano. Giulio comprende subito. Se non è mai più così rilassato come finora, Forestus parlerà per lui. Nulla lo aveva rallegrato di più. Ora intraprende con slancio il suo dovere non facile.

7. Rochus, facendo la guardia davanti al frutteto, ferma Askanio: “Il Quirino non desidera essere disturbato”. Il duumviro spinge da parte la lancia senza dire una parola. Rochus soffia nel corno per farsi notare dai sovrani. Questi rimangono coricati sui cuscini, in segno che il duumviro ha sbagliato. Askanio s’inchina profondamente. Divampa ancora il rosso nelle sue gote.

8. “Che cosa vuoi? Ho ordinato di non essere disturbato!”

- “Perdona, nobilissimo Quirino, hai pensato a me in modo onorevole per essere tuo ospite. Posso …”

- “Impedito per servizio?”, il duumviro raggira l’occasione offertagli, cieco d’ira. Per il servizio sarebbe facile trovare una scusa, e Cirenio non sarebbe offeso.

9. D’altra parte, lui scoppia fuori goffo: “Non mi siedo a un tavolo con dei giudei!”, senza sospettare che Cornelio ha consigliato di aggiungere il duumviro come consigliere superiore alla truppa che il giorno dopo sarebbe passata sul Giordano. Una funzione d’onore, considerato che si sarebbe dovuto preparare molto. Il Quirino lo aveva considerato; ma Askanio avrebbe dovuto rimanere con lui. La sua ribellione gli capita proprio bene; solo, non doveva saperlo. Perciò gli ha formalmente messo in bocca questa scusa. Soltanto, certo…

10. “Mi vuoi offendere?”, Cirenio si alza lentamente. Anche Cornelio.

- “No, Quirino”.

- “Te lo volevo anche consigliare! Quello che faccio io, lo sostengo io stesso davanti al nostro Cesare; non ho bisogno di un intermediario!”. Questo è più che chiaro. Askanio afferra saldamente la sua spada.

- “Mi restituisci il mio invito?”

- “Perdona, nobilissimo Quirino”, balbetta Askanio, “non lo posso fare …”

- “Che cos’altro allora”, lo interrompe severamente Cirenio.

11. “Ti prego di dispensarmi, mi, …mi sento male. L’aria nell’Oriente è cattiva”.

- “Annunciati presso il mio medico; a me subito la relazione, se devi essere trasferito a Roma! A me, in ogni caso, mio duumviro, l’aria fa molto bene. Sei dispensato per malattia!”. Askanio saluta in modo muto. Quando è andato via, Cornelio ride sarcasticamente.

12. “Che testa di paglia!”

- “Avevi ragione, fratello Cornelio, ci avrebbe rovinato la festa”.

- “Forse! Ero curioso come Simeone lo avrebbe trattato”.

- “Domani voglio vedere ancora una volta Simeone, prima che si vada a Damasco dopodomani. Strano, non sono venuto qui molto volentieri; ero solo troppo preoccupato per te. Ora non vorrei quasi più andare via da qui”.

13. “Se nella Siria i bastioni saranno resi forti ulteriormente, ci sarà un ulteriore controllo”.

- “Un conforto”, ride Cirenio. “Ora mi cambio”.

- Cornelio va con lui, porta già una leggera armatura. All’entrata, Rochus vuole scusarsi. Cirenio lo nega: “Quando uno salta oltre un fosso troppo largo, allora ci cade dentro”.

14. La sala del tribunato si riempie di gente. È una vera gioia per il Quirino di dimostrare ai giudei tormentati già così a lungo, che un romano non significa mai ‘Roma’. Lui aveva presentato a Cesare che l’Italia avrebbe bisogno della Palestina verso il Sud Est come testa di ponte. In genere, la tattica di torturarla come un nemico schiavizzato, era completamente sbagliata.

15. Augusto l’ammetteva, anche il modo sbagliato di trattare i popoli. Cirenio se lo teneva per sé. Qualche romano non comprende il perché lui lascia ‘andare così le briglie’. I protettorati si possono formare permanentemente? Cirenio non lo crede. Lui potrà aiutare soltanto per un – il suo tempo. Più tardi, …Lo muovono questi pensieri, quando si avvicina alla sala dove gli ospiti sono già radunati. Un numero notevole.

16. Simeone, Athaja, Zaccaria, Jissior, Nathan, Eliphel, Gedalmar, Obadnia, Thola, Jaor, Anna. Sachis e Mallane, Chol-Joses, Ahitop, Hilkior e le loro mogli Zikla, Esther ed Hethit, i capi della città Josabad e Hasabra, lo scienziato Galal e l’orefice Babbukia. Cirenio aveva convocato l’ultimo, perchè deve fare qualcosa di molto speciale per Cesare.

17. Degli ufficiali sono invitati Forestus, Rochus, Venitrio, l’aiutante Marcello, il tribuno navale Pretario e Nestur, il responsabile dei bagagli. Prima che compaia il Quirino, si fanno delle domande a Forestus, dove fosse rimasto Askanio. “Si è improvvisamente ammalato”, suona laconicamente. Gli ufficiali sono presso la porta, per salutare subito, onorevolmente, il Quirino, mentre gli ospiti di Gerusalemme attendono più in fondo.

18. Pretario tira la bocca: “Askanio? L’elefante è malato? Non lo credi nemmeno tu!”

- “Lo ha detto il medico; forse verrà trasferito ad Achaja, o ad Alessandria oppure a Roma”. Non lo si crede; ma ognuno si morderebbe la lingua, prima di lasciarsi sfuggire una parola. Il Quirino è amato, il ‘padre dei soldati’. Nessuno, nemmeno un Augusto, tratta meglio che un Cirenio.

 19. Arriva Cornelio e comanda: “Il Quirino!” Dei bei schiavi si trovano lungo le pareti tutt’intorno. Entra Cirenio, gentile come sempre. Dà la mano ad ogni ufficiale; poi va verso i giudei. Prima saluta quelli che conosce, gli altri gli vengono presentati da Athaja.

20. Dopo batte le mani. Ogni ospite ha uno schiavo per essere servito. Dei camerieri e dei servitori sono all’opera. Secondo il consiglio di Cornelio che già conosce i costumi del paese, le donne sono sedute ai due lati della tavola in mezzo, in modo da formare una piccola isola. Solo madre Anna ha alla sua destra il Quirino, Simeone ha preso posto alla destra di lei.

21. Gli alti ufficiali notano che i giudei sono dei superiori del paese. DaI più nobile – eccetto Simeone – spicca il principe Ahitop. Durante il ricevimento che in confronto alle tavolate romane, al Quirino dura soltanto un’ora, lui parla con i suoi ufficiali di cose generali. I cibi sono preparati per gli ebrei, senza offendere il gusto dei romani.

22. Dopo il pasto si va nella stanza attigua, dove poltrone, sedie ed un grazioso angolo attendono le donne. Ovunque si trovano dei dolci e bevande; ogni ospite si serve da sé secondo il piacere. Gli schiavi sono andati via, solo il maggiordomo attende all’ingresso. Ora può iniziare, come dice allegro Cirenio.

23. “Non parliamo di politica e di occupazione militare”, ordina ai suoi ufficiali. Dicendo questo fa un divertente movimento, e i romani lo imitano come assenso. Per renderglielo appetibile, dice ancora: “Vedete, miei coraggiosi, un popolo, un paese che ci dichiara la guerra oppure ci causa un danno, lo si deve vincere e – se possibile – inoltre, governare. Ma una severità troppo grande, raramente è vantaggiosa.

24. Nessun colpo di spada rimane senza eco. Ma se i nemici riescono a diventare amici, allora esiste una condizione di base che molti condottieri disdegnano. Ho viaggiato in Grecia, Egitto, Iberia, Gallia, Germania; sono stato dai marcomanni, dai frigi e chissà dove ancora. Dappertutto ho riscontrato gli errori menzionati nonostante una breve permanenza. Purtroppo si badano ancora troppo poco agli usi e costumi estranei. Certamente, Roma non può orientarsi secondo questi soltanto, ma tenerne conto, questo è ciò che manca a tutti gli altri”.

25. Cirenio osserva le persone di Gerusalemme che ascoltano, di cui alcuni non sanno dove vuole parare. “Quando assistiamo un popolo a noi estraneo, il primo dovere è di sondare il loro modo di vivere. È sempre sbagliato imporre agli altri la propria fede; per esempio, insostenibile, di imporre agli ebrei il nostro modo. Oppure, un romano, servirebbe mai a dèi stranieri?”, chiede nuovamente ai suoi ufficiali.

- “Presto si fa confusione. Per Giove, per Cerbero…”, e così via, “…no! Noi siamo romani!”, risuona in modo fiero nella sala.

26. “Che cosa risulterebbe dalla regola, mio Marcello?”.

- L’aiutante salta su: “Ad ognuno la sua libera fede!”

- “Ben detto! Hai una richiesta?”

- “Onorevole Quirino, soltanto una: rimanere con te!”. Non ci si può attendere un omaggio maggiore. Persino i giudei si rallegrano. Lo sarebbe anche il loro uomo.

27. Cirenio indica ad Athaja: “Noi romani vogliamo perciò sentire i nostri ospiti che cosa dicono della loro e della nostra fede. Ognuno parli liberamente; oggi siamo soltanto ‘in privato’. Quindi vi prego, alto sacerdote di Gerusalemme, dacci una breve relazione sintetica sulla vostra fede nel Dio-uno. Premetto che ho trovato quasi in tutti i paesi dei templi ed altari, dove veniva sacrificato ad ‘un Dio sconosciuto’.

28. In un edificio di montagna (monasteri a. Kloster) nell’Iberia, ho trovato un’iscrizione: ‘Al Dio esistente che noi non conosciamo’. Gli abitanti erano severi con se stessi, ma persone soccorrevoli. Allora li ho presi sotto la mia protezione. Se questo è ancora bene oggigiorno, non lo so, oppure…”. Cirenio procede lentamente, “Lo puoi forse dire tu, Simeone?”

29. Coloro che conoscono Simeone, stanno attenti. L’anziano, che ha quasi l’aspetto di un giovanotto, da tempo a loro sembrava strano. Se si può dare l’informazione, allora dovrebbe essere stato là. Simeone leva tranquillamente la sua mano: “Lo posso fare; soltanto Athaja può testimoniare della fede, dopo si aggiungerà infine da sè il resto”.

- “Così sia”, dice il Quirino.

30. Athaja parla bene, descrive certe cose con le promesse che si sono già adempiute su Israele e su molti popoli; e Zaccaria, oltre allo scienziato Galal, aggiungono ancora una parola. Anche se agli ufficiali non tutto è chiaro, presagiscono comunque che si deve lasciare ai giudei, oltre alla fede, …anche qualcos’altro.

31. La Luce di Dio guida questa serata. Cornelio dice: “Ho sentito che voi attendete corporalmente il vostro Dio. Egli redimerebbe questo mondo. Di che cosa?”. Egli lo chiede per via dei camerati profani. Si guarda a Simeone e ad Anna, come se soltanto loro sapessero la vera risposta. Anna annuisce e Simeone comincia:

32. “Chi crede in un Creatore, non importa quale nome Gli si dia, deve essere pronto ad incontrarLo, cosa che avviene semplicemente, per la salvezza degli uomini, quasi sempre in segreto. Il Creatore tocca giornalmente le creature. Vedi, Quirino, includo la tua esperienza. Quella gente in Iberia erano pagani. La parola ‘pagano’ che infastidisce molti romani, non è un predicato, bensì, solo in certo qual modo, lo scudo dei credenti in molti dèi.

33. Gli iberiani hanno incontrato il Dio sconosiuto. Il loro spirito altamente istruito ha compreso da un tocco interiore, che si potrebbe dare un nome alle forze che si sentono ma non si dominano, da cui risultava poi lentamente la forma studiata. Ma per quanto poco quelle forze si possono dominare, tanto meno queste cosiddette forze o dèi sono delle personalità afferrabili.

34. Gli iberiani lo presagivano e non avevano voglia di occuparsi con immagini d’aria. Più indagavano, più Si rivelava loro il vero Dio. Ma non Lo conoscevano, per cui credevano di non averLo ancora visto. Perciò la loro iscrizione. Ma Lui era vicino a loro in modo spirituale trascendente. Essi credono ancora in un solo Dio, che chiamavano ‘Creatore di un Cosmo visibile e dell’invisibile’.

35. Sono ancora esistenti e sparsi una piccola rimanenza. Dovevano fuggire! …perdona, Quirino, davanti ai romani, ai quali quella solida casa di montagna forniva un sicuro bastione. Tu chiedi dove sia rimasto il loro Creatore, oppure se Egli dorma come i vostri dèi, e così Gli siano sfuggiti. Oh, no! Il mondo ha una vista corta, ma il Cielo una Mano lunga.

36. Ciò significa: costoro portarono fuori la loro semenza: la nostalgia per il Dio sconosciuto. Se una volta verrà il giorno, in cui la fede nel Dio-uno deve diventare una base sulla quale il mondo si spezzerà, per sperimentare con ciò la sua guarigione, allora si risveglierà in tutti gli uomini la nostalgia sui quali è venuta la semenza; e …per via della Redenzione di base, quasi mai possibile diversamente - si rivelerà il Cielo sulla Terra attraverso dolori, sofferenza e lacrime.

37. Al Creatore può bastare un piccolo mondo? Gli iberiani riconobbero quella parola della tenda notturna: se le stelle sono nello spazio inafferrabile, esiste quindi un Dio inafferrabile. Su di loro è giunta la verità, senza comprendere del tutto la sua profondità. – Oltretutto, domani arrivano due persiani che sanno qualcosa delle stelle. Se hai tempo, Quirino, allora regala loro questo”.

- S’intromette Marcello: “Se lo sai, allora loro sono arrivati. Il Quirino avrebbe avuto anche per loro due sedie libere”.

- “È vero!”. Cirenio pensa quasi come Marcello.

38. Simeone risponde: “Fate sorvegliare severamente le porte. I persiani si chiamano Schithinaz e Mithra-Bosnai, si presenteranno come commercianti, ma sono alti portatori di conoscenza. Arriva in particolare un segno per il tempio”. Marcello, Pretario e Nestur guardano con scetticismo. Per Apollo, come può saperlo se…

39. Allora Pretario chiede in modo furbo: “Simeone, sei stato una volta in Persia e in Iberia? Sacrifico due ecatombe[56] – anche se proprio ora non li posso comprare – se non conosci i persiani”.

- “Puoi sacrificare, di questo ne ho sempre bisogno, per il Dio sconosciuto! Bastano due talenti. Prendete solo i persiani, allora saprete che non conoscono nessuno dei nostri nomi, eccetto quello del Quirino, il curatore della Siria e d’intorni, per quanto affidato a lui.

40. Pensando alla sua lotta, dice Venitrio: “Pretario perde la scommessa”. Ma costui arriccia soltanto le labbra.

- Cornelio comanda agli ufficiali di servizio: “Subito una sorveglianza rafforzata. Dalla Persia vengono due commercianti con i nomi Schithinaz e Mithra-Bosnai. Loro godono della nostra protezione e sono subito da condurre qui. Via!”. L’ufficiale corre via.

41. “Ecco, amico Pretario, il tuo diritto verrà; soltanto, dovrai far saltare due talenti. – Simeone, continua! Ti prego. Probabilmente è estraneo ciò che dici di una semenza del cuore, ciononostante mi illumina. Molte epoche hanno avuto inizio, ma solo dopo centinaia di anni sono diventati utili”. Vengono presentati alcuni esempi.

42. Poi Simeone indica ancora: “Torniamo al nostro argomento: ‘Esiste un Creatore sovrano?’. – Se sì, (ci si chiede) …se Egli investe il Suo Potere in un Corpo, considerando che (in tal caso) al di fuori del Dio corporeo non esistono (dovrebbero esistere) altre Forze, oppure se queste sono (sarebbero) da mettere alla pari dei vostri ‘sottodèi’ quando queste operano al di fuori del Dio corporeo.

43. Delle Forze regnano; ma di ciò lo si può riconoscere solo nella Luce, che il Sovrano dell’Universo ha la Sua manifestazione esistente (anche) in un Corpo. Prima però voglio parlare degli uomini. Essi possiedono una forza interiore ed esteriore che agisce insieme. Fondamentalmente l’interiore è superiore e supporta tutto l’esteriore. Viceversa, raramente la percezione esteriore agirà radicalmente sull’interiore. Semmai, allora tramite dell’insolito, nel bene o nel male.

44. Cari romani, i vostri dèi, anche se lunatici e ancora molto altro, esistono per voi da molti secoli, valendo come immortali. Ma non riconoscete nessuna differenza fra voi e loro. Immortali – per quanto si riferisce a questo mondo – voi li chiamate, buone opere, fama, grande conoscenza e anche gravi diavolerie. È giusto: dall’avo fino al nipote si trasmette ogni saga. L’involucro corporeo muore, passa, persino un corpo imbalsamato (svanisce).

45. Voi conoscete le tombe dei faraoni. Nessuno vi entra, le mummie vi giacciono incontaminate. Chi sospetta che le anime, tramite la mummificazione, sono incatenate alle loro piramidi? Gli esseri vi si strappano invano, perché essi stessi hanno voluto destinarsi all’immortalità del mondo.

46. Il loro operare e pensare era rivolto solamente all’essere esteriore. Lo spirito e l’anima erano cose secondarie. Ma anche a loro attende la redenzione, appena sarà da derivare una redenzione complessiva[57] dalla ‘Via di Dio come Uomo’. Più tardi si apriranno queste tombe; e nel momento in cui penetrerà un respiro nelle tombe oscure, la mummificazione perderà un po’ alla volta la consistenza”.

47. ”Questo a me mi vale la pena di saperlo. Me ne occupo già e mi starebbe bene se potessi saperne di più”. Galal il sapiente, chiede della scuola nella quale Simeone avrebbe studiato”.

- “Ne parliamo ancora, caro Galal”, risponde costui. “Questa sera vogliamo occuparci solamente con DIO, e quello che risulta oltre, menzionarlo solo secondariamente. Lascia pure stare le mummie, ed attieniti al Dio vivente”.

48. “Sì, sì, di più, del vostro Dio”, dice Cirenio. “Ho ammirato le piramidi e la Sfinge e mi sono chiesto come si potevano trasportare quelle pietre colossali. Ma che cosa sono contro una stella che pende così piccola dal Cielo? Che cosa contro quel Duomo dalla Cupola alta, a cui tendiamo invano le nostre mani? Continua, Simeone, ti ascolto volentieri”.

49. “Mio Cirenio, nessuno tende invano la mano, colui che riconosce il ‘Dio sconosciuto’ come il suo Conosciuto! Il Duomo è infatti la Sua casa, i soli e le stelle sono le camere [Salmo 46,5, ed altri]. Chi appartiene a Dio ha la sua parte nella Casa del Cielo, anche quando vive ancora sulla Terra o su altri pianeti. L’io, il cuore, lo spirito, l’anima della creatura proviene dal Regno di Dio, per quanto fin dall’inizio della sua vita si è data a Dio, e vi ritorna, non importa se i tempi di lavoro o di cammino durano più o meno a lungo”.

50. “Posso interrompere?”, Marcello alza la mano. Si diverte del discorso.

- “Ma sì”, conferma Simeone all’aiutante.

- “In questo campo sono …”.

- Cirenio fa un cenno divertito: “Marcello, non ti scusare. Ora scommetto io e vinco certamente: qualche amico di gioventù sta masticando pure su questa noce, come anche noi romani. Giusto?”

51. Ahitop esclama veloce: “Per te, nobilissimo Quirino, perdo la scommessa per darti una gioia”.

- (Cirenio): “Ti prendo in parola, ma non la voglio rendere troppo cara. Sia per una colomba bianca e un agnello bianco”. Appena detto, si sente uno strano soffio. Come arriva questo pagano, che ha appena imparato a conoscere Dio, a questi simboli il cui senso – gli ebrei lo ammettono – loro stessi conoscono con imprecisione?

52. Allora la madre Anna dice: “Dice il SIGNORE: ‘Figlio Cirenio, hai scelto due segni che riposano nello scrigno del tuo spirito. Ora che ti fai toccare fortemente dalla Luce, dal tuo cuore sale alla coscienza il segno impresso dal Cielo! Sappi, quando Io nel Mio alto Sacrificio entrerò nel mondo come Uomo, allora quei segni, che una volta sono sorti nella Luce, saranno rivelati su questa Terra.

53. Solo una volta c’era prima l’Agnello e poi la Colomba; ora, questa [Giov. 1,32] si mostrerà per prima agli uomini. Solo allora, …l’Agnello diventerà l’animale da sacrificio [Isaia 53,7; 1° Pietro 1,19]! L’Uno che tu non vedi ancora, che però ti è vicino (il principe angelo), esclama gioiosamente a te: «Salve, fratello mio dalla Luce!»”

54. Entrambi, i romani e gli ebrei, sono profondamente toccati da questa rivelazione, primo tra tutti, Cirenio. Con prudenza prende la mano bianca, sfiorita, che è così finemente articolata, e se la preme alla sua fronte. Coloro che non conoscono ancora la profetessa pensano in se stessi se la si può veramente chiamare ‘madre’, come le si è rivolta il Quirino.

55. “Che cosa farai con gli animali, maestoso Quirino?”, chiede Zaccaria. È preoccupato che li si sacrifichino. Lui ha da tempo rinunciato al sacrificio, perché non vuole versare del sangue. Anche Athaja, che per via del popolo deve osservare questo rituale, fa dapprima uccidere gli animali da un uomo esperto.

56. “Tramite la parola di madre Anna sono divenuti il santo simbolo, e mi accompagneranno, finché moriranno da sé”, informa Cirenio. “Solo se si ammalano, li lascerò uccidere”.

- “Così fai bene”, si fa sentire di nuovo Simeone. “ll principe ti dà degli animali sani, giovani, ne avrai a lungo la tua gioia”.

- “Avrei qualcuno che imparerà volentieri ad occuparsene”, si annuncia Forestus. “Lui desidera un altro posto”.

57. “Chi?”, chiede Cornelio.

- “Il nobile ragazzo Giulio. A lui non piace la giubba corta in cui attualmente si trova”. Forestus intende il duumviro.

- “Che Giulio si annunci domani”, dice Cirenio e ringrazia gentilmente il principe per il dono, ma chiede se non avesse davvero compreso Simeone.

- Ahitop risponde: “Dalla fede non mi è certamente estraneo; per comprendere del tutto il senso più profondo ce ne vuole ancora. Ora, …Marcello voleva prima chiedere qualcosa”.

58. Costui dice: “La Casa del Cielo con le stelle come Camere, mi piace. Ma che cosa significano i tempi di lavoro o di cammino? A quali uomini si fa riferire una o l’altra cosa? ‘Breve’ e ‘lungo’ riguarda forse la durata di vita nel mondo, che sarebbe quindi da intendere così? Mi sarebbe anche molto caro venire a conoscere il simbolismo della colomba e dell’agnello”.

59. “Ah, il mio portatore di spada si sella la cavalla scienza. Questo è bene!”. Marcello diventa rosso per via della lode. Se sapesse che Cirenio lo vuole tirare sulla sua nuova via, affinché costui, quando lui è altrove, abbia qualcuno per colmare delle ore silenziose, si precipiterebbe con fervore nella faccenda di fede.

60. Anche Simeone dice rallegrato: “Marcello, ti trovi dinanzi ad una porta interiore. Se la usi, diventa chiaro in te, cosa che è ancora incomprensibile per te. Il lavoro e il cammino dipendono uno dall’altro. Gli spiriti che vengono dal Cielo, camminano attraverso il povero campo della materia, chiamato anche Lo-Ruhama. Ciò significa ‘povera figlia caduta’. Sarebbe troppo per oggi toccarne il senso più profondo; più tardi sarà rivelato a tutti voi.

61. Chi vuole servire, deve andare nel luogo di lavoro. Ciò vuol dire che egli lavora e cammina. Ciò conduce sovente lontano dal Regno della Luce; nell’interiore il collegamento rimane intatto, perché, chi esce per servire, si trova sotto l’alta tutela e protezione di Dio. L’esempio insegna – naturalmente ce ne sono anche degli altri – che in questo mondo i buoni e i credenti sono della Luce e, con ciò, sono entrambi, operai e viandanti.

62. Gli ‘unici-viandanti’ sono proceduti dalla parte caduta, esseri dall’abisso. Per salvare costoro, l’Onnisanto, il Padre della Misericordia, ha deciso di fare dapprima, di loro, dei viandanti. Costoro lo vedono nell’esistenza anteterrena, che a loro non può rimanere risparmiata un’incarnazione planetaria, per primo, se in genere rimangono nella loro vita, per secondo, se vogliono farsi liberare dalla loro esistenza povera di Luce e Benedizione, per ottenere di nuovo lo stato spirituale a cui una volta hanno rinunciato.

63. Naturalmente il lavoro non viene regalato loro, poiché ma prima si passa ‘oltre il monte’, cosa che significa per loro, un avvolgimento fisico. Se l’accettano, che in segreto compie l’inaudita Bontà del Creatore, a loro è comunque difficile – anche se non sembra – di sopportare la materia. Il loro genere se ne ribella sempre. Questo si manifesta quasi sempre dal fatto che essi vivono in modo cattivo, avido, oppure indifferente.

64. Ora ce ne sono di quelli che una volta – in ogni caso voluto da sé – sono caduti come ‘piccole anime’. Certi s’impegnano in modo abbastanza utile; solo che evitano volentieri DIO. A costoro viene apportato su altre stazioni ciò che non raggiungeranno nel loro primo mondo di vita. A tali esseri viene rivelato sulla loro via, dalla fine all’inizio dell’altra esistenza, cosa che per loro non avviene mai sullo stesso mondo, tutto ciò da cui traggono poi il miglior insegnamento e nell’aldilà cominciano con il lavoro d’obbligo, che per la maggior parte deve essere soltanto a loro proprio vantaggio.

65. Ora tu, amico Marcello, hai una panoramica del lavoro e del cammino, del Regno di Dio e della materia, dell’esistenza pre-mondana, come planetaria, degli spiriti e degli esseri. – Ritorniamo al tema di base: ‘Esiste un Dio Sovrano?’. L’uomo lascia volentieri aperta la domanda. Non lotta subito per giungere ad un ‘sì’. Un ‘no’ fa scaturire degli impedimenti non confessati. Ma noi, persino il nostro scettico Pretario, dicono semplicemente Sì”.

66. Simeone si rivolge amabilmente al tribuno navale: “Lo scetticismo non è sbagliato quando sorge dall’esame esatto. Dire di ‘sì’ per apparire come compagno, è peggio che un deciso ‘no’. Esaminati, ed incontrerai il DIO esistente, Il Creatore del comandamento ‘Io sono il Signore, Dio tuo’, il Governatore sulla vitalità creativa e su tutte le cose che EGLI ha creato dalla Sua prima condizione-Ur, la VITA.

67. Indubbiamente governa anche su quella parte che una volta si era staccata, mentre i precipitati sono diventati degli ‘esseri senza spirito’, e le loro forze hanno sperimentato una manifestazione nel raffreddamento, diventando ‘materia’. Se Dio lasciasse solo temporaneamente degli esseri a se stessi e alla materia, allora ambedue, soggetto ed oggetto, si dissolverebbero.

68. Dall’ultimo caso risulterebbe che gli esseri e le sostanze di forza cadrebbero nel loro orginario essere-Ur e non potrebbero più esistere come esseri indipendenti. Ma dato che la Condizione Vita-Ur conosce uno solo sviluppo che si nobilita, già per questo motivo l’Onnipotente intrattiene la guida della Volontà. Da ciò risulta una Guida clemente per quegli esseri in un cammino che dapprima offre la situazione di un ritorno.

69. L’investimento del Potere creativo non viene effettuato né soltanto nello spazio, né soltanto nel corpo. Il Creatore, eterno Potere indivisibile, Forza, Potere e Vigore, porta nella Figura assunta a vantaggio delle creature, gli impulsi ‘raccolti’, in modo da farli giungere alla guida da disincarnati allo stesso modo e per lo stesso alto scopo.

70. Questo inoltre, significa ancora che se Dio si rivelasse sempre per un qualunque motivo solo come Corpo oppure solo come Potenza, allora nel primo caso la Portata dei Raggi investiti rimarrebbe ostacolata dall’Opera, anche se non percepibile per una creatura. Nel secondo caso nessuna creatura potrebbe giungere alla personalità perfezionata, perché allora mancherebbe l’Esempio del Creatore’ (la Sua Immagine).

71. Per preparare alle creature elette a figli un motivo per il proprio co-sviluppo, Dio si creò una forma, che nel Suo unico e solo Essere creativo è il santo Oggetto, affuinché ogni figlio possa comprenderLo ed imparare ad amarLo, mentre la DIVINITA’ resta come incontemplabile, invece per questo, la percepibile irradiazione d’onnipotenza, è il santo Soggetto (della discussione)! Nelle Opere, ambedue si manifestano per i figli come Riflesso, per cui continuiamo a procedere ulteriormente al nucleo del problema di oggi[58].

72. Se Dio si rivela come principio di forza (la Divinità) e come Persona (il figlio-Gesù), per cui i figli hanno la loro partecipazione di diritto operativo, a Lui non è difficile – detto così per voi– di separare da Sé un Raggio, una Caratteristica per una Personificazione secondaria (il Messia-Figlio), cosa che non risulterà mai dal principio della forza o della Persona, affinché la Parte separata possa giungere ad una seconda Forma d’apparizione, pur legata allo Scopo.

73. Ora il punto cardinale è questo: se DIO può comparire in un mondo come incarnato, senza dividere la Sua Sovranità [Col. 2,9], senza nessuna perdita per Dio, anche se si forma una Personificazione secondaria. Ora devo scegliere un esempio del Cielo, per rendervi comprensibile l’ulteriore dell’Adempimento.

74. L’alta Parola di Dio tramite madre Anna vi rimarrà sempre presente (versetto 52). Avete saputo che primordialmente compariva l’agnello per primo e poi la colomba, mentre l’amico Cirenio senza alcua conoscenza ha dato gli animali al contrario. Questa successione vale però sul vostro mondo e dipende dal proprio Sacrificio di Dio a voi ancora ignoto.

75. Il Creatore ha creato grandi Opere in tempi di Eoni di spazio, seppur limitato, ognuna come un ciclo-Ur, che Egli ha suddiviso legato allo scopo. La suddivisione minima è un Giorno di Creazione, che somiglia ad una cellula. In questa esistono come sulla Terra delle ore, dei minuti e dei secondi, …detto secondariamente per voi. Già un Giorno di Creazione, il minimo di un ciclo-Ur, supera la migliore capacità umana di comprensione. Ora perciò non ce ne occupiamo.

76. È importante inceve nel trascorso Giorno di Creazione, …Mosè, uno dei più portentosi condottieri degli ebrei in una panoramica di sette Giorni, ha descritto che gli animali vennero creati da una Forza di Vita di rango secondario e che esistevano già delle creature di Luce, le quali nel cosiddetto primo Giorno di Mosè avevano ricevuto la loro forma di Vita.

77. Questi animali, comunque si chiamino, hanno nel mondo degli animali della materia, in comune, soltanto la descrizione, la specie e la forma, ma non la loro vera essenza. Costoro sono in sé esattamente così puri, come le creature di figli di Dio, soltanto sono stati creati per uno scopo del tutto diverso, perciò ho parlato anche della ‘Forza di Vita di secondo rango’. Un motivo principale del loro divenire si riferisce in genere all’arricchimento del Campo di Luce.

78. I due primi animali erano l’Agnello e la Colomba, simboli di Persona e Potenza, di Sostanza ed Essenza di Luce spirituale. Questa sequenza era evidente per le creature-figli, mentre primordialmente regnava la sola essenza, e soltanto da essa sarebbe proceduta la Sostanza. Con ciò fu di pari passo, che nel caso fosse stato necessario, la Divinità avrebbe destinato una Caratteristica come Personalità secondaria, senza separarSene primordialmente, né di non possederne il totale Dominio-Ur durante una ‘Apparizione come Figlio’.

79. Con ciò arriviamo allo stato di base della fede israelitica: ‘DIO arriva!’. Se invece Lui stesso come Messia, …oppure un messaggero provvisto di un’autorizzazione col Potere divino, ciò è rimasto incerto per centinaia di anni, mentre i profeti non lasciavano nessun dubbi sul che e sul come il Creatore vuole venire personalissimamente.

80. Nel caso di una necessaria redenzione, Dio si era impietosito, perché – com’è successo – la prima figlia si è distolta ed aveva intrapreso la sua via di caduta. Fra Dio e quella figlia non esiste nessuna creatura che possa diventare come più altamente vicino al portatore di base della redenzione, con cui sarebbe anche collegato il principio di base del Sacrificio. Il Messia atteso da Israele è Dio stesso, nel simbolo dell’Agnello bianco! La Sua Azione è nella forma della colomba.

81. Questo significa ancora, che:Egli avvolge la santa Onnipotenza, lo SPIRITO, la Colomba, e dà delle Sue Parti di Dominio in una ‘Figura di Figlio’, nel Messia, soltanto quanto diventa necessario e che la materia possa sopportarlo. Per via della povera figlia, Dio come Figlio non farà valere la sua piena Sovranità, perché altrimenti i pesi del Sacrificio rimarrebbero eternamente insopportabili e di conseguenza non redimibili.

82. Il ‘Padre della Misericordia’ non vuole opprimere, benché per via della caduta uno sgravio può avvenire soltanto tramite un Peso di Sacrificio. Per questi ed ancora più santi motivi, DIO stesso accoglierà il Sacrificio. Nessuno viene aggravato di un peso con un ‘sacrificio fino alla morte’ [Fil. 2,8]. Mai verrà, come Israele spera: soltanto il Figlio, il Figliuolo, il Germoglio, il giovane Leone [Isaia 9,5; Zacc. 6,12], come dice la raffigurazione in immagini.

83. Voglio portare un esempio. – Il primo figlio del principe Ahitop ha vent’anni, il primo figlio del responsabile dei bagagli, Nestur, ha già trent’anni. Entrambi i figli possono agire da sé, ed entrambi – potrà essere confermato – amano molto i loro padri. Per loro farebbero tutto ciò che è possibile. – Vero?

84. Brucia una casa o affonda una nave. Degli uomini sono in pericolo. Mandereste voi i vostri figli nelle fiamme o nei flutti, dove inevitabilmente l’atttende la morte, persino quando state col cuore sanguinante, mentre si espongono i figli che devono morire per salvarne altri?”

85. “Simeone!”, gridano più padri, “questo è …”

- “Lo so”, dice costui, “siete indignati. Nessuno sacrificherebbe i suoi figli, se potesse diventare lui il salvatore, appunto, nel sacrificio della vita! Lo dico tanto meno per vo,i ma più per quanto si tratta della convinzione errata, su cosa DIO dovrebbe compiere nella santa ultima Volontà.

86. Perciò sia detto: “Colui che viene nel Nome del Signore’ [Salmo 118,26] è il Creatore nella Veste di una Caratteristica! La Manifestazione della stessa è nel linguaggio della Luce ‘il Figlio’, ‘il Ramo’, come Personalità secondaria divisa in due per la salvezza dei precipitati, che bruciano nella loro ribellione, che sono naufragati a causa del loro distacco da Dio.

87. Ma dato che, come menzionato, cadde solo la prima figlia, le sarebbe diventato insopportabile, se la Divinità avesse fatto apparire l’intero Suo Essere. No! – L’AMORE altolocato è pronto: Luce dalla Luce, Spirito dallo Spirito, Raggio dal Sole di Dio! Quando ha compiuto il Suo Atto di Sacrificio, allora si disintegra l’involucro che ha portato per via dei poveri, degli smarriti, poi rientra di nuovo nella Corona dei sette Raggi dello Spirito-Ur.

88. Sia ancora aggiunto, che i figli nati prima, di cui ho già parlato, vedevano il Creatore. Quando era divenuto il primo Agnello e nell’alta Previsione Si rivelava come ‘il Figlio’, allora vedevano o Dio e l’Agnello, oppure il Figlio nella Forma di un magnifico Fanciullo. Questo significa che esiste una-Divinità, sia nel Principio del Potere come anche nel Principio della Forma!

89. ‘Vedi, una vergine è incinta e partorirà un Figliuolo, che si chiamerà IMANUEL [Isaia 7,14]!’ Dato che dopo circa settecento anni a nessuna vergine si fanno riferire queste parole, ambedue rimarrebbero un frammento temporale. Il profeta però ha rilevato precisamente il ‘è’ ed il ‘partori, per cui la visione era stata un’altra di come si legge posteriormente e purtroppo superficialmente. Naturalmente si deve riferire ad un Figlio che nasce al mondo. Ma la visione più profonda è la seguente:

90. La Vergine AMORE, la sesta maestosa Caratteristica di Dio, ha accettato il Sacrificio avviato da Dio, per portarlo dalla e nella materia. ‘È incinta’ si riferisce all’eternità. Perché quando Isa-i (Isaia) ha ricevuto la visione, l’Amore ha portato in Sé il Pensiero della Pacificazione oppure Riconciliazione, da cui si lascia cristallizzare senz’altro il FIGLIO.

91. Dato che lei è incinta, il profeta ha del tutto giustamente annunciato ‘partorirà’, che riguarda solo in seconda linea una Persona d’Uomo. Dapprima l’Adempimento è per la Pacificazione, non appena si lascia partorire sulla Terra come un MEDIATORE l’Amore di Dio per l’Universo. Dei Fenomeni terreni (Crocifissione) erano già stati insufflati nell’Amore, quando direttamente, dopo la caduta della prima figlia, l’Onnisanto aveva guidato la necessaria Redenzione [Ebrei 9,12] sulla Via rivelata [Isaia 57,15].

92. IMMANUEL significa: ‘Io sono l’Inizio e la Fine’, incorporato nell’ermetismo della Luce delle quattro Caratteristiche determinanti e tre portanti. Sono appunto nella loro natura di caratteristiche ed attività, l’Ordine, la Volontà, la Sapienza, la Serietà, la Pazienza, l’Amore e la Misericordia. Chi diventa attivo tramite Queste, si trova nell’Empireo, anche se deve ancora vivere nella materia”.

93. Athaja si appoggia pesantemente alla sua sedia ed esclama: “Simeone, fatti interrompere! Così come tu riveli i profeti, non lo ha mai potuto nessuno! Ho anche pensato che starebbe soltanto scritto e che si riferisse a quel tempo (di Isaia), quando si sarebbe dovuto adempiere. Se al nostro Quirino compiace, vorrei pregarti di interpretare ancora altri di tali versi”.

94. I romani, pure loro ascoltando avidamente, hanno accolto tutto nel migliore dei modi. Quindi Cirenio dice: “Sì, se i miei ufficiali lo vogliono”. Cornelio, Forestus, Rochus, Venitrio, persino Marcello assecondano. Pretario e Nestur non lo rifiutano. Degli ebrei non vi è uno che non vorrebbe rimanere seduto. Prima viene trattato ‘lmmanuel’ e poi Simeone comincia nuovamente con un’ulteriore spiegazione:

95. “Un verso nel profeta Isa-i porta letteralmente il contrario: ‘Un fanciullo ci è nato, un figliuolo ci è stato dato!’ [Isaia 9,5]. Questo sarebbe un controsenso, se si riferisse soltanto a questo mondo. Oh, l’avvenimento mondiale è soltanto appeso, ma è importante come la prima pietra che la Divinità aveva murato per la ‘Casa di Pacificazione’. Ora la spiegazione più chiara:

[ 5Poiché un fanciullo ci è nato, ci è stato dato un figlio.

Sulle sue spalle riposa l’impero, ed è chiamato:

Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace;

6per accrescere il principato e per una pace senza fine

sul trono di Davide e sul regno,

per stabilirlo e rafforzarlo con il diritto e la giustizia, da ora e per sempre;

questo farà lo zelo del Signore degli eserciti. ]

96. ‘Ci è’ = per noi tutti senza eccezione! ‘Un fanciullo’ = invero piccolo, ma una forma compiuta. La Pacificazione in principio era già compiuta, cresceva soltanto dentro alla materia. Il Fanciullo diventa il Portatore dell’espiazione, l’Adulto che sa che cosa c’è da compiere, per cui si legge, …riferito al Figlio: ‘è’ = ‘l’Impero riposerà sulle Sue spalle!’ Non viene aggiunto in anticipo. L’ ‘è’ = significa anche, un tempo dell’eternità, che la caduta della figlia richiede.

97. Il Figlio è il Creatore stesso. Altrimenti Costui avrebbe dovuto mettere il Suo Impero sulla Spalla del Figlio, se Costui fosse una seconda Persona. Allora si sarebbe letto anche nella Visione del Cielo: ‘E l’Impero sarà sulla Sua spalla’, appunto al tempo dell’Apparizione del Figlio. Che questo non valga così, lo dimostra la cosa più Magnifica di questa rivelazione.

98. ‘Si chiama l’Ammirabile, Consigliere, Forza, Eroe, Padre Eterno, Principe della Pace!’. Se il Messia fosse – lo ripeto – una Figura esistente di Figlio, dovrebbe stare scritto ‘si chiama anche …’. Se si trattasse di un Figlio-Dio creato, che in nessun collegamento è il Padre stesso, allora il profeta non Lo avrebbe rivelato come ‘Padre Eterno’. Tutto è stato preparato per una seconda Personificazione temporanea del Raggio di Dio: l’AMORE.

99. Il ‘Trono di Davide’ conosce una sola interpretazione: Il Figlio non creerà ad Israele nessun regno mondiale. Questo va a molti contro pelo. Chi riconosce che il mondo passa, che esiste eternamente la pura Luce, non sacrifica alla materia il Cielo, non tende la mano verso il fantasma di una duplice Divinità. Il Messia dirà una volta ad un romano: ‘Il Mio Regno non è di questo mondo’ [Giov. 18,36], anzi, il Suo proprio Regno. Egli indicherà più di ‘dodici legioni di angeli’ [Matt. 26,53], di tali, che portano il loro equipaggiamento come me!”. Ciò che sarà detto per ultimo, avrà un bagliore di maestoso orgoglio.

100. Oggi ancora una parola, il resto sarà t