- Rivelazione –

(Dettato ad Anita Wolf nel 1959)

 

Il tempo prima che il Signore assumesse qui sulla Terra la figura del Servitore era ricco di preparazione celestiale. L’arcangelo della Misericordia (Gabriel) nella figura di Simeone, mise l’ultima mano. Uomini come Cornelio e Cirenio, i romani a noi noti dalla “Giovinezza di Gesù” di Lorber, sono altrettanto rappresentati in maniera corporea come Zaccaria, il padre “cieco” di Giovanni. La ’Stella’ annunciata dalle Scritture è individuata dalla Terra, e su quella stella delle scene di vita dimostrano quanto è interconnessa la vita di tutti gli abitanti nella Creazione.

----------

 

Da lontano, dalla Terra

 

1°) Preludio a Gerusalemme

2°) Sulla stella Mireon

3°) Quello che avvenne in Oriente

4°)Ecco, arriva il tuo RE

 

simeone

 

 

INDICE

1a Parte - Preludio in Gerusalemme

1°Cap.1       L’apparire di una Stella - Annuncio dal Cielo e terrena miserabilità. - Pompeo a Gerusalemme. - Una morte beata

 

2 a Parte - Sulla stella Mireon

2° Cap. 1     La predica del sacerdote Hellaskus nella festa del sacrificio della Scintilla di Vita

2° Cap. 2     Le Forze della Vita-Ur, le loro forme di comparizione – Nella torre di Manugurtum

2° Cap. 3     Hellascus-Gabriel saluta i capi-sindaci della stella con l’ultimo discorso prima della sua discesa sulla terra come Simeone

 

3 a Parte - A Gerusalemme nell’anno 7 a.c.

3° Cap. 1     I primi sacerdoti con il progetto di recuperare il culto perso nel tempo sotto Pompeo

3° Cap. 2     Zaccaria presso Cornelio - La calma del sacerdote ottiene concessione

3° Cap. 3     Simeone ferma le parole di cuore di Athaja - Un colloquio benedetto a quattr’occhi

3° Cap. 4     Templari buoni e cattivi - Cornelio presso la festa di Pasqua - Un magnifico Discorso per gli uomini di tutti i tempi

3° Cap. 5     Simeone e Cornelio - L’inizio fra Roma e il tempio

3° Cap. 6     Aspre dissonanze - Il Cielo aiuta - La preghiera di Anna e di Simeone

3° Cap. 7     Presso Cornelio - Una volta ed ora - Lo spirito, il cuore e l’anima

3° Cap. 8     L’immagine del mondo e dei popoli - Nemesi del mondo - Dove Dio dimora veramente - Cornelio e Cirenio

3° Cap. 9     Simeone presso il Quirino - Differenti domande degli amici del tempio e della città

3° Cap. 10   Il corazzato - I buoni ed i cattivi cozzano - Simeone comincia a spazzare il tempio

3° Cap. 11   Una lotta simbolica - Alto insegnamento ai romani - Mostraci il tuo Dio

3° Cap. 12   Nel tempio le cose si passano con ira - La bugia e l’inganno di Jojareb - Come Cirenio rende innocui due dannosi

3° Cap. 13   Arriva un nuovo uomo di paura – Pecora, oppure verga? - Peccato e colpa - Il foglio non appariscente come specchio dell’Universo - Invece della libertà, la Guida paterna

3° Cap. 14   Pashur si volta indietro - Il giovane Nicodemo come Asket

3° Cap. 15   Cirenio e Askanio - La Luce dimora presso gli uomini - Della circolazione del sangue e la sua mistica - Due persiani vengono annunciati - Indicazioni alla Venuta del Signore

3° Cap. 16   Un carro caricato male - Gerusalemme invita Cireneo - Lui e la piccola Miriam

3° Cap. 17   Della Vita, la Legge della Vita e di ‘Dio come Re e come mendicante sul mondo’ - Una santissima Predica di Dio

3° Cap. 18   Il “Cavaliere bianco” - Come cattura degli ammutinati ed aiuta Ascanio sulla buona via - Il nobile Quirino

3° Cap. 19   La cattiva diligenza di Nicodemo - Cresce l’amicizia - La prova superata - Nicodemo accetta l’Insegnamento del Cielo

3° Cap. 20   ‘Se non avessi te.’ - La Benedizione di passaggio - Che cosa è l’umiltà? - Sulla fine del mondo - Dio dimora nell’uomo? - Si devono aiutare i cattivi. Indicazioni sull’involucro    dell’aria della Terra - Il santo Dovere Ur come Spinta di Luce della Misericordia - Forze oppure colpi del destino - La Capanna di Dio - La differenza fra spirito ed essere - La grande preghiera.

 

4 a Parte  - ‘Ecco arriva il tuo Re’                                                                                                                      

4° Cap. 1     La nuova preoccupazione - Simeone ritorna - La Domanda di Dio - La santa via di Redenzione - L’Eterno Redentore - Ataja, un co-portatore dalla Luce - Il 33° anno giubilare

4° Cap. 2     Simeone e Pilato - Presso Chol-Jose - Cornelio ha superato il censimento - Anna spiega la Genesi - La festa dell’Anno del Suono - Il nostro Dio mio ha mandato - La legge del Sinai e l’Anno infruttuoso - La lingua muta - I 33 giubilari = 33 anni di Vita di Gesù. Viene Dio oppure soltanto un Messia giudeo? - Il simbolismo dei tre anni d’Insegnamento di Gesù

4° Cap. 3     Difficile prova per Zaccaria - Alta funzione d’affumicamento - Quando il Cielo fa tutto, che cosa fate voi? - Luce antecedente su Maria - Rima fa i conti con i cattivi templari - Una bella serata nella torre di Arbore - Indicazioni sull’affumicare - Intelletto oppure Presagio? - Il libro della colpa nella Mano di Dio - Del piccolo mucchietto

4° Cap. 4     Hilkia, Susanna ed un Giudizio, Simeone interviene - È giusto un bando? - L’esempio di scuola di Sadhana - Come dei romani fanno del bene - L’Onnisantissimo, il Santuario e la corte antecedente - Da Viso a viso - I quattro magnifici gradi di contemplazione - Perché dei profeti dovrebbero andare dalle prostitute?

4° Cap. 5     Elisabetta - Contemplazione di Dio - Un incidente serio-comico con Jojareb - Uno spazio largo un piede; oltraggio senza pari, cautela di Roma - I 10 Comandamenti, un fondamento per il diritto di ogni popolo - Prima di punire, Dio benedice - Quattro punti nel primo Comandamento - Agite fra il popolo

4° Cap. 6     Raggio predecessore su Gesù – Giuseppe - Fede, dedizione, servilità, forza - La Perfezione della Creazione e l’uomo - Le quattro parti del patrimonio fondamentale - Il discorso di Ataja sui 10 Comandamenti - Dio: almeno accettare oppure accogliere? Dove camminano i tuoi piedi, là crescono meravigliose nuove Opere

4° Cap. 7     La paura non deve distruggere la fede - Un ricco borioso - Verdetto di morte, spiegato da Simeone - Samnus ha preparato il cuore e la casa - Esistono delle procreazioni nel Cielo? - Un Amen - Cornelio ha sognato della preghiera - La Venuta di Dio non dovrebbe portare soltanto Luce e Gioia? Una parola degna di attenzione di Samnus

4° Cap. 8     Di nuovo un gran pericolo – ‘Devi essere una benedizione’ - Simeone continua l’insegnamento, Potere di Benedizione: preghiera, intercessione e ringraziamento – Sostanza/pensiero, Parola/Forza, Sensazione/Azione - Conseguenza di diretta consapevolezza - Il Discorso di Dio tramite Marco, 12, 30-31 - Un “appena possibile” è impossibile presso Dio

4° Cap. 9     Censimento popolare - A Betlemme - Quando viene il Re - Perché Gesù non nasce nel tempio? - Mondo, risvegliati - La Santa notte, convissuta tramite la vista di Anna - La stella Mireon - Del povero Giuseppe e del signore ultraricco - Opere create e nate - Il giusto tubo del pozzo e la Cena di Melchisedec - Il principio fondamentale della Redenzione - La Dottrina del Salvatore sarà il vero Tempio - Una Parola da Melchisedec stesso

4° Cap. 10   I persiani presso Erode - La santa famiglia a Gerusalemme - Meravigliosi avvenimenti - Il Bambino nell’Onnisantissimo - Il Gioiello più bello - Cherubino e Serafino nell’Alto Ariele - L’Adorazione - Chi è realmente Gesù? - Simeone da il chiarimento - La sua parola a Maria - Come Gabriele ritorna nel Regno - Il suo saluto: da lontano dalla Terra

              Epilogo

 

PERSONAGGI

Ia Parte

Il Ponzio          Comandante romano         

Jozidak            1° Alto sacerdote a Gerusalemme – (IHTUMA)

Pompeo          maresciallo romano (il Naxus)

Sakkai              dotto scriba nel tempio, astrologo

Una donna

Due uomini

Più legionari

IIa Parte

Achorbyo        1° sindaco della stella per l’economia artigiana del popolo - governatore

Aurole             5° sindaco della stella per le scuole - governatrice

Hellaskus         (Gabriele) il sacerdote-principe della stella Mireon (Myrääon)

Imahais            3° sindaco della stella per l’agricoltura

Minzobba        7° sindaco della stella per il servizio  sanitario - governatrice

Ragu-Ela          4° sindaco della stella per le questioni sociali del popolo

Serpharma      6° sindaco della stella per affari generali - governatrice

Thekmanas     2° guida religiosa della stella

La popolazione della stella

IIIa e IVa Parte

Akkubo            due sorveglianti delle porte del tempio

Ahitop              principe di Giuda – (giovane ventenne)

Amzi                 sadduceo giudaico

Anna                 profetessa nel tempio, vedova da 40 anni, ed ha 77 anni

Aquaturto        spia babilonese

Ascanio            duumviro romano

Aski                   moglie del giudice Tola

Athaja              1° alto sacerdote a Gerusalemme

Auter                un commerciante grossista giudeo

Babbukia          un orafo giudeo

Charmi             sacerdote del tempio e marito di Anna, morto da 40 anni

Chol-Joses        presidente della scuola del tempio

Cirenio             il Quirino romano e proconsole nella regione palestinese

Cornelio           un tribuno romano, nipote di Cirenio

Dadmiel            un servitore del tempio

Dumathia         rabbino di Emmaus

Eliphel              4° vescovo consigliere del Sinedrio

Esther               moglie del principe Ahitop

Forestus           comandante di servizio romano c/o Cornelio

Galal                 scienziato giudeo

Ghedalmar       6° vescovo consigliere del Sinedrio

Gilal                  un servitore del tempio

Ginthoi             vescovo dell’anticamera nel tempio – (dissidente)

Giulio                ragazzo nobile romano

Giuseppe          protettore di Maria

Hasabra            1° presidente della provincia di Gerusalemme

Hethit               moglie dell’avvocato Hilkior

Hilkia                2° vescovo consigliere del Sinedrio (dissidente)

Hilkior              avvocato a Gerusalemme

Jaor -                2° giudice del tempio

Jissior                3° vescovo consigliere del Sinedrio

Jojareb             1° vescovo consigliere del Sinedrio (dissidente) – sacerdote capo

Josabad            2° presidente della provincia di Gerusalemme – (cittadino e consigliere)

Malchia            3° insegnante vescovo nel tempio

Mallane            1° assistente femminile degli orfani principi nel tempio

Malluch            1° vescovo domiciliare nel tempio - sacerdote capo (timido)

Marcello           1° aggiunto romano di Cirenio

Massus             l’anziano del villaggio di Emmaus

Mechona          moglie dell’insegnante vescovo Pashur

Merelot            sotto-sacerdote nel tempio

Mithra-Bosnai           commerciante persiano ed agente segreto

Myriam/Maria          la bambina nel tempio, madre corporea di Gesù

Natan               5° vescovo consigliere del Sinedrio

Nestur              ufficiale romano della ciurma

Nicodemo        sacerdote scolaro nel tempio

Obadnia           un medico libero, appartenente al tempio

Pashur              1° insegnante vescovo nel tempio – (dissidente)

Pedatja             2° vescovo domiciliare nel tempio

Pegasus

Piltar                un servitore del tempio

Ponzio              il precedente tribuno prima di Cornelio detto il Naxus

Pretario            tribuno navale romano

Rochus             comandante romano del tribunale c/o Gerusalemme

Sabtharus        sadduceo giudaico

Sachis               2° assistente maschile degli orfani principi nel tempio

Samnus            un commerciante di frumento giudeo

Shithinaz          commerciante persiano ed agente segreto

Simeone           apparizione corporea di Gabriele (Misericordia) - il forestiero – La settima fiaccola di Dio

Taliman            un sorvegliante delle porte del tempio

Thola -              1° giudice del tempio

Trymatua         presidente della regione di Giuda

Un criminale

Unnias              servitore di fiducia di Ataja

Usiel                  2° insegnante vescovo nel tempio – (dissidente, poi ravveduto)

Venitrio            comandante romano di sorveglianza delle strade della città

Zaccaria            2° alto sacerdote a Gerusalemme

Zikla                  moglie del superiore della scuola di Chol-Giose

Più sacerdoti e sotto/sacerdoti

Ulteriori 6 vescovi consiglieri

 

IIIa e IVa Parte

Ahasvar            un israelita

Erode                quarto principe romano

Pedatjia            un mercante

Gideon             Gedeone (Bibbia – Giudici 6, 30-40)

Mereloì           

Susanna           figlia di Ashavar

Thrymatva      

Tissio               

 

Regioni / territori di quel tempo

Achaia – Ariel - Betesda (piccolo lago) – Bethania – Bethlemme – Canaan – Capernaum - Cesarea di Filippo – Damasco – Deborah – Ephrata – Gideon – Hermon - Hinnom (villaggio) – Jephthan - Kidron (villaggio) - Melita (isola di Malta) – Moriah – Otniel – Persepoli – Pharphar – Thopeth

 – Vinethrya

----------------------------------------------------

 

IL TESTO NON E’ ANCORA STATO REVISIONATO

 

 

(Ia Parte)

 

(a Gerusalemme: il preludio)

 

cap. 1 / I°

L’apparire di una stella - Annuncio dal Cielo e terrena miserabilità

Pompeo a Gerusalemme - Una morte beata

 

1. Nel tempio in Gerusalemme, nella città, in tutto il paese c’è un movimento febbrile: dei sussurri preoccupati, un timoroso nascondere di ricchezze, ovvero poveri averi, un cercare un rifugio dove si potrebbe dimorare nel caso di bisogno, e una sfiducia nel prossimo. Solo uno è seduto nella sua stanza da lavoro, lontano dal movimento. Costui è Sakkai, un anziano dotto scrivano, un uomo riflessivo, molto amato da tutti per via del suo ricco sapere anche presso l’alto sacerdote Jozidak, che è stato insediato nella funzione da poco, ma di cui si crede che non si sarebbe trattenuto per molto, dipendendo meno da lui, che dai suoi nemici.

2. Proprio ora Sakkai termina – come già molte volte – un nuovo disegno. Lui ha dipinto molti disegni delle Stelle, che le osserva per delle notti, e al mattino, per quanto riesca a mantenerne la visione, le dipinge! Facendo questo, ogni volta, per suo proprio stupore, riesce a giungere a una ‘rotondità planetaria del Cielo’, rappresentato dalla posizione delle stelle.

3. “Si vede il firmamento come una coperta, certamente all’infinito, ma appunto come una tavola, come un ampio prato. Invece sui disegni mi sembra…”. Viene disturbato nel suo monologo. La porta viene aperta tumultuosamente, ciò che Sakkai non ama. Inquieto si volta. È l’alto sacerdote. Alzandosi, gli va incontro.

4. “Che succede?”, lo chiede così gentilmente, che ogni fratello, per questo, lo rispetta. Mentre invece, Jozidak non ancora quarantenne, mostra volentieri la sua dignità. Oggi l’ha perduta. Con affanno chiude dietro di sé la porta; va al tavolo e si siede sulla sedia dell’anziano sacerdote. Sakkai lo guarda in modo interrogativo: ‘Hm, qui qualcosa è andato storto’.

5. Jozidac vede i disegni. Li prende e li gira da una parte all’altra, senza sapere che cosa è sopra e quale il sotto. “Che significa? Anche questo fa parte del servizio?”

– La Seconda domanda è detta così, di ripiego. Sakkai non ha mai mancato. “È un disegno”, risponde.

6. “Lo vedo”, brontola l’altro, più per il fatto che non riconosce nessun senso nei disegni. Sakkai lo aiuta; in fondo, l’alto sacerdote ne è degno.

7. “Io stesso non arrivo alla meta. Ogni disegno risulta diverso malgrado coscienziosa uguaglianza”. Tira fuori il suo tesoro. “Ecco, ecco, …la posizione delle Stelle, la loro orbita. Di notte il Cielo mi brilla come una pelliccia liscia, ma se…”.

– “…sembra un’incommensurabile cupola”.

– Sakkai salta su: “Che? Anche tu lo hai scoperto, alto sacerdote…?”

8. “Hm”, Jozidak liscia le rughe della sua fronte, “tu studi volentieri e sei anziano, …onorevole”, aggiunge dopo un breve intervallo. “È comprensibile, che non ti soddisfi il lavoro limitato. Ora, …incontri nuove cose. Deve servire al tempio! Altrimenti …”.

9. “Guarda”, lo interrompe l’anziano, e mostra una stella [Matt. 2, 2] che si trova molto in alto sui disegni, che splende su tutto. Lo spiega a Jozidak. Costui è affascinato ed ha dimenticato il perché era venuto così correndo.

10. “È giusto!”, conferma costui. “Ma nessun raggio della stella colpisce la nostra Terra, altrimenti prossimamente splenderebbero innumerevoli Soli, e questo non sarebbe buono per la tranquillità di cui ha bisogno l’uomo e la natura. La tua ricerca mi rallegra molto, ma ha un valore?”

– “Oh”, s’infervorisce lo studioso, “sta scritto così: «Sorgerà una Stella da Giacobbe» [Numeri 24, 17]. Mi sembra come se questa”, indica le stelle circoscritte, “realizzi la parola di Mosé. … Presto!”, aggiunge con energia.

11. Jozidak ride. “Fanatico! Ma voi anziani siete così e non vi accorgete del tempo cattivo che incombe su di noi, duro, reale, inesorabile. Ora, chissà, …forse è un bene, altrimenti questo mondo e i suoi uomini diventerebbero troppo poveri”.

– “Diventerà ricco!”, esclama entusiasta Sakkai, “qui, lo annuncia la nostra Stella. Sui suoi raggi, che si vedono come piccole scintille, si forma la sua ampia orbita nella casa di Giacobbe! Arriva il Redentore, il Salvatore, come lo hanno profetato i nostri padri; e …”

12. Jozidak diventa all’improvviso pallido. Nell’udire ‘Redentore’, gli viene di nuovo in mente per quale motivo era venuto. “Il Redentore?”, gorgheggia, “Sakkai, getta i tuoi disegni nella fiamma, per il mio bene, in quella della nostra falsa arca santa; perché anche il profeta è falso, come tutto intorno a noi! Non come Stella dal Cielo viene il Salvatore; è già con due legioni armate presso Antiochia, e molte delle sue navi si dirigono verso Cesarea.

13. Sai come si chiama? Pompeo! – Se non sai chi sia, …è il triumviro dei romani! E se – come profetizza il giovane sommo sacerdote – bruciano una volta il tempio, non sarà mai più ricostruito, come una volta sotto Cores [Esdra – cap.1], ma allora, allora…”, Jozidak geme. – Oh, la sofferenza, che sta in agguato, come un rapace davanti alle porte della Giudea… –

*

14. Sakkai sa che arrivano i romani. Lo aveva sentito da dei nordisti che poco tempo prima erano fuggiti dall’esercito. Ma lui ha conosciuto dei romani che passavano attraverso la Giudea e le sue regioni limitrofe, come commercianti, come scienziati, anche come dotti. Tutti gli sono sembrati molto ben istruiti.

15. Nessuno lo aveva sospettato, che i ‘fini romani’ erano dei funzionari travestiti che esploravano il paese, il popolo e i costumi nel medio oriente, per formare così una festa per Pompeo. Come poteva sapere Sakkai, il fedele uomo, che i romani portassero soltanto delle maschere delicate? Hanno conquistato la fiducia quasi ovunque; e purtroppo, con questa veniva raccontato più di quello che i vicoli dovevano sapere. Ora mette spontaneamente un braccio sulle spalle di Jozidak, poi va a prendere un buon vino e due bicchieri. Lui stesso ha bisogno di fortificarsi, e con ciò pensa ‘alla sua Stella’. Mentre invece, pesanti preoccupazioni oscurano il volto e il cuore dell’alto sacerdote.

16. “Calmati”, dice Sakkai, “non sono ancora arrivati, e con alcuni ho fatto amicizia; per il tempio ci sarà qualcosa da guadagnare”.

– “Soltanto per lui?”, chiede meravigliato Jozidak, “E la città? Il popolo? Tutto l’avere? Credi davvero che i romani lascino intatte le nostre pelli?”

17. “Nemmeno!”, indugia Sakkai. “Ma tu vedi troppo nero!”

 – “Non ti accorgi che da noi va in giro il terrore? Pompeo deve essere molto severo con i soldati e non lascia passare niente. Solamente: …le tasse, il tributo, il servizio, per cui verrà chiamato il giovane e il vecchio, il ricco e il povero, senza retribuzione, come ho sentito, sarà più duro di quel che la storia racconta della servitù al Nilo. Si è nascosto il più prezioso del santuario. Possano rubare la mia proprietà, io …”

18. “Vuoi fuggire?”, chiede confuso Sakkai. “Si trovano i tesori quando si cerca sistematicamente. Non è bene nascondere; stimola di più che se mercanteggiassimo, allora non verrebbero dei nemici come se non fossimo soggiogati”.

19. “Parli saggiamente; ma la realtà insegnerà che una volta esisteva la fedeltà e la fede, ora …”.

– “Esiste anche oggi, come l’omicidio e le mascalzonate del vecchio tempo. Certo, con tutto ciò è andato sempre peggio, per cui un uomo diventa uomo. Ma non temere. Dovresti nascondere i tuoi tesori, se è vero che il romano sta arrivando”.

20. “Arriva! Eccome!”, Jozidak all’improvviso abbraccia Sakkai, come se potesse dare conforto e aiuto. “Giorni fa ho visto nella fiamma una catena, non ho potuto vedere di più in retrospezione, e davanti a me c’era una valle oscura”.

- “Ma Jozidak!”. Ora anche nell’altro striscia la paura come con un serpente, …per via di Jozidak, il fariseo fine, il quale – lo sa Iddio – è davvero meglio e vede più chiaro che certi anziani, il cui mal agire lui cerca di riparare. Ecco, …gli viene un pensiero di salvezza.

21. “Giovane amico in quest’ora! Mi hai potuto confermare ciò che ognuno di noi sa: il fuoco dell’Arca santa viene già da tanto tempo nutrito con la resina di ‘galbano’[1], perciò la tua immagine in lei è così falsa come questa vampata, che si chiama ‘santa’ solo nei confronti del popolo. Come può mostrarsi la Verità nell’inganno?”

22. “Tu sei buono; in te mi sono rifugiato, io, l’alto sacerdote presso il quale gli altri devono trovare aiuto…”. Corre verso la porta: “…conserverò il tuo conforto come forza, quando dalla fredda notte scenderà fulmineamente …la falsa stella”, Jozidak è fuori, prima che Sakkai possa rispondere una parola.

23. “Povero amico”, borbotta, “avrei dovuto reprimere ogni obiezione. Ho cercato di farlo; soltanto…”. In lui, nondimeno, verdeggi ancora la speranza. “Ecco, ecco…”, apre i suoi disegni, “…quell’unica Stella; già da tanto tempo risiede come un re sotto i principi al firmamento notturno. Arriva! Arriva per certo! Il nostro Salvatore. Se…, …sì, quand’anche il mondo andasse in rovina, e con esso la Giudea”. Obbedendo a un impulso, ordina il lavoro che nei molti anni ha fermato per iscritto sulla carta. Nella tasca della sua sottoveste mette i disegni del cielo, sul petto.

*  *  *

24. La stella appare! Non come sotto Kedor-Laomer (Gn. 14,4), ora si svolge in modo furbo. Dapprima vengono requisite tutte le case buone, e devono stringersi sempre più. Poi viene pretesa la ‘percentuale dell’imperatore’. Si prende anche nota di tutto ciò che viene portato via, ma non si può comprare pane dalle liste, meno ancora costruire una nuova casa, come si consiglia furbescamente ai giudei.

25. Pompeo visita il famoso tempio di Salomone. Se riesce ad introitare tributi, “…allora vuole conservare l’antico Santuario”, dice lui. Ha in mano un rotolo. – Jozidak e tutti i templari devono stare dinanzi al romano che siede nella sedia dell’alto sacerdote. Egli conta i tesori del santuario che finora esistevano. “Dove sono?”, chiede lui spiando.

26. Si indica Jozidak: ‘È l’alto sacerdote; lo dice lui che cosa ha da succedere!’. Pompeo si accorge che si vuole accusare il giovane, che in questo strano popolo è il dignitario più alto. Ma lui esegue la volontà di Cesare e non lo considera per niente come durezza, quando mezzo mondo deve servire i romani con beni e sangue. Per lui, è questo il corso del mondo.

27. “Ho comandato che tutto il patrimonio, schiavi, eccetera, eccetera, sono da presentare per l’ispezione. Dunque, dove avete i vostri tesori che sono sulla mia lista, ma non ci sono?”. La sua fronte arde. Lui regnerà con molta durezza, quando si cercherà di sviare agli ordini di Roma.

– Jozidak sa chi lo ha fatto senza la sua volontà. … Ma tace, …non vuole altresì portare salla morte nessun sacerdote, nemmeno quelli nemici.

28. “Allora?”, s’infuria Pompeo. “Ti voglio risparmiare; ma se taci…, allora …”.

– Sakkai si getta ai piedi del potente: “L’ho fatto io! Pensai che tu, signore, nasconderesti i tuoi tesori davanti al nemico; ho solo salvato le cose sante del nostro Dio! Giudica me, se pensi che questo sia giusto, di uccidere colui che preserva la cosa più santa al suo popolo”.

29. Per un momento il feldmaresciallo è confuso. L’anziano ha ragione, ma Roma ha bisogno di molto denaro per le legioni. L’anziano, che conosce tramite una spia e – come uomo – rispetta anche, vuole salvare il giovane. Aha, se vuole morire a tutti i costi, a lui non importa proprio. Lui deve solo presiedere per Roma. - Bruscamente, urta il vecchio scriba: “È vero, quel che dici?”

30. Prima che Jozidak possa discolpare l’unico che tiene alla fede, quello afferma saldamente: “Sì!”

– Allora un comandante gli spinge la punta smussata della sua lancia nel petto, proprio là dove riposano i suoi disegni del cielo. Senza un tono, l’anziano cade a terra. Alcuni sacerdoti laici lo portano fuori. Il romano li guarda senza alcun moto d’animo.

31. “Hai ignorato l’ordine!”, minaccia a Jozidak, che si volta pallido come cenere, finché cade la tenda dietro a Sakkai, che ora si drizza. Roma non deve vedere dei villani.

– “In base alla tua funzione, ti obbligo per la seconda volta di portare qui il tesoro del tempio!”, dice Pompeo, e si alza, un segno di massima ira, che i romani conoscono, ma non i giudei.

32. Jozidak dice piano: “Ti hanno chiamato giusto. Ma solo Uno è giusto: Dio, il nostro Signore! Il paese è tuo, romano; troverai tutto ciò che è nascosto. Berrai il sudore, il sangue del popolo. Ebbene, eccomi!”, Jozidak stende le sue mani, “Portami a Roma, come trofeo della tua vittoria!”

– “Portatelo via!”, la voce del romano suona ferrea.

– Jozidak viene legato e condotto via. – Scende la sera. In tutti i vicoli, in tutto il paese si sente un soffocato sospiro: “Guai a noi! Il Signore ci ha abbandonato!”

*

33. In una capanna al bordo della città, giace Sakkai. La porta è aperta, si vede il firmamento. Allora il morente soffia: “Consolati…, povera.., Israele. Guardate.., la Stella”, indica in su con mano debole, “Egli.., viene.., quando, la nostra miseria, …è al culmine, attende il Signore! Ora.., Roma, trascina il popolo, fino…. al bordo, …della tomba; ma Dio, spezzerà Roma, quando, il suo potere, troneggerà, …su un’alta… cima. Noi, non lo vediamo. Ma Egli… viene, il Salvatore, Egli, porta… la libertà, a coloro che… Lo serviranno.

34. L’esteriore, …o amici, non lamentatevi; non si tratta, …di questo povero mondo. Si tratta, …del nostro cuore! Guardate…, il maestoso, scintillio, della mia… Stella! Guardatela…!”, sussurra spegnendosi, come di chi si sta formalmente chinando: ‘Ti saluto…! E Tu, …che dimori… su questa Stella, …saluta …il mio Signore, il nostro Dio, …l’Onnipotente dell’Universo!’.

[Indice]

 

---------- ---------- ----------

 

 

        (2a Parte)

 (sulla stella Mireon)

  «Lodate LUI,

voi tutte, stelle luminose»

[Salmo 148, 3] – [Matteo 2, 2]

cap. 1 / II°

La predica del sacerdote Hellaskus nella festa del sacrificio della Scintilla di vita

Sulla stella Mireon, quella che guiderà i magi, il gran sacerdote Hellascus dà agli abitanti di quel Sole e agli ospiti di luce l’ultimo saluto, preannunciando l’incarnazione del Signore e la sua presenza sulla Terra, quale preparazione, con l’invito a tutti per la volontà d’aiuto ai terrestri – Il senso dell’aiuto a Lo-Ruhama

 

1. “Empireo! [z.1] Da Te proviene la Misericordia, da Te fluisce la Vita! Noi la beviamo, dalla Fonte più dolce! Alzate i vostri occhi, amici e ospiti [z.2] e guardate il Raggio che UR si è acceso. Il suo splendore giunge lontano, dove infuria la roccaforte dell’inferno[2]; non sospettando delle sue catene che la legano solo per la propria salvezza; non sapendo che le suona l’ultima ora.

2. Oh, amici, lasciateci sacrificare amore, gratitudine e fede, qui in questa piazza di Grazia, dove vediamo, dove ascoltiamo il buon Padre, dove siamo beati nella Sua beatitudine. Venite! Gettate le vostre scintille nel Fuoco dell’Altare, finché il suo fumo salga al Signore della Creazione!”

3. Colui che parla così, è il primo sacerdote. Una figura meravigliosa. L’età del suo spirito splende dal suo sguardo. Da tanto tempo non c’è stato un tale sacerdote, una tale ‘scala dal Regno di Luce’. Questo avviene su quella stella che Sakkai ha visto come la ‘Stella dell’Altissimo’. La sua orbita è lontana dal mondo. Solo nel principio del grande Tempo di svolta (la Nascita di Gesù) si vedrà il suo raggio su quel mondo dove l’Eterno, l’Onnipotente, ha previsto la Sua Via del Sacrificio.

4. Il sacerdote si chiama Hellaskus[3], lui adempie la sua funzione nel Tempio bianco [z.3]. Molte figure di Luce, uomini, donne e anche bambini[4] [z.4] gettano scintille nel Fuoco. Tutti portano degli abiti bianchi. Essi girano ritmati intorno a una pietra bianca sulla quale divampa il fuoco del tempio in una grande vasca fatta di ferro battuto chiaro.

5. Quando arriva un nuovo sacerdote, la fiamma viene consacrata nuovamente. Questa è la ‘festa del sacrificio della Scintilla di vita’ [z.5], che si svolge anche quando qualcuno ha terminato la sua funzione, essendo stato anche, contemporaneamente, reggente della stella, e passa oltre. Gli abitanti sono un popolo dalla Luce [z.6].

6. Tutti hanno percorso la loro strada attraverso Lo-Ruhama [z.7]. La loro via conduce sulla loro ‘stella del popolo’ giù nella materia, e allo stesso modo tornano alla Luce, oppure sono trasferiti anche in altre regioni. L’Empireo, come si chiama il Regno dell’Altissimo, è aperto per ognuno non appena risuona una chiamata, oppure anche – non appena aumenta la nostalgia per il Padre – sia prima che dopo un percorso di co-sacrificio[5].

7. Nonostante l’alto Sensorio [z.8], di cui sono onorati gli abitanti della stella, regna un cosiddetto ‘lutto di luce’, quando i sacerdoti che cambiano la funzione vengono di nuovo richiamati mentre sono insediati i sette ordinatori del paese [z.9]. Hellaskus è un sacerdote-principe; ma ogni altro – inviato da UR – ha portato pure una nuova rivelazione benedetta.

 

8. Intorno alla Pietra del sacrificio si modella una forma a piramide, Hellaskus in cima. Che meraviglia! Nel senso di ciò che si svolge, ognuno lo sa, tuttavia si presenta a tutti chiaramente consapevole solo quando è adempiuto, sia durante le feste in famiglia, oppure anche nella cerchia delle amicizie. In tal modo essi si adattano a subordinarsi all’aspettativa, per adeguarsi a ciò che hanno da imparare e da superare.

9. Quindi ognuno può giungere a una nuova sapienza attraverso domande, risposte e contro domande. Lo stesso vale per le azioni senza le quali la vita nell’aldilà sarebbe solo un vegetare. Le sfere superiori della Luce richiedono ininterrotta superiore attività in vista dei corsi del tempo del regnante Anno-Ur-Azione[6]. Oltre a ciò, ogni stile di vita rimane saldamente radicato nel Regno della luce.

10. Il primo ordinante del paese, Achorbyo, dice: “Hellaskus, sei stato a lungo con noi ed hai visto la nostra fatica di conservare la nostra stella nella sua luce. Quanto malvolentieri ti vediamo andare via, perché è l’Amore di Dio che ci ha legati a te. Noi sappiamo bene che se il PADRE di noi tutti ci chiama nel Santuario, siamo uniti con coloro che sono già passati dal nostro luogo, e noi restiamo uniti anche con te, rallegrandoci tutti beatissimamente.

11. Nonostante ciò, ti prego, per tutti gli amici ospiti e per me: rimani ancora un po’ di tempo. C’è molto da imparare, soprattutto della Luce isolata che sarà inviata dall’Empireo su Lo-Ruhama e incrocerà la nostra sfera. Noi, ordinatori del paese, notiamo il collegamento, ma dall’alto punto di vista della tua casa, aggiungi ancora, affinché, nella successiva festa del sacrificio della Scintilla di vita, elevandoci, possiamo spargere nella pozza del sacrificio maggior conoscenza, offerta adorando il nostro altissimo SIGNORE dell’Empireo”.

12. Gli ordinanti del paese alzano le due mani in segno della loro stessa richiesta, mentre il popolo degli abitanti e gli ospiti, poggiano la loro mano destra sul loro capo. Hellaskus annuisce gentilmente a ciascuno, e dice:

13. “Concludiamo la nostra festa della fiamma; chinatevi davanti allo ‘Spirito della Bontà’!”. Mentre tutti s’inginocchiano, riprende: “Maestosa Fiamma, nutrita dalla Santità di UR, fa defluire il tuo incenso. Voglia essere gradito al Padre, a UR. Così come questo fumo sale in alto, così voglia ricadere su tutti noi la Sua benedizione di luce.

14. Signore, dal cuore misericordioso, una volta avevi chiuso le Porte, eccetto quella fra Creatore e creatura. Ora il Tuo Raggio deve di nuovo legare Lo-Ruhama al Tuo Regno della luce, attraverso il Tuo cammino! Onnipotente, apri i Tuoi Portoni, e noi apriamo le nostre porte, ampie e larghe [Salmo 24,7]. Prendi dai nostri granelli per il povero campo; perché ora tutto deve cambiare! Il tempo della via, delle pietre e delle spine, scende come una povera Luna [z.10] quando è passato il suo tempo.

15. Santo Padre, le Tue Eternità non le conta nemmeno un primo[7]; e nulla somiglia alla Magnificenza del Tuo Sole, che Tu – per la nostra salvezza – hai riservato a Te stesso insieme a ogni benedizione, preparata al popolo della luce. Signore, chi può esaurire la Fonte che nutre tutta la Tua Creazione?!

16. Fa che possiamo camminare sotto le Tue mani, e dacci la forza della Tua pace. Conserva anche la stella Mireon nel sistema del sole Garapea [z.11], che mantiene al suo popolo la via nell’Empireo. Conduci di nuovo nella Casa del Padre i viandanti di Lo-Ruhama. Fa penetrare da Mireon molto nel buio della materia per la magnificenza della Tua luce, per la liberazione di tutti ‘i poveri’.

17. Eternamente grazie, Onnipotente, eterno Amore, Onnialtissimo; eterno Onore a Te, Onni-Regnante, eterna adorazione, Onni-Padre! Dà la Tua luce nel nostro cuore, la Tua forza nel nostro spirito, il Tuo respiro nell’anima, a noi che siamo sempre i Tuoi figli di Vita!”. Hellaskus prega sulla Pietra bianca del sacrificio. Allora tutti vedono come il fumo del fuoco sale luminoso e dorato, finché arde solo la fiamma dell’altare senza fumo. Pure così fluisce luminosa, soavemente dorata, una pioggia celeste sul bel prato. Ognuno sa: se la festa della Scintilla della vita è armoniosa, il buon Dio-Padre ha accolto con gentilezza il loro sacrificio.

18. Tutti passano ancora una volta attraverso il tempio bianco, poi Hellaskus guida la comunità sul prato preparato per i grandi festeggiamenti pubblici. C’è un posto del pane [z.12] dove ognuno può ristorarsi dopo la lunga festa. Ai sacerdoti e agli ordinatori del paese viene sempre data la precedenza.

19. Con gioia, rispetto alla loro unificazione con la Luce, viene discussa l’alta festa. Tutti i bambini secondo la maturità possono partecipare al discorso. Un cenno dal primo ordinatore del paese, e nuovamente ci si raduna. Dei giardini coltivati artisticamente, formano un forum meraviglioso insieme alla natura. Ora Hellaskus tiene il suo ultimo discorso pubblico al popolo della stella Mireon (Myrääon).

20. “Amici miei, amati di Dio, nostro Padre! Sono stato con voi con gioia perché durante il mio tempo avete raggiunto un’altra regione. Voi domandate: ‘Abbiamo di nuovo superato la materia? Cosa intendi dunque, essere saliti più in alto, dato che la luce non conosce nessun ‘verso l’alto’

21. La luce, immutabile, non è da separare dal Dio immutabile. Ma voi, amati, non percepireste nessuna beatitudine se il cammino fosse senza cambiamento. La Luce è insondabile nell’interezza della sua sovranità. Ma le sfere, quegli ‘spazi nella Casa del Padre’, sono da esplorare, sono da accogliere i gradini costruiti negli spazi, con cui l’esistenza in collegamento con la beatitudine e la gioia, raggiunge il suo scopo: l’eterna Vitalità!

22. DIO non ha bisogno di nessun progresso; Egli nel proprio Impulso è la Vita stessa! Ma ciò che è fluito dal nucleo-Ur nello spazio e nel tempo, è limitato nella Corrente delle sette Caratteristiche, per conservare ai figli l’eterna vitalità. Nel fuoco dell’altare si vede l’illimitatezza della luce. Nelle festività che portano il progresso voi deponete nella fiamma ciò che avete raccolto su un gradino, e questo sale – come anche prima – in alto come dono. Poi ritorna benedetto. Dopo, la fiamma arde come prima.

23. Questo significa che voi stessi siete cresciuti nella luce ed avete conquistato un nuovo ‘gradino di sfera’. In tal modo a volte si collega una strada da una stella all’altra. Rare volte il cambiamento è una valutazione superiore di un procedere o un salire, ma serve di più ad una maestosa faccenda del Regno, che d’altra parte viene sempre rivalutata dal nostro Padre in benedizione, nella quale tutti gli amati da Dio hanno la loro parte.

24. Non dovrebbe veramente crescere così il Regno della luce? Voi lo notate di tanto in tanto nella vostra stella Mireon. Le case, le regioni e i prati diventano più meravigliosi e più grandi, mentre d’altra parte la stella non cresce, altrimenti, per il sentimento della creatura, tutto dovrebbe sprofondare nel senza fondo. –

25. Molto giusto, amici! Ogni corpo cresce fino alla misura predestinata. Poi la crescita cessa, ma non la forza, l’intelligenza, la consapevolezza del valore e l’illuminazione. La misura è uguale alle sfere che rimangono, come il Creatore le ha create per lo spazio e per il tempo. La struttura interiore è inesauribile. Oppure, detto così: nessuno può afferrare interamente le sfere, altrimenti dovrebbero essere afferrabili anche i Giorni della Creazione. Questo è però legato in modo benedicente al cambiamento, alla capacità di cambiamento degli amati da Dio.

26. Ecco la Parola: ‘La tua felicità non ha mai fine!’ – Vedete, l’Empireo è una santa regione-Ur, e così è eternamente inesplorabile per delle creature. Ogni crescita giace di per sé immutabile nell’invariabilità dell’Empireo, e ciò, o amici, è la santa stabilità-Ur della nostra Vita, il nostro costante divenire dalla perfezione-Ur.

27. Se è così: perché uno spirito di luce ha bisogno di un qualche aiuto? Non potrebbe perfezionarsi sulla propria via? Sì, è possibile, ma visto dal punto di vista della nostra gioia, non è molto buono. Ognuno dipenderebbe da se stesso, e sarebbe esclusa la ‘comunità della Vita’. Come anche, cosa vi sembrerebbe la meravigliosa Mireon, se ognuno abitasse solo nella sua casa e nel suo giardino, e nessun singolo avesse bisogno dell’altro e non l’aiutasse?

28. Anche noi primi abbiamo bisogno di una Guida, in vista dell’intero Regno, cioè dal Padre stesso, da cui risulta il meraviglioso principio della dipendenza! Chi non lo vuole, non sa che cos’è la libertà del Cielo! La prima figlia Sadhana ha respinto da sé la maestosa Guida del Creatore; solamente – nella libertà quasi illimitata – con ciò diventò la ‘Lo-Ruhama’ legata.

29. Voi sapete abbastanza della lotta della Creazione; ma vi apro una profondità di cui anche noi primi abbiamo potuto renderci conto soltanto dopo la fine della lite del Cielo. Il principe Michael ha condotto la schiera del combattimento. – Perché DIO non ha cacciato la figlia diventata cattiva? Non stava nella Sua mano, l’unico diritto-Ur? Oh, quanto è eternamente vero!

30. Ma ascoltate: una creatura scacciata dal Creatore, non potrebbe mai più mettere piede nell’Empireo, perché allora non esisterebbe nessun sacrificio per la pacificazione, per la guarigione di questa ‘rottura’! Il Potere creativo – soprattutto com’è successo nella caduta – non sfiora in ciò la sua sovranità che annulli la sentenza santamente giudiziale prodotta, non importa tramite quale mezzo.

31. Mentre invece un sacrificio che ha per seguito la PACIFICAZIONE, può essere oltre ogni sentenza il ponte, allorquando una creatura viene vinta da un'altra creatura. Questo successe! Così il Santo ha livellato in modo inafferrabile quell’alta Via, la cui trasparenza del Cielo è il ritorno, reso possibile.

32. Il Dio-Padre compie il Sacrificio della Pacificazione, in cui sono incluse tutte le vie del co-sacrificio. Così viene offerta a Lo-Ruhama e alla sua casa (la materia) il ritorno e il rientro a Casa. Noi lo sperimentiamo…”, – un gioioso movimento freme fra tutti, – “…quale magnificenza l’Onnipotente Iddio fornisce alla vittoria di Michael!

33. Atal fine Egli avvolge solo una parte della Sua Entità, poiché la materia non potrebbe sopportare la pienezza della Sua Luce, per quanto sia a favore dell’amata, incorporato in una Figura (Gesù), per non parlare di quel mondo che EGLI si è prescelto e che io – precedendo – posso preparare. Egli sacrifica una parte dell’Amore per benedire uno dei Suoi Giorni della Creazione. Di questa parte – che è potenza-Ur – persino gli stessi celesti[8], insieme, potrebbero portarne solo la metà, e …non l’esaurirebbero in nessuno dei loro tempi di vita.

34. A questa parte di Amore, Egli darà una veste (la Sua incarnazione) in quel poverissimo mondo (la Terra), e porterà con Sé quella Pienezza della Divinità, con cui Lo-Ruhama è da benedire. Questa non è nessuna divisibilità della Divinità. Il Dio-UR non ha mai diviso nulla di Se stesso! Ma ciò che Egli per la benedizione delle Sue Opere, libera dalla propria Entità-Ur, alla fine, Egli lo avrà dato solo all’interno da una Parte nell’altra, dal Cui ‘spostamento di Forze’ divennero Spazio e Tempo per le creature.

35. Quello che noi vediamo come ‘Parti di Dio’, sono dei frammenti dell’Eternità-Ur in vista della nostra conoscenza. Non per Se stesso, Dio avrà staccato le parti che rimangono comunque nell’Essere-Ur! Lo avrà fatto semplicemente per via delle Opere che Egli ha ben creato per la Sua magnificenza di Creatore e per la Gioia di Padre. Nondimeno, nella Sua magnificenza di Creatore dimora la beatitudine degli amati da Dio; e la Sua gioia irradia salvezza e misericordia per tutto ciò che vive!

36. Così siamo ‘appoggiati’ al Suo Essere nella sostanza, forza, sensazione, e nella diretta consapevolezza. Dio impiega per differenti scopi i Suoi per i Suoi. Michael era la Luce, e per i caduti fu un gradino principale per la loro salvezza. Le nostre popolazioni formano dei gradini per il ritorno; DIO nella Sua maestosità sacrificale è la Scala del Cielo per il ritorno a Casa!

37. Dio stesso aiuta, purché i fedeli trasmettano il Suo aiuto. Secondo quanto il povero ha bisogno di benedizione, vengono inviati grandi o piccoli aiutanti. Nel servizio i piccoli aiutanti valgono ugualmente come ogni grande, perché i bisognosi d’aiuto immaturi non potrebbero sopportare il Raggio principale di un grande angelo, oppure di un principe del cielo.

38. Voi avete sperimentato in Lo-Ruhama[9], che i figlioletti hanno continuamente bisogno di assistenza, ma il nutrimento viene dato solo in piccole quantità. Non diversamente è con l’aiuto dalla Luce. Più un anima ha bisogno d’aiuto, più piccola deve essere dapprima la dose. Meno il tanto, che di più, il buono forma la giusta misura.

39. Perciò Dio lascia collaborare tutti i volonterosi alla prestazione d’aiuto, con cui la loro beatitudine aumenta eoni di volte. Ogni aiuto, e come questo viene offerto, non si riferisce solo all’utilizzazione integrale dei volonterosi; le Mani di DIO tengono tutti i figli, e questo, inoltre, dai Tempi della Creazione, che a noi rimangono del tutto inafferrabili. Così grandi e portenti sono le mani dell’Onnipotente! Ma se viene e distribuisce la Sua benedizione, allora noi possiamo – oh, qual Bontà – vedere la meravigliosa Figura del Suo Essere.

40. Visto dal punto di vista del Creatore, tutte le Opere nel loro insieme sono un minuscolo microbo di fronte all’Onnipotenza. Allo stesso tempo, anche l’alto Miracolo: secondo il punto di vista del Padre, ogni singola creatura è il ‘principio-Io-tu’. Là siamo figli e figlie, gli amati da Dio, e non sentiamo la Sua Grandezza, bensì, però, sempre la potenza della Bontà, dell’Amore, della Grazia e della Misericordia.

41. Quando voi, amici di Mireon, entrate nella protezione delle vostre case, e voi cari ospiti continuate il vostro cammino, allora ringraziate nel vostro cuore ancora una volta per la ricca Grazia che l’amorevole onnipotenza del Padre ha preparato. Io sono certo: dal Santuario scende su di voi la Benedizione, e vi dà la Sua pace! Ora siete pronti! Presto giungerà la chiamata dove potrete co-sperimentare il Corteo trionfale dell’Altissimo, dopo che il Suo Sacrificio porterà a quella prima figlia caduta la conoscenza, il pentimento e il ritorno.

42. Pregate per Lo-Ruhama e per tutti coloro che quivi dimostrano il loro servizio all’Opera. Vi posso benedire dal mio raggio, perché la vostra stella fa parte della sfera radiosa della mia caratteristica. Tornate a casa con gioia. Voi, cari ordinatori del paese, seguitemi nella mia casa; ho ancora qualcosa da dirvi”.

*

43. Nella benedizione aprono tutti le loro mani, come coppe nelle quali si può riversare qualcosa. Hellaskus viene affollato. Ognuno cerca ancora un ringraziamento, presentando qualche preghiera. Il sacerdote ascolta con gentilezza, dà volentieri una risposta, qua e là anche un ammonimento. Ma per andare via non ci vuole un secondo invito. I figli, per l’addio, sventolano dei fazzolettini e sciarpe gioiosamente colorate, gli adulti levano in alto le loro mani. Hellaskus, circondato dagli ordinatori del paese, aspetta finché gli ultimi se ne siano andati. - -

*  *  *

44. Sia raccontato: sulle alture stanno fino a quattro case; nei pendii dolcemente pendenti sono coltivati dei bei giardini. Nelle valli scorrono dei chiari corsi d’acqua, anche attraverso i prati e boschetti per i raduni. Attraverso il paese conducono ampie strade. Ogni stirpe ha un tempio a casa, le popolazioni ne hanno uno pubblico. Per le feste ci sono quattro grandi case per Dio (chiese).

45. Il primo è il tempio per tutti, nel quale viene festeggiato annualmente la festa del Signore; nel secondo, il tempio della luce, per la festa del sacerdote con l’arrivo di un sacerdote, in più quattro grandi servizi divini. Il terzo, il tempio dei doni sacrificali, è sempre aperto; qui vengono festeggiati insieme delle vicissitudini di luce secondo il bisogno. Il quarto tempio è noto, il cui un tempio principale è eretto rispettivamente in ognuno dei quattro continenti, che – in alcuni punti collegati da stretti (di mare?) – sono circondati da un mare di stelle. Su questi stretti portano ad ampi ponti senza pilastri. Sul mare leggermente mosso, giocherellando, si passa con navicelle, spinte dalla forza della luce atmosferica.

46. Il tempio principale, le case del sacerdote e gli ordinatori del paese, troneggiano sulle colline più alte. Ci sono meravigliosi monti, molte volte più alti che i più alti del nostro mondo. In contrasto agli ultimi, questi giganti, oltre alla pittoresca formazione, sono decorati da una ricca flora. Solo le cime portano dei boschi brillantemente bianchi, e il vento soffia forte. Non ci sono tempeste; perché il REGNO non ne conosce, meno ancora, qualsiasi catastrofe.

[inizio] - [indice]

* * *

 

Cap. 2 / II°

Le forze della Vita-Ur, le loro forme di comparizione

Nella torre di Manugur

Nella casa del gran sacerdote Hellascus sul sole Mireon: una fontana, una torre, un cameriere, corridoi ricchi di vegetazione, e cibo offerto agli ospiti – Il Raggio d’onda da Dio quale Vita inesauribile – Il desiderio di avere un sacerdote fisso sulla stella, soddisfatto dopo l’incarnazione del Sigore – Il Sacrificio stabilito alle origini per lo stop alla caduta e la generazione di un punto di svolta: il ‘ritorna indietro’ – La stella, anche come luogo intermedio per spiriti-allievi in crescita – Gli invitati al Rustane, per ulteriori intime rivelazioni

1. A metà di quella collina che appartiene alla casa del sacerdote, scorga una sorgente cristallina da una pietra con delle venature blu artisticamente scolpite. Parecchie coppe luminose sono appese alla pietra, ed ognuno può bere. Nessuno passa oltre senza essersi servito di un sorso. “Sapete…”, chiede Hellaskus andando avanti, aprendo presto le porte della sua casa, da cui emana come un bagliore dorato, “…da dove proviene la fontana?”. La governatrice Minzobba guarda grata Hellaskus. Lei, come le sue coordinatrici, ha una voce soave, ma risoluta, che ha a che fare con il suo lavoro.

2. Costei dice: “L’acqua dell’intero Empireo fu condotta qui dalla Fonte-Ur con la Creazione delle sue sfere. Quindi nessun miracolo se la fontana di questa casa dove abitano i portatori della Fiaccola di Dio è particolarmente nobile. Non conosco precisamente la sua origine. Il mare copre per due terzi Mireon, ed è immensamente profondo. Forse la fontana ha ancora il suo approvvigionamento dal di sotto di questo, come non si esaurisce la Luce nell’Empireo. Ma facci sentire, ciò che tu, amato sacerdote, hai da annunciarci”.

3. Sono arrivati nella torre Manugur [10] [z.13]. Il magnifico padiglione di ricevimento serve per la consultazione, pure per la compagnia allegra. Per quest’ultima vengono volentieri usati dei Kyipastern (?), con colonne coperte con foglie di vigna [z.14]. Il padrone di casa dispone otto sedie comode intorno al tavolo ovale.

4. Un cameriere porta del pane, frutta, vino e grandi noci, che vengono preferiti grazie al loro buon gusto. I loro gusci si lasciano aprire facilmente e i loro frutti somigliano alla manna. I camerieri eseguono sempre una funzione onorifica. A destra e a sinistra di Hellaskus sono sedute le governatrici Aurole e Serpharma; tutt’intorno si allineano i governatori Achorbyo, Thekmanas, Imahais e Ragu-Ela, fra di loro Minzobba. Lui raccoglie degli sguardi pieni d’amore e gratitudine. Durante il pasto dice a tutti:

5. “Il mio tempo sulla vostra stella sta per finire. Soltanto, …vogliamo parlare di ciò che vi sta ancora a cuore. Minzobba ha illuminato bene la domanda posta presso la fontana principale; è giusto! Aggiungo io qualcosa, e durante le mie parole potrete anche assistere a un procedimento della vostra stella di luce compatta, comodamente nel vostro più interiore, che finora vi è stato ancora irriconoscibile.

6. Guardate…”, Hellaskus indica ad un ingresso come se si stesse aprendo dalla torre Manugur, “…sotto il mare ancora più in profondità si trova la fonte dei pozzi. Voi vedete quello che una volta gli uomini progrediti su Lo-Ruhama, non avrebbero compreso nonostante la presunta grande penetrazione nella lolro natura cosmica. In curve che si ripetono a tratti, provengono Raggi su Raggi dall’invisibile Fonte-Ur, che nutrono tutte le cose.

7. Ogni Raggio d’onda si trasforma nelle sostanze atomiche più diverse che conservano l’Empireo, non in fondo Lo-Ruhama. Nello scontro fra i Raggi d’onde e gli elementi viene prodotta la necessaria ‘Forza di spinta’, di cui hanno bisogno gli elementi fondamentali come fuoco, acqua, terra, aria e i loro elementi secondari inglobati.

8. La vostra fonte principale non può esaurirsi, ma senza Raggio d’onda nel corso di certi tempi le sostanze di luce lasciate alle Opere, finiscono. Questo, contemporaneamente, significa l’essere distaccati dalla Gemma-Ur di Vita, inoltre, la ‘separazione d’essere’ fra Creatore e creatura. Ma dato che nemmeno per uno che si allontana da Dio esiste una tale separazione su Lo-Ruhama, perciò si rispecchia per la salvezza e per la benedizione di tutti gli abitanti di Luce il ‘Collegamento essenziale di Cuore’ con il Padre UR in tutte le cose della Creazione.

9. Il Raggio d’onda diventa acqua di luce leggera sostanziale, non appena ha il contatto con il pozzo. Guardate ancora solo la vostra cucina di fuoco in profondità. Anche la sua inesauribilità riceve un Raggio d’onda. La cucina di fuoco – oltre al suo calore – offre ancora la ‘corrente’ per le vostre fiamme dell’Altare. Per quanto possibile, tutti gli abitanti delle stelle possono essere istruiti da voi.

10. Vi rallegrate che l’ultimo enigma della vostra scienza spirituale della natura fosse da risolvere. Ora si può continuare in modo utile nelle cose della vita, e con buona diligenza sarete presto pronti, cosicché in tutte le case, oltre a molte cose utili, sono da impiantare ancora dei rubinetti di fuoco e anche di acqua, che non è mai necessario nutrire oppure chiudere nuovamente”.

11. Il governatore artigiano Achorbyo chiede la parola. “Non sarebbe meglio”, chiede, “di chiudere ugualmente ambedue, quando non se ne ha bisogno? Tutto il Bene proviene da Dio! I Doni sono troppo preziosi, non li si dovrebbero bruciare, far scorrere inutilmente. Dammi, ti prego, un cenno, Hellaskus, come lo si può evitare”.

12. Il sacerdote sorride: “Caro amico, il rivolo e il fiume trascinano ininterrottamente la loro acqua nel mare e nessuno è mai seccato. Come il vostro monte di fuoco nel secondo continente Furuthain brucia sempre, e la sua fiamma gialla riscalda le regioni superiori della vostra atmosfera. Inoltre, esso è strettamente collegato con la vostra cucina di Fuoco.

13. Non preoccuparti, la tua domanda non è sciocca. Tu vuoi conservare gli alti Beni di Vita del Creatore, ma ricordati: a Lui, nulla, ma proprio nulla va perduto! Se la guida di una stella cadesse e con lui il suo popolo della stella, come una volta Sadhana sul suo Atareo [vedere: Opera UR], allora, naturalmente, la Sua vita cambierebbe, e il consumo dei Beni di Vita diventerebbe uno spreco.

14. Su Lo-Ruhama si ‘conta’ su tutto, soltanto, non viene fatto così tanto da nessuna parte come proprio lì con tutti i conteggi. Solo…”, accarezza le mani delle governatrici che siedono presso di lui, “…non può succedere su nessuna stella di luce, perché i suoi tempi della prova sono già passati per noi. (la prova di libertà della Creazione; ved. L’Opera-UR).

15. Continuate ad ascoltare: come i meravigliosi Raggi d’onda provengono dalla Fonte-Ur e quivi diventano visibili dove si trasformano nel loro elemento di destinazione, proprio così, persino su Lo-Ruhama, dalle creature e dalle sfere ritornano su una seconda orbita [z.15] le sostanze di base inutilizzate, e vengono di nuovo riversate nella Fonte-Ur allo scopo del rinnovamento, e raggiungeranno la loro nuova facoltà d’impiego nei successivi Giorni della Creazione.

16. Le essenze e sostanze, affluite nelle Opere, servono come un succo di Vita [z.15], persino quando dalla parte creativa rimane inutilizzato moltissimo. I rinnovamenti vengono eseguiti nella Fonte-Ur. Così, simbolicamente, scorre anche il flusso del sangue, presso di noi in modo spirituale, su Lo-Ruhama in modo materiale. – Ora basta, potete però anche consultarvi. Tu, Achorbyo, hai ancora una domanda per la tua regione?”

- “No”, risponde costui, “ora mi è chiaro l’essenziale di quello su cui ho ancora da lavorare. Sia ringraziato il buon Dio-Padre”.

17. Thekmanas, la guida per la religione, esprime la sua richiesta in forma di preghiera e dice: “Siamo sempre stati felici quando gli alti sacerdoti o i buoni sacerdoti intermedi venivano da noi. Sappiamo che i Soli delle prime tre sfere – e la stella Mireon orbita nella quarta sfera [ved. Nell’Opera UR, la Ruota della Creazione] – hanno un sacerdote principale permanente. Lo trovo magnifico.

18. Già da tempo mi opprime che non agiamo secondo la gioia del nostro altissimo Sacerdote, UR, altrimenti…”, della tristezza oscura il suo volto, “…dovremmo avere da tempo un nostro sacerdote della comunità. Dio vede il mio cuore, anche tu, Hellaskus, se è insoddisfatto, perché sul nostro Mireon, finora, ci sono stati solo dei sacerdoti ospiti. Oh, sarebbe triste, se gli inviati dell’alto Sacerdote, Melchisedec, non venissero più da noi.

19. Nondimeno, dev’esserci un ammanco, altrimenti sarebbe stato raggiunto l’alto Stato celeste come Popolo sacerdotale. Dimmi, Hellaskus: cosa c’è che non va in me? Davanti a Dio ribadisco: deve regnare il più grande sforzo, per raggiungere la Benedizione”.

– Hellaskus mette le sue mani sulle spalle di Thekmanas e lo stringe forte al suo petto, dicendogli, mentre si rispecchia il riflesso della gentilezza di Dio sul suo volto: “Amico, come può preoccuparti la Santità dell’alto Operare, che debba avere la sua intenzione-Ur voluta? Il tuo dispiacere è molto facile da bandire.

20. La nostra conoscenza cresce, mentre tutta la luce, consolidata da Dio, da UR, non possiede né un su né un giù. Il Suo ‘essere stabile’ riposa nel santo ‘Io-sono’! Se la creatura pende all’in ‘su’ voluto da UR – come nella caduta di un ‘giù’ auto provocato – allora la nostra facoltà di cambiamento è condizionata. Questo è celato nell’aumento menzionato della nostra forza, intelligenza, consapevolezza di valore e illuminazione.

21. Ultimamente ne abbiamo parlato ripetutamente: qual maestosa Via si è scelto il Signore dall’altissimo Empireo. La Via interiore giunge da lontano, indietro, prima che avvenisse la caduta di Sadhana, tuttavia il Punto culminante del Sacrificio di UR, che ‘s’incrocerà’ nella formazione interiore ed esteriore, non appena Dio si recherà come ‘Uomo’ a Lo-Ruhama, genererà in tutta la Creazione dei punti di svolta e d’incrocio: nelle Sfere di Luce in un ‘in su’ altamente benedetto; in Lo-Ruhama, minimamente, in un – anche se difficile – ‘ritorna indietro’!

22. Ciascuno ora sarà lasciato alla sua decisione. Quanto a voi, sia però aggiunto: oltre alle prime tre Sfere [ved. Opera-Ur], nelle restanti quattro Sfere i popoli non hanno ancora avuto dei propri di sacerdoti. Quindi non avete perso niente.

23. Appunto i tre cerchi delle sfere-Ur erano e sono assistiti sacerdotalmente ogni volta dai primi del Trono, dai principi, dai guardiani, dai più anziani e dai portatori del Comando. Mentre invece il secondo gambo di angeli, la cui posizione fondamentale proviene dal quarto cerchio della Sfera-Ur, è predestinata alla Vita universale, di cui voi fate parte.

24. Davanti a Dio tutti gli abitanti della Luce hanno soltanto la posizione di figli! È anche importante che il settimo principe sia venuto su Mireon prima che l’Altissimo cominci la sua via di Sacrificio. Dopo il Suo Sacrificio tutti i soli e le stelle principali dalla quarta fino alla settima sfera avranno il proprio sacerdote[11]. Fino a quel momento, quando il Signore aprirà di nuovo il Suo Santuario per tutti, Thekamanas deve dirigere le feste del Tempio. Dopo questo, arriverà qui un vostro noto amico come sacerdote, e voi pure sarete un popolo sovrano sacerdotale, rispetto alla vostra stella. Ora, mio Thekmanas, sei contento?”

25. Il governatore si inchina grato ed esclama: “In verità, anche questo è un meraviglioso Raggio d’onda! Sovente arriva su di noi non visto. Accogliamolo, che certamente è possibile solo grazie alla grande Bontà di Dio; allora si rivelerà la Sua Magnificenza! Adesso, ogni grave peso, se siamo stati indolenti, mi è caduto”.

26. “Posso chiedere chi è quel sacerdote?”, prega di più Imahais. “Vedo un percorso (di vita), parte per il piccolo mondo scelto, dove uno non vive più in modo terreno, ma (dopo) rimane nello spazio. È certamente da presumere che fa parte della preparazione della Via del nostro Padre. Dicci, ti prego, se possiamo saperlo. Inoltre, io ho ancora da presentare una piccola faccenda. Ognuno desidera appunto un’indicazione da te, perché solo così siamo certi che da noi si procede nel modo migliore”.

27. “È Ihtuma, appartenente alla Casa della Serietà. Egli è stato primo sacerdote[12] di quel tempio, che – oh, che vergogna – non riconoscerà il Signore! Egli ha portato giù il suo modo d’essere sacerdotale, e lo porterà di nuovo a Casa non diminuito, anche se in quel cattivo mondo non gli è riuscito molto.

28. Non si tratta tanto del raggiungimento esteriore, ma di più, quello che compie il cuore, e in questo il nostro amico ha fatto molto di più di quello che egli stesso poteva presagire. A lui deve essere preparata questa Casa che è servita a me e a tutti i sacerdoti ospiti. Ma tra voi e lui non c’è nessun limite di posizione. Come governatori siete pari a un sacerdote preposto ai servizi di Dio.

29. Ora presenta ancora la tua domanda, Imahais. Però sediamoci di nuovo; prendete ancora del buon pasto”. Hellaskus si riempie il bicchiere d’argento e prende noci, pane e frutta. Gli altri lo imitano volentieri.

30. Imahais dice: “Una regione nel terzo continente ‘Vinethrya’, malgrado la cura, non è così accogliente come lo dimostra l’intera stella Mireon. Io, avendo molto terreno, volevo volentieri abbellire il luogo, ma vi cresce di meno e non con una tale pienezza come avviene diversamente ovunque. Questo mi preoccupa, dato che – e ora viene il nocciolo della questione – i nostri ospiti vengono proprio indirizzati là. Stranamente, a loro piace. – Ma perché sono posti in quella parte di terra così magra?”

31. “È presto risolto”, dice con aria buona Hellaskus. “Come ospiti – ma con gli allievi[13] si tratta diversamente – vengono considerate solamente quelle anime che si trovano sulla via del ritorno a Casa da Lo-Ruhama che provengono da diversi mondi, e allora – lo sapete da voi stessi – sulla via del ritorno c’è molto da deporre di ciò che non ha potuto essere risolto del tutto con il percorso del co-sacrificio.

32. Certo, c’è anche da considerare se una fatica maggiore dà un successo maggiore. Un servizio d’aiuto non viene mai rivalutato in modo minore tramite un ammanco mondano. Quello che però si è assunto inutilmente, ogni incarnato deve ugualmente renderlo di nuovo buono e utile. Tuttavia, dato che infine, questo risulta solamente tramite una via di sacrificio, il ritorno a Casa viene perciò formato, così che il povero resto del peso mondano possa al più presto essere pareggiato.

33. Per questo ci vuole qualche gradino nell’Empireo, per non parlare delle regioni fra queste e Lo-Ruhama. Per la propria, come anche per la salvezza di qualche anima, la via conduce attraverso delle regioni. Quando gli amati da Dio ritornano a Casa, a volte non possono accedere subito nelle loro sfere da cui erano proceduti.

34. Sia che si salga oppure che si discenda, ogni atto di vita intermedio produce l’aumento della beatitudine. A voi vengono portati qui coloro che in parte hanno terminato molto bene la via, ma hanno bisogno di ‘un certo tempo’ affinché le sostanze del mondo assunte autonomamente, queste saranno di nuovo lasciate. La zavorra del mondo deve essere purificata secondo la Legge della Luce, prima che sia da deporre sul santo Focolare come dono di riporto. L’Empireo non può accettarli prima”.

35. Imahais chiede: “Non sarebbe possibile questo, senza tali gradini? Con il rientro nella Luce la sostanza materiale si trasforma; non la si potrebbe portare con sé? A questo riguardo, sembra che manchi un anello”.

36. Lo vediamo facilmente”, dice il sacerdote. “La trasformazione della materia tramite la via ausiliaria si potrebbe adempiere subito dalla Luce, ma questo sarebbe un ‘Lavoro di Dio’! Così non verrebbe adempiuto il voto dato a Lui, di riportare Lo-Ruhama con sé per il ritorno a Casa. Tuttavia, dalla Luce, ognuno lo ha promesso saldamente, di servire, come servo e serva, al Signore, fino al tempo di riposo, di riportarGli il Suo raccolto.

37. Dato che con l’ingresso della zona morta (nella materia) viene esclusa la consapevolezza della Luce, un Raggio d’onda compensa ogni peso in più per la conservazione dei beni celesti conquistati: la Benedizione di Dio dall’arco del Suo patto e della Grazia! Il Signore, l’Altissimo, ce l’ha preparata, senza che noi, di ciò, potessimo rendercene conto prima.

38. Degli ospiti non sentono nessuna differenza fra il loro paese ospite e dei campi di stelle. Alla fine del loro soggiorno abiteranno infatti fra di voi. Dalla quarta sfera di luce-Ur ognuno ottiene la sua prima posizione di Cielo. Allora il servizio d’aiuto è concluso per quanto riguarda la materia. Nonostante ciò, nessuno congiunge le sue mani con le parole: ‘Ora ho compiuto il mio lavoro quotidiano’. –

39. La cosa più ricca dalla ricchezza di Dio è la gioia di lavorare. È stato un bene l’aver formato Vinethrya sempre più bello. Ogni sforzo è la prestazione per il procedere più veloce, come lo fu offerto anche per il vostro ritorno a Casa. Nella conoscenza più elevata, questo e molto di più ed è collegato con la stessa Via di Sacrificio di Dio. Appena Lo-Ruhama raggiungerà il ‘torna-indietro’[14] come figlia, la redenzione della sua casa sarà avviata apertamente, cosa che si rifletterà nelle nostre sfere. Con ciò sono spiegate le due domande di Serpharma e di Ragu-Ela riguardanti la comunità sociale.

40. Ancora qualcosa per Aurole che si occupa delle scuole. – Fa ciò che ti sei prefissata. Nell’ambito circoscritto tutti i piccoli possono essere istruiti, dato che presto faranno parte degli adulti. Durante delle belle camminate si possono spiegare facilmente delle cose difficili. Anche la graduale indicazione ai vostri figli sull’immenso Sacrificio d’espiazione del Padre-UR, corrisponde altrettanto allo sviluppo del vicino tempo di svolta della Creazione.

41. La sera della Stella di luce si avvicina [z.16], e il mio lavoro è finito, eccetto il mio ultimo servizio. A questo scopo andiamo nella Rustane [z.17], indicando un progresso interiore ed esteriore”. Hellaskus si alza: “Venite con me, vi prego!”. Lo si segue con piacere irradiato da grande gioia.

42. Dalla torre Manugur sale una scala luminosa al piano superiore, in cui si trova la Rustane, generalmente in tutte le case. Nella casa del sacerdote essa occupa più della metà dell’intero piano superiore. La sua larga fronte va verso est, due fronti più strette verso nord e verso sud.

43. Nel mezzo c’è un’apertura simile a un passaggio verso ovest. La Rustane, come i Kyipastern [z.14], ha delle colonne tutt’intorno, in parte collegate con delle pareti. Per tetto ha una copertura trasparente in colori chiari. Intorno alle colonne e alle pareti si arrampicano in alto molte piante da giardino con delle foglie tra le più diverse e dei grandi fiori.

44. La Rustane e due camere chiuse sono la parte personale d’abitazione di ogni proprietario di casa. Gli edifici si somigliano; ma nemmeno due sono del tutto identiche. Se qualcuno viene ammesso alla Rustane – soprattutto nella casa del sacerdote - questo significa una straordinaria onorificenza. Non c’è da stupirsi se i governatori sono saliti con il cuore palpitante.

 

Fine del testo revisionato

 

Cap. 3 / II°

Hellascus-Gabriel saluta i capi-sindaci della stella con l’ultimo discorso, prima della sua discesa sulla Terra come Simeone

Nella Rustane, come una abitazione – Riflessioni dei figli nel Regno – Ancora premesse sull’incarnazione, sulla croce, sul sangue dell’Atto sacrificale per il ritorna-indietro per Lo-Ruhama e la volontarietà di sacrificio dei credenti, per conquistarne la figliolanza e dare un ulteriore incremento di Luce nel Regno – Sulla Misericordia – L’amore manifesto dei figli

 

1. Lungo una parte della parete della Rustane, affiancata da colonne particolarmente belle, si trovano diverse sedie simili a poltrone. Ognuna ha un piccolo tavolino. Qui la vista è libera verso l’ampia apertura attraverso la quale, nella meravigliosa maestosità, un Sole mediano manda i suoi raggi, che non è quasi da confrontare con qualcosa di simile sulla Terra. Nella sua zona di cella è il Sole regnante, e la stella è la prima nel suo ordine di successione.

2. Dato che tutte le luci del cielo hanno una stessa espressione di Vita attraverso il cambiamento eternamente formato, per ogni cella di spazio di luce esistono anche dei cosiddetti giorni [vedi nota z.16] che conoscono condenonoi loro dei mattini, le loro sere e notti, i quali sono però soltanto poco da comparare con i giorni dei Pianeti della materia.

3. Il Sole comincia a diventare dorato. La sua Luce penetra nella Rustane in modo meraviglioso come un flutto sulle sedie sopra menzionate, dove il sacerdote dirige i suoi passi. Prima che si siedano, ognuno sta un momento, fermo con Dio. La Rustane ha delle parti arredate da abitazione, e così, malgrado l’ampia superficie per passeggiare, ci si sente a proprio agio. Su ogni tavolino stanno dei bicchieri riempiti con vino e piccole ciotole d’argento con ognuna un pezzo di pane.

4. Quello che sentiranno, riposa già nella gente della stella, dato che essi stessi hanno il contatto col Padre, il loro Dio d’Amore. Tuttavia, come già detto, il costante sviluppo della creatura è la gioia preparata magnificamente dal Creatore. Perciò elimina l’iniziale tristezza perché Hellaskus li lascia. Nuove conoscenze portano nuove gioie. Il sacerdote stringe la mano ad ognuno. Poi comincia con il suo ultimo discorso ai governatori per lo stadio del Mireon.

5. “Voi, amati da Dio, amici miei! Dio ha sparso la Benedizione dalla Sua Ricchezza, sotto cui Pienezza stavamo insieme. Quello che è stato conquistato il nel sesto Giorno della Creazione, dell’Amore, tramite l’obbedienza e la diligenza, in più la corona della Vita che Dio ha unito con una via verso Lo-Ruhama, per il bene dei fedeli, è costantemente aumentato, per cui anche la vostra popolazione su Mireon è contemporaneamente progredita bene. Ciononostante esistono sempre degli incrementi. E quando Dio-Padre, UR, avrà compiuto il Suo maestoso Sacrificio, persino a noi principi sarà come se abbiamo sognato! [Salmo 126, 1] Ragu-Ela, presenta la tua domanda!”

6. Il chiamato, un uomo serio [z.18], guarda nel panorama color oro del Sole, prima che dica: “Del tutto maestoso, come l’Altissimo congiunge tutto. Mi pare sempre buono che possiamo dirci tutto reciprocamente – e lo dobbiamo anche – altrimenti la vita sarebbe povera. Ma un Hellaskus – il cui nome da principe è GABRIEL – vede con precisione il nostro pensare.

7. È ancora più bello che nessun superiore annunci semplicemente tutto ciò che sa! Egli coinvolge nel discorso quelli che sono da istruire, come se anche lui stesso debba dapprima sentire che cos’altro ha da dire. E questo – mi è sembrato sempre santo – lo fa anche il PADRE quando parla con noi. O Beatitudine!”. Negli occhi di Ragu-Ela brillano delle lacrime che si riflettono nell’oro del Sole serale.

8. Hellaskus pensa: ‘Quante volte abbiamo vissuto questo, noi, cari grandi del Padre’. – Ragu-Ela continua a parlare in modo smorzato: “Nel ricordo di tale alta Grazia volevo bandire la domanda. Hai menzionato l’incremento, quando DIO darà il suo Sacrificio alla Creazione. Oh, …chi non vorrebbe comprendere questo?

9. Malgrado ciò: come mai che esistono degli incrementi, diciamo, nel corso di tempi limitati, quando l’alta Guida dalla perfezione-Ur del Padre, è per i figli? Li amerà di più, Lui, più tardi, di com’era nel tempo antecedente? Aumenterà da Lui il sentire dei concetti, oppure saremo ancora così tanto ‘creature’, malgrado la parte di Luce, l’essere collegati a un tale procedimento?

10. La nostra vita scorre come una corrente. Sovente ero seduto alle nostre quattro [Gen. 2, 10] correnti [z.19], le cui ampie acque sfociano come portate nel mare della stella. Mi è parso come se io stesso fossi una goccia; e il Mare fosse la Pienezza di Dio, nella quale arriviamo tutti, nella quale Egli accoglie tutte le creature filiali. Ma secondo la tua parola, Hellaskus, alla cui Verità m’inchino, questo sarebbe dissolto, e ciò – perdona – in qualche modo fa male al cuore.

11. Da ciò vorrei escludere qualcosa, del tutto fermamente; e ora …”. Ragu-Ela tace. Può dire che Hellaskus gli avrebbe cancellato la cosa più bella della visione? Ma già sente la sua mano sul suo capo benedicente. La dolce voce risuona sempre come una carezza, sia nei colloqui, tanto quanto nella predica. Ora risuona tranquillizzante attraverso la Rustane.

12. “Ragu-Ela, anche l’ultimo sarebbe vero. Ora contempliamo la tua immagine e l’inseriamo nella Misericordia di Cuore del Padre. Hai visto molto in profondità. Sì, tutti i corsi d’acqua – nell’Empireo solo in modo spirituale, nella Lo-Ruhama quasi sempre nel modo materiale – servono nella Sapienza di UR ad un maestoso scopo dato ad ogni Opera. Oltre a questo, vengono impiegati per la Benedizione in quei paesi attraverso i quali devono portare i loro flutti.

13. Tu pensi rallegrato; allora non potrebbe nemmeno essere sbagliato ciò che hai percepito per via delle differenze pre-sentite. Ma se ora avete sentito la mia parola, la vostra gioia, in cui vedete già l’esempio che cosa significano gli incrementi, crescerà. Perciò non c’è bisogno dell’ulteriore spiegazione, che l’alto Atto sacrificale di Dio porta per ogni Vita un ‘avanti’ supplementare, quando ne risulterà per Lo-Ruhama il ‘ritorna-indietro’.

14. Tutti gli amati da Dio potevano conquistarsi molti beni di vita attraverso la fedeltà, la diligenza, l’obbedienza e mediante la volontarietà di sacrificio in crescente felicità beata. Si trova conservato nel Patto che i beni si rivelino un poco alla volta. Oh, non pienamente consapevoli – Dio per questo aveva steso una Coperta – tutti gli abitanti della Luce sentirono quella grave ferita di alla  Creazione, che Lo-Ruhama aveva inferto al Giorno dell’Amore; e per la maggior parte a se stessa.

15. Nulla avrebbe potuto guarire questa ferita, se non fosse stato il SIGNORE, l’Aiutante! Egli ha aggiunto ad una beatitudine, che nessuno può afferrare pienamente, dal nostro ‘avere’ fino alla svolta della Creazione, e ne ha fatto un unguento [Cantico dei Cantici, 1, 3], con cui Egli guarirà tutti, dopo il Sacrificio, portando il Sangue della ‘Ferita della Creazione’. Per Qquesto, siamo noi in prima linea noi, noi che abbiamo rinunciato a qualche magnificenza per Lo-Ruhama.

16. In seconda linea lo sono tutti i precipitati che hanno bisogno di questo Aiuto. Perciò, noi, sette principi, per la caduta, per noi e per tutti i fedeli, abbiamo deposto con nostra consapevole responsabilità, sul santo Focolare nell’Empireo, la conservazione della ricchezza raggiunta e il nostro più sublime tesoro, cioè: la figliolanza di Dio conquistata da noi nella prova di Libertà della Creazione!

17. Che in ciò mancava un certo progresso, lo si sentiva di certo solo esteriormente. Ma la grande Arca del Patto del santo Focolare, conserva il nostro Bene. Quando risuonerà il santo: ‘È COMPIUTO!’, allora si aprirà l’Arca e ne sgorgherà: ricchezza e anche figliolanza, il nostro avere più sublime!

18. A voi è diventato chiaro che con ciò seguiranno degli incrementi, inondando dei ‘tempi’, e non veramente solo ‘del divenire’. Con il Sacrificio di Dio ogni co-sacrificio ottiene anche il suo ‘co-compiuto’, che vale per ognuno che ha servito e servirà Lo-Ruhama, non importa se una o più volte[15]. Qui la Grazia conosce solamente una misura che è appesa all’Anca di Dio.

19. Se ogni salita, insieme alla figliolanza, dipendesse pur con la Via di Sacrificio di Dio, saremmo ancora molto ‘creature’, allora contemporaneamente il santo Principio di Vita-Ur di Dio, sarebbe subordinato al mutamento e ai corsi del tempo come allo sviluppo dello spazio, infine non incatenato al su e giù della creatura. Ma questo spezzerebbe ogni riconoscimento della Perfezione di UR, con la possibilità di perfezionamento dei figli. Allora UR non sarebbe ciò che Egli è!

20. La Sua eterna perfezione non viene sfiorata! Dalla vedetta dello sviluppo possiamo riconoscere la perfezione-Ur e, credere per nostra benedizione. Perché per noi si rivela la Sua Magnificenza, Santità, Bontà e Misericordia di Cuore. Proprio dell’ultima ho ancora qualcosa da dire, dato che inoltre, nei confronti delle Opere, io sono il suo Portatore”.

21. Hellaskus mangia e beve. Si segue il suo esempio e, nell’ulteriore decorso, nel frattempo viene consumato il piccolo pasto. Anche una ‘cena’, perché ognuno pensa con ciò al Sacrificio, quasi inimmaginabile, dell’alto Signore onniamato. E come è già successo ripetutamente, Hellaskus alza in alto le mani come benedicendo. Tutti chinano il loro capo in silenzio.

22. Egli dice: “Che cosa è la Misericordia? Il Diritto, non si esaurisce in una Grazia a cui si anela su Lo-Ruhama, senza presagire che cosa sia e come agisca. Dato che là, ambedue i generi umani [z.20], si sfilano volentieri i peccati, però vorrebbero vivere nel diletto mondano,. Ciò è da comprendere secondo il loro stretto orizzonte, quando credono che tramite la Grazia di Dio, ogni ingiustizia dovrebbe essere cancellata.

23. Anche dall’illusione che ci si fa della Grazia di Dio, proviene l’essere pietoso dell’uomo. Tuttavia, Dio lo considera secondo la Giustizia di Base ed Onnipotenza. Sono accoppiati Onnipotenza e Pietà, Grazia e Diritto. Ma loro escono reciprocamente dall’abbinamento. In qual santo modo, UR ne ha designato la grande Via-Atto-Anno, lo possono potranno riconoscere solamente di tanto in tanto perfino gli amati da Dio, rispetto al loro progresso.

24. Abbiamo bisogno noi di Misericordia e di una Grazia, dato che siamo rimasti fedeli? Il Diritto e l’Onnipotenza nell’incrocio – considerato dal punto fermo delle creature – sono la Sovranità della Luce, mentre la Grazia e la Pietà vengono generalmente riferite solo alla caduta. Sotto un certo punto di vista è anche giusto, fin dove viene considerato con ciò l’intero Sacrificio dell’Empireo.

25. Dalla conoscenza più elevata è da distribuire il ‘tutto su Tutto’, come Dio aiuta i Suoi tramite i Suoi. Ma esiste anche un ‘Punto di Vista di Dio’ che possiede senza dubbio la Superiorità. Ben dice anche l’Onnipotenza: ‘Tutto, per tutto!’, e da questa Vedetta dell’Onnipotenza è da riconoscere il Fondamento, su cui le Opere hanno la loro struttura.

26. In tale ‘del tutto particolare’ giacque per ogni costruzione di un Giorno della Creazione, come una prima radice, ogni effetto per le sette Caratteristiche di Dio che Egli si è prescelto come spiriti, Stelle, fiaccole e come Luminari. Da questa radice, la Faccenda causale puramente personale di UR e non riguardante il creativo, devono perciò fluire i Suoi sette Raggi di Vita fondamentale incondizionatamente ed inarrestabilmente su tutte le Opere della Creazione.

27. Diversamente ci sarebbero delle parti, per piccole che fossero, che non riceverebbero nulla dell’Irradiazione, e con ciò sarebbero senza nessun legame di Vita con la Divinità. Questo però non esiste in eterno! Persino Lo-Ruhama, come figlia, certamente non voluto e respinto da sé, possiede il legame di Vita, il PATTO!

28. Nondimeno, un effetto temporaneo delle Caratteristiche può, secondo la predisposizione delle creature-figli, coprire e svelare. Lo svelato non deve essere sempre evidente. Molte cose si vedranno soltanto dopo il Sacrificio del Padre, anche se esistono già da molto tempo. Non è subito comprensibile che il Diritto e l’Onnipotenza coprono i nostri beni, da cui però diventa precisamente riconoscibile come agiscono in modo sovrano questi tratti del Motivo principale nell’Empireo, mentre la Grazia e la Misericordia danno ai fedeli gli incrementi menzionati.

29. Molti incarnati credono che Lo-Ruhama abbia bisogno della Grazia e della Misericordia. Questo risulta giusto al riguardo di tutti i sacrifici, anche per la Redenzione globale. Ma dalla Vedetta di Dio, il Palo orizzontale della Croce, sono il Diritto e l’Onnipotenza. Cioè:  Fin qui e non oltre!

30. «Nessuno passa oltre alla Croce, chiunque tu sia, quando e dove vivi! La Croce, come AMORE del Mio Giorno di Creazione, dove era avvenuta la caduta, è il ‘Segno di Sigillo’ di ogni Giudizio del Mio Diritto di Giudice! Per i figli, che si sono volontariamente chinati alla Croce e le sue conseguenze di Sacrificio, vi sta il Suo Palo, come Sostegno e Aiuto, come ‘Grazia e Misericordia’! A questo Palo ognuno troverà il suo sostegno, che riconosce il ‘Santo Alt, del Diritto e dell’Onnipotenza’!»

31. Nel Regno, la Grazia e la Misericordia agiscono così meravigliosamente, che tutti i fedeli ricevono dall’Onnipotenza anche il loro diritto. Poiché all’entrata nella zona di morte (la materia) la consapevolezza di Luce viene coperta, quindi anche la figliolanza, il nostro alto avere. Ma dato che il Creatore è anche il PADRE, la Bontà, Potere, Giustizia e Fedeltà, EGLI non deve niente a nessun figlio.

32. Egli paga la moneta del salario giornaliero [Matteo 20, 2] cosicché noi dobbiamo dichiarare: ‘Signore, hai pagato troppo; ho fatto solo ciò che mi spettava di fare!’. Viceversa, su Lo-Ruhama precede l’Onnipotenza e il Diritto, perché li hanno provocati i precipitati. Senza il DIRITTO e l’ONNIPOTENZA non possono sussistere nella loro povera lontananza.

33. Incrociati operano fra Luce e tenebra le due coppie delle Forze della Divinità, perché la Grazia e la Misericordia che ci spettano sono costanti, come per Lo-Ruhama il diritto e l’Onnipotenza. Da questi che possiamo esigere anche la moneta del salario giornaliero, dalla Misericordia e la Grazia viene prodotto un Unguento per la povera figlia

34. Dal dare e dall’avere – cioè con il massimo Sacrificio – è da guarire l’intera caduta, e nessuno rimarrà senza Salvezza. Con ciò è collegata la Luce isolata, che voi potete vedere e già riconoscere, dato che viene pure guidata direttamente al di sopra della vostra stella. Voi avete pensato nell’umiltà: ‘Perché proprio al di sopra di noi? Ogni popolazione dei nostri Soli e delle Stelle hanno almeno lo stesso diritto di possedere questa maestosa via di Luce’.

35. La vostra umiltà compiace a Dio; è una parte della Via sulla quale il Raggio cade in giù. L’umiltà di tutti gli amati da Dio, che si rallegrano perché riguarda la vostra stella, è la stessa parte della Via che il SIGNORE usa per il Suo piede. Sepharma ci può dire ciò che, appunto, si è risvegliato ora in lei, e ognuno può riceverne una buona parola. Ora: che cosa ti ha mosso?”

36. Sepharma alza un poco le sue mani; vuole dapprima prendere ciò che ha da spendere. Il caro, delicato volto è illuminato dal raggio del Sole serale; risponde grata: “O Hellaskus, buon sacerdote, ci hai dato molto, che è abbastanza della grande Bontà di Dio, soltanto, …mai distaccati dal Padre della Misericordia. Così vorremmo vivere nella Luce.

37. È il mio desiderio che nella nuova notte che ci preparerà il bel riposo, il tuo insegnamento riecheggi in noi, affinché da LUI rimanga eternamente in noi la radice del Cielo. Ma il mio pensiero è che il Creatore ha formato dalle sue incommensurabili Magnificenze un Raggio speciale: la Luce isolata! Noi la vediamo, benché l’Empireo sia Luce nella Luce.

38. Quanto è possibile che questa Via si mostramostri, anche in modo prevedibile, come quando il Signore giunge nel povero abisso? Io credo, EGLI, il Padre, nella Sua Rivelazione alle creature di figlie è senz’altro una Luce isolata, una parte della santa Entità-Ur, per quanto il popolo di figlio possa afferrarlo e portarlo.

39. Fin qui lo comprendo, ma non la Sua Via sacrificale e il come si riversa riversi come Raggio di Luce nell’oscurità. Naturalmente, Egli può dividere le Sue Magnificenze, lasciarli splendere in modo minore o maggiore. Tuttavia, …la scissione della Sua Persona di Luce, soprattutto in quella Via singola che percorre il Cosmo come una sottile corda, la cui portata noi non commisuriamo ancora, deve provenire da un Fondo-Ur più profondo; poiché, come sarebbe diversamente possibile di comprenderlo secondo la nostra conoscenza?

40. Certamente, Lo-Ruhama viene legato alla sottile corda e con inimmaginabile Onnipotenza e Pietà paterna, e con Diritto e Grazia, sarà di nuovo tirata su verso la Magnificenza della Luce, per l’Onore di UR, per la nostra gioia, per la Redenzione della nostra povera sorella, insieme a tutta la sua casa. Ti prego, fratello sacerdote Hellaskus, dicci su questo una parola, già che lo possiamo sapere, perché passi l’Onda sulla nostra stella Mireon”.

41. Il sacerdote annuisce a tutti, gentilmente, con occhi chiari. Ognuno gioisce, di sentire una nuova rivelazione sul punto per loro in parte non ancora illuminato. Attendono felici che cosa verrà ora, certamente, in generale, parzialmente presagito attraverso il modo della domanda. Lo conferma anche Hellaskus, lodando questa domanda, e risponde:

42. “Serpharma, hai illuminato molto bene il centro della domanda e occorre meno spiegazione, com’è da considerare il santo Segreto. Ora: il Creatore non isola per conto Suo delle parti di Raggi della Sua Luce per ottenere qualcosa. Egli può far agire di per Sé la Sua Onnipotenza. Voi sapete che questa Onnipotenza Si riveste quasi sempre nell’Abito dell’Amore, la cui Caratteristica domina nel nostro sesto Giorno della Creazione.

43. Che noi vediamo una tale irradiazione, è la Vita naturale, nell’Empireo una Realtà, ma in Lo-Ruhama è data unicamente dall’Onnipotenza come parte essenziale. Chi va nella zona di morte, il suo corpo essenziale viene coperto, e non lo si vede più durante questo percorso.

44. Invece, il corpo sostanziale dell’incarnazione si decompone non appena l’incarnato abbandona il mondo del Pianeta. Questo vale anche per quelli della caduta. Nella Luce, la nostra esistenza è una realtà, benché lo spirito dal corpo di Luce risplende insieme all’anima. Qui ognuno può vedere e riconoscere ognuno. Nulla è più compatto nell’intero Universo che la nostra Vitalità di Luce.

45. Dei Raggi, isolati per un alto scopo, devono sempre mostrarsi. Nel primo Ordine è una Legge-Ur per via del Sacrificio, che la povertà debba riconoscere questo Raggio. Essa lo ha appunto provocato. Come UR la appende al Filo [Sancto Sanctorum, cap. 1], ve la tiene e la attira totalmente in Alto, proprio così Lo-Ruhama deve totalmente vedere e tollerare ‘la Via del Sacrificio più alto’!

46. L’Offerta interiore richiede la visibilità esteriore, altrimenti gli incarnati non troverebbero nessun impulso, nessun sostegno. Ad UR sarebbe comunque possibile di eseguire il Sacrificio sulla Base del Cielo, e potrebbe essere comunque onnicomprendente. Ma la Sua incommensurabile Bontà dona alla figlia profondissimamente caduta, e a Lui così cara, la Figura esteriore dell’Onnipotenza dal Suo Essere; questo, inoltre, grazie alle condizioni dell’Anno-Azione-UR.

47. L’UR nel Suo Sacrificio, ha coperto molto della Sua sovrana Volontà di Dominio, del maestoso Ordine, dell’Alta Sapienza, della Santità, della Serietà mediante la Pazienza, l’Amore e la Misericordia, ma ora mostra mostrerà la Verità del Sacrificio nella Forma: EGLI va andrà in quella zona di morte, per risvegliare alla Vita la povera caduta mediante una morte, e di elevare alla Luce, di purificare di nuovo, ciò che è insudiciato, per guarire tutto ciò che è ferito e misero.

48. Questo Atto non si riesce ad afferrare del tutto. Questo non è nemmeno necessario; altrimenti UR sarebbe afferrabile in tutta la Maestosità. Ma questo non può assolutamente aumentare la nostra gioia celestiale, perché un gradino esiste soltanto là dove si mostrano nuove Alture. Un figlio della Luce non si stancherà mai, quando deve arrampicarsi su un monte dopo l’altro – oppure apparentemente non senza arrivare alla meta.

49. Noi conosciamo la salita! Ogni passo è una meta raggiunta dalla meta. Come la Luce dimora nella Luce, così noi viviamo nel Padre, UR, stando dinanzi a Lui e seduti ai Suoi piedi. Quello che noi apparentemente non afferriamo, lo portiamo in realtà in noi come Forza di spinta del nostro essere, come contenuto della nostra Vita.

50. Il Raggio speciale scorre come una sottile corda, perché Lo-Ruhama non potrebbe sopportare di più. Diversamente non esisterebbe nessun ‘torna-indietro’, nessun ‘vieni a Casa’, ma uno svanire nel peso della Luce. E ricordate: ci vuole più che un Cenno, una scheggia di Pensiero, per levare una Creazione dai suoi cardini oppure anche di mettervela, secondo com’è necessario? ! Perciò credete: il Raggio isolato è

il Forum della Giustizia,

in cui UR estinguerà la colpa di base!

51. Che il Raggio passi sulla vostra stella, ha questo scopo: i corpi di Luce dello spazio sono creati in successione, che non è necessariamente una misura di valore. Nel quarto anello di Soli la vostra stella fu la prima secondo il primo Sole. Per questo motivo la Luce isolata passa su di essa. La quarta sfera d’anello corrisponde anche alla Quart’essenza, e che UR ha tolto la Redenzione da tutto il Suo Essere.

52. Dato che è per la prima figlia, nel Santuario la via parte dal Sole-Ur attraverso tutte le Sfere nel Campo di Raggio della Misericordia, perché da questa – sempre incoronando – risulta la Linea diretta verso Lo-Ruhama. Ma fu la quarta Fiaccola[16] che dopo la vittoria di Michele spinse la figlia nella sua lontananza.

53. Michele chiuse l’Eden del Cielo, e la povera figlia fuggì dalla Serietà della Santità. Perciò nel quarto Anello, nel campo della settima Sfera del Raggio, la Via si trova nel mezzo, rivelando contemporaneamente il MEDIATORE. Al di sopra di Mireon si vede il Raggio isolato in Lo-Ruhama, tanto più su quel piccolo mondo che sperimenta l’Atto di Sacrificiosacrificale di UR. Il ‘Sangue del Sacrificio’ scorre attraverso tutta la caduta, ma la ‘santa Redenzione’ anche attraverso le Regioni di Luce. Il resto, voi, amati da Dio, lo imparerete nell’Alto tempo, che significa anche: - È il tempo massimo di per salvare la povera figlia!

*

54. Il vostro Sole tocca l’orizzonte, e ora io scendo. Il Padre, UR, vi benedice, a LUI sia ringraziato per questo tempo di Grazia”. Hellaskus si alza, strettamente circondato dai governatori. Loro Essivedono, compenetrati da Luce ardente e pieni di devozione, levati in alto nella parte più interiore del Santuario, vedono come se ora potessero stare inginocchiati dinanzi al loro alto Sacerdote Melchisedec. Uniti così, percepiscono la buona Forza che viene su di loro dal cuore di Hellaskus. Ed egli prega:

55. “Santo, altissimo, onniamato Padre, UR! A Te restituisco con gratitudine il buon Giorno che le Tue mani ci hanno dato; e con una preghiera voglio accogliere la Tua Notte. Oh, sante sono le Notti nelle quali Tu fai regnare la Tua fatica per tutti i figli. Ed affinché sappiamo per quanto possibile creativamente, come le Tue maestose Notti si formano, perciò Tu hai dato anche alle Cellule di Luce nello spazio, Giorno e Notte [Z. 21] nel decorso dei maestosi Giorni della Creazione.

56. Per gli amici qui sulla ‘Tua stella’ è passato un grande Giorno di Grazia; non lo possiamo trattenere ed avere nessuna parte nel ‘passato’. Ma rimane ciò che affidi a Tempo e Spazio per l’alta Beatitudine e gioia dei Tuoi figli: Bontà e Misericordia, le scintille dai Raggi delle Tue maestose Caratteristiche, della Tua santa essenza-Ur, che noi possiamo avere come creature di figli, di cui la nostra Vita si nutre eternamente.

57. Ma per Te, o UR, Eterno-Vero, ogni Giorno e ogni Notte rimangono esistenti nelle infinità di tutte le Tue Opere! Durante il Giorno Tu crei così tante cose, che noi vediamo solo più tardi, quando si rivelano per noi per la Salvezza; e nelle Notti, Tu raccogli e spargi le Semenza, come compiace alla Tua Magnificenza di Creatore, alla Tua Volontà di Regnante!

58. SIGNORE, Gloria, Onore, Lode e Ringraziamento siano dati a Te per la Tua grande Gentilezza, sotto la cui Protezione e Scudo noi viviamo. Ora benedici i Tuoi figli su Mireon, dà a loro la loro parte nella Tua Via, che scenda su di loro nell’abisso. Dà anche a me la parte di questa alta Salvezza, e fammi operare l’ultimo, prima che TU, STESSO Ti riveli come UOMO.

59. Oh, guarda, come il serpente mette i suoi diavoli sulla Terra, per distruggere l’ancora solida della loro salvezza., Ed e anche se i fedeli, che peregrinano con Te per la stessa Via, non mettono un pieno chiavistello alla distruzione, aprirai TU, Onnipotente, dal Tuo alto Diritto, l’ultima Porta!

60. La Grazia e la Misericordia conserveranno loro su preghiere e comprensioni quella vittoria, verso la quale Lo-Ruhama nel suo spaventoso tempo carcerario tende le sue grinfie e tiene soltanto il proprio peso nelle mani rovinate. Salva, Signore! Guarisci tutte le ferite, mediante la Ferita che TU raccoglierai nella Tua Croce!

61. Benedici il mio raggio che precede, che devo portare in segreto e apertamente, com’è necessario. O UR, Eterno-Santo, Eterno-Unico e Verace, sono Tuo, il portatore della fiaccola della Misericordia!”

*

62. Il Sole irradia ardentemente la stella con una Vampata che pone sul capo del sacerdote un lungo tempo benedetto come da due lingue di fuoco. I governatori assistono commossi, totalmente dediti alla Rivelazione celeste, perciò non sanno quasi dire come si sia svolto l’addio. Hellaskus dà agli uomini la sua mano, bacia le donne sulla fronte. Dalla vista d’ovest della Rustane vedono l’allontanarsi dell’amato insegnante. La Luce isolata forma una larga traccia, sulla quale l’alto cherubino discende al povero mondo prescelto.

 

 

[indice]

        (3a Parte)

 

(Quello che è successo in Oriente)

«V’era in Gerusalemme,

un uomo di nome Simeone;

ed egli mosso dallo Spirito,

venne nel tempio»

[Luca 2, 25- 32]

Capi. 1 / III°

I primi sacerdoti con il progetto di recuperare il culto perso nel tempo sotto Pompeo

 

 

1. A Gerusalemme è come se tutta Roma si desse appuntamento, anche se la povera Giudea non ha molto da offrire. Si mormorano delle parole segrete per le quali non si tendono solo le mani, non pronunciato ed incoscienti, anche i cuori, per raggiungere qualcosa di ‘ultraterreno’.

2. Come un alito di vento si sussurra tutt’intorno: “Deve arrivare! qualche cosa,Qualcosa deve cambiare! ‘Il Redentore’?”. – “Povero sciocco, che cosa stai fantasticando? Da settecento anni attendiamo il Messia e non è venuto nessuno ad aiutare, che portasse la liberazione dalla schiavitù che ahimé, ci ha colpitacolpiti, ahimé, così tante volte”.

3. Ci si guarda intorno attorno timidamente. “Se si tratta soltanto della libertà, non abbiamo nulla da aspettarci. Ci siamo scavati la fossa da noi stessi e vi stiamo già dentro con un piede. Si tratta dell’interiore, della fede!”

4. “Di questo? Sciocco! Non se ne occupa nessuno! Qui il denaro,” si imita il contare delle monete e ci si batte sulla pancia! “e qua il cibo! Dimostralo che i mille anni ci hanno portati avanti, allora credo – certo, al ‘dio del mondo’ – e a nessun altro”.

5. “Se ti sentisse il tempio… Puoi avere subito il tuo giudizio! Ma non si tratta di questo, piuttosto di …” Scompaiono. Risuonano duri passi al ritmo e già una ronda gira all’angolo di un muro grigio. È severamente proibito radunarsi; perché, dov’è una carogna, si radunano gli avvoltoi! Ovunque c’è un ribollire. Roma teme una rivolta.

6. Arriva un nuovo governatore. Dopo coloro quelli che ci sono stati, nessuno pensa ad un miglioramento. Si sussurra un nome: ‘Cirenio’. Hah, soltanto non nutrire una falsa speranza! Sorge di nuovo una parola: “‘Mi lascio mangiare dal prossimo leone, se il nuovo è migliore”.’ Ah, soltanto che sia solo un po’ più facile, che si potesse camminare nella città, nel proprio paese, per quanto il tempo e dove sia necessario.

7. Anche nel tempio, su cui Roma ha gettato l’occhio, si sussurra. I governatori dovevano dovranno ammettere, digrignando i denti, che questo possiede ancor sempre ancora il suo potere, con cui prolifera fra il popolo, malgrado molteplice restrizionenonostante le molteplici restrizioni, caricatae ingiustamente al tempio. Finora nessuno dei Cesari ha raggiunto la meta: il bastione da cui il paese sarebbe da sottomettere con meno impiego, com’è riuscito in parte oltre la montagna (Europa, Alpi).

8. È un anno del destino (7 a. C.), in cui due alti sacerdoti hanno ottenuto il timone. Athaja, il primo, un uomo dai capelli neri, il cui esteriore oscuro viene considerato come specchio del suo essere, crea molto disagio all’occupazione. I romani raffinati non riescono ad avvicinarlo. Il popolo deve espiare doppiamente; perché un Athaja sa come si possono spremere dei limoni. E lui opera così convincente, che persino i più poveri danno gioiosamente: cioè per la ribellione, che il primo del tempio sta pianificando.

9. Il secondo, Zaccaria, è il preciso opposto. Athaja da buon conoscitore degli uomini non ha mai tentato di conquistarlo per il suo lavoro da talpa. Ma se ha bisogno di un mediatore, sia per gli enti romani – il quarto principe – come anche nei confronti del popolo, non conosce nessuno meglio di Zaccaria, il quale, inconsapevolmente, gli toglie le castagne dal fuoco.

10. Zaccaria, provenendo ancora dalla pura scuola dei sacerdoti, ritiene come Verità la parola del primo, perché lui stesso non conosce nessuna menzogna. Lui è la linguetta più sicura sulla bilancia fra Roma e Gerusalemme, in parte perfino per altre zone. I due alti sacerdoti sono stati scelti e ammessi per sette anni come primi del Sinedrio; l’occupazione non lo concede per più tempo.

11. Il giorno che qui viene descritto, ambedue trattano insieme, Athaja nascondendo la sua ira, Zaccaria di animo tranquillo. Certo, lui vorrebbe sapere libera la sua Giudea, ma tuttavialui vede dallo ‘Spirito di Dio’, che la miseria del popolo non si può semplicemente limitare. Non s’illude nemmeno che attraverso i pesi sia diventato più credente. Oh, no!

12. Molti sono stati bastonati in modo non duro, per attingere forza dalla fede; molti pensano secondo il tempo, non appena possono vivere un po’ meglio. Di questo genere ce n’è una massa, i quali servono volontariamente i romani e così tradiscono il loro stesso popolo. Il resto: che almeno creda e speri come il secondo alto sacerdote, nell’Aiuto del Signore.

13. Athaja parla dei tre gruppi: “Con i battuti morbidi si riesce ad ottenere di più; li si dovrebbero portare all’odio”. – “All’odio?” chiede meravigliato Zaccaria. Athaja si accorge dell’errore. “Intendo così: …”, si corregge veloce, senza fare una grinza, “…questa gente ha bisogno di una nuova spinta di vita. Non si deve odiare Roma, se per ciò è da conservare la fede in un Dio dei nostri padri?

14. Quanti dèi porta Roma! Meno gli invisibili, più però tali che agitano una dura verga. Fra non molto, e dobbiamo – come a Babele – portare sacrifici ai loro dèi. Vuoi questo? Non vorresti opporre tutte le forze per mantenere la Giudea nella fede dei suoi padri?”

15. Zaccaria ascolta in se stesso. C’è qualcosa che lo avverte, se il primo sia di cuore puro. In questo destino tutti i sacerdoti non dovrebbero rivolgersi solo all’Altissimo, che a Suo tempo e senza fatica possa schiacciare Roma? Gli attacchi aumentano; nell’ultimo anno ci sono state più condanne che in tutto il tempo di Pompeo. Ma chi chiama ancora il Signore in questa miseria? I servizi del tempio e le preghiere sono diventate così sottili, miseri, come l’ultimo fasto degli abiti dei sacerdoti, che i nemici hanno avanzato.

 

16. Se Zaccaria sapesse che Athaja non pensa proprio alla fede, che lui vuole levare trionfalmente i suoi pugni su Roma, - egli getterebbe da sé il suo abito consacrato come un grembiule. Ma il Cielo lo tiene stretto, per via della sua fede per l’ultima salvezza del popolo, …quando Gerusalemme riconoscerà il REDENTORE che sta arrivando! Nessuno dei due lo sa ancora. – Ora Zaccaria risponde e abbrevia finalmente l’impaziente attesa di Athaja:

17. “È il massimo dovere conservare la nostra fede, l’unico bene che Roma non può divorare. Soltanto, a volte mi sembra che non si tratti per nulla della fede, piuttosto di …” – “Ma che pensi!”, interrompe Athaja, “Si può ottenere di più, che Roma ci restituisca almeno la libertà di celebrare le nostre feste di Dio? Perché allora…”

18. Può dire che vorrebbe attizzare una speranza sul ‘Messia’ che sarebbe da imprimere nella libera predica? Tutti gli uomini – e per lui anche tutte le donne – devono bere il suo discorso come un dolce veleno: «…viene il Messia, Egli libera i cuori!». ‘Cuore’, sarebbe bensì soltanto di certo solo il motto.

19. Trattenendosi con la forza, aggiunge come secondariamente: “Zaccaria, sei buono nel trattare; tu potresti, come quando avviene il cambio del governatore, in certo qual modo pregare fra porta e stipite. È un tribuno più giovane, Cornelio; non deve essere malvagio. Una rondine bianca fra nere. Se solo abbiamo il privilegio nella tasca – egli ha bisogno di molto tempo per esaminare un privilegio, …allora la nostra fede si può risvegliare durante per un po’ di anni”. Athaja pensa alla rivolta popolare della Giudea, e fa i pugni sotto il suo mantello.

20. Zaccaria è contento. Athaja, quindi, è sincero. Anche se non si promette molto, proprio ora, di sorprendere il tribuno in tali faccende principali, lui lo vorrebbe osare volentieri. Forse… “Hai ragione!”, dice lui con fervore, “Deve avvenire la cosa più urgente! Facci pregare nell’Onnisantissimo, davanti all’Arca del Patto, allora il percorso sarà benedetto”.

21. Athaja annuisce, ma tuttavia lascia pregare Zaccaria e non sente altro che qua e là il fervore della sua voce. Lui non prega; egli riflette, come il privilegio, magari conquistato, sarebbe da sfruttare nei ‘suoi servizi a Dio’. Considerato il momento, non lo si deve rimproverare. Lui sente con il suo popolo; e la storia, soprattutto sin da Pompeo, che lui studia molto – lo fa anche Zaccaria, solo da un altro punto di vista – non lo poteva formare quasi diversamente.

22. Lui non è un uomo cattivo, non fa nemmeno notare troppo che è il superiore. Nei confronti dei più poveri è sovente così inerme, commosso fino alle lacrime. – Quasi non si accorge che Zaccaria si alza. Fa come se anche lui volesse ancora pregare, davanti alla falsa fiamma dell’altare, l’unica cosa che qui lo opprime.

23. Zaccaria non abbellisce, perché anche lui deve tacere su questa bugia. Se soltanto avesse sperimentato allora, quando la fiamma divampava nuovamente tramite Isai-i [vedi “L’eterna Luce”]. Si prepara sospirando di nascosto, per andare nel tribunato nel quale risiedeva Cornelio da quattordici giorni.

24. Athaja, che comincia a temere perché non si sa che cosa fa un tale giovane romano, lo trattiene: “I sacerdoti principali Malluch e Pedatja devono andare per annunciarti; fatti accompagnare da dei servi”. – “Mi fa bene la tua preoccupazione…”, sorride seriamente Zaccaria. “…ma ricorda: ognuno viene perquisito sulle armi. Allora sarebbe subito finita. E senza…? A che cosa mi potrebbero servire?

25. Se io e il tribuno ci incontrassimo, allora è meglio se sonoche sia da solo. Il romano me se la prenderebbe a male, se venisse andassi in compagnia. Magari non disimparo soltanto io”, Zaccaria mostra intorno nel tempio, “ma molti la loro lingua. Mi comprendi?”

26. Athaja si raccoglie: “Devo, io stesso…?”. –  Zaccaria rifiuta quasi con veemenza: “Uno di noi deve rimanere risparmiato al popolo”. Il primo sospira alleggerito in segreto. L’offerta non era intesa così seriamente. Il suo fuoco attizzato non deve più spegnersi, …se lui vuole spezzare Roma.

27. Zaccaria disturba la sua riflessione: “I giudizi Jaor e Thola sono i più capaci. Devo anche seguire loro, passo per passo, altrimenti non arrivo nemmeno là dentro”. – Giusto! Qualche volta ho pensato che tu fosti saresti un mezzo sognatore, che non è idoneo nel tempo del nostro destino. Ma sei capace di pensare in modo fulmineo, …per il nostro meglio”. – “Per il meglio della nostra fede e del popolo!”, risponde solennemente Zaccaria.

28. “Quindi, un mezzo sognatore”, dice piano Athaja, quando la porta si chiude dietro a Zaccaria. “In ogni caso: – il destino possa essergli pietoso. un destino, eE che ci rimanga conservato”. Lui da degli ordini, di per annunciare il secondo. “…del tutto in privato”, è il suo detto.

 

[indice]

 

Cap. 2 / III°

Zaccaria presso Cornelio - La calma del sacerdote ottiene concessione

 

1. Una spada tintinna salutando allo scudo di un guerriero. Si chiama Forestus, un romano incallito, ma dice furbo: ‘Vivere e lasciar vivere!’. Ufficialmente è un condottiero di coorte, non ufficialmente il protettore del tribuno. Forestus esegue fedelmente la sua funzione. Cornelio lo aveva salvato nell’ultima battaglia. Il mandante è Cirenio, da anni e giorni il più alto consigliere di Augusto. Il Quirino è uno zio di Cornelio. Forestus, ancora oggi, ha da annunciare la cosa più importante, e dietro di lui si trovano degli etiopi altissimi.

2. Il tribuno è seduto ad un basso tavolo molto ampio, su cui si accumulano dei rotoli, tavole ed altre cose. È del tutto sommerso nel suo lavoro. Diamine: l’ultimo Ponzio, che è stato ritirato di punto in bianco, ha lasciato dietro di sé una confusione, che pone il giovane romano davanti a dei compiti quasi irrisolvibili.

3. Quelli di Gerusalemme gli creano la più grande difficoltà. Una dura mano serve a questa gente – Il saluto dallo scudo disturba il corso dei pensieri. Un cenno, Forestus si avvicina, mentre i due etiopi se ne vanno. Quando il giovane superiore è da solo con l’uomo della coorte, i due parlano sempre confidenzialmente, altrimenti mantengono come buon esempio il rapporto raccomandato ufficiale-soldato.

4. Cornelio apre la sua tunica. “L’oriente toglie l’ultima goccia d’acqua dalla lingua”. – “Ah, intendi ben il vino”, ride Forestus. “Toglie ancora di più: denaro, sangue, amici e – forse tutta …”, vuole dire Roma. – Cornelio alza ammonendo la mano e completa: “…tutto l’oriente? O no! Quando viene il Quirino, allora ci stabiliamo, e nessuna divinità porterà mai più fuori da qui un romano! Che cosa c’è?”, chiede.

5. “Fuori attendono due giudici del tempio, si chiamano Jaor e Thola”. Cornelio scrive i due nomi su una lavagnetta. “Vogliono preannunciare a te un sacerdote, il quale – come dicono – desidera venire in forma del tutto privata e attende nella salita del tempio. Loro, però, non saprebbero di che cosa si tratti”.

6. “Con costoro questi si hanno sempre delle difficoltà! Quando viene il Quirino, allora il più grosso deve essere fatto. Guardati questo!” Cornelio butta per aria tutti i rotoli. – “Ti aiuto”, sorride Forestus, hai ben mescolato il lavoro. Na , …me ne intendo, ho girato in tutti i paesi, persino nella Gallia”.

7. “Un miracolo che sei ancora vivo”, lo prende in giro Cornelio. Il loro cordiale scherno li ha tenuti sovente con la testa fuori dall’acqua. “Hm, nella baia di Nicopolis…”. – “…ti potevano mangiare i pesci se …”. – “…se non ci fosti stato tu! Ah, non hai tempo; quindi, …ti regalo il un giudice, prenditi l’altro”. – “Avanti con lui! Tu rimani con me, gli etiopi davanti alla porta; per il resto come al solito”. Questo significa: sorveglianza rafforzata.

8. I giudici vengono spinti nella stanza non proprio delicatamente. Costoro sono lieti di farcela a poco prezzo con la casa del giudice…

*

 …Zaccaria viene apostrofato: “Avanti, il tribuno ti vuole vedere! Dei legionari, spie, ghignano insolentemente. Zaccaria fa come ciò non lo toccasse. Dignitoso e a testa alta, segue il comandante della coorte.

9. Lui attende, stando tranquillamente presso la porta, accanto a lui Forestus, che si stupisce di questa calma. Chi non trema? Più gli alti che gli inferiori, che hanno meno da perdere. Da vincitore non gliene importa, per quanto tempo deve attendere un vinto; ma quest’uomo, già abbastanza anziano, in più un volto fine, maturo dalla riflessione. Ah, vecchio guerriero, da quando fai questi studi? Si distoglie di malumore, e facendo questo la sua armatura tintinna.

10. Cornelio guarda velocemente. Un cenno, Zaccaria va fino al tavolo, ma ecco che si presentano due spade. Lui sorride, s’inchina rispetto alla sua dignità e com’è da salutare il tribuno. A lui capita come a Forestus. Uno strano uomo fine. Le guardie se ne vanno. Zaccaria ringrazia per questo favoreggiamento, perché il gesto, è da considerare come tale.

11. “Chi sei, e che cosa vuoi?”. – “Sono il secondo sacerdote del tempio, Zaccaria, della casa di Abia. Perdona, alto romano, di essere venuto da te. Mi vi ha spinto a te la miseria di fede del nostro popolo. Che tu mi ascolti, nobile romano, non lo dimenticherò mai, anche se non adempi la mia richiesta”.

12. “Falla breve!”, ordina Cornelio. – “Mi limito all’essenziale. Forse…”, Zaccaria indica il tavolo coperto con atti, “…che certe cose sono contrarie ad un nobile romano, perch酔, lui indugia. – “Fuori!”, minaccia il tribuno. Certo, il giudeo ha ragione; ma un vinto non deve notare un’ammissione.

13. “Non ho paura, tribuno”, dice fermamente Zaccaria. “la mia vita è nella Mano di dio!”. – “Quale?”. – “L’UNO, il Creatore del cielo e dei mondi!”. – Questo è stato detto così decisamente, che il romano conserva a fatica la sua espressione da funzionario. “La tua fede, non la mia! E poi?”, Cornelio gioca annoiato con la penna.

14. “Una parola a cui una volta penserai: proprio tu incontrerai questo Dio, che ti benedirà come non puoi presagire”. – “Vuoi forse vendere la tua testa? Non ne do un denaro, se non arrivi subito alla faccenda vera!”. Sotto questa veemenza Cornelio nasconde uno spettatore sconosciuto. – Zaccaria lo nota bene, ma lo sorpassa con tatto.

15. Chinandosi ancora una volta, presenta la storia: “Sotto Pompeo, bensì un uomo severo, la Giudea poteva vivere la sua fede. Poteva tenere le sue feste come lo aveva prescritto Mosé, il nostro profeta più grande. Gli ultimi governatori – perdona, tribuno, al vinto non spetta di aprire la bocca contro costui – hanno disturbato il nostro culto religioso, hanno eliminato le alte festività e tolto l’unico sostegno al mio povero popolo: la fede nel Dio UNOunico!

16. Io oso: se nella grande Roma un altro popolo disturbasse le festività dei vostri dei, che cosa fareste?”. – “Piccolo giudeo, noi abbiamo dodici legioni; non lo dimenticare!”. Il comandante batte la lancia contro lo scudo. Il templare annuisce, senza battere ciglio. Questo richiede un rispetto, che non si nega al sacerdote. Un uomo notevole! È magnificamente idoneo al servizio per Roma. Ma già Zaccaria continua a parlare:

17. “Come vi sono sacri i vostri dèi, (‘forse’, pensa il romano), così, rispetta anche la fede di tutti gli oppressi”. – “Voi non siete oppressi!” s’infuria Cornelio. “La Giudea è un protettorato!”. – “Lo vedi dalla tua tuo vedettapunto di vista; e credimi, tribuno, ti ammiro. Così giovane è già un così pesante fardello sulle spalle e, …tu ce la fai”. – “Vuoi insaponarmi? Temi per la tua testa?”

18. Zaccaria guarda il romano penetrante, spiritualmente superiore. “Ti sbagli, tribuno! La mia fede m’insegna la continuità della vita; e perciò non m’importa quando e come devo morire. Io sono nella Mano del mio Dio, così vivo, anche se tu mi emetti il giudizio di morte!”

19. Costa fatica, il digerire questo. “È bollente nella vostra piccola città soffocante”, si districa. Zaccaria tace. “Che cosa vuoi fare?”, chiede brevemente il romano. – “Ti prego, tribuno, che si possano festeggiare le nostre feste e che si possa venire senza essere controllati; non così come avviene che il passaggio vale solo per un’ora, in cui non si può quasi arrivare al luogo del tempio e ritornare indietro, e solo per mezzo culto religioso. Per non parlare della campagna”.

20. “È vero?”. – “Ti posso mostrare dei biglietti”. – “Mandamene qualcuno; guai se non è vero!”. – “Nessuno mi ha ancora rimproverato di una menzogna”, dice tranquillamente Zaccaria. Cornelio non vuole ferire il dignitoso; fa qualcosa che nemmeno un tribuno ha mai visto: porge la mano al richiedente, che l’accoglie con stretta ferma e occhio chiaro.

21. “Quando sarà venutoverrà l’alto Quirino…”, quasi gli sarebbe sfuggitostava per sfuggire che ‘la cloaca deve essere pulita, che l’ultimo Ponzio ha lasciato doveva essere pulita…’, tossisce. Zaccaria fa come se non se ne accorgesse. L’altro se ne rallegra. In quest’uomo dev’esserci davvero qualcosa; vuole aiutarlo volentieri, e chiede: “Quando è la prossima festa?”

22. “Dopodomani è la festa dei pani azzimi”. – “Uno strano rituale. Scrivi tanti biglietti quanta gente da fuori vuoi invitare, nel giro di una via di quaranta campi (circa 8 km); i cittadini questa volta ci vanno andranno liberamente, ma nessuno deve ammassarsi. Domani porta tu stesso i biglietti, li voglio controllare e firmare. Ma Tuttavia io sono sarò presente al vostro culto religioso. Badate a voi e non fatene una ribellione!”

23. Zaccaria alza le due mani dispiaciuto. “Tribuno, guarda come sto dinanzi a te!”. Cornelio getta uno sguardo a Forestus, che è a metà dietro a Zaccaria. Costui annuisce di nascosto. “E va bene! Forestus, accompagnalo fatti accompagnare fuori!”. Quando il comandante delle guardie è andato via, il tribuno viene fuori dal suo tavolo e guarda Zaccaria esaminandolo.

24. All’improvviso dice cordiale: “Tu sei l’unico sincero che ho potuto scoprire in questo strano paese d’oriente”, Zaccaria sente, che cosa ne può pensare. “Con l’occasione parlami della vostra fede, ma taci! Domani, alla nona ora, sono qui per te. Alt! Ecco...”, il romano preme nella mano del sorpreso giudeo una tavoletta provvista con un sigillo: “…non la mostrare a nessuno; verso alcuni romani ti farà un buon servizio”.

25. “So apprezzare molto la tua bontà. Se tu assisti, alto Quirino, allora...”. – Il moto sorprende Zaccaria.  Malgrado il controllo, gli corre una lacrima sul viso. Va a casa come nel sogno, non infastidito da nessun legionario.

* * *

26. Athaja scaccia i servitori, sovente fino al successivo angolo della strada. Se solo non avesse gettato Zaccaria al ‘leone’. Non era un buon segno: i giudici, certo senza cattive conseguenze, sono stati scacciati via. La sabbia nella clessidra è passata per due ore. Da lontano si sentono risuonare dei corni romani, altrimenti i vicoli sono silenziosi come le tombe. Ebbene sì. … Se lo rivedono, allora è soltanto per scavare la sua tomba. Athaja cammina sempre più inquieto, come un animale nella gabbia, su e giù.

27. Poi si precipita il suo servo Unnias: “Sta arrivando!”. – “Chi?”, chiede il primo. Non era aveva mai stato incontrollatoincontrollato perso il controllo. – “Il secondo”, esclama Unnias, e dimentica ‘alto sacerdote’. Athaja fissa incredulo, per poi sospirare: “Devono ancora esistere dei miracoli”. Costringendosi alla calma, esce. Come potrà rivedere Zaccaria? Perché senz’altro, non si è svolto così senza intoppi.

28. Quando lo vede arrivare, gli si blocca il piede. Ma è possibile? Non soltanto è totalmente incolume, …no, Zaccaria ha un passo, come se un mondo stesse ai suoi piedi: sinceramente lieto, liberato da una grave pressione, abbraccia Zaccaria in mezzo al cortile. “Fratello, tu sei, …sei di nuovo qui? Grazie a Dio!”. Questo è detto appunto con sincerità. L’Altissimo sembra che non abbia distolto totalmente il Suo volto. Per questo Gli affumicherà qualcosa.

29. Ma al suo sogno, che vola in alto, che lui tesse subito per via del ‘miracolo’, deve fortemente tagliare le ali, quando Zaccaria gli racconta. Un poco alla volta si accontenta. “Con i biglietti di passaggioper il transito hai ottenuto un immenso favore. Ne daremo molti”, dice ultra fervente, e già raccoglie delle tavolette che colmano una cassapanca nella sua stanza da lavoro.

30. “Non lo faremo!”, si difende seriamente Zaccaria. “Quello che domani possiamo seminare, è da raccogliere solo più avanti. Athaja, dove rimane il tuo intelletto? La città è libera; allora, verranno tutti quando sentiranno che il tribuno Cornelio ci fa i suoi onori. e perPer quale ragione sia messo lì. Ne compileremo quaranta, non di più, e intanto soltanto per i rabbini e i più anziani dei villaggi. Il tribuno deve vedere che ci accontentiamo. Non cercare di afferrare una mela il cui colore non si vede quasi.

31. Gli invieremo la guardia disarmata, in segno che nessuno faccia il vandalo”. – Athaja si volta. Ah, non cede dal piano di per la libertà, per nessun prezzo, persino quando ci dovrebbe crederedovesse crederci il più onesto degli onesti. Non gli ha già messo, anche se non voluto, la corda intorno al collo…?

32. Una parola di disattenzione, …e il tempio va in fiamme. Deve imparare il discorso! Dopo il rituale terrà la festa dei pani azzimi. Non deve precisare nulla. E chissà? Magari il nuovo Ponzio passerà così velocemente come l’ultimo. Quindi: ‘…tieni il freno, Athaja!’, comanda a se stesso.

33. “Lo sapevo, caro fratello, solo tu potevi fare qualcosa. Ora bisogna aspettare”. – “Particolarmente; ma credere gioioso nell’Aiuto del nostro signore, l’Onnipotente di tutte le creature nella grande Creazione. Allora Egli dà una via [Isaia 57, 17-18] dove possiamo camminare lieti”. Per un giorno, ad Athaja, questa fede passa, ma anche troppo presto ambedue devono vedere che la liberazione della Giudea non ha ali, ma striscia come un verme calpestato.

 

[indice]

Cap. 3 / III

Simeone ferma le parole di cuore di Athaja - Un colloquio benedetto a quattr’occhi

 

1. Athaja si era ritirato, nessuno lo deve disturbare. Sono scritti più rotoli; ciononostante, così gli sembra non essere per corrispondere alla festa, di affascinare il tribuno e, …portare giustamente all’uomo le ‘segrete parole del cuore’. Solo dopo molte ore ‘gli sembra qualcosa.’

2. Tintinna un campanello. Entra Unnias, il servo di Athaja. È un uomo molto abile, di mezza età, da impiegare per molte cose. Athaja se l’era scelto all’inizio della sua funzione. Ha una faccia un po’ delusa. “È successo qualcosa?”, chiede l’alto, senza tradire la sua preoccupazione. Zaccaria è andato al tribunato. Si deve contare sul fatto che il tribuno abbia potuto rivoltarerivoltato la sua mitezza di ieri.

3. “Signore, ti vuole parlare uno straniero”.

- “Appartiene al popolo?”

- “Nessuna idea, mi sembra – hm – molto strano”.

- “Ti ha dato il suo nome?”

- “No; non l’ho chiesto. Il suo pretesto non sembrava una richiesta”.

- “Ha l’aspetto di uno che piglia?”

- “No, non così. E noi siamo quattro che non lo perdiamo d’occhio durante l’udienza”.

- “Non è ancora arrivato il nostro secondo superiore?”

- “Non ancora, il sacerdote dell’anticamera Ginthoi gli è andato incontro fino al prossimo distretto di guardia”.

4. Chi potrà essere il forestiero? Athaja non lo vuole sentire senza Zaccaria. Quattro occhi vedono più di due. “Digli cordialmente che voglia pazientare; che avrei molto da fare. Non appena arriva Zaccaria, mandalo prima qui!”. Unnias serve, fa velocemente ancora qualche servizio e lascia la stanza senza rumore.

5. Athaja, di malumore, mette da parte la sua ‘predica’. “È finita con il lavoro concentrato. La deve prima leggere Zaccaria. Il suo giudizio è comunque quasi sempre scomodo, ma è meglio chiederlo”. Il superiore fa una pausa e sorride fra sé e sé: ‘Oh, anche riposare è un lavoro’.

6. Finalmente il secondo arriva sano e salvo, e nuovamente, con uno splendore negli occhi, come se avesse conquistato tutta Roma. Secondo le circostanze, essere stato due volte nel tribunato ‘senza…[17]’, è davvero un’unica grande vittoria. ‘Miracolo di Dio’, mormora ad Athaja. ‘Per me, ognuno lo veda come vuole’. Ciononostante s’informa sollevato del risultato.

7. “Il tribuno era contento della nostra modestia. Sembra che come se avessimo conquistato una vittoria, anche se piccola. Perché – quale gioia – gli devo comunicare tutto, un poco alla volta, così, di ciò che è capitato negli ultimi anni di ingiustizia. Naturalmente, solo le cose più gravi. Non ha promesso nulla. L’ultima decisione di volontà spetterebbe al Quirino”.

8. “È più di quello che si poteva aspettare. Sei un genio!” Zaccaria ride: “Genio sì, genio no; DIO mi ha aiutato!” “Ma sì”, s’affretta Athaja, per rassicurarlo; perché soltanto il tempo ha sbriciolato molto dalla sua fede. Allora si ricorda del forestiero e lo dice a Zaccaria. Anche lui è teso di che cosa possa trattarsi.

9. “Voglio magiare qualcosa, sono ancora a digiuno”.

- “Allora è tempo! Unnias ti porterà qualcosa”.

- “Va bene”. Zaccaria va verso una bacinella come ogni stanza da lavoro migliore ne ha uno, per lavarsi mani e faccia [Luca 11, 38]. Athaja nel frattempo fa portare un pasto.

*

10. Si fa entrare il forestiero. Athaja si sforza per non fare nessuna mimica, mentre Zaccaria mostra la sua sincera gioia. Qual figura venerabile! E gli occhi! I capelli bianchi sottolineano piuttosto la giovanile elasticità, che essere un segno dell’età avanzata. La maturità più sublime e giovinezza meravigliosa sono magnificamente uniti. Questo è un principe!

11. Sotto questa impressione, Athaja, seguendo l’esempio di Zaccaria, va incontro all’uomo forestiero. I templari che s’inchinano di alcuni gradi più che al solito, non si accorgono che costui si muove solo leggermente. Gli si offre di sedersi, e Unnias ha portato vino e pane bianco. Il primo morso, il primo sorso, vengono presi in silenzio, prima che segua la domanda del ‘chi’, ‘da dove’, ‘per dove’, ‘perché’.

12. L’ospite ringrazia e dice gentilmente: “Non stupitevi se tengo per me il motivo della mia visita. Non perché non abbia fiducia. Questo dipende da più cose, di come si può comunicare nel saluto. Come dimostrazione che l’onestà è il mio mantello”, guarda seriamente Athaja, che cerca di soffocare un’ondata di sangue veemente, “così, vi prego che io possa dimorare nel vostro tempio ogni volta che vi vengo a trovare. E credetelo, ambedue alti sacerdoti, sarà di certe utilità per voi…”.

13. Athaja gioisce: ‘Ah, chissà da quale paese proviene il forestiero, e metta fine all’insolente agire di Roma’. – Anche Zaccaria gioisce, …al livello dello spirito: ‘Deve essere un alto portatore di dignità che è venuto da parte di DIO, per il bene di noi tutti!’. – Lui raccoglie per il pensiero di Luce uno sguardo chiaro, per l’altro, per i pensieri mondani, uno sguardo oscuro.

14. “Potresti informarci su certe cose”, comincia lentamente a interrogare Athaja, “nome e patria; devi essere venuto da lontano. E come ti hanno fatto entrare nella città? Oppure hai un lasciapassare?”

15. Il forestiero sorride: “Non ne ho bisogno; e la porta, che voi scherzando chiamate asola [Matteo 19, 24], non era occupata, era aperta”. – “Aperta? Non hai incontrato nessun legionario? Impossibile!”. La miscredenza è perdonabile. Ma attraverso le porte di Gerusalemme non sguscia nessun topo non visto, per non parlare mai di un uomo. Athaja avverte: “Il primo romano che ti vede, ti trascina al tribunato. Là si scioglie la tua lingua, finché ammetti nome, grado, eccetera. Dopo, …beh, allora tacerai eternamente, involontariamente!”

16. “Il tempo giustificherà la tua preoccupazione”, dice il forestiero. “Aspetta! Colui che verrà, insegnerà che esiste altro che ‘parole di cuore’!”. – Colpito. Athaja non può evitare di arrossire. “Che, …che cosa intendi con ciò?”. La sua voce vibra, per via del suo cuore che batte forte. – Zaccaria ascolta imbarazzato. Che sta succedendo? Vede l’agitazione di Athaja, crescente in paura, e percepisce l’assoluto sapere del forestiero di cose segrete. Ma l’ospite passa già oltre il silenzioso intermezzo.

17. “Intendevo soltanto”, dice, “che oltre ai riprovevoli comportamenti mondani, esistono anche ‘cose del Cielo’ che sono più importanti, e ogni credente deve dichiararsi pronto a difenderle, per via del tempo cattivo, necessariamente anche in segreto. Allora si otterrà ciò che può portare alla vera benedizione di tutti gli uomini”.

18. ‘Appunto! Uuno originale’, pensa Athaja, soltanto, non si sente molto bene. Malgrado ciò, contraddice: “Nemmeno un sacerdote esplora oggigiorno le cose del Cielo; perché abbiamo così tanto da fare con il mondo, come non puoi immaginare. Ora – se rimani con noi – a me sta bene. Devi anche avere il miglior trattamento, fin dove ci è ancora possibile. – Lo vedrai, tu, forestiero da lontano dalla Terra, tu fanatico.

19. Quando impari a conoscere il primo romano, allora ti passerà il Cielo, come, …è passato per me con le vessazioni che dobbiamo tollerare giornalmente!”, l’ira fa scatenare Athaja. – Allora il forestiero mette una mano sulla sua spalla. Athaja lo fissa attonito. È come se lo avesse colpito nello stomaco. Ah! Non deve lasciarsi confondere. Chi perde il suolo da sotto i piedi, giace nell’abisso, prima che se ne renda conto.

20. “Comprendo la vostra situazione. Tu credi che un forestiero che non abbia nessuna idea di una lunga schiavitù, non potrebbe comprendere né la vostra tristezza, né l’assenza di fede. Athaja, permettimi di rivolgermi a te senza titolo. Sono venuto da ‘amico’ da voi, e come tale, dico per la seconda volta: aspetta!

21. Rinuncia a ciò che ti sei prefisso; non porta a nulla, eccetto a ciò che tu stesso avresti amaramente da pagare. Ma se fai come Zaccaria, allora raccoglierai una benedizione, che dapprima non comprenderai, anche se la spiegasse anche il Cielo”. – “Lui è migliore di come sono io?” Chiesto Chiede dal profondo pozzo d‘avversità”.

22. “No! Lui è solosoltanto è più credente di te. Tu vuoi il bene fin dove lo si può considerare bene. Sei anche libero di stare grande dinanzi al mondo. Questo dà il suo valore al carattere. Ti manca qualcosa nel carattere spirituale, la cui radice di base è la buona fede. Vorrei tanto aiutarti. Per questo troveremo abbastanza ore per riparare, di nuovo, ciò che il potere di Roma ha spezzato in te, e guarire le ferite della tua anima.

23. Prima sia fatta la cosa più prossima. Datemi una lavagna[18], in modo che – diciamo – sia ritornato da un anno dall’estero. Sono un sacerdote insegnante e profeta. Ho bisogno tre volte della lavagna, una per me, una per le liste del tempio che Roma controlla più spesso, e la terza – vedrete – entrare nel tribunato, senza che nessuno se ne accorga”.

24. Zaccaria guarda credente; a causa del collegamento interiore con l’uomo forestiero, si è fatto coraggio. Quello che costui fa e dice, per lui ha testa e mano. La sua riuscita è certa, per Zaccaria. Perciò Athaja al momento lo invidia. Se soltanto anche lui potesse fare questo! Ma chi salta la propria ombra? Non lui! Forse non c’è nemmeno una forte volontà. In ogni caso, …lui ride incredulo, ma libero da scherno.

25. “Sono curioso come vuoi fare questo, forestiero, da lontano dalla Terra, fanatico! Il tribunato ha la lista degli abitanti di Gerusalemme. Nessuno vi entra senza passare attraverso delle spade. Per conto mio puoi avere le lavagne, anche se”, un ghigno leggermente cattivo trasforma la bocca di Athaja, “non si osa attribuire nessuna menzogna alla tua venerabilità. Ma a ciò che ci induci, oltre a una menzogna, è anche un inganno”.

26. Anche Zaccaria, aiutando volendo aiutare volentieri l’ospite, ha ora qualche pensiero. – Costui dice rilassato: “Visto dal tuo punto di vista, hai ragione, soltanto, la mia disposizione non è per la mia protezione, di cui io non ho bisogno!”. Questo suona così inattaccabile, che i due superiori del tempio non se ne possono ribellare.

27. “È per la vostra protezione. Dalla famiglia della mia casa[19] (la Casa del principe Gabriel), dalla Luce, già molti sono passati attraverso il vostro popolo. Perciò vengo da voi a buon diritto. Vi accorgerete solo più tardi del motivo interiore”. – Uno sguardo oscuro, divampa. – “E DIO che mi ha dato l’incarico di venire qui! Così, comunque, avrete una coscienza pulita davanti al potere del mondo, davanti a Dio tramite la Sua Bontà, perché Egli non vi abbandonerà. Soltanto voi potete abbandonare il SIGNORE; con ciò, vi abbandonate naturalmente a voi stessi”.

28. Il tempo ondeggia fluisce nel silenzio, fra i tre uomini. Athaja scova tre lavagnette dal fondo della cassapanca. “Ora so la situazione”, dice indugiando, “ma nome, avi, stirpe di popolo, età?”. Il forestiero glielo detta: “Scrivi: Simeone, della Casa del Selumiel [vedere ‘Quando morì Mosé’], principe di stirpe dei Simeoniti, sacerdote insegnante e profeta, anni settanta”.

29. Il primo si trattiene a stento, affinché la sua calligrafia rimanga bella e chiara come sempre. Tutto gli sembra una favola. Diamine, i simeoniti sono stati calpestati settecento anni fa [2. Re cap. 17] come parte d’Israele. Che cosa potrebbe ancora rimanere dalla rovina? Ma non lo chiede; è stato afferrato da una stanca indifferenza. Simeone sorride; inavvertitamente, una forza passa da lui sui due templari.

*

30. “Come stanno le cose con la festa di domani? Posso aiutarvi?”. – ‘Oh, l’estraneo Simeone!’, riflette Athaja, ‘sa certamente qualcosa dei rotoli della predica. Ma leggerglieli, …no, no, non lo può fare!’. Ad un tratto ha paura per la festa, per il suo onore, che lui ha da conservare come primo del tempio.

31. Se deve dare ciò che potrebbe elevare la gente oltre tutto il grigiore della loro povera vita, se il romano fosse da interpellare, invece che da affascinare, …lui non lo sa. In Zaccaria aumenta la fede durante il suo cammino verso il tribunato: «Il SIGNORE è vicino a coloro che Lo invocano in tutta la serietà». [Salmo 145, 18].

32. Zaccaria deve sorvegliare la preparazione per il giorno di festa. C’è molto da ricordare. – Dove si assegna il posto ad un alto romano insieme al suo seguito? E chissà quanti legionari rumorosi staranno alle pareti. Come si deve svolgere un servizio religioso? Dopo un piccolo pasto, per il quale è da invitare il potere d’occupazione; tutto questo irrompe su di lui.

33. La responsabilità gli toglie per ore la sua gioia dei nuovi amicidel nuovo amico. Ciononostante, tutto fila liscio. Sacerdote Sacerdoti e aiutanti si mostrano abili e di successocompetenti. Sta dirigendo una Mano invisibile? Si sta facendo buio quando il lavoro è concluso. Il giorno successivo può arrivare…

34. Athaja e il forestiero si sono seduti di fronte. Il superiore un poco alla volta conquista un contatto rapporto migliore. È già stato trattato molto. Allora Simeone dice: “Athaja, vorrei esaminare la tua predica, se mi ritieni degno di fiducia”. – “Oggi volevo lavorarci ancora”, svia il superiore, “la tua venuta mi ha disturbato. Il tutto è ancora immaturo, ancora così, senza contenuto, …non te la posso mostrare, perché, …tu hai uno spirito di Luce”.

35. “Null’altro mi ha condotto oggi proprio qui, per aiutare te, il tempio e il popolo”. – “Contro Roma?” sfugge ad Athaja. – “La Luce combatte le tenebre”, risuona solennemente, “per risvegliarla dalla morte! Così stanno le cose anche con Roma. Ti dico: proprio da Roma, ma coperto dai veli di Iside, la fede in un Dio soffia su questa Terra. Non dura più a lungo, ma il Fuoco di Dio, che le lampade nella nuova Roma devono attizzare, proviene dall’Oriente, da qui, da Gerusalemme.

36. No!”, difende Simeone, quando Athaja mostra verso la direzione dell’Onnisantissimo con gesto inequivocabile, “non la vostra falsa fiamma dall’Altare, che è anche una spina nel tuo occhio. Guarda: DIO stesso attizza ‘il Fuoco dallo Spirito’, nei Suoi credenti. Nel futuro non ci sarà bisogno di nessuna fiamma esteriore, perché attraverso il Sacrificio di Dio, la figlia caduta nell’esteriore, nella lontananza, si rivolgerà nell’interiore, alla riflessione, verso il Cuore del Padre.

37. Ogni via del ritorno passa dapprima nell’interiore, e tutte le vie della caduta, nell’esteriore. Perciò avvenne prima in una forma esteriore ciò che venne portato dalla Luce nel mondo, cioè: circoncisione, l’Arca del Patto, la via attraverso il deserto, il tabernacolo, il tempio, il sacrificio, il tingere con il sangue, la fiamma, pane e molto altro.

38. Questo fu ordinato in modo altamente saggio. A te è noto che durante la grande caduta dal Cielo, la forza di ciò che era caduto, divenne materia. La caduta l’esteriorizzò; quindi la vita dei precipitati fu esteriore. Nulla rimane rimase dello spirito; ma per risvegliarlo di nuovo, per dirigere all’interiore ciò che è orientato all’esteriore, per questo ci voleva una Figura esteriore, perché i materiali si basano solo sulla percezione esteriore. Anche tu, Athaja, hai perduto il tuo interiore ed edifichi unicamente su questo mondo.

39. Non ribattermi!”, dice seriamente Simeone. “Tu hai un amore ardente per il tuo popolo, e guardi pietosamente a Dio. Ma amare ed essere al servizio per amore – vedi, Athaja, per questo ci vuole la Luce dello Spirito; e di questo te ne manca qualcosa. Il fondo della tua anima è buono; solamente, la tua Roma lo ha molto offuscato.

40. “Tu mormori! – Perché la Giudea viene così fiaccata? Se questo viene discolpato per delle razze antecedenti, allora mi chiedo: ‘Di che cosa ci siamo incolpati noi, gli odierni? Perché dobbiamo trascinare noi, i pesi dei nostri avi?’. È questa, giustizia, l’esporre alla miseria degli innocenti, perché gli antichi hanno peccato?”

41. “Considerato dal punto di vista mondano, avresti anche ragione. Ma ricorda: portare il peso dell’altro [Gal. 6, 2] è libera volontà e nessuna costrizione voluta da Dio! Non sarebbe triste presumere, che Dio, il cui nome è ‘BONTA’, lascerebbe tormentare degli innocenti per dei peccati che altri hanno commesso? Ma se tu chiedessi all’Altissimo, di portare un peso per la tua Giudea, allora il tuo amore sarebbe maturo, e potrebbe riscattare molto della colpa altrui.

42. Non sarebbe più nobile, che precipitare il paese in una ribellione che deve finire nella rovina? Non costringi tu, DIO, che Egli voglia mostrare a questo mondo un miracolo? Vuoi aizzare diecimila dei tuoi migliori uomini – se ne hai tanti – contro più di dodici legioni di guerrieri esercitati? Questo somiglierebbe a uno spettacolo da baraccone, come accendere dei pupazzi di paglia in un fienile. Vuoi lasciar morire i tuoi fratelli, unicamente per una meta ben comprensibile di questa Terra: liberi, …da Roma?

43. Guarda una Meta!”. Simeone accarezza il pugno stretto, che posa sul tavolo, come se fosse un pezzo a parte. – Athaja guarda con sguardo opaco in quegli occhi di Cielo che lo accarezzano, come pure quelle dita forestiere la sua mano di poco potere.

44. “Sacrifica la tua forza, per DIO! Dietro te si trova qualcuno che vuole perfezionare il suo popolo, da cui era sarà strappato via da innocente. Verrà l’Altissimo! Lui troverebbe volentieri un ‘popolo preparato’, che non Lo lodi solo per un giorno [Matt. 21, 9], che sia per Lui la culla, come la sedia della Magnificenza che non può trapiantarsi su nessun mondo [Giov. 18, 36], in nessuna Figura esteriore.

45. Sia tu un sacerdote, finché la Giudea impari a portare la sua afflizione! Allora si apriranno le cateratte, nelle quali Roma si spezzerà: il suo ferro, le sue armi, i suoi carri e i cavalli. Riedifica di nuovo la preghiera, la fede, affinché il popolo perda l’onta del peccato. Sia guarito dai peccati, - e poi ognuno viva liberamente, anche se il mondo gli legasse i piedi. Colui che intendo io, ha steso le sue mani; lui si è lasciato legare, per il suo popolo, …e, …per la sua fede. Lui stava unicamente in DIO!”

46. “Jozidak?”, chiede titubante Athaja. Quando Simeone afferma, salta su: “Proprio costui, raccapricciante, che sta su un rotolo segreto e non ha trovato nessun governatore, anche se lo si è cercato con fervore, …mi ha ispirato il pensiero: punire Roma!”. – “Tu? …oppure Dio?”. – Athaja sprofonda in sé. “Dio non ci ha mai più aiutato!”, dice stanco come un bambino smarrito. “Come questo Sakkai aveva sperato nella sua Stella, e poi …poi…”. Cerca di asciugarsi di nascosto una lacrima.

47. Simeone dice soave: “O Athaja, la fede di Sakkai non si è perduta, meno ancora la sua Stella! Lui vive nel Regno della Luce, che si chiama: EMPIREO! Da là giunge l’Aiuto a quelli che vi si rivolgono, anche se la loro nostalgia è, come in te, ancora un sonnecchiare. Guarda: ti ho menzionato le forme d’apparizione esteriori, la cui massima Verità, costantemente, è nella Luce.

48. Fra sette anni inizia la grande svolta della Creazione. Allora arriva il REDENTORE, il Quale porterà il Suo alto santo JESURUN[20] [z. 22], …nella materia. Dopo il Suo Sacrificio e il ‘ritorna-indietro’, tutto risplenderà di nuovo dall’interiore. Dopo, nulla avrà più bisogno del segno, di ciò che serve agli uomini, sulla loro via del ritorno alla Casa del Padre. Lo comprendi, vero?”

49. Athaja dice contenuto: “Comprendere? No! Dovrei allora provenire da quel paese da dove tu – da lontano dalla Terra – sei venuto. Prima l’ho detto con scherno, poi incredulo, ora incerto. Non so nemmeno, se mi riesce il ritorno, così come tu parli della prima figlia[21] di Dio. Roma mi ha causato delle ferite troppo profonde. Non possono più guarire!”. Improvvisamente prende la sua predica e la strappa in pezzi.

50. “Ciò che appartiene a DIO, ciò che io volevo sacrificare alle parole del cuore, è un’impresa inutile! Non posso glorificare Dio da credente, il Quale, così, ci ha abbandonato; la mia povera meta sprofonda – come una nave senza timone, senza capitano!”. Athaja china il suo capo. Le mani, che non sono più pugni, le nasconde nella tasca della sua giacca. Simeone le tira di nuovo fuori delicatamente e le tiene calde e salde nelle sue mani pure.

51. “Ancora una parola; tutto il resto prende il suo corso come lo vuole DIO, anche se Lo accusi dinanzi a me. Si può accusare solo dinanzi a una persona del diritto che sta al di sopra dell’accusato e dell’accusatore. Dimmi: ‘Chi sta al di sopra di Dio? Non ha anche Adamo accusato Dio, mentre diceva: «La donna che TU mi hai dato» …’ [Gen. 3, 12]? Egli stesso fu colpevole! Egli era il più anziano, il più forte. Dio lo aveva istruito. Con la propria caparbietà egli ha attizzato – anche non voluto – l’istinto della donna, invece di smorzarlo.

52. Così anche tu! Qui tu sei Adamo, e il popolo Eva. Invece di portarla nella Luce, tu attizzi una ribellione – assolutamente non contro Roma, ma contro DIO! Perché non accogli dalla Sua mano di Grazia il peso del destino? Se EGLI ti ha caricato di un peso, non credi che Egli ti aiuti anche a portarlo? Pensa alla parola: ‘Per aspera ad astra!’ “(Su vie aspre verso le Stelle.)

53. A lungo c’è silenzio. Athaja sta lì come spezzato. Allora egli è come se qualcuno mettesse un mantello intorno a lui, sotto il quale muore non visto il misero di tutti i suoi desideri. Ciò che deve essere domani, …lui non lo sa. Questo giorno ha lasciato dietro di sé una rovina, che non è più da cancellare, al massimo da tinteggiare con violenza.

54. Lo dice come sotto un’intuizione: “Simeone, chi vuole raggiungere te, deve portare delle scarpe da Cielo. Io non le ho! Più tardi – dopo la morte…? Ah, qual enigma! Ti prego, conduci tu la festa; così avvenga come tu…”, piano dopo un indugio, “…come la vuole avere DIO!”

55. Proprio ora entra Zaccaria nella stanza. Simeone afferra le mani dei due: “Voi conducete la vostra festa come vi verrà. Il popolo sarebbe stupito; non il romano, che conosce Athaja solo di nome, e me per nulla. A lui non importa di che si tratta. Zaccaria ha piantato un granello di seme nel petto corazzato. Da ciò può crescere un albero nel quale si raccolgono gli uccelli del Cielo, cioè coloro ‘che cercano aiuto’. Lascia a me la predica”. Athaja sospira di essere liberato da un peso grande come un monte. Muto stringe la mano allo strano uomo. –

56. La notte stende i suoi veli soavi, quando si assegna una camera d’ospiti al forestiero.

 

 

[indice]

Cap. 4 / III°

Templari buoni e cattivi - Cornelio presso la festa di Pasqua

Un magnifico Discorso per gli uomini di tutti i tempi

 

1. Il mattino della festa sono insieme i sacerdoti dell’alto Consiglio, Jojareb ed Hilkia, i sacerdoti Malluch, Pedatja, Ginthoi e il superiore della scuola hol-Joses. A questi si aggiungono i sadducei Amzi, Sabtharus e i funzionari Hasabra e Josabad. Tutto l’insieme non sembra sicuro. Il tribuno nel tempio, la festa – interdetta da trent’anni – appare molto come una trappola.

2. “Se oggi possiamo offrirci la buona notte”, brontola Jojareb, “allora è anche un passaggio attraverso il Mar rosso”. – “Zaccaria avrebbe dovuto sporgere l’arrosto”. Hilkia strappa la sua barba. – “Anche se non siamo i vostri amici”, s’immischia il sadduceo Amzi, “ma una tale trappola di topo, no, …non ve la auguro”. – “Ma anche voi siete nel tempio?”

3. Sabtharus risponde malizioso: “Ma pensate che rimiamorestiamo? No! Volevamo vedere solo l’inizio, come i signori del tempio si godono il loro ultimo tempo di vita”. – “Quanto sei cattivo!” lo apostrofa il consigliere della città Josabad il malizioso. “Ma che altro ce da aspettarsi da un sadduceo?”

4. “Nessuna offesa” minaccia Amzi, “oppure…”. – Chol-Joses lo afferra all’abito: “Se volete litigare, voi due che avete iniziato, allora lasciate subito il tempio! Se volete abusare del nostro invito, per schernire i vostri nemici nella loro disgrazia, vergognatevi! Per il resto, sono certo che questa sera vivremo tutti indenni nel corpo e nell’anima”.

5. “Ma chi merita la tua fiducia?”, indaga il superiore Hasabra. “Confesso, di non sentirmi del tutto bene nella mia pelle, ma resto. Se il nostro tempio affonda, allora non voglio sopravvivere. Rimango anche fedele all’alto sacerdote. Anche tu, Josabad?”. – “Ebbene sì! Soltanto, vorrei tanto conoscere l’aiutante di Chol-Joses, sul quale edifica così saldamente”.

6. “Lo chiedete ancora?”, il bidello mostra al Cielo. – “Ah, è così”, intende asciutto Jojareb. “Certo; soltanto la fede è come soffiata via dal vento. Dio non ci lascia certamente dalla Sua mano, ma correre nella disgrazia. E…”, con odio quasi non soffocato, “…lo dobbiamo ad Athaja”. Hilkia e Ginthoi sono dello stesso parere e nemici giurati di Athaja, nemmeno troppo amici di Zaccaria, che li lascia abbastanza indisturbato.

7. Ora, degli esterni entrano nella sala. Erano partiti con le ultime Stelle, per venire in tempo. I superiori si ritirano, Malluch e Pedata li aiutano. Nessuno deve stancarsi fino all’inizio della festa dopo la lunga camminata.

8. Un ospite molto onorato sta arrivando, il principe Ahitop della Giudea, al suo fianco l’avvocato Hilkior. In seguito tre uomini famosi: il dotto Galal, il commerciante Samnus e l’orafo Babbukia. L’oro e l’argento sono bensì cose rare, ma lui è abile per fare delle cose graziose da metalli inferiori.

9. Ahitop saluta i sacerdoti. Il principe, ancora uno della vecchia scuola, osserva i templari senza dare nell’occhio. I sadducei fanno una piccola gobba e corrono verso l’uscita del tempio. “Ebbene?”, chiede Ahitop, “non rimangono loro?”. – “Loro se la rendono facile”, risponde amareggiato Jojareb, “scappano come i ratti, prima che la nave affondi”.

10. “Chi deve affondare?”, chiede il principe con uno scherno fine. A parte questo, che Zaccaria al mattino, prestissimo, gli aveva fatto rapporto, la sua fiducia ha avuto perciò un buon motivo, quando lui, avendo avuto notizia dell’autorizzazione della festa, era convinto che fosse subentrato un miglioramento. Aveva anche saputo presto, il perché Zaccaria era stato due volte dal tribuno.

11. “Vedrai”, sibila Hilkia fra i denti, “come Athaja ci gioca festosamente le gole”. – “Della tua non sarebbe male”, ghigna l’avvocato. “Sei membro del sinedrio, ma hai una lingua cattiva”. – “Non litigate”, il principe ammansisce la lite che inizia. “Deve ridere Roma, se ci giochiamo da noi stessi le nostre teste? Il giorno è consacrato a DIO; non lo dimenticate! L’ultima volta, ho potuto vivere una tale festa, da ragazzo.

12. Se siete dei sacerdoti senza amore”, ammonisce severamente, “che cosa pretendete poi dal popolo? Athaja ha caricato troppi pesi, lo si deve aiutare se lui – umanamente possibile ad ognuno – ha sbagliato. È certamente sincero e intelligente; lui procura più di due superiori insieme. Per tacere del tutto di Zaccaria! A lui non potete sporgere nemmeno una briciola”. Lo dice, si volta e va con tutti gli altri verso Zaccaria, che è entrato proprio ora nel cortile con Simeone.

13. Tutti rabbrividiscono quando Simeone li saluta. Chi è quest’uomo? Il principe Ahitop tira il forestiero subito di lato e sussurra: “Devo conoscerti più da vicino; se permetti, già domani mattina. Ti prego! Una cosa mi preoccupa: non sei annunciato, e dai nell’occhio ad ogni romano che è da noi già da più tempo. Mi dispiacerebbe se …”

14. Simeone lo interrompe gentilmente: “È intenzione che a nessuno capiti qualcosa di male per causa mia. Anche con il tribuno è venuto in gran parte del personale nuovo e nuove truppe. I pochi di pianta stabile non hanno mai ritenuto necessario di osservare un giudeo più da vicino. Quindi tutto vantaggioso per il momento”.

15. Il principe si meraviglia: “Perdona! Come lo sai?”. – “Ne parleremo ancora; ora aiuto Athaja. Se tu, principe Giuda, hai buoni amici, fa anche tu la tua parte e va con loro fra il popolo. In voi si deve trovare fiducia e fede, di cui certe pecore stolte hanno bisogno. ‘Pecore stolte’ non è inteso in modo cattivo; al contrario! Loro hanno bisogno di un buon pastore, sia per l’interiore che per l’esteriore”.

16. “Non sono orgoglioso”, risponte Ahitop. Per me gli uomini sono dapprima uomini, tutto il resto viene dopo”. – “Giusto così; per questo sei anche stato guidato subito a me”. – “Da chi?”. – “Dal SIGNORE, al Quale è dedicato questo giorno di festa”. Simeone corre via, e il principe suddivide i suoi amici. Presto li si vedono passare attraverso la folla in aumento e parlare con molti.

17. La gente della città era meno incline di venire alla festa, mentre quella della campagna è venuta volentieri. Quelli di Gerusalemme non si fidano della ‘pace romana’. Ma quando al mattino pochi legionari camminano attraverso i vicoli e invitano gentilmente qui e là di andare alla loro festa del tempio senza preoccupazione, presto si fa molto vivace, e tutta la Gerusalemme cammina verso la casa di Dio. Solo i bambini, anziani e ammalati rimangono indietro.

18. Chi doveva conoscere la parola d’ordine, per intervenire nel caso di necessità? E lo stupore di tutti cresce, quando il tribuno con il suo scintillante seguito, ma solo con una mezza centuria, entra nel cortile del tempio. Chi doveva sapere, inoltre, che otto centurie, dopo l’inizio della festa avrebbero circondato il tempio senza far rumore? Se dovessero accadere degli incidenti – cosa che Cornelio però non teme – allora ci vuole soltanto un colpo di corno, e i legionari intervengono.

19. Athaja, Zaccaria, Simeone e alcuni dell’alto Consiglio vanno incontro ai romani. Solo ora i templari si accorgono di Simeone, i quali non avevano quasi badato a ciò che li circondava, perché sono venuti in parte dalle loro stanze anche direttamente prima dell’inizio della festa.

20. Un mormorio passa attraverso la folla, che ottiene il contatto migliore dei templari, i quali si domandano: “Da dove viene costui?”, – “Chissà, quale stilita (santo delle colonne) ha pescato Athaja”, mormora Jojareb. – “Fa attenzione”, sibila Hilkia con bocca tirata, “vedremo come verrà presentato il forestiero. Forse qui troviamo una corda che andrà bene ad Athaja. Ghintoi! Serpeggia fin là, e ascolta!”

21. Chol-Joses che deve sorvegliare di nascosto gli eunuchi, soffia in modo grossolano: “Mi sopraffa il vostro culto religioso! Se il vostro Dio dipendesse dalla vostra riverenza, non ne esisterebbe più nessuno in tutto il cielo!”. – “Spia!”, litiga Jojareb. I più vicini guardano malcontenti. Non si sente che bisbigliare. Soltanto, al sano intelletto di popolo questo vale come un disturbo del festeggiamento. Si vorrebbe anche volentieri sentire che cosa succede là davanti con il romano.

22. Athaja saluta il tribuno molto più cordialmente di come intendeva fare. Il funzionario dà fiducia. “Alto romano e vicino parente del maestoso Quirino Cirenio, che il nostro popolo ha l’onore di aspettare, nel nome del nostro tempio e nel mio, personale, ti saluto rispettoso. Sono lieto di conoscerti e, ti prego, abbi pazienza con me  con il mio popolo se qualcosa ti sembra strano.

23. Ricorda! Questa è una festa secondo un rituale di oltre mille anni, consacrato al Dio Uno, il Quale secondo la nostra fede è l’OnniRegnante su tutte le cose della vita. Per sincerità, dato che ci permetti una delle nostre feste più care, e perché ti sei abbassato di partecipare alla nostra festa in modo amichevole, posso offrirTi un dono?”

24. Lui fa cenno. Un servo gli porta su un magnifico purpureo un modello argenteo: ‘il tabernacolo di Siloah’. Come opera d’arte quasi impagabile. ‘Corruzione?’, passa nella mente di Cornelio. Allora incontra il sincero sguardo di Zaccaria. I suoi occhi vanno oltre, verso Simeone, sul quale rimangono fissi a lungo. Anche questo un vortice: “Chi? Da dove?”. Ma il tribuno viene inondato, come pure il suo più stretto seguito, di cui fa parte Forestus.

25. La gioia sale smisuratamente. Una buona stretta di mano. “Grazie, alto sacerdote. Valuto il regalo come un voto, che la Giudea crede che nessun romano vuole opprimerla; si deve sviluppare sotto la nostra protezione. Lo sperimenterai allora, non appena il governatore imperiale visiterà Gerusalemme per breve tempo. Quello che è da trattare prima, deve svolgersi nei prossimi giorni, per cui, ti prego di venire al tribunato”.

26. Egli dice davvero ‘prego’, pensa Athaja, e non ordina. Ah, questo fa bene! Ma già il romano continua: “Fa iniziare, affinché il popolo non debba attendere troppo a lungo”. Lui pensa persino al povero popolo, divampa gioiosamente in Athaja. Lui ha del tutto dimenticato la parola del cuore. Accompagna Cornelio ad una sedia elevata; così è pure provvisto agli ufficiali, dato che si aspettava un seguito molto maggiore.

27. Al cenno del tribuno, i legionari si appostano senza rumore alle pareti, guidati dal comandante, evitando il rumore delle armi, diversamente esercitato con piacere. Oggi questo è stato severamente proibito. I giudei sono attraversati come da un presagio di primavera, come un beato risveglio dopo un sogno agitato.

28. Se non ci si trovasse nel tempio, durante una festa vietata a lungo, i romani verrebbero salutati trionfalmente, come non succedeva in nessun paese occupato. Ognuno dà volontariamente il suo cuore per la festa, soprattutto perché i più anziani ne avevano nostalgia, i più giovani la conoscono solo per averne sentito parlare. Oggi lo Spirito del Signore riposa su Athaja; lo devono ammettere persino i suoi invidiosi.

29. Sin dall’inizio della sua funzione, oggi ha pregato per la prima volta seriamente nell’Onnisantissimo. E Dio aiuta tramite il Suo grande (Gabriel). Non dovrebbe riuscire questo, che succede come segno di un tempo di svolta? I romani altamente istruiti devono ammettere che il modo, la semplicità, e perciò la potenza maggiore, come viene condotta la festa, non si lascia paragonare con le loro feste agli dei per quanto pompose.

30. Il punto culminante forma la predica di Simeone. Egli indica in tratti marcanti la storia d’Israele, e la trasmette in modo meraviglioso a tutti gli uomini. Gli ammonimenti finemente affilati, alla pace, tolleranza, soccorso e molto di più, sono una parola a tutto il mondo, finché esistevano ed esistono i popoli. Al termine eleva la sua voce, e dopo un discorso d’un ora, dice:

31. “Se la Giudea o altri popoli, se gli uomini che vivevano prima di Noè, oppure che occuperanno una volta il mondo, una cosa vale per tutti: il destino d’Israele è dalla Luce di Dio il destino di tutti gli uomini! Se l’accettano oppure no, non toglie DIO dal Suo Trono, ma quelli che spezzano la legge dell’amore, della fede e della fedeltà! Pensiamo a un grande, che ha aiutato a formare la storia di base d’Israele e di altri popoli.

32. Questo è Giosuè (Josuà), che ha occupato il paese con l’Aiuto visibile di Dio [Giosuè cap. 5, 13–15]. «Questo libro della Legge non si diparta mai dalla tua bocca, ma meditalo giorno e notte, avendo cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto; poiché allora riuscirai in tutte le tue imprese, allora prospererai e potrai trattare saggiamente!» [Giosué 1, 8]

33. Non era solo il libro di Mosè, era inteso il libro del cuore, nel quale si rivela la Voce di Dio, quando l’uomo lascia esaminare da Lui il suo cuore [1° Cron. 29, 17]. Giosuè fu fedele per tutta la sua vita. Sotto il suo governo, finché Israele affidò i cuori al SIGNORE, adempiendo la Parola dell’Altissimo:

«Di tutte le buone parole che l’Eterno

avea detto alla casa d’Israele, non una cadde a terra,

tutte si compirono».

[Giosué 21, 45]

34. La pace, l’intesa, la fede, la fedeltà, viene su tutti gli uomini quando sono di buona volontà, quando sono di grande amore per Dio. Chi vive questo, sia esso romano, babilonese, giudeo, persiano o samaritano, sia che abiti a nord oppure a sud, salga con il Sole, oppure cali con esso, in costui si adempie il Dono di Dio per quella alta fedeltà che Giosuè ha conservato per il Signore fino alla sua morte.

35. Quando Israele malgrado tutta la Pienezza di Grazie si è rivoltata nell’ingratitudine, allora il fedele servo ha chiamato il popolo, ed ha chiesto che si decidesse per DIO o per le immagini dell’uomo; alla Verità oppure alla menzogna; alla fedeltà o al tradimento; all’amore oppure all’infamia! Giosué però levava in alto le sue mani, come aveva levato il suo cuore per il tempo della sua vita, all’onnipotente Dio e diceva:

«Quanto a me ed alla mia casa, serviremo all’Eterno!»

[Giosué 24, 15]

36. Ora, popolo, deciditi! Dà a DIO il tuo cuore, allora giungerai presto alla pace che viene giù dal Cielo come rugiada. Non pensare all’esteriore; pensa alle vie sulle quali Dio ti conduce fuori dalla miseria di fede, dall’afflizione del tuo cuore. Poni sempre la Fiamma di Dio al di sopra del fuoco di questo mondo, per quanto bella voglia splendere.

37. Tutto il terreno cade nella tomba; lo spirituale sale in alto, nell’Empireo. Chi consacra il suo cuore al Creatore, la sua vita è radicata nella Terra del Creatore. Scambiate l’avere perituro di questo mondo, con i beni imperituri della Luce, e anche se il popolo va perduto, - non però la sua storia! È quella degli uomini, anche di quelli che non possono ancora riconoscere Dio.

38. Chi fa del bene, ama Dio; chi esercita la fedeltà, adora; chi aiuta i poveri, mantiene il suo voto [Salmo 50, 14]. Questo lo può fare chiunque, creda quello che vuole! Amore, fedeltà, aiuto e misericordia fanno dei figli di questo mondo la vera Immagine, come Dio che si creò le Sue Schiere! Conservate questa parola: fate dei vostri cuori un tempio, nel quale regni lo Spirito di Dio! Così vivete ‘nello stesso Paese di Dio’, anche se il mondo vi offre appena una povera casa. – Il Signore vi ha detto che la Sua Custodia è il Guardiano del vostro sentiero”.

*

39. Non si sente nessun suono, non si osa quasi a respirare. Anche ai legionari non è difficile seguire il comando. Stanno come delle figure di ferro, e a qualche petto di soldato si sprigiona un leggero sospiro. Anche Cornelio è profondamente commosso. Indagando, si era guardato intorno, per provare che cosa ‘ci stesse’ dietro, se non… Ora il discorso lo aveva preso; vorrebbe tendere le sue mani, per ricevere anche lui i Doni!

40. Nessuno si muove, finché egli rimane seduto. Finalmente si alza, va diritto verso Simeone e dice, per molti udibile: “Tu sei un uomo di Dio [Dan. 8, 16; 9, 21]. La tua parola è per ogni tempio. E in Verità, allora risuonerà ovunque la Verità del tuo discorso! Un romano ti ringrazia!”. Cornelio chiede titubando: “Sei un giudeo, oppure appartieni a un altro popolo?”

41. “Sono a tua disposizione, tribuno”, dice Simeone con un sorriso conquistante. – “Ne sono lieto. Vieni, per stabilire un’ora. A voi, alto sacerdote, sia il ringraziamento di un alto romano. Non hai promosso troppo, Zaccaria”, annuisce gentilmente a costui. “E anche tu, Athaja. Ti sei acceso una luce migliore, da quandodi quanto mi è stato riferito di te”.

42. Forestus riceve un segno ed esce. Le truppe se ne vanno. È inutile che i giudei guardino dietro al cordone. Cornelio insieme a tutti i suoi ufficiali prende parte al pasto preparato in modo romano. Athaja sussurra a Simeone: “Fratello, questa era una parola del cuore! Ora conosco la mia strada”.

43. Dopo il termine della festa, si raduna il Sinedrio. Oltre ai sacerdoti già noti, dei giudici, dei superiori della scuola, degli uomini dell’amministrazione della città, dei principi e dell’avvocato, ne partecipano ancora i seguenti templari: Usiel, Jissior, Nathan, Eliphel, Malchia, Pashur e Gedalmar. L’alto Consiglio è radunato al completo. Ghintoi ha da sorvegliare l’anticamera.

44. Quando Simeone entra nella stanza, si alzano i sacerdoti principali Jojareb, Hilkia e i sacerdoti insegnanti Usiel, Malchia e Pashur. “Che cosa deve fare un forestiero al Sinedrio?”, si trattiene Jojareb solo malamente. – Il principe Ahitop sorride sprezzante: “Aspetta come si rivelerà il forestiero”.

45. “Noi lasciamo il Sinedrio, se lui rimane!”, beffeggia Usiel. – “Non c’è niente in contrario”, risponde freddamente Zaccaria. “Quello che c’è da deliberare, può avvenire senza di voi”. – Malchia ride forte: “Ah, da quando, vale una decisione senza l’unità del Sinedrio?”. – “Oggi, altri devono dare la loro voce”, abbaia rauco Pashur, “affinché il superiore possa rimanere seduto sulla sua sedia!”

46. Athaja impallidisce. Ma da quando la festa si è svolta in modo così meraviglioso, la certezza in lui è schizzata formalmente in alto: che ogni sciagura si allontanerà da lui! Fa sedere Simeone alla sua sinistra, Zaccaria come sempre alla destra. “Certo”, dice, “oggi deliberano altri con noi; ma non per via della mia sedia, che non voi potete togliermi o darmi”. – “Hahahaha!”, Hilkia diventa rosso, “Ti sei fatto ben per amico il romano, traditore di popolo!”. A questa battaglia indegna di parole, si oppone Simeone.

47. “Mi meraviglia quanta poca luce dimora fra le vostre file!”, tintinna formalmente. “Si pensa che ci sarebbero dei ladri, non soltanto sacerdoti, che devono riconoscere la Dottrina di Dio. Chi intendo, lo sente già. Non sono stato introdotto da Athaja; perché lui mi conosceva tanto poco, come voi tutti insieme. No! – DIO mi ha inviato! Allora ho fatto una strada la cui misura non commisurerete mai. È ancora dubbio se voi, animosi, conoscete la mia Patria e, …se la troverete”. – “Se la trovi solo il romano!”, soffia Jojareb.

48. Thola esclama sconvolto: “Noi, giudici del tempio, siamo indipendenti dal Sinedrio e possiamo allontanare ogni perturbatore della quiete nella comunità, con il principe Ahitop, gli uomini funzionari e con l’avvocato!”. – “E anche il vostro amico Athaja?”, schernisce Usiel. – “Anche lui”, risponde Hilkior. “Cominciate finalmente come si addice all’alto Consiglio”.

49. Simeone fa cenno tutt’intorno: “Chi vuole occupasi di me, lo faccia dopo. Occupiamoci prima con la cosa più importante”. La sua saldezza passa a tutti i buoni; i maligni fanno la gobba, interiormente. Lui sorride, vengono disputate delle questioni, come si potesse liberare almeno la fortezza più alta da Cornelio, come il sostituto Ponzio, come sarebbero da abbassare i tributi percentuali dal popolo, soprattutto dal tempio che quasi non si riesce più a pagarli.

50. Su richiesta, Zaccaria dice: “Sono stato due volte da lui; egli aiuterà, dato che inoltre, la festa non è rimasta senza effetto su di lui”. – Si fa sentire Pedata: “Io profetizzo a certi effetti d’un attimo: nessuna lunga durata!”. – “Va bene”, dice Simeone con calma. “Domani vado al tribunato, e allora si mostrerà che impressione ha lasciato la notte. Nondimeno, io conosco il tribuno; con lui si può parlare, se si tiene conto del suo modo e della sua posizione”.

51. Hilkia scoppia: “Tu? Conoscere il romano? Ti ha visto oggi per la prima volta. Bugiardo!”. – “Se non ti deve punire il CIELO”, risuona seriamente, “allora riprendi l’offesa. Svelto!”. – Ad Hilkia soffia un vento gelido. Affila con forte rumore la lingua, ma non possiede coraggio. “Io, …io ho visto”, balbetta, “…tutti abbiamo visto; …no, non penso che sei un bugiardo”.

52. “Ora tu hai mentito!”, lo scopre Simeone. “Hai balbettato per paura. Non bisogna essere un profeta per vedere le tue bugie. Sei troppo lontano dal Cielo, che il Cielo si occupi di te!”. Una dura parola. Hilkia pensa oppresso: ‘Con costui non c’è da scherzare’.

53. “Che io conosca Cornelio”, dice Simeone, “non significa che lui mi debba conoscere. Comprenderete ancora, che ci sono delle cose, da lontano dalla Terra, che voi uomini non potete quasi comprendere, e non ritenete possibili. Avete riflettuto una volta come il vostro Sole va per la sua orbita e non vedete comunque nulla a cui sarebbe legato? Oppure di notte le innumerevoli Stelle, di cui la maggior parte sono più potenti del vostro Sole?”

54. “Hm, hm”, Athaja si passa le mani nei capelli. “Noi sappiamo che il Creatore conduce tutti i corpi celesti. Egli non ha bisogno di nessuna corda, per legare le Sue Luci, come noi con una cintura i nostri vestiti. Ma comprendere…? Malgrado ciò, credo l’inafferrabile. Anche, che …da lontano dalla Terra ...”. ‘Tu stesso, forse’, mormora Athaja come a se stesso.

55. Simeone riconduce il trattato inavvertitamente nella mano di Athaja, ma dice: “Domani sentirò che cosa ha da dire Ponzio. Il vostro primo è convocato, e riesce in certe cose, per cui deve avvenire la cosa più importante: il nuovo legame di Giuda guida alla fede è che il tempio conoscerà presto solo dei sacerdoti puri. Quale festa, Athaja, vorresti fosse libera?”

56. “La festa dei Tabernacoli di oggi [Esodo 12, 15] e quella dell’Anno del Giubileo [Zacc. 14, 16 - Lev. 25, 11] e la festa della liberazione [Esra cap. 1 e 6]. L’ultimo è in memoria quando e quante volte il popolo venne liberato dal potere estraneo”. Lui guarda triste i nemici. “Mi hanno accusato presso il tribuno; ma ora confido nel Signore.

56. Se EGLI vuole, non c’è bisogno che il Suo piede schiacci dapprima la semenza cattiva! Così cammino nella salda fede; e Dio darà ciò che è giusto per tutti noi”. Simeone e Zaccaria lo guardano lieti, commossi.

57. Il principe Ahitop dice riconoscendo: “Amico mio, ora hai dato ciò che un autentico alto sacerdote deve dare. Io propongo di richiedere di diminuire la percentuale per il paese, così pure la percentuale per la proprietà, che grava particolarmente sulle case grandi. Se otteniamo questo, abbiamo intanto ottenuto molto. Non si può far scendere il Sole, è anche sufficiente di scaldarsi nel suo raggio. Non sia pretesa, solamente, sottoponetelo al tribuno, se vuole trattare a nostro favore”.

58. “Giusto!”, Chol-Joles, che finora aveva osservato in silenzio, è dello stesso parere. “Forse anche il nostro nuovo amico propone qualcosa?”. – “Non ha nulla da riferire”, sfida Hilkia. – “Non sei ancora guarito?”, chiede Simeone. Jaore non si tiene indietro: “Sei come una vipera, e vuoi essere sacerdote del Sinedrio? Ah, il tuo carattere non vale una cattiva moneta!”

59. Zaccaria ferma il vociferare: “La cosa più importante è stata discussa, ora è da decidere quando Athaja, Simeone ed io, siamo stati nel tribunaletribunato. Magari il tribuno invita ancora altri”. Malgrado la buona volontà, la parte animosa non cede ancora. L’odio di Jojareb, lo fa semplicemente scoppiare:

60. “Io annuncerò il tutto al tribuno! Anche, che tu, Simeone, non fai parte di noi. Il tribuno, che si è mostrato clemente verso di noi, viene forse esiliato per questo. Oh, questo non gli deve succedere per via della festa, che oggi potevamo festeggiare!”

61. “Tu, non hai festeggiato!”, dice Simeone duro come l’acciaio. “Il tuo cuore non era presso Dio! Hai soltanto riflettuto, come potresti far agire la tua cattiveria, persino contro il tribuno. Inoltre ti invito di venirci domani con me. Certamente, …per te non c’è garanzia che rimani l’accusatore, oppure di sentire il piglio taglio della spada. Senti la sua punta!”. Come Hilkia, così striscia anche Jojareb in sé. Lui pensa in modo non sacerdotale: ‘Con Per Satana,! cCon costui non è da trattare in modo semplice.!’

62. Athaja conclude il Consiglio, dopo che ha cercato nuovamente di rappresentare tutte le animosità come insensate. L’unico che si lascia toccare, è Malchia. Va a casa riflessivo.

 

         [indice]

Cap. n. 5 / III°

Simeone e Cornelio - L’inizio fra Roma e il tempio

 

1. Simeone e Cornelio siedono di fronte. Il tribuno, appoggiata la fronte, riflette. La storia di Israele era singolare; e la ‘Stella’ non è del tutto cancellata, malgrado il peso del giorno che gli ha lasciato poco tempo per una retrocessione, tenta di nascondere la sua incertezza davanti a Simeone.

2. “Io sono romano! La vostra fede in Dio non può essere messa in accordo con la mia opinione. La festa, malgrado il mio tuo discorso – perdona – mi sembrava noiosa. Le nostre feste degli dei sono di tutt’altro genere”. – “Sei sempre tornato a casa soddisfatto delle vostre feste agli dei?”. Questa domanda risuona paterna.

3. Cornelio guarda Forestus. Costui si scuote. “No!”, indugia il tribuno. “Io vado via quasi sempre presto, se non mi trattiene il Cesare. Soltanto i giochi di lotta e di coraggio, e la comparsa delle vestaline mi rallegrano. In ciò predominano forza e bellezza, là nessuno deve stare muto e non partecipe, come nelle vostre affumicazioni, durante le lunghe litanie. E sempre soltanto adorare un Dio – presso Ercole, non aggrada a nessun romano!”

4. “Comprendimi”, sorride Simeone. “si tratta inoltre del fatto, dove e per che cosa uno è nato. Ora, amico mio”, a questo, Cornelio annuisce, “non è determinante l’esteriore. Chi può risvegliare il bene nel petto, costui cercherà presto di evitare l’ingannevole di questo mondo, senza essere un asceta. L’ascetismo non è più buono”.

5. “Pensavo…”, sfugge a Cornelio. “E, …la tua età? Oggi vedo che non porti nessuna maschera. Ieri mi è venuto il pensiero. Sembri più giovanile di quello che sono io stesso. Come mai? Non hai l’aspetto di un giudeo. Ho sospettato di te; il sospetto sussiste tutt’ora, anche se…”, Simeone non fa notare nessun moto di sospetto, “…non ti considero come spione, come mi era stato riportato al mattino. Ecco la letterina!”. Porge a Simeone una pelle d’asino finemente conciata.

6. Simeone legge e ride: “L’asinello si è tradito…”. – “Ahh…? Sappi, sopporto molto, ma non tutto! Dimmi il nome!”. – “Mi prometti di non intraprendere nulla contro di lui? Almeno non subito. È un povero sciocco, che non conosce nessun caldo battito di cuore”.

7. “Non prometto niente, mi sei ancora troppo poco trasparente. Per me l’asino può galoppare finché si spezza da sé le gambe”. Il romano alza di malumore le sue ciglia. – “Aspetta un po’…”, dice buono Simeone, “se non oggi, o domani, così si avvicina il tempo di quando impari a pensare diversamente”. – “E rimanere con ciò un romano?”, deride il tribuno.

8. “Sì, nell’esteriore rimani un romano. Indipendentemente da ciò: se lo spirito della Vita, che sta al di sopra del perituro, delle cose della materia…”. – “Spirito? Prima hai parlato dell’anima. Haha, all’età ci si girano ben certe cose…”. – Simeone restituisce in modo fine lo scherno: “Non necessariamente! Spirito e anima sono due parti di Forze, che originariamente e permanentemente hanno tutti gli spiriti, le cui dimore sono sulle Stelle”.

9. “Tu vaneggi”, esclama di malumore Cornelio, mentre Forestus si tocca la fronte. “Pazienza! Invita alcuni templari e cittadini al colloquio. Allora sentirai certe cose e raggiungerai contemporaneamente il miglior contatto; presto riconoscerai anche ciò che ti annuncio: la mia Patria, si chiama EMPIREO, e l’ultima volta sono proceduto dal luogo MYRÄÄON”.

10. “Dove sono questi paesi?”, chiede avaro Cornelio. – “Non si può spiegare con una dozzina di parole. Il mio Re mi ha mandato da te, e perché ti amo ama già da molto tempo”. – “Ma ora basta!”, Cornelio salta su, la sedia cade dietro di lui. “Con questa canzonatura non puoi procurare molto per i tuoi giudei! Ho voglia di …” – “…imprigionare! Non ti è corrente l’omicidio! Tu, tribuno con un cuore, che non Roma ha partorito!”

11. Gli uomini si trovano duramente di fronte. Due paia d’occhi fiammeggianti, l’uno dalla spinta per il potere, l’altro in un bagliore da lontano. “Siediti…”, dice Simeone come a un malato, “…e ascoltami ancora. Pensavi: ‘se il mio Re fosse più potente che Augusto e dei vostri legionari, sui quali tenete cose grandi’. Guarda soltanto indietro! Dove sono i sumeri? Dove la Caldea, l’Egitto antico, la Media, la Persia e la Babilonia? Loro sono saliti e caduti giù; e così succede a ogni popolo che edifica soltanto sull’arbitrio e sulle armi!

«Perché più alto che il lucido ferro sta la Grazia;

più pesante che la corazza, pesa la Misericordia;

più tagliente che una spada, è l’Onnipotenza;

più veloce che il veloce cavallo, corre il Diritto di Dio!»

12. Questi e molto di più, sono le nostre armi! Tribuno…”, la parola di Simeone diventa dura, “…nessuno s’avvicina a me, perché il mio Re è il Signore di tutto ciò che vedi, e ciò che non puoi nemmeno vedere. Ciò che tu vedi, somiglia ad un unico legionario, in confronto ai alle vostri dodici legionarilegioni, che non puoi vedere tutte insieme.

13. Tu ami le Stelle. Si vede vedono come una scintilla; e non sospetti quanto sono grandi, quali esseri viventi ci siano, formati meravigliosamente di spirito, cuore e anima. Una stella è Mireon (Mirääon), da là sono venuto. Il firmamento maggiormente invisibile si chiama Empireo. Ti prendo ora in giro? Oppure ti offro una Verità, di cui i vostri sacerdoti non hanno nessun bagliore?”

14. Cornelio fissa gli occhi chiari. “Ho bisogno di anni per digerire questo. I greci hanno degli scritti antichi, ma è tutto pensato, di più, anche dei geroglifici egiziani devono annunciare di ciò. Tu parli come se questo fosse la cosa più naturale del mondo. Ora, …oggi non c’incontriamo; mi manca il tempo. Le galere del Quirino sono già a Sidone., Ssu Tiro e Cesarea; poi viene qui. Devo sbrigarmi, per svolgere le cose più grossolane”. Cornelio si asciuga il sudore. Forestus, facendo come lui, si avvicina, nelle due mani un monte di rotoli.

15. “Tribuno, non ce la faccio da solo. Il confronto con i nomi non correnti, – è finito!”. Fa cadere i rotoli. Il tribuno avrebbe quasi riso, mentre Simeone sorride spesso. – “Posso aiutarti?”, dice lui impegnativo. “Ti leggo i rotoli, tu controlli e fai una striscia su ogni lavagna. Così è sicuro che alla fine è tutto giusto”.

16. “Per Polluce!”, Cornelio s’inchina verso i rotoli. “Mi vuoi davvero aiutare? Sai, non lo permetterei nemmeno ad un Zaccaria, che è certamente onesto. Ma con te…”, il romano inghiotte il resto. – Simeone divaga abilmente: “Guadagni molto tempo. Se hai bisogno di me, ti aiuto volentieri fino all’arrivo del Quirino”.

17. “Per quando erano convocati i vostri sacerdoti?”. – “Per il pomeriggio!”. – “Allora, piuttosto questa sera”. – “Invita presto alcuni uomini, come ti ho consigliato; ti comunico i nomi”. – “Non dei denunzianti!”. – “Sei risparmiato”, ride Simeone. Di nuovo il romano nota in lui il riso di un bambino felice, gli occhi di un forte ragazzo, la sapienza di un anziano.

*

18. Dopo uno spuntino ci si mette al lavoro. Forestus si stupisce quanto funziona tutto. “Ah, qui c’è la tua lavagna, Simeone e, …che cosa sei? Sacerdote d’insegnamento e, …profeta?”, s’inchina un poco. – Cornelio al quale oggi scorre il lavoro, viene vicino. “Fa vedere!”. L’esamina precisamente. È autentica, ed ha persino già un colore antico. Allora si rende conto:

19. “Secondo la lavagna non sei un giudeo. Nei miei confronti hai menzionato la tua Patria, …come?”. – “Empireo”, aiuta tranquillamente Simeone. – “Quindi?”. – “Non ti sfugge nulla”, dice Simeone. “A volte non vedi il bosco, da tutti gli alberi. Il mio essere, indipendente dalla vita di questo mondo, proviene da ‘Empireo’.

20. Sono venuto qui, diversamente da te. Se ora fossi un gallese? Nessun uomo determina la sua patria, eccetto dalle premesse che per ora non comprendi ancora. Nato a Roma, e sei un romano; sono venuto a Gerusalemme, di conseguenza, qui sono a casa. Così la mia lavagna deve essere giusta, vero?”. – Cornelio è perplesso. “Per Apollo, hai ragione!”. Quanto è intelligente l’anziano. Se si potesse conquistare costui per Roma… Un sospiro, oppure è stato solo il vento che passa attraverso le finestre…

*

21. Ancora un’ora fino alla sera, ecco che chiama Forestus: “Finito!”. – “Come? Finito? Con tutta la città?”. – “Sì!”, il comandante mostra fiero sul tavolo, dove giace tutto ordinato, diversamente dal al solito. “I sacerdoti d’insegnamento e profeti possono fare di più che i giocolieri persiani?”. – A Simeone saetta un sorriso intorno alla bocca: “Ti hanno già potuto bluffare?”

22. “No! Soltanto, la tua magia di lavoro mi rimane inafferrabile”. – “Non è magia, è appunto un sistema. Quando impiegate i vostri legionari, allora badate acutamente ai sistemi nei particolari, come il soldato deve lottare oppure difendersi con scudo, spada e lancia. Se vuoi condurre con sicurezza quattro o persino otto cavalli, allora ogni briglia dev’essere usata con precisamente, altrimenti i cavalli rovesciano il tuo carro”.

23. “È successo quando stavo ancora imparando”, ghigna Cornelio. – “Senza Simeone avrei avuto bisogno di quattro giorni per questo scavo”, dice Forestus. “Sono libero per questo?”. – Cornelio nega.: “Ci occupiamo subito dei paesani”. Rivolto a Simeone, a metà chiedendo: “Vuoi davvero aiutare? Domani o dopo domani. Non lo devi fare gratuitamente”.

24. “Mi sono offerto! Possiamo fare molto prima che venga Cirenio. Lui è preoccupato perché hai meno buoni uomini, immaginando quello che ti ha lasciato l’ultimo Ponzio. Rendo Prende delle monete d’argento e sesterzi, per idai terribilmente poveri di questa città che dimorano più indegnamente che qualche cane nella vostra Roma”.

*

25. “Non esagerare! Non ho visto nessun uomo nudo”. Cornelio è inquieto perché Roma… No, no, soltanto alcuni incapaci hanno sconvolto. Presto deve notare che è molto peggio quel che aveva soltanto osato pensare. Si va nella sua camera privata. Dopo il pasto – sono ancora con il vino – vengono annunciati i due superiori del tempio. Il saluto risulta in modo più cordiale di come sarebbe generalmente usuale.

26. Dopo aver discusso su diverse cose, Simeone dirige verso le gravi situazioni nella Palestina. A volte il tribuno si scalda. Lui vuole vedere Roma pulita, perché lui stesso è di senso pulito. Ma se il Quirino annusa il cattivo arrosto, chissà, che cosa ne seguirà. Simeone lo tranquillizza:

27. “Non pensare, tribuno, che vieni annoiato con cose che non ha causato nemmeno il vostro Cesare. Quando sarà tutto scoperto, allora è bene per Ponzio Naxus (nomignolo) e per i suoi aiutanti, che non siano più in vita”. – “Come? Non più in vita?” Cornelio salta su fuori di testa: “Sono in esilio su Melita (Isola di Malta), finché il controllo non è terminato. Allora sarà stabilita la misura della punizione. Il Quirino Cirenio, a cui è affidata la faccenda, non emette nessun giudizio di morte affrettato”.

28. “Sono fuggiti in una piccola barca che è affondata nella tempesta. Nessuno è ritornato vivo”. – “Qual destino”, mormora Forestus, e sparge alcune sferette di resina sull’altare di casa. – “Come mai che lo sai?” chiede Athaja. – Zaccaria guarda Simeone con dedizione: “Lui è un profeta; che miracolo se sa tali cose”. – Nuovamente, Simeone tranquillizza: “Cirenio te lo confermerà, tribuno; si trova in pieno viaggio e arriva prima del previsto. Perciò ti ho offerto l’aiuto”.

29. Athaja per paura nasconde un sorriso. Ora sa come il tribunato tribuno ha avuto la lavagna di Simeone, come riferisce Cornelio, ‘senza magia’. È cambiato in meglio. Per le cose superiori è ancora soltanto un foglio scritto a metà. Se il tribuno lo capisce? Ma il discorso è già in un’altra direzione.

30. Simeone spiega ancora altro dal suo discorso del giorno di festa. – Il templare si stupisce per quanto Cornelio si ricorda. “Tribuno”, aggiunge, “è meglio se impari a conoscere di più il paese, la gente e i costumi. Il Naxus, come lo si chiamava per via della sua slealtà, non si è dato la fatica di ascoltare anche soltanto coloro che erano spinti alla disperazione, per non parlare di occuparsi della miseria che si è creata a causa dei suoi inauditi ricatti”.

31. “Ricatto? Roma non lo fa! Le tasse erano alte; ma pensate, costa molto stabilire il muro a Est. Forse ancora un breve tempo, e la tassa viene diminuita”. – “Davvero?” chiede Athaja. In ogni caso aveva portato con sé alcuni rotoli delle tasse. Li presenta e dice:

32. “Alto romano, perdona se oso presentarli: negli ultimi cinque anni le tasse dei paesi sono raddoppiate, la tassa per casa e tempio, triplicata. In più, la servitù senza soldo, e alla servitù non era stata tolta la contribuzione”. – “Ce l’hai per iscritto? Sono stati conservati i conteggi per presentarmeli?”. La rabbia del tribuno non conosce limiti. Tutto il bello del giorno e della sera, era soffiato via.

33. Athaja glieli porge. Zaccaria annuncia: “Il Ponzio ha ordinato sotto la pena di morte, di conservare i documenti, perché di tanto in tanto faceva dei controlli, dove lui, …per riscuotere altro”. – “Domani controllo la faccenda”. Nelle singole cifre, Cornelio vede subito che appena la metà dei denari riscossi erano giunti a Roma.

34. Il peggiore dei problemi lo spezza Simeone: “Cornelio, se controlli gli atti, allora sembra come se la documentazione del tempio sia falsa. Il Naxus si preparava sempre un duplice conto: per il tribunato e per Roma. Nella cupola della casa trovi la cassapanca dove giace la scritta originale di tutti i documenti”. Cornelio va avanti e indietro, combattendo a fatica la sua ira. Che dei vinti dimostrano l’indegnità di un vincitore, gli passa oltre ‘il bordo dell’elmo’, come egli usa dire.

35. Forestus conosce il suo superiore. Di nascosto sussurra ai sacerdoti: “Andate a casa; vi faccio accompagnare dalla guardia. Ora siate tranquilli, lui scopre la verità”. Anche al vecchio guerriero succede come al suo capo. La vita da soldato risparmia poca finezza; ma questo? Ai vinti? No, questo è ripugnante.

36. Appena sono andati via gli ebrei, Cornelio comincia a infuriarsi: “Questo malvagio! Questo omicida a tradimento!”, segue un flutto di cattive maledizioni. Forestus salva fulmineamente un bel calice, a metà riempito di vino, che Cornelio vuole sfracellare. ‘Lasciarlo sfuriare’, mormora dentro di sé.

37. Cornelio manda a prendere le cassapanche. Vi scava dentro velocemente. Con una forte luce di fiaccole ce la fanno da soli. Nessuno deve vedere quest’onta. Il mattino arriva quando la maggior parte del materiale è al sicuro. Forestus porta un pasto, in più, un pesante vino. “Dormi un paio d’ore; poi mi dai il cambio. Credo che Simeone – per Diana e per il suo esercito – voglia essere chi voglia, ci aiuterà. Dobbiamo, agli ebrei …” “Credi forse che chieda loro di mordersi da sé la loro lingua?”

38. “Ascolta la tua vecchia barba: loro rimangono muti per un sentimento d’onore …”. – “…che il Naxus non possedeva?”. – “Non così forte. Penso, anche perché li hai conquistati. Per il lupo! Chi ti può resistere?”. Forestus lo dice in modo delicato, rude. – “E va bene”, brontola Cornelio, “Ma poi i cittadini? Se l’accusatore è nel tempio, chi ci garantisce il suo silenzio?”. – “A questo provvederà il tempio stesso”. La certezza di Forestus si deve affermare. –

*

39. Anche i superiori si consigliano fino a tarda notte. ‘Tacere’ è la parola d’ordine. Prima di andare a dormire, Athaja dice: “Simeone, mi hai stupito in quale modo hai intrufolato la tua lavagna. Non è …”. – “…sospetto?” completa Simeone tranquillo, “No, è soltanto avvenuto per la vostra protezione. In tali casi agisce meglio l’intelletto, per ottenere il bene urgente. E per via dei tuoi nemici che ho fatto questo”.

40. “Perché al tribuno hai dato il consiglio di derubare i morti della loro ricchezza? Mi pare mondano”. – “Già; ma è meno per i morti; perché l’onore dell’uomo somiglia alla polvere che ci si scuote dai piedi nei confronti di tutto l’Onore di Dio. Era più necessario per via della circostanza. Così il romano conserva il suo onore, che ama sopra tutto.

41. Sono quasi sempre persone buone che badano all’onore. E il tribuno si vergogna davanti a voi. Se ora da parte nostra viene la proposta che lui ha formulato fuggevolmente, ed io ho detto di presentarla da sé al Quirino, allora il tempio e il popolo appare in una buona luce. Questo può essere utile a tutti”.

42. “Non mi sarebbe venuto in mente”. – Simeone annuisce: “Ricorda, soltanto il pensiero che spinge alla parola e all’azione, è l’impronta, come si rivela tutto. Se ha l’effetto di aiutare, di guarire dov’è necessario, così tutto quello che si fa e non fa ha il volto della Luce. Se avessi portato la mia lavagna per un vantaggio mio, sarebbe stato inganno. Dato che non io ne ho bisogno, il Cielo ha dato la riuscita”. Un sorriso d’angelo passa sul volto di Simeone. “Avrei potuto farlo miracolosamente; ma per il vostro insegnamento è avvenuto come appunto l’ho fatto”.

43. “In fondo è stato comunque un miracolo”, riflette Zaccaria. “Ti offri al romano, lui dice subito di sì, che mi ha fatto stupire, e precisamente viene controllato il tempio insieme alla città”. – “Per il nostro santo buon Padre-Dio, tutte le cose sono possibili. Egli aiuta in più anche nel terreno per la comprensione dei Suoi figli terreni”.

 

[indice]

Cap. 6 / III°

Aspre dissonanze - Il Cielo aiuta - La preghiera di Anna e Simeone

Continua il consiglio - Battibecchi tra due fazioni, i cui peggiori sono quattro: Hilka, Jojareb, Pashur e Usiel – Entrano Anna e Simeone e li smascherano - I quattro vanno via e complottano, ma sono scoperti da Anna - Poi si recano altrove, senza sapere che Anna e Simeone sapranno ciò che tramano

 

1. È l’invito. Jojareb, Hilkia, Usiel, Pashur, Ginthoi e Malchia sussurrano. Ci sono anche alcuni sacerdoti inferiori che s’inquietano di meno, di non avere nessun invito. Soltanto, anche loro mescolano la pentola di veleno. Jojareb sibila come un serpente:

2. “Perché non noi?”. – “Lo chiedi ancora?” ride Usiel. – “Questo va sul conto di Simeone!”. – “Ma ho…” Jojareb fa come se venisse qualcuno. Quasi si sarebbe tradito da sé. Ora critica i cittadini che sono stati pure invitati. Rimane risparmiato soltanto il principe Ahitop; costui fa subito un breve processo.

3. Nella loro confusione arriva Chol-Joses. “Aha”, dice provocatorio, “i reietti conferiscono!” In genere si tiene indietro. Ma lo spionaggio e l’infamia non sono quasi più sopportabili. – Hilkia schernisce: “Naturalmente, chi può bere i vini di Roma…”. – “In quale fogna hanno educato te?”. – “Non osare troppo!” grida Hilkia, rosso come un gambero, “altrimenti ti uccido!”. – “Del tutto degno di te!”, entra Zaccaria. “Con lui, uno non se la rovina volentieri, altrimenti due terzi del tempio sono i loro avversari”. – “Mi ha provocato”, cerca di scusarsi Hilkia.

4. “No! Vi ho già sentito dalla porta. È dignitoso se sbraitate come cattivi ragazzi nel santuario di Dio?” Il rimprovero è arrivato. – Hilkia alza la mano, come se ora volesse giurare: “Non hai nulla da dirci”. – “Per nulla!”. – Malchia è inquieto: “Lui è il secondo alto sacerdote”, voltandosi a metà, aggiunge: “Da tempo vi occupate di sedizione; con voi non si poteva più fare nessun discorso su Dio. Mi ha oppresso e …”. – “…ora ci abbandoni?”, s’arrabbia Jojareb.

5. “Come lo chiami, non m’importa”, Malchia fa il gesto come se cancellasse. “Simeone ha ragione di escludervi. Qual impressione dovrebbe avere di noi il tribuno, quando vi spronate come dei vecchi galli? Vergognatevi!”

6. “Che ha da dire qui un sacerdote d’insegnamento?”, soffia Hilkia. – “Oppure Usiel e Pashur?” interviene veemente Zaccaria. “Ti avverto, Hilkia! Se continui così, convoco il Consiglio della città e dei principi. Se passa favorevolmente, vengono licenziati tutti i disturbatori della quiete; per me, a riposo (in pensione)”. Questo aiuta. Non si è mai visto Zaccaria così deciso.

7. “Aspettate; avevo Athaja per il colloquio, che a voi – infantili – è contrario. Incede d’essere contenti che Simeone ha preparato una via per offrire un miglioramento alla nostra miseria, subita per decenni, voi vomitate il vostro inferno e calpestate ciò che ci può portare la benedizione!”. Lo dice e va via. A metà con disagio, a metà stupito, il consorzio rimane lì.

8. Chol-Joses offre la mano ad Hilkia. “Perdona, non volevo essere cattivo. Mi ferisce ciò che danneggia l’onore del nostro tempio”. Ci vuole un po’, prima che Hilkia afferri la mano offerta per la pacificazione. – “Molto ci disturba! Lo sai che Athaja cospira? Mi è stato riferito ieri. Noi tutti vogliamo che la Giudea sia libera! Ma affratellarsi in segreto con il popolo…? No, questo è falso e ci costa la testa!”

9. “Voi sapete cospirare bene”, dice una voce, odiata dai perfidi. Simeone sfiora Jojareb: “Ti do un buon consiglio: si scrive qualcosa sulla pelle d’asino, come tale viene prodotta per il tempio, e la si invia tramite uno qualunque del popolo, in modo che malgrado la comune sofferenza, si guardi orgogliosi dall’alto in basso, nel tribunato, molto presto, quando il romano si sta svegliando”.

10. Jojareb diventa pallidissimo. Oh, guaio, non farsi prendere dal panico ora. Sussurra a Pashur: “Costui confabula molto”. – “Non so; qualcuno lo ha certamente consigliato; lo dice troppo deciso”. Nel frattempo arrivano gli alti sacerdoti, mentre Simeone abbandona la sala. – “Ritorni?”, chiede Zaccaria. – “Sì, voglio andare a prendere qualcuno che ho incontrato nel tempio e il cui puro cuore di Luce può bandire qualche oscura ombra”.

11. ‘Chi sarà mai?’, riflette Athaja. Lui vorrebbe volentieri eliminare il disaccordo e pulire il tempio. Ma ecco, quanto è difficile, dato che lui stesso era stato senza-Dio per lunghi anni, …nella casa di Dio. Voleva dismettere la sua funzione, se Simeone non fosse diventato tutto il suo sostegno, il suo conforto e la sua forza.

12. “Dimenticate il male”, chiede ribatte lui. – “Fateci vivere come sacerdoti di Dio”. – “Hah, ti dispiace di aver cospirato, da quando pieghi la gobba davanti a Roma?”, l’odio di Hilkia arde fiammeggiante. – Athaja si riprende: “Voi sapete che non sono mai stato dal Ponzio, soltanto alla scala [Giov. 18, 29] dove si trovano i criminali, quando io e Zaccaria potevamo andare a prendere la conferma come alti sacerdoti. Voi non avete ancora sperimentato una tale onta.

13. Oggi so: DIO ha fatto venire su di noi la Mano da penitenza. Egli ci avrebbe volentieri benedetto; ma noi non ne eravamo degni. Eravamo smarriti come pecore. Perciò ora prego ognuno: ‘Rivolgetevi di nuovo a Dio; seppellite l’odio e lasciate regnare l’Amore di Dio!’. Aiutatemi! Perché la mia funzione, in questo amaro sconvolgimento e con il peso dell’occupazione… Ma pensate che sia facile? Voi dormite sempre tranquilli, la responsabilità viene sempre rovesciata su di me. Venite! Siate uniti!”, Athaja offre ad ognuno la sua mano.

14. Malchia ed alcuni sacerdoti secondari l’afferranno senza indugio, mentre Hilkia e Jojareb fanno come se non vedessero la destra offerta. L’alto si distoglie seriamente. Nello stesso istante entra Simeone, con lui Pedata, Malluch, Jissior, Eliphel e, …una donna.

15. “Madre Anna!” [Luca 2, 36 – 38], Athaja va verso l’anziana. “Da tanto tempo non sono stato da te; i giorni si succedono rapidamente”. – “Lo so, figlio mio”, mi dice cordialmente Anna. Lei chiama tutti, figlio e figlia. Quarant’anni fa, dopo un breve matrimonio con il sacerdote Charmi, è diventata vedova. In genere gode di molta adorazione; è anche di spirito intelligente e profetico. Anche adesso, a settantasette anni, non cammina quasi piegata.

16. Athaja le offre una sedia. “Non ho voglia di ascoltare le chiacchiere della vecchia”, mormora Jojareb all’orecchio di Hilkia. – “Nemmeno io; squagliamocela!”. Anna batte con il suo bastone sulle pietre. – “Dove volete andare, voi, bricconi?”. Lei può permettersi questa parola. – “Abbiamo cose urgenti da fare”, Jojareb fa una faccia maestosa.

17. “Lascia cadere la tua maschera”, dice Anna. “E ora cominciate. Che succede? Padre Simeone è venuto a prendermi”. Ci si stupisce. La profetessa non ha mai messo nessuno al di sopra di sé. Questo, per grande amore. Lei vuole bene ad ognuno, anche ai cattivi, per stimolarli al ritorno. Agli scansafatiche non rimane risparmiato di risedersi.

18. Simeone comincia: “Stanno girando dei giochi malvagi. Non devo dimorare a lungo presso di voi per intravedere il vostro angolo oscuro. Nell’esteriore ci si avvolge in abiti costosi e ci si mettono dei cappelli alti [Es. 28, 39), affinché il popolo vada in ginocchio per tanta riverenza. Durante piccole feste si tengono grandi discorsi e si prende l’ultimo quattrino (1/2 penny) che qua e là la povertà possiede ancora.

19. Certo, …i pesi sono grandi. Ma devo nominare quelli che vivono nell’abbondanza perché i loro padri avevano nascosto qualcosa? Ci si lascia nutrire dal tempio in tempi difficili, ma oro e argento sono nascosti. Hiklia, tu non indicare con il dito al tuo alto sacerdote! Lui vive del proprio poco denaro. Quello che ha posseduto, fu messo da parte per aiutare il popolo, non appena ci si potesse liberare. Ora sa che questa è faccenda di DIO!

20. Voi avete cospirato, non Athaja! Aavete molti con voi con i quali volete andare contro Roma. Voi, deliranti della libertà! Con un paio di vecchie lance volete vincere Roma? Io vi dico: ogni potere mondano, per quanto sia grande, si lascia vincere soltanto con l’AIUTO di DIO, …mediante la preghiera! Non ridete! Io posso sopportare facilmente il vostro ghigno; se voi il mio conteggio, da tenere su Incarico di Dio, che sia messo lì”.

21. “Ci chiami deliranti di libertà?”, schernisce Jojareb. “Conosci poco la nostra norma, ma ti sei intruso come ebreo. Noi teniamo le norme di Mosé che obbliga di scacciare tutti i nemici, di spezzare ogni catena [Numeri cap. 31]. Roma ci sottomette da circa cinquantasei anni, e non dovremmo poterci sollevare?”

22. “Ti devi sollevare davanti al Signore, e non stare abbarbicato pigramente sulla sedia stando nella tua camera. Ceramente, tu puoi rimanere anche seduto con i tuoi strilli di parole, che non si elevano mai al di sopra del tetto del tempio, per non parlare nella maestosa Altura di Dio. Che cosa vuoi ancora, dunque?”

23. “Lamentarmi di te!”. – “Presso chi?”, lo canzona Nathan. – “Lo ha già fatto presso il tribuno. Possiedo la sua pelle”, Simeone la mostra. – Jojareb, cercando di nascondere il suo sconvolgimento, s’infuria selvaggiamente: “Non è vero! Vuoi solo rovinare me e i miei amici, perché noi…”. – “…eliminare Athaja e Zaccaria! Pronuncialo! Io so tutto!”

24. Certi non amano Athaja; ma una tale infamia…? La pergamena è proprietà del tempio, e la calligrafia è nota. – “Ha ragione!”, dice Usiel, “Tu, Simeone, sei entrato furtivamente e rovesci tutto. Nessuno sa ancora chi tu sia”. – “Chi egli sia?”, Anna si alza. “Ah, voi bambini”, si rivolge agli uomini in parte anziani. “Quando viveva il mio Charmi, sotto Pompeo, c’era qualche cattiva lite. Ma quello che succede qui, non lo ha mai visto il tempio da quando Salomone poté edificarlo.

25. Voi avete un solo Padre: DIO, il SIGNORE! Oppure voi cattivi provenite dal mondo inferiore? Alt, Pashur, le tue labbra mentirebbero, lo fareste per amore per il popolo, se venissero dimessi i vostri superiori. No, povero figlio, distolto dalla Luce e dall’Amore di Dio. Credi forse che sarebbe meglio, se Jojareb ed Hilkia fossero nel governo? Sperimentereste proprio il contrario! Io vedo tutte le ombre che vi circondano senza sosta”.

26. “Allora siamo senza colpa!”, s’inserisce Usiel malignamente. – Anna lo minaccia: “Non osar dire la stessa cosa, appena ti trovi davanti al Giudice sublime! Voi nutrite l’odio, e di questo vivono i vostri assodi (demoni). Mosè, su cui vi appellate, ha insegnato l’amore, oppure l’odio [Lev. 19, 17 – 18]? Non lo sapete? Tuttavia volete essere sacerdoti di Dio, dotti nella legge…?”

27. “Era amore quando Mosè ha ordinato di estirpare gli amorrei [Numeri 21, 21 – 31]? Non furono creati da Dio, loro ed altre tribù? Allora ha seminato DIO, l’odio fra noi e fra i popoli a noi estranei! L’odio è schizzato in alto. Ancora oggi scorre il sangue in fiumi su questo povero mondo, e continuerà a scorrere, finché un giorno non ci saranno più uomini”.

28. “Il tuo odio si perde nella sabbia, come – forse – il tuo sangue!”, la profezia li spaventa. “Io vi dico:”, dice ancora Anna, e la sua voce suona come delle campane oscure, “non parlate dell’amore come di cose del mondo, per quanto volete mettergli dei bei mantelli.

«L’amore, che non radica nell’Amore di Dio,

è un albero nudo, un cespuglio magro,

un fiore appassito, un’erba calpestata!»

29. Nessuno un giorno potrà mai scusarsi. Ma se volete sapere…”, lei guarda i maligni tutt’intorno, e poi mostra su Simeone, “…chi è lui, allora vi consiglio bene che è meglio non chiedere; perché non lo potreste sopportare. Ora continua, padre Simeone”, guardandolo con occhio chiaro.

30. Lui le annuisce e dice: “Dio lascia ognuno nella catena del suo delirio di libertà. Non guidato da LUI, …e l’uomo è libero. Bensì Di certo, allora lui sia cieco! Non storcere la tua bocca, Hilkia”, lo avverte Simeone. “Tu mondanizzi le mie parole, per causare contro di me della confusione. Oh, voi siete già ciechi, come anche il popolo, che però non ha nessuna colpa, perché ha soltanto poco sapere, mentre voi conoscete le Scritture. Quindi il Signore pretenderà da voi il conto [Giov. 9, 41], per voi stessi e, …per il popolo!

31. Il Creatore ha indicato che Israele deve essere guidato in ogni tempo. Ma voi avete scambiato la libertà di questo mondo con lo spirito libero. Chi si eleva al di sopra di altri, vuole fare ciò che non sopporta per se stesso. Ho ragione? Quando un giorno arderà quella fiaccola di rispettare tutti gli altri come se stessi, allora sulla Terra ritornerà la vera PACE! Allora non esisteranno più tali uomini, come ci sono ancora oggi ed ancora per lunghi tempi.

32. Chi non si lascia guidare qui, cade, quasi sempre molto in basso. Quindi Roma doveva agitare la stanga di ferro [militare; Ap. 2, 27], perché molti di voi non si sono piegati al soave bastone da Pastore di Dio [Michea 7, 14]. Oh, rimanete nel vostro delirio di libertà, perché Dio vi lega ancora più forte al ‘dovere della vita’ – in più, per il vostro bene.

33. Va dal romano, Jojareb, con i tuoi eroi da libertà, e digli: ‘Noi siamo uomini liberi; parti con la tua orda!’. Se ti va bene, egli risponderà: ‘Ritornate strisciando nel vostro buco!’ – Oggi Dio vi presenta il termine di Grazia, affinché vi possiate convertire. Anche per tutti gli onesti”, Simeone guarda la fedele schiera, “c’è ancora da estirpare qualcosa. La massima libertà che ci si può conquistare, è soltanto quella di sottomettersi volontariamente a Dio, per essere da creatura figlio Suo

34. I maligni non cedono, malgrado l’offerta di Grazia. Pashur getta indietro la testa e ridacchia:”Figlio? Noi uomini? In più, io, con la mia lunga barba? Creatura, sì! Con ciò finisce la mia fede, perché Roma ce l’ha tolta.

35. Pensi, Simeone, dondolando su nuvole lontane, che la vita dia via libera ad inseguire degli ideali? Per me rimani quello che sei, hai anche parlato come un figlio, ma non come uomo che si trova in gravi lotte della vita. Io per conto mio rimango piuttosto un adulto; essere un figlio, lo lascio a te”. Lo scherzo viene deriso forte dal seguito di Jojareb.

36. Ed ecco, è come se la figura di Simeone crescesse ancora; i suoi occhi fiammeggiano e la voce…, ‘come la Parola di Dio’, pensa qualcuno rabbrividendo. “E anche se la tua barba ti pendesse fin sui piedi, sei ugualmente figlio di Dio, certamente uno cattivo! In te è attaccato il bambinesco. Anche nei confronti del tuo padre terreno rimani figlio, ed anche se diventassi vecchio come Mosè. Per lui fu un onore ritornare come FIGLIO - lui, il primo principe degli angeli, ed egli lo sapeva [‘Quando Moé morì’]. Da uomo vecchio sei forse il fratello di tuo padre?”

37. Pashur contraddice in modo ridicolo: “Mio padre? Ah, lui per fortuna è defunto”. – “Ah, è così”, interviene Anna, “tu, uomo da barba, pensi: perché non vedi DIO, non hai bisogno di essere figlio? Possibile! Non possiedendo la figliolanza di Dio... Solo, sappi anche che poi il legame come creatura viene perduta.

38. Allora l’anima deve peregrinare eternamente (Ahasver), fino al suo Giorno del Giudizio, come ombra della sua ombra, senza Luce! Quando sarebbe questo? E vuoi questo…? Rifletti molto precisamente. Non soltanto Simeone, un fratello del nostro grande Mosè; anche il mio amore vi chiama: è Misericordia, che possiate sentire oggi un tale ammonimento!”, e la profetessa prega:

30. “Eterno buon Dio, guarda a noi con clemenza! Noi camminiamo attraverso il mondo, e TU ci tieni alla Tua mano. Il nostro sentiero rimane nascosto dinanzi al Tuo Spirito? Si può fuggire dinanzi ai Tuoi occhi? Se Su Cielo, Terra, inferno, …Tu sei ovunque! Se fossimo al bordo più lontano delle Tue Opere, la Tua Destra ci sosterrebbe comunque [Salmo 139, 5 – 10]! Come Tu stendi le Tue buone mani su tutti – e su chi non sarebbe Tuo figlio – così i Tuoi Doni piovono giù su tutti”.

40. E Simeone: “Come le mani, così i cuori. Se il mio piccolo cuore non fosse nel Tuo grande, dove sarebbe allora il mio soffio di vita? Così pure di tutti, Eterno-Santo, che la Tua Volontà di Creatore ha creato! La via è stretta, l’abisso profondo. Fa sempre splendere il Tuo Sole, anche se molti evitano i Tuoi Doni. La maggior parte vogliono solo essere riceventi; hanno dimenticato il dare. TU dai inesorabilmente!

41. Fa venire a Te coloro che sono spezzati. Tu accogli preferibilmente l’intero, ma nell’Amore guarisci anche il distrutto, finché non si vedano più le sue spaccature. Tu sei meraviglioso, Onnipotente! Gli oscuri si trovano ancora davanti al crepaccio, che è da superare solo mediante la fede, l’amore, la fedeltà e mediante il servizio. Oh, presta per questo i Tuoi pilastri: la Pazienza, l’Amore e la Misericordia! Il Tuo Giorno d’Amore non terminerà prima finché il primo e l’ultimo degli smarriti non abbia ritrovato la via di Casa. Padre Zebaot, chi possa mai afferrare questo…?

42. A Te sia il ringraziamento, la lode, la gloria e l’onore, Regnante dell’Infinito! Benedici coloro che si fanno guidare da Te; abbi clemenza anche per coloro che senza di Te sono deboli. Aiuta la povera lontananza e riportala nella sua Patria! Tu vieni comunque presto, per guarire l’ultimo frammento, il più difficile; e per contemplarTi poi nella Tua Magnificenza miracolosa [Luca 2, 29 – 30], - Signore, questa sarà la Corona della Tua Grazia!”

43. A lungo c’è silenzio. Jojareb, Hilkia, Pashur e Usiel vanno via strascicando i piedi. Voltarsi indietro parrebbe loro ridicolo. Loro sono uomini, la loro opinione è segnata. Loro hanno la funzione di sacerdoti parlante da sè; ma oggigiorno la religione è al secondo posto, perché la vita pretende altro che soltanto salmodie. Quando però attendono in una camera lontana, nessuno li segue. La loro fila si assottiglia.

44. “Dovete pensare”, tranquillizza Jojareb, “che questo Simeone sa parlare bene. Se il suo cuore era pieno di fervore come anche la sua bocca, vorrei metterlo in dubbio”. Allora si apre la porta ed entra Anna. Chi ha detto a questa donna, dove si erano segretamente ritirati? La profetessa sorride piano:

45. “Non meravigliatevi, soltanto, e non è nessuna lode, se ora vi chiamo ‘uomini’. Una cosa vi dico, per il vostro meglio: non sfiorate Simeone! Il suo spirito non è di questo mondo, la sua Luce può consumarvi – anche fisicamente! Ah, non devo sentire quello che pensate e dite segretamente!

46. Lontani da Dio, portate comunque degli abiti da sacerdote! Voi mentite, e davanti alla gente, pregate! Il vostro odio sparge cattiveria, ma volete raccogliere l’onore! Non vi riesce! L’accompagnamento della vostra via si chiama: inganno! La vostra meta: fantom! Vi compiango. Non da un uomo, per non parlare di una donna, sia io pure una profetessa, volete sentire tali parole.

47. Guardatevi! Io ho accesso qui ovunque, da vedova di un alto sacerdote, come profetessa, inserita da DIO. Non dovete badare a me, ma soltanto alla coscienza; però è dubbioso, che la vostra sia vivente. Chi non ne ha, a costui manca il cuore; e chi manca questo, la sua anima è morta. Allora l’uomo è bensì soltanto un guscio vuoto, abbandonato dal suo spirito, che proviene dall’alto Cielo di Dio”.

48. La veggente se ne va senza salutare. Senza badare a ciò che hanno sentito, Hilkia dice: “Venite con me nella mia casa. Fuori dall’edificio siamo indisturbati, là la vecchia…”, lui trangugia maliziosamente ‘la femmina’, “…la vedova non può più origliare. Mostreremo loro che siamo degli uomini!”

*

 Più tardi se ne vanno, come d’accordo, singolarmente dal tempio. Voi, stolti! Colui che è da lontano, e la profetessa sentiranno ciò che lo Spirito di Dio rivela loro, anche se foste nella profonda Africa, dove sono a casa gli etiopi.

49. Diversamente è nel gruppo di Athaja, a qualcuno è difficile ringraziare Simeone e pregare che egli voglia aiutare; e se fosse possibile, recuperare ciò che è stato mancato di fare. Agli Dagli alti sacerdoti viene chiesto perdono. Allora si mostra che il bene che sonnecchiava in Athaja è già sveglissimo, ed è diventato un altro in pochi giorni. Lui fa subito cenno:

50. “Fratelli, guardatevi indietro, oltre a quello che ognuno ha da riparare; io per primo. Simeone sa se e come questo sia possibile”. Ci si scuote lieti le mani. Simeone risponde: “Dato che gli invitati presso il tribuno fanno splendere le fiaccole del Cielo, allora aspettiamo, che cosa succede là. Poi ci consigliamo di nuovo”. Sono contenti. Oltre ai quattro fuori ordine, regna una bella sintonia per un lungo tempo. Certo, verrà ancora qualche cattiva boa, ma il nucleo sacerdotale rimane fedele per molti anni.

 

[indice]

Cap. 7 / III°

Presso Cornelio - Una volta e ora - Lo spirito, il cuore e l’anima

Una delegazione di quattordici tempiari vanno da Cornelio e vengono invitati a pranzo – Parla Anna sulla storia del popolo ebreo, e poi Simeone sui mondi e sfere superiori e anche dell’America non ancora conosciuta dai romani – Cornelio ascolta interessato

 

1. Pensi che alcuni dei nostri sarebbero da includere? Mi sembra un po’ strano. Quanti? Dodici Giudei, e soltanto due romani?” Il tribuno va su e giù a lunghi passi. Lui e Forestus sono in pieno assetto. Il fedele tocca il capo e, per quanto bene riesca, cerca di presentare la sua opinione.

2. “Al tuo posto rimarrei senza corazza. Primo, ti diventa troppo caldo; secondo, ti impedisce alla tavola; terzo …”. – “Terzo?”, sulla fronte di Cornelio si forma una ruga diritta. – “…ho l’impressione, che vengano in pace. Loro sono lieti di essere una volta ascoltati, e non si lasciano tentare da nessun colpo da ragazzo”.

3. “Può essere. C’è soltanto di nuovo un messaggio animoso, l’alto templare, Athaja, si sarebbe scongiurato. Non sappiamo se usano la nostra longanimità in modo errato”. – “Finché uno non firma con il suo nome. Lo chiamo delinquente, che lui stesso ha dello sporco al bastone. E questo Simeone..? No, amico mio, lui mi sembra assolutamente onesto. Non troverai da nessuna parte, un secondo della sua specie”.

4. “Sei stregato”, lo avverte Cornelio. “Che cosa dice il sacerdote insegnante e il profeta? Non è un mago, lo si vede. Che vengano Rochus e Venitrio”. – “Hm…, il comandante della città, Venitrio, odia tutti i forestieri; non è idoneo per questa città. Non ci tiene a comandi pacifici. C’è quasi da chiamare soltanto il comandante di casa. E tutti, uomini?”, Forestus ride di nascosto: “Sarebbe presente solo un’unica donna al pranzo!”

5. “Non conosco nessuna ragazza”, ride anche Cornelio. “Le locali sono orgogliose, e i loro parenti vegliano su loro come Cerbero. Ho visto…, soltanto, …soltanto donne anziane nei vicoli. Se vuoi avere queste?”. – “Allora il bisogno è coperto per tutta la vita! Ma ascolta, …sento dei passi”.

6. “Ci si può fidare delle tue orecchie come alla tua fedele. Quindi svelto, getta via i tuoi appendici; io lo tengo ancora”. Forestus si è tolto all’istante la sua armatura e gettata sotto una tenda, e già viene annunciata la visita. Cornelio avrebbe quasi riso fortemente; perché nella sala, entrano prima, Simeone e Athaja, fra loro, madre Anna. Ma la loro dignità induce rispetto ai romani, che non ne hanno mai avuto nei confronti di una donna anziana.

7. Athaja presenta degnamente i suoi. Il tribuno, educato alla corte di Cesare, si stupisce di tanto tatto. Prende una corona dall’altare della casa e la consegna a madre Anna. Lei arrossisce un poco. Quanto tempo è passato, da quando portava corone? Se la mette una volta timidamente e poi l’appende al collo di Cornelio. Questo caro gesto le ha conquistato presto il cuore del fiero romano. Lui la guida in alto alla tavola, accanto alla sua sedia.

8. Con libertà seguono Simeone, il principe Ahitop, Zaccaria, Athaja, Chol.Joses, il superiore della città Hasabra, SoabadJosabad, l’avvocato Hilkior, il giudice Thola, Jaor e i sacerdoti Nathan, Jissior e Eliphel tutt’intorno. Di fronte al tribuno si sono seduti Forestus e Rochus. Cornelio ha fatto preparare la tavola con un fine tatto secondo l’uso popolare.

9. Dopo il pasto, che era buono ma non troppo abbondante, conduce gli ospiti in un altro vano, dove si può stare seduti presso piccoli tavolini ordinati in forma ovale. Per gli uomini fa portare del vino leggero, per la giudea un succo di melagrana persiano. Lei gliene ringrazia.

10. “Ospiti miei”, comincia a parlare Cornelio, “vi è stato certamente difficile venire qui senza difesa, mentre il nostro tribunale è colmo di soldati. Non nutro nessun pensiero perfido. Come dimostrazione mi tolgo la mia corazza”. Il comandante Rochus gli si avvicina veloce e lo aiuta abilmente. La maggior parte sospira alleggerita. Così l’invito aquista un volto cordiale.

11. “Ora presentate”, continua il suo discorso il tribuno, “ciò di cui credete che sia stato ingiusto. Nessuna bagatella! Il nobile Cirenio mostrerà che Augusto è pacifico. Che un potere mondiale abbia bisogno di postazioni esterne, non lo comprendete; voi non siete istruiti in fatto di guerra e di politica. Oppure sì?” Guarda indagando il principe Ahitop. Costui risponde tranquillo:

12. “Alto romano, hai ragione, se ci consideri in generale. La nostra massima forza è nella pace. Indipendente da questo Israele, che esiste da circa duemila anni, dove – perdona la sincerità – non esistevano romani, non ha vissuto nessun secolo dove non ha dovuto combattere con dei nemici”. – “E non è bene”, interviene Cornelio, che era stato istruito sulla storia d’Israele. “Avete dovuto prendere su di voi delle prigionie lunghe delle stirpi, appunto perché voi – perdona pure – non siete un popolo guerriero”.

13. “Giusto!”, sottolinea Simeone. “Ora chiedo: è per il vantaggio o svantaggio, per Israele e per tutto il mondo?”. – “A vostro vantaggio certamente”. Mondo…? Mi chiedi troppo. Chi la poteva ricercare? Noi abbiamo attraversato per nave la grande porta delle colonne (Gibraltar) e non abbiamo trovato altro che acqua, acqua, acqua. Poi è venuto un mostro dalla mano di Nettuno, ed abbiamo fatto una gran fatica per sfuggirgli vivi”.

14. “In questo deserto d’acqua esistono dei paesi, certamente ancora poco popolati, la cui dimensione non vi sognate”. – “Come lo sai?”, Cornelio è inquieto. “Dove le nostre flotte non giungono, nessuno può andare a terra!”. – “Lo pensi, tribuno? Prima ascolta! Dopo la rovina di Israele (722 a. C.) la Giudea dovette sostenere molti combattimenti. Come popolo era diventato piccolo, la forza di fede nell’Onnipotente è rimasta grande: vincere con delle legioni dei piccoli popoli, non è certamente un’arte.

15. Non diventare rosso, tribuno”, lo tranquillizza Simeone. “È detto in generale. Affrontare un gran potere con pochi, combattere da coraggiosi e, se necessaria, soccombere da coraggiosi, è anche una vittoria. Soltanto che, considerato dalla Luce, ambedue non hanno nessun valore. Ognuno consideri la propria storia: salita, culmine, e naufragio! Non dovrebbe essere, se tutti i popoli fossero pacifici, se nessuno cercasse di prendere il paese e la ricchezza dell’altro”.

16. “Alt!”, trionfa Cornelio, “lo ha fatto Israele! Se è esattamente così come me lo ha insegnato a Roma un dotto giudeo, sia messo lì. Una volta siete andati via dal Nilo e avete attirato gli egiziani nel mare. Mosè ha imparato a conoscere degli elementi nella scuola delle piramidi e, …il loro impiego.

17. Israele crede nei miracoli. Ora – anche noi lasciamo volentieri il popolo nella superstizione, perché così è da guidare al meglio. Lo ha fatto anche Mosé. Poi siete penetrati in Canaan, già da tempo abitato da più tribù, avete ucciso molti uomini, che pure non era necessario, e avete preso tutto in possesso. Haha, quindi Roma avrebbe imparato da voi!”

18. Bene, bene, la presa di possesso di Canaan è vera. Ma i miracoli di Dio? No! …di ciò, un romano non può parlare. All’improvviso le chiare mani di madre Anna posano su quelle brune del tribuno. “Ti è gradito”, chiede lei gentilmente, “se ne dico qualcosa?”

19. “Sono sorpreso”, risponde il tribuno. “Nessuna romana si occupa di guerra e politica. Ma ti ascolto”. Non vuole togliere la parola all’unica donna, vorrebbe anche conoscere la psiche del suo popolo tramite lei. Deve possedere una forza che venga da chissà dove. Loro si abbassano e si rialzano; sono sparsi e si raccolgono – più potenti di prima. Anna gli lascia poco tempo per questi pensieri capovolgenti. Lei dice:

20. “Era bene che hai conosciuto la nostra storia esteriore. In generale, non vi sforzate di esaminare un popolo sul suo modo d’essere, prima che lo sottomettiate, oppure, …ve ne affratellate. Voi ci siete! Tutto il resto, così credete, si sviluppi da sé. Come si è sviluppato presso di noi, di ciò testimoniano i documenti, che non sono da cancellare”. Per Ercole, la signora anziana ha coraggio! Ma lei già continua:

21. “Quando Abramo, un figlio di re da UR nella Caldea, ha cominciato il suo cammino su Ordine di Dio, non sospettava che diventasse il padre della stirpe di un nuovo popolo, proceduto dall’elite delle stirpi di allora. Credi, caro Cornelio”, - ‘lei mi dice caro?’ – “che questo lo abbia potuto un singolo con la propria forza? Tu lo neghi perché il profondo senso è nascosto anche a te.

22. La tua via è presegnata. Non che tu la debba percorrere; ma lo fai, se non ti diventa, non meno al Quirino, per il maestoso inesprimibile bene, se – quando voi due avrete incontrato Dio”. La profetessa mette nell’ultima frase una profonda veemenza. Cornelio si vuole difendere a modo ‘romano’:

23. “Ogni popolo ha molti dei, non soltanto uno. Questo vi esclude in certo qual modo dall’unione dei popoli. Se voi stessi lo volete? Se questo è il vostro destino? Non esiste un incontro con Dio! I germani onorano Odino, il loro dio più sublime; ma esistono anche degli dei secondari. Forse i vostri dei secondari sono ciò che voi chiamate ‘angeli’ ”.

24. “No, figlio mio”, dice cordialmente Anna, “me lo dirai ancora una volta. Perché noi aspettiamo l’unico vero Dio dell’Infinito. Angeli non sono degli dei; sono dei figli della Sua Luce,mentre gli uomini sono i Suoi figli terreni. Davanti a LUI ambedue i gruppi sono uguali; dinanzi a noi c’è una differenza, perché un angelo ha adempiuto il debito della libera servitù, l’uomo lo deve dapprima adempiere. Ma ora ancora:

25. Abramo, che prima viveva in Haran, è andato in Egitto e spargeva ovunque la Benedizione della Luce. Lui, che non conosceva nessuna differenza di alto e basso, regnava unitamente tutte le stirpi. La gente di casa propria e forestiera gli erano dei figli dalla ‘figliolanza di Dio’. Lui ha conquistato il paese (Canaan) tramite la edificazione, la pace, l’allevamento e la fede. Quindi era il loro principe.

26. Quello che si conquista con la spada, verrà tolto con la spada [Matt. 26, 52]! Quando il nostro popolo è stato guidato qui da Mosé, ha preso possesso del proprio. Le stirpi, una volta protette da Abramo, sapevano precisamente, che il paese apparteneva al suo popolo, persino per lettera. L’emigrazione nell’Egitto a causa di un rincaro era pensata soltanto per breve tempo. Giosué ha quindi trattato nel pieno diritto, di riprendere di nuovo l’eredità dei padri.

27. Quando Israele mondanizzava e non obbediva a DIO, c’era guerra ed oppressione, - per i nemici, per se stesso. Il popolo ha ancora da espiare questo cammino. Così è in verità la storia e non diversamente, che Israele avesse presto Canaan ingiustamente. Tutto ciò che capitava più tardi era sottoposto alla via del mondo; il mondo sarà anche il raccolto di tutti i popoli! –

28. Parla con gli uomini; e se li hai come amici, allora puoi confidare in loro”. Il tribuno si strofina la fronte. Questa è una donna; così anziana e così intelligente. Lei sa più che il dotto prosciugato. Lui tossicchia. Come le si rivolge? Ha sentito che le si dice ‘madre Anna’. Pensando alla propria madre, le stringe la mano:

29. “Madre Anna, questo suona come patria. La Giudea non ha più di tali donne [Giudici 4,4], come non ho incontrato nella mia vita, allora il mio stupore cessa,;da dove ricevete la forza vitale, per affermarvi sempre di nuovo? Ti ringrazio. Una cosa ancora: mi chiami figlio ed il Quirino fratello. L’ultimo non è del tutto giusto. Noi siamo figli di due fratelli. Mio padre è caduto in Germania. Venti anni più tardi, Cirenio era il mio migliore insegnante. Le nostre due stirpi sono amichevolmente unite, e lui mi chiama fratello”.

30. “Madre Anna lo intende così”, gli spiega Athaja. “Lei dice a tutte le persone che dimorano nel suo buon cuore – e vi dimorano in molti – figlio e figlia, anche se fossero anziani come Anna stessa. Noi uomini, anche noi alti, lo accettiamo volentieri; lei è stata appunto la moglie di un uomo nobile.

31. Inoltre lei è profetica. È avvenuto parola per parola; e Simeone ha già affermato molto, prima che ambedue abbiano detto una parola”. “Come mai questo?” Cornelio tira su le sopracciglia. “Penso chesia qui già da un anno e non deve mai aver parlato con questa donna?” Un nuovo sospetto entra nel cuore del romano. Alcuni dei giudei sono preoccupati.

32. “Non ti meravigliare”, dice tranquillo Athaja. “Madra Anna vive ritirata, e Simeone è venuto qui soltanto pochi giorni fa”. “Quando sei stato in questa città per l’ultima volta?” Il tribuno guarda Simeone acutamente. “Precisamente un anno fa”, dice costui. “Allora non mi conosceva ancora nessuno; ed io non ci tenevo, di essere conosciuto. Non era il momento.

33. Non per me”, sorridendo toglie l’astuzia. “È stato di nuovo portato qui – come allora con Pompeo – un uomo rispettabile e subito assassinato”. “Intendi giustiziato”, corregge Cornelio. “No, era un omicidio della giustizia romana (la dea della giustizia). L’innocenza di un uomo era dimostrata.

34. Ma Naxus aveva bisogno di denaro. La famiglia vive in grande miseria malgrado il sostegno. Perché senza riguardo alla donna malata, ai piccoli bambini, veniva scacciata di casa con ciò che ognuno portava sul corpo”. È dimostrato questo?” “Abbiamo un duplicato del giudizio”, conferma il sindaco Ashabra, “anche più testimonianze precise. Persino due romani confermavano l’ingiustizia di Ponzio”.

35. “Portate il dossier domani”, ordina Cornelio. Si sente di nuovo a disagio. Svuota frettolosamente il suo bicchiere. Zaccaria avverte: “Ti ho conosciuto come uomo nobile e ti prego, non gettare giù bevendo la tua ira, nel nostro paese caldo non fa bene”. “Da noi pure è così caldo”, svia Cornelio imbarazzato. “Intendevo solo farti del bene”, dice soave Zaccaria, “Ti abbiamo mostrato che non ti vogliamo caricare con dei pesi, che i predecessori hanno esercitato ingiustamente come tu stesso hai notato”.

36. “Abbiamo parlato di tutto il mondo”, Simeone guida il discorso in acque più leggere. “L’amico Cornelio intendeva che non sarebbe esplorabile, perché le sue navi non lo hanno ancora percorso. Se vuoi ascoltare, posso volentieri riferirti del mondo”. “Ne sono molto lieto”, Cornelio fa un sospiro. “Sembra che tu abbia viaggiato molto; se soltanto si sapesse veramente chi tu sia”.

37. Simeone sorride finemente: “Il mio genere si può sondare solamente quando si sta con me sullo stesso gradino. Con ciò intendo meno l’istruzione, posizione e punto di vista. Il vero genere d’essere non proviene da questo mondo; entra soltanto in esso oppure detto così: Tutti gli esseri, che esistono fuori dalla Terra, e che l’uomo conta tanto poco quanto le Stelle n ella notte chiara, sono nel loro genere viventi coscientemente come l’uomo, quasi sempre in modo più elevato.

38. Certo, ci sono anche degli altri. La vostra fede nel mondo inferiore, nel suo senso non è sbagliato, ma manca il sapere reale. Ogni essere percorre la sua via. In un certo riguardo esiste un sentiero unificato, preparato per Legge da DIO, ciononostante è libero; a volte anche per costrizione, quando la costrizione serve alla guarigione di un essere. Voi avete dei buoni medici, che aiutano su ordine di Cesare, persino quando l’ammalato non lo vuole”.

39”.Sei informato!” interviene Rochus. “Sei già stato una volta a Roma?” “Non terrenamente, ma essenzialmente”. I romani sorridono di lui come di un pazzo, soltanto i giudei sono sbalorditi. Zaccaria constata ad un tratto una grande somiglianza tra Simeone ed Anna. Da cosa deriva? Ma costui inizia già a parlare:

40. “Voi romani non avete un reale contatto per la conoscenza più elevata, nemmeno voi giudei. Non lo posso ancora spiegare precisamente, per questo vi manca anche la premessa per osare il salto da questo mondo nella Luce. Vi do una noce da spaccare”, scherza lui, “perché una sapienza di vita, conquistata da sé stessi tramite la diligenza e la prova, è il possesso più prezioso dell’anima.

41. Cornelio pensa allo spirito. Ora – la forza per la conquista di ogni bene proviene dallo spirito, ma l’anima deve lottare tramite la forza. Lo spirito sta al di sopra di un’anima; soltantoche anche lei diventa - perché una volta era così pura Luce come lo spirito - questa essenza di Luce, appena si è conquistata lottando dei Beni del Cielo tramite la Forza dello spirito, li ha anche riconquistati.

42. Ancora dipende se lei – e qui co-agisce anche la materia – mette il bene conquistato nel ‘vaso della vita’, nel cuore. No, mio Forestus”, Simeone annuisce a costui cordialmente, “non mettere soltanto la mano là dove in te ticchetta diligentemente. Là c’è soltanto il vaso di sangue del corpo. Il cuore di vita è invisibile. Nel Campo di Luce lo si sente molto più chiaramente di come l’uomo percepisce il suo cuore nel corpo. Il percepire è la vera contemplazione.

43. Il cuore di Luce è prodotto dal Creatore come simbolo Ur. Egli lo ha seminato nei Suoi figli, affinché loro stessi potessero creare dalla Forza sulla base della Volontà di Dio. La parte dello spirito del figlio di Dio oppure l’essere è un Cristallo di Forza [Ap. 4, 6 ecc.] di Potere creativo e rimane eternamente buono, anche indipendente dal fatto se o come un figlio come angelo oppure come uomo adempie il suo debito della Creazione.

44. Se un figlio nel Campo di Luce, che si chiama Empireo, oppure qui nella materia, nella parte caduta di Lo- Ruhama, irradiare dal Cristallo di Forza, quella Forza passa come automaticamente nella sua anima e diventa di nuovo, soprattutto per la materia, un Cristallo spirituale. A questo riguardo tutte le buone Cose di Dio sono facilmente da raccogliere nel cuore di vita. Il male, a cui l’uomo sovente soccombe, si raccoglie da sé, perché è da scontare.

45. Il cuore di Luce accoglie malvolentieri il male. Ciò stimola nel sangue quel battito, che si chiama coscienza, la paura da una nemesi. Come il cuore corporeo tramite la febbre o altri impulsi, cerca di espellere delle sostanze di malattia, così anche il cuore di Vita tramite la coscienza. È una parte del Testamento di alta Grazia del Creatore, che là dove gli uomini fanno del male, il cuore corporeo deve restituire il colpo di difesa del cuore spirituale.

46. Il peccato ammala l’anima, a volte anche il corpo. Allora stanno per così dire – bensì soltanto materialmente – senza legame lo spirito, il cuore e l’anima. Lo spirito ed il cuore sono uniti dalla Luce, ma non possono veramente agire, quando la parte planetaria o materiale legata all’anima si dimostra d’ostacolo.

47. La parte originale dell’anima, appartenente alla Luce, durante una via del mondo è subordinata alle parti sostanziali assunte della materia per l’alto scopo della Redenzione, che un figlio di Luce ha accettato oppure che un essere oscuro porta in se stesso. In ambedue i casi agisce il principio redentore, la cui sede UR è sempre il cuore di vita della Luce.

48. Esistono poche persone nelle quali la coscienza dorme totalmente. Ma se è così, allora il collegamento fra il vaso di sangue di Luce ed il cuore corporeo è disturbato e si dice con ragione: egli non ha cuore, che non riguarda la morte del corpo. Questa è la vera morte [Ap. 20, 14; 21, 8), il nemico della vita, che deve essere vinta. Da chi - ? Ora, ho detto che il Cristallo di Forza rimane eternamente puro e con ciò sempre la spinta di ogni Vita.

49. Questa spinta non cade in nessuna morte; si ritira soltanto in sé stess per la propria salvezza, nel suo cuore di Vita. Ambedue, la Forza ed il cuore, agiscono sempre insieme, anche quando l’uomo non se ne serve. Ma coloro che per così dire sono morti di cuore, giungono alla conoscenza soltanto dopo la loro morte del corpo ed hanno quasi sempre bisogno di molto tempo, prima che possano ‘risorgere’”.

50. “Si continua veramente a vivere?” chiede Cornelio. “Se è così: Dove e come? La Grazia mi sembra non buona. O uno agisce bene, allora non ha bisogno di Grazia; se è un mascalzone, allora non la merita nemmeno. Hai parlato della nemesi. Ah, se il vostro Dio fosse misericordioso, allora soltanto perché tutti gli uomini o esseri sono cattivi. Allora - - non esisterebbero nemmeno degli uomini buoni e persino tu, mio Simeone, sareste sottoposto alla Legge della nemesi”.

51. “Secondo ciò che ti è stato vaccinato sin dalla gioventù, hai bensì ragione. Dalla Luce, dove si giunge, quando ci si è affaticati, perché Dio lo fa riuscire agli onesti [Prov. 2, 7], le cose stanno diversamente. Da ragazzo sali volentieri su alti alberi, e dall’alto il tuo pony sembrava più piccolo di come era veramente, anche il tuo cacatua alla sua catena, che gridava finché scendevi di nuovo”. “Quante cose sai”, sfugge al tribuno.

52. “Così si vede il mondo dall’Alto Cielo”, dice Simeone, “piccolo e scarso, ma sufficiente nel valore per scendere e per confortare, quando qualcuno grida oppure calpesta impaziente come il tuo pony. E la Grazia? Oh, ascoltate! Ognuno calcoli la sua Grazia che riceve in un giorno. Dopo calcolate l’Eternità di Dio, che si riferisce ad ogni figlio e che discende nella Clemenza dall’Alta Cima della sua Luce, della Sede UR di Dio!”

53. Gli uomini si guardano meravigliati, soprattutto i romani. Quello che hanno sentito, va oltre il loro orizzonte. Ma sono impressionati, stanno facendo dei pensieri; e per l’uomo sale una riverenza, che non è da inserire in nessuna classe d’uomini. Forestus, molto più intelligente che il comandante Rochus, pensa: ‘Lui è un superuomo oppure un sottodio’.

54. Cornelio si da a pensieri più elevati, non del tutto consapevolmente. Egli osserva esaminando il volto dell’uomo anziano, di cui ha subito visto che la sua Vita interiore, quindi bensì la sua anima o spirito, non è subordinato a nessuna età. Soltanto che non comprende il ‘come’. Perciò dice riflessivo:

55. “Sei un uomo straordinario, uno – non so, se l’indovino – da lontano dalla Terra”. Athaja è sbalordito. Come arriva il romano alla parola che già lui ha formato? “Sai”, dice costui, “riconosco l’autenticità della tua visione; ma in quale immagine del mondo è da inserire? Finché il Quirino respira qui, purtroppo non ho tempo; più tardi vorrei parlartene. –

56. Dimmi soltanto qualcosa dei paesi a noi sconosciuti; anche quella faccenda compiuta ingiustamente da Pompeo, la voglio sapere. In genere era giusto, forse troppo severo; e come primo, non conoscendo il lato mentale del vostro popolo, ha commesso degli errori. In ogni caso …” Cornelio s’interrompe di scatto. “Poi è tempo per andare a dormire, la notte procede percettibilmente”

 

[indice]

Cap. 8 / III

L’immagine del mondo e dei popoli - Nemesi del mondo - Dove Dio dimora veramente - Cornelio e Cirenio

Prosegue l’esposizione di Simeone sulla conoscenza di paesi sconosciuti oltre le colonne d’ercole e del Tibet nell’Asia e profetizza su senza luce, sul Veniente – Forestus vorrebbe conquistare tali paesi oltre il mare – Cornelio è interessato ai concetti spirituali Chol-Joses invita tutti nel proprio palazzo – Jojareb racconta degli omicidi di Pompeo 65 anni prima (‘preludio’) – Cornelio viene invitato ad essere leale col popolo, e lui accetta, se manterrà la carica per almeno sette anni

 

1. “Il mondo è esplorabile senza navi, carri o animali da carico? Dal punto del vostro sapere ognuno ha ragione se lo nega”, Simeone mostra intorno. “Ma quanto tempo è passato da quando degli italiani stavano davanti alla montagna del nord del loro paese ed erano dell’opinione: ‘Qui termina la Terra!’, come Cornelio con le sue navi fuori dalle porte delle colonne (d’Ercole).

2. Ciononostante degli uomini hanno trovato una via oltre quelle Alpi, attraverso ghiaccio, neve e tempesta. Dietro si trovavano dei paesi, delle foreste profonde, inesplorate ed in alto al nord nuovamente dell’acqua (il mare del nord), da cui sorgeva un nuovo paese, che si chiama Britannia.

3. Di conseguenza è possibile che cambino ancora ulteriormente paese ed acqua. Dove finisce allora la Terra? Io vi dico: da nessuna parte ed ovunque! Il mondo è grande per voi; nel Cosmo fra tutte le Stelle minuscolo. Una volta sorgeranno delle razze che, cosa che voi ora non afferrate ancora, chiameranno la Terra una palla da gioco. Avranno ragione, soltanto in modo del tutto diverso di come pensano loro stessi. Ora – questo sia lasciato al futuro.

4. Voi pensate: Nell’est sorge il Sole in alto, da qualche parte. Il mare nell’ovest, che Roma voleva esplorare, non è l’unico. All’est di un continente esistono altri giganteschi mari. Il mondo è coperto da un profondo mare; in lui nuotano, saldamente ancorati con il suolo marino, grandi continenti. Di questi ne esistono cinque, rispondendo simbolicamente alle cinque dita di una mano.

5. L’intero mare mondiale ha sette parti come l’uomo i sette sensi: due celesti e cinque naturali. Ogni formazione cosmica è suddivisa in cifre di codice, preparato dal Creatore per uno scopo sublimemente saggio. I paesi ancora sconosciuti sono abitati da uomini del tutto simili a voi”.

6. Non sono del tutto simili”, interviene Cornelio. “I gallesi sono pigri, i germanici selvaggi ed i britannici molto arretrati, per quanto riguarda casa, focolare e sapere”. “Fin qui è giusto. Pensate solamente, che ogni popolo cresce dalla sua propria radice. Ci vuole del tempo, prima dalle piante nate da seme crescano degli alberi. Certi vengono e si seccano presto; altri sono perfettamente adulti soltanto nel giro di centinaia di anni. Ma allora resistono alle tempeste più forti. Così anche le differenti nazioni.

7. Nel paragone non era da intendere il lato naturale. Esistono dei popoli che vivono quasi come degli animali. Loro si trovano sul gradino di sviluppo legato alla Terra. Ma esistevano ed esistono degli uomini ad ovest e ad est con una cultura più elevata, che gli antichi egizi oppure voi ed i greci dotti. In parte la cultura andava perduta; soltanto, vive nel paese e sorgerà di nuovo come un granello di semina, che a suo tempo manda i germogli.

8. Per questo ci vuole qualche secolo. A nord ed est i tentacoli della ricerca si stendono più rapidamente. In un paese (nel Tibet), sopra in alto nella montagna, la cui più alta cima è due volte più alta delle Alpi fra Italia e Germania, regna come bene più prezioso che un uomo può conquistare, ancora la pura religione Ur, come a suo tempo non conosce nemmeno una Giudea.

9. Quegli uomini credono in un Dio come l’eterno immutabile Onnipotente. Là non esistono dei magnifici edifici come a Roma ed altrove, perché compiono tutto il terreno soltanto allo scopo della vita e non conoscono nessun desiderio per cose periture. Costruiscono le loro case in modo modesto, adeguato al paese; il loro modo di vivere è semplice e sano.

10. Non hanno bisogno di nessun medico, come li dovete avere voi. Ma possono aiutare più facilmente che tutti i vostri medici. Là – non ne avete mai sentito parlare – si raccolgono i Raggi di Benedizione dall’Empireo e passano per la maggior parte attraverso gli uomini che vivono più spiritualmente che naturalmente e da lì su tutta la Terra.

11. Loro ‘pensano’ fino a Roma e molto più lontano, se è necessario; si adoperano nelle guerre e catastrofi. Loro hanno ancora un fortissimo peso di Luce; ma possono venire dei tempi dove il flutto oscuro degli uomini inonda tutto. Il mare è selvaggio, calpestando tutto come una tempesta! Allora quegli alti hanno in genere adempiuto il loro debito di co-portatori; e l’umanità mondiale – insieme – percorre il suo ultimo cammino, che DIO chiama nemesi!

12. Ma questo percorso, compreso soltanto da pochi, conduce alla definitiva liberazione dalle catene della materia. Libero da ciò – e tutti, dapprima legati al mondo in un modo o nell’altro, riconoscono, che cosa significa libertà. Roma domina attualmente mezzo mondo a voi conosciuto, ma non per sempre e nemmeno per lungo tempo. È posto come porta d’ingresso e d’uscita, attraverso il quale deve passare la fede-in-un-Dio. Poi verranno estirpati tutti i miti degli dei.

13. Voi romani non ritenete possibile, che tutti i vostri templi devono spezzarsi. Persino Gerusalemme può perdere il suo santuario! Più avanti si costruiranno nuovi templi ed altari – per l’unico Dio, ma Lo frantumeranno e formeranno dei dogmi. Ma quanto poco un apollo abita nel suo tempio da dei, tanto meno il SIGNORE Si sceglierà una casa, dove non si riconosce la Sua Unità-UR; dove al posto del Suo Spirito governano delle parole morte; dove si vuole standardizzare il Creatore, invece di essere volentieri e liberamente la ‘argilla nella sua Mano’! [Isaia 45, 9; 65, 7; Ger. 18, 6]

14. Con questo sia detto – in particolare a te, amico Cornelio -: È bensì bene esplorare e scoprire dei territori, soltanto – dipende dal fatto, se si vuole portare o imparare per se stesso nello scambio di amicizia che lega i popoli, oppure se si prendono i paesi e si cerca di imporre il proprio modo di vivere. Oltre a ciò si tratta di bene e sangue. Pensi che questo sia giusto?

15. Tu sei cresciuto così, ed allora è difficile di saltare la propria ombra. Ci si chiede anche se la stessa è una sostanza propria dell’anima oppure accolta tramite la nascita e tramite l’educazione. Qualcosa di accettato è più facile da superare che il personale.

16. Oggi ascolta: Tu, il Quirino ed altri alti del vostro popolo sono preceduti, per servire DIO. Ad un riguardo potrete aiutare al meglio. Da ciò avviene quello che Dio Si è scelto. Bensì, EGLI lo può fare anche diversamente; perché Egli non viene per Sé! Per gli smarriti, ignari, anche – per i cattivi Egli S’incammina e Si serve dei Suoi fedeli, affinché gli uomini lo possono comprendere nel loro senso stretto.

17. Percorrere la Sua Via in modo puramente divino non offrirebbe nessun ritorno libero. L’Alta Via dell’Onni-Misericordioso proviene dai Suoi sette Raggi di Vita; su di essa l’Amore incontrerà la prima ed ultima figlia, affinché tutti insieme sperimentino la Misericordia, che l’Eterno-Santo ha già da tempo dischiuso.

18. Voi verrete liberati dal mondo, liberati dall’io materiale. E quando predominano cuore, spirito e l’anima del Cielo, allora voi, ciò che formavano Athaja e Cornelio senza conoscenz afferrerete il ‘Lontano dalla Terra’, quello visto dalla Luce. La forza materiale vince il meno la materia. L’essenza ara la sostanza e rende sé stessa subordinata”.

19. Dice Forestus: “Simeone, tu conosci l’essere della sostanza e sei – forse – essenza. Se tu guideresti la nostra flotta, nettuno insieme ai dei inferiori sarebbe presto vinto. Che ne sarebbe con un tale viaggio?” “Anna ride maternamente: “Ragazzo, come te lo immagini?” “Ah, naturale”, balbetta lui, “ a Simeone non piacerà, egli stesso è un – bé, sì – un mezzo dio. Lo si potrà magari pregare, ma non costringere”.

20. “In effetti! Ma tu pensi così che il vostro tribuno potrebbe splendere dinanzi al vostro Cesare. Null’altro ti sta a cuore, che servire Cornelio fino alla morte. Ogni fedeltà viene ricompensata; anche materialmente è un bene regale, che si può preservare un altro. Perciò anche tu giungerai alla Luce e sperimenterai ancora cose meravigliose a fianco del tribuno”. Allora Forestus, il vecchio orso, si sentiva come un bambino di fronte ad Anna.

21. Cornelio gli viene in aiuto: “Simeone, lo intendo proprio così. Nelle tue parole ho notato che l’esplorazione di altri paesi ha quel gancio, a cui non si lasciano mai appendere la conquista ed il dominio. Di quello che hai riferito la maggior parte mi è estranea, ma comunque in un modo come se lo avessi sognato una volta. Ora nella coscienza si sveglia di nuovo,”

22. “Giusto”, conferma Simeone. “Ma non lo hai sognato. Lo sapevi sin dalla tua nascita”. “Quante volte si viene sulla Terra, secondo quest’opinione lo comprenderei, se il mio cosiddetto sogno prima era una vicissitudine. Soltanto la storia retrospettiva non fornisce nessun punto d’appoggio, se i vecchi popoli si conoscevano reciprocamente e se avevano delle vie l’uno verso l’altro. Ed ecco – così sembra – termina di nuovo il mio sapere”.

23. Chol-Joses annuisce: “Contro quanti angoli del sapere ho urtato! Soltanto la pura Verità mi ha aiutato ad andare avanti, passo per passo. Oggi sono sorti dei problemi, il cui chiarimento mi sarebbe molto importante. Ora è tardi, ma spero di sentire ancora molto da Simeone. Tribuno, siamo stati tuoi ospiti; sii, ti prego, anche il mio, appena hai del tempo. Invito tutti”, mostra tutt’intorno, “se volete venire da me”.

24. Cornelio accetta ringraziando. “Ora ancora quella faccenda”, invita gli uomini della città, “che non sia da presentare al Quirino”. Gli occhi di Josabad ed Hasabras si cercano. Un ferro ardente; ma loro parlano con il romano francamente e liberamente.

25. “Noi abbiamo dei documenti”, dice Josabad, “certo non senza lacune, ma si comprende il nesso. Pompeo percepiva, che la faccenda era stata documentata ed ha cercato sovente degli scritti. Non li ha trovati. Ora la faccio breve e consegno il documento nella tua mano ma ti prego, di restituirlo all’occasione”. Cornelio accetta e Josabad continua a parlare:

26. “Quando Pompeo ha occupato la nostra città, c’era un sacerdote di nome Sakkai. Lui era molto istruito, disegnava molte immagini del Cielo, che però sono andate perdute. Le si hanno cercate. Abbiamo soltanto una lavagna sulla quale Sakkai ha riconosciuto la Stella di COLUI CHE VIENE, che secondo la nostra fede si chiama ‘il Messia’ e Lo ha predetto circa al nostro tempo. Egli ha scritto ‘un tempo di sei ed un mezzo’, secondo i soliti calcoli circa sei decenni e mezzo.

27. L’alto sacerdote di allora, Jozidak, un uomo timido, che dubitava dell’interpretazione delle Stelle, doveva rispondere di tutto ciò che veniva fra i piedi di Pompeo. Alcuni nemici di Jozidak nascondevano dei tesori del tempio. Dei funzionari di Roma, che attraversavano il nostro paese come onesti commercianti, hanno annotato, spiando, i nostri tesori.

38. Quello che esisteva, non coincideva più con le liste dei conquistatori. I funzionari conoscevano però il sincero carattere di Jozidak come anche di Sakkai, anche se non potevano diventare degli amici di Roma, dell’occupazione. In breve: Pompeo convocava i sacerdoti. Nelle facce maliziose erano da riconoscere senza fatica coloro che volevano catturare ‘due mosche con una trappola’: Di sottrarre a Roma i tesori del tempio e di rovesciare Jozidak.

25. Sakkai, uno dei migliori, accusava se stesso, per salvare Jozidak. Un romano ho ha atterrato con una lancia, senza che Pompeo lo avesse impedito, anche se lui – ammesso da se stesso – trovava ambedue innocenti. Sakkai dovrebbe essere defunto la stessa sera fuori città. Jozidak conosceva i suoi nemici; ma soltanto il suo sguardo rivolto a loro, doveva smascherarli.

30. Ma Pompeo faceva legare l’alto sacerdote, quando alzava le sue mani, senza espresso ordine, che dapprima sarebbe stato tenuto un tribunale. Più tardi gli annunciavano che Jozidak sarebbe stato giustiziato. Dato che questo avveniva pubblicamente, si sentiva dire Pompeo: ‘Uno di meno, non fa niente!’ Lui ha fatto torturare ed impiccare molti uomini rispettabili e ricchi senza motivo, per annunciare più facilmente come padrone potente il potere di comando.

31. I successori dei due sacerdoti venivano estirpati da Pompeo, per guarire un cattivo foruncolo di diritto. Con ciò non veniva guarito niente, provocava piuttosto un grave odio, che ogni susseguente Ponzio non sapeva estirpare. Puoi comprendere, o tribuno, come fermenta nel popolo? Credimi, come oggigiorno commerciano i popoli, saremmo soltanto lieti di vivere sotto la vostra protezione, in più che Babilonia e la Persia sono i nostri nemici. Ma così - ? Una catena non si può portare alla lunga, ed una corda tesa troppo si rompe.

32. Ora abbiamo riconosciuto”, conclude Josabad il suo rapporto ben tenuto, “che tu, tribuno Cornelio, pensi diversamente dai precedenti reggenti. Tu hai da eseguire gli ordini di Cesare; soltanto dipende già dal fatto di come li si adempiono. Noi speriamo che tu non ci governerai troppo duramente.

33. Se ci dai la giusta libertà, allora sii certo: la Giudea sarebbe volentieri un protettorato, ma mal volentieri una provincia romana. Un Israele libero non lo sopporta, come appunto ancora meno ogni romano libero, di essere governato da nazioni di genere diverso. Ti prego”, tiene a Cornelio la sua destra, “accetta, in noi hai degli uomini fedeli, se sei come un vero uomo verso il nostro popolo!”

34. Come su comando tutti si spingono più vicini, persino madre Anna si trova nella cerchia degli uomini. Fulmineamente saetta nella mente del tribuno: ‘Mi vogliono travolgere?’ Dal punto di vista dell’educazione e di quello vissuto finora nei paesi occupati il pensiero sarebbe ben meditato. Uno sguardo negli occhi di tutti, soprattutto in quelli di Simeone, e lui sperimenta per la prima volta, che nulla è un’azione voluta, non studiata, ma spontanea. Dà ad ognuno la mano e dice, in segreto quasi vergognandosi:

35. “Voglio volentieri provarci con voi. Non ho mai vissuto una cosa del genere e non è facile di valutarlo al primo colpo come ‘autentico’. Anche viceversa. I predecessori non hanno agito con intelligenza; molti di voi vedono ora in ogni romano un ladro. Dapprima deve crescere la nostra reciproca fiducia, come Chol-Joses ha parlato del sapere, sapienza e conoscenza.

36. Datemi sette anni di tempo. Non posso far girare i miei romani tutti in una volta; anche se qualcosa potrà sembrare ed anche essere ingiusto. Più avanti, quando il mio lavoro scorre meglio, dovete riferire ciò che non vi aggrada. Certo – nemmeno la vostra gente non saranno tutti – come dite voi – degli angeli?

37. Se non vengo richiamato, allora sceglierò la mia gente. Anche voi eleggete pure dei buoni superiori nella città e nel paese, così ad ogni parte sarà dedicato il sopportabile. Che cosa ne pensate?” “Per il tempio, accettato!” esclama subito Athaja. La sua ‘parola del cuore’ è morta. Il principe Ahitop promette per il paese, i superiori della città per le città.

38. Cornelio chiama il vino vesuviano. “Un sorso per la notte”, ride allegro. Anche Anna deve sorseggiare. “Tu vieni portata”, preme delicatamente la sua mano fine. “Rochus, gli etiopi, e gli schiavi per la portantina; tu accompagni a casa i miei ospiti”. Ognuno ringrazia di cuore lieto. Il tribuno dice ancora a Simeone: “Peccato, al Quirino non rimane il tempo di salutarti”. “Chissà”, risplendono degli occhi chiari da lontano.

 

[indice]

Cap. 9 / III°

Simeone presso il Quirino - Differenti domande degli amici del tempio e della città

Cirenio è a Gerusalemme dal ‘fratello’ (il nipote) Cornelio - Simeone si lascia scoprire nei vicoli per essere velocemente contattato, e si presenta come proveniente dall’Etiopia da Minore, che è un combattente e conosce anche dei segreti di Cirenio – Tornato al tempio riferisce del colloquio – Arriva Anna che presenta Simeone come fratello in un altra vita – Una profezia per i giorni nostri – Il senso della reincarnazione

 

1. Dei precursori annunciano il Quirino. Cornelio convoca al tribunato l’alto sacerdote ed i giudici del tempio. Egli ordina: nessuno deve aggirarsi nei vicoli, ma la città non deve comunque sembrare deserta. Athaja gli propone di impiegare la guardia del tempio insieme alla pattuglia. Si conoscerebbe meglio la propria gente e saprebbe, chi sarebbe piuttosto da mandare a casa. Cornelio è d’accordo. Lui ci tiene molto a preparare tutto, per un accoglienza ‘secondo la pace’.

2. Tamburi e fanfare fanno tremare l’aria. Un corteo magnifico di ufficiali e soldati cavalcano dietro al Quirino. Ai lati delle vie stanno delle guardie. Non succede niente. I pochi uomini che si mostrano, si spingono nelle nicchie dei muri. Sguardi nascosti al volto del romano fiero, ma ben volente, - e con l’entrata, lui ha già vinto una ‘battaglia’.

3. È ben da attribuire alla festa della passione deliberata; ma la maggior parte dei giudei torna a casa gioiosa, per raccontare lo spettacolo a coloro che attendono. Quindi nessun miracolo che, finché Cirenio è ospite nella città, la gente si rallegra, dato che in più non ci sono dei limiti per uscire. Soltanto dal calar del sole fino alla chiara aurora del mattino nessuno deve mostrarsi senza biglietto.

4. Dopo l’ingresso corre di casa in casa: Dove dimorano i soldati? Dei cittadini offrono le loro stanze. Cirenio, che abbraccia il suo piccolo fratello, come chiama lui Cornelio, chiede meravigliato: “Ma dimmi, si diceva che venissi in un nido di vespe, dove si viene pugnalati cento volte al giorno! Ora la gente offre le loro case? Sei un maestro stregone? Oppure sono delle trappole!”

5. “Né uno né l’altro”, ride Cornelio di ottimo umore. “Ma io ho un maestro stregone, che deve essere descritto con tutta la serietà come un sottodio. Lui ha semplicemente tutto capovolto. Lui parla e – la sua faccenda funziona. Lui ha aiutato nel tribunato e così, mio Cirenio, il più è preparato per la discussione. Mi meraviglio pure come in un tempo così breve da un abissale odio del tutto giustificato mi è stato portato calma e disponibilità”.

6. Cirenio è sbalordito, che il territorio di comune rurale più minacciato, dove bastava una scintilla e la Giudea sarebbe esplosa, è così calma, proprio ora, dove Augusto diminuiva fortemente le legioni e più di queste, otto, si divertono in Germania ed altrove.

7. In pochi giorni la cosa più importante è stata eseguita. Continua a regnare la calma fra il popolo. Cornelio racconta quanto sinceri fossero quegli uomini dei quali era temuta una rivoluzione. “Li si devono trattare diversamente dalle stirpi selvagge. Giustizia e li si possono avvolgere intorno alle dita. Il mio mago mi ha riferito, che Naxus e compagni siano annegati”.

8. Cirenio si volta di scatto. “Impossibile! Ho puntato su Melita, i prigionieri dovevano essere giudicati qui. Abbiamo gettato l’ancora, quando uno dei rematori d’accompagnamento (piccola barca veloce) ha portato una barca naufragata e tre annegati. Uno di loro era Naxus. Non si poteva scoprire chi li aveva aiutati alla fuga, La flotta è uscita subito e con la velocità della tempesta era da me. Nessun’altra nave, che veleggia più velocemente! E sulla via di terra è ancora meno possibile che ci sia stato qui qualcuno prima.

9. Non devi intavolarmi Pegasus!”. Cirenio corre avanti ed indietro. Quanta rabbia e dispiacere c’è da digerire giornalmente. Lui deve mitigare, punire, aiutare ed ancora molto di più. Se la previsione era giusta, come si dovrebbe comportare? Dei - ? Lui crede in Forze, e – va bè, già possibile, che possiedono anche la figura e si possono mostrare.

10. Ma non c’entra questo, ora. A lui – Cirenio – la sua migliore forza era sempre la propria forza mentale la pone oltre ogni forza fisica. “Lo devo sapere”, dice lui con veemenza. Si trovano sull’alto tetto del tribunato, da dove si può vedere un tratto del lungo vicolo che conduce in parte al tempio, ed in parte alle torri delle donne.

11. Cornelio guarda in giù. All’improvviso fa cenno a Cirenio: “Là cammina! Ha, Lupus in fabula!”. Cirenio getta uno sguardo in basso. Batte forte le mani. Il suo aiutante, che veglia al di sotto del tetto, accorre. Cornelio lo strappa formalmente alla ringhiera:

12. “Colui”, indica in giù, “che svolta nel successivo vicolo, comandarlo subito qui!” Prima che sia da impiegare una pattuglia, vede che Simeone – non è nessun altro – si volta e si avvicina. Presto s’imbatte in due comandanti. Uno è Rochus, che sospettava subito che si trattasse di Simeone, che non deve essere trattato rudemente. Perciò è andato lui stesso. Cornelio non dice nulla, sorride soltanto.

13. Il secondo comandante è Venitrio, il ‘mangiatore d’uomini’; per questo Cornelio lo ha tenuto in casa. Rochus ha il controllo della città. Da allora non ci sono più dei significativi accadimenti nei vicoli. Venitrio soffia a Simeone: “Ehi, avanti, nel tribunato!” “Allora non è distante”, risponde calmo Simeone e fa come se non conoscesse Rochus. –

14. Cirenio fissa Simeone estremamente severo; ma nel nobile volto non si riflette nessun moto. Gli occhi dell’uomo di Luce guardano costui severamente ed apertamente. “Chi sei?” il romano comincia l’interrogatorio. “Io sono Simeone, della casa di Selumiel, principe della stirpe di Simeone di Israele. Sono un sacerdote insegnante e profeta, ho settant’anni e sono venuto dall’Empireo dal luogo di Mireon”.

15. Cirenio succede come a Cornelio, si tocca la fronte. Questo deve essere un sottodio, un prestigiatore? Certo, lo sguardo chiaro, limpido – e la figura - - Come? Settant’anni? Ha, malgrado i suoi capelli bianchi al massimo quaranta! O l’uomo mente oppure è pazzo. Allora Simeone dice del tutto calmo:

16. “Quirino, nulla di ciò che pensi. Si può almeno venire con la piena Verità; si deve quasi sempre dare della pappa di latte. Visto dal Cielo, puoi tollerare del vino pesante. Ho percorso la via, perché ti sapevo qui sopra con il tribuno. Come mai - ? Da sotto non si vedeva niente; e di fronte sui tetti sono di guardia dei legionari. Doveva essere che tu mi vedesse, perché ho da dirti alcune cose”.

17. “Alt! Non mi travolgi! Le dieci stirpi d’Israele sono state sottomesse dall’assiro Sargon circa settecento anni fa; quindi è chiaro, che sia chissà chi. Non ho mai sentito nulla di un paese Empireo e nemmeno di una città Mireon. Sono solo dei nomi da favola. Tu provieni da un paese a noi ancora sconosciuto, non ho mai incontrato nessuno della tua specie d’essere. Perciò ti prendo con la pinza - - più tardi – amichetto!” Cornelio si spaventa con questa mai sperimentata severità del Quirino, soltanto meno per via di Simeone. In alcune settimane ha assistito a qualche ‘miracolo’.

18. Il volto di Simeone muta, in modo che Cirenio non sa se deve meravigliarsi o arrabbiarsi. “Non ti preoccupare, mio Cornelio”, sente parlare gentilmente il forestiero. “Il nobile Quirino è pure eletto per vedere la cosa più Magnifica che un mondo può sperimentare e in più - servire.

19. “Io non servo, io governo!” lo interrompe Cirenio. “Tu governi”, risponde calmo Simeone, “e sei il primo servitore di Augusto, i cui comandi non raramente formuli. Tu buon consigliere del Cesare!” Cirenio è perplesso. Nessuno lo sapeva quante volte egli ha potuto guidare in vie più utili la volontà dei Augusto. Ora questo forestiero sfoglia questo segreto, come se fosse noto ovunque.

20. Lui depone incurante il suo pensante elmo sulla ringhiera. Simeone lo afferra. “Qui cade giù; e se colpisse un bambino, potrebbe causare un grave danno”. Lui depone l’elmo su uno sgabello. Quest’azione distrugge il desiderio di interrogare l’anziano senza riguardo. Chi agisce con tanta attenzione, è u n uomo buono. La ringhiera inclinata non era un posto per il suo elmo.

21. “Non hai l’aspetto”, dice di sentimento duplice, “come se fosti un conoscitore di armi, ma sai ciò che è giusto”. “Io porto delle armi; io sono un principe e pure i miei sei fratelli. Soltanto noi impieghiamo le armi diversamente di come fai tu. Una volta c’è stata una grande guerra. Gli eserciti, che si stavano di fronte, non si potevano quasi contare”. “Più che venti legioni?” Roma tante ne possedeva; Augusto però le aveva ridotte, malgrado l’avvertimento.

22. “Quirino, non pronunciare la cifra; perché si stavano di fronte gli eserciti della creazione. E quando veniamo inviati, per aiutare – può avvenire anche in modo invisibile e allora portiamo le armi del nostro Regno dell’Empirio, per incoraggiare gli amici e per scacciare i nemici”.

23. Per Marte! Questo è un linguaggio da romani e tu dici di essere Simeone?” In Cirenio molto sta turbinando. “Esistono ancora i tuoi eserciti?” “Il nostro è cresciuto; noi portiamo un poco alla volta tutti i nemici dalla nostra parte. La battaglia non cessa nemmeno prima finché l’ultimo nemico è conquistato, - come amico! Chi si afferma, fa poi parte di noi senza differenza”.

24. “Favole!” La mano di Cirenio taglia veementemente l’aria. Anche Cornelio ascolta meravigliato. Le sue esperienze con Simeone lo guidano alla fede. “Era una favola”, chiede costui calmo, “che sapevo come stai verso Augusto?, ho annunciato del naufragio del Naxus, quando tu era appunto partito da Melite? In così breve tempo non lo sapeva nemmeno Augusto”.

25. “Hm, ora non ho tempo; ma stasera mi presenti la vostra tattica di guerra! Cioè così – E va bene, preferisco, se viene versato meno sangue”. La cosa importante prevista consiste soltanto nel fatto di parlare una parola seria con Cornelio. Costui sta seduto nel pantano e non lo sa. Tanto la ‘pace della Giudea’ gli sembrava acida. Simeone sorride finemente.

26. “Permetti, Quirino, che porti le mie armi?”. Cornelio salta su: “Eccetto la vostra guardia del tempio nessuno deve portare delle armi. Non hai mai detto che ne hai!” “Non preoccuparti, amico mio, con ciò eseguo la Volontà del mio Re. Anche l’anno scorso ho portato il mio equipaggio, e nessun romano mi ha toccato. Ho invece impedito un versamento di sangue, come a voi sarebbe apparso vergognoso. Sono state portate nella loro patria inevitabili vittime”. Nuovamente la voce di Simeone è severa e ciononostante così mite; nessuno uomo può parlare così, constata Cirenio in se stesso.

26. “Vieni come vuoi! Cornelio, dagli un porto d’armi”. “Non è necessario, non mi arresta nessuno,” “Allora agirebbero contro l’ordine. Voglio vedere i legionari, che ti lasciano passare senza biglietto”. Dipende dal fatto che riconosca chi sta parlando con te!”

28. Ambedue i romani si sforzano di digerire la superiorità di Simeone. Ma lui con una ‘mimica di pace’ porge la sua mano nel saluto. Cirenio lo ammette più tardi, che nella stretta di mano una forte corrente correva attraverso tutto il suo corpo. Quando Cornelio riferisce dopo che cosa era accaduto, Cirenio sprofonda in riflessioni. Che cosa è qui giorno e che cosa notte - -

29. “Rimarrò più a lungo. Magari una parte della truppa deve andare prima a Damasco, dove consolido l’amministrazione per lo zio dalla seconda linea. Il suo nipote Pilato è alla scuola di Ponzio; sembra essere talentato. Presentami il dossier su Naxus. Cesare era indignato, incede…” “…nemmeno la metà è giunta a Roma”, interviene frettolosamente Cornelio.

30. “Se non fossi intervenuto fulmineamente, ora scorrerebbe il sangue nel paese, forse – anche in Italia! Simeone, che nessuno conosce veramente, è arrivato, quando dopo tre settimane non sapevo se andare avanti o indietro,” Si consigliano segretamente. Forestus viene chiamato, affinché possa vegliare in modo migliore. –

31. Nel frattempo Simeone va al tempio. Chi vede lo splendore dei suoi occhi? Chi ha parte nella gioia del suo cuore? Il suo Io da sfera giubila: ‘Servire i buoni, aiutare i cattivi!’ Per quest’ultimi non è facile, ma salvifico nell’Eternità. Osservando con un occhio di celeste e con l’altro il terreno, passa attraverso la porta del tempio.

32. Appena giunto, viene a lui Athaja. L’alto (sacerdote) è cambiato molto. L’oscuro di prima del suo essere, sottolineato dagli occhi scuri e dal cappello nero, è decaduto da lui. Lui dice agitato: “Ma dove sei stato così a lungo? Ti ho fatto cercare con preoccupazione. Certo, da quando il mezzo amico Rochus è il comandante delle strade, viviamo come una volta”. Simeone sorride: “È il nostro intero amico, Forestus deve rimanere da Cirenio. – Ora vi ho da dire delle cose importanti”.

33. Athaja getta il peso dalla sua anima. “Il principe Ahitop è ritornato da un ora dalla regione. Ovunque sarebbe tranquillo, la maggior parte dei romani gentile, persino soccorrevole. Presso Beth-El un uomo era precipitato dal tetto ed aveva una gamba rotta. Dei soldati sono accorsi e lo hanno portato da un medico. Ancora settimane prima nessun romano si sarebbe voltato. Da quando il Quirino è nel paese, le cose starebbero molto meglio. Già sulla via per venire qui si sarebbe informato in tutti i luoghi. Hilkior ed i superiori della città sono pure presenti. Li faccio convocare”.

34. Simeone riferisce ciò che era successo nel tribunato. Quando parla delle armi, fanno delle facce preoccupate. “Questo finisce male”, avverte Ahitop. “Mi aspetto molto da te, amico Simeone; e che puoi mangiare più che manna, lo abbiamo notato. Non mi sono tenuto nulla quando sono stato invitato, nemmeno la bella spada de miei avi. Mi veniva bensì assicurato che sarebbe stata conservata e forse me l’avrebbero anche restituita. Per questo motivo sono rimasto indisturbato”.

35. “Mi stupisce una cosa del tutto diversa”, confessa apertamente Athaja. “Quando sei venuto tu, Simeone, hai portato soltanto l’abito da viandante. Ho interrogato Unnias, che ti aveva ricevuto ed annunciato. Se hai le tue armi al di fuori dal tempio, mi sta pure bene”. “Le ho con me, amico Athaja. Le metto poi e ci vediamo ancora una volta, prima di sera mostrerò al Quirino la mia ‘arte di scherma’”.

36. Zaccaria alza con dispiacere una mano,: “Peccato che non possiamo assistere alla tua vittoria”. “Meglio di no”, risuona severamente. “Quale romano vince il suo fallimento? Soltanto sotto la sorveglianza del Quirino è da evitare un torto”. “Ci riferirai?” Una richiesta di Eliphel. “Sì; ma solo a colui che sa tacere”. I giudei hanno da tempo imparato il silenzio.

37. Jissior comincia con qualcosa di diverso: “Presso Cornelio erano sorti dei punti che hanno ancora bisogno di essere illuminati. Anche Athaja non riusciva a vederci chiaro”. I due superiori vogliono essere interpellati senza indicazione di funzione, quando si è radunati nell’interno. Questo crea un buon fondamento alla fiducia generale.

38. “Un momento”, risponde Simeone. “Madre Anna si sta recando da noi”. “Lei viene sempre nel momento giusto”, dice Chol-Joses di buon umore. “Lei arriva anche altrove al momento giusto”, risuona dalla porta, Anna entra. “Se non avessimo te, madre del tempio!” scherza il principe. “Allora sareste come pulcini senza la chioccia”, risponde lei pronta. Con una risata di cuore lieto ci si mette al tavolo del consiglio.

39. “Cominciate”, invita Simeone. “Più tardi si può spiegare ancora di più, abbiamo tempo un paio d’anni”. “E poi - ?” chiede il giudice Jaor. “Allora arriva il nostro SIGNORE!” “Come Salvatore, come ‘Io sono il Signore, tuo Dio’ “, aggiunge Anna in modo santo-serio. È stranamente silenzioso. Nessun fantasma: Come un respiro passa nella sala. Oppure era Dio - - ?

40. Simeone riconduce al terreno: “La questione più difficile, cominciata da tutte le parti senza colpire il nucleo, riguarda l’indicazione di Anna, che il popolo di Abramo sarebbe provenuto dall’elite delle stirpi di allora. Voi credete, soltanto dai figli di Giacobbe”. “Sì, questo è il nodo, che non era da sciogliere”, dice Nathan. Simeone glielo spiega:

41”.Dai figli solamente non provengono dei bambini! La caldea Bilha e la moabita Silpa ne partorirono quattro [Gen. 35]. I figli di Giacobbe dovevano scegliersi delle ragazze dalle stirpi sottomesse da Abramo. Nell’edificazione sono inoltre partecipi i Gebusiti, Edomiti, Hittiti, Amorriti, Eviti, Oriti, Amalekiti, Siriani, Canaanei, Egiziani. La moabita Ruth partorì Israele Boas il figlo Obed; costui generò Isai, e costui re Davide [Ruth 4, 21 – 22]. La successione delle stirpi a voi nota vi era contraria. Soltanto:

42. Nessun popolo del pianeta è puro popolarmente, indipendente dal fatto che insieme provengono da una radice. Secondo la formazione animica esistono due radici, abbastanza note: La Luce e la tenebra. Appunto da questo dipende. Le due dimorano nell’uomo. Dei popoli portano delle separazioni esteriori, certo per qualche bene, ma dovrebbero avere soltanto un valore generale”.

43. “Questo illumina”, dice Hilkior, “ed inoltre a me parlato dall’animo. Con ciò sarebbe da eseguire una unificazione mondiale, come era prima del diluvio”. Dice Simeone: “Un secolo per ogni dito e le tue mani contate due volte, allora l’unificazione mondiale pende dal filo più sottile! Ma lasciamo questo a quel tempo; noi non ne abbiamo nulla a che fare – non ancora”.

44. Zaccaria domanda: “Quando Simeone ha detto che sarebbe già stato a Roma ed i romani ridevano di lui, vedevo all’improvviso fra lui ed Anna una somiglianza come usa verificarsi fra fratelli. Oggi non si vede nuovamente niente. Come succede questo?” “Questo è da spiegare spiritualmente”, dice la madre del tempio.

45”.Nell’Empireo esistono sette Radici Principali. I loro genitori di stirpe, i principi, Cherubini e Serafini, sono dei fratelli celesti. Ogni coppia di principi riceveva una radice. Indipendente dalla casa di principi e del gradino di successione ogni popolazione di Luce avrà la stessa parità che si rivela ovunque, appena il servizio e la conoscenza fi fa incontrare su un livello. Questo può avvenire ovunque, anche nello spazio dei mondi, persino fra uomini estranei [Ap. 10, 34 – 35]. Bensì che vi avvenga raramente. Simeone ed io stavamo nella vibrazione del nostro spirito sullo stesso livello; inoltre dal tempo antecedente gli sono strettamente imparentata”.

46. Jaro dice sorpreso: “Madre Anna, ho conosciuto i tuoi genitori. Avevi un fratello, che è morto giovane. La tua stirpe non era grande. Nemmeno i parenti di tuo marito non erano imparentati. Per quanto si sa, nelle vostre famiglie non esiste nessun Simeone. Come spieghi questo rapporto?”

47. Illimitatamente si prende nota: “Anche i nostri più anziani hanno ancora bisogno di istruzione. Delle stirpi della materia sono passeggere nel sangue e già costruite nell’aldilà. Il parentado parte dal di fuori della nostra materia. Questo legame è eternamente valido, finché le creature rimangono figli di DIO. In questo modo sono imparentata strettamente con Simeone”.

48. “Ah, è così!” Jaor si scusa. “Ora mi è chiaro. Collegato con ciò ci sarebbe una domanda che mi è cara: La continuità della nostra vita. La morte del corpo e del cuore, come si è rivelato Simeone, la comprendo. La continuazione di vita ci è generalmente nota, anche se si tratta di un sapere vago”.

49. Questo è bene”, dice Simeone, “altrimenti certi si aggrapperebbero troppo all’aldilà, altri lo negherebbero per paura. Ed il proprio sentiero nell’aldilà dovrebbe rivelarsi scoperto. Questo non porterebbe nessuna benedizione, nemmeno a coloro che avrebbero da aspettasi un buon aldilà per via del loro cammino. L’uomo sottosta ai poteri del suo mondo, dove al primo posto si sviluppano l’arroganza e la superbia; perché soltanto al terzo posto sta la paura.

50. Ci si confonderebbe soltanto se la Tenda venisse totalmente aperta. Per il mondo è sufficiente un sapere assoluto della continuità della vita e che il bene ed il male vengono compensati”. “Io sospiro”, confessa Athaja. “Ho riflettuto sovente come continuerei a strisciare di là ed avevo paura”. “Un po’ di paura non fa male a nessuno”, dice sorridendo A”na. Le si dà assolutamente ragione.

51. “La mia domanda è subito spiegata”, dice Ahitop. “Una vita antecedente ed un risapere da sogno di una cosa, che da uomo non si ha mai sperimentato coscientemente. Se esite una continuità della vita, così altrove anche un’esistenza antecedente, ben meno su uno e lo stesso mondo. Ho ragione, caro Simeone?”

52. “Totalmente! La vita procede dall’aldilà, dalla Luce oppure dalla parte dell’ombra; secondo. Un continuo ritorno sugli stessi mondi aumenterebbe automaticamente i ricordi, ma quasi mai per il vero bene. In più l’arroganza tenta l’uomo di inventarsi soltanto le immagini migliori. Persino un pensare inspiegato sarebbe in questo caso peccato: Che co “a sono stato? – L’uomo tende volentieri verso una corona, che non fa parte del suo capo. Da ciò, insieme alle conseguenze, si vede che delle esistenze antecedenti si estendono fondamentalmente su tutto il Cosmo”.

53. “Faccio un altro sospiro”, si fa di nuovo sentire Athaja. “Al pensiero che io - - Ah, preferirei che venissi soltanto dal Grembo di Dio”. “Amen!” dicono Simeone ed Anna solennemente. Coloro che sono seduti più vicini ad Athaja gli danno commossi la mano. Ognuno pensa: “Se sono provenuto dal Grembo di Dio, allora sperimentrò la Grazia, come, quando e dove io possa vivere.’

54. “Ancora questa faccenda”, dice Chol-Joses. “Non del tutto incompreso, mi manca ancora comunque un anello nel sapere. Poi l’ora dei poveri è compresa. Ma più tardi?” Chol-Joses guarda supplicando Simeone. “Radunatevi nel pomeriggio”, invita Simeone la radunata. “C’è qualcosa da vivere”. Si asseconda volentieri.

55. Il principe Ahitop propone la terza ora. Ognuno è d’accordo. Chol-Joses pone ancora una domanda. “Dopo la festa della passione madre Anna rivelava, Simeone sarebbe un fratello di Mosé. Visto dalla Luce sarebbe comprensibile; ma in modo terreno - ? Dalla morte di Mosé sono passati quindici secoli”. “Ce lo conserviamo come medicina per infedeli”, propone Simeone. “Certo, una amara, ma aiuta”. Ci si separa speranzosi.

 

[indice]

Cap. 10 / III°

Il corazzato - I buoni ed i cattivi cozzano - Simeone comincia a spazzare il tempio

Simeone manifesta la sua essenzialità, vestito con l’armatura scintillante degli angeli combattenti si presenta al Tempio – Quattro i dissidenti – Gli scoperti non cedono – Ascoltano sì gli insegnamenti esortanti affinché si preparino per sette anni alla svolta, ma poi accusano Simeone e, ripresi, lasciano la sala

 

1. Uno con un’armatura regale va in giro. Alla velocità del vento il tempio sa: Un alto romano ispeziona. Lo si segue spiandolo. Ma quale sorpresa! Gli spioni sono Jojareb, Hilkia, Pashur, Usiel e Ginthoi, che non hanno riconquistato il vecchio ciondolo, di cui ancora qualcuno ‘zoppica su ambedue i lati’ [1. Re 18, 21], come al tempo senza Dio di Ahab.

2. I cinque sacerdoti provocano ad alta voce: “Se Cornelio sapesse sarebbe finita con tutta l’amicizia!” Simeone fa come se non sentisse una parola. Presto gli si attacca un grappolo al piede. “Ogni settimana viene ricercato, affinché il tempio abbia soltanto dieci lance”. “Roma teme che le nostre lance facciano dei piccoli. Ora hanno fatto una spada”. Jojareb corre da parte e scarabocchia qualcosa.

3. La riunione doveva avvenire in privato, ma Simeone confonde i cattivi. Incontra Nathan. Costui lo guarda dal basso stupito. Un cenno con l’occhio, e Nathan cammina accanto a Simeone, chiacchierando disinvolto con lui. Vanno nella sala di consiglio più grande, che si usa generalmente.

4. “Ho qualcosa da annunciare”, dice Simeone. “Chiama i nostri alti sacerdoti”. Come un furetto arriva Hilkia, non trattenendo il suo scherno: “Ah. Altri non devono conoscere il giochetto? Mancato! Nei luoghi pubblici ognuno è libero ad di ascoltare. Non lo hai pensato, vero? Hahaha!”

5. Vi possono suonare le orecchie; se amabilmente, me lo dice alla fine”. “A te? Tu oltraggioso del tempio e di disturbatore della pace! Ci fai rimettere il collo, quando si viene a sapere come sei armato! Per il resto sai tutto precisamente; ora non vuoi sapere che gli armamenti sono proibiti?” “Giusto! Ci si chiede soltanto per chi”. “Mostrami una volta il tuo porto d’armi, spione di Roma! Non lo dovrebbe osare nessuno se non fosse pagato da Roma. Che bello: sacerdote d’insegnante, profeta e servo delle armi in uno; questo fa meravigliosamente rima!”

6. Simeone respinge indietro Hilkia con una mossa di mano. Nel frattempo, chi può, è accorso, anche gli amici. Simeone indica le sedie. “Chi vuole ascoltare, si sieda; chi no, è meglio che rimanga fuori”. Jojareb, facendo il temerario, si avvicina a lui, biasimandolo grossolanamente:

7. “Il tuo ordine non vale niente! Qui non è una casa di spionaggio, qui c’è il tempio di Dio!” “Davvero?” risuona duramente. “Allora mi stupisco, che Dio qui non abbia nessuna dimora. Per te è una casa di spionaggio e di accusatori! A proposito, anche tu non hai nulla da comandare. Athaja può permettermi, di parlare pubblicamente”. Costui ha riconosciuto subito la tattica di Simeone e dice:

8. “La Sala è libera per te per due ore”. “Naturalmente”, gobbeggia Usiel ridicolo, “i traditori fanno gioco comune!” Simeone lo afferra all’abito: “Lo ritiri?” tintinna la ferraglia. “Non lo intendevo così,” piagnucola Usiel. Simeone lo lascia andare: “Siediti, se ne hai voglia di rimanere!” Usiel vacilla andando via. Solo molto più tardi entra furtivamente di nuovo dalla porta. Ed ora Simeone dice:

9. “Sono qui su Incarico del mio Re. Chi è LUI, lo riconoscerà ognuno che crede ed agisce gentilmente. La maggior parte non sa quanto è possibile che io – venuto da uomo anziano – sia un combattente giovanile. Guardate” Si toglie il meraviglioso elmo ed ecco che si vede il suo capello scintillante argenteo.

10. “Presso di noi nell’Empireo”, insegna lui, “il capello bianco non è come da voi un segno dell’alta età, oppure persino di angustia e sofferenza. Noi tutti abbiamo capelli chiari, dal tono d’oro fino al bianco argenteo, che ha a che fare con la nostra specie. In missioni particolari ci modifichiamo in modo com’è utile agli uomini o esseri, per la cui salvezza siamo inviati”.

11. “Salvezza?” osa sufflare Hilkia il costante disturbatore della quiete, al suo vicino. Zaccaria protesta ed il principe biasima: “Hilkia, ognuno che ora interrompe inutilmente, lo rendo noto personalmente al Quirino!” I sotto sacerdoti si rannicchiano imbarazzati, sono anche inquieti di questo disturbo. Ma chi osa di contraddire Hilkia, il quarto nel sinedrio? Lo può fare soltanto qualcuno, rimanendo indenne, che nel rango è superiore.

12. Simeone sorpassa le diciture: “La salvezza dapprima a qualcuno non fa subito bene, magari come se stesse annegando, poi subentrano le cattive conseguenze. Si sta seduti in questa casa che è soltanto meno che un tempio di Dio, simile ad una barca bucata, alcuni stanno annegando. Ora – chi non lo vuole sapere e passarci sotto, deve sprofondare fino al fondo del mare. Questo fondo si chiama:

Onnipotenza e Diritto!

13. Là cade, là - incontra il SIGNORE! Là non esiste nessuna via di scampo! Chi allora chiede Grazia e Misericordia, deve riconoscere il Diritto e l’Onnipotenza di Dio! Chi prende su di sé una riparazione con tutti i pesi, preparato per la cattiveria di altri, a costui la Grazia sarà come il Sole lontano. Un Sole vicino, un ‘Dio vicino’, non lo può sopportare per nulla.

14. Il tempo di svolta di Dio è vicino, fra sette anni! Chi cambia fino ad allora per recuperare la quarta o settima parte di un tempo di servizio ingiusto? L’ALTISSIMO non vi regala nulla!, appunto a coloro che sono così perfidi! Ma chi cambia, anche se non riesce subito, anche se il vecchio Adamo alza ancora il suo capo, sarà guidato in questi anni dalla Bontà di Dio. E la sua anima riceverà una corazza, il suo cuore un elmo, il suo spirito una spada ed uno scudo, come porto io tutto questo”.

15. Simeone alza in alto le armi che scintillano al Sole, che proprio ora guizza attraverso le colonne. Un sotto sacerdote sussurra: “Chissà se Giosué davanti a Gerico aveva quell’aspetto?” “Questo Simeone ha ragione”, mormora di rimando. Allora ai due sembra come se li colpisse uno sguardo, stranamente caldo. Soltanto un momento – e sono dalla sua parte. Simeone nel frattempo continua a parlare:

16. “Ad ogni tempo di svolta precede un Raggio (un portatore di Caratteristica divina). Chi porta lo stesso, è più potente di colui che viene inviato precedendo. Io sono un Raggio, al quale sono collegate certe Luci, che possono co-precedere ed operare con la svolta. Costoro sono stati preparati, anche se da uomini non lo sanno.

17. Non così come ora Jojareb sta pensando in modo cattivo, che i preparati avessero un proprio merito di Grazia, mentre gli altri, ai quali io auguro il fondo del mare – il desiderio sia la loro azione!, - dovrebbero subire il giudizio senza colpa. Che ne può uno che non abbia nessuna preparazione? Jojareb”, averte Simeone, “tu da sacerdote conosci Mosé ed anche i profeti, e quello che DIO ha comandato. Questo è il ‘tuo cammino d’istruzione di Dio’, che EGLI ti concede.

18. Hai trasformato il sapere in sapienza? DIO ti ha posto al bordo? È tempo dove deve essere messo in pratica ciò che si ha imparato. Lì manchi. Oppure no?” Simeone provoca Jojareb. Costui si schiarisce la gola; lui sente di che cosa si tratta. Ma piegare? Davanti a Simeone? Mai! Perciò risponde in breve: “Tempo di svolta - ? A me basta il vecchio”.

19. “Ebbene sì, il solito trantran!” rimprovera Simeone. “Tu ed Hilkia, voi seminate disaccordo. Avete tradito il cittadino Ahimoth ed altri ancora. Non sia detto per vostra rovina”, addolcisce la sua voce severa, “è la Chiamata di DIO: ‘Ritornate indietro!’, se volete ottenere Misericordia.

20. Voi litigate, Dio avrebbe fatto operare molti miracoli a Mosé, ma venduto voi a Roma. Ebbene! La Giudea ondeggia qua e là, pensando: Se soltanto io rimango in vita, tutto il resto non m’importa!     Questo non crescerebbe nel popolo se i suoi superiori rimanessero nella fede e portassero al posto di discorsi vuoti la vera Parola di Dio ed aiuto vitale. Ma credete forse che il Signore vi abbandonerebbe?

21. Guardate un Miracolo: I vostri polmoni respirano, il vostro cuore batte giorno e notte. Il sangue scorre inarrestabilmente attraverso il corpo e non sapete, che e perché nessun corpuscolo di sangue nella stessa unione con altri, non compie due volte lo stesso percorso. Cambiano continuamente insieme alla loro traccia. Ed anche se cambiano, formando altre unioni, altre scie, possono bensì scorrere soltanto nelle stesse vene e vivificare il loro corpo attraverso le stesse. Questo è un santo simbolo dalla Volontà di Dominio di Dio, la Condizione UR, senza la quale nessuna Vita può manifestarsi né conservarsi.

22. Appena il sangue forma gli stessi cristalli di mattonelle e le stesse tracce come erano alla nascita, allora la circolazione di un’epoca d’incarnazione è conclusa, se breve, se lunga, anche indipendente dal genere di morte. Non è questo un Miracolo più grande? Non agisce qui l’Onnipotenza umanamente vicina - ? Ma l’uomo non lo comprende, queste sono le ‘naturalezze obbligatorie della natura’!”

23. Il medico del tempio, Obadnia, alza la mano. Simeone gli fa cenno: “È buono quello che hai da dire”. “Come mai che lo sai?” chiede Obadnia sorpreso. “Come hai detto, è così, così – “ Si blocca. “Mi sono occupato di niente, ma aiuto dove posso aiutare. Ma se qui le cose stanno così male con noi, che cosa deve essere di noi tutti?”

24. “La tua domanda colpisce il fondo”, risponde Simeone. “Hai imparato bene la tua funzione di guarire, sei sempre disponibile e vai a cercare i poveri, appena uno ti chiama. Questo compiace a Dio. Soltanto una cosa ti manca ancora, Obadnia”. “Che cosa?” chiede oppresso. Quello che ora ha sentito gli dimostra che Simeone ha un sapere enorme. “Sono subito pronto per cambiare e per imparare del nuovo se con ciò posso aumentare le mie facoltà”.

25. “Lui sa molto della Dottrina di Dio e della vita di questo mondo”, lo loda Simeone. “Non si è mai esposto; lui aiutava ed andava via. Sovente è stato considerato poco, perché non ‘sarebbe un vero sacerdote’. Eccetto pochi, nessuno è così molto sacerdote proprio come lui. Perché chi aiuta volentieri nel silenzio, è ‘la cara Mano di Dio’!

26. Quello che manca, Obadnia, è questo: Ogni aiuto deve avere due lati, come si hanno anche due mani. Un sacerdote deve tener presente il corporeo del povero; un medico guarisce meglio se oltre alla malattia indaga anche il male di un’anima. Il male al cuore rende malato. Se il medico mette il balsamo del conforto sul cuore ferito, allora i suoi unguenti guariranno facilmente la malattia. Sono alti Miracoli di Dio, appena l’uomo ne tende la mano”.

27. “Non ho mai riflettuto così”, confessa Obadnia. “Questo me lo ricordo!” Lui va da Simeone: “Ti ringrazio. Leggerò molto il tuo ‘Libro d’Insegnamento’, c’è scritto molto”. I buoni si rallegrano di questo bell’episodio, mentre Jojareb ghigna sdegnoso: “Che …” stupidaggine, vuole dire Hilkia, ma molti occhi irritati gli chiudono la bocca.

28. “Posso ancora chiedere? Riguarda la circolazione del sangue, non riesco a seguire. Potrà sembrare strano che mi occupi molto del cuore e del polmone, benché finora non abbia ancor trovato un chiaro concetto, eccetto una volta con un morente, il cui corpo era del tutto aperto a causa di una cattiva caduta.

29. Malgrado la compassione ero affascinato come agivano gli organi. Il sangue spruzzava fuori al ritmo del sangue. Non ho constatato di più. Ora hai detto che delle particelle di sangue circolano in associazione, sempre diverse e su altre tracce. Lo comprendo, anche se non l’ho mai visto. Ma ora: Un lattante ha molto meno sangue che un uomo adulto. Come si possono formare alla sua morte gli stessi cristalli di sangue e le stesse tracce? Le vene crescono con il corpo”.

30. Simeone spiega: “Non dipende dal fatto quanti cristalli di sangue uno abbia, ma se sono le stesse piastrine. Come massa scorre il sangue in spirali brevi o tirate in lungo, che si modificano attraverso i cristalli del sangue che cambiano forma, non in ultimo attraverso il modo di vivere dell’uomo. Ma come il sangue alla sua nascita mostra la curva, poi così anche alla sua morte. Lo comprendi ora, vero?” Ognuno ha ascoltato con interesse.

31. “Compreso- ?” Chiede riflessivo al medico. “Non del tutto. Esiste un filo fra la nascita e la morte. Degli astrologi dicono che le stelle dell’uomo possederebbero in ambedue le stesse costellazioni. Puoi spiegarmi ancora di più?” chiede. “Oppure verresti una volta da alcuni malati che io chiamo dei casi particolari”. “Volentieri, Obadnia; domani, se vuoi”. “Molte grazie”.

32. “Incredibile, quello che sai!” si stupisce Athaja. “O, quanto ringrazio, che il Santo ti ha mandato qui”. “Conservalo soltanto per un cielo falso”, comincia nuovamente Hilkia. “Lui è un uomo come noi; chi può contare i suoi peccati?” L’avvocato s’arrabbia: “Tu – come ti si deve soltanto chiamare?” “Questo riposa su reciprocità”, salta su Hilkia. “Nel passato hai aiutato il mio nemico, per questo ti maledico ancora oggi!”

33. “È il mio dovere”, s’infuria Hilkior, “di assistere degli innocenti, anche se fossero dei mendicanti!” “Costoro ti hanno forse reso ricco?” schernisce Jojareb. “Sbrigate i vostri affari fuori!” Simeone s’intromette duro come l’acciaio. “Non date pace”, minaccia i ribelli. “Continuate soltanto così, ed il ‘cielo falso’ ricade su di voi! Siete degli uomini o dei serpenti? [Matt. 3, 7].

34. Per chissà cosa voi condannate gli altri, così la vostra semenza sarà anche il vostro raccolto! Finché voi da credenti perseguitate i credenti, questa Terra rimane un povero mondo! Voi condannate nell’eterna dannazione e non sapete che cosa significa ETERNITA’. Voi attribuite la vostra bassa soddisfazione all’Altissimo. Me EGLI è come voi?! Voi pensare da cattivi e volete strappare DIO al vostro livello? Guardatevi!

35. Dio ha predisposto la Pazienza davanti all’Amore, affinché rimanga preservato anche ai ribelli. Egli ha predisposto al Giorno dell’Amore della Creazione nel quale potete vivere, quello della Pazienza, affinché tutti coloro che potrebbero diventare cattivi, siano da salvare, prevalentemente tramite la Pazienza! Oppure credete forse”, le parole di Simeone tintinnano quasi. “di poter dire: ‘Dio è l’Amore, quindi Egli ci deve sopportare!’ ? Oh, aspettate solo, Egli non Si lascia deridere! [Gal. 6, 7]

36. Egli ha preparata la Via attraverso la PAZIENZA, sulla quale è possibile il ritorno e dopo questo anche il rientro in Casa. Ai ritornati a Casa va incontro la Misericordia nel Cielo. Lei cancella il vecchio, purifica, guarisce e eleva i figli nel primo stato di Cielo. Questo è anche un vero Miracolo. Afferratelo, ed una volta si adempie in voi”.

37. “Per questo non abbiamo bisogno di te!, emette Ginthoi. Il principe Ahitop dice fra i denti: “Vieni fuori! Ora basta! Domani ti denuncio!” “Resta tranquillo”, lo ferma Simeone, “i ripugnanti si sono già annunciati da sé nel tribunato”. “Come mai? Che cosa?” esclamano tutti insieme. Jojareb, diventato stranamente pallido, vuole andare via con il suo seguito. Ma Simeone sta corazzato alla porta, egli dice molto seriamente:

38. “Oh no, non mi scappi così a buon prezzo! Tu ed Hilkia mi avete accusato, che mi pavoneggiassi su e giù e vi spezzerei il collo. Ah – il tuo biglietto, che spezzerà i vostri colli”, indica i cinque Ah – il tuo biglietto, questo vi può spezzare il collo”, indica i tre rivoltosi, “ha fatto arrabbiare il Quirino. Lui aspetta soltanto che cosa ne ho da dire io. Non vi voglio rovinare; ma voi siete la sporcizia della casa che si deve spazzare via.

39. Jojhareb, e tu vuoi diventare alto sacerdote? Di chi? Di Dio oppure – Satana - !? Ecco, ora andate se volete”, Simeno libera la porta. All’istante i cinque uomini sono fuori, persino senza vendetta, ma per questo con più paura. Si consigliano di qua e di là. Ah, si deve appunto negare che Jojareb lo abbia scritto.

40. Anche dei fedeli qualcuno ha paura. Simeone li tranquillizza: “Non vi succede niente. Stasera sono stato invitato dal Quirino nella mia armatura; la mia spada deve proteggere il povero gregge”. Ecco che nessuno si tiene più, lui viene circondato. “Tu sei buono! Tu sei come un angelo di Dio! Quando aiuti tu, allora ha aiutato il Signore!”, ed ancora di più.

41. La riunione viene terminata. Chol-Joses chiede ancora un chiarimento, come mai che Simeone sarebbe il fratello di Mosé, e se lui, Chol-Joses, potesse essere impiegato nel tempo di svolta. “Si”, lo afferma Simeone. “In ciò dipende meno del grande aiuto che si presta, che più come qualcuno fa qualcosa. Chi crede gioioso, sarà preparato per ciò dalla fede.

42. Se dai volentieri una moneta (circa 70 centesimi), allora porta benedizione al ricevente ed al donatore; se regali contro voglia una dariche (circa 23,50 marchi), allora il dono è senza valore! Il Signore guarda al cuore, se regna lo spirito, e se l’anima è soccorrevole. Dove avviene questo, tutto va sotto la Mano di Dio”. “Dammi un posto”, chiede umilmente Chol-Joses, “allora posso fare ciò che compiace al nostro Signore”.

43. “A ciò EGLI dice Amen! Lui ha visto la vostra miseria. Qualcuno pensa che Egli l’avrebbe mandato. Oscuramente presagendo che sia giustificato, perché l’Altissimo è il giusto Giudice, altri hanno ancora conteso. Raramente Dio invia disagio. La maggior parte viene concesso da Lui presso coloro che si oppongono al Suo Amore, che vogliono sapere poco di Lui. Nominare il Suo Nome e fare contemporaneamente del male, è peccato contro il Suo Spirito ed il secondo Comandamento del Sinai.

44. Che Anna mi chiamasse il fratello di Mosè, rimaneva incompreso. Chol-Joses aveva ragione: Dopo millecinquecento anni nessun fratello suo può vivere dato che ha portato fuori dall’Egitto i vostri avi. Qualcosa lo avete riconosciuto, che la reale parentela esiste soltanto nel Regno di Luce e risulta raramente nel mondo. Sì, è la prima fiaccola di Dio, io sono la Sua settima.

45. Non ne siate spaventati. Chi vuole incarnarsi nel Regno di Luce, il suo essere di Luce è quasi totalmente coperto. Egli lo lascia anche così, persino quando egli può riconoscere il suo raggio, perché è meglio per la via del mondo. Mosé lo aveva a volte quasi del tutto dimenticato a causa della sua difficile situazione di vita. Questo succede alla maggior parte di Luce. Perché già per vera umiltà e servilismo non accolgono per sé nessuna reminiscenza.

46. Per me è differente, che io rivelo un poco alla volta. Qualcosa vi dà da riflettere: Non necessariamente terreno, e si può comunque vivere secondo l’incarnazione [Ebr. 13, 2]. Voi conoscete la storia di Tobìa, che Raffaele ha accompagnato per anni; e soltanto alla fine ci si accorgeva, che Raffaele era un angelo di Dio. –

47. Ora inizia la sera. Nel cortile attende della gente, che ha bisogno di consiglio e d’aiuto. Per questo avete bensì delle ore stabilite, ma presso Dio per questo non esiste ‘un tempo stabilito’. La Sua Porta è sempre aperta. Agite anche voi così! Naturalmente è bene di mantenere l’ordine, e ci si dovrebbe abituare. Ma a volte la miseria ed il bisogno hanno dei piedi veloci e non attendono il giorno successivo. Così è con coloro che attendono fuori”.

48. “Posso farlo io?” chiede Athaja. Simeone lo nega gentilmente: “Davanti a te la povera bocca non si apre del tutto. Eliphel può andare; e quando lui sa tutto, porta i poveri a te ed a Zaccaria”. “Avranno bisogno di me?” indaga il medico. “Anche questo; domani ci andiamo, per aiutare in diverse cose, ed il tuo cassetto dei cerotti otterrà tutto il suo diritto”. Allegra risata.

49. Ci si stupisce e si batte contro l’armatura di Simeone. “Se i romani avessero questo”, dice orgoglioso un sacerdote, come se Simeone fosse una proprietà del tempio. “A nessuno riesce” risponde costui, “ad imitare la mia armatura. A voi la corazza, l’elmo, la spada e lo scudo sembrano molto solidi; ma tutto è della sostanza più fine, che nessun mondo possiede”.

50. Qualcosa rimane incompreso; ma c’è un sentimento come recinto, nel quale si poteva giungere fino al Tabernacolo nel deserto. Sì – il potere d’occupazione somiglia ad un deserto; soltanto DIO è ora il Tabernacolo, e Simeone ha messo il recinto.

 

[indice]

 

Cap. 11 / III°

Una lotta simbolica - Alto insegnamento ai romani - Mostraci il tuo Dio

Simeone ancora vestito con l’armatura, va da Cirenio ma viene prima intercettato da Venitrio che lo conduce al Tribunato – Lì lo sfida, e nel cortile il duello – Venitrio sconfitto è però elogiato e onorificato – Insegnamenti su un solo Dio, sull’Empireo, sulla incarnazione del Veniente prossima, sui sette Raggi di vita fondamentale di cui Simeone è il settimo, sulla possibilità di parlare con Dio, e sugli eletti e amici incarnati per la missione – Infine, sulla sacra famiglia preparata e su Maria, bambina, al Tempio, preparata da Anna, altrettanto incarnata dal Regno – Cirenio vuole andare al Tempio

 

1. “Chi sei? Mostra il porto d’armi!” Una ronda ferma Simeone. “Non ne ho bisogno, comandante Venitrio”. “Non ne hai bisogno? E come mi conosci?” Il romano squadra sospettoso l’armatura a lui sconosciuta. “Ti conosce tutta la città, Venitrio, e questo non da un lato buono”.

2. “A te mostro ‘la parte buona’! Avanti”, ordina, “circondate l’uomo, e poi al tribunato! Il Quirino ti farà vedere in modo plausibile la ‘bontà’!” “Possibile”. Simeone trae la spada. “Metti via la tua arma!” “Me lo puoi ordinare quando mi hai dimostrato, che non la posso portrare. Inoltre – ora abbiamo per la seconda volta la stessa via“, ride Simeone.

3. “Non sembra quasi che Simeone sia scortato. Allora il romano tenta di prendere con astuzia la spada a Simeone. Non gli riesce. “Smettila”, dice Simeone con aria buona, ci mettiamo ancora d’accordo, solo non ora”. Venitrio è arrabbiato e la prima volta che il suo piglio da maestro non sia riuscito.

4. Comanda alla sua ronda, di badare con la massima acutezza allo spione; il tribuno non sarebbe adeguato per la Giudea. Simeone lo fulmina: “Puoi dire una cosa simile?” Costui si svincola col rossore in volto: “Lui è troppo buono, intendevo. Simeone ordina ad un uomo di annunciarlo come visitatore. “Visita suona bene”, mormora Venitrio, “sono curioso di vedere che cosa succede”.

5. “Mobilissimo, altissimo, onorevole Quirino”, comincia l’annunciatore. “Non amo dei preamboli nella casa”, viene interrotto. “C’è un guerriero estraneo, che ti vuole far visita. Penso …” “Ti regaliamo il tuo pensare”, s’intromette allegro Cornelio. “È arrestato”, osa ancora di dire costui. “Ha”, ride Cirenio, “lo hanno preso!” Si rallegra di questo. Cornelio dice da un sapere migliore: “Vedremo chi ha preso chi”. “Non intendi mica …? Oop, avanti, la visita ed il nostro comandante!” ordina brevemente Cirenio.

6. Quando arrivano, dietro a loro Forestus con volto raggiante, ambedue i romani sono molto meravigliati. Quello che vedono non è un uomo anziano e nessuna difesa “da un qualsiasi angolo di questo mondo’, come s’immaginava Cirenio. Simeone saluta con la sua spada, come Cesare non ha mai visto meglio finora.

7. “Sei Simeone, che era stato da noi oggi?” “Sì, primo Augustiano. Mi permetti di deporre le mie armi”. Lui ha detto di non aver bisogno di nessun biglietto”, si annuncia Ventrio, “l’ho arrestato. “Non è giusto; per questo ci vuole il disarmo”, lo rimprovera il tribuno. “Abbiamo pacificamente percorso la nostra via”, sorride Simeone. “Lui voleva farlo, ma non gli è riuscito”.

8. “Ad un comandante di Roma?” Cirenio aggrotta la fronte. Venitrio diventa rosso come un tacchino. “Questo lo pareggio ancora; lo provoco ad una lotta a due!” “Accettato”, dice Simeone sorprendentemente rapido. “Bè”, fa Forestus, “questo va a finire storto”. “Per chi?” chiede inquieto il Quirino. Ma Forestus non si lascia irretire. “Se io fossi Venitrio”, dice tranquillo, “allora ispezionerei prima accuratamente la difesa e le armi del provocato. Mi sarebbe troppo estraneo”, indica le armi.

9. “Per Mercurio, lui ha ragione!” il Quirino gli da ragione. “Ma Venitrio ha preteso e Simeone ha accettato; quindi la Lotta deve essere eseguita davanti ai nostri occhi”. Lui edifica comunque senz’altro sulle armi di Roma e l’abilità del romano. Bensì – “Dammi la spada soltanto per il controllo, lo scudo e l’elmo”, pretende Cirenio. Simeone mette tutto sul tavolo.

10. Ognuno ne tende le mani – guarda stupito. Qual leggere cose da bambino, con questo non c’è niente da fare. Forestus depone le cose: “Non incrocerei queste armi”. “Vigliacco!” sibila Venitrio. Il rimproverato salta su: “Davanti al nostro Quirino e tribuno non mi lascio chiamare vigliacco! Riprendilo oppure oggi devi incassare due fallimenti!”

11. Il fallimento del forestiero e la tua”, lo schernisce Venitrio. “Basta!” Cornelio se lo prende: “Alla presenza dei superiori non devi insultare dei camerati. Riprendi ‘il vigliacco’! A Venitrio non rimane che obbedire digrignando i denti. Questo aumenta la sua ira, che il forestiero deve sentire. Nel frattempo Simeone ha messo il suo elmo e dice rilassato:

12. Prima vi faccio vedere che cosa posso fare con il ‘giocattolo’. Poi il comandante è libero di retrocedere”. “Cominci ad avere paura?” Ma Simeone piega la sua spada, finché si toccano pomo e punta. “Prego, imitare”. Venitrio la piega con grande fatica ad appena un quarto d’arco. Anche a Cornelio e Cirenio non risce di più. Forestus riesce a piegarla un paio di centimetri in più.

13. “Ringrazio per il gioco da bambini”. Solleva il colletto a scaglie scintillanti. Pesa poco più che una toga. Per quanto volentieri Cirenio avrebbe voluto vedere la lotta, egli avverte Venitrio. Ma costui esclama posseduto: “Voglio combattere nel cortile!” “No”, il Quirino batte duramente con il suo bastone da maresciallo sul tavolo.

14. Come? Simeone conosce le finezze di Roma? Egli attacca, retrocede, da dei colpi laterali e fa sudare Venitrio, senza che costui possa piazzare un colpo. All’improvviso un combattimento estraneo, che Cirenio non chiede più se l’aquila di Roma fosse da salvare. La spada, lo scudo, la svolta vorticano; oramai si vede solo uno scintillio. Venetrio è nella trappola, la cosa più vergognosa che gli può capitare. Simeone lo afferra. Si trovano di fronte, il romano pesantemente sfinito, Simeone come dopo un buon sonno. Lui dice:

15. “Ti meriti una medaglia, hai attaccato con gran coraggio un guerriero sconosciuto, senza conoscere il suo piglio e difesa. Non te lo imita facilmente un altro”. Costui crede di sognare. Il vincitore converte l’amara onta, anche se non in una vittoria, in un onore? Ha bisogno di un momento per riprendersi. Forestus gli porge un leggero vino.

16. Dopo un forte sorso ed uno sguardo a metà impaurito al Quirino ammette: “Mi hai vinto, e – Forestus aveva ragione. Hai già conosciuto le armi?” chiede a costui. “Le ho viste oggi per la prima volta”. Cirenio termina bene la lotta. Prende la destra di Simeone e dice:

17. “Sei un cavaliere, come non ne ho visto nessuno, della più prestigiosa nobiltà d’animo, come ce ne sono pochi. Così agisce soltanto un uomo il cui spirito vive in regioni più alte. Ed è anche così! Vieni qui, Venitrio!” Il Quirino mette una piccola spilla scintillante al colletto della sua tunica che i legionari portano quasi sempre sotto la loro armatura.

18. Venitrio s’inchina, rosso ardente di gioia. “Comandante”, dice Simeone, “nessun romano potrebbe vincermi, e tu puoi portare l’onorificenza del Quirino in onore. La lotta doveva esserti d’insegnamento. Considerato dal vostro punto di vista è bene quando uno è coraggioso. Ma questo soltanto nella battaglia aperta, quando i popoli non la vogliono diversamente. Sarebbe meglio se i cavalli arassero i campi; ed il bronzo, il ferro o le clave dovrebbero servire a scopi pacifici invece che per armi micidiali.

19. Tu hai provocato sovente i giudei finché la loro bile traboccava. Poi li hai presi prigionieri. Tu pensi se non puoi ‘raccogliere’ una dozzina in una settimana, non ti saresti affermato. Non ti presento Forestus come esempio; ma da quando passa per Gerusalemme, nessuno è stato arrestato. Lui parla del bene, dove delle labbra si aprono nell’ira, perché il popolo vi deve sopportare da circa sessant’anni. Ieri hai detto: ‘Se il tribuno fa continuare a volare al posto dell’aquila la colomba di pace, mi si arrugginisce l’armatura.’ “

20. “Chi lo ha tradito?” richiesto in modo imbarazzato. Cornelio ride: “Se riusciamo a proseguire con la colomba di pace, allora la voglio eleggere come animale da elmo. Poi …” “… porterai una insegna del Cielo”, completa Simeone. “Ed ancora questo,Venitrio: c’è gente che dalla fronte degli altri sa leggere ciò che vi sta dietro. Pensa che io sia uno di costoro. Più avanti anche tu conoscerai cose superiori”.

21. Il Quirino va sù e giù. Invio intenzionalmente Cornelio il comandante a fare la ronda. “Con la colomba”. Gli sussurra. Suona però più come un ordine; e qualche soldato si meraviglia in futuro come il ‘cane da sangue’, come viene persino chiamato da loro, sia diventato ad un tratto così docile.

22”.Strano uomo”, Cirenio si occupa di Simeone, “da dove vieni davvero? Voler farmi ancora credere che saresti un ebreo, di settant’anni e quello che confabula la tua lavagna, per questo è troppo tardi. Malvolentieri avrei voluto essere nella pelle del comandante. Oppure tu, Forestus?” Costui si scuote. “Per – “ No, più nessun nome di dei, “ – per la Verità”, dice rapidamente.

23. “Mi sembrava come se Simeone avesse sette spade nella mano”. “Ve lo spiego volentieri”, conferma Simeone per l’ulteriore stupore dei romani. Mangia e bevi”, lo invita gentilmente Cirenio, “poi rispondi alle mie domande”. Lo spuntino è stato consumato ed i bicchieri vengono nuovamente riempiti.

24. “La mia lavagna è giusta”, commenta Simeone, “terrenamente, perché il tempio ne ha bisogno di una, e nel senso di una Caratteristica che possiedo dall’Empireo”. “Soltanto una?” minaccia Cirenio scherzoso. “Sei così modesto o copri qualcosa?” “Nessuna delle due! La Luce conosce sette Caratteristiche da cui sgorgano molti raggi secondari. Ogni popolo del Cielo vive una Radiazione fino in fondo; ma ogni occupante del Regno possiede ancora un Raggio secondario o di popolo.

25. Numerose parti di popoli o stirpi formano un anello su dei Soli o Stelle, che servono al loro soggiorno. Intorno al vostro Sole orbitano più Pianeti; cammina persino nell’unione con Luci simili nel genere intorno ad una maggiore, e così via. Proprio così stanno le cose con i popoli del Cielo.

26. Una volta avete visto un miracolo della natura, un albero a sette tronchi. Ogni tronco aveva sette rami [Zacc. 4, 2], ma in modo come se tutti i quarantanove spuntassero da questo tronco, che non dimostrava nessuna fenditura. Su ogni ramo principale c’erano molti rami secondari, coperti con fogliame senza numero. Questo è un vero simbolo di ciò che voglio dire della Luce.

27. La Radice somiglia al Potere e Magnificenza del Creatore, dell’unico Dio. Voi avete molti dei. Nell’Essere a voi sconosciuto si prega il Sole come simbolo della Vita, che insegna a riconoscere che non dei nomi sono determinanti. Esiste soltanto un Signore dell’Universo. Se è così, allora un santo Dio non ha bisogno di alcuni sottodei, come sta scritto: ‘Io sono il Signore, tuo Dio; non avere altri dei accanto a Me!’

28. Questa Legge fondamentale vale per tutti, e nessuno si deve fare dei secondari. Vedi, mio Quirino, Roma ha un Cesare, ogni comandante un superiore, ai quali tu attualmente sei il primo. Ma sei tu l’Augusto stesso? Ah no! Per quanto sei onorato, il maggior onore va soltanto al regnante. Voi superiori avete i vostri aiutanti, e costoro nuovamente i loro sottoaiutanti, e così via. Il tutto si chiama il ‘popolo degli italiani’.

29. Tramite il paragone l’Eterno deve essere più facilmente riconoscibile. Il Creatore è contemporaneamente il Sacerdote più sublime. Ogni popolazione ha bensì un sacerdote insegnante; ma costoro non vengono adorati. Li si amano e si rispettano, come tu sei amato e rispettato da molti. Lo faccio anch’io, soltanto meno dalla Terra ma più dall’Empireo, dove ci conosciamo già da molto tempo”.

30. “Non contraddico la cosa superiore che tu dici; ma non mi eri noto. Se sorge un sentimento che collega, allora è nel divenire, non uno che esisteva già”. “A me andava proprio così”, annuisce Cornelio. “Ora è come se lo conoscessi da tempo”. “Potrà essere”, riflette Cirenio, “ma finché non so che è davvero così e non diversamente, devo dapprima sentire che cosa hai ancora da dire. Quindi continua”. Simeone dice gentilmente:

31. “La vostra vana dottrina degli dei ti è da tempo svanita, ma devi tacere, perché Cesare ci crede. Dato che crede di buona fede, gli dei gli scompariranno una volta come delle nebbie. Se voi credeste invece che negli dei, alle Forze della Luce UR di Dio, potreste presto incontrare DIO, vivamente; perché il mio incarico è di iniziarvi, com’è previsto”.

32. “Che aspetto ha questo Dio-UR? In che cosa Lo si riconosce?” Cirenio chiede inconsciamente con timore. Non si rende conto se questa è la Verità. “Amate soltanto il ricco e potente oppure anche il povero e misero?” Dai romani cadono come delle scaglie: È un atto decisivo. La lotta - ? Chissà, qual’apertura era questa - - -

33. “Tu sai così tanto, uomo strano”, dice Cirenio, “quindi saprai che sono cresciuto a corte di Cesare, nella casa di genitori ricchi. Ma scegliere fra alto e basso? Io amo i bambini, gli animali, e punisco ogni rozzezza contro ambedue. Anche dei piccoli esseri vivente sono degni di una qualche protezione. Se questo accontenta il tuo Dio, - hm – mi sembra dubbioso. Il Quirino guarda Cornelio.

34. “Anche a me, mio alto fratello. Educato amorevolmente da te ho imparato a pensare ed a sentire come lo fai tu. Forestus lo possiamo prendere al cavo di rimorchio, lui è predisposto precisamente così”. Le sue gote arrossiscono; è un onore poter marciare per così dire dietro al Quirino ed al tribuno.

35. “Certe cose non si possono comprendere”, aggiunge il Quirino, “nemmeno paragonare. Spiegacelo meglio”. Simeone sorride: “Volentieri! Quello che uno non comprende, l’uomo in genere non vuole imparare a conoscere, perché sente che dopo ha molto da deporre che ama e non desidera rinunciarvi. Dice semplicemente: Non lo posso comprendere; oppure: Chissà, perché è successo così! E si getta l’insolito dietro di sé.

36. Ma questo gli viene di nuovo improvvisamente sulla via ed è la sua educazione di Luce, che non raramente opera in modo mondano. Dio ha in Mano il capo. EGLI solo esegue ogni cosa”. “E che cosa succede dopo?” “Un nuovo inizio. Ogni faccenda giunta alla fine porta una nuova spinta di vita, come dalla semenza germoglia nuova semenza, appena la semenza madre è cresciuta, sia il filo d’erba, la vite, il fiorellino oppure un potente cipresso.

37. Alla fine di ogni cosa – non esistono eterne finitezze – se c’è alla base del divenire. Nel decorso della Creazione, in cui si riflette la materia, una fine non è una lontana incomprensibilità. Ogni fine ed un inizio sono all’istante un insieme composto, in cui il Creatore pone i Suoi figli di Vita. Le nostre finitezze riposano magnificamente adagiate nella santa Infinità del Creatore!” Simeone include un intervallo. I romani hanno bisogno di tempo per accogliere la cosa d difficile.

38. Finalmente chiede Cornelio: “Ed il tuo Dio? Quando, come, dove Lo si può incontrare? In che cosa Lo si riconosce?” “La domanda, ripetuta, è per voi un buon segno; anche la conferma che voi non amate soltanto il potere ed il fasto della Terra. Il Quirino Cirenio pensava, come mai io non sapessi anche questo. Ascolta prima ancora una cosa, dopo vi voglio dire un Segreto della Luce, che nel tempio oltre alla madre Anna nessuno sa veramente”.

39. “Chi è Anna?” chiede Cirenio. Prima che Cornelio possa riferire, tiene Forestus una relazione. Ce la mette tutta, “Tu l’ami?” “Sì”, risuona in modo intrepido, “e quando l’onorevole Quirino impara a conoscerla, allora –“ non garantisco per niente, vuole dire, ma preme le due mani sulla bocca. “L’amo anch’io?” ride allegro Cirenio.

40. “La si deve amare”, conferma Simeone. “Ora questo: Se io fossi incarnato – lo spiego un’altra volta -, non potrei vedere tutto. Come sono venuto io, posso guardare ad ognuno senza fatica sul fondo del cuore. All’uomo serve di svelarsi da se stesso. Ma certi di cui fate parte voi, si vergognano di esercitare pubblicamente la mansuetudine. Lo fate piuttosto in segreto, a cui vi spinge la voce del vostro spirito.

41. Altri nuovamente esaminano meno il loro fare e non fare. Ambedue in sé non sono gravi. È meglio riflettere prima su che cosa e perché si fa qualcosa. Si può vedere che il più bell’ornamento di un uomo è l’amore, la bontà, la longanimità e la misericordia. Chi agisce mediante l’esempio di vita, agisce dall’alto Spirito di Dio!

42. Proprio la clemenza manca agli uomini, che sono abbondantemente benedetti dai Raggi di Dio. Ti sei meravigliato, o Quirino, perché io possedessi soltanto una Caratteristica. Ascolta:

Sette Raggi di Vita Fondamentale sono

l’eterno-alto Forum dell’Onnipotenza!

43. La settima è la Misericordia. IO – “ il volto di Simeone diventa celestiale, “ – sono il portatore. Ci sono sette coppie di principi del Regno, portatori di queste Caratteristiche. Nella Luce sono relativamente un Cherubino ed un Serafino, Raggio di Forza fondamentale positivo e negativo sui quali l’Onnipotente fa scorrere la Sua Luce UR, perché nessuno dei nati successivamente potrebbe sopportarla come essenza.

44. Ogni genere di creatura riceve il puro celestiale rispetto alla sua facoltà di portarlo e vivrà – meravigliosamente felice – la sua Eternità nell’Eternità UR. Se ricevesse la Luce UR e le Caratteristiche non diluite, allora dovrebbe scomparire, perché come particella Ur verrebbe di nuovo accolta dalla Divinità, oppure ogni creatura stessa dovrebbe diventare un dio.

45. Così non può esistere nessun Universo; ogni essere vivente stesso sarebbe creatura e Creatore, ma – senza manifestazione di Vita. Perché le Forze provengono puramente dalla Luce UR, di cui ogni creatura-figlio diventa la sua scintilla. E nessuna potrebbe attingere dall’altra. Dato che questo non esiste, lo comprenderete quando – avete incontrato DIO. Con ciò arrivo alla domanda: Quale Aspetto ha il Dio UR? In che cosa Lo si riconosce?

46. Non stupitevi: Egli arriva povero e insignificante. Egli non sceglierà né tempio né palazzi, né giacigli dorati. Questo per il fatto che deve servire da esempio. La gente inferiore non osa già avvicinarsi al comandante Forestus, per dirgli ciò che li preme, per non invitarli con la severità. Questo succederebbe molto meno con il tribuno o persino con te, Quirino.

47. Malgrado il tuo volto buono le persone si sono ritirate negli angoli. Hai notato l’uomo alla porta di Gerusalemme, attraverso la quale sei cavalcato? Lui non aveva nessuna idea dell’ingresso. Una preghiera d’un attimo gli è rimasto in gola; si credeva vicino alla morte. È ancora malato per lo spavento. Domani il medico del tempio va da lu. Sono persone povere, ai quali il Naxus ha tolto tutto, eccetto gli stracci del loro corpo e la capanna che sta crollando. Oggi sono venuti nel tempio, per ottenere l’aiuto”.

48. Cirenio dice brusco: “Ho l’aspetto di un mangiatore di uomini? Se quell’uomo – mi ricordo, è saltato come una lepre su bastone e sasso – se si è spaventato involontariamente, poteva rivolgersi a me”. “Lo poteva fare se aveva fiducia. Questa – lo ammetti – il popolo l’ha perduta.

49. Se tu fosti arrivato in forma semplice, non nel purpureo, seta e gioielli, non su un cavallo fastosamente bardato, allora non sarebbe scappato”. “Hm, m’illumina”, confessa Cirenio. “Ma come si riferisce questo al tuo Dio? Infine non può cavalcare su un asino!” [Zacc. 9, 9; Giov. 12, 15].

50. “Pochi alti vogliono – diciamo per via dell’etica – lasciar cadere potere, fama e ricchezza. Dio non pretende di gettare via tutto; si tratta piuttosto se con ciò gozzoviglia oppure non impiega i suoi doni. Chi lo sà, che il mondano deve essere lasciato indietro con la morte e vuole diventare con il suo potere un vero ‘governatore’ di Dio, costui agirà per la benedizione sua ed i suoi sudditi in ogni riguardo.

51. Tu sei il primo governatore di Cesare, e Cornelio la tua mano destra. Avete chiesto del perché voi siete stati provvisti con così tanti beni, potere e sapienza, mentre innumerevoli devono passare attraverso la vita poveri, insignificanti e persino stupidi? Ciononostante alcuni di coloro vi sono del tutto pari nello spirito.

52. Naturalmente tra di loro ce ne sono molti, che sono stati generati per la loro redenzione di base. In tale rapporto esistono fra gli alti del mondo pure così tante povere creature. Avete detto sovente: ‘Qual povero spirito!’ Non è giusto; lo spirito è sempre puro e buono. Ma non può totalmente agire quando l’anima dell’uomo è ‘povera di luce’. Del perché esistono tali differenze lo riconoscerete, quando voi stessi avrete parlato con Dio.

53. ‘Inconcepibile’, pensate, ‘chi può parlare con il suo Creatore? Per questo ci sono i sacerdoti.’ O certo, quando sono di cuore puro. Ma anche loro sono degli uomini, qualcuno materiale. Il governatorato di Dio si può conservare, se nell’Empireo oppure sui mondi della materia, appena la vera consapevolezza dell’io si lascia guidare dallo ‘Spirito del Cielo’. Allora la Luce e la sua Forza scorre attraverso il cuore dello spirito in tutta l’anima.

54. A voi, pure eletti, scorrono dei Doni interiori ed esteriori, perché siete venuti sulla Terra con la ferma decisione di servire Dio. Avete portato con voi i Doni. Nei i poveri, che provengono pure dalla Luce, si adempie su un’altra via. Loro servono attraverso il sacrificio, come voi tramite i vostri doni. La cosa più determinante nell’uomo è quasi esclusivamente meno l’esteriore che l’interiore.

55. Se ora sapete e – credete, in futuro la vostra funzione diventerà molto più spirituale rimanendo incluso che amate gli oppressi e vedete in loro degli ‘uomini’, come siete voi stessi. Tu pensi, Cirenio, che voi due sareste quasi soli nella grande Roma; soltanto il vostro Cesare sarebbe buono. Altrimenti - ? L’aspirante al trono non avrebbe l’animo augustiano. Ma non potreste garantire per i loro successori. Hai veramente ragione. Notate la parola, che vi ho da dire al riguardo.

56. Questo mondo, il parto della più grande oscurità, non è ancora pronto che al suo timone vengano per sempre delle forze buone. Sarebbe possibile, se gli uomini si lasciassero generalmente istruire e rivolgere il loro pensare all’Eterno. Il Potere del Creatore opera meravigliosamente bene. Di tanto in tanto vengono degli alti spiriti dalla Luce, che portano i loro raggi, fino a più di cento anni di questo mondo, il loro essere, la loro vita e – la Bontà di Dio.

57. Quando l’umanità ha consumato tutto il bene celestiale, allora seguono nuovi messaggeri, eliminano dapprima la sporcizia accumulata ed arano molte anime oscure, affinché per un altro secolo – osservato dal punto di vista di un uomo – questo mondo si possa conservare nel miglior modo possibile.

58. Cornelio, questa non è una vite senza fine”, scopre Simeone la sua opinione. “Ogni sacrificio lascia dietro di sé, oltre ad una Forza di radiazione, il ‘potere di sacrificio’! Questa è inestinguibile, perché giace nel ‘Lustro di Dio’. Il flutto essenziale della santa Redenzione aumenta inarrestabilmente. Insieme a questo viene purificata l’oscurità, che si svolge al meglio nel suo proprio essere.

59. Il colpevole deve espiare! Voi pensate a Naxus, un paio di mesi d’arresto non sarebbe nessuna espiazione. Sapete che cosa ha da subire in pochi minuti uno al quale DIO consegna la nemesi del giudizio? Un carcere a vita agisce raramente in modo più terrificante che una lotta con gli elementi. Venetrio lo ha dovuto subire tramite me, perché ha consegnato al carcere molti innocenti. Lui penserà con disagio per il tutto tempo della sua vita alla lotta della spada.

60. Naxus e le persone hanno combattuto per dei giorni, aggrappati ai resti della barca spezzata. Delle onde selvagge, il sole ardente, sete, fame e sfinimento erano la loro dura pena. Questa punizione ha purificato le anime oscure, finché una volta, quando tutto sarà pagato, possono venire alla Luce, alla Pace ed alla Benedizione. - - -

61. Ora la cosa più importante! Quale Aspetto ha Dio? Ascoltate: Quando incontrate l’uomo più nobile e più puro, avete incontrato DIO!” Forestus osa: “O Simeone, finora non ne ho incontrato nemmeno uno, che sia così nobile come te. Mi sarebbe difficile la decisione di scegliere fra te ed un altro”. Cornelio annuisce, mentre il Quirino rosicchia al suo scetticismo.

62. “Lo riconoscerai, Forestus, aspettata solo. I servitori più vicini all’Altissimo parlano per sé per la loro somiglianza con Lui, soprattutto nell’interiore. Dato che io sono uno dei Suoi principi, con cui la domanda trova la sua soluzione chi io sono veramente, è da notare, che l’Essenzialità di Dio si riflette al meglio in noi dal lato creativo.

63. In vista delle Sue Caratteristiche Egli ama e considera tutti. Lui non domanda prima se uno vive nella materia precisamente secondo i Comandamenti. Per Lui vale la buona volontà, la disponibilità d’aiutare ed un animo amorevole. Se qualcuno può dimostrare questo, allora riflette sette volte il grave peso, prima di chiedere del Suo alto Avere. Soltanto ai cattivi, che inoltre si dilettano nella loro cattiveria, Egli soppesa il dare e l’avere senza ulteriore Grazia!

64. Egli si presenta povero e misero, come sta scritto:

«Un fanciullo ci è nato, un figliuolo ci è stato dato,

e l’imperio riposa sulle sue spalle!»

e ancora:

«Senza padre, senza madre, senza inizio, senza fine!»

 [Isaia 9, 5; Ebr. 7, 3]

65. Egli elegge per la Sua Opera un padre di famiglia; perché EGLI, il Vivente, non ha bisogno del seme d’uomo, per diventare un FIGLIO. Egli Si prende una madre come atto principale del Suo Sacrificio! Lei è la mia principessa, portatrice della Misericordia. Generata spiritualmente e nata così, rimane pura, come è discesa dal Cielo”.

66. “Vive già?” chiede ansioso Cirenio. “Che cosa posso fare per lei?” Un chiarore fugge sul volto di Simeone, che stupisce i romani. “O voi uomini, ora avete conquistato il contatto! Anche se capitano ancora delle cose nel frattempo, l’anima tende già il suo primo verde verso il Cielo. La ragazzina ora ha sette anni, vive sotto la protezione di madre Anna e non deve essere tirata fuori. DIO STESSO Se la prepara. Prima che raggiunga l’età della donna, EGLI SI fa partorire nel mondo tramite questa pura serva, certamente soltanto l’involucro di carne, di cui il Signore Si serve.

67. Lui rimane povero, dato che Egli viene per via dei poveri nell’anima e nel mondo. Questo non esclude che Egli si chini verso ognuno che Lo riconosce come Creatore dell’Infinito. Se Egli venisse da Alto Signore, allora tutta la povertà rimarrebbe fuori della Venuta. Su questo non si può fondare l’Opera di Redenzione.

68. La Sua Essenzialità è il Firmamento del Cielo nello Splendore di Soli di miliardi di anni, nell’eterno Scintillio di tutti gli eserciti di Stelle. La Sua Armatura è il Potere, il Suo cavallo bianco la Forza, [Ap. 6, 2; 19, 11], il suo Seguito sono la Potenza il Vigore! Nessuno nel mondo lo potrebbe sopportare, se Egli non incarnasse le Magnificenza nel più minuscolo, nel minimo, che è l’oscurità.

69. Egli Si mette persino la culla in una stalla della creatura irragionevole. È il simbolo che l’Altissimo tende fino all’abisso più povero, per trarre in alto nella Luce lui e tuttaoscurità. Il mondo della scelta è assolutamente la cosa più secondaria nella materia, ma inserito nell’Orbita del suo Sole che a sua volta nuovamente si trova nell’alto Fuoco della Croce del Suo Sole UR.

70. Il Re eterno, vero, assume la figura di un Servo [Fil. 2,7], per vivere come esempio massimo la Clemenza. Ma il Discorso del Suo Spirito, la Sua Verità, Egli non li copre; e di ciò tutti si stupiscono, inferiori ed alti, semplici ed intelligenti. Perché sulla Sua Parola si spezza l’oscurità, ed appunto con la Sua Parola Egli la guarisce! Con il Suo ‘Sì’ l’esonera dalla sua catena, il Suo ‘Amen’ costruisce una Scala nel Cielo; dato che EGLI è l’AMEN Stesso! [Ap. 22, 20].

71. Su questa salgono in Alto la Luce e l’oscurità. I gradini inferiori sono per ogni malanno dell’anima, che rendono i viandanti stanchi ed aggravati [Matt. 11, 28]. Poi si va verso l’Alto nella comprensione, ritorno, pentimento, espiazione, su ciò che sgrava, finché poi si mostrano come ultimi gradini la Bontà, la Grazia, la Longanimità, la Mansuetudine”.

72. “Posso vedere una volta la ragazzina?” chiede Cirenio. “Io – mi sembra - - Voglio bene ai bambini. Ed un altro: Hai ragione, che la Luce e le ombre dimorano strettamente insieme. Oggi mi è stato riferito qualcosa che ti denuncia. Cornelio dice, che già verso il vostro alto sacerdote sia stato riferito qualcosa e sarebbe una mano. Vorrei dettare una punizione al malvagio, affinché – secondo il Senso del tuo Dio – possa migliorare”.

73. “Va a far visita al tempio e …” “…vedo la tua principessa”, aggiunge Cirenio. “Così esamino la calligrafia di tutti i templari e trovo da me quest’uomo”. Una ruga d’ira s’infossa profondamente sulla sua fronte. Simeone l’accarezza dolcemente. Il romano salta su meravigliato: “La tua mano - ? Aha, ora comprendo come mai Venitrio ha potuto soccombere”.

74. “Ebben; una severità è necessaria, se dei cattivi devono battere i denti. Ma dei giudici devono essere liberi da ira e cattiveria”. Ho molto da imparare”, sospira Cirenio. “Per nulla! A te, Cornelio ed a Forestus non è difficile entrare nelle orme del Cielo, che seguono la santa alta Impronta del Piede di Dio”. Esclama forte Forestus: “Ah, se fossi già arrivato!”

75. Malgrado il momento serio, segue una risata. Cirenio dice a Simeone: “Non potevo dare a fianco di mio fratello nessuno meglio di Forestus. Perdona, si è fatto tardi, ma voglio ancora sistemare una faccenda”. Da una cassapanca prende un sacchetto abbastanza grande, colmo di sesterzi; ci sono anche alcuni talenti. “Ecco, per il povero uomo, daglielo e che si annunci da me”. Siamone chiede:

76”.Saresti d’accordo, fratello dalla Luce…” Cirenio lo interrompe sorpreso: “Come? Che cosa? Io – tuo fratello?” “Certo! Voi tre fate parte della mia regione di Luce. Inoltre siamo fratelli come ‘figli di Dio’ e le donne le nostre sorelle. Su questo più tardi. Non sarebbe bene dare alla povera gente questo sacchetto. Da un lato, non conoscendo il valore, verrebbero abbondantemente sfruttati da altri, d’altra parte sarebbe regalare troppo; perché allora verrebbe subito tutto il vicinato e tenderebbe le mani.

77. Metto Zaccaria come amministratore. Lui compra una casa, adeguata alla loro posizione, ed il resto lo ricevono di tanto in tanto. Se poi l’uomo è guarito, deve andare a lavorare e non oziare nei vicoli in seguito al tuo nobile dono. In tal modo sarebbe un doppio guadagno. Che ne pensi?”

78. “Magnifico!” Cirenio – cosa che fa raramente – stringe Simeone al suo cuore. “Domani a mezzogiorno visito ufficialmente il tempio; deve essere aperto, voglio vedere i sacerdoti e gli abitanti. Tutti! Questo è un ordine! Lo comprendi bene?” Egli indugia ed aggiunge di nascosto: “Tu fratello Principe dalla Luce!” Un raggio dagli occhi del Cielo ringrazia il romano.

79. “Posso venire con te?” chiede Forestus. “Per via di ulteriori controlli?” lo prende in giro Cornelio. “No”, balbetta costui, “ma …” “Vieni pure, piccolo fratello!” Strada facendo chiede costui: “Non lo potevo dire davanti al Quirino: Tu, per me ancora incomprensibile, sei un alto principe, uno – di là su”, lui guarda alla tenda notturna, la cui coperta di un velluto scuro è adorna di innumerevoli Stelle.

80. “Se tu, stando certamente vicino al tuo altissimo Dio, vorresti ricordarti di me, tu sai, affinché anch’io possa incontrare il SIGNORE, trovarLO, credere in LUI e che diventassi beato, come hai promesso”, Forestus continua a balbettare ed all’improvviso s’inginocchia nel vicolo. Allora riceve la bramata benedizione.

 

[indice]

Cap. 12 / III°

Nel tempio le cose si passano con ira - La bugia e l’inganno di Jojareb - Come Cirenio rende innocui due dannosi

Ritorno al Tempio di Simeone che relaziona la sua visita da Cornelio – Jojareb e Hilka lo oltraggiano ancora – L’avviso della visita – I due provano a dileguarsi – Arriva Cirenio per la visita al Tempio e alla stupenda sala del Santissimo – Mirjam e Anna – Poi all’archivio Jojareb è smascherato e punito per Roma – Incontro con i bambini e con ……xxxzx…e anche Hilka incappa nella punizione

 

1. “Ieri ti abbiamo atteso a lungo”. Simeone sorride, come sempre volentieri: “Mi ha accompagnato Forestus, quindi non poteva succedermi niente”. “Ah, tu!” sei protetto dal Signore, e noi tramite te”. “Se vuoi raccontare”, prega Athaja, “mando a chiamare gli amici. Anche i nostri cittadini sono curiosi di sapere com’è andata”.

2. Noi parliamo pubblicamente; ho qualcosa da riferire”. Athaja fa chiamare tutti per l’ora successiva. Ognuno viene, nessuno vuole perdere qualcosa. La stanza quindi si riempie bene. Ci sono madre Anna e due donne più anziane, che aiutano ad accudire i bambini del tempio.

3. Simeone racconta della sera, senza rivelare il contenuto più profondo del discorso. Non dice nulla della lotta. Egli descrive il Quirino come un nobile romano, e sarebbe bene di non farlo arrabbiare. Ognuno che si sente danneggiato potrebbe lamentarsi. Nessuno dovrebbe venire ingiustificato, e lui odierebbe gli accusatori. Jojareb è rosso. S’inalbera anche subito:

4. “Conosciamo i denuncianti! Non sei stato per nulla così a lungo nel tribunato!” “Come lo sai?” chiede Ahitop. Chol-Joses balbetta: “Di solito dorme volentieri; questa notte ha fatto la guardia alla porta principale”. “Non è necessario”, grida pieno d’odio Hilkia. “Il superiore lascia passare tutto, altrimenti costui intende Simenone, “non avrebbe preso piede. Ora è il ‘bambino favorito’ dei nostri nemici. Non intendo i romani”, si corregge subito.

5. Dice il giudice Thola: “Voi cattivi siete i nemici. Nel tempio di Dio trattate come i commercianti sul mercato. Ho da tempo perduto il vostro rispetto!” “Ne facciamo volentieri a meno”, grida Usiel ineducato. “Se ne potete fare a meno”, risponde il giudice Jaor con voce pericolosamente fredda, “è affar vostro, se è utile oppure no”. “Non abbiamo bisogno di una balia che ci debba istruire!” si da altezzoso Hilkia.

6. “Qualche volta sarebbe utile”, lo ammonisce Simeone, “se lui avesse una balia che si chiama COSCIENZA, la più materna di tutte le balie! Proviene dallo Spirito di Dio. Questa voi la tollerate il meno. Soltanto per venire all’alta sedia, tu, Jojareb, sei diventato così ingiusto; in più Hilkia, che deve prendere il posto di Zaccaria”.

7. “Non per nulla!” si protesta. “Sia come voglia Iddio”, dice Simeone, “ma alcuni non rispettano la Sua Volontà. Posso riferire al Creatore che osservate i Comandamenti, che vi amate, servite, alleggerite al superiore il grave servizio, aiutate i poveri e molto di più? Oppure dovrei parlare molto contrariamente?” Le domande colpiscono duramente. Ma, oh guaio – coloro che si sono allontanati dal buon accordo, spargono sempre le loro cattiverie. Jojareb risponde mortifero:

8. “Ce la vediamo noi stessi con il nostro Creatore!” “Possibile; se tu persisti, quando devi comparire, forse coricarti inerme, davanti al SIGNORE, perché rosicchi al tronco del tempio come un verme, lo vedrai! Puoi affidarti da solo sul Diritto e sulla Giustizia? Sei così ottuso, che non ti accorgi della cattiveria del tuo essere?”

9. “Quello che vaneggi può …” Jojareb sputa per terra. Hilkior lo rimprovera: “Oltraggiatore del tempio!” “Non soltanto questo”, dice Obadnia, “Io ho proibito che durante le riunioni nessuno deve sputare per terra per questioni di salute”. “Non dobbiamo mangiare dei maiali”, s’infervorisce il consigliere della città Josabad sarcasticamente, “ora – per questo si grugnisce ancora di più”.

10. Si possono anche comprendere i maliziosi. Già da tempo si lotta contro Roma; e se migliora davvero, pochi ne sono convinti. Non deve per questo ancora per maggior ragione regnare la pace nel loro tempio? Ma è vero: ‘Una volpe nella stalla di polli, una tigre fra un gregge, e subito si crea un gran caos.’

11. Simeone tranquillizza: “Lasciate infuriare le tempeste. Una tempesta, che viene spezzata da un muro di roccia, si raccoglie nella successiva valle e diventa peggio di prima. Agli idolatri sia detto: - No, Hilkia, ora parlo io!”, rifiuta lui, “chi è contro la Volontà di Dio, serve ai suoi idoli, che sono peggiori che il Nisroch assiro ed il Nebo babilonese.

12. Dietro al Nisroch si trova almeno l’alta classe degli assiri, e dietro a Nebo l’intero popolo di Babele, dietro a voi soltanto il vostro EGO, l’idolo più pericoloso di tutti! È peggio e più insaziabile che il serpente [Gen. 3, 14], che Dio ha segnato nell’alta Ira. Nella materia Dio copre molto per il suo peso nell’Amore di Padre: ma chi non cambia volontariamente, di lui sopravviene nell’aldilà l’Ira e la Resa dei Conti di dio”.

13. Jojareb si da rilassato: “Penso che Dio sia buono. Come può quindi essere irato, dato che …” “In te”, lo interrompe Anna, “dimora Assod, e la tua lampada è spenta”. Hilkia schiamazza: “Qui le donne non hanno nulla da dire!” Con questa cattiveria gli ultimi indecisi si sono convinti. Jojareb gli getta degli sguardi di rimprovero. Sarebbe arrivato fino al tumulto, se Simeone con salda volontà – per i più inavvertita – dirige di nuovo tutto.

14. “Il Signore è buono e giusto. Oppure pensate voi maligni che Egli accarezzi sempre? Egli fa i conti bene ed in modo cattivo, siatene certi!” “Non dimenticherà nemmeno la tua cattiveria”, sibila Jojareb con volto arrossato. “Che cos’hai da cercare qui, il nostro nemico, estraneo a noi ebrei? Nessuno ti ha chiamato qui, nessuno ti conosceva! Tieni per te il tuo morale superiore, a noi basta quello che abbiamo da vivere sulla Terra fino in fondo. Mi sembra come se ti avesse mandato Belhal (Satana)!” ‘È detto, e non da riprendere.

15. Simeone va verso Jojareb: “Vuoi ferirmi”, suona come d’acciaio, “allora è meglio che invece appendi DIO ad una forca. Sappi, la tua freccia, rivolta contro di me, irrompe dapprima attraverso la Mano di Dio, perché mi copre ovunque!” Jojareb ricade grigio cenere. Qual Parola - - Come si potrebbe resisterle? Soltanto uno, che sale dall’abisso con la sua orda se ne libera in modo maligno.

16. Simeone dice in generale: “Annuncio l’ordine del Quirino. Mercoledì visita il tempio. Non deve essere cambiato niente, tutti devono esserci”. “Glielo ha inculcato con l’imbuto”, sussurra Usiel a Pashur. Anna avverte senza durezza: “Dei figli stupidi non diventano intelligenti persino quando si bruciano sovente le dita. Così succede a voi, povere anime”.

17. Il principe Ahitop, d’orecchio acuto, dice in modo rude: “Il Quirino v’insegnerà se ha bisogno di un imbuto. Ho voglia di chiederglielo”. Usiel chiede bianco come il gesso: “Non lo fai, principe Ahitop!” “Magari vi migliorerebbe”. Ci si divide frettolosamente; molto deve essere preparato.

18. Jojareb brontola con Hilkia: “Mia zia è molto ammalata”. Hilkia ghigna: “Stupidaggine! Soffia Jojareb. “Se morissi, non ci sarei”. “Purtroppo non ho nessuno”. “Non possiamo restare via tutti e due. Ma prendi, un indiano mi ha dato quest’erba. Solo un poco e sei malato per delle ore”.

19. Hilkia indugia: “Se ne può morire?” “Per niente; soltanto grandi quantità conducono infallibilmente alla morte”. Malvolentieri Hilkia la prende; ma la paura del Quirino tormenta più che il dolore corporeo. In fretta Jojareb si cambia d’abito e striscia via.

20. Quando arriva alla porta esteriore, vi si trovano quaranta legionari. ‘Oh, mio Dio, pensa confuso, ‘ come esco?’ Venitrio, che comanda gli uomini pesantemente armati, chiede col volto immobile il nome, la posizione e che cosa volesse al di fuori dal tempio come se non sapesse che il Quirino arriva fra breve nel tempio e nessuno dovrebbe mancare.

21”.No”, mente Jojareb, “non ne so nulla. Mia zia è malata”. “Dove abita?” Il templare vuole già continuare a mentire: ‘Fuori città’. Gli viene in mente in tempo che allora non sarebbe lasciato andare. Lui finge con faccia triste: “Non lontano, entro un’ora sono di ritorno, è soltanto che non sia abbandonata”. Venitrio riflette, che cosa il giudeo pensa vantaggioso per sé. Ma lui ordina a quattro legionari: “Voi accompagnate quest’uomo; fra un ora ha di nuovo da essere qui!”

22. Jojareb nasconde a fatica il suo spavento. Che cosa deve fare? Sua zia – ne ha davvero una – ma è sana. Per lei lui è la ‘pecora nera del tempio’, perché è in stretta amicizia con Anna. Lui mima superiorità: “Ah, il Quirino potrebbe arrivare prima; vado dopo a far visita a mia zia”. Il comandante sorride: “Oh no, il Quirino, primo, viene sempre puntuale perché per lui regna la massima disciplina, secondo, mi fa pena tua zia. Quindi avanti!” comanda. A Jojareb non rimane altro che andare con loro, se non vuole tradire se stesso.

23. La ‘pecora nera’ è trotterellata in tempo nell’ovile, con faccia acida. La zia stava proprio seduta davanti alla porta chiacchierando. Più stupido non poteva andare. Se avesse preso lui l’erba, invece di darla ad Hilkia. Quando entra nell’ante cortile, costui gli viene incontro mirando a lui malignamente:

24. “Il medico ha esaminato la tua erba e mi ha chiesto chi mi ha dato la roba, perché sarebbe estremamente velenosa. Dovevo spesso bere un succo, dopo mi sono di nuovo sentito meglio. Appena che avevo preso il tuo veleno, non ho potuto vedere quasi più niente e mi sono sentito male da morire. Dimmi, Jojareb. Mi volevi eliminare?” Hilkia fa un gesto minaccioso.

25. “Veramente no! Pensavo proprio ora se non io stesso ….perché con la zia …il velo dagli occhi sarebbe di nuovo passato. Nascondiamoci”. Ma ecco che risuonano in modo chiaro dei corni, già vicino alla porta del tempio. Proprio ora il sacerdozio entra in corteo ordinato, nel cortile. Ambedue fanno come se l’avessero aspettato e si inseriscono come se fosse del tutto naturale.

26. L’elite di Roma arriva con fasto regale. Il Quirino osserva il magnifico edificio, inondato dallo splendore del sole. I superiori del tempio s’inchinano. Per Cirenio, se costui fosse venuto una volta, è stato preparato un dono prezioso, sensato. L’orefice Babbukia ha imitato la spada del patriarca alla quarta grandezza d’oro e d’avorio. Il lavoro gli è riuscito magnificamente. Il lavoro viene offerto su una coperta purpurea. Athaja lo spiega dopo il saluto.

27. Grazie all’esperienza di ieri il romano sa che il superiore è sincero. Lieto ringrazia per il prezioso dono. Presto il ghiaccio è rotto. Soltanto Jojareb guarda in modo animoso. Cornelio, che non ha bisogno di guardare qualcuno due volte, per ricordarsi di lui, se ne accorge. Secondo una vecchia usanza di Re Melchisedec [Gen. 14, 18] viene offerto prima del pane e del vino di Jesreel, che dal tempo di Ahab non ha ancora perduto la sua reputazione. Dopo viene intavolato un abbondante pasto ai romani.

28. In seguito è previsto un giro. Con ciò viene raggirata una preoccupazione. Nell’Onnisantissimo può entrare soltanto l’alto sacerdote. Questaregola è in vigore appena da appena cento anni, mentre prima potevano entrare tutti i sacerdoti, persino il popolo durante alte feste fino alla soglia della tenda.

29.Simeone fa un cenno ad Athaja: “Fali entrare, non sconsacrano nulla, perché sono – come voi, anche figli di Dio”. “Mi ha già da tempo istruito nel miglior modo”, confessa apertamente Athaja. “Per me possono entrare; soltanto alcuni abbaieranno di nuovo. “A costoro passerà presto, credimi”.

30. Quando si apre la pesante tenda, rivelando la magnificenza del santuario, Roma rimane ferma e stupita. La Luce soave del Sole e del fuoco del sacrificio fornisce al vano una santa consacrazione. Il Quirino fa solo alcuni passi; non disturba l’armonia del Cielo, che gli soffia incontro in modo evidente. Persino ai giudei il santuario appare d’un tratto ‘veramnete santo’.

31. Più tardi il Quirino dice profondamente commosso: “Voi avete davvero un DIO, potente, saggio, maestoso in modo inaudito! Lo sentivo, quando ho visto il Suo Luogo”. Qualche templare si vergogna. Hanno eseguito il loro servizio, certi ordinatamente e bravi, ma altri senza sentimenti più elevati, non compenetrati così dallo Spirito di Dio di cui testimoniano la riverenza e la parola del romano.

32. Simeone di nascosto orienta verso la parte delle donne. Anna viene salutata dal romano in modo cavalleresco. A Cirenio la sua profezia rimane indimenticata quando lei dice: Tu sei, finché vivi, la protezione del tempio. Ma se coloro che fra pochi decenni regneranno, uccideranno il più sublime Testimone (GESU’). Allora i tuoi seguaci distruggeranno questa casa, e non verranno più ricostruita!” La profezia è un frammento. Solo più tardi si riconoscerà il suo senso.

33. “Ho sentito che nel tempio ci sono dei bambini. Ma dove sono?” Il Quirino è impaziente. Dov’è la bambina la cui anima sarebbe una principessa? Athaja, ignaro, del perché Cirenio punta sui bambini, svia colpito: Qualche volta hanno il loro ‘giorno’ ed il mobilissimo Quirino non avrà nessuna pura gioia di loro”.

34. Da monello Cirenio chiede: Nel passato sei sempre stato buono?” “Oh, sono stato più che una corda sciolta”. “Anch’io!” Tali episodi spargono una buona semenza. I bambini vengono presentati. Simeone non ne ha visto nessuno prima. Una ragazza delicata si fa avanti, con capelli chiari, com’è raro in questo, osserva senza timore i grandi uomini nel loro abbigliamento scintillante, Ma gli occhi della bambina rimangono attaccati a Simeone. Lui da la mano alla piccola che si chiama Myriam (Maria), e dice confidenzialmente:

35. “vieni, un uomo buono, il Quirino Cirenio da Roma, vuole vedere i nostri bambini del tempio. Dato che ha poco tempo, devi parlare per tutti i bambini. Hai paura?” “No”, dice Myriam e guarda apertamente il romano che incute riverenza. Le donne si sforzano di portare alla calma la loro schiera agitata.

36. Cirenio solleva la bambina sulle sue ginocchia. Quanto è fine! La chiama farfalla. “Tu sei da madre Anna?” “Sì, Cirenio”, annuisce importante Myriam e si appoggia. Lui tiene paternamente abbracciata la bambina. Sei qui volentieri?” “Sì! Madre Anna è così buona, anche se siamo cattivi qualche volta”. “Anche tu?” ride divertito Cirenio. La bambina si guarda intorno, indecisa.

37. “Myriam non da dispiaceri”, risponde Anna, “sono tutti bravi. A volte ci sono certamente delle lacrime di bambini”. “Queste devono essere”. Il Quirino fa scendere Myriam dal grembo. “Quindi, cari bambini, siete obbedienti, allora sono lieto – “ si schiarisce un po’ la voce, “ – sì, sì, allora si rallegra il vostro Dio”. Myriam risponde prontamente: “Il nostro Dio è anche il tuo; Egli ti ama, perché sei così gentile con noi bambini”.

38. Il romano si sposta l’elmo, che oggi sembra che non stia dritto. Inavvertitamente si passa sul viso. “Tu bambina del Cielo”, mormora. È vero ciò che diceva Simeone: L’interiore della bambina, il suo spirito o la sua anima, sono uniti con l’uomo che ha così poco del mondo.

39. In pensieri ritorna in cima ai suoi ufficiali nella sala, dove avevano consumato il pasto. Non dimenticherà la bambina. E quando vede più tardi quella giovane madre, che con il suo bambino trova protezione e rifugio presso di lui, allora gli sembrerà di nuovo, che Maria non appartiene a questo mondo di uomini. ‘Da lontano dalla Terra’ - - Chi lo sussurra all’improvviso al suo orecchio?

40. Ma il tempo passa con molte opere pesanti. Lui chiede ad Athaja, se può vedere i santi libri, ne avrebbe sentito parlare molto e sarebbe una funzione d’onore, di conservarli oppure persino di riscriverli. Prontamente gli aprono la sala dei libri (l’archivio). Ci sono dei rotoli antichi e nuovi. Cirenio li osserva interessato. Anche Cornelio studia pieno di fervore. Lui trova ciò che cercavano ed esclama stupito:

41. “Che bella calligrafia! Non ce l’ha nessuno scrivano imperiale!” “Fa vedere”, Cirenio ne tende la mano. “Favoloso! Alto sacerdote”, si volta verso Athaja, “quando è stato scritto?” Sinceramente fiero, che al romano piacciono molte cose e si danno come degli ospiti, dice senza malizia: “Soltanto poco tempo fa; il nostro sacerdote capo Jojareb ha la mano fine”.

42. “Chi è? Voglio conoscerlo”. Jojareb, sempre studiando, come potesse svignarsela, diventa nervoso. Ma per quante volte vuole spingersi fino in fondo, viene Forestus, chiedendo questo e quello, venendo sempre più vicino a Cirenio. Si nota che è intenzionale. Il suo ‘mal di pancia’ è la zia, che quel comandante ha senz’altro riferito al Quirino. Allora può congratularsi.

43. Athaja da a Jojareb l’onore e lo presenta. Cirenio gli da la mano. Ma chi conosce il romano vede negli occhi il colpo di un’aquila. Jojareb raggela e arde. “Ecco, tu sei lo scrivano con mano fine? Ah, aspetta mi sembra – “, Cirenio fa come se riflettesse. “Ho già visto la tua calligrafia. Purtroppo – ho una buona memoria”, dice con sarcasmo, tirando fuori dalla toga una lavagnetta.

44. “Guarda, Cornelio, non è la stessa mano?” Costui non deve esaminare a lungo, il loro gioco è fatto. “Evidentemente proprio la stessa. Anch’io ne ho una pergamena. Penso soltanto: Penso soltanto: La mia pelle d’asino la tua lavagna, o Quirino, è stata fatta da un denunciante; Ma questa calligrafia”, mostra i rotoli, “proviene da un alto sacerdote. Impossibile che lui – “ Cornelio lascia aperta la frase intenzionalmente.

45. Jojareb è impallidito fino al collo. La paura stringe il suo cuore. Alt – guardarsi! “Io ho …” “Aspetta, finché sei interrogato!” taglia il Quirino severamente il discorso. “Scommetto mille talenti (moneta romana) che tu sei lo scrivano!” Lui alza in alto la lavagna. Athaja è spaventato.Ora la sua lode diventa una fatalità per il sacerdote.

46. Per sfortuna Venitrio annuncia: “Onorevolissimo Quirino, quest’uomo”, indica Jojareb, “voleva andare via, presumibilmente per far visita ad una zia malata. Ma l’anziana era sana”. “Riferisci!” Questo è un tono diverso da quello del giro attraverso il tempio. Venitrio fa rapporto,

47. “Perché hai resistito all’ordine?” Il templare sta accovacciato, incapace di una parola. Tutti hanno paura, per lui – per sé stessi. Che sarà? Ecco, uno è colpevole e cento devono espiare. Da Jojareb non c’è da cavare niente, la sua gola è come strozzata. In tali casi Cirenio usa clemenza, senza però sospendere una punizione prevista.

48. “Il mutismo non fa male”, dice lui ironicamente, “per questo scrivi più bello. Per via della pace che Cesare pretende, e per via del dono che i templari mi hanno offerto, anche perché la maggior parte di voi sono bravi uomini, ti punisco in modo mite. Ho bisogno di un paio di scrivani”. Come per caso guarda ad Hilkia, che si fa così piccolo com’è possibile. “Jojareb viene impiegato da subito nel tribunato.

49. Nota bene: Se cerchi di scrivere in modo disordinato, per cavartela con poco in tal modo, ti porto con me a Roma!” Diventando di nuovo gentile, Cirenio chiede: “C’è ancora un bravo scrivano?” “Tre”, confessa Athaja. Lui non può e non vuole deludere il Quirino, ma non vuole nominare nessuno lui stesso. Perciò presenta Hilkia e due amici, affinché i ribelli non possano dire di lui di aver consegnato i suoi nemici.

50. Dopo le prove presentate la scelta cade su Hilkia. Athaja vorrebbe pregare per i due, ma non osa. Può intervenire soltanto tramite Simeone. Due ufficiali rimangono a fianco di Jojareb ed Hilkia. Oppressi lasciano dietro di sé il tempio.

 

[indice]

Cap. 13 / III°

Arriva un nuovo uomo di paura - Pecora, oppure verga? - Peccato e colpa

 Il foglio non appariscente come specchio dell’Universo - Invece della libertà, la Guida paterna

Dopo la perdita dei due dissidenti, gli amici vorrebbero colpevolizzare Simeone – Nella seduta, lui accusa Malchia, Usiel e Phashur di essere dei cattivi sacerdoti, invitandoli a cambiare – Solo Phashur riflette sugli insegnamenti su Dio e sulla natura, sul micro e macro, sul donarsi al prossimo e sulla libertà di scelta

 

1. Nel tempio si va sconvolti in là e in qua. Certo, indiscusso, Cirenio è un uomo fine, si deve chiamare ‘umano’ anche Cornelio in contrasto a Naxus, che era semplicemente insopportabile. Comunque – Roma spreme la Giudea, finché alla fine rimane una pelle vuota. Usiel e Jissior scoppiano.

2. “Ti dico”, strilla Usiel, “Athaja ha preparato questa minestra ai due. Non poteva colpire Nathan?” “No”, rifiuta tranquillamente Jissior. “Athaja non conosceva ancora il Quirino e …” “È stato dal tribuno!” “Io c’ero; allora non si parlava di questo”. “Allora lo ha fatto Simeone, che è il vostro buffone. Ha, adesso so tutto.!”

3. “Bene, chiederò a Simeone di interrogare il tribuno, affinché venga eliminata l’onta, che tu accumuli sugli alti sacerdoti. Jojareb ha denunciato due volte. Facendo questo Hilkia e Jojareb erano sempre insieme bisbigliando. Ho fatto un cenno ad Hilkia, che il Quirino li tenesse continuamente nell’occhio; non hanno badato all’avvertimento e si sono aggrappati spettacolarmente”.

4. “Era intenzione che proprio i seri avversari di Athaja venivano incaricati all’servizio d’onore imperiale’”, dice incallito Usiel, “con ciò Athaja ha perduto molto”. Jissior lentamente si scalda: “Per mettere un righello saldo davanti alle vostre fauci, alla vostra malignità, domai porto la facenda al sinedrio”. “Sarebbe meglio non farlo”, minaccia Usiel.

5. Jissior ride disdegnoso: “Minacciate me; ieri sera è arrivata la scrittura imperiale, che il tempio si trovasse sotto l’autorizzazione personale del Quirino, nella f unzione del tribuno. Posso denunciare i disturbatori della quiete in ogni momento”. “Allora anche tu sei un accusatore!” “Fra denuncia e tradimento c’è una differenzache arriva fino al Cielo. Ma un Usiel non lo comprende”.

6. L’avvocato lascia Usiel in piedi. “La cattiveria non si estingue’, pensa preoccupato. I nemici di Athaja non trovano un gran seguito. Si vedeva che Cirenio ha agito da sé. È possibile che dietro a ciò ci sia Simeone e – “Ah”, pensa uno asciutto, “è un buon servizio quando un ‘templare una volta viene liberato dal litigio’ contrario a Dio”.

7. Il giorno successivo Simeone va nel tribunato e racconta ai romani, che si accuserebbe lui ed Athaja dell’affare. Su ciò il Quirino è più divertito che arrabbiato. Anche a Roma, nella cerchia più stretta di Augusto, certe lingue affilano il loro taglio. Che i superiori della Giudea sono ora così sinceri, lo rende soltanto ancora più gentile. Lui pensa però che ci sarebbero dei mezzi, per rendere i serpenti necessariamente miti .

8. Il sinedrio insieme a tutti i sacerdoti del tempio si aggiorna. Il principe Ahitop, l’avvocato ed i superiori della città sono invitati. Il cittadino Josabad riferisce: “Ora è arrivato un romano con un manipolo (200 uomini). Grande impiego. Non mi piace; guardava diritto dinanzi a lui, non ringraziava a nessuno che salutava, come lo ha fatto il Quirino e – „Un timoroso sospiro: “Speriamo che costui non ci venga messo nel nido al posto di Cornelio, Mi ricorda molto Naxus”.

9. Imbarazzato silenzio. Anche se ancora molto discusso, ognuno guarda Simeone, se potesse aiutare per evitare questo male. Lui fa un cenno tranquillizzante: “Vedremo che cosa ha da significare”. Per certi un po’ di paura è la migliore medicina.

10. “Cirenio prima del suo congedo vuole ancora dare un ricevimento. La maggior parte di voi ed i superiori della città vengono invitati. Il romano, che è arrivato, si chiama Ascanio. È un duumviro ed il costante accompagnatore del Quirino”. “Lo hai già visto?” chiede Zaccaria. “No; ufficialmente non è noto chi rimarrà”. “Non puoi…” “…aiutare?” completa Simeone. “Non sarà quasi necessario, Athaja. Confidate nel SIGNORE!

11. Certo, se qualcuno batte ancora intorno a sé, quando si odiano i fratelli, li si tradiscono, e questo qui nel tempio di Dio, allora al Signore malgrado tutta la Sua Longanimità non rimane altro che fare appunto ciò che si fa con i bambini diseducati”. Dice mordente Malchia: “Allora Dio sarebbe molto ingiusto, se Egli dovesse punire molti buoni per via di pochi cattivi”. “Sei stupido, Malchia!” Chol-Joses non trattiene niente pur di confermare le parole di Simeone.

12. Costui aggiunge: “Voi, Pashur, Usiel e Malchia, vi considerate giusti, gli altri come cattivi. Dato che di conseguenza ci sono soltanto tre buoni, tutti gli altri sarebbero cattivi, allora Dio avrebbe ragione, se castigasse tutto il tempio. Allora i buoni possono aiutare a portare il peso dei cattivi. Anche questo è un servizio per Dio, un aiuto per la comunità.

13. È certo che ciò che è rovinato, ha bisogno del massimo aiuto, Dato che molti non vogliono proprio, sono dei figli buoni di Dio che trascinano il peso. Ma ora il conto è differente: ci sono tre maligni nella sala, alcuni punti dal veleno di serpente, la maggior parte si sono sottoposti a DIO nel momento giusto. Di conseguenza secondo la Volontà di Dio il tempio è sotto la protezione di Cirenio.

14. Che cosa ha da significare, lo vedrete presto, Pensare ad Erode! Lui era il primo diavolo del Naxus. Ora si nasconde e sonda ciò che porta il cambio dell’occupazione. Non c’è calma, per questo vi odia troppo. Voi non gli resistete, se non gli vengono legate le mani dall’Alto”.

15. Viene soppesato il pro e contro. Finalmente dice Zaccaria: “Dio ci ha aiutato in modo meraviglioso nella miseria più grande, ammansirà anche la volpina. Il tribuno non tira alla stessa corda con lui. E poi?” Uno sguardo a Simeone: “Con lui l’Onnipotente ci ha inviato il grande aiuto!” Comincia un’aperta affermazione ed un mormorio di accordo.

16. Soltanto Pashur contraddice: “Per me Simeone può anche essere uno particolare, - ma che sia per il nostro meglio? Roma mostra soltanto il lato buono, perché una rivolta nell’oriente spezza il suo potere. Se la Palestina si è calmata è perché girano le spade. Più legionari stazionano a nord delle loro Alpi, e l’est è scoperto. Noi ci lasciamo legare da parole fini in ulteriori catene da schiavi. Ora – per me!

17. Sul tuo conto”, lo deride Simeone, “possa pensare ognuno come voglia. Qualcuno è cattivo se non dice sì ed amen a tutto? Che i buoni devono trascinare per i cattivi, sarebbe una grande ingiustizia! Se Eliphel deve a Nathan cento monete e non paga, perché dovrei pagare io per Eliphel? Ho trovato la mia moneta sulla via?”

18. “Non tu”, risponde severamente Simeone, “tu hai soltanto ereditato ciò che tuo padre si è conquistato con sudore. A te il lavoro era estraneo; ed il tuo fare templare non è particolarmente lodevole. Inoltre faresti un’opera buona, se pagassi dalla tua sovrabbondanza per qualcuno, che cade in miseria senza colpa e dovrebbe farsi prestare per i suoi, per preservarli dalla morte di fame. Con ciò gli avresti tolto il suo peso. Che tu esca mai a fare questo, mi sembra molto dubbioso”.

19. “Non lo farei nemmeno!” brontola costui. “Tu gozzovigli, Pashur, nemmeno ai tuoi lasci appena quello che è necessario. Tu servi l’ego che è il tuo idolo. Un povero che lavora faticosamente, non deve desiderare la carne?, il pane, il burro, il frutto ed il miele, come tu mangi in quantità giornalmente?” Malgrado la resa dei conti c’è molta risata. Pashur brontola: “Se già vuoi dire qualcosa, allora porta del celestiale!” - “Può succedere! Che cosa sei: “Pecora o verga?” “Stupida domanda; nessuno dei due”. “Peccato; in questo modo stai al di fuori del Regno di Dio. Ma qualcosa devi essere”.

20. Se soltanto tu sei qualcosa!” esclama Malchia, sostenendo da Pashur. “Somigli ad una pecora!” “Ben colpito!” Certo, non ad uno a cui si taglia la lana, ma in confronto ad uno sul pascolo. Quando vede il Pastore, salta su; e quando è stanca, il Pastore la prende in Braccio e - - la porta a Casa”. [Giov. 10]. L’ultimo lo dice Giovanni interiormente.

21. “Ben estremamente utile, la flora è più profonda che la fauna. Visto bensì ancora da una vedetta più alta, la pianta somiglia, radicata rigidamente nel suo suolo, alla materia. Lei deve attendere finché la curano il cielo oppure degli uomini. Invece l’animale può, se non messo alla catena, mediante la forza vitale che il Creatore da alle creature, mantenere se stesso, cercare cibo e bevanda ed il rifugio per dormire e la protezione.

22. Con ciò voglio dire: Chi – secondo il mio esempio – somiglia ancora ad una verga che ha bisogno del forte palo, per non essere spazzata via da piccoli venti, sta simbolicamente ancora distante dal suo Dio e non è radicato nella Sua Parola.

23. Dio come Giardiniere ha molta fatica di curarla, di potarla, di portarvi della buona terra finché una volta la verga ricompensa la Sua Fatica. Un animale, soprattutto un agnello, sa precisamente dove trova protezione ed aiuto. Si lascia guidare, si lascia condurre al pascolo, dove cresce per la Gioia del suo Pastore.

24. Ora è buona anche la verga, se dopo ogni oscillazione, spinta da vento e tempesta, si nasconde saldamente nel buon terreno, che il Giardiniere Creatore accumula intorno alla piccola pianta. Allora diventa un fiore, uno stelo, una vite oppure anche un albero, secondo la sua specie. Ciò significa: Anche uno che è attaccato al mondo può appartenere al Regno, se si lascia impiantare e tende la sua anima verso i raggi della Luce.

25. Dio è rattristato perché non sei nemmeno la verga. Nel Regno esistono – naturalmente in modo spirituale – animali ed anche piante. Il Creatore ha levato ambedue dal buon Potere, per rallegrare i Suoi figli, contemporaneamente anche come esempio d’insegnamento, affinché, sviluppandosi, debbano camminare sul loro sentiero per il perfezionamento del loro essere.

26. Tu povero uomo sei bensì irrigidito nel tuo suolo; ma sono delle pietre, sulle quali sta la tua anima. Pensi di essere qualcosa di migliore, come il suolo fine, arato. Ma aspetta, più velocemente che l’uomo pensi, può giungere alla fine del suo sapere, del suo volere ed anche - alla fine della sua vita terrena. -”

27. “Allora è comunque finito”, schernisce Pashur. “Finché viviamo, ognuno può acconciare le sue pelli come vuole. Lo stolto se ne prende delle sottili, il furbo delle pelli spesse. Se viene la morte, ambedue sono privi della loro vita. Tanto sta comunque scritto, che si è sottoposti al peccato [Salmo 38, 5; 51,; 90m 8], chi sfugge al peccato? Gli uomini ne sono sottoposti – voluti e non voluti – cosa che porta con sé la lotta della vita.

28. Se il Creatore ha voluto questo, allora Egli infine deve punire tutti insieme oppure liberare tutti dal mondo. Non ci sono delle eccezioni, perché non l’uomo standardizza la vita, ma ‘la vita’ l’uomo. Soltanto qualcuno è caduto in basso tramite miseria e tentazione, finché non gli rimaneva nessuna via d’uscita. Sì, così è stato sottoposto al peccato - un obbligo creativo! Non è vero?

29. Se esiste un Dio buono, perché regna oltre alla Sua Bontà troppa tentazione? Da dove proviene? Ne posso qualcosa, se sono qualcosa che io stesso non so né voglio?” Qualcosa di ciò che è stato detto è malgrado la non chiarezza senz’altro da rigettare. Conclude un discorso tecnico. Ma si aspetta che cosa alla fine spiegerà Simeone, che tace intenzionalmente. Soltanto su richiesta risponde:

30. “La mia risposta non è soltanto per te, Pashur; ma hai posto delle domande, giustificate dalla nuda vita, dall’esistenza di un sacerdote però dei fichi marci. Se fosse finita appena la morte chiude la porta terrena, allora nessuno dovrebbe sforzarsi di essere buono. Tu desideri che non venga nessuna resa dei conti, nessun aldilà, da non dover rispondere per i tuoi debiti. Molto comodo! Mi meraviglia davvero che osi portare un abito sacerdotale. Davanti a DIO non sei nessun sacerdote, davanti a DIO non sei un uomo autentico!

31. Tu ed i tuoi simili, prima, ora e più avanti, fanno delle case di Dio dei nidi di serpenti; e vivrà con i serpenti chi è proceduto dalla cova! La vita non termina; perché in altre regioni, sotto altre condizioni, continua, a seconda che l’uomo si sia rivolto al Signore oppure nella tenebra, perché serviva Lo-Ruhama, la materia. A nessuno rimane risparmiato di vivere questa scelta fino in fondo.

32. Tu premi i tuoi peccati nella Mano del Creatore. Ma esiste un santo-pesante OBBLIGO, perché la prima figlia ha tenuta più in alto la libertà che la Volontà di Dio. Lei, l’autrice di questo obbligo, non era da sola. Molti precipitavano. Costoro ed i figli del Cielo, che adempiono nella materia il loro dare della Creazione, sono sottoposti al peccato, perché in questo modo il peccato primario è da estirpare.

33. Ascolta: è differente se il peccato viene accolto tramite le libere vie del sacrificio oppure si è sviluppato dalla caduta in colpa. Il peccato può essere espiato nel giusto pentimento; la Bontà di Dio cancella l’obbligo! Chi ama il peccato, diventa colpevole per se stesso e deve pagare tutto. Chi serve il peccato al danno di’altro, ha da versare pure le loro colpe, quando risultavano da una disgrazia provocata.

34. Che il peccato non causa nessuna colpa, è una propria faccenda. Il peccato è la conseguenza di quella caduta dei figli, per cui DIO sin dal principio della caduta ha creato la pacificazione [Isaia 43, 25; Ebr. 9, 12]. Perciò Egli come SALVATORE carica sulla Sua Croce tutti i peccati, come certi di voi sperimenteranno ancora. Me Egli non prende su di Sé delle colpe, perché Egli anche come Uomo è senza colpa e senza peccato! [Giov. 18, 38]

35. I tuoi istinti, Pashur, ti hanno spinto all’arroganza ed all’avarizia. Invece di estirpare, tu hai coltivato. Non puoi spingere la tua colpa nei sandali di nessuno; volta da te, è diventata l’onta della tua anima! Oppure ti ha eletto DIO per gozzovigliare, perché credi che gli istinti siano stati impiantati in te? - ?

36. Il Quirino è di nascita mobilissima, ciononostante senza orgoglio. I legionari valgono sempre tanto quanto gli ufficiali. Durante il servizio religioso tu non guardi nessuno. Lodo i vostri alti sacerdoti, anche coloro che dopo vanno alla folla e – bensì non sempre potendo aiutare – danno qualche consiglio. Appunto questa è l’alta Gioia di Dio, anche se certe cose non riescono, - per peccato, Pashur, non per colpa. Non torcere subito di nuovo una corda!

37. Qualcuno crede di essere grande senza riflettere, che una cosa piccola sovente è più grande di lui stesso. Rimane impressionato soltanto da ciò che egli si dipinge magnificamente per il proprio uso. Ma, nella Creazione il macro ed il micro dipendono l’uno dall’altro; si servono, come l’uomo è venuto al mondo per servire e non per crapulare o soltanto per governare”.

38. Usiel brontola: Predicalo ai tuoi romani!” “Taci”, esclama Thola, “è troppa delle tue ciance miserabili!” “Allora vai, se non ti sta bene!” “Posso chiamare i romani”, Simeone tiene a bada i ribelli. “Ascolterebbero volentieri e riconoscerebbe la ‘predica’.

39. Loro ringraziavano quando spiegavo loro il Mondo di Dio e con ciò anche il Cielo è venuto vicino a loro. Hanno nutrito una riverenza dinanzi alle cose sublimi, e si stupivano di tutte le cose piccole. Qualche alto romano rispetto ogni più piccolo uomo, donna, bambino, povero o storpio; ma Usiel come Pashur sbirciano soltanto in alto e non hanno libero nessuno sguardo per guardare in giù.

40. Guardate una volta qui! Ho una fogliolina, per cui nessuno si chinerebbe, ma cresce sul muro del tempio e di conseguenza appartiene veramente a voi”. Tutti, persino gli amici più stretti, sgranano gli occhi. Perdinci, se si volesse considerare un minuscolo vegetale, dove si arriverebbe? Cresce rigoglioso sul muro ed altrove nel vasto mondo.

41. Simeone riprende il pensiero: “Cresce rigoglioso, comparabile con ogni massa ovunque nel vasto mondo. Quivi la stessa è veramente al potere, benché debba vivere sotto i reggenti. Ho una pietra, che ingrandisce cento volte la fogliolina, in modo che possiate vedere la sua delicatezza. Tira fuori una pietra, simile ad un diamante. Ognuno tende prima a questa, e la foglia rimane inosservata. Su richiesta dove l’avesse trovata, Simeone risponde:

42. “L’ho portata da Mireon. Anche da voi esiste una specie simile, che viene valutata particolarmente alta. Lo avete confermato inconsciamente; perché la pietra da voi è molto più interessante che l’insignificante foglia. Puramente materiale! Ma guarda, Athaja”, invita lo stesso Simeone, “qui vedi un Miracolo di Dio!” Athaja si piega profondamente, spinge qua e là la pietra di vetro e poi esclama meravigliato:

43. “Magnifico! Come la tenda notturna! I molti puntini sulla fogliolina somigliano al Cielo stellato. Com’è possibile?” “Lascia prima esaminare gli altri”. Pashur striscia oppresso verso una sedia. Colpa e peccato – non è così semplice. E la foglia? Chi poteva pensare che in questa cosa minuscola si nascondessero innumerevoli cose minuscole? Uno splendore passa sul volto di Simeone. Se il ghiaccio si sciogliesse, - Oh, Signore clemente, prestami un Raggio dal Tuo Sole!’ Si sente beatamente caldo, come un uomo che gioisce di cuore di qualcosa.

44. Lui tratta i ‘Miracoli di Dio’, la costruzione delle cellule, anche le particelle quasi mai del tutto visibili malgrado l’ingrandimento, i microbi, e dice: “L’Universo materiale secondo lo spazio ed il tempo è una piccola parte di una parte di sfera dell’Eternità UR. Anche se la stessa non vi è del tutto rappresentabile, voglio comunque dare ora un esempio.

45. Dio ha ordinato di introdurre ad ogni settimo anno il ‘tempo di libertà’, la pacificazione. Dopo quarantanove anni dovrebbe poi seguire un Anno Giubilare, una pacificazione deve diventare un Perdono totale. Nel confronto possono essere pagati i peccati ogni sette anni, nell’Anno Giubilare le colpe – ma questo soltanto secondo il Cielo –.

46. Ora ancora: Come nello Spazio, il macro ed il micro di un tempo non sono mai del tutto constatabili. Calcolate dai cinquant’anni tutti i giorni, di questi poi le ore, i minuti, i secondi e sapete, che i secondi per l’Eternità si somigliano alla fogliolina della vostra Terra.

47. L’uomo incorre nel grande, da cui vuole riconoscere l’Onnipotenza, che considera oltremodo maestosa. Questo è naturalmente giusto. Ma guardate la fogliolina, ed avete l’immagine più fine dell’Infinito. Se si arriva al più piccolo, allora ci si apre l’Onnipotenza, che appunto da un puntino più piccolo travolge un’intera Creazione caduta, costringendo con ciò alla riflessione, per liberarla nella libertà.

48. Perciò badate al minimo, sia questo un filo d’erba, un vermicello e soprattutto un povero uomo! Se lo fate, allora vive in voi, che siete soltanto un micro, l’inafferrabile Macro del Creatore. Ciononostante Egli vi dia la Mano, la Sua Parola, la Sua Vita, il Suo Amore! Voi non potete essere un Creatore, ma di talento creativo, chi si sforza per diventare il buon figlio di Dio”.

49. Pashur domanda: Pensi che Dio non costringa nessuno? Hai detto che la libertà, la Redenzione, verrebbe tramite la costrizione”. Non ciò che dice, così pensavano molti, no, come egli parla, suona da stupirsi. Non più in modo aggressivo, piuttosto come se fosse un allievo di Simeone. Perciò la sua parola può anche fluire del tutto diversamente in lui, e per la prima volta si stupisce sul suo amorevole modo.

50. “Che cosa intendi sotto costrizione e libertà?” “Chi lo può spiegare più precisamente? Io no, Naturalmente sono libero di portare qualunque abito, di percorrere questa o quella via, ora indipendente dalla limitazione tramite la dittatura. Ecco ci siamo: Io sono un uomo libero, ma posso muovermi al di fuori del tempio soltanto come Roma me lo permette. Questa è costrizione!

51. Sono libero di dormire oppure no. Se non lo faccio per quanto sia necessario, allora decado dalla mia forza. Una cosa è condizionata dall’altra. Costrizione e libertà si sovrappongono. Chi sa dire qualcosa di meglio?” Zaccaria mormora ad Athaja: “Costui torna indietro”. Lieto assenso. Si discute su questo. Come sempre, Simeone ha l’ultima parola.

52. “Cari amici, Pashur ha quasi ragione. Costrizione e libertà sono difficili da separare. In genere non è del tutto comprensibile, ma più tardi si chiarirà tutto più facilmente, quando lo spirituale è in avanguardia. Ora riconoscete: Una costrizione è fondamentalmente una alta-santa Condizione UR, mediante la quale la Vita proveniente dall’ ATMA viene tenuta insieme.

53. Non la libertà conserva la vita; essa conduce piuttosto ad un abisso, sia dal fare e dal non fare animico, sia nel corporeo tramite un errato modo di vivere. Se uno si lascia costringere tramite una buona riflessione, allora la costrizione diventa una guida liberamente voluta. Qui predomina la volontà, la vera portatrice della libertà! Perché l’azione come tale è già subordinata alla costrizione, la conseguenza, indipendente a quale riguardo avviene un’azione.

54. Dio creò dalla Sua Volontà, dal Ciclo, il cui Spazio e Tempo sono riconoscibili soltanto in parte, fino a questa piccola foglia”. Simeone la alza con attenzione.

“Questa era la Libertà del Suo Agire!

Ma prima che dalla Volontà sorgessero delle Abilità, Egli ha posto il Divenire sul fondamento dell’Ordine, su una costrizione! Dall’Ordine proveniva il vero essere e le vie che avevano da intraprendere erano i Pensieri di Base della Volontà.

55. Chi cammina sui monti oppure attraverso il deserto, deve attenersi alle vie, altrimenti si smarrisce. Osservando le vie non si sente nessuna costrizione. Proprio cisì si sviluppa e perfeziona la Creazione. Dio ha creato gli eserciti del Cielo dalla Volontà di Dominio; ma nel ‘meraviglioso gioco comune delle sette Caratteristiche’ Egli ha stabilito le Vie tramite l’Ordine.

56. Dato che nello stesso rango tutte le Caratteristiche pulsano attraverso Spazio e Tempo, appena esistono i loro involucri, tutte le Opere riposano, nella più sublime Preferenza dei figli di Dio, nell’interiorità ed in ciò vivono fino in fondo la loro vera libertà.Chi riconosce la costrizione di Vita, la ‘clemente Guida’, sa che cosa sia la vera libertà. Non significa mai e poi mai poter fare e non fare quello che si vuole. Chi ne abusa, deve portare le gravi conseguenze dell’abuso!

57. Se voi chiamate la costrizione ‘la Guida Paterna’, la libertà della ‘vostra esistenza di vita’, da cui ad ognuno proviene lo sviluppo, allora percepirete l’ALTO GOVERNO. In questo dimora la Guida delle creature, la loro vita è adagiata nei Giorni della Creazione, il cui decorso di Spazio condizionato dal tempo non è certamente da non notare. Ma ciò non ostacola lo sviluppo delle creature.

58. Molti uomini sono quasi sempre ciechi; e costoro si devono condurre. Chi non aiuterebbe un cieco che si trova sull’abisso senza saperlo, non lo porterebbe obbligatoriamente, se necessario, sulla strada oppure subito a casa? Lui si deve far guidare, se non vuole morire. Quanto in modo più santo e maestoso guida il Padre della Misericordia tutti i Suoi figli che, ancora ciechi, quindi ignari, errano attraverso la loro povera esistenza dell’anima.

59. Egli li deve costringere; soltanto Lui mette a questa costrizione di vita un mantello, affinché loro – quasi sempre attraverso gravi conseguenze – diventino vedenti. Naturalmente a volte Egli lo fa miracolosamente, dov’è possibile o necessario. La cosa migliore è, soprattutto nella materia, se qualcuno come da se stesso si distoglie dalla sua via sbagliata.

60. Sia notato un esempio: Se qualcuno ammette lo sbaglio, allora si trova al bivio e deve peregrinare per l’altro vicolo, se desidera riparare di nuovo la sua ingiustizia e per evitare le conseguenze che ne derivano. Oppure egli mantiene il vecchio trotto, dove alla vecchia colpa se ne accumulano molte nuove. La libertà di rimanere nella vecchia traccia, è in verità quella catena, che ha legato la sua anima nell’esistenza della materia.

61. Così stanno le cose per Israele. Siete arrivati alla Via Cruciale. Un paio di decenni non hanno un’importanza essenziale. Chi si lascia costringere dalla Misericordia al ritorno, al pentimento ed al riparare, può già ora arrivare nella libertà della Luce, in cui esiste soltanto la ‘Guida’. Se degli angeli guidano un uomo, allora DIO guida a Sua volta gli angeli, e su di loro gli uomini insieme ai poveri esseri e l’intera Creatura.

62. Per oggi basta”, conclude Simeone, “non era un cibo leggero. Nathan e Gedalmar hanno scritto diligentemente; ciò che manca, lo posso completare”. “Sarebbe bello!” IL sorriso di Simeone è il saluto della stella lontana, il cui Raggio tocca benevolo la Terra. A lungo stanno ancora insieme in piccoli gruppi, anche i ribelli nel loro angolo. Ma attendono invano Pashur.

 

[indice]

Cap. 14 / III°

Pashur si volta indietro - Il giovane Nicodemo come Asket

Pashur esortato da Anna, va da Simeone, ringrazia Dio e, cambiato, sostituisce Jojareb nella funzione. – Da Emmaus arriva il giovanissimo Nicodemo, orgoglioso, asceta, affamato, e accusa il tempio, ma ha una borsa di danaro carpiti alla sua comunità per il tempio. – Arriva un rabbino da Emmaus e presenta le difficoltà innescate da Nicodemo. – Viene aiutato lui e inviato un carro di cibarie per la comunità

 

1. Giorni dopo. Pashur rimane da solo: Usiel, Malchia e Ginthoi si sentono orfani. Simeone ed i superiori rimangono gentili nei loro confronti, ma la maggior parte dalle file inferiori evitano loro evidentemente. Si vede sempre più chiaramente, che Simeone guida l’insieme. Ufficialmente il regime è nella mano dei sacerdoti superiori.

2. Pashur va in giro nella parte delle donne. Non ammette a se stesso che desidera incontrare Anna. Lei ha sempre avuto ragione, la donna; e lui non lo voleva mai lasciar valere. ‘Lei dovrebbe accorgersi’, pensa in segreto, ‘che io – ‘ Una porta scricchiola. Anna, alla mano la piccola Myriam, esce. Lui finge come se passasse per caso, guarda di sbieco e saluta comunque.

3”.Va, Myriam, dì a Mallane che vengo più tardi”. Anna fa cenno a Pashur. “Vieni!”, e apre la sua porta. Prima che possa formulare le parole che da giorni arano attraverso il cuore, lo spinge nella sua sedia e lei stessa si siede su uno sgabello.

4. “Il sandalo ti stringe molto”, dice lei senza introduzione. “Alla riconoscenza si deve aggiungersi ancora la confessione. Non dinanzi a me”, dice lei, quando Pashur alza le sue spalle. “In ogni caso – un confessare davanti agli uomini è una confessione davanti al Signore [Matt. 10, 32]. Questo è difficile per molti uomini. Costoro, quando hanno torto, cominciano ad inveire, perché non vogliono ammettere. Questo non è proprio il coraggio di un uomo.

5. Da giorni stai andando in giro indeciso. La tua giovane fiammella è da prendere con cautela, altrimenti si spegne di nuovo, prima che diventi forte, per splendere oltre il proprio cerchio. Perché non vai da Simeone, Athaja o Zaccaria?” Pashur indugia: “È – ebbene sì, tu non sei una donna come le altre; tu sei profetessa, ora lo ammetto. Veramente – “ Quanto è difficile chiedere semplicemente perdono. L’orgoglio non conosce ponti!

6. “Figlio, che cosa faresti se ora stessi davanti al Signore?” La domanda colpisce. Lui diventa pallido. “Non lo so: credo che non si saprà mai, come si può agire quando si sta dinanzi al Creatore”. “La risposta è valida”, dice soave la materna. “Ci si prefiggono certe cose; soltanto, quando è ora, allora – “ Anna batte leggermente le mani.

7. “Ti consiglio, va da Simeone, egli ti potrà aiutare al meglio. Ti trovi al punto di svolta e puoi credere, che hai anche un angelo. Si può bensì”, dice Anna triste, “invece di lui avere un diavolo, che scaccia la Luce. Non per il fatto che l’angelo sarebbe più debole. Questo dipende esclusivamente dall’uomo, se segue piuttosto l’uno o l’altro.

8. Anche delle case, città. Paesi, anzì persino tutto il mondo hanno una Protezione. A volte sono degli alti angeli, che svolgono oltre al loro lavoro di sfere ancora una funzione secondaria. Questo riguarda Simeone. Ora il tempio e la Giudea si trovano sotto le sue Ali. Quanto è facile dirgli tutto ciò che lega al mondo. Chi - eccetto Dio – lo comprende meglio che una tale Alta Luce inviata da Dio, per eseguire la Sua Volontà e portare qui il Suo Aiuto? - ?”

9. “Tu pensi davvero …” Anna annuisce. Allora Pashur dice piano: “Ti ringrazio”. Già è fuori ed incontra – Simeone, come se fosse stato combinato. Quella sera ringrazia Dio, quanto meraviglioso Egli conduce tutto. Oh, la Guida paterna e l’esistenza di vita - - Certo, non va così velocemente di sfilare le pelli spesse, che hanno quasi soffocato l’anima di Pashur. Più avanti si afferma e ottiene la funzione del Jojareb.

10. Dopo altri due giorni giunge l’invito dal tribunato. I romani avrebbero parlato volentieri giornalmente con Simeone; ma prima era da rendere di nuovo efficace il governo. A mezzogiorno viene annunciato Athaja un sacerdote ancora giovane di Emmaus. Vi era impiegato in prova. Per breve tempo lo conduce qualcosa di importante a Gerusalemme. Si chiama Nicodemo ed ha poco più di vent’anni. Per la sua giovane età è troppo serio, e tiene troppo stretta il suo ‘gregge’ al freno.

11. Athaja, Zaccaria, Simeone, Nathan, Jissior, Eliphel, Gedalmar, Obadnia, due sacerdoti sorveglianti e da oggi Pashur, stanno mangiando. Si fa posto a Nicodemo, ha l’aspetto di essere quasi morto di fame. Athaja chiede subito: “Ricevi abbastanza?” “Sì”, annuisce Nicodemo. Il suo sguardo timido passa su Simeone. “È un nuovo sacerdote?” chiede modestamente. Athaja lo afferma. “Saziati prima”. Nicodemo prende alcuni pezzi. I suoi occhi sono profondamente infossati, gli zigomi sporgono duramente. Simeone riempie senza domandare un piatto e dice seriamente: “Da noi si mangia ciò che ci dona il Caro Signore Iddio!”

12. Nicodemo rifiuta quasi arrabbiato. “Dei sacerdoti non hanno da gozzovigliare! Purtroppo – “ Tace imbarazzato. Zaccaria gli batte sulla spalla: Giovane amico, è punibile rovinare il corpo che creò il –Creatore, in questo o in altro modo. Obadnia ti visiterà e dirà che cos’hai. Nessuna contraddizione”, aggiunge severamente colui che altrimenti è buono. “Fai parte del tempio, e questo ha da provvedere a te”.

13. Il medico mormora tagliente: “Non ho bisogno di visitarlo, a lui esce la fame da tutte le parti!” “Perché fai la fame?” La domanda di Simeone suona come curiosità. “Si deve rispondere ad un sacerdote più anziano”, risponde Nicodemo con innegabile ribellione, se soltanto non fosse venuto, anche se secondo la sua opinione era urgentemente necessario. “Non devi”, dice Simeone, “pensavo che ti alleggerirebbe”. “Ho sentito che si crapula nel tempio e che si fanno profonde gobbe da gatto ai romani”.

14. E per questo vuoi tu espiare?” Athaja rimprovera: “Non abbiamo bisogno di sacerdoti che vogliono diventare asceti. Ognuno deve vivere in modo pulito, per quanto sia possibile nella buona volontà. Noi abbiamo preparato a te la conferma, perché sei diligente e di talento. Ma renderti intenzionalmente malato e debole, per questo non esiste nessun comandamento. Indicami uno solo, che possa confermare la tua azione”.

15. “La legge insegna sobrietà”. Dice debolmente Nicodemo. In tre giorni e su tutta la via non ha mangiato niente, per presentarsi davanti ai superiori come ‘vero sacerdote’. “Fra due ore continuiamo a parlare”, mantiene Obadnia l’esame. “Se ora non mangi tutto, allora sei tutto, eccetto un sacerdote, che possa guidare la comunità. E qui”, ha sempre con sé mezza farmacia, “lo bevi tutto, allora puoi dormire”. Lui mescola due erbe in un bicchiere di vino leggero.

16. “Non bevo vino”, si oppone Nicodemo. Simeone spinge a lui il bicchiere: “Persino in Cielo si beve vino; il Cielo non fa la fame! Vuoi bensì dare l’onore a DIO; soltanto che danneggi la Sua Opera, il corpo, che EGLI ti ha dato. Anche di questo il Signore tiene conto, quando l’anima soffre a causa di una malattia auto causata. Ora sei presso degli uomini che comprendono anche il terreno, anche se non sempre l’approvano. Sì, tu volevi impressionare i tuoi superiori. Ora – le tue lamentele che hai da presentare, verranno esaminate da noi”.

17. “Athaja e Zaccaria sono gli alti sacerdoti”, cerca di imporsi Nicodemo. “Ce ne sono ora tre?” “No; Simeone ha preso in mano la direzione generale dal Cielo”, dice dolcemente sorridendo Athaja. Già questo sembra oltraggioso a costui, e lo dimostra chiaramente la sua espressione, che molti alla tavola ridono. Nicodemo sta scappando al più presto.

18. Comprendendolo, Athaja ordina: “Tu rimani! Era assolutamente ora che tu fossi arrivato. Sei stato bensì un giovanotto serio, ma di animo lieto. Ora – un morto fra i viventi!” “Sì”, dice Simeone, “lasciatelo solo con il medico, prima deve mangiare con calma”. “Ah, sotto sorveglianza?” brontola Nicodemo. “Ebbene sì, perché sei infantile e come tali hanno bisogno di un guardiano”.

19. Athaja si consiglia nella cerchia più stretta. “Sono sconvolto! Com’è arrivato a tali follie? Naturalmente istruiamo ed educhiamo gli allievi sacerdoti abbastanza severamente; ma nemmeno in quegli anni difficile sotto il Naxus, dove non si potevano quasi più pagare gli alimenti, abbiamo fatto soffrire la fame alla gioventù. Approva Dio che Nicodemo fa questo in onore Suo?”

20. “Anche se il motivo fosse autentico”, risponde Simeone, “che cosa ne avrebbe Dio se qualcuno si lascia morire di fame intenzionalmente? !IO è Vita! Egli l’ha data alle scintille d’esistenza cadute da Sé con cui queste erano senz’altro i portatori di Vita e sono anche diventate delle forme di Vita. Dovrebbero poter vivere al di fuori dalla Persona UR ed accanto a Questa.

21. Nicodemo è mortalmente malato. Jojareb ed Hilkia erano spinti dall’ambizione ad occupare le alte posizioni; costui si è lasciato pestare dalla brama d’onore, per essere un uomo incontaminato. Sì – brama d’onore, avarizia ed orgoglio, crescono quasi sempre sullo stesso legno! Egli porta ogni quattrino alla cassetta di Dio. La comunità di Emmaus è sfinita. Sovente toglie ai bambini il pane, lo vende e mette con orgoglio le monete nella sua cassetta morta, dicendo: ‘Ti ringrazio, Dio, che non sono come le altre persone!’ “ [Luca 18, 11].

22. “Terribile!” Zaccaria si scuote. “Mi sono sforzato di essere pio; ma ah – quante volte ho smarrita la via e dovevo confessare dinanzi al Signore, che ho fatto più male che bene. Non ci si può lodare da sé?” Simeone annuisce: “Hai ragione! Ogni lode propria che si vuole lasciar brillare come una lampada dinanzi a DIO, ottiene proprio il contrario.

23. Nicodemo è troppo giovane; è inciampato su certe cose, che chiamava ‘terribile’. Quando il più anziano di Emmaus si è difeso, lui si è arrabbiato; e come girato sul tallone, ha imitato gli asceti. Ma dato che vuole il bene, la Luce lo ha guidato qui. Non lasciatelo di nuovo andare via subito, dato che fisicamente è anche diventato molto debole. Uno del sinedrio con ancora un aiutante dovrebbe amministrare Emmaus per un certo tempo”.

24. Tu hai descritto il male, non c’è bisogno di nessun esame”, dice Zaccaria. “Visto dal vostro e la mio punto di vista, ma non da quello di Nicodemo. Costui non lo comprende così rapidamente, che il Cielo possa agire liberamente sulla Terra. Per lui, ancora di più per Emmaus, è meglio esaminare la faccenda. Allora più avanti non potrà rimproverarvi di nulla”.

25. “Tu dai sempre il miglior consiglio!” Athaja lo ammette senza invidia. “Andiamo a riposare per un’ora; la sera dal Quirino sarà senz’altro lunga”. “Anch’io sono stanco”, si stende Jissior, che ha fatto la guardia per due notti. Tu puoi dormire fino alla sera”, lo dispensa Athaja.

26. Dopo due ore, si è già seduti in raduno, il medico porta nella sala Nicodemo barcollante, ha l’aspetto di un cadavere. Obadnia lo adagia e lo copre con una coperta. Viene rigettata di malavoglia. Allora Obadnia diventa rude: “Io sono il medico e tu il paziente; se ti ribelli, ti lego!” Coi malati stupidi ci è riuscito sempre per il meglio. Nicodemo lo affronta:

27. “Incredibile! Non c’è da stupirsi che …” “Trattieni le tue chiacchiere”, dice duramente Simeone. “Il tuo comportamento è incredibile! Ti istruisco per il tuo meglio. Quando sei entrato nel nostro cortile, ti sei tolto le scape. Il Signore ha detto bensì a Mosé: togliti i calzari, perché il suolo dove stai, è Terra santa!’ [Es. 3, 5; Gios. 5, 15]. Ma dato che consideri il tempio colmo di crapuloni, come mai che il suolo ti è sacro?”

28. Nicodemo s’infervorisce: “Il tempio è del Signore! I templari, che non sono i veri sacerdoti di Dio, non ne fanno parte. DIO li caccia fuori!” “Te per primo, perché sei colmo fino all’orlo di superbia! Dimmi, tu furbo ‘nove volte’, che cosa è sacro al nostro Creatore: le pietre morte, formate in qualche modo in una casa, - oppure tutti i cuori che sono sufflati a LUI con il Suo ATMA, che vivono qui e su tutta la Terra?”

29. “Al di fuori di noi esistono soltanto i pagani”, schizza Nicodemo. Ira e febbre ardono in lui in gara. “È sacerdotale, di sgridarmi nove volte furbo?” “Ascolta”, lo rimprovera Nathan, “tu puoi rimproverare dei superiori?” Simeone sorride: “Ci sono dei pagani che sono più vicini a Dio che gli stupidi fanatici. Elevarsi su altri, non conduce solo alla caduta, - costui è già precipitato!

30. Ti sei tolto le scarpe, perché si doveva vedere come adempie in modo pio il Comandamento del Signore. Ma era rivolto a te? E quando eri seduto a tavola – il nostro pasto non era per nulla u n gozzovigliare -, ti sei preso soltanto dei pezzi piccoli, per apparire come ‘campione’. Con ciò hai ferito il tuo superiore. Dio non ti loda, perché sei senza bevanda e cibo da quattro giorni. Se lo facessi per via di un peccato che vuoi vincere, allora sarebbe una buona azione. Ma per questo non si devono fare lunghe vie. Riconosce la tua colpa!

31. Ah, i tuoi occhi si sgranano? Le leggi insegnano che dei pensieri arroganti sono già peccato. Con il secondo hai distrutto la tua forza. Dici ancora che DIO ti avrebbe eletto sacerdote?! Come puoi compiere il tuo servizio, se sei miserando, oppure guidare la comunità, quando la debolezza ti getta sul letto d’ammalato? Inoltre ancora per propria colpa!”

32. “Appunto per questo sono venuto”, dice Nicodemo indignato. “La gente percorre delle vie storte, gozzovigliano, bevono, e molti bambini vanno in giro nudi”. “Ma come mai questo? Non hanno nulla da vestire?” “No?” Athaja diventa aspro. “Da noi hai imparato di controllare anche una miseria, soprattutto molte persone sono arrivate alla miseria più profonda senza colpa. Non hai aiutato?”

33. “Certo, sacerdote superiore”. Gli occhi di Nicodemo guizzano. “Ho sempre consigliato bene”. “Niente di più? Non hai comprato una camicia ai piccoli poveri?” “Con che cosa?” chiede caparbio Nicodemo. “Ho soltanto la veste sul mio corpo. Tutto il resto e quel che ho potuto racimolare diversamente, veniva nella nostra cassetta per Dio”. Dicendo questo trae dal suo mantello un grosso sacchetto.

34. “Questo appartiene al Signore, al Quale va ogni onore! L’ho conservato fedelmente, per portarlo qui con gioia”. “Tu sei confuso”, dice Eliphel. “Come lo hai accumulato tu, è u n abominio al Signore, siine certo! Io propongo …” “Il sinedrio si consiglia, che cosa dev’essere del ‘denaro della comunità”, interviene frettolosamente Zaccaria.

35. Nello stesso istante annuncia Unnias: “Alto sacerdote, perdona, fuori attende un uomo, avrebbe da riferire qualcosa di importante”. “Ah, sempre delle interruzioni!” Athaja sospira non ingiustificato. Sarebbe stato bene, di consigliare il necessario per via di Nicodemo. Ma Simeone va già alla porta. Tutti comprendono il suo sguardo, eccetto Nicodemo. “Vado a vedere io stesso. Il servitore segue alleggerito. Simeone è particolarmente amato dalla servitù, ed ognuno accorre per dimostrargli dei piaceri.

36. “Da quando tu sei nel tempio”, osa dire Unnias, “qui è diventato quasi facile. Lo dicono tutti”. “ A certi non piaccio”. Ah, pah, li conosciamo! Hm, a te lo posso affidare: Noi servitori e sorveglianti non amavamo tali. Ma a certi hai spezzato le corna”. Unnias ridacchia. In Simeone si vede nuovamente l’Alta faccia del mondo’, che viene irrestibilmente, ogni volta che vince l’Empireo.

37. Arrivato alla porta, Simeone fa entrare l’uomo. “Ti ho aspettato”. “Tu me?” L’uomo ha l’aspetto poverello ma pulito. “È là?” Simeone gli fa cenno di silenzio e lo conduce in una piccola stanza. “Aspetta qui”. Come liberato da un grave peso, guarda fiducioso a Simeone. Quando è lasciato solo, sussurra: “Questo sembra essere uno dei migliori, egli potrà certamente aiutarci”.

38. Simeone, entrato di nuovo da Athaja, dice tranquillo: “Concediamo riposo al nostro malato. Kadmiel e Piltar lo assistano. Ti consiglio, Nicodemo: Se non vuoi che Dio ti tolga le mani e con ciò la Sua Benedizione, allora esegui ciò che gli anziani ti ordinano”. Suona severo e Nicodemo fa finta di niente. Si lascia guidare al giaciglio senza dire parola, indicato da Obadnia. Appena è andato via, chiede Eliphel: “Che cosa è con il visitatore, che Unnias ha annunciato?” “Guardate ed ascoltate!” Simeone non dice di più. Egli chiama l’uomo.

39. Quando costui vede gli alti sacerdoti, si sente minacciato. Imbarazzato gira continuamente il suo parasole. Gedalmar glielo toglie: “Non romperlo”. Athaja colpisce insospettatamente la cosa giusta: “Siediti, hai l’aspetto stanco. Da dove vieni?” “Da Emmaus”, balbetta costui. “Da - - Ma chi sei?” “Il più anziano; anch’io sono responsabile, vero?” I suoi occhi supplicano formalmente, di confermarglielo.

40. “Certo”, dice Zaccaria. “Noi aiutiamo dov’è necessario”. “È molto necessario! Sto cercando il nostro sacerdote Nicodemo. Ultimamente non mi è piaciuto; aveva l’aspetto malaticcio, ed oggi era sparito”. “Non hai nessun sospetto, dove sia andato?” “Sospetto? Non mi aiuta, devo avere la certezza”. L’uomo si scioglie, si vede in lui una intelligente riflessione.

41. “Va via sovente?” “Mai”, dice quello di Emmaus, “perciò sono preoccupato”. “Lo avete cercato?” “Sì, alto sacerdote; ho impiegato tutti gli uomini. Sospettavo – “ Si ferma. Il suo sospetto è giustificato? Simeone porta pane e vino: “Rifocillati e parla liberamente di ciò che ti opprime”.

42. “Conosco i nostri superiori”, l’uomo mangia lentamente, “non ti ho mai visto, quando venivo al tempio. Ah, mi sembri un buon sacerdote”. Pronuncia forte il ‘buono’. ‘Ecco’, pensa ognuno, ‘non va d’accordo con Nicodemo.’ Il più anziano racconta: “Quando ultimamente c’è stata la festa, ho sentito che deve essere stata meravigliosa, malgrado – i romani, allora non ho potuto venire; mia moglie era malata”.

43. “Sta di nuovo meglio?” indaga Obadnia. “No; non abbiamo nessun medico, chi ci deve aiutare?” Nathan dice inquieto: “Questo è il servizio di un sacerdote, in caso di bisogno”. “Come ti chiami?” “Mi chiamo Massus. Provvedevo alle faccende della comunità, prima che morisse Dumathia, il nostro rabbino, e tutto andava bene. Andavamo mano nella mano. Ma Nicodemo – “

44. “Continua”, lo ammonisce Athaja. “Noi esamiamo questa faccenda”. Massus si sente sempre più leggero; racconta che Nicodemo gli avrebbe tolto la comunità, presumibilmente perché DIO starebbe nel reggimento, e tutto dovrebbe essere guidato soltanto per vedere. Per un po’ di tempo tutto sarebbe andato abbastanza bene, perché la comunità era ben ordinata, per quanto lo rendeva possibile il tempo del Naxus.

45. Ma presto le cose andavano storte. Nicodemo mandava via coloro che chiedevano aiuto, basandosi: ‘Il mondo passa, ma Dio persiste!’ Soltanto che con ciò non sarebbe stato lenita nessuna miseria. Confermava il fatto che ha tolto il pane. I bambini non osavano quasi più venire sulla via. Nicodemo diceva: ‘Dio ha molta fame; dammi il tuo pane per Lui.’ Chi aveva ancora due paia di scarpe, un secondo abito, un mantello, aveva venduto tutto ai viandanti. Dato che Nicodemo viveva più che miserando, nessuno sapeva che cosa faceva con il denaro.

46. Lui, Massus, ha litigato con lui, aveva tolto l’ultimo pane persino alla donna più povera. “Quando lo abbiamo cercato il mattino”, riferisce costui, “mi è venuto il pensiero che fosse venuto qui per accusare la comunità. Quasi nessuno ha più una moneta, fra pochi giorni scoppierà la fame più cruda. Ci può aiutare soltanto un rapido aiuto. Vi prego”, supplica i templari, “pensate ai nostri bambini, ai malati, alle donne e – ed anche a noi uomini. Stiamo dinanzi alla rovina”.

47. Si ascolta sconvolti. Quanto può infuriare il cieco fervore, quanta disgrazia causa sovente. “Ti aiutiamo!” Massus bacia l’orlo della manica dell’alto sacerdote. “Aspetta, ritorniamo subito. Mangia il pane e bevi il tuo bicchiere”. Si decide di tacere, che Nicodemo si trova qui; ed a costui che era arrivato un accusatore da Emmaus.

48. “Il ragazzo sembrava così promettente; non c’era nulla per non metterlo alla prova in una comunità guidata bene”. Athaja si rimprovera, ma Simeone lo sgrava: “L’aiuto viene al momento giusto per la comunità e – per il ragazzo confuso. Trattatelo come un malato e vedrete che e come il suo buon germoglio irromperà”.

49. “Chi vuole andare ad Emmaus?” chiede Zaccaria. Si annunciano Gedalmar, Nathan e Eliphel. Che la serata presso il Quirino va perduta, non viene considerato. Simeone di nuovo sa il miglior consiglio: “Prestate a Massus un asino, affinché ancora prima della notte possa arrivare a casa. Gli do la mia lavagna; l’ha segnata il Quirino. Così Massus rimane al sicuro. Me la può riportare indietro un messaggero.

50. Chi di voi vuole andare, vada domani mattina presto. Allora anche la comunità è preparata e tutto va per il verso giusto. Restituite al luogo il denaro racimolato. Chi vuole, aggiunga una moneta. Inoltre ci sarebbe da mandare ancora un carro di buoi con il necessario di alimenti e di cose. Lo porto stasera, dove si vedrà quanto i nostri ‘pagani’ agiscono in modo compiacente a Dio”.

51. Si sorteggia, cade su Eliphel. Simeone dà ancora il consiglio di non lasciare dei sacerdoti più giovani per più di sei mesi in una comunità del paese, si potrebbero comunque affermare e non causerebbero nessun disagio nella loro esuberanza giovanile. Viene accettato subito.

51. L’uomo di Emmaus aspettava, in parte alleggerito, in parte temendo. ‘Se costoro si consigliano ancora a lungo’, gli veniva il pensiero fulmineo, ‘ l’aiuto dimora dietro al monte.’ Lui sospira più sollevato, quando sente l’essenziale. Per ringraziare, deve dapprima ingoiare fortemente, altrimenti dovrebbe piangere come le donne vecchie.

53. Quando poi sente ancora dell’asino e del carro di buoi, gli si è aperto il Cielo di Dio. Spinge allegramente il mulo verso casa- Le Stelle impallidiscono quando raggiunge Emmaus. Malgrado ciò passa ancora di casa in casa, per annunciare la sua vicissitudine. Non è come presso l’angelo in Alto – più tardi, presso i pastori? ‘Ci saranno aiuto, pace e benedizione!’

 

 

 

Cap. 15 / III°

Cirenio e Askanio - La Luce dimora presso gli uomini - Della circolazione del sangue e la sua mistica

Due persiani vengono annunciati - Indicazioni alla Venuta del Signore

Askanio, lontano dalla fede, rifiuta l’invito di Cireneo – Il nutrito gruppo di ospiti prima a cena e poi in riunione sono istruiti da Simeone, dopo che Athaja presenta il Dio degli ebrei Su agnello e colomba, sulle mummie, sul caduto e sulla necessaria incarnazione di Dio attraverso una caratteristica: l’amore – Anna profetizza su Cornelio, annuncio di due visitatori persiani – molti regali dei romani per Emmaus

 

1. Nel tribunato c’è un incidente. Il duumviro Askanio, certamente capace, ma senz’animo e sentimento, chiede a Forestus, quali ospiti arrivassero. Soltanto delle romane fini riescono ad adornare i luoghi, che gli fanno storcere in modo disdegnoso la bocca. “Così tanti ufficiali, e non ci sono”, conta le sedie, “e nessuna delle nostre donne può entrare nel territorio”.

2. Forestus dice scherzoso: “Alto duumviro, per te un superiore comincia soltanto dal duumviro. Lo ritieni malvagio se il Quirino ha invitato delle persone inferiori? Ho visto, avendo molto viaggiato, che gli uomini sono ovunque degli UOMINI. Chi agisce umanamente, arriva più lontano. D’altronde sono degli ebrei famosi ed alcune delle loro donne nobili”.

3. “Che cosa?” lo interrompe Askanio, “con questa – questa gente - - ed io devo - - Dov’è il Quirino?” “Nel frutteto, tiene la sua ora di meditazione”. “Non m’importa!” Arrossatissimo, battendo sulle armi, il duumviro corre fuori. Forestus ghigna: “Simeone ti farà passare la tua arroganza, quando lo incontri”. Il più giovane del seguito, Giulio, una specie di ragazzo nobile, mette dentro la testa e chiede timoroso:

4. “Che succede a costui?” Fa cenno ad Askanio. “Giulio, ad un superiore c’è sempre da dimostrare il rispetto!” “Sì, comandante Forestus; soltanto …” “Non chiacchierare, ragazzo stupido. I muri hanno orecchie, ricordalo! Devi ancora imparare molto”. “Lo voglio; ma se tu sapessi che cosa è successo -, non dovevamo ridere”. “I monelli hanno bisogno di una stretta educazione”.

5. “Ah”, mormora Giulio, “quando splende il sole, i fiori fioriscono e mille uccellini cantano le loro canzoni … Ed allora si deve marciare pesantemente carichi? Forestus”, lusinga lui, “potresti … il tribuno …” “Che cosa?” “vorrei rimanere presso di lui; mi sforzerei molto, più che finora”.

6. “Mettiti al lavoro, monello! Alt”, esclama, quando Giulio vuole strisciare via rattristato, “prima ci si sforza! Capito?” Da sotto le folte sopraciglia scintillano gli occhi. Giulio comprende subito. Se non è mai più così rilassato come finora, Forestus parlerà per lui. Nulla lo aveva rallegrato di più. Ora intraprende con slancio il suo dovere non facile.

7. Rochus, facendo la guardia davanti al frutteto, ferma Askanio: “Il Quirino non desidera essere disturbato”. Il duumviro spinge da parte la lancia senza dire una parola. Rochus soffia nel corno per farsi notare dai dominatori. Costoro rimangono coricati sui cuscini in segno che il duumviro ha sbagliato. Askanio s’inchina profondamente. Ancora divampa il rosso nelle sue gote.

8. “Che cosa desideri? Ho ordinato di non essere disturbato!” “Perdona, nobilissimo Quirino, hai pensato a me in modo onorevole per essere tuo ospite. Posso …” “Impedito per servizio?” Il duumviro raggira l’occasione offertagli, cieco d’ira. Per il servizio si troverebbe facilmente una scusa, e Cirenio non sarebbe offeso. Invece lui scoppia in modo maldestro:

9. “Non mi metto ad un tavolo con dei giudei!” Non sospetta che Cornelio ha consigliato di aggiungere il duumviro come consigliere superiore alla truppa che domani passerà sul Giordano. Una funzione d’onore, allora dovrebbe preparare molto. Il Quirino lo aveva considerato; ma Askanio dovrebbe rimanere con lui. La sua ribellione gli capita proprio bene; soltanto non doveva saperlo. Perciò gli ha formalmente messo in bocca questa scusa. Soltanto, certo - -

10. “Mi vuoi offendere?” Cirenio si alza lentamente. Anche Cornelio. “No, Quirino”. “Te lo volevo anche consigliare! Quello che faccio io, lo sostengo io stesso davanti al nostro Cesare; non ho bisogno di un intermediario!” Questo è più che chiaro. Askanio afferra saldamente la sua spada. “Mi restituisce il mio invito?” “Perdona, nobilissimo Quirino”, balbetta Askanio, “non lo posso fare …” “Che cos’altro allora”, lo interrompe severamente Cirenio.

11. “Ti prego di dispensarmi, mi - mi sento male. L’aria nell’Oriente è cattiva”. “Annunciati presso il mio medico; a me subito la relazione, se devi essere trasferito a Roma! A me, in ogni caso mio duumviro, l’aria fa molto bene. Sei dispensato per malattia!” Askanio saluta in modo muto. Quando è andato via, Cornelio ride sarcasticamente.

12. “Che testa di paglia!” “Avevi ragione, fratello Cornelio, ci avrebbe rovinato la festa”. “Forse! Ero curioso come Simeone lo avrebbe trattato”. “Domani voglio vedere ancora una volta Simeone, prima che si vada a Damasco dopo domani. Strano, non sono venuto qui molto volentieri; ero solo troppo preoccupato per te. Ora non vorrei quasi più andare via da qui”.

13. “Se nella Siria i bastioni sono di nuovo resi forti, ci sarà un controllo ulteriore”. Un conforto”, ride Cirenio. “Ora mi cambio”. Cornelio va con lui, porta già una leggera armatura. All’entrata Rochus vuole scusarsi. Cirenio lo nega: “Quando uno salta oltre un fosso troppo largo, allora ci cade dentro”.

14. La sala del tribunato si riempie con gente. È una vera gioia per il Quirino, di dimostrare ai giudei tormentati già così a lungo, che un romano non significa mai ROMA. Lui aveva presentato a Cesare che l’Italia avrebbe bisogno della Palestina verso il sud est come testa di ponte. La tattica era totalmente sbagliata di torturarla in genere come un nemico schiavizzato.

15. Augusto lo ammetteva, anche il modo sbagliato di trattare. Cirenio se lo teneva per sé. Qualche romano non lo comprende perché lui lascia ‘andare così le briglie’. I protettorati si possono formare permanentemente? Cirenio non lo crede. Egli potrà aiutare soltanto per un – il suo tempo. Più tardi - - Lo muovono questi pensieri, quando si avvicina alla sala dove gli ospiti sono già radunati. Un numero notevole.

16. Simeone, Athaja, Zaccaria, Jissior, Nathan, Eliphel, Gedlamar, Obadnia, Thola, Jaro, Anna. Sachis e Mallane, Chol-Joses, Ahitop, Hilkior e le loro mogli Zikla, Esther ed Hethit, i capi della città Josabad e Hasabra, lo scienziato Galal e l’orefice Babbukia. Cirenio aveva convocato l’ultimo, perchè deve fare qualcosa di molto speciale per Cesare.

17. Degli ufficiali sono invitati Forestus, Rochus, Venitrio, l’aiutante Marcello, il tribuno della marina Pretario e Nestur, il maestro dei bagagli. Prima che compaia il Quirino, si fanno delle domande a Forestus, dove fosse rimasto Askanio. “Si è improvvisamente ammalato”, suona laconicamente. Gli ufficiali sono presso la porta, per salutare subito onorevolmente il Quirino, mentre gli ospiti di Gerusalemme attendono più in fondo.

18. Pretario tira la bocca:”Askanio? L’elefante è malato? Non lo credi nemmeno tu!” “Lo ha detto il medico; forse verrà trasferito ad Achaja, Alessandria oppure a Roma”. Non lo si crede; ma ognuno si morderebbe la lingua, prima che si lasciasse sfuggire una parola. Il Quirino è amato, il ‘padre dei soldati’. Nessuno tratta nemmeno meglio con Augusto che un Cirenio.

 19. Arriva Cornelio e comanda: “Il Quirino!” Dei bei schiavi si trovano lungo le pareti tutt’intorno. Entra Cirenio, gentile come sempre. Dà la mano ad ogni ufficiale; poi va verso i giudei. Prima saluta coloro che conosce, gli altri gli vengono presentati da Athaja.

20. Dopo batte le mani. Ogni ospite ha uno schiavo per servire. Dei camerieri e dei sommeiler sono all’opera. Secondo il consiglio di Cornelio che già conosce i costumi del paese, le donne sono sedute ai due lati della tavola in mezzo, in modo che formano una piccola isola. Soltanto madre Anna ha alla sua destra il Quirino, Simeone ha preso posto alla sua destra.

21. Gli alti ufficiali notano che i giudei sono dei superiori del paese. DaI più nobile – eccetto Simeone – spicca il principe Ahitop. Durante il ricevimento che in confronto con le tavolate romane al Quirino dura soltanto un ora, lui parla con i suoi ufficiali di cose generali. I cibi sono preparati per gli ebrei, senza offendere il gusto ai romani.

22. Dopo il pasto si va nella stanza attigua, dove poltrone, sedie ed un grazioso angolo attendono le donne. Ovunque si trovano dei dolci e bevande; ogni ospite si serve da sé secondo il piacere. Gli schiavi sono andati via, soltanto il maggiordomo attende all’ingresso. Ora può iniziare, come dice allegro Cirenio.

23. “Non parliamo di politica e militare d’occupazione”, ordina ai suoi ufficiali. Dicendo questo fa un divertente movimento ed i romani lo imitano come assenso. Per renderglielo appetibile, dice ancora: “Vedete, miei coraggiosi, un popolo, un paese, che ci dichiara la guerra oppure ci causa un danno, lo si deve vincere e – se possibile – inoltre governare. Ma una severità troppo grande raramente è vantaggiosa.

24. Nessun colpo di spada rimane senza eco. Ma se i nemici devono diventare amici, allora esiste una condizione di base, che molti condottieri disdegnano. Ho viaggiato in Grecia, Egitto, Iberia, Gallia, Germania; sono stato dai marcomanni, dai frigi e chissà dove ancora. Dappertutto ho riscontrato gli errori menzionati malgrado una breve permanenza. Purtroppo si badano ancora troppo poco agli usi e costumi estranei. Certo – Roma non può orientarsi secondo questi soltanto –ma tenerne conto, questo è ciò che manca a tutti gli altri”.

25. Cirenio vede le persone di Gerusalemme che ascoltano, di cui alcuni non sanno dove si para. “Quando assistiamo un popolo a noi estraneo, il primo dovere è di sondare il loro modo di vivere. È sempre sbagliato imporre agli altri la propria fede; per esempio insostenibile, di imporre agli ebrei il nostro modo. Oppure un romano servirebbe mai a dei stranieri?” chiede nuovamente ai suoi ufficiali. Presto si fa confusione: “Per Giove, per Cerbero”, e così via, “no! Noi siamo romani!” risuona in modo fiero nella sala.

26. “Che cosa risulterebbe dalla regola, mio Marcello?” L’aiutante salta su: “Ad ognuno la sua libera fede!” “Ben detto! Hai una richiesta?” “Onorevole Quirino, soltanto una: rimanere con te!” Non ci si può attendere un omaggio maggiore. Persino i giudei si rallegrano. Lo sarebbe anche il loro uomo.

27. Cirenio indica ad Athaja: “Noi romani vogliamo perciò sentire i nostri ospiti, che cosa dicono della loro e della nostra fede. Ognuno parli liberamente; oggi siamo soltanto in ‘privato’. Quindi vi prego, alto sacerdote di Gerusalemme, dacci una breve relazione circoscritta sulla vostra fede nel Dio Uno. Premetto che ho trovato quasi in tutti i paesi dei templi ed altari, dove veniva sacrificato ad ‘un Dio sconosciuto’.

28. In un edificio di montagna (monasteri a. Chr.) nell’Iberia ho trovato una iscrizione: “Al Dio Esistente che noi non conosciamo’. Gli abitanti erano severi con sé stessi, ma persone soccorrevoli. Allora li ho presi sotto la mia protezione. Se questo è ancora bene oggigiorno, non lo so, oppure – “ Cirenio procede lentamente, “lo puoi forse dire tu, Simeone?”

29. Coloro che conoscono Simeone, stanno attenti. L’anziano, che ha quasi l’aspetto di un giovanotto, da tempo a loro sembrava strano. Se si può dare l’informazione, allora dovrebbe essere stato là. Simeone leva tranquillamente la sua mano: “Lo posso fare; soltanto Athaja può testimoniare della fede, dopo si aggiunge infine da sè il resto”. “Così sia”, dice il Quirino.

30. Athaja parla bene, descrive certe cose con le promesse, che si sono già adempiute su Israele e molti popoli; e Zaccaria oltre allo scienziato Galal, aggiungono ancora una parola. Anche se agli ufficiali non tutto è chiaro, presagiscono comunque che si deve lasciare ai giudei oltre alla fede – anche qualcos’altro.

31. La Luce di Dio guida questa sera. Cornelio dice: “Ho sentito che voi attendete corporalmente il vostro Dio. Egli redimerebbe questo mondo. Di che cosa?” Egli lo chiede per via dei camerati ignari. Si guarda a Simeone ed Anna, come se soltanto loro sapessero la vera risposta. Anna annuisce e Simeone comincia:

32”.Chi crede in un Creatore, non importa quale Nome Gli Si dia, deve essere pronto ad incontrarLo, cosa che avviene semplicemente per la salvezza degli uomini quasi sempre in segreto. Il Creatore tocca giornalmente le creature. Vedi, Quirino, includo la tua esperienza. Quella gente in Iberia erano pagani. La parola ‘pagano’ di cui s’arrabbiano molti romani, non è un predicato, ma soltanto in certo qual modo lo scudo di credenti in molti dei.

33. Gli iberiani hanno incontrato il Dio Sconosiuto. Il loro spirito altamente istruito ha compreso da un tocco interiore, che si potrebbe dare un nome alle forze che si sentono ma non si dominano, da cui risultava poi lentamente la forma studiata. Ma per quanto poco quelle forze si possono dominare, tanto meno queste cosiddette forze o dei sono delle personalità afferrabili.

34. Gli iberiani lo presagivano e non avevano voglia di occuparsi con immagini d’aria. Più indagavano, più Si rivelava il vero Dio. Ma non Lo conoscevano per cui credevano di non averLo ancora visto. Perciò la loro iscrizione. Ma Lui era vicino a loro in modo spirituale trascendente. Credevano soltanto ancora in un Dio, che chiamavano ‘Creatore di un Cosmo invisibile e del visibile’.

35. È ancora esistente e sparsa una piccola rimanenza. Dovevano fuggire, - perdona, Quirino, davanti ai romani, ai quali quella solida casa di montagna era un sicuro bastione. Tu domandi dove rimaneva il loro Creatore oppure se Egli dorma anche come i vostri dei e così fossero sfuggiti a Lui. Oh no! Il mondo ha una vista corta, ma il Cielo una Mano lunga. Ciò significa:

36. Costoro portavano fuori la loro semenza: la nostalgia del Dio sconosciuto. Se viene una volta il giorno, dove la fede nel Dio Uno deve diventare una base sulla quale il mondo si spezzerà, per sperimentare con ciò la sua guarigione, allora si risveglia in tutti gli uomini la nostalgia sui quali è venuta la semenza; e – per via della Redenzione fondamentale quasi mai possibile diversamente - si rivelerà il Cielo sulla Terra attraverso dolori, sofferenza e lacrime.

37. Al Creatore può bastare un piccolo mondo? Gli iberiani riconoscevano quella parola della tenda notturna: Le Stelle sono nello Spazio inafferrabile, quindi esiste un Dio inafferrabile. Su di loro era venuta la Verità, senza comprendere del tutto la sua profondità. –. Detto secondariamente – domani arrivano due persiani, che sanno qualcosa delle Stelle. Se hai tempo, Quirino, glieli regalo”. S’intromette Marcello:”Se lo sai, allora loro sono arrivati. Il Quirino avrebbe avuto anche per loro due sedie libere”. “È vero”. Cirenio pensa quasi come Marcello. Simeone risponde:

38. “Fate sorvegliare severamente le porte. I persiani si chiamano Schithinaz e Mithra-Bosnai, si presentano come commercianti, ma sono alti portatori di conoscenza. Arriva in particolare un segno per il tempio”. Marcello, Pretario e Nestur guardano con scetticismo. Per Apollo, come si può sapere se …Allora Pretario chiede in modo furbo:

39. “Simeone, sei stato una volta in Persia ed in Iberia? Sacrifico due ecatombe, anche se proprio ora non li posso comprare, se non conosci i persiani”. “Puoi sacrificare, di questo ne ho sempre bisogno, per il Dio Sconosciuto! Bastano due talenti. Prendete soltanto i persiani, allora saprete che non conoscono nessuno dei nostri nomi, eccetto quello del Quirino, il curatore della Siria e d’intorno, per quanto affidato a lui.

40. Pensando alla sua lotta, dice Venitrio: “Pretario perde la scommessa”. Ma costui arriccia soltanto le labbra. Cornelio comanda agli ufficiali di servizio. “Subito una sorveglianza rafforzata”, dalla Persia vengono due commercianti con i nomi Schithinaz e Mithra-Bosnai. Loro godono della nostra protezione e sono subito da condurre qui. Via!” L’ufficiale corre via.

41. “Ecco, amico Pretario, giunge il tuo diritto; soltanto dovrai far saltare due talenti. – Continua, ti prego, Simeone, È ben estraneo ciò che dice di una semenza del cuore, ciononostante lo comprendo. Qualche anziano ha comincato qualcosa, che soltanto dopo centinaia di anni era utile”. Vengono presentati alcuni esempi. Simeone menziona poi ancora:

42. “Il nostro tema: Esiste un Creatore sovrano. Se sì - se Egli investe il Suo Potere in un Corpo in quanto che al di fuori del Dio corporeo non esistono altre Forze oppure se sono da mettere alla pari dei vostri ‘sottodei’, se operano al di fuori del Dio corporeo.

43. Delle Forze regnano; ma lo si riconosce soltanto nella Luce, che il Sovrano dell’Universo ha la Sua Manifestazione esistente in un Corpo. Prima voglio parlare degli uomini. Loro possiedono una forza interiore ed esteriore che agiscono insieme. Fondamentalmente l’interiore è superiore e porta tutto l’esteriore. Viceversa raramente agirà in modo sconvolgente la percezione esteriore sull’interiore. Se in genere, allora tramite dell’insolito nel bene o nel male.

44. Cari romani, i vostri dei, anche se lunatici ed ancora altro di più, esistono per voi da molti secoli, valendo come immortali. Ma non riconoscete nessuna differenza fra voi e loro. Immortali – per quanto si riferisce a questo mondo – voi lo chiamate buone opere, fama, grande sapere ed anche gravi diavolerie. È giusto: dall’avo fino al nipote si trasmette ogni saga. L’involucro corporeo muore, passa, persino un corpo imbalsamato.

45. Voi conoscete le tombe dei faraoni. Nessuno vi entra, le mummie vi giacciono incontaminate. Chi sospetta che le anime, tramite la mummificazione, sono incatenate alle loro piramidi? Gli esseri vi si strappano inutilmente, perché loro stessi si sono destinati all’ ‘immortalità del mondo’.

46. Il loro agire e pensare era rivolto soltanto all’essere esteriore. Lo spirito e l’anima erano cose secondarie. Ma anche a loro attende la Redenzione, appena è da derivare una Redenzione complessiva dalla ‘Via di Dio come Uomo’. Più tardi si apriranno queste tombe; e nel momento, in cui penetra un respiro nelle tombe oscure, la mummificazione perde un poco alla volta la consistenza”.

47. ”Questo mi vale la pena di sapere. Me ne occupo e mi starebbe bene, se potessi saperne di più”. Galal, il sapiente, chiede della scuola nella quale Simeo”e avrebbe “tudiato. “Ne parliamo ancora, caro Galal,” risponde costui. Questa sera vogliamo occuparci solamente con DIO, e quello che risulta oltre, menzionarlo solamente secondariamente. Lascia pure stare le mummie ed attieniti al Dio vivente”.

48. “Sì, sì, di più del vostro Dio”, dice Cirenio. “Ho ammirato le piramidi e la Sfinge e mi sono chiesto, come si potevano trasportare queste pietre colossali. Ma che cosa sono contro una stella, che pende così piccola dal Cielo? Che cosa contro quel Duomo dalla Cupola alta, a cui tendiamo invano le nostre mani?! Continua, Simeone, ti ascolto volentieri”.

49. “Mio Cirenio, nessuno tende invano la mano, colui che riconosce il ‘Dio Sconosciuto’ come il suo Conosciuto! Il Duomo è infatti la Sua Casa, i Soli e le Stelle sono le camere [Salmo 46, 5, ed altri]. Chi appartiene a Dio ha la sua parte nella Casa del Cielo, anche quando vive ancora sulla Terra o su altri Pianeti. L’Io, il cuore, lo spirito, l’anima della creatura proveniva dal Regno di Dio, per quanto sin dall’inizio della sua vita si è data a Dio, e vi ritorna, non importa, se i tempi di lavoro o di cammino durano più o meno a lungo”.

50. “Posso interrompere?” Marcello alza la mano. Si diverte del discorso. “Ma sì”, conferma Simeone all’aiutante. “In questo campo sono …” Cirenio fa un cenno divertito: “Marcello, non ti scusare. Ora scommetto io e vinco certamente: Qualche amico di gioventù sta masticando pure su questa noce come anche noi romani. Giusto?”

51. Ahitop esclama veloce: “Per te, nobilissimo Quirino, perdo la scommessa per darti una gioia”. “Ti prendo in parola, ma non la voglio rendere troppo cara. Sia per una colomba bianca e un agnello bianco”. Appena detto, si sente uno strano soffio. Come arriva questo pagano, che ha appena imparato a conoscere Dio, a questi simboli, il cui senso – gli ebrei lo ammettono – loro stessi conoscono con imprecisione? Allora la madre Anna dice:

52. “Dice il SIGNORE: ‘Figlio Cirenio, hai scelto due segni, che riposano nello scrigno del tuo spirito. Ora che ti fai toccare fortemente dalla Luce, dal tuo cuore sale alla coscienza il segno impresso dal Cielo! Sappi, quando IO nel Mio alto Sacrificio entro nel mondo come Uomo, allora quei segni, che una volta sono sorti nella Luce, vengono rivelati su questa Terra.

53. Solo una volta era prima l’Agnello e poi la Colomba; ora, questa [Giov. 1, 32] si mostrerà per prima agli uomini. Soltanto – allora l’Agnello è l’Animale da Sacrificio [Isaia 53, 7; Pietro 1, 19]! L’Uno che tu non vedi ancora, che però ti è vicino (il principe angelo), esclama gioiosamente a te: «Salve, fratello mio dalla Luce!’»”.

54. Ambedue, i romani e gli ebrei, sono profondamente toccati da questa Rivelazione, primo tra tutti Cirenio. Con prudenza prende la mano bianca, sfiorita, che è così finemente articolata, e se la preme alla sua fronte. Coloro che non conoscevano ancora la profetessa pensano in sé stessi: La si può veramente chiamare ‘madre’, come le si è rivolto il Quirino.

55. “Che cosa fai con gli animali, maestoso Quirino?” chiede Zaccaria. È preoccupato, che li si sacrifichino. Lui ha da tempo rinunciato al sacrificio, perché non vuole versare del sangue. Anche Athaja, che per via del popolo deve osservare questo rituale, fa dapprima uccidere gli animali da un uomo esperto.

56. “Tramite la parola di madre Anna sono divenuti il santo simbolo e mi accompagnano, finché muoiono da sé”, informa Cirenio. “Solo quando si ammalano, li lascio uccidere”. “Così fai bene,” si fa di nuovo sentire Simeone. “ll principe ti da degli animali sani, giovani, ne avrai a lungo la tua gioia”. “Avrei qualcuno che imparerà volentieri a occuparsene”, si annuncia Forestus. “Lui desidera un altro posto”.

57. “Chi?”, chiede Cornelio. “Il nobile ragazzo Giulio; a lui non piace la giubba corta in cui attualmente si trova”. Forestus intende il duumviro. “Che Giulio si annunci domani”, dice Cirenio e ringrazia gentilmente il principe per il dono, ma chiede se non avesse davvero compreso Simeone. Ahitop risponde: “Dalla fede non mi è certamente estraneo; per comprendere del tutto il senso più profondo ce ne vuole ancora. Ora – Marcello voleva prima chiedere qualcosa”.

58. Costui dice: “La Casa del Cielo con le Stelle come Camere mi piace. Ma che cosa significano i tempi di lavoro o di cammino? A quali uomini si fa riferire o una o l’altra cosa? ‘Breve e lungo’ riguarda forse la durata di vita nel mondo, che sarebbe quindi da intendere così. Mi sarebbe anche molto caro venire a conoscere il simbolismo della colomba e dell’agnello”.

59. “Ah, il mio portatore di spada si sella la cavalla scienza. Questo è bene!” Marcello diventa rosso per via della lode. Se sapesse, che Cirenio lo vuole tirare sulla sua nuova via, affinché costui, quando lui è altrove, abbia qualcuno, per colmare delle ore silenziose, si precipiterebbe con fervore nella faccenda di fede.

60. Anche Simeone dice rallegrato: “Marcello, ti trovi dinanzi ad una porta interiore. Se la usi, diventa chiaro in te, cosa che è ancora incomprensibile per te. Il lavoro ed il cammino dipendono uno dall’altro. Gli spiriti che vengono dal Cielo, camminano attraverso il povero campo della materia, chiamato anche Lo-Ruhama. Ciò significa ‘povera figlia caduta’. Sarebbe troppo per oggi toccarne il senso più profondo; più tardi sarà rivelato a tutti voi.

61. Chi vuole servire, deve andare nel luogo di lavoro. Ciò vuol dire che egli lavora e cammina. Ciò conduce sovente lontano dal Regno di Luce; nell’interiore il collegamento rimane intatto. Perché chi esce per servire, si trova sotto l’alta Tutela e Protezione di Dio [Salmo 62, 7]. L’esempio insegna – naturalmente ci sono anche degli altri – che in questo mondo i buoni e credenti sono della Luce e con ciò sono ambedue: operai e viandanti.

62. I ‘soli-viandanti’ sono proceduti dalla parte caduta, esseri dall’abisso. Per salvare costoro, l’Onnisanto, il Padre della Misericordia, ha deciso, di fare dapprima di loro dei viandanti. Costoro lo vedono nell’esistenza anteterrena, che a loro non può rimanere risparmiata un’incarnazione planetaria, se primo in genere rimangono nella loro vita, secondo se vogliono farsi liberare dalla loro esistenza povera di Luce e Benedizione, per ottenere di nuovo lo stato spirituale a cui una volta hanno rinunciato.

63. Naturalmente il lavoro non viene a loro regalato; ma prima si passa ‘oltre il monte’, cosa che significa per loro un avvolgimento corporeo. Se l’accettano, che in segreto compie l’inaudita Bontà del Creatore, a loro è comunque difficile – anche se non ha l’apparenza -, di sopportare la materia. Il loro genere se ne ribella sempre. Questo si manifesta quasi sempre in quanto che vivono in modo cattivo, avido oppure indifferente.

64. Ora ce ne sono di quelli che una volta – in ogni caso voluto da sé – sono caduti come ‘piccole anime’. Certi s’impegnano in modo abbastanza utile; soltanto che evitano volentieri DIO. A costoro viene apportato su altre stazioni ciò che non raggiungeranno nel loro primo mondo di vita. A tali esseri viene rivelato sulla loro via, dalla fine all’inizio dell’altra esistenza, cosa che per loro non avviene mai sullo stesso mondo, tutto ciò da cui traggono poi il miglior insegnamento e nell’aldilà cominciano con il lavoro d’obbligo, che per la maggior parte deve essere soltanto a loro proprio vantaggio.

65. Ora tu, amico Marcello, hai una panoramica del lavoro e del cammino, del Regno di Dio e della materia, dell’esistenza pre-mondana come planetaria degli spiriti e degli esseri. – Ritorniamo al tema di base: Esiste un Dio Sovrano? L’uomo lascia volentieri aperta la domanda. Non lotta subito per giungere ad un ‘Sì’, un ‘No’ fa scaturire degli impedimenti non confessati. Ma noi, persino il nostro scettico Pretario, dicono semplicemente Sì”.

66. Simeone si rivolge amabilmente al tribuno navale: “Lo scetticismo non è sbagliato, quando sorge dall’esame esatto. Dire di Sì, per apparire come compagno, è peggio che un deciso No. Esamina ed incontrerai il DIO ESISTENTE, Il Creatore del Comandamento ‘Io sono il Signore, tuo Dio’, il Governatore sulla vitalità creativa e su tutte le cose che EGLI ha creato dalla Sua prima Condizione UR, LA VITA.

67. Senza dubbio governa anche su quella parte che una volta si era staccata, mentre i precipitati sono diventati degli ‘esseri senza spirito’ e le loro forze, che sperimentavano nel raffreddamento una manifestazione, diventava ‘materia’. Se Dio lasciasse soltanto temporaneamente degli esseri a sé ed alla materia, allora ambedue, soggetto ed oggetto, si dissolverebbero.

68. Dall’ultimo caso risulterebbe che gli esseri e le sostanze di forza cadrebbero nel loro essere orginario Ur e non potrebbero più esistere come esseri personali. Ma dato che la Condizione VITA UR conosce soltanto uno sviluppo che si nobilita, già per questo motivo l’Onnipotente intrattiene il Governo di Volontà. Da questo risulta una Guida clemente per quegli esseri in un cammino, che dapprima offre la situazione di un ritorno.

69. L’Investimento del Potere creativo non viene eseguito né soltanto nello spazio né soltanto nel corpo. Il Creatore, eterno Potere indivisibile, Forza, Potere e Vigore, porta nella Figura assunta a vantaggio delle creature, gli impulsi ‘raccolti’, come Egli li fa giungere al Governo ‘senza corpo’ nello stesso tempo e per lo stesso alto Scopo. Questo significa inoltre ancora che:

70. Se Dio Si rivelasse sempre per un qualunque motivo solo come Corpo oppure solo come Potenza, allora nel primo caso la Portata dei Raggi investiti rimarrebbe ostacolata dall’Opera, anche se non percepibile per una creatura. Nel secondo caso nessuna creatura potrebbe giungere alla personalità perfezionata, perché allora mancherebbe l’Esempio del Creatore’ (Immagine).

71. Per preparare alle creature elette a figli un motivo per il proprio co-sviluppo, Dio Si creò la FORMA, che nel Suo unico e solo Essere creativo è il santo Oggetto, che ogni figlio può comprendere ed imparare ad amare, mentre la DIVINITA’ come incontemplabile, ma per questo la percepibile Radiazione d’Onnipotenza, è il santo Soggetto! Nelle Opere Ambedue si manifestano per i figli come Riflesso, con cui procediamo ulteriormente al nucleo del problema di oggi.

72. Se Dio Si rivela come Principio di Potere e come Persona, per cui i figli hanno la loro partecipazione di diritto operativo, a Lui non è difficile – detto per voi così -, di separare da Sé un Raggio, una Caratteristica per una Personificazione Secondaria (Messia-Figlio), cosa che non risulta mai dal Principio del Potere o della Persona, affinché la Parte Separata possa giungere ad una seconda Forma d’Apparizione, pur legata allo Scopo.

73. Ora il punto cardinale è questo, se DIO può comparire in un mondo come incarnato, senza dividere la Sua Sovranità [Col. 2, 9]. Nessuna perdita per Dio, anche se si forma una Personificazione secondaria. Ora devo scegliere un Esempio del Cielo, per rendervi comprensibile l’ulteriore dell’Adempimento.

74. L’alta Parola di Dio tramite madre Anna vi rimarrà sempre presente. Avete saputo che primordialmente compariva l’agnello per primo e poi la colomba, mentre l’amico Cirenio senza alcun sapere si dava gli animali al contrario. Questa successione vale però sul vostro mondo e dipende dal proprio Sacrificio di Dio a voi ignoto.

75. Il Creatore ha creato grandi Opere in tempi di Eoni di spazio limitato, ognuna come un ciclo UR, che Egli ha suddiviso legato allo scopo. La suddivisione minima è un Giorno di Creazione, che somiglia ad una cellula. In questa esistono come sulla Terra delle ore, minuti e secondi – detto secondariamente per voi. Già un Giorno di Creazione, il minimo di un ciclo UR, supera la migliore capacità umana di comprensione. Ora perciò non ce ne occupiamo.

76. È importante inceve nel trascorso Giorno di Creazione – Mosé, uno dei più portentosi condottieri degli ebrei in una panoramica di sette Giorni, ha descritto che gli animali venivano creati da una Forza di Vita di rango secondario e che esistevano già delle creature di Luce, le quali nel cosiddetto primo Giorno di Mosé avevano ricevuto la loro forma di Vita.

77. Questi animali, comunque si chiamino, hanno nel mondo degli animali della materia in comune soltanto la descrizione, la specie e la forma, ma non la loro vera essenza. Costoro sono in sé esattamente così puri come le creature di figli di Dio, soltanto sono stati creati per uno scopo del tutto diverso, perciò ho parlato anche della ‘Forza di Vita di secondo rango’. Un motivo principale del loro divenire si riferisce in genere all’arricchimento del Campo di Luce.

78. I due primi animali erano l’Agnello e la Colomba, simboli di Persona e Potenza, di Sostanza ed Essenza di Luce spirituale. Questa sequenza era evidente per le creature figli, mentre primordialmente regnava la sola Essenza, e soltanto da lei era proceduta la Sostanza. Con ciò era di pari passo, che in caso necessario la Divinità destinava una Caratteristica come Personalità Secondaria, senza separarSene primordialmente, né di non possederne il totale Dominio UR durante una ‘Apparizione come Figlio’.

79. Con ciò arriviamo allo stato di base della fede israelitica: DIO arriva! Se invece Lui Stesso come Messia, oppure un Messaggero provvisto con Autorizzazione di Potere divino, era rimasto incerto per centinaia di anni, mentre i profeti non lasciavano nessun dubbio, sul che e sul come il Creatore vuole venire Personalissimamente.

80. Nel caso di una necessaria Redenzione Dio Si era impietosito, perché – com’è successo – la prima figlia si è distolta ed aveva intrapresa la sua via di caduta. Fra Dio e quella figlia non esiste nessuna creatura che possa diventare come più altamente vicino al portatore di base della Redenzione, con cui sarebbe anche collegato il principio di base del Sacrificio. Il Messia atteso da Israele è Dio Stesso, nel simbolo dell’Agnello bianco! La Sua Azione è nella forma della colomba. Questo significa ancora che:

81. Egli avvolge la santa Onnipotenza, lo SPIRITO, la Colomba, e dà delle Sue Parti di Dominio in una ‘Figura di Figlio’, nel Messia, soltanto quanto diventa necessario e che la materia possa sopportare. Per via della povera figlia Dio come Figlio non farà valere la sua Piena Sovranità, perché altrimenti i pesi del Sacrificio rimarrebbero eternamente insopportabili e di conseguenza non redimibili.

82. Il ‘Padre della Misericordia’ non vuole opprimere, benché per via della caduta uno sgravio può avvenire soltanto tramite un Peso di Sacrificio. Per questi ed ancora più santi Motivi DIO STESSO accoglie il Sacrificio. Nessuno viene aggravato di un peso con un ‘sacrificio fino alla morte’ [Fil. 2,8]. Mai viene, come Israele spera: soltanto il Figlio, il Figliuolo, il Germoglio, il giovane Leone [Isaia 9, 5; Zacc. 6, 12; Num. 24, 9], come dice la raffigurazione in immagini.

83. Voglio portare un esempio. Il primo figlio principe Ahitop ha vent’anni, il primo figlio del maestro dei bagagli Nestur ha già trent’anni. Ambedue i figli possono agire da sé ed ambedue – potrà essere confermato – amano molti i loro padri. Per loro farebbero tutto ciò che è possibile. Vero?

84. Brucia una casa o affonda una nave. Degli uomini sono in pericolo. Mandereste voi i vostri figli nelle fiamme, nei flutti, dove è in agguato la morte come inevitabile, persino quando i figli stanno e guardano con cuori sanguinanti, per salvare altri che devono morire?”

85. “Simeone!” gridano più padri, “questo è …” “Lo so”, dice costui, “siete terrorizzati. Nessuno sacrificherebbe i suoi figli, se egli ppotesse diventare il Salvatore, appunto nel Sacrificio della Vita! Lo dico tanto meno per voi ma per quanto si tratta di più della fede pensata in modo sbagliato, su che cosa DIO dovrebbe compiere nella santa Volontà Ultima. Perciò sia detto:

86. “Colui Che viene nel Nome del Signore’ [Salmo 118, 26] è il Creatore nella Veste di una Caratteristica! La Manifestazione della Stessa è nel linguaggio della Luce il Figlio, il Ramo, come Personalità Secondaria divisa in due per la Salvezza dei precipitati, che bruciano nella loro ribellione, che sono naufragati a causa del loro distacco da Dio.

87. Ma dato che, come menzionato, cadeva solo la prima figlia, le sarebbe diventato insopportabile, se la Divinità avesse fatto apparire l’Intero Suo Essere. No – l’AMORE altolocato è pronto: Luce dalla Luce, Spirito dallo Spirito, Raggio dal Sole di Dio! Quando ha compiuto il Suo Atto di Sacrificio, allora si disintegra l’involucro, che ha portato per via dei poveri, degli smarriti, poi rientra di nuovo nella Corona dei sette Raggi dello Spirito UR.

88. Sia ancora aggiunto, che i figli nati prima, di cui ho già parlato, vedevano il Creatore. Quando era divenuto il primo Agnello e nell’alta Previsione Si rivelava come il ‘Figlio’, allora vedevano o Dio e l’Agnello oppure il Figlio nella Forma di un magnifico Fanciullo. Questo significa che Esiste Una Divinità, sia nel Principio del Potere come anche nel Principio della Forma!

89. ‘Vedi, una vergine è incinta e partorirà un Figliuolo, che si chiamerà IMANUEL [Isaia 7, 14]!’ Dato che dopo circa settecento anni a nessuna vergine si fanno riferire queste parole, ambedue rimarrebbero un frammento temporale. Il profeta però ha rilevato precisamente il ‘è’ ed il ‘partori, per cui la visione era stata un’altra di come si legge posteriormente e purtroppo superficialmente. Naturalmente si deve riferire ad un Figlio che nasce al mondo. Ma la visione più profonda è la seguente:

90. La Vergine AMORE, la sesta maestosa Caratteristica di Dio, ha accettato il Sacrificio avviato da Dio, per portarlo dalla e nella materia. ‘È incinta’ si riferisce all’Eternità. Perché quando Isa-i (Isaia) ha ricevuto la visione, l’Amore ha portato in Sé il Pensiero della Pacificazione oppure Riconciliazione, da cui si lascia cristallizzare senz’altro il FIGLIO.

91. Dato che lei è incinta, il profeta ha del tutto giustamente annunciato ‘partorirà’, che riguarda solo in seconda linea una Persona d’Uomo. Dapprima l’Adempimento è per la Pacificazione, appena si lascia partorire sulla Terra come un MEDIATORE l’Amore di Dio per l’Universo. Dei Fenomeni terreni (Crocifissione) erano già stati insufflati nell’Amore, quando direttamente, dopo la caduta della prima figlia, l’Onnisanto aveva guidato la necessaria Redenzione [Ebrei 9, 12] sulla Via rivelata [Isaia 57, 14].

92. IMMANUEL significa: ‘Io sono l’Inizio e la Fine’, incorporato nell’Ermetismo della Luce delle quattro Caratteristiche determinanti e tre portanti. Sono appunto nella loro natura di Caratteristiche ed Attività l’Ordine, la Volontà, la Sapienza, la Serietà, la Pazienza, l’Amore e la Misericordia. Chi diventa attivo tramite Queste, si trova nell’Empireo, anche se deve ancora vivere nella materia”.

93. Athaja si appoggia pesantemente alla sua sedia ed esclama: “Simeone, fatti interrompere! Così come tu riveli i profeti, non lo ha mai potuto nessuno. Ho anche pensato che starebbe soltanto scritto e che si riferisse a quel tempo (di Isaia), quando si sarebbe dovuto adempiere. Se al nostro Quirino compiace, vorrei pregarti, di interpretare ancora altri di tali versi”.

94. I romani, pure loro avidamente ascoltando, hanno accolto tutto nel migliore dei modi. Quindi Cirenio dice: “Sì, se i miei ufficiali lo vogliono”. Cornelio, Forestus, Rochus, Venitrio, persino Marcello assecondano. Pretario e Nestur non lo rifiutano. Degli ebrei non vi è uno che non vorrebbe rimanere seduto. Prima viene trattato ‘lmmanuel’ e poi Simeone comincia nuovamente con ulteriore spiegazione:

95. “Un verso nel profeta Isa-i porta letteralmente il contrario: ‘Un fanciullo ci è nato, un figliuolo ci è stato dato!’ [Isaia 9, 5]. Questo sarebbe un controsenso, se si riferisse soltanto a questo mondo. Oh, l’avvenimento mondiale è soltanto appeso, ma è importante come la prima pietra, che la Divinità aveva murato per la ‘Casa di Pacificazione’. Ora la spiegazione più chiara:

96. Ci è = per noi tutti senza eccezione! Un fanciullo = invero piccolo, ma una forma compiuta. La Pacificazione in principio era già compiuta, cresceva soltanto dentro alla materia. Il Fanciullo diventa il Portatore dell’Espiazione, l’Adulto che sa che cosa c’è da compiere, per cui si legge – riferito al Figlio -: ‘E ‘l’Impero riposerà sulle Sue spalle!’ Non viene aggiunto in anticipo. L‘ ‘è’ significa un tempo dell’Eternità, che la caduta della figlia richiede.

97. Il Figlio è il Creatore stesso. Altrimenti Costui avrebbe dovuto mettere il Suo Impero sulla Spalla del Figlio, se Costui fosse una Seconda Persona. Allora si sarebbe letto anche nella Visione del Cielo: ‘E l’Impero sarà sulla Sua Spalla’, appunto al tempo dell’Apparizione del Figlio. Che questo non valga così, lo dimostra la cosa più Magnifica di questa rivelazione.

98. Si chiama l’Ammirabile, Consigliere, Forza, Eroe, Padre Eterno, Principe della Pace!’ Se il Messia fosse – lo ripeto – una Figura esistente di Figlio, dovrebbe stare scritto ‘si chiama anche …’. Se si trattasse di un Figlio-Dio creato, che in nessun collegamento è il Padre Stesso, allora il profeta non Lo avrebbe rivelato come ‘Padre Eterno’. Tutto è stato preparato ad una Seconda Personificazione temporanea del Raggio di Dio l’AMORE.

99. Il ‘Trono di Davide’ conosce soltanto una interpretazione: Il Figlio non creerà ad Israele nessun regno mondiale. Questo va a molti contro pelo. Chi riconosce che il mondo passa, che esiste eternamente la pura Luce, non sacrifica alla materia il Cielo, non tende la mano verso il fantasma di una duplice Divinità. Il Messia dirà una volta ad un romano: Il Mio Regno non è di questo mondo’ [Giov. 18, 36], anzi, il Suo proprio Regno. Egli parlerà di più di ‘dodici legioni di angeli’ [Matt. 26, 53], di tali, che portano il loro equipaggiamento come me!” Ciò che è detto per ultimo ha un bagliore di maestoso orgoglio.

100. “Oggi ancora una parola, il resto viene trattato più tardi. Lo scriviamo fedelmente, affinché Cirenio ed i suoi fedeli, che questa sera si sono lasciati bene guidare dallo Spirito di Dio, siano pure istruiti”.

101. “Ero invidioso di Cornelio”, interrompe Cirenio. “Lo tollera anche il Cielo”, si fa sentire Anna, “perché proviene dal cuore avido di sapere e non vuole togliere niente a nessuno. La fame di Luce proviene da molti istinti, che sono sempre nobili, finché qualcuno non brama nulla per sé”.

102. “Madre Anna ha detto una bella parola, ne approfitto per me”, dice Cornelio. “È bene; quello che viene dal Cielo, vale per tutto l’Universo! – Continua”, annuisce Anna a Simeone. Cornelio fa portare prima del vino fresco e piccole tortine. Quando gli schiavi sono di nuovo usciti, segue una successiva profezia.

103”. “oi un ramo uscirà dal tronco d’Isai, e un rampollo spunterà dalle sue radici che porterà un frutto. Lo Spirito del Signore riposerà su lui, lo Spirito di Sapienza e d’Intelligenza, lo Spirito di Consiglio e di Forza, Spirito di conoscenza e di timor dell’Eterno’. [Isaia 11, 1-2].

104. Il ‘divenire’ è nuovamente per il mondo. Il Tronco è un Rampollo per sé, il Ramo una parte del Tutto. Così il Tronco si riferisce a Dio, ma il ‘sorgere’ su coloro che sono da salvare. Loro devono dapprima imparare a vedere ciò che è Sorto; oppure detto così: Il Sacrificio dell’Amore riceve per loro la Visibilità; qui il ‘Ramo’; quell’ ‘unico Figlio’; una ‘propria Parte’ di Dio; il ‘Ramo all’Albero’. Faccio notare il ‘Signore’, Che è all’Inizio ed alla Fine.

105. Ricordo l’albero settuplo, che voi romani avete trovato. Così – nella massima visione – il Messia è da considerare un Ramo della Radiazione Settupla santa Ur. Questo viene qui magnificamente confermato. Il Ramo porta il suo Frutto dalla Radice. Nessun Ramo ha una sua propria radice dal suolo, ma prende il nutrimento dal regno terreno. Regno terreno = Regno reale; ed il frutto = reale Salvezza di tutti che sono catturati dalla materia.

106. ‘Il tronco d’Isai’ riceve l’interpretazione più per Israele, la cui più sublime casa regale era quella di Davide. Che la sussequenza delle stirpi si lascia ri-riferire, è la Grazia per mostrare, che Dio edifica spiritualmente ed anche terrenamente, come Gli compiace appunto al momento. Originariamente significa la ‘Casa Regale del Cielo’. Chi si basa su questa, raccoglierà da ciò i gioielli imperituri.

107. Il profeta vedeva magnificamente la cosa più importante: Il ‘tronco’ possiede lo Spirito settuplo [Zacc. 4, 2]. Con ciò è quasi superfluamente confermato che il Figlio-Sacrificio, in qualsiasi modo Egli voglia anche comparire ed essere chiamato, È l’Eterno-Santo STESSO. Del tutto messo lì in modo isolato l’UNO, lo ‘Spirito del Signore’, che significa, che esiste appunto soltanto l’Unico Dio Creatore, l’Onnipotente, mediante il Cui SPIRITO, tutte le cose diventano [Ap. 4, 11] tutte le cose celesti e tutte le cose materiali.

108. Una Forma di Vita non si lascia dividere quando vuole conservare la sua esistenza. Così anche con DIO! Delle Forme assunte soltanto temporaneamente sono solo il ‘Mantello pietoso’ che nasconde ciò che il mondo degli esseri e degli uomini non può sopportare. Quindi il tronco è e su di lui riposa lo Spirito indiviso del Signore [Col. 2, 9]. Questo lo conferma la parola del profeta.

109. Oltre allo Spirito del Signore, in particolare l’Amore, che per la materia giunge al primo posto, seguono gli Spiriti della Verità e della Volontà accoppiati come Intelligenza, gli Spiriti dell’Ordine e della Serità come Consiglio e Forza, concludenti gli Spiriti della Pazienza e della Misericordia come conoscenza e come timore, che significa riverenza e non paura.

110. Così è conquistata una visione, con cui soprattutto Israele può risolvere una profezia in modo più celestiale che terreno. Ed i nostri amici romani arriveranno presto al ‘settuplo Spirito del Signore’, all’Onnipotente. Allora i vostri dei si sciolgono come fantasmi. Voi avete creduto di svilupparvi più in alto dalla nostalgia dell’animo. Sì, la ‘polvere deve di nuovo diventare terra’, mondo al mondo, finché trova l’ultima dissoluzione. Soltanto ‘lo Spirito giunge di nuovo in Alto a Dio, il Quale glielo ha dato [Prov. 12, 7]!’ Non guardate giù a coloro che non hanno ancora trovato Dio, ma si sforzano con diligenza di essere buoni. –

111. Oggi abbiamo avuto un Cibo celestiale, e per la Grazia rimane abbastanza tempo per ognuno di preparare il cuore, lo spirito, l’anima e la mente per ricevere il CREATORE, quando verrà da voi come il ‘SALVATORE’ . “ Simeone appare nel suo volto celeste, cosa che fa sempre molto stupire.

112. A Cirenio ora non importa più di niente che cosa pensano i suoi ufficiali. Abbraccia Simeone e si toglie una lacrima dalla guancia. Anche i romani lo ringraziano. Athaja dice: “Noi ti ringraziamo nel tempio, altrimenti arriva il mattino e non saremmo ancora andati via”. Questo fa suscitare una piccola allegria.

113. “Ciononostante ho ancora da preparare qualcosa di mondano”. Simeone si riferisce ad Emmaus e dice che non si deve vivere soltanto di miracoli, perciò il tribuno vorrebbe dare al tempio un manipolo di legionari, che domani mattina presto vorranno accompagnare due sacerdoti ed un carro di buoi ad Emmaus, affinché i sacerdoti rimangano risparmiati dai manigoldi delle strade, e che non venissero nemmeno attaccati dai ladri nei luoghi alti.

114. I romani e quei giudei, che non sapevano di questa faccenda, danno un dono del tutto spontaneamente, Pretario i talenti perduti, che si fa prestare dal tribuno. Le donne – un gesto particolarmente bello – si tolgono i loro gioielli. Questo le mette in una luce particolare. Delle ricche donne romane sacrificherebbero ad uno qualunque dei gioielli, se Cesare le lodasse per questo. Per una comunità diventata povera  ci sarebbe al massimo una piccolezza, ma non tutto, come fanno qui le donne, che certamente non possiedono molto.

115. L’orizzonte dipinge una striscia chiara, fine. Si fa giorno. Si lasciano tutti a cuore lieto. Cirenio sussurra a madre Anna: “Domani o dopo domani devo andare via; avrei visto volentieri ancora una volta la piccola Myriam”. “Simeone ed io te la portiamo qui, risponde la profetessa. Allora il fiero romano è molto felice.

 

[indice]

Cap. 16 / III°

Un carro caricato male - Gerusalemme invita Cireneo - Lui e la piccola Miriam

Arrivo dei due persiani e Simeone garantisce per loro, Cireneo compra, ma li tiene sott’occhio – Hanno delle carte di stelle che annunciano l’arrivo del re – Mirjam e Anna da Cireneo, i persiani verso il tempio

 

1. Nella quarta notte di sorveglianza si trovano due guardiani alla porta del tempio. Akkubo mormora: “Da noi le cose sono allegre! I nostri sacerdoti vengono presto a casa insieme alle donne; non mi piace il ‘via vai romano’. Chissà …” Taliman dice in modo rude: “Litigioso! Nel Cielo azzurro vedi nuvole; e quando scintillano le Stelle, per te è notte oscura”. “Aspetta!” Akkubo prende più saldamente la lancia. “Bene, aspettiamo!” Taliman passa avanti ed indietro annoiato.

2. “Una cosa è certa”, aggiunge, “sin dal cambio di occupazione le cose vanno meglio. Se i nostri superiori che sentono di che cosa si tratta, tengono l’amicizia con il tribuno Cornelio …” “mentre il popolo viene tradito, per stare loro stessi nel nido sano”, esclama malignamente Akkubo, “…no”, si difende Taliman, “il nido si mostrerà abbastanza grande, nel quale tutto il popolo possa trovare protezione ed aiuto.

3. Ah!” Sente qualcosa. “Rumori di zoccoli, arriva una piccola truppa”. “Eccoci! Giorno e notte sorveglianza! Se fosse possibile, ci volterebbero l’interiore nell’esteriore!” emette Akkubo. “A volte va anche bene”, lo prende in giro Taliman. “Non lo auguro a nessuno, ma dico anche come te: aspettare!”

4. Nel vicolo del tempio, sul quale si avvicinano alcuni ebrei che si riconoscono come i padri della città, il principe Ahitop, Hilkior e lo scienziato Galal, svolta ora una frotta di legionari, comandata da Venitrio. Arrivato alla porta, il comandante ordina ai soldati di aspettare fuori.

5. Va con gli israeliti nel cortile del tempio, dove sono già attivi i sacerdoti malgrado il breve riposo notturno, per caricare un grande carro. Dopo il saluto Venitrio, che ha più routine, indica sorridendo al carro: “Alla prossima svolta si rovescia”. Athaja, che anche lui ha aiutato, si aggrega alla risata e dice:

6. “C’è una differenza, caro comandante, se – uno come te –  marcia tutto l’anno con l’esercito oppure, come me, si serve un tempio. Posso avere il tuo aiuto?” “Volentieri!” Venitrio ingoia che non sarebbe mai partito con il carro distorto. Lui chiama due legionari ed all’istante tutto è scaricato e di nuovo caricato. “Ora c’è persino ancora posto per i vostri sacerdoti, affinché non abbiano bisogno di andare a piedi per la lunga via. Noi abbiamo i cavalli”.

7. I sacerdoti dell’alto consiglio Eliphel ed il sottosacerdote Merlot entrano nel cortile pronti per la partenza. In quel momento vengono legati ancora tre gioghi per dei robusti vitelli. Coperta con molti desideri di benedizione, parte la piccola carovana. Tutti guardano salutando, finché la successiva svolta del vicolo la sottrae al loro sguardo.

8. Gli amici si radunano per parlare della bella serata presso Cirenio, ecco che viene annunciato Forestus. Strano, ci si è affezionati ai romani; solo eccetto il Quirino ed il tribuno nessuno è loro così vicino come il comandante. Viene salutato con un bicchiere di vino.

9. “Questo non lo rifiuto. Preferisco il vino all’acqua, e quello locale è buono”. Forestus lo prende lo beve d’un sorso. Zaccaria lo avverte: “Bevi troppo in fretta, non è bene. Prima di tutto ne patisce il gusto, secondo … Forestus si asciuga la sua barba. “Secondo è più sano. Lo so! Solo che avevo proprio sete”. “Allora ti sia perdonato!” “Che cosa porti?” chiede Athaja.

10. “Sono arrivati i persiani. I loro nomi, anche tutto il resto è preciso. Loro hanno dei campioni che non ho mai visto. Sul lungo viaggio sovente non protetto non sarebbe bene, portare dei tappeti preziosi e cose simili. Loro vendono senza denaro, poi preparano la carovana, fino al cambio di confine sotto la guida persiana, poi chiederebbero la protezione romana. Il Quirino ed il tribuno hanno già comprato molto in anticipo.

11. Cornelio mi sussurrava: ‘Il nostro Simeone ha comunque ragione. I volti, comunicativi, impenetrabili, e – tutto il resto, ma tutto eccetto che commercianti.’ Il Quirino lascia domandare, se Simeone volesse venire subito. Lui ha spostato ora la sua partenza a domani presto, e si potrebbe organizzare una serata, che forse sarebbe da tenere nella vostra casa di città”.

12. Hasabra dice: “Se all’onorevole Quirino compiace, prego lui ed il nobile tribuno di essere miei ospiti. Naturalmente anche tu, e chi prevede il Quirino. Chiedo soltanto di comunicarmi il numero degli ospiti che posso aspettare dal tribunato”. “Già predisposto”, dice Forestus, “tutti quelli di ieri sera. Manca al massimo il maestro dei bagagli, costui avrà da fare per tutta la notte”.

13. Il superiore corre a casa, Simeone con Forestus nel tribunato. Quando il Quirino saluta Simeone, comincia Cornelio che osserva acutamente i persiani, coglie degli sguardi indecifrabili che si scambiano tra di loro. Ah, lo capirà. Ma questo - Simeone è semplicemente magnifico! Lui saluta benevolo come un regnante. I commercianti schizzano in alto. Simeone ha comunicato di non conoscerlo. In quanto dal comportamento sembra il contrario. Cirenio mette il suo braccio su quello di Simeone e dice con finta serietà:

14. “Delle guardie hanno fermato questi commercianti. Hai viaggiato molto e conosci tutti i paesi. Ti ho fatto pregare di controllare i loro papiri. Conosco bensì il persiano corrente; soltanto, i commercianti non mi sembrano tali malgrado il sigillo, la firma e la favolosa conoscenza della merce”. Lo siamo davvero”, assicura Schithinaz, “e …” Il Quirino blocca le chiacchiere.

15. “Ti trovi su territorio romano. Quando io, il Quirino di Cesare, parlo, hai da tacere! Io ritengo la vostra intenzione per un’altra, come certamente quest’uomo vi scoprirà. Ecco”, porge a Simeone i rotoli, “spiegami chi sono gli stranieri e che cosa vogliono”.

16. I persiani sono imbarazzati. Dire il motivo della loro venuta può costare molto, anche se Augusto si chiama il ‘Cesare di pace’. I suoi legionari e funzionari occupano molti paesi in lungo ed in largo. Le Stelle hanno rivelato da tempo ai loro sapienti che il romano otterrà molto, ma non la metà della meta prefissa; e ciò che è stato ottenuto, lo disperderà il vento.

17. Ma è ancora al potere Augusto, ancora non viene tollerato nessuno accanto a lui. Perciò vogliono indagare, dove e quando ‘arriva l’Alto Re’. Simeone ferma il pensiero: “I vostri rotoli sono a posto, secondo il sigillo. Certo – lo Scia vi può scrivere qualsiasi rotolo, non è vero? Ed i saggi, che vi hanno inviato, non avevano nulla da pagare perché nel vostro paese sono gente rispettata.

18. In generale avete fatto bene a nascondere le vostre mete. Ma ora che siete giunti nel luogo, cioè in quel luogo, che per voi è quello giusto, e presso le persone che conoscono la giusta informazione, potete sollevare i vostri veli”. Simeone intende l’intenzione; perché non potevano tenere i veli da turbante. Egli aggiunge:

19. “L’origine di quelle immagini dei vostri astronomi si trovano in Gerusalemme; sono proprietà del tempio”. I due persiani inviati fissano sconcertati Simeone. Evidentemente, anche per gli occhi di diffidenza romani, il loro sconcerto è autentico. Mithra-Bosnai, il più giovane balbetta:

20. “I nostri saggi non hanno detto che si trovasse il re che dobbiamo cercare. Loro presumono, che egli verrà entro quattro-sette anni. Ora incontriamo …” Il più anziano, Schithinaz, toglie la parola all’altro: “Vogliamo parlare del nostro incarico. Ma quello che voi, ricchissimi patrizi, comprate da noi, verrà consegnato”. Si inchina profondamente dinanzi a Cirenio . “Appena possibile arriva la carovana commerciale. Se possibile, ci siamo anche noi, dato che conosciamo i compratori”.

21. “Speriamo!” “Chiedi a questo Re”, Schithinaz s’inchina fino al suolo, “egli deve essere COLUI, di cui i saggi dicono che non avrebbe bisogno di nessuna visione delle Stelle per sapere, di quale spirito siano i figli degli uomini ed egli saprebbe anche, che cosa succede al di fuori del mondo”. Questo è detto in modo così determinante, che ai romani viene il pensiero che Simeone potesse essere il Re cercato. Soltanto – di quale paese? Un Re al di fuori dalla Terra - -?

22. Intorno alla bocca di costui passa un fine sorriso. “Sbagliato! Per togliere a voi ed ai miei amici”, intende i romani, “ogni errore, sia detto: I vostri saggi hanno detto bene, perché credono nell’UNICO DIO dell’Universo, convinti dalle ‘immagini del Cielo’, che hanno trovato nella vostra casa del tesoro.

23. Queste sono state disegnate cinquantasei anni fa da un sacerdote in Gerusalemme ed erano proprietà del tempio. Io non sono il Re che cercate. Egli arriva fra sette anni. Io sono il Suo principe mandato prima. Perciò devo essere equipaggiato con ciò che fa di me un Araldo, così anche la ‘panoramica’, per cui mi era facile annunciarvi ieri”.

24. “Precisamente!” strombazza a pieno tono Forestus. “Pure così”, continua di nuovo Simeone, “non ho bisogno di spezzare il guscio del vostro essere per levare il vostro nocciolo. A te, mio Quirino, se sta bene, parliamo del tutto questa sera; e gli amici del tempio che riguarda soprattutto loro, ascoltano subito. Nel pomeriggio vengo qui per mezz’ora con madre Anna e la piccola-Myriam”

25. “Accettato!” dice Cirenio, ed ai persiani: “Voi siete i nostri ospiti. Quanto volete fermarvi?” “Dipende dalla riuscita”, risponde Schithinaz. “Sembra che potremmo tornare presto a casa. Ma a te, principe del futuro Re”, si china di nuovo, “chiedo in umiltà: Aiutaci; perché se lo può fare qualcuno, allora chello sei solo tu!”

26. “Vi aiuta il Cielo, perché siete usciti per cercare ‘la traccia di Colui che Viene’. E quando l’avete trovata, allora volete seguire le parole dei vostri saggi”.Gli occhi di Mithra-Bosnai splendono chiaramente: “Siamo nel ‘paese delle meraviglie dello Sconosciuto’. Credo anche se non L’ho visto!” [2. Cor. 5, 7]

27. “Vera fede! È facile accettare qualcosa nella visione; ma soltanto per la sensazione, per questo ci vuole la buona volontà, che purtroppo manca sovente. Voi l’avete portato con voi, quindi raccoglierete la sua benedizione”. Domanda direttamente al Quirino: “Sei d’accordo, se ti accompagno per un pezzo?” Il romano diventa rosso dalla gioia e deve di nuovo abbracciare il ‘suo Simeone’. “Tu sai quanto mi costa questa separazione. Oppure ti risulta qualcosa dove ho bisogno del Cielo, perché questo mondo – così sovente – fallisce?”

28”.Veramente no”, viene calmato. “Ricordati, amico mio: “Un decorso, come se tutto andasse per il meglio mondanamente, è un clemente Miracolo come l’uomo non comprende quasi. Ora – volevo darti la gioia; serve inoltre per rinsaldare la tua via”. “Sia ringraziato Iddio, l’UNO, l’eterno Creatore dell’Infinito, come tu LO hai insegnato a riconoscere”. –

29. Il pomeriggio riserva una gioia. Myriam chiama del tutto da sé il Quirino ‘Padre Cirenio’ e Cornelio ‘mio grande fratello’. Costa molto rispettare l’indicazione di Simeone, di non coprire la bambina con dei doni. Quando arriva una grande cesta piena di torte, i suoi occhi brillano come due Soli. Essa dice: “Caro padre Cirenio, posso portare la cesta con me nel tempio?”

30. “Myriam”, la rimprovera Anna,”da quando mendichi?” “O no, buona donna”, le toglie la parola Cirenio, “comprendo che vuoi educare Myriam. Ma lei ha chiesto solo. Facci sentire che cosa vuole. Quindi Myriam”, alza la bambina sulle sue ginocchia, “questo è troppo per te. Per chi la vuoi?” Myriam dice da birichina: “Oh, per tutti i bambini. Madre Anna dovrebbe distribuirle, e volevo dire: ‘Questo l’ho portato io per voi”.

31. Simeone deve trattenersi per non portare la bambina con sé ovunque andrà, com’è venuto: improntato dalla Luce, senza nascita mondana e morte terrena [Gen. 5, 24], affinché la ‘sua Pura’ non abbia da percorrere nessuna dura via del destino nel mondo. Ma per il loro ALTO SIGNORE ambedue sono usciti, la principessa della Misericordia da umana, il principe per preparare la via del Cielo, come altri più tardi possono aprire la via della Terra.

32. Nel frattempo Cirenio diceva: ”Madre Anna, Myriam fa onore alla tua educazione”. Anna accarezza la ‘sua bambina’. Cirenio fa portare due ceste nel tempio, uno stracolmo con buoni frutti. Purtroppo c’è ancora molto da fare, affinché alla sera rimangono ancora un paio d’ore. –

33. I persiani visitano Gerusalemme. Schithinaz si volta sovente e sussurra: “Mi sembra persino troppo magnifico. Appena arrivati, e dobbiamo già aver trovato il luogo che i nostri saggi hanno visto dalla stella?” “Ciò che mi convince”, dice Mithra-Bosnai, “è l’assoluto sapere di questo – ha, come lo chiamano? – dell’ultraterreno? Ha un aspetto così umano; ma non ho mai incontrato un uomo del suo genere. Aspettiamo la sera”. Dice Schithinaz frettolosamente:

34. “Non consegno le immagini! Ci siamo garantiti”. “Se il tempio, come si chiama quell’edificio fastoso”, Mithra-Bosnai lo indica, “è il proprietario, e dubito che possiamo dimostrare il contrario, non ci rimane altro…” Fa un salto di pensiero: “I romani sono amici di questo Simeone. Il Quirino può comandare di consegnare le immagini. Prima era stato severo con noi. In genere – non ti sembra semplice il nome ‘Simeone’? Lo si sente ovunque in questo paese”.

35. “Veli, veli, amico”, risponde Schithinaz. Ah, se il romano ci prende le immagini, lo deve sigillare sette volte, affinché siamo creduti. Il mio presagio non ingannerà, perché non succederà diversamente. Soltanto, come, non lo so”. Lui ride un poco sulla sua curiosa parola.

36. “Lui era coscienzioso, non severo, e questo, diamine, lo deve essere. Non vorrei trascinare il suo peso. Di per sé ha un aspetto umanamente molto gentile. Lui voleva catturarci con la severità. Mi è venuto in mente più tardi, quando tramite questo Simeone è quasi diventato premuroso. .

37. I romani hanno agito gravemente nella Giudea; da altre parti non deve essere stato così grave. In tutto e per tutto possiamo essere soddisfatti del nostro successo di oggi, venderemo anche ancora molto”. “Lo pensi?” dubita Mithra-Bosnai. “I giudei mi sembrano ben poveri; dei romani che possono far saltare dei talenti, ci sono soltanto i pochi presenti; ed i sacchetti delle truppe hanno quasi sempre un grosso buco – sotto!” Schithinaz si difende:

38. “Per quello che abbiamo venduto finora abbiamo già bisogno di cinque cammelli. Il Quirino ordina ancora per Cesare. Avremmo fatto un buon affare con cinquanta colli da cammello. Ce la faremo, senza tante storie”. Valutano ogni particolare, farnno sosta anche in una taverna, per vedere molto ed anche per sentire molto di ciò che viene detto in generale.

 

[indice]

Cap. 17 / III°

Della Vita, la Legge della Vita e di ‘Dio come Re e come mendicante sul mondo’ - Una santissima Predica di Dio

Ulteriore incontro delle comunità religiose con i romani – Simeone presiede e insegna – Spiegazioni sulle S.Scritture relative al Veniente, quale Bimbo, Re, Povero – Alleanza di Dio, sul caduto, e sul suo ritorno – I romani lodano Dio e Zaccaria prega, così, attraverso Simeone si manifesta il Padre, confermando Simeone quale settima Fiaccola e invitando tutti a tendere al Regno della luce

 

1. Hasabra e Josabad preparano le due camere, che erano di nuovo assegnate a loro da Cornelio. I romani vengono volentieri, persino Nestur, che si è molto sbrigato. “La fortuna era con me”, dice a Forestus. ”È mai riuscita una partenza senza incidente?” “Oggi puoi lasciare a casa la fortuna”, lo ammonisce Forestus. “Non hai capito di che cosa si tratta?” “Non si può obbligare di voltarsi dall’oggi al domani. L’invocazione dei nostri dei ci è cresciuta in bocca”.

2. Si aggiunge il commerciante Samnus. Per lui era importante fare degli affari con i persiani; ma deve constatare che il mondano questa sera sta davanti alla porta. Il tema di base è nuovamente il ‘Dio Uno’, inoltre la nuova domanda: Che cosa significa che Dio è un Re? Che i templari qui hanno la migliore intenzione, non è da meravigliarsi; ma quando un Cirenio e un Cornelio sanno dare una buona risposta, questo è da mettere in evidenza.

3. “I nostri pensieri sono soltanto dei mosaici; il Cielo saprà se li può usare per l’immagine. Simeone, parla tu, allora non abbiamo bisogno di cercare la Verità”. “Detto bene!” Zaccaria batte il tribuno sulla spalla: “Caro amico, anche se i nostri frammenti non sono tutti giusti – per lo spirito di Luce è facile”, indica Simeone, “inserirli nell’immagine o nella cornice”.

4. La Luce sorride: “Dio ha un paterno Compiacimento di voi, che ora avete lasciato il mondo alle vostre spalle. Oh, tutto si può usare, anche se certe cose devono ancora essere smussate. Allora si deve formare, limare, tagliare, piallare, a volte persino spezzare.

5. La libera fede è una maestosa opera d’arte la quale non può sussistere senza la visione complessiva. Non fa male quando cadono dei trucioli. Un buon esperto raccoglie i pezzi grossolani e cerca di produrre di loro delle cose piccole. Soltanto il rifiuto viene gettato in una fossa. Ma persino questo non va perduto; perché la terra coglie il rifiuto. Osservate ciò che deve significare.

6. Si dovrebbe presumere che per il Creatore queste bagattelle siano secondarie. Ma no! DIO è tutto – Creatore, Sacerdote, Padre, Pastore, Agricoltore, Giardiniere, Commerciante, Scultore ed ancora molto di più. Quello che Egli quindi non può impiegare per una cosa, Gli serve facilmente per un’altra. Pure il rifiuto viene impiegato, anche se per ora come un fertilizzante del Campo della Creazione.

7. Chi sente del Creatore, ma non Lo riconosce, viene messo come rifiuto nella ‘fossa del mondo’. Non ve lo getta DIO; Egli ne cava anche l’ultimo truciolo, per fare di ciò quello che era prima: La Sua creatura figlio! Qualcuno di voi domanda preoccupato: ‘Anch’io sono un pezzo di rifiuto?’

8. Da Parte del Creatore tutti gli esseri viventi sono creature figli, e nessuno cambia le Sue Opere. Indipendente da questo ognuno può fare di sé quello che vuole; soltanto una cosa non la può fare: uccidersi!” Pretario chiama: “Alt, io contraddico!” “Alla tua contraddizione Simeone contraddirà decisamente”, dice Marcello, che era stato trasformato da Cornelio. Simeone annuisce a lui riconoscente, ma dapprima permette a Pretario di esprimersi. Costui dice:

9 “”Cito dei suicidi. Finora ho pensato: Ogni defunto è morto. Certo, attraverso la fede di Simeone è guizzata in me una lucetta, che con la morte ci sono certe vie e più avanti magari la vita continua. Dei suicidi si tolgono la vita; costoro, come lo devo dire, la rigettano davanti ai Piedi del loro Creatore. Loro non meritano perciò per nulla una continuazione della vita. Perché se qualcuno mi regala qualcosa ed io gliela rigetto disdegnato, allora non sono degno del possesso”.

10. “Sarebbe un problema”, dice Athaja. Invece Galal, il cui zio si è tolto la vita a causa di un avvenimento terribile, non per colpa sua, dice agitato: “O esiste una vita dopo la morte oppure no. Se c’è la Grazia, perché non per tutti?” Quegli amici che conoscono il suo destino, comprendono il dolore di Galal. Simeone guarisce la ferita con una buona parola:

11. “Pretario ha riflettuto; soltanto che non è da considerare in questo modo, che dei suicidi non possano continuare a vivere. Non riguarda nemmeno la dissoluzione dell’essere, né un’esistenza incosciente. Certo, senza la Grazia di Dio per tali anime esisterebbe soltanto la dissoluzione, in più per il loro proprio bene.

12. Il Creatore, che è Primordialmente la VITA, non toglierà l’esistenza a nessun essere che finisce tramite il suicidio. Soltanto loro vivono per un certo tempo come incoscienti, ma percepiscono la loro colpa, come un uomo può sentire nel sonno la malattia del suo corpo. Se un’azione di suicidio è stata pagata nel massimo, che è soltanto possibile tramite la Grazia di Dio, allora tali anime arrivano di nuovo nello stato di veglia ordinario.

13. Fra questi contano ancora le prostitute, crapuloni, assoluti infedeli e maligni. Invece quelli”, a Galal va uno sguardo pieno di consolazione, “che senza colpa per un veemente dolore, per insopportabile peso, si tolgono la vita, si trovano sotto la Misericordia. Certo, un’autentica fede non permette quasi un tale smarrimento, anche se su un cuore umano cadono grandi pesi.

14. Ecco – per motivi diversi – se la via attraverso la materia si lascia sovente adempiere con difficoltà, la Misericordia è la Legge suprema del Giudice! Le anime smarrite vengono perciò coperte soltanto per un poco, mentre ritrovano la vera Vita. Quindi nessuno può togliersi da sé la Vita ed in questo senso non esiste nemmeno la morte”. [1. Cor. 15, 55].

15. “Ci volevi dire del Re che Viene”, lo ammonisce Cirenio, che deve essere considerato come GOVERNATORE. Se viene come un Tale come tu Lo hai annunciato, allora Egli avrà dei nemici, prima che nasca”. Il romano non sospetta, quale Verità ha pronunciato, Simeone annuisce seriamente e pesantemente:

16. “Amico, la materia è sempre un nemico della Luce! Dato che Egli oltre alla Regalità maestosa [Salmo 10, 16; Isaia 6, 5] prende su di Sé la quasi mendicante povertà di una Terra [2. Cor. 8, 9], Lo si odierà anche doppiamente: gli alti perché è Re; gli inferiori perché è il Povero, i grandi temono la Sua Maestosità, la Sua Superiorità; ed i piccoli dicono: Un Povero non ci serve; che cosa farà contro gli alti? – E comunque - -

17. Dal momento che è ambedue, Egli aiuterà ambedue! Come eterno, alto Spirito UR Egli è Re; il corpo vale come mendicanza della materia. Come hai detto giustamente, mio Cirenio, Re significa ‘Governatore’ e non ha nulla in comune con un re terreno. In modo trascendentale, trasmesso dall’Empireo, Re significa unicamente il CREATORE nella Sua molteplice Essenza. Il mondo si è fondamentalmente prestato la parola ed i re di questo mondo scompariranno un poco alla volta”.

18. Chiede Nestur: “Chi regnerà un giorno? Senza reggimento un popolo decade!” “Più avanti si formeranno altre parole, senza che nulla cambi davvero. Ma nulla influenza la Meta di Dio, di riportare nella Luce i perduti, nemmeno ciò che il Creatore Stesso chiama RE. Non un Re, amici, no – l’Unico verace, che esiste!” [Re Ariel, Z. 37 e 30].

19. “Alla Sua Venuta dovrebbe nascere almeno come Figlio di un Re”, mette Nathan sul dibattito. “Già è vero; ma dove?” chiede Ahitop. “Se Egli nasce qui, come rivelato, esiste al momento soltanto l’Erode. La sua – “il principe mormora ‘spelonca da ladri’ - è impensabile!” anche Hilkior brontola. “Dei regnanti forestieri non sono quasi da prendere in considerazione. Com’è dunque da intendere?”

20”. “ual modo terreno”, chiede Simeone, sarebbe solo la ‘paglia’ nella sua culla, degna abbastanza, che EGLI vi si lasci coricare? Egli non ha bisogno di una nascita principesca, per diventare poi un Re! Egli non sarebbe nemmeno un povero con i poveri, se la Sua Culla si trovasse nel palazzo. Egli porta con Sé il titolo di Re; il meraviglioso Re della Ricchezza e della Magnificenza assume temporaneamente il mendicante - - soltanto per via delle creature figli per Pazienza, Amore e Misericordia.

21. Soltanto che, EGLI era anche un bambino! Non aveva bisogno di farlo per Sé per ottenere qualcosa che altrimenti Egli non potrebbe ottenere. Allora Egli sarebbe uno che ‘Diviene’, come le creature malgrado l’esistenza ‘divengono’, si perfezionano, mentre la divinità UR in ogni Sua Essenza e nelle Sue Caratteristiche, è sublimemente perfetta! [Matt. 5, 48]

22. Con la Sua Venuta non aumentano né le Sue governative Magnificenze né il Suo Essere. Lui fa tutto per Lo-Ruhama, dalla Fonte della Mezzanotte, all’afflusso della propria Onnipotenza di Luce. La cosa più importante è il Suo morire! Con ciò è molto da considerare: Al di fuori dall’Empireo dimora la povera lontananza; al di fuori di Gerusalemme si svolgono Nascita e morte. –

23. Secondariamente questo significa: Lo si amerà tanto meno in Gerusalemme come attuale punto di raccolta dall’Oriente, come pure tanto meno la maggior parte degli uomini vogliono conoscere il loro Creatore. E ciononostante Egli vi porta dentro la Sua Luce! Niente e nessuno è in grado di ostacolare il Raggio della Sua Luce, meno ancora di estirparlo. Penetra fino all’inferno più profondo!” [Salmo 139, 7-12]

24. Allora Schithinaz chiede: “Tu dici che non esiste nessuna morte. Come mai il Creatore può morire? Noi crediamo solamente alla trasformazione”. “Credete bene. Bada: Dio non prende su di Sé la morte per via di Se stesso. Come Egli Si sceglie l’essere fanciullo, per rendere facile a tutti coloro che non sono ancora bambini, la via verso la figliolanza, così la morte, per vincerla per tutti coloro che sono caduti nella morte dell’anima. La Sua morte è il simbolo più santo, come può essere compreso totalmente soltanto nella Luce.

25. Con la morte soltanto corporea Egli fa saltare l’ultima porta della materia che viene tenuta chiusa con violenza. Oltre a questo il Suo Atto di morte è diverso da quella che degli uomini, anche se ha la stessa apparenza. Perché

La Sua morte è il Sigillo più sublime di Vita per tutti nella

Luce e nell’oscurità!

Nella nascita di fanciullo di Dio e la morte terrena riposa la meta messianica, per vincere la figlia di Luce precipitata SADHANA (originariamente di nome Satana) nel Sacrificio, sul gradino della precipitata, su cui a Lucifero non rimane nessuna via d’uscita”. Pashur dice metà interrogativo:

26. “Il Messia è destinato al nostro popolo. Certo …” Cornelio aggiunge: “Se il Dio qui a noi rivelato è l’Unico verace, allora dimmi: Sarebbe degno del Dio, di produrre un tale dispendio per un popolo così piccolo? Ve Lo concedo; soltanto – sarebbe certamente meglio di non escludere nessun uomo dalla Grazia, che il Cielo fa piovere giù.

27. Guardate”, si agita, “il Sole e la pioggia non chiedono, se siano utili anche al cattivo [Matt. 5, 45]”. “Bravo!” Marcello batte le mani e salta formalmente in aria. Si riconosce volentieri l’esempio, benché alcuni ebrei siano attaccati alla loro fede tramandata. Mithra- Bosnai dice: “In Persia abitano molti buoni uomini. Che cosa ne possono che non hanno ancora l’annuncio di un Unico Dio?”

28. “Giusto!” Simeone tira di nuovo le briglie. “Sin dall’inizio esisteva la fede in Un Dio. Con l’aumento e la diffusione degli uomini si è conservata solamente in coloro che dimorano sulle Alture della Mesopotamia, presso i sumeri (popolo della Babilonia del sud) e degli antichi caldei, dalla cui casa principesca provenivano i genitori della sirpe degli ebrei: Abramo e Sara.

29. Coloro che più tardi non imparavano a conoscere Dio, sono perciò senza colpa. Come rimarrebbe la Misericordia, di escluderli dalla Salvezza della Grazia, se Egli non liberasse nemmeno una volta i credenti miscredenti? Se Egli ha detto: ‘Io farò Grazia a chi vorrò fare Grazia, ed avrò pietà di chi vorrò aver pietà’ [Es. 33, 19], allora uno mi deve dire se vale per coloro che Dio chiama soltanto dalla fila!

30. Non riguarda nessuno per cui Dio è clemente! Ma che dei maligni hanno da percorrere la loro difficile via, è certo; ed appunto questa è GRAZIA! Quanto più riguarda coloro che non hanno ancora nessun annuncio di Lui”.

31. “Perché esistono così tanti pagani?” chiede Jissior. “Questo ha già il suo senso”, gli viene risposto. “Anche se non in prima linea, ai credenti è però indicato, che Dio è il Padre di tutti ed una fede serve poco, se non ha buone opere [Giac. 2, 17]. Un bravo pagano è più vicino a Dio che uno che Lo loda con la bocca”. [Ap. 7, 9; 24 – 26 ed altri].

32. “Rifletto su qualcosa che non vuole cambiare ciò che è stato detto”. Il medico si passa sulla fronte. “La nostra intera Rivelazione parla di un Dio, come Simeone ieri con il nostro alto oste”, si inchina dinanzi a Cirenio, “ha annunciato. Ma alcuni profeti testimoniano del Figlio.

33. Oso domandare, se l’Onnipotente Si – hm – genera un Figlio come Messia ‘prima della chiusura della Porta’. Egli dovrebbe aver formato già da tempo questo Piano. Mi stupisce però, che Dio nella Creazione di tutte le cose ha parlato soltanto di Sé e mai del ‘Suo Figlio’”.

34. “Anche questo non è un problema, per diventare vacillante”, spiega Simeone. “Fate di nuovo attenzione: Figlio = ‘Atto generato da Dio’; giusto = compiuto al Posto del Figlio’! La riparazione della grande caduta spetta alla prima figlia di Dio, che ha perduto la figliolanza e la Luce [Luca 15, 13 – 14].

35. Dato che non possiede niente con cui verrebbe reso possibile un ‘Riscatto’ del perduto, subentra per lei, che ha oltraggiato nell’ostinazione, l’ESPIAZIONE, che l’Onnipotente ha previsto nel Raggio di Luce del Suo AMORE. Dovunque sorge la parola ‘Figlio’, è inteso l’Atto d’Espiazione, che Dio Stesso appunto compie, perché Egli vuole redimere tutti i caduti, per elevarli a Sé. Devono diventare ciò che erano, come l’ho già rivelato.

36. Il Figlio è il Principio salvifico, predisposto dall’Onnipotenza [Ebrei 9, 12] quando Sadhana ha perduto la Luce. ‘Prima della chiusura della Porta’, Obadnia, sta la materia, anche se secondo il vostro calcolo dura ancora molto. Il Calcolo di Dio si chiama LONGANIMITA’, che estende il Cielo come una pelle sottile!” [Isaia 40, 22] Il medico stringe la mano a Simeone: “Ora mi è caduto una pietra dal cuore; tutto il resto mi era chiaro. Ci hai davvero portato la Luce di Dio”. “Lo fa la Sua Bontà”, dice molto soavemente Simeone.

37. “Posso domandare?” si annuncia Samnus. “Ognuno può”, lo incoraggia Zaccaria. “Non sono così intelligente. “Non fa niente”. “Ora – mi è inspiegabile il perfezionarsi gradualmente. Noi uomini siamo fatti dal Dio Perfetto. Quindi ciò dovrebbe esistere anche in noi. Se mi osservo, non si parla di un divenire perfetto, per non parlare della perfezione. Ciononostante l’uomo è la creatura più perfetta. Qui non riesco a seguire”. “Nemmeno io”, esclamano altri.

38. “Non è proprio difficile”. Un sorriso di Simeone. “Permetti, se ti scelgo come esempio?” “Me? Come mai? Io non sono …” un buon esempio, vuole dire. “Vedremo”, interviene Simeone. “La natura interiore ed esteriore dell’uomo è perfetta anche nella materia. La figura originaria nello spirito e nel genere consiste nella Luce.

39. L’uomo – non soltanto del vostro mondo – secondo il suo luogo di vita è perfetto in sé. Ognuno si può preservare, ma può anche diventare cattivo in seguito alla libera volontà. Il buono approfitta coscientemente per se stesso della perfezione, condizionata all’operare, ricevuta senza aggiunta, ma deve conquistare questa sulla via della sua libertà di volontà pezzo per pezzo come proprietà altamente personale.

40. Che questo non avviene così, è senz’altro, comprensibile; deve essere illuminato quale scopo vi è collegato. Intanto la personale perfezione si sviluppa, il ‘di-nuovo-voler-essere-uno’ con il Creatore generato da se stesso. Questo si riferiva anche a quel tempo di Luce prima della caduta, dove non esisteva ancora nessuna lontananza da Dio. Ciononostante anche allora valeva già questa Legge di base, che era e rimane una parte principale della Condizione di Vita UR.

41. Dio crea ciò che Egli vuole [Salmo 115, 3] – nella Perfezione UR! In ciò giace il ‘divenire delle creature’ come espressione del perfetto. Crearle, renderle perfette dal punto dell’Opera di Creazione e sottoporle comunque al mutabile, era il Culmine del Potere e della Magnificenza creativa.

42. Chi riconosce questo, il suo spirito diventa perfetto condizionato all’opera. Ma anima e mente percepiscono il loro ammanco. Da ambedue risulta una spinta che conduce alla propria perfezione. Raccomandarsi in ciò alla Bontà di Dio significa: ‘A te, uomo, è stato detto, quello che è bene e che il Signore pretende da te, e cioè osservare la Parola di Dio ed esercitarti nell’amore ed essere umile dinanzi al tuo Dio!’ [Michea 6, 8]

43. Questo lo riferiamo a Samnus. Nessuna paura”, sorride Simeone, quando costui diventa imbarazzato. “Vale per ognuno che è seduto a questa tavola, benché ognuno ha una propria impronta. Tu hai pensato per tutta la vita al tuo affare. Hai osservato la norma e credevi così di aver adempiuto la pretesa di Dio. Oggi ti sei reso conto del contrario, eccetto delle elemosine che hai dato, anche se misurate nel piccolo. Dei difficili anni di crisi vengono riconosciuti come scusa. Ma ricorda, che il Cielo calcola in modo diverso.

44. Hai fatto ancora una cosa contemporanea. Sei venuto qui, per concludere un affare con i persiani. Quando hai notato che nella nostra società c’erano altre cose, più alte, all’ordine del giorno, allora hai fatto della tua importanza una nullità. Ora guarda, questo ti viene tenuto molto in conto e qualcuno può imparare da te. Così per esempio questo:

45. Alcuni vogliono lasciar cadere malvolentieri il Messia, il quale viene per loro come Aiutante e Redentore, mentre – volendo il bene – la Redenzione è più rivolta all’esteriore che al puro interiore. Ma DIO salva soltanto le anime! Quindi ci hai dato un buon esempio, Samnus, se tu, come tutti, hai ancora da imparare e da deporre delle cose.

45. Chi ha la volontà di formarsi all’azione, il Signore lo eleva da tutto l’imperfetto nella perfezione, dall’imperfezione nella Sua santa Perfezione! Certi dicono ‘io voglio’, e con ciò cedono la loro volontà. Se si chiede: Volete solo mangiare, bere o dormire, oppure lo fate?, nessuno avrebbe una risposta. Se dovesse giungere allo scambio il ‘per sé’ con il ‘per Dio’, allora per molti le cose starebbero estremamente male.

46. Il cuore di Luce si ribella contro tutto il materiale. Io faccio come voi; ma il mio interiore lo deve subito spiritualizzare. Per me d’altra parte non è difficile, tuttavia questo, non essere sempre un principe del Cielo! Lo copro, per voi siete capaci soltanto per contatto naturale, di scambiare il vostro mondo per il Cielo di Dio. Se io fossi da voi come puro angelo, molto non rimarrebbe conservato in voi a lungo. Come mai questo?

47. “Me lo posso immaginare vivacemente”, dice serio Cirenio. “Anch’io sono imperfetto”. “Tutti!” esclama il giudice Thola, “se più, se meno. Dio non lo cinsidera differentemente, Oppure è diverso, caro Simeone?” “No! Se Dio volesse calcolare secondo il vostro Log (la misura più piccola) e Gera ((il grammo più scarso), allora delle persone cosiddette buone non potrebbero susstere con precisione”.

48. “Te lo cavi meglio”, sospira Chol-Joses, “sei dalla Luce, e la tentazione scivola via da te”. “Me lo invidi?” “Tu vedi il mio cuore e lo devi sapere”, dice semplicemente l’uomo della scuola! Ma non è così semplice come lo pensi, essere dal Cielo e vivere come un uomo, ma non essere un uomo.

49. Dio limita all’estremo il fare Miracoli nella materia, perché con ciò l’uomo muta di meno. Lui, la creatura più naturale, per la Sapienza è legato al naturale, ed i miracoli che qui si svolgono sono quasi sempre da comprendere nell’aldilà. Il mio servizio è anche un altro.

50. Voi ammettete che la Venuta di Dio riguarda la totale Redenzione della materia, conoscete anche il male come Thopheth e così via, ma sapevate poco sul suo modo d’essere. Ora ciò a cui si riferisce il mio servizio: Ogni principe del Cielo era già stato nel mondo, anche in altre regioni, come tutti gli uomini incarnati. In ciò la loro Luce stava in prima fila.

51. Lucifero, come si chiama Satana, non poteva vincere nessun principe. Non perché il Regno di Luce domina, ma perché le Caratteristiche nei portatori diventavano vincitori. Questo opprime gravemente Satana. Lui credeva, che degli incarnati si sarebbero vinti facilmente. Ma dato che questo non riusciva, desiderava che uno spirito di Luce dovesse venire senza corpo terreno, allora avrebbe conquistato la piena vittoria. Questo gli è stato ma concesso; non per via del desiderio. La RIVELAZIONE DI DIO giace nella Bilancia della Creazione!

52. C’è ancora quello da ricordare, anche se per voi un po’ difficile: Nel grande Anno della Creazione dell’Azione i primi Giorni sono già compiuti eccetto al resto del sesto Giorno. Ogni dominante (principe di Luce) dei Giorni è entrato nell’oscurità come uomo, prevalentemente nel vostro mondo. Il settimo Giorno della Misericordia seguirà soltanto dopo la Redenzione della caduta, per cui il Principe del Sabato della Creazione non ha bisogno di venire come Uomo in questo mondo. Con ciò è legato il desiderio di Satana.

53. In un tempo antecedente ed in altre regioni della materia ero all’azione con i miei fratelli e le sorelle, per distaccare pezzo per pezzo dalla materia. Quello che in questa via viene in aiuto al caduto, non lo può nemmeno afferrare l’intera schiera di angeli. Ma tutti cooperano diligentemente.

54. Satana voleva distruggere la Misericordia – con gli altri Raggi non gli era riuscito. Su di lei e come su di me giunge al mondo, spezza l’ultima tempesta d’inferno. Ma questo non calpesta ancora la ‘testa del serpente’ [Gen. 3, 15]. Questo rimane lasciato al Sacrificio del Creatore. Quando questo sarà compiuto, nel Cielo riecheggerà un limpido canto di lode e di gloria. L’Onnipotente è il Vincitore, che conferisce ai fedeli la Sua Vittoria,”

55. Forestus dice con riverenza: “Oh, la tua fede è la più alta che ho imparato a conoscere. Tu sei l’ultima mano del tuo Dio, che Egli offre ad ogni uomo. Ed io – io – ne faccio pure parte e – “ Inghiotte più volte. Il suo amico Rochus completa la sua frase: “Anch’io! Ed io glorifico a voce alta il Dio sconosciuto, il Quale Si è fatto ora conoscere tramite Simeone”. Gli ebrei si sentono quasi svergognati. È mai stata trovata una cotanta fede in Israele? [Matt. 8, 10] Si stava sempre seduti alla mangiatoia del Cielo, e quante volte tutta l’Israele l’ha disdegnata.

56. Allora prega Zaccaria: “Oh Signore, eterna Onnipotenza ed Amore paterno! Signore, Signore, come vogliamo ringraziare per la Tua Grazia? Certo, la più compiacente gratitudine è autentica fede, una buona azione, l’osservazione dei Comandamenti. Simeone ha detto il vero: Noi vogliamo; ma il compiere? Il ringraziamento rimarrà sempre un piatto a metà, un mezzo bicchiere. Guarda, Ti prego, a noi con clemenza, aiuta i nostri amici romani, affinché siamo tutti ben preparati per ricevere TE, quando arrivi!” Commosso ognuno prega con lui.

56. Il volto di Simeone si è molto trasformato. La LUCE parla: “Chi va dal Regno nella materia, vuole mangiare la sua minestra di lenticchie. Quello che voi figli ne mangiate, lo togliete alla materia, con ciò una parte della misura della punizione ben meritata. Della vostra parte del Cielo date per questo il Pane di Grazia, il Vino della Misericordia. Ben per voi! Di questi doni la povera caduta guarisce e diventa sazia.

57. Io, il vostro Dio-Padre, porto la misura principale! Tramite la Mia settima fiaccola avviene l’ultima chiamata ad Israele, con ciò al popolo del mondo ‘Lo-Ammi’ (non il Mio popolo), ed a ‘Lo-Ruhama’ (la non benedetta). Vi sarà tutto rivelato e camminate da una Luce nell’altra. Ogni Regione di Luce è colmata dalla Mia Luce UR. Per Me ogni Giorno è anche come l’Altro [Salmo 139, 16] insieme alle Mie Notti, benché Io le nutra diversamente. Il Tutto si chiama

‘la Misura della Mia Bontà’ !

58. Se volete valutare questa Misura nel corpo e nella vita, non è sufficiente una Eternità di un Giorno di Creazione per ringraziarMi per questo. Ma l’adorazione, la riverenza, il servizio e l’amore vi conduce immancabilmente nel Regno di Luce, dove fiorisce l’eterna Terra, il REGNO TERRA. Chi vuole vivere eternamente, deve staccarsi dal proprio essere e lasciarsi piantare dalla materia nel Regno Terra.

59. Nel senso della Redenzione la Luce cade su tutti i mondi, allo scopo che traslati la povera lontana nella Mia ricca Vicinanza.

Perché dov’era il seme, là è il Raccolto!

Io ho sparso la Mia Semenza di Luce e di Vita, da cui tutto sorge, nel Regno Terra, dato che attraverso Simeone avete imparato a conoscere come Empireo. Perciò il Mio Raccolto sarà eterno!

60. Conservate in silenzio questa Parola nel vostro cuore, come il granello di semenza giace del tutto silenziosamente nella sua Terra. E quando viene il Mio Tempo, allora questa Mia Parola si adempirà in voi; e voi sarete Raccolto e la gente del Raccolto! Avete ricevuto molto, di conseguenza dovete dare molto. Da un granello di grano diventa una spiga, dalle spighe diventano i covoni, dai covoni diventa tutto un campo.

61. Io sono quel GRANO UNO! Voi dovete essere una spiga, e le regioni sono i covoni. Il Tutto è il Mio bel, grande Campo della Creazione. Io sono il Dio vicino, vi voglio benedire, come lo faccio in tutti i tempi. Provvisto con la Mia ricca Pace, potete diventare portatori di Pace interiormente ed esteriormente. Per ciò Io do

il Mio Amen!“

62. Non ci si vergogna di nessuna lacrima, che lasciano cadere gli occhi. Ci si dà il saluto d’addio con parole piane. Il Quirino ringrazia Simeone per tutto il magnifico e lo prega, di sacrificare la sua povera gratitudine al ricco Iddio. Egli dice, che domani mattina presto, due ore dopo il sorgere del sole, partirà. Senza che uno sapesse dell’altro, gli ebrei hanno portato dei piccoli doni, che consegnano a Cirenio.

63. Sulla via per casa Cornelio chiede delle immagini del Cielo, di cui si voleva parlare. Ah – Simeone lo ha dimenticato? “Per nulla! Soltanto la propria Parola di Dio era molto più importante che le immagini del Cielo, per quanto belle. Non vanno perdute”. “Noi rimaniamo”, s’intromette Schithinaz, “finché ritorna di nuovo Simeone. E – ora credo da me, che le immagini siano proprietà d’Israele. Come ci dobbiamo comportare ora?” chiede a Simeone.

64. “Sbrigate i vostri affari, fino ad allora sono già di ritorno. La faccenda viene chiarita alla presenza del tribuno”. Avrei anche volentieri visto le immagini”, dice dispiaciuto il Quirino, “Non passa l’anno”, lo conforta Simeone, “e sarai di nuovo in Gerusalemme; perché il tuo cuore ed anche i doveri ti riconducono per breve tempo. Allora recuperi ciò che hai mancato”.

65. “Questo mi soddisfa”. Al portale del tribunato c’è ancora un amichevole saluto. Poi ognuno va a casa con cuore colmo.

 

[indice]

Cap. 18 / III°

Il ‘Cavaliere bianco’ - Come cattura degli ammutinati ed aiuta Ascanio sulla buona via - Il nobile Quirino

Preparazione dell’esercito di Cireneo alla partenza – Simeone lo accompagna per giorni fino a Damasco, dove sventa un’imboscata con l’aiuto di invisibili giovinetti – Ne vengono arrestati ottocento e il loro capo è interrogato – Il traditore è Askanio che nonostante sia esortato a ravvedersi, prova ancora a ribellarsi, poi cede e viene affidato a Simeone, con cui torna in Palestina

 

1. La guardia del Quirino, due coorti, è stata comandata a Gerusalemme per la sera; il grosso della truppa è già accampata fuori città nelle tende. Il tumulto che è inevitabile con una tale partenza, non deve confondere i cittadini. Gli ufficiali della truppa e due centurioni sono ancora nel tribunato. Con i primi raggi del sole dei risuonano nei stretti vicoli; da lontano, dai campi, segue presto la riposta.

2. Questa volta, ognuno che può camminare e saltare, è accorso. Non attira soltanto lo spettacolo. Si ammette che sotto il governo di Cornelio si respira. C’è stata ancora assecondato qualche facilitazione da Cirenio. È un vero giubilo, che gli si attribuisce. Non è facile respingere le masse dietro alle mura, affinché possa essere creato abbastanza spazio per la cavalcata. Molti cittadini collaborano con forza e facilitano il comando nel proprio servizio. Si sono radunati anche tutti i superiori.

3. Anche Venitrio deve andare via con loro. Lui compare al portale con Rochus e Forestus. Anche Askanio esce. Il volto del duumviro appare come scolpito. Proprio ora sta passando un’ambulanza, con dietro legati i suoi cavalli. Ma lui non deve cavalcare, non deve comandare al posto del Quirino! Le ossa delle sue mani spuntano bianche. Che commedia miserabile! Non ammette che ha causato lui stesso il disagio.

4. Ha – i giudei, che si sono ingozzati da Cirenio, glie l’hanno causato. Lui li impiccherebbe personalmente alle mura del tempio. Ma a che cosa serve l’ira? Doveva ancora pensare, che gli hanno fatto preparare il carro. Fino a Damasco! Oh Cerbero e tutti gli dei di un Ades! Ma aspettate; lui fornirà uno spettacolo! Si appoggia pesantemente ad un bastone, e Forestus lo aiuta a salire sul carro.

5. Ecco che arriva dal tempio un cavaliere, su un cavallo bianco latte [Ap. 19, 14], la cui bellezza e coraggioso gioco di muscoli è la più grande gioia dei romani. E chi lo cavalca - ? Lui lo para giustamente fino al portale. Ascanio avrebbe quasi dimenticato che deve fingere d’essere l’ammalato. Si sporge molto dal suo carro. Ma chi è? Chiama a sé il cavaliere e chiede sgarbato chi fosse. Simeone, vestito con la sua meravigliosa armatura, che ogni ufficiale gli invidia, si avvicina senza saluto.

6. “Che cosa vuoi, duumviro?” “Non puoi salutare?” Viene investito Simeone. Chi sente e conosce Simeone, reprime una risatata. I tre comandanti ghignano dietro al loro scudo: “Ad Askanio passerà presto la sua arroganza”. Simeone dice con una calma che non piace ai romani: “Che io non ti saluto deve dirti che il mio rango supera il tuo”.

7. Che vergogna! Poteva immaginarsi che costui – Ah, per Romolo, non è un romano! Costui non è mai stato comandato nella Palestina. Se è al di sopra di un duumviro, allora deve appartenere al più intimo staff del Quirino; e qui conosce ognuno. Simeone cavalca di nuovo verso la porta. Cirenio, Cornelio, Marcello e Pretario salgono appunto su un gradino simile ad un terrazzo. Vengono portati i loro cavalli ed i portatori delle armi salutano.

8. Il cavaliere bianco non viene notato. Un pensiero: Soltanto una legione di tali cavalieri e Roma sarebbe - - Ecco è come se una soave mano passasse sulla fronte ardente di Cirenio. ‘Tu devi essere un portatore di pace’, risuona come un soffio. Ma non si potrebbe assicurare la pace con tali guerrieri del Cielo, che manca già quasi a tutti i popoli - - ?

9. Simeone accorre. Per non suscitare nessun disagio, ci si saluta formalmente. Cirenio fa cenno ai superiori della città di avvicinarsi a lui. Di questo il popolo cittadino è molto lieto. Ancora un segnale; il magnifico corteo di cavalieri se ne va, eccetto un precursore dello squadrone di Cirenio in cima, accanto a lui Simeone, e Cornelio, che gli dà l’onore d’accompagnamento fino al campo.

10. A mezzogiorno fanno la prima sosta, lontano da Gerusalemme. Il maestro dei bagagli, che deve provvedere i posti d’accampamento, l’ha preparato bene. Il tutto si svolge abbastanza senza disagio. Alla tavola nella tenda di Cirenio sono seduti lui, Simeone, gli ufficiali dello squadrone ed anche Venitrio. L’ultimo, soltanto un comandante medio, non ci dovrebbe stare, pensa Askanio.

11. Si parla della marcia. Cirenio chiede l’opinione dei suoi uomini. Ad ogni punto chiede alla fine anche a Simeone. Gli ufficiali scommetterebbero che non sia un romano. Ma dove si è conquistato la conoscenza globale di tutte le cose? Lui descrive la situazione in e presso Damasco, militarmente ed economicamente, delle vie d’accesso e d’uscita. Persino Cirenio è sorpreso. Nessun informatore ha mai portato dei piani più precisi.

12. Mentre si ammirano i piani senza invidia, Askanio fissa furioso. Ma per quante volte voleva parlare, Cirenio gli dice di non affaticarsi. Dato che riveste la sua ‘0amara lezione’ in parole benevoli, l’onore di Askanio non viene offeso. Ora non si tiene a provocare Simeone.

13. “Come mai che sai tutto? Oppure credi”, Askanio vuole lusingare Cienio, benché abbia già preparato il suo ‘morso’, “il Quirino ha dovuto aspettarti, per espletare il punto d’appoggio più importante della piccola Asia, di cui ha assolutamente bisogno! Bene, il tuo sapere è bensì buono, ma non nuovo. Dei romani stavano nel lontano Oriente, prima che tu fossi nato!”

14. “Tu allora eri già nato?” “Uova marce! Nel palazzo augustiano giacciono centinaia di tavole testimoniando di diligente ricerca in tutti i paesi”. “Possibile”, dice Simeone. “finché arriviamo a Damasco, e saprai, “ uno sguardo lascia formalmente vacillare Ascanio, “se i miei piani sono utili”. “Di ciò sono convinto”, dice il Quirino. “Ogni ufficiale si sforza di dare del buono; ma il mio Simeone presta il meglio”.

15. La lode lo irrita. Askanio dice subito: “Onorevolissimo Quirino, non è cosa mia attaccare la tua opinione. Oso soltanto dirti questo: Da mesi siamo in viaggio con te. Ma costui”, tocca con scherno Simeone, “è sorto dal sotterraneo, dopo che la via era ‘calpestata’. Quando si è affermato? C’era anche lui quando le onde minacciavano di rovesciare le nostre navi? Lui porta una spada, ma non l’ho vista ancora scintillare, mentre noi – dove ovunque – avevamo da combattere”.

16. “Ma io!” Venitrio si alza. “A me non dice nessuno alle spalle, che non posso più combattere. Soltanto non nell’arma di Simeone - - non vorrei imbattermi”. Quasi avrebbe detto ‘non ancora una volta’. Il duumviro ed altri esclamano agitati, che incrocerebbero subito le loro armi con lui.

17. “Piano, piano”, il Quirino smorza le teste calde. “Voi sapete che i superiori non si devono battere in servizio. Delle liti di diritto vengono eseguite davanti a Cesare”. “Non si arriva a tanto”, dice Simeone tra parentesi, che fa formalmente bollire il sangue ai fieri romani. “Askanio è malato, non può fare a scherma; e voialtri ufficiali”, i suoi occhi passano su tutti, “lo sperimenterete se e come posso levare la mia arma”.

18. Il capo dell’esercito termina la maliziosa diceria, lui comanda di continuare la marcia. Dopo giorni faticosi hanno alle spalle Cesarea di Filippo, davanti la regione del Pharphar e del Hermon. Poi si vedono dei quartieri più solidi, quando – in Siria tutto si svolge in modo liscio. Qui esistono soltanto dei segreti passaggi, in lungo ed in largo; non si sa mai precisamente chi si trova sotto il turbante.

19. Sosta davanti a Damasco, Il giorno da ancora la sua ultima luce, ma nel campo ardono dei fuochi di guardia per scaldarsi. Tutto è in ordine, non c’è quasi nessun rimprovero. Appena è arrivato con lo squadrone al pendio nord, i cui avamposti si trovano in una valle.

20. “Qui ci vogliono tre centurioni”, dà l’ordine. “Il posto è occupato in modo troppo debole”. Un comandante corre nel campo. Sussurra a Simeone: Fa formare un riccio, senza fare rumore”. Appena avvenuto, si sente un leggero ticchettio, a destra, a sinistra, e verso il campo. Tra questo ed il bastione al nord non è ancora comparsa nessuna catena di postazione. La centuria, il Quirino, e quasi tutto uno squadrone sono circondati. Da chi - ?

21. Cirenio stesso non sa quanto si affida già alla Guida di Dio. Si svolge così velocemente, che i romani e meno ancora i partigiani, se ne accorgono. Ne hanno catturati più di quattrocento. Nessuno può sostenere che lo avesse fatto Simeone, ciononostante, il tutto era evidentemente sulla mano.

22. Quando i ribelli, soprattutto siriani e di Sidone, sono passati all’attacco, si vedeva Simeone sul suo cavallo bianco, come un fulmine una volta qui, una volta là; e quelli che colpiva – molti –, rimanevavano a terra. Dopo si constata che nessuno è ferito gravemente e nessuno è morto, malgrado l’amaro combattimento. Simeone stesso raccoglie il capo. Cirenio si fa spingere nel campo e dopo li vuole subito interrogare.

23. “Questa era una bella vittoria!” giubilano il soldati. Simeone dice a Cirenio che potrebbe cavalcare tranquillamente nel campo con lo squadrone; egli stesso spazzerebbe il territorio con i centurioni che nel frattempo erano arrivati. “Oh fratello di Luce”, sussurra costui, “se non avessi te!” “Va bene, amico mio; pensa soltanto sempre: ‘Se non avessi DIO’! Questo è molto più importante”. “Sì, sì, ma tu mi hai portato l’eterno Iddio, no – è più giusto dire: tu hai guidato me a Lui”. “Questa è conoscenza!” loda la Luce.

24. Quanto si stupisce tutto l’esercito, quando dopo un’ora Simeone ne porta nel campo altri quattrocento pesantemente armati.Costoro nell’imboscata aspettavano un determinato segnale. Totalmente sorpresi, erano stati all’istante circondati e disarmati. Lui stesso ne conduce uno accanto al suo cavallo, legato.

25. Askanio s’infuria quando sente che il Quirino avrebbe fornito una battaglia con la sua truppa di protezione ed una debole postazione. Il ragazzo nobile, che svolge il suo servizio presso Cirenio gli viene fra i piedi. Spinge il ragazzo qua e là, finché un sottufficiale copre d’un tratto il ragazzo con lo scudo, dicendo con volto ferreo:

26. Duumrivo, mi dispiace, ma lo devo riferire!” Oh marte ed i suoi cavalieri! Fingersi ammalato lo fa molto arrabbiare. Frettolosamente vuota d’un colpo un bicchiere di un pesante vino. I legionari del campo s’inquietano che ‘non si era stato presente’ per fare il maresciallo in campo. Perché se questo attacco fosse riuscito, come risulta dall’interrogatorio, allora la Palestina sarebbe stata presto inondata dai ribelli. Che sarebbero sati avrebbe catturati insieme tutto l’alto squadrone di romani, non era noto neanche a loro stessi.

27. Cirenio formula il giudizio, ma attende Simeone per il cosiddetto ultimo colpo. Gli ufficiali del tribunale da campo pretendono subito la morte. “Siamo stati salvati in modo meraviglioso tramite la Bontà di un Dio sconosciuto, a me reso conosciuto”, dice semplicemente Cirenio, “vogliamo perciò lasciar regnare la bontà”.

28. Simeone porta il prigioniero nella tenda. Si esamina l’uomo incuriositi. Il duumviro, quasi ubriaco – pieno di sdegno arriva nel campo. Vede l’uomo al bagliore della fiaccola ed ecco - - è compenetrato ardentemente da un cattivo spavento. A chi sfugge che i suoi occhi supplicano formalmente che il catturato voglia tacere; e costui, come se si gettasse a terra per supplicare qualcosa?Cirenio, Marcello, Precario, Nestur e Venitrio sentono: Qui si svela una faccenda che può conoscere soltanto un Simeone.

29. “Mi permetti, Quirino”, dice quest’ultimo, “che interroghi quest’uomo? L’ho catturato io”. “Naturalmente! Hai dimostrato se e come ti puoi battere”. Cirenio ripete intenzionalmente ogni parola, espressa giorni fa. Tutti gli ufficiali vorrebbero volentieri imparare a conoscere il metodo di questo ‘maestro stregone’, come chiamano già Simeone in segreto. Lui va a prendere uno sgabello.

30. “Siediti, Aquaturto!” Il legato è come paralizzato. “Come sai …” “…il tuo nome?” Simeone guarda Askanio con espressione acuta, che è diventato di un pallore mortale. “Ti conosco già da molto tempo”, dice al prigioniero. “Sei un babilonese, un meticcio: il tuo aspetto rende molto facile di esporti per ‘molto’. Da anni sei uno spione, una volta qui, una volta là, secondo chi paga di più. Ammettilo!” L’uomo abbassa lo sguardo, non dice di sì. Ma negare? Con un tale – Perché che avesse incontrato l’interrogante da qualsiasi parte, per questo si lascerebbe decapitare.

31. “Tacere è anche un sì?” chiede Simeone ai romani. Viene confermato. “Poco fa sei stato in Gerusalemme e là hai …” Il duumviro ondeggia verso l’uscita. Pretario e Nestur lo fermano ed attendono un comando del Quirino. Costui dice soltanto come con rincrescimento: “Sei molto malato; coricati sulle mie pelli”. Askanio cade giù respirando pesantemente.

32. Simeone continua tranquillamente a parlare: “…hai offerto il tuo servizio ad un uomo altolocato. A costui – all’apparenza favorevole – sono venute nelle mani due cose. Dove sei stato mandato?” Cirenio chiede se Simeone non lo sapesse. “Naturale; ma lui deve parlare, affinché l’orecchio senta l’oltraggio della propria bocca”. Aquaturto è seduto come un mucchietto di miseria. Supplicando tende in alto le sue mani con i  legacci – e le fa di nuovo scendere scoraggiato.

33. “Sono stato mandato a Roma”. “Con quale messaggio?” Cirenio diventa rosso. “Lo voglio sapere! Parla, oppure…” Simeone passa sui pugni chiusi del romano. “Hai lasciato l’uomo a me”. Anche se difficilmente, Cirenio si lascia ammansire. “Sì, sì”, dice e si siede di nuovo al suo tavolo da giudice.

34. “Continua!” gli ordina Simeone. Il prigioniero guarda più volte ad Askanio. Oh, l’alto romano mentirà certamente; soltanto lui, lo spione, è il perduto; soltanto lui è nella trappola. “Non posso dire il nome dell’uomo”, dice costui con voce rauca, “io – io ho giurato per Nebo e per Nisroch (idoli babilonesi e assiri), che mi lascierei tagliare la lingua, prima di dire il nome…”

35. “Questo sarebbe il primo giuramento che osserveresti”. “Ho …” “Nessuna bugia”, esclama stranamente in modo duro, “perché conosco bene il tuo mandante. Ora – cosa dovevi fare a Roma?” “Portare un rotolo a Cerare, tramite il sigillo sarei stato lasciato passare”.

36. “Per entrare, oppure anche per uscire?” “Sì, oppure”, chiede il prigioniero, “sarei – “ “Saresti! Roma ti sta cercando. Come sei arrivati ai ribelli? Perché l’ho trovato”, dice Simeone a Cirenio, “legato ad un albero, affinché lo si sarebbe – forse per caso – una volta trovato morto”. Askanio mormora: “Sarebbe stato bene”.

37. “Che cosa dici?” si volta Cirenio, ma attende una risposta. Il prigioniero racconta che era appeso da giorni all’albero, gli avrebbero tolto il rotolo e minacciato che sarebbe stato consegnato ai romani. È rimasto quasi senza cibo. Il Pharphar era già dietro a lui ed ora voleva andare verso nord e strisciare attraverso le gole impervie. Lui credeva che lo avessero catturato dei briganti. Sovente si blocca e si contraddice pure.

38. Simeone lo aiuta severamente, di confessare la Verità. Ciononostante il babilonese si sente come protetto. Lui ‘appenderebbe il suo lavoro al chiodo’, se il giudice da campo, come tal guarda a Simeone, lo tenesse come servo. Ma ah – questa è un’illusione. Deve soltanto guardare i romani, poi - -

39”.Qua con il rotolo!” pretende il Quirino. Askanio fissa il babilonese come una mosca, che pende dalla rete del ragno. Allora Simeone spinge la sua sedia fra i due. Aquaturto sospira. Ma parlare- ? Egli ha solo detto che gli toglievano il rotolo, non che l’avevano di nuovo spinto nella tasca del suo turbante, dove non lo si sospetta quasi. Lui potrebbe quindi -

30. “Noi troviamo il rotolo!” Simeone si spinge all’improvviso il turbante sotto il suo braccio. “Sei sfinito”, continua tranquillamente, “e prima devi dormire. Un tentativo di fuga ti costa la vita. Sei ancora sotto la mia protezione da giudice, ma non esci dal campo, ricordalo. Non ti meravigli che ti ho trovato?” Il prigioniero annuisce. “Se obbedisci, puoi salvarti dal peggio”. Chiama due soldati di guardia:

41. “Abbiamo bisogno di quest’uomo”, ordina. Ah, in casi straordinari un prigioniero viene anche trattato bene. Dopo l’uscita Cirenio vuole interrogare il duumviro, Cesare non lascerebbe valere nessuna mansuetudine, ognuno lo sa. Davanti ad Askanio stanno delle immagini di spavento, quando si deve alzare. Non guarda nessuno, guarda soltanto di sbieco al turbante, che Simeone tiene ancora sotto il braccio. Se avesse questo - - - Nel frattempo dice Simeone:

42. Cirenio, hai fatto grandi esperienze in Gerusalemme: Ora Dio vorrebbe volentieri vedere, se il granello di semenza mostra già una buona spiga. La Terra ha pochi uomini di questo genere. Sei giusto, malgrado il reggimento severo. Al tuo fianco c’è anche il diritto di Roma di esercitare la tua funzione irrevocabilmente. La severità non è durezza! E non si devono nutrire dei serpenti, questi cercano già il loro cibo!”

12. Askanio impegnava tutte le forze per apparire rilassato. L’ultima parola spezza la nuca rigida.

42. Un uomo può essere più velenoso di una vipera! Solo che, anche loro possiedono un’anima, questi uomini cattivi. Hanno persino una scintilla di spirito, che l’Onnipotente ha dato ad ognuno. Per via di questa scintilla, mediante la quale l’anima può anche giungere alla Luce, si deve fare di tutto per salvare qualcuno. Quando si tratta dell’anima, per DIO la cosa più importante, il corpo è pure da conservare, mediante il quale si parla all’anima. Tu lo comprendi”.

44. “Certo; solo non so che cosa – “ Nell’ira giustificata Cirenio non vuole più pronunciare il nome del traditore. Simeone l’accoglie con bontà: “riposati prima, è stato u n giorno difficile. Vado con Askanio, ma per te vorrei avere un testimone”. L’aiutante si annuncia subito.

45. Il Quirino manda via i suoi ufficiali. Oh – la stanchezza lo spezza quasi. Da mesi non conosce riposo; inoltre è molto oltre mezzanotte. Venitrio, stanchissimo come ognuno, getta da sé il sonno e chiede di sorvegliare la tende del comandante. Cirenio l’accetta grato. Lui presagisce che può confidare soltanto in coloro che – come lui – sono arrivati alla fede nell’Unico Dio, tramite l’aiuto di un - - angelo.

46. Il campo non riesce a calmarsi. Si sa forse se avviene ancora un attacco? Marcello non si accorge che segue una ronda su comando del comandante da campo e si apposta in costante scambio, appostato intorno alla tenda del duumviro. All’interno Askanio rimane in piedi, guardando gli accompagnatori pieno d’odio.

47. “Che cosa deve il testimone?” dice brontolando e si dà l’apparenza di uno accusato falsamente. “Hai tu qualcosa da dire, Simeone, anche se non saprei …” Simeone mostra il turbante. Questo gesto fa cadere Askanio sulla sedia da campo. Appoggia la fronte nelle due mani. Marcello rimane in piedi fra tavolo e uscita, mentre Simeone si siede di fronte ad Askanio.

48. “È inevitabile, che un testimone sente ciò che abbiamo da discutere. Chiedo a Marcello di tacere. Se rimani ottuso, tutta la faccenda viene presentata al maresciallo del campo”. “Ah, è così”!” Askanio vuole afferrare il turbante. “Pensato?” risuona così tanto di scherno, come non si conosce per nulla la voce di Simeone. “Non essere ridicolo, non sta bene ad un fiero romano!”

49. “Ah, fermati”, schernisce Askanio di rimando, “quanti talenti vuoi avere?” “Tanti quqnto le botte dele quali hai bisogno!” risuona in modo freddo. “Hai già pagato venti ad Aquaturto. Una somma consistente per un rotolo sul quale un romano si è dichiarato un villano. La tua casa a Roma doveva pagarne altri trenta, se al tuo inviato fosse riuscita la tua villania. Eri così sicuro che il ‘caso Cirenio’ ti riuscisse?”

50. “Lui cade!” digrigna Askanio. “Come sta l’importante blocco sud-est tramite lui? Il suolo del regno sotto di noi vacilla politicamente come quello del Vesuvio, quando il cratere sputa la lava. E questo il nostro Cesare non lo deve venire a sapere? La bontà è stupidità; una briglia molle è tradimento! Io sto dalla parte di augusto!”

51. “In Iberia la tua gente deve aizzare le legioni contro il tuo Cesare, affinché tu diventassi il governatore dell’impero romano. Questa è la tua meta! Di questo fa parte segare costoro che sono i migliori sostegni di Augusto. Se puoi rovinare il Quirino, allora seguono tutti gli altri automaticamente tramite la mano di Cesare, per gridare dopo, che non sarebbe più in grado di governare, dato che lui ucciderebbe i migliori di Roma. Te la sei immaginato così”.

52. A Marcello costa molto superare il desiderio di non intervenire con la sua spada. Ah, ah – Simeone lo finirà diversamente, per sempre. Askanio fa ancora più fatica a nascondere il suo spavento. Si aggrappa al tavolo finché questo si rovescia. Di nuovo Simeone schernisce aspramente:

53. “Il tavolo rimane; ma tu ti rovesci!” Prende un rotolo dal turbante. “Simeone”, geme Askanio, “no – no – “ “Chi ti deve aiutare? Hai rigettato l’onore. Da a Marcello le tue armi, consegna le tue decorazioni. Hai perso!” Persino l’aiutante rabbrividisce. Ma chi è questo Simeone? Il suo modo di scoprire un farabutto, è certamente il migliore. Gli offre segretamente l’occasione di salvarsi la vita e se è possibile, anche riconquistare l’onore.

54. “Marcello, leggi il rotolo, e ricordati bene il contenuto”. “La mia memoria non mi abbandona e …” ‘La puoi sostenere’, vorrebbe dire volentieri. Quando legge il testo che accusa in modo maligno il Quirino, inoltre così scaltro che deve diventare una fatalità per Augusto, è finita con l’auto controllo. Ci vuole un tocco fulmineo celestiale, per evitare un atto di sangue.

55. Marcello ansima: “Lasciami andare! Voglio …” La tua mano è troppo pulita per sporcarsi ad un tale accusatore. Non lo pensi anche tu?” Questo fa di nuovo entrare in sé il romano. “Hai ragione, tu, tu – non terreno! Che cosa deve essere ora?” “Questo dipende dal traditore. Se ammette il suo torto, allora lo aiuto volentieri ad una buona via di ritorno; se no, viene portato a Roma”.

56. Askanio infuria oscuramente: Come può portare alla luce il segreto costui come se lo fischiassero i passeri dai tetti? Quello che gli accade – è orribile come un incubo notturno. Se – ah, con mille ‘se’ non si fa niente. Soltanto uccidere il mago e - - Come una tigre salta alla gola di Simeone. Ma nuovamente ha sbagliato i conti. Marcello grida, il suo salto in avanti, l’entrata della ronda, - tutto arriva troppo tardi.

57. Askanio giace a terra pallido come un morto. Non sa che cosa gli sia successo. Simeone lo aiuta di nuovo ad alzarsi e dice più mansueto: “Askanio, ammetti lo sbaglio e che sono venuto in tuo aiuto? Credi ancora che anche soltanto uno parli per te, se il rotolo cade in mano al Quirino?

58. Come sapevo dove era da trovare il pezzo del tradimento? Da dove, che il vostro campo doveva essere attaccato? Centinaia nell’imboscata e migliaia in Siria pronti all’assalto? Non era stato accordato che Cesare ti credesse. Dove sono io, romano, non esiste nessuna morte e nessuna rovina! Ma chi non vuole nessun aiuto, non lo si può aiutare in modo terreno. Secondo la vostra giustizia la tua vita è finita, nessun giudice di Roma ti deve difendere.

59. Un tentativo di fuga peggiorerebbe soltanto la tua faccenda. Se accetti il mio aiuto, allora manda me al mattino presto e – DIO, che tu non conosci, ti aiuterà tramite me”. Simeone va via con Marcello. L’assistente, profondissimamente agitato dal modo di Simeone, che lui non comprende, ma che riconosce già, deve respirare più volte profondamente. L’aria fresca della notte gli fa veramente bene.

60. “Vorrei sorvegliare da me stesso”, dice di rimando, “dato che non posso dormire”. “Sì, tu puoi! Era un pezzo forte per i nervi. Allora persino il più forte ha bisogno di rilassamento. Hai notato, Marcello, che il mio Dio, che è anche già a metà il tuo, aiuta meravigliosamente? Soprattutto coloro che confindano pienamente in LUI? Il Quirino lo ha imparato molto bene”.

61. “Oh Simeone, anch’io l’ho imparato questa notte. Mi rende sempre più conto, quando mi sei vicino, che una forza – a me sconosciuta – mi inonda semplicemente. Posso pregarti : sii mio amico?” Il romano sempre audace cerca timidamente la mano bianca. Simeone lo abbraccia forte e dice:

62. “Prossimamente hai veramente trovato il tuo ‘Alto Signore’ il Creatore dall’Eternità UR! Lo si può sempre cercare e LO si troverà sempre, in ogni tempo, in ogni luogo. Il male è simile alle notti maligne; ma delle Stelle buone brillano nella notte del buon Dio! E perciò: Buona notte”. “Buona notte”, resituitsce Marcello il slauto insolito. Buona notte dice piano a sé quando giace sul suo letto. Un tale saluto riscalda il cuore. –

62. Il campo viene consolidato. Dato che ora il nucleo più essenziale dei ribelli è catturato, il ‘punto di fuoco Siria’ darà più tranquillità. Alla truppa viene concesso l’intervallo ben meritato. Il Quirino pensa a sé per ultimo. Sapendo il fedele paladino come guardia, lo aveva ristorato. Soltanto un cosa lo tormenta molto: Non era gentile verso ognuno? L’ordine ci voleva: e questo lo pretendeva soprattutto dagli ufficiali. Non lo poteva seminare una tale animosità, come attraverso Askanio - - Poi si era addormentato.

63. È molto presto. Lo squadrone attende davanti alla tenda. Anche Simeone si aggrega. Avevano sussurrato che sarebbe di un paese straniero e potesse fare delle cose che nessun mortale può fare. I combattenti d’avanguardia cantano delle saghe d’eroi su di lui. Ma è quasi sempre il suo volto gentile, la costante disponibilità di soccorso, che spingono i legionari sempre di più nella sua vicinanza.

64. Sovente aiuta a calmare dei cavalli timidi, e si nota che lui ha soltanto bisogno di accarezzarli, e gli animali stanno fermi. Lui ammonisce la gente di trattare con amorevolmente i loro animali. Così egli opera, anche nelle cose secondarie nel senso dell’Empireo, dal quale è venuto come Luce sulla Terra.

65. Gli ufficiali gli chiedono molte cose, soltanto Askanio non viene menzionato. Il sole sale un poco alla volta; ecco che arriva un corriere e gli consegna una lavagna da campo. Lui legge e dice: “Riferisce che arriva fra un’ora”. Askanio non sa più cosa pensare. In lui vive soltanto una oscura speranza: Quel Simeone può aiutare. Come – non lo sa davvero.

66. Cirenio esce dalla tenda. Viene salutato in modo muto; gli occhi annunciano ‘fedeltà fino alla morte’. Dapprima visita il campo. Ritornato alla tenda, segue la distribuzione degli ordini. Vedere il volto di Luce di Simeone, - quanto fa bene. È così fidato, così - -. Non ci sono parole per questo. Simeone porta alla discussione il ‘procedimento’ con Askanio, senza rivelare la cosa più amara del tradimento, sottopone la Volontà di Dio in un modo, come se Cirenio non lo volesse diversamente.

67. Di conseguenza Askanio deve, se si piega ad ogni verdetto e vuole affermarsi nuovamente, venire da Cornelio. Roma è troppo pericolosa; ed accanto al Quirino non può rimanere, persino quando costui volesse ‘del tutto dimenticare’. La fiducia nell’ufficiale è difficile da rappezzare. Il rango da duumviro può facilmente offrire nuova sostanza per una ricaduta funesta.

68. “Mi ha deluso”, dice Cirenio alla fine del consiglio. “Ho avuto con lui delle divergenze; ma che diventasse un traditore - - ? Gli ho detto nel frutteto a Gerusalemme e non sapevo quanto era vero di non aver bisogno di nessun portatore mediatore per Augusto. Proprio questo aveva in mente”.

69. “Questo era veramente solo ancora un pretesto che gli è venuto in mano vantaggiosamente – secondo il suo punto di vista. Ma dato che ora non può più nuocere, sarebbe meglio spargere su questa faccenda della ‘semenza di prato’; questo copre prima una terra nuda”. La parola di Simeone pretende un ‘sì’ dagli ufficiali. Involontariamente ognuno acconsente. “Non vorrei vederlo un’altra volta”, dice Pretario in modo duro, “altrimenti mi sento male”.

70. Allora il nostro Creatore dovrebbe sempre sentirSi male, perché certi uomini malgrado ininterrotta Bontà fanno delle cattive cose intenzionalmente. Sì, DIO è Buono! Chi Lo riconosce ed ama ora, penserà sul Suo Modo e dovrà almeno cercare di diventare buono, fin dove basta la buona volontà. Ad Askanio non rimanga risparmiata l’umiliazione, per i suoi vantaggi ed anche per i vostri.

71. Lui deve supplicare altrimenti se la cava a troppo buon mercato. Il Quirino lo aiuterà di nuovo sui piedi. Abbattere qualcuno e lasciarlo a terra, è vile; ma uno che va vacillando, non aiutarlo ad alzarsi, va contro la Legge della Vita. Vi spaventereste molto se vedeste, quali conseguenze ha una tale azione. Si pensa di fare qualcosa all’altro. No, ci si colpisce da sé nel vaso del cuore, che batte da ‘coscienza’. Parlo io con Askanio e vengo qui con lui”.

72. Nessuno parla. Cirenio sta seduto sprofondato in sé. È difficile accettare questo ‘insegnamento del Cielo’. Ma ci riesce. Vede sempre soltanto il buon volto di Luce e gli sembra come se i suoi due occhi splendessero come Soli, di cui il suo cuore è diventato così luminoso. Che venga allora il traditore.

73. Simeone non risparmia il romano. Con il martello dello spirito abbatte tutti gli argomenti, su cui costui si vuole basare. Solo dopo la sottomissione Simeone comincia lentamente a riedificare di nuovo. Infine il romano confessa piangendo, che non conosceva mai lacrime: “Non so chi sei; è stato indovinato molto su di te. Ora non lo voglio proprio sapere, perché io so che non ti ha partorito nessun mondo! Il mio essere era brama di dominio, l’arroganza era il mio paniere. Temo anche Cirenio”.

74. “Fra il tuo popolo non hai nessuno migliore di lui”, dice semplicemente Simeone. “Quando lo hai offeso a Gerusalemme, lui ti ha ancora offerto la sua mano. Tu l’hai rifiutata e – logicamente – hai battuto te stesso. Il Quirino ha agito in un modo così fine, come non ti sarebbe mai venuto in mente”.

75. “Perciò non mi va di incontrarlo un’altra volta. E poi da Cornelio? È infame prestare servizio soltanto nella funzione più inferiore”. “Non ti viene risparmiato”. Askanio annuisce. A capo chino cammina accanto a Simeone. Presso la tenda del Quirino si guarda intorno stupito. “Strano, non abbiamo incontrato nessuno”. “Il mio Reggente Superiore lo ha voluto così”. “Chi? Ah, il Quirino Cirenio -?” chiede incredulo. Simeone risponde:

76. Il Governatore, al Quale tutti si devono piegare, sia Cesare che il mendicante, l’ETERNO IDDIO, mi ha affidato il tuo destino”. Askanio guarda despiritualizzato. Lo scuote, non comprende l’oscuro enigma della parola. Soltanto – qualcosa rimane dentro di lui: la nostalgia del meglio. - -

77. Profondamente chino sta dinanzi a Cirenio, gli ufficiali di lato, con pugni serrati. Ognuno lo odia. Ora – con Simeone è entrata una Luce calda, che in qualche modo guida il loro pensare. Askanio chiede perdono e – Simeone glielo aveva consigliato – un ‘piccolo posto da qualche parte’. Se Cirenio non lo trasferisce, allora dovrebbe ritornare a Roma. Cesare darebbe alla sua faccenda un’altra direzione.

78. Si vedeva Cirenio sempre d’animo nobile; oggi si supera. Lui rialza il piegato, dicendo con calma: “Lo spirito di Luce ci ha risparmiato la mia resa dei conti”. Lui sceglie intenzionalmente questa parola. La si interpreta in modo che Simeone agisce semplicemente in modo sovrumano. Solo a Marcello, Pretario, Nestur e Venitrio è noto il senso profondo della parola.

79. “Puoi immaginare”, dice Cirenio, “che mi sarebbe stato amaro perdonarti. Lo faccio guardando all’eterno Vero Dio, anche guardando a Roma, affinché il nome del nostro Cesare e l’onore di tutti i romani sia preservato. Per questo motivo e perché Simeone ha portato l’Ordine dell’ALTISSIMO, di prepararti la via, su cui sta scritto la parola d’ordine ‘Riparazione’, perciò ti restituisco”, chiama Marcello, che porta le armi e le decorazioni di Askanio, “il tuo onore.

80. Pubblicamente rimane il duumviro; ma davanti a me lo devi prima di nuovo diventare tramite fedeltà ed obbedienza. Questo è il mio verdetto da giudice”. Tutti si tolgono commossi i loro elmi. A loro sembra come se stessero in un duomo. In quale -? In nessuno sorge un vano nome d’idolo.

81”.Quirino!” esclama sconvolto Askanio. “Quirino!” Di più non riesce a proferire. “Va bene”, dice stanco Cirenio. All’improvviso gli fa male il cuore. L’umano – oh, era da superare ed è costato molta forza. Si esce in silenzio, i quattro iniziati rimangono. Lo si corica sul giaciglio e Simeone mescola una bevanda. Dopo di che Cirenio si addormenta tranquillamente.

82. Simeone dice a Marcello: “Alla sera ritorno indietro. Porto con me anche il babilonese; è meglio che intanto rimanga con me”. “Che cosa dobbiamo fare con i prigionieri e istigatori?£ “Portateli a Roma, ma possibilmente non come schiavi. Chi si tiene degli schiavi, infrange la Legge della vita. Questa è la Legge UR più sublime”.

82. “Vuoi andare oggi?” Chiede colpito Venitrio. “Nel prossimno anno ci rivediamo”. Cirenio, dopo due ore di un buon sonno, si era risvegliato come nato di nuovo. Molti vengono nella tenda del comandante, portando qualche annuncio preso da qualche parte. Cirenio e Simeone lo guardano sorridendo ‘attraverso le dita’.

83. Il sole è già calato. Tutti i superiori ed una quantità di legionari accompagnano Simeone fino al bordo del campo. Dato che soltanto pochi sapevano della ‘faccenda’. Askanio può lasciare il campo non offeso. Cirenio alza la mano al suo elmo ed infine ombreggia gli occhi. Non soltanto a lui sembra come se fosse da vedere a lungo, molto a lungo una Luce, il cavallo bianco, il mantello bianco, e – un’alta fiamma che si riflette nel Cielo.

 

[indice]

Cap. 19 / III°

La cattiva diligenza di Nicodemo - Cresce l’amicizia - La prova superata - Nicodemo accetta l’Insegnamento del Cielo

Ritorno al tempio – Disposizioni per il confinato, accettato da Cornelio – Hilka e Joiareb circuiscono Nicodemo, ma sono scoperti – L’ulteriore punizione – Nicodemo è esortato a cambiare, ma è ancora ribelle e gli viene ordinata la predica del sabato, allora cede e si affida Simeone

 

1. “Simeone! Simeone!”, echeggia da tutte le parti del tempio. Athaja abbraccia l’arrivato in mezzo al cortile. Quasi tutti fanno come lui. Del tutto particolarmente si rallegra Eliphel, che è venuto da Emmaus per via di una cosa importante. Persino gli ultimi particolari Usiel, Malchia e Ginthoi hanno una ‘sensazione’. Zaccaria stesso va a prendere coloro che mancano ancora.

2. Unnias chiede affrettato, se deve dare notizia ai cittadini. Lui riceve l’incarico: “Li invita per la sera. Devo pregare Cornelio?” chiede Athaja a Simeone. Costui afferma, dato che tanto doveva appunto andare da lui, perché Askanio sarebbe di nuovo ritornato. Questo nome agisce come un velo di farina sulla gioia.

3. “Chi?” dice Nathan tirato in lungo. “Sarebbe stato meglio se tu lo avessi mandato sulla luna!” “Comprendo la vostra preoccupazione, non la vostra fiducia mancata. Se è ritornato con me, allora potete immaginare che c’è dietro qualcosa di particolare”. Obadnia risponde: “Così ho pensato; perché quello che tu fai – lo fa il Cielo!” Jissior batte le due mani: “Bravo, dottore!”

4. “Domani racconto ciò che è successo strada facendo; ora vado prima da Cornelio. Nicodemo”, Simeone si rivolge a costui, “puoi accompagnarmi qui e là. Promuove la salute, se esci di più all’aperto. Studiare lo puoi fino ad alta età”. “Nessun uomo sa quando deve morire”. Deve risuonare in modo maestoso. Simeone cancella il maestoso.

5. “Se domani verresti richiamato, non ti sarebbero serviti gli ultimi giorni. È bene essere operoso, sia con le mani che con lo spirito, ognuno secondo il suo dono, L’esagerazione è pericolosa”. Nicodemo è oppresso nella speranza, Athaja lo assisterebbe: “L’alto sacerdote avrà bisogno di me nel tempio; ed i sacerdoti non ci sono affinché …”. “… mi facciano da servi?”

6. “Lo ha pensato il verde?” Athaja è fuori di sé. Simeone dice in modo buono: “Se Nicodemo non vuole servire il Cielo, lo deve fare per la sua anima terrena. Se con ciò progredisce, gli sarà evidente più avanti”. “Te lo assegno”, determiina Athaja. Nicodemo è insoddisfatto di sé. Guarda Simeone di lato: “Se hai bisogno di me?”

7. “Accompagnami al tribunato”. “Non vado i n nessuna casa di pagani!” “Ah, è così! Soltanto vendere il pane di poveri bambini ai pagani è giusto, vero? Fa quello che vuoi!” Simeone si affretta verso l’uscita. Nicodemo gli corre dietro, spinto dallo sguardo di Athaja. Strada facendo dice Simeone, che se esistessero soltanto delle creature di un Creatore, e loi dovrebbe dimostrare, se l’ ETERNO PADRE’ [Isaia 9, 5 fosse discorde, dovrebbe considerare soltanto pochi come ‘il Suo popolo’, al momento nemmeno u n decimo di tutti gli uomini, quindi secondo la Luce è come se nove Comandamenti non valessero niente. Questo impressiona molto Nicodemo.

8. L’ora successiva lo abbatte di nuovo. Nel tribunato deve attendere nell’anticamera. Allora arriva Hilkia. Ma che cosa fa il fariseo presso i romani? Hilkia, arrabbiato, essere riconosciuto proprio dal sacerdote più giovane nell’inferiorità, gli soffia adosso:

9. “Sei stato inviato qui come spia?” Quando sente che costui deve andare con Simeone, dice disdegnato: “Con il traditore di Dio e del popolo?” “Ma lui non è un …” “Quello che è lo sappiamo precisamente Jojareb ed io! Lui è colpevole del fatto che siamo stati disonorati. Lui – oh”, ed Hilkia conta molte cose cattive. Non c’è da stupirsi: Nicodemo viene avvelenato. “Aspetta, vado a chiamare Jojareb”. Dopo pochi minuti il giovane siede fra le vipere.

10. Parlano a bassa voce. Quando già inveiscono da un’ora, sorge da dietro una colonna Rochus. Era incaricato di sorvegliare in segreto Nicodemo. I templari saltano su bianchi come la calce. Tutti i romani finora sono stati gentili con loro; ora vedono un ‘volto romano autentico’. Rochus ordina a Nicodemo:

11. “Non farti venire la voglia di scappare!” Ai templari dice in modo rude: “Avanti, venite con me! Il tribuno avrà una grande gioia, quando gli posso annunciare due diligenti chiacchieroni!” Hilkia vuole chiedere clemenza, Jojareb gli da un colpo nelle costole. Un templare non si abbassa fino a questo punto ad un pagano, anche se soltanto a gesti, per chiedere un favore. Cammina con arroganza.

12. Nel frattempo da Cornelio è successo questo: Il romano va incontro a Simeone, il suo arrivo gli era già stato riferito, a braccia aperte e con l’esclamazione: “Fratello di Luce!” Anche Simeone mostra apertamente la sua gioia. Dapprima rifersice la cosa pià importante del viaggio, di Askanio e dell’attacco.

13. “Non credevo ai miei occhi”, dice Cornelio, “quando Askanio veniva calvalcando nel cortile. Diceva che una tale cavalcata forzata come ha fatto con te non la farebbe di nuovo. E lui è u n duro cavaliere, sotto il quale cadono dei cavalli prima che lui cada dalla sella. Anche il babilonese giace in un angolo, sospirando, con le ‘ossa rotte’, come dice. Mi dispiace per il mio alto fratello, ma era contento di essermi tolto il duumviro”.

14. Simeone tranquillizza di nuovo: “Lui è guarito, anche se manca ancora molto. Affidagli il controllo della comunità, allora non si scalda da nessuna parte e deve farti più sovente l’annuncio. In questo modo hai tu il controllo, senza ferire il suo onore. Da figlio del fratello di Cirenio sei comunque in ogni caso al di sopra di lui.

15. Il babilonese diventa mio servitore. È molto scaltro. C’è solo una cosa che lo rende degno della salvezza, lui può essere grato”. “Ah, allora non mi devo occupare di lui, ho terribilmente molto da fare.Sorgono continuamente delle nuove ‘vecchie’ cose. Ieri era che sarei volentieri scappato a Damasco. Molti degli ebrei hanno della lana folta, nera.

16. “Ricorda, mio Cornelio, nei lunghi anni gravi qualche agnello è diventato un caprone. Da domani ti aiuto diligentemente”. “Nel tribunato?” indaga molto contento Cornelio. “Anche questo, appena è necessario. Il lavoro più grossolano è la lana nera, folta. Questa deve essere tagliata dalla pecora e non su tavole e papiro”. Il romano ride forte. “Ah tu! Mi hai tolto ogni peso ; mancherai molto a mio fratello. »

17. “Nei prossimi anni gli rimane poco tempo per occuparsi della Luce del Cielo”, risponde Simeone. “Ma non ti dimentica comunque!” dice Cornelio. “No! Presto verrà anche il tempo di cui ho parlato; voi due siete del vostro popolo i primi, i più alti e quasi gli unici, che vedranno il ‘Dio Che Arriva’ e Lo serviranno. – Ma ora: Athaja ti prega di essere tuo ospite, anche Rochus e Forestus”.

18. Vengono interrotti. Rochus porta i templari. Jojareb si sente imbarazzato malgrado la sua arroganza, quando Cornelio matiene solo a fatica il controllo. Ha avuto sovente delle difficoltà con lui. Se non fosse un espresso ordine di Cirenio, di tenere stretti per cinque anni gli ‘oltraggiatori del tempio’, lui – Cornelio – li avrebbe cacciati dopo una settimana nel mondo inferiore.

19. Per aiutarli con clemenza rimane soltanto che il Cielo li batta forte sulle dita attraverso il romano. La loro punizione è un severissimo servizio, in più, per quattro settimane il divieto di usciere. Se ne strisciano via mogi mogi. La loro speranza che Simeone li aiutasse, è sfracellata. Questa volta er per così dire abbottonato; ha lasciato turbinare persino Cornelio.

20. Costui cada sulla panca quasi senza respiro. Forestu porta vino e Simeone dice: “Sai, ai menzonieri il tuo temporale romano era del tutto salutare. Ma non fa bene riscaldarsi per una tale faccenda secondaria. Di questo si può ammalare il tuo cuore”. Cornelio salta su perplesso. “La chiama faccenda secondaria? Non solanto che offendono Cirenio e me, ed ho esercitato davvero clemenza, ma – hanno offeso te e …”

21. “Non mi offende nessuno! Quello che fanno delle povere anime, sfiora la Luce soltanto in quanto, di cercare con pietà, di portarli su una buona via. Questo non riesce sempre subito, soprattutto con tali duri arieti”. Simeone indica la porta, attraverso la quale passavano Jojareb ed Hilkia come cani bastonati. Lui pone le sue mani fresche sulle tempie pulsanti del tribuno.

22. “Nessun uomo può ferire un altro se lui stesso non si lascia ferire. Si pensa che si dovrebbe accusare colui che offende. Con ciò si purifica soltanto apparentemente l’offesa. Perché l’offeso rosicchierà sovente a lungo ad un tale osso, in particolare, quando rivede sempre di nuovo colui che offende.

23. Costui pensa inoltre dell’altro quello che vuole. Delle punizioni che sovente seguono delle offese, raramente guariscono un sentimento cattivo. Chi si educa invece così – per gli uomini di questo mondo il pezzo di prova più difficile -, di passare liscio oltre un’offesa, non soltanto di fare come se non la sentisse, può estirpare ogni offesa con l’Aiuto di Dio, ancora a favore di colui che offende. Soltanto questo, Cornelio, apre l’alta Porta del Cielo”.

24. “Ah, quanto fanno bene!” Cornelio tiene ferme le mani di Simeone. Vanno nel solaio. In alto il romano dice: “Gli insegnamenti mi erano la dimostrazione [Giov. 4, 50; 15, 3] che tu – umanamente incomprensibile – non sei di questa Terra. Nominano uno, ma nessuno del tuo paese”, Cornelio si comporta da monello, “di costoro uno può facilmente compiere quest’arte. No, mostramene un altro, e poi – allora lo voglio provare anch’io”.

25. “Puoi averne due. Il nostro Dio non calcola certamente mai fino all’ultimo quattrino, perché coloro che sono diventati carne non raggiungono il grado più alto. Ma se l’uomo si dà al suo Creatore, il Padre della Misericordia, allora ogni offesa rimane davanti alla porta del cuore, anche se può spingere in giù la sua maniglia. Ed anche se spalanaca la porta, allora ricorda: nessuna offesa passa oltre la soglia se nel tuo cuore troneggia unicamente l’Alto Signore del Cielo!”

26. Cornelio respira pesantemente: “Se fossi già progredito così - - Voglio bensì, ma il compiere [Rom. 7, 18]!” “Dio benedice l’onestà della tua volontà”. “Voglia Egli farlo sempre”. Li conosci già”, dice allegro Simeone. “Come primo ti nomino Cirenio”. “Lui - ? Gli è già riuscito?” La domanda non esprime nessun dubbio, è posta anche libera da invidia.

27. “La storia del duumviro ha ammalato il suo cuore”. “Oh – niente di serio?” lo interrompe preoccupato Cornelio. “No, l’ho aiutato. Nel frutetto ha intrapreso l’alto volo dello spirito. Nessun’altro romano, al massimo tu, avrebbe agito così con Askanio. Molto peggio era la ribellione. Questa ha spalancata la porta del suo cuore. Ma entrare – Cornelio – non può entrarvi; in questo nobile cuore regna già il SIGNORE! Dove Costui regna, non può dimorarvi contemporaneamente un diavolo”.

28. “Qual gioia! Il mio alto fratello e così – così . . “ Cornelio non trova parole, ma domanda del secondo, che Simeone avrebbe ancora da parte. “Questo è Zaccaria”. “In effetti? Mi sembrava, sai, noi diciamo a questo ‘come pane senza sale’, ed un romano non li ama”.

29. “Tu misconosci Zaccaria. Spiritualmente può colpire precisamente. Tu sai che un tale colpire non toglie a nessuno la vita, piuttosto lo conduce alla vita dello spirito. In questo senso Zaccaria è più alto che Cirenio. Dato che costui vive già da molto più tempo nella dottrina della fede, il peso dello spirito di ambedue si soppesa tramite la Bontà di Dio”.

30. “Tu”, dice all’improvviso il tribuno, “nella scherma non si finisce mai di imparare. Così sarà pure con l’arte di scherma del cielo. Fino alla fine della mia vita voglio rimanere nella scuola di scherma del tuo, non – del nostro dio ed imparare dapprima a dominarmi, allora potrò dominare anchen gli altri”.

31”.Non si deve molto lodare, questo rende subito orgoglioso. Ma tu hai superato al meglio la prova”. Allora il romano copre i suoi occhi. “Se devo trattare con il duumviro, ci sei allora?” “volentieri; lui ha paura di te, e questa è un unguento, che scava la sua ferita e – la guarisce”.

32. Cornelio accompagna Simeone nella sala, dove è seduto Nicodemo, la testa sepolta nelle due mani. Il romano indica lui con fare interrogativo. “Nera o grigia?” “Abbastanza grigio chiaro”, sorride piano Simeone. Un tale ragazzo deve prima crescere”. “Sotto la tua custodia diventerà qualcosa”.

33. Simeone sfiora Nicodemo. Costui salta su spaventato, ma sospira, quando nota solo Simeone. Non ancora una volta lo portano qui dieci cammelli. La Luce conduce l’uomo alla mano verso casa e dice: Ammetti qual canna vacillante sei [Matt. 11, 7]? Ti ho tolto dai tuoi rotoli, su ‘Incarico di Dio’, affinché tu lo sappia!

34. Ti ho detto una buona parola, che già ha germogliato. Due menzonieri ti hanno rigettato nel tuo pantano. Ora ti stai covando molto, ma non ciò che può rendere piana la strada della tua vita”. “Se andasse sempre in piano”, s’oppone Nicodemo, “non ci affermeremmo. Si devono superare dei monti ed imparare a non temere delle gole oscure”.

35. “Che intelligente!” Uno scherno fine. “Soltanto che tu eviti i monti, perché ‘rubano tempo’ e scorri piuttosto come un rivoletto. Non sei stupido, Nicodemo, ma in te manca la Luce della Sapienza”. “Sei così poco spirituale”, s’infervorisce il giovane, “che non sai, che cosa importa qui? Va bè, non sei un fariseo e non comprendi, che si tratta di conoscenza interiore. Ogni spanna di tempo che conquisto ed impiego per DIO, mi riporta indietro nel Regno di Dio”.

36. “Su questo tiene una predica il sabato prossimo”. Nicodemo non presagisce, come Simeone intende questo e vi scivola dentro: “Nel culto divino interiore o pubblico?” “Lo lasciamo del tutto a te”, risuona con una calma che rende stupito il giovane. Si accorge del suo errore nei confronti dell’uomo onorevole, che in ogni caso non appare vecchio, di essersi ribellato con caparbietà. Timido afferra la mano della Luce:

37. “Perdona, ero . . “. “…aizzato dai menzonieri ed hai considerato l’asineria come Verità. Bene; ma ricordati: “Non puoi agire con me come con Emmaus!” “Me lo hai già rimproverato altre volte”, ricade Nicodemo nella vecchia caparbietà. “Se avessi agito del tutto in modo sbagliato, non sarebbe meglio, di condurre me  il giovane – sulla retta via?”

38. “Ti spetta una frusta! Anche se soltanto interiormente, perché ti incaparbisci troppo sull’interiore. DIO ti ha condotto via dalla comunità, che hai conciato male. Tutti ti hanno aiutato per riparare i tuoi errori. Ti è stato perdonato per via della tua giovane età. E che cosa hai fatto di notte? Hai sconvolto le Scritture, se confermano la tua azione, ti sei anche annotato molto, che soltanto tu saresti sulla retta via.

39. Per questo ti ho portato via; e sii certo: Non avrai così presto un rotolo fra le dita! Devi cominciare da capo, diventi aiutante laico. Se fossi entrato nel mio servizio, allora avresti assolto in breve tempo la seconda prova – tramite il mio aiuto. Ma ora”, Simeone fa come se non importasse, “ho u n babilonese, che mi servirà onestamente”.

40. Nicodemo è sconvolto. Da dove per tutto il mondo Simeone sa del suo segreto stidiare? Il suo sforzo, di non tradirsi? Si rende conto all’improvviso che malgrado ogni rifiuto si sente irrevocabilmente attratto da Simeone e lui – non ammesso – sarebbe andato volentieri con lui.

41. Gli sarebbe im,portato qualcosa, servire questo ‘pdre’? Lui poteva vincere bene. Purtroppo l’ammissione arriva ora troppo tardi. Che osa diranno gli alti sacerdoti? E gli altri? Questo della predica era inteso seriamente? I pensieri gli saettano nella testa come delle rondini, quante cose saprebbe dire. Ora si sente come un’ai spazzata.

42. Senza parola camminano. Già compare il templare. Allora sussurra Nicodemo: “Padre Simeone, voglio – diventare aiutante laico; e se puoi impiegarmi accanto al tuo servor, vorrei – “ All’improvviso si getta al petto di Simeone. “I due mi hanno aizzato, suonava così onesto ciò che hano riferito. Non potevo sapere che devono scrivere nella casa del tribunale”.

43. “Giusto, ragazzo mio”, risponde soave Simeone. “Ma infine si tratta di questo; si tratta del tuo comportamento e perché hai gettato al vento tutta la bontà dei tuoi superiori – della mia ti voglio liberare - . Hai persino risposto male al medico. E prima hai battuto della paglia vuota. Se vuoi cambiare, allora trovi in me l’amico paterno”.

44. Nicodemo prega di rilasciargli la predica. Non vede il sorriso del chiaro. “Ti sia condonata. Per questo facciamo con due persone un pezzo di strada. Allora puoi imparare molto. Sai una cosa?” Nicodemo lo guarda con aria interrogativa. “Nel grande rotolo della Vita del Creatore”, dice Simeone, “nella natura, e nelle Luce, con cui Egli prossimamente adorna il cielo”.

45. “Oh sì”, si rallegra Nicodemo come un fanciullo. “Simeone, non ho sospettato quanto sei buono!”

46. Allora il celestiale conduce il terreno attraverso la porta del tempio.

[indice]

Cap. 20 / III°

‘Se non avessi te.’ - La Benedizione di passaggio - Che cosa è l’umiltà? - Sulla fine del mondo - Dio dimora nell’uomo?

Si devono aiutare i cattivi - Indicazioni sull’involucro dell’aria della Terra - Il santo Dovere Ur come Spinta di Luce della Misericordia

Forze oppure colpi del destino - La Capanna di Dio - La differenza fra spirito ed essere - La grande preghiera

Nella casa di Athaia un grande raduno: ebrei e romani – Simeone insegna e risponde a tutte le domande dei presenti, per tutta la notte – Alla fine con Anna, una grande lode all’Iddio veniente

 

1. Sulla via Simeone incontra Athaja con madre Anna, Mallane e Sachis. “Che cosa? Da solo? Una stella senza Raggi?” “Come vedete”, ride Simeone gentile. “Ma ora ho catturato tre buoni raggi-”. Mallane minaccia: “Come tali siamo troppo vecchie”.

2. Anche l’allegro discorso ha un senso. Anna chiede: “Dov’è rimasta la tua pecorella che hai portato al buon Pastore?” Intende Nicodemo. “Lui segue. Ci rallegriamo in Dio se EGLI ci fa riuscire una buona opera. Ora la pecorella sta guarendo del tutto, interiormente e corporalmente.

3. Entrate”, dice Simeone presso la casa di Athaja, “aspetto il tribuno”. Quando costui arriva, è presente oltre a Rochus e Forestus anche il duumviro. Si vede in Cornelio il dispiacere. La preghiera di Askanio di poter venire per via di Simeone, non si poteva quasi rifiutare. Ma se questo è una gioia per gli ebrei - ? In più nel pomeriggio sono stati consegnati due uomini che si erano dati da fare presso un punto d’appoggio fuori città, ma non erano da smuovere con nulla alla confessione, né con le buone né con la severità.

4. Il saluto di Simeone toglie un peso. Ma certi ospiti fanno lunghe facce, quando si nota Askanio. Ora – DIO guiderà. Se Simeone porta con sé il romano, allora è la Volontà di Dio; e questa si deve rispettre. Askanio rimane anche più in fondo, si sente come ospite indesiderato. Ancora prima della porta il tribuno aveva detto a Simeone:

5. “Ti devo velocemente riferire che c’è di nuovo qualcosa che mi preme. Due uomini, a giudicare dal vestito di posizione elevate, dovevano essere incarcerati”. “Ne hanno bisogno; lasciarli là. Sono i sadducei Sbtharus ed Amzi. Ambedue vogliono arrivare in alto e sono in gran parte i nemici vostri come del tempio. La loro influenza non arriva lontano, dopo tre settimane li puoi di nuovo lasciar andare. Ma riprendili fattivamente ogni giorno”.

6. Oh Simeone, se non avessi te!” “Così diceva Cirenio. Per te vale perciò la stessa parola: ‘Se non avessi DIO!’ Se ti posso aiutare, piccolo fratello del Cielo, allora EGLI aiuta tramite me”. Il romano guarda riflessivo a Simeone e pensa: Le Luci più grandi hanno anche l’umiltà più grande. –

7. È preparata una bella sala. Malgrado la buona tavola, ognuno ha la sensazione: Il meglio, il pasto dello spirito, che soltanto DIO può dare, arriva dopo. Si forma una cerchia confidenziale. Oltre alle tre templari ci sono le donne Zikla, Esther, Aski, Mechona e Hethti, che siedono accanto ai loro mariti. Athaja ringrzia tutti, soprattutto i romani, per la loro venuta.

 8. Cornelio domanda: “Che cosa è l’umiltà?” La parola davanti alla porta l’ha fatto scaturire. Ci saranno due modi”, dice Zaccaria, una autentica ed una dei gesti, con la quale si va volentieri da porta a porta”. Chol-Joses dice: “Quanti di coloro che si danno una buona pennellata ma dietro la facciata è deserto e triste”.

9. Obadnia interviene: “Poco fa ho incontrato Sabtharus”. Cornelio si piega in avanti ascoltando. Ah, non è uno dei manigoldi? Obadnia riferisce: “Mi ha chiesto se nel tempio ci siano ancora i grandi spiriti a fare i fantasmi. Egli intendeva Simeone”. “Comprensibile”, spiega costui. “Poco fa mi ha detto: ‘Se fossi ciò per cui ti dai, ci avresti da tempo liberato. Spalanchi soltanto la bocca ampiamente e sostieni che in te abita Dio.’ L’ho semplicemente lasciato lì. Ecco, Obadnia, cosi si deve procedere con loro”. ‘Mi segno la sua insolenza’, si prefigge Cornelio arrabbiato.

10. “Mi stupisce”, dice Jahor, “Diversamente ti chini per ognuno che giace a terra rotto”. “Certo, amico mio. Qualche volta il chinarsi si fa passando”. “Chi può discernere, che cosa sia meglio per questo o quello?” Eliphel chiede incerta. Allora dice il duumviro: “Un Simeone lo sa precisamente!” Questa piccola frase contribuise a scaldare gli ebrei per Askanio. Pashur, il nemico d’un tempo, aggiunge ancora:

11. “Lui non è un uomo come noi, egli può dire che Dio abita in lui.Mi viene soltanto il pensiero, se Dio in genere possa abitare nell’uomo. Ma lo si può dimostrare?” “Interesssa anche me”, si annuncia il cittadino Josabad, “ma prima sarebbe da chiarire la domanda del tribuno. Non ponetene delle nuove, se la precedente non ha ancora trovato il chiarimento”.

12. Questo piace molto a Cornelio. “Josabad, sei il mio uomo!” “Anche il mio” afferma Anna. “Anch’io preferisco che si faccia una cosa dopo l’altra”. Forestus è entusiasta, come sovente: “Lei è la donna più intelligente che ho imparato a conoscere! Degli uomini possono andare a scuola da lei!” Glielo si conferma volentieri.

13. Ahitop dice: “Di Simeone credo che Dio abiti nel suo cuore. Nell’umiltà egli dice certamente ‘no’”. Cornelio annuisce: “Prima ha annunciato, per cui ho posto la domanda”. Ripete il discorso e dice: “Simeone ci ha aiutato, È naturale che era l’Aiuto di DIO; ma chi ci serve, a costui spetta lo stesso ringraziamento e l’onore”.

14. “Si deve ringraziare l’aiutante”, conferma Anna, “con cui ha anche l’onore. Ma chi spera soltanto nell’esteriore, manca in parte il collegamento con la Luce. Quello che pensiamo, diciamo o facciamo, è da mettere sull’unico vero fondamento, che in tutte le cose è il nostro CREATORE! Chi ringrazia Simeone, deve mettere il ringraziamento nelle Mani di Dio, per cui la Benedizione di Dio viene sull’aiutante dal ringraziamento e da colui che è stato aiutato”. “A te va pure un buon ringraziamento”. Hilkior guarda Anna con riverenza.

15. Simeone prende la parola: “Samnus, che una volta serviva da esempio, esamina se la Luce ha bisogno di umiltà. Lui lo nega in se stesso. Sì, se si valuta l’umiltà legata al mondo, ha ragione. Ma è un attributo puro. Perché la sottomissione o l’umiliazione, il divenire umiliato, come l’uomo dice volentieri, è del tutto estraneo a questa alta figlia del Cielo.

L’UMILTA’ è il senso semplice

Dell’inserimento nellOpera di Dio!

Nessuno spirito di Luce si crede grande. Dato che per maggior responsabilità può prestare anche del lavoro più elevato, non fa risultare nessun sporgersi oltre ad un confine di Creazione, che soltanto il Creatore Stesso supera!

16. Sapere questo ed inserirsi come ‘parte del Tutto, è vera umiltà e non viene evidenziato particolarmente nella Luce. Si è pronti a servire e ci si sottomette alla Volontà di Governo di Dio. Quando la prima figlia della Creazione si è elevata, soltanto allora i figli di Dio vedevano la differenza, che dopo la caduta predominava nella materia. Con ciò l’Empireo era di nuovo del tutto liberato dalla sostanza della differenza.

17. Un simbolo: Un cielo blu, figurativamente il Regno di Dio, è la sua parte inesternabile, mentre le nuvole passano soltanto oltre. Se il Cielo è coperto per giorni insieme al Sole, ambedue esistono comunque e non vengono distrutti da nessun muro di nuvole per quanto voglia essere spesso, che è subordinato al cambiamento o alla dissoluzione. Non esistono mai due nuvole uguali in forma, sostanza e sussistenza.

18. Figurativamente così con quella prima figlia del Cielo. È diventata come una nuvola, perché non riconosceva più la cosa naturale della percezione di Luce, per cui dall’umiltà è diventata arroganza. Dato che questa nuvola non poteva trattenersi presso, rispettivamente nel Cielo, ‘si è allontanata’ del tutto logicamente anche nel suo genere, e non era più trovata nel Cielo. [Giobbe 39, 19; Ap. 12, 8]

19. Vi è incomprensibilee calcolando in anni terreni, ssapere quanto vive lontano dalla Luce non sapendo come si modifica la materia, come si restringe. Simbolicamente Lo-Ruhama somiglia ad una nuvola oscura, ancora conterassegnata nel tempo di vita gravemente accorciato degli uomini [Sapienza, 2, 4]. Adamo ha raggiunto mille anni, Enoc tanti anni quanti giorni ha un anno terreno. Ed oggi - ? Chi raggiunge la clemente età di un Mosé?

20. Questi sono dei riflessi spirituali nella materia, che fanno trovare ad ognuno che cerca di riconoscerli, il senso interiore ed esteriore della Creazione. Così anche l’uomo può conquistare l’umiltà, la sensazione di Luce, la cui facoltà d’espressione è lo specchio dei pensieri. Tramite l’incarnazione crescente degli esseri co-caduti la materia perde in volume ed in forza.

21. Come mai? La cattiveria aumenta; più uomini ci sono, più disgrazia viene su questo mondo. Precisamente! Ma vedete: Se una parte del Tutto aumenta, la seconda parte deve diminuire. Lo-Ruhama dopo la caduta non aveva la possibilità di estendersi oltre. La sua forza era stata investita.

22. Per risparmiarle un sovrapeso di Luce schiacciante, rimaneva per il sesto Giorno della Creazione l’aumento della formazione dipendente dalla sostanza di Luce già liberata. Quello che era già nel divenire, diveniva; ma la segreta Essenza di Luce forniva invece continuamente la cosiddetta “Forza di consumo’, senza la quale non possono essere conservate delle forme né sostantive né oggettive.

23. Se il mondo una volta sarà sovrapopolata, allor è il segnale finale per la dissoluzione della ‘nuvola oscura’. Allora altre stazioni d’abitazione della materia (pianeti) sono quasi puri; soltanto questo mondo porta fino oalla fine il resto dell’inferno. – Fate ancora attenzione: Prima della vita terrena[22] [z.23] per i co-cduti non esiste un particolare cambiamento dell’esistenza. Quando un essere viene nel mondo, porta con sé ils uo piccolo inferno, che lo segue quasi sempre anche nell’aldilà, dove per l’inferno di fondo non esiste nessun passaggio [Luca 16, 26]. Con ciò le è tolta quella parte che un essere stesso porta in sé.

24. Questo è destino e nel senso il morire della materia. Certo, questo lo può riconoscere in modo preciso solamente la Luce. Ma nella fede e nell’umiltà potete arrivare alla conoscenza, con cui raggiungiate poi la visione nello spirito e nel cuore. Se avete questa, che si manifesta come nel corso del sole (verso estovest), ne diventa per anima e mente un bastone, che noi chiamiamo ‘collegamento di poli’ (nordsud). Le quattro direzioni principali del Cielo corrispondono alle quattro specie d’esseri principali del Creatore, come pure delle creature; il tutto ad una Croce.

25. Sì, ora chiedo: Vi sentite davanti a Dio umiliati per via di questa parola del Cielo? Voi pensate: Al contrario ci sentiamo elevati a Lui! Con la vostra conoscenza concludiamo la domanda di Cornelio e parliamo del ‘Dio che abita nell’uomo’. Dopo c’è ancora da chiarire dell’importante”.

26. Zaccaria dice: “Ho soltanto una preghiera: Signore, fa TU di noi dei vasi, che conservano fedelmente queste Preziosità!” “Amen”, rinforza Athaja. Esther prega, Simeone le voglia spiegare di più la ‘nuvola’. Anna loda la principessa ed invita le donne da sé. Simeone poi continuerebbe volentieri ad aiutare.

27. Il giudice Thola sorride: “Sotto esclusione della mascolinità eccetto Simeone?” “   Questo dipende dalle donne”, sorride Hilkior alla sua Hethit. Lei è pronta di parola: “Noi lo permetteremo. Chi vule venire, è ammesso”. Chiede letteralmente il duumviro: “Posso anch’io?” “Sì”, risponde Anna con sguardo limpido, “allora siedi accanto a me”. Con ciò lei ha legato il non ancora consolidato, meravigliosamente al Regno di Luce. Su tutti passa un brivido. Simeone mostra nuovamente il suo sorriso terreno conosciuto, che si ama particolarmente in lui. Egli dice:

28. “Dio può dimorare nell’uomo? Questo è diventato per molti un concetto di fede. Un ‘dimorare’ premette un ‘vivere qui’. La domanda è da precisare: Il Creatore vive nella creature? Formulato così permette al mezzo pensante di afferrare senz’altro l’impossibilità di questo. Nessuno maestro vive nelle sue opere, ma queste sorgono da lui – come testimoni della sua azione.

29. Ancora un passo in avanti: L’Opera dimora come Pensiero nel Maestro, che Egli forma. La Sostanza mentale di ogni Creazione rimane sempre fissata nel Maestro, anche quando ha ricevuto la sua forma esteriore. Per eseguire già una piccola prova, chiedo alla nostra intelligente Aski che cosa ne pensa”.

30. “Simeone”, esclama suo marito spaventato, non saprei nessuna giusta risposta!” “Non te l’ho neanche domandato”, scherza Simeone. “Il Cielo sa chi sa qualcosa”. “Di nuovo una frase”, si fa sentire Cornelio. “Che fortuna che non sono l’esaminato”. Generale allegria. Aski schiaccia quasi la mano di suo marito; ma uno sguardo la avvolge così benevolmente, come – il mantello di Elia, che ha lasciato ad Elisa [2. Re 2, 13]. Allora lei comincia con coraggio.

31. “Dio non è in noi. Egli non può rimpicciolirsi; Egli dovrebbe altrimenti dimorare in tutti coloro che Lo servono. Non mi entra, che Egli nella nostra parte ha formato le Sue Forze come il ‘Suo Io’, meno ancora tali della Sua personale Entità. Mi è simpatico il contrario: Coloro che Lo amano, ben anche dei poveri caduti, dimorano nell’Amore del Suo Cuore, nella Sua Infinità. Con ciò – così penso – è trovato il giusto contatto, se e come Dio è da trovare in noi.

32. Simeone annunciava: Nel Maestro rimangono fissate le Sostanze delle Sue Opere come Pensieri, anche quando ricevevano una forma. Quindi la creatura figlio dimora in Dio come Suo Pensiero; come forma vive nella magnifica Infinità del Creatore. Dato che Egli ha creato i figli della Luce, anche gli uomini, secondo la Sua Immagine, l’eterna maestosa Immagine UR di Dio è impressa in tutti.

33. Vorrei chiamarla ‘la contemplazione nel cuore’. Il ‘dimorare’ è la formazione, che Dio ha assegnato alle creature figli; il ‘vivere’ come sensazione vivente è il ‘rendere vivente’ in noi stessi, dato che dobbiamo avere Dio per tutta la vita davanti agli occhi e nel cuore! [Tob. 4, 6].

34. Ora sono arrivata alla fine con la mia sapienza”, ride Aski leggermente imbarazzata. Cornelio va da lei, le stringe la mano e dice: “Ti sia ringraziato per la tua sapienza, piccola donna. Permettimi di impiegarla pure per il mio uso e bene”. Di questa lode le donne si rallegrano molto, anche se Aski ha sfiorato soltanto il bordo di una conoscenza più profonda.

35. Anna aggiunge: “L’uomo non lo può afferrare del tutto; ma ciò che è da ottenere con la buona volontà, è del tutto sufficiente. La creatura nel Creatore, lo spirito nel sacerdote, l’anima in Dio, la mente come cuore vitale nell’Eterno-Padre! A questa alta maestosa Quadruplice Entità nella sua Figura fondamentale UR la creatura figlio può stare di fronte nella sua forma prestata”.

36. Askanio si stupisce: “Non avrei mai pensato che qui fosse da incontrare una tale Verità, in più dalle donne!” Simeone risponde: “In ogni popolo sono incarnate delle Luci. In particolare si spingono ora nell’Oriente, perché qui compare il SIGNORE. Egli porta dal Suo PAESE il MATTINO; la Sua Dottrina è il Asole! Anche Roma, Askanio, ha delle buone Luci; anche tu diventerai ancora un buon raggio!” “Io - ?” Una sincera domanda di dubbio su se stesso.

37. Chi si rende piccolo, Dio lo ingrandisce; chi si eleva in alto, è disceso! – Ora il padrone di casa può prima ancora offire un sorso”. Ci sono dodici botti intatte”, dice Athaja, “sono d’accordo se le vuotate”. Schithinaz sussurra ad Mitrha-Bosnai: “Ora tocca alle immagini. Io non le mollo senza lotta”. Dice il più giovane: “Qui regna lo spirito, a cui nessun singolo resiste”. Un annuire imbarazzato. Quello che sentono, ha confermato l’opinione dei loro re d’insegnamento nel castello a Persepoli. Nel frattempo dice lo scienziato Galal:

38. “Ho ancora molto da imparare!” “Non si finisce mai d’imparare”, risponde Nathan. Simeone si siede accanto alle due persone e comincia: “Cari amici, vi presentiamo ora i proprietari delle vostre immagini”. Schithinaz esclama subito emozionato: “Sono la proprietà del nostro re. Persino se il tempio ne era il proprietario, il diritto su di esse è caduto in prescrizione, perché non sono mai state richieste”.

39. “Furbo!” Il giudice Thola tira fuori un rotolo. “Delle leggi proprie di un paese non sono normative in altri paesi; esiste però una cosiddetta legge mondiale”. Thola legge il passo, che delle cose, i cui proprietario sono dimostrabili, devono essere restituite, indipendentemente dalla relativa durata di possesso da parte di altri”. “In questo caso è favorevole per voi”, dice Mithra-Bosnai.

40. Cornelio chiede del diritto romano: “Potete dimostrare che una volta sono stati conquistati tramite acquisto, allora mostrate il rotolo d’acquisto”. Schithinaz para: “Non so se ne esiste uno. Soltanto non è da presumere, che il tempio di Gerusalemme vendeva tali documenti senza controvalore”.

41. “Ed io non posso immaginarmi”, s’infuria Cornelio, “che era generalmente il venditore! Le immagini una volta sono andate perdute per una disgrazia, che io posso dimostrare, e cioè nell’occupazione di questa città tramite Pompeo, come succede facilmente con l’occupazione nemica di un paese. Appunto questa faccenda era come segue”. Il tribuno fa uno schizzo dell’avvenimento di allora. (ved. Parte 1)

42. Schithinaz non si da ancora per vinto: “Dimostrami, tribuno, che quelle persone, che hanno assistito il morente, hanno regalato le immagini a chicchessia”. “Oggi non lo può nessuno. Proprio per questo è mia convinzione che siano la proprietà del tempio”. Askanio lo conferma secondo la legge romana. Cercando aiuto il persiano si rivolge a Simeone:

43. “I diritti di Israele, Persia, e Roma non si congiungono. Tu conosci il diritto del Cielo. Pronuncialo, e così deve succedere”. “Anche se è contro la Persia?” Un lungo indugio. Tanto il tempio ha comunque il sovrapeso; e Schithinaz stesso ha provocato il diritto del Cielo. Simeone dice:

44. “Secondo il diritto del mondo il proprietario è il tempio, benché quella gente abbia venduto il materiale ad un forestiero, per – un pane. Sarebbero state pagate con questo?” “No; ma …” Simeone continua: “Ora non si tratta quasi del terreno, che non si lascia mai pagare. Le immagini sono sorte da un faticoso lavoro di un singolo. Lo spirituale in queste nessun mondo intero può pagare! Sia chiarito”. Lui rivela di quel tempo e quella Stella (ved. 2. parte) che sono il documentario delle immagini. Si ascolta commossi. Alla fine Simeone chiede ai persiani:

45. “A chi appartengono?” “Al tempio”. Le avevano viste, mentre Simeone era assente. Gli ebrei si rallegrano. Ed ora Simeone continua: “Ma anche alla Persia ne spetta un diritto. Ora, Jissior e Malluch sono molto abili; loro copiano tutte le immagini. Le copie vengono segnate dal tribuno, dal duumviro, dagli alti sacerdoti, dai giudici e dai superiori della città. I persiani ricevono le copie; ed i loro saggi si possono orientare secondo queste. Che cosa dite del diritto del Cielo?”

46. L’avvocato esclama spontaneo: “Ecco si vede di nuovo una volta, quanto siamo stupidi noi uomini. Nessuno pensa alla cosa più a portata di mano. È solo bene che abbiamo un Simeone”. “Non lasciarglielo sentire”, dice piano Cornelio, come se costui non lo dovesse sentire, “altrimenti tu, come il Quirino ed io, saremo corretti dal Cielo”.

47. “Tutti sono sottoposti al giudizio del Cielo”, dice seriamente Simeone. “Chi si piega a lui, si trova nel Diritto e nella Grazia di Dio!” Spiega alcune ‘linee del firmamento’ come si chiamano i disegni incompresi. Con ciò diventano una meravigliosa Rivelazione. Schithinaz dice con riverenza:

48. “I nostri filosofi, come si chiamano i ‘re della sapienza’, ci hanno bens spiegato molto, affinché potessimo dimostrare di che cosa si trattava. Loro stessi probabilmente sono penetrati al meglio, ma sanno tutto quello che non potevamo sentire questa sera - - ? Ne dubito”.

49. “Sì, perché mancava l’introduzione del disegnatore. Ma trovano la strada, i vostri persiani ed i suoi amici. Nel piccolo Ephrata, non lontano da questa città, portano poi all’Eterno i loro doni”. Si vorrebbe domandare, ma ognuno tace. Oh, quello che sta per arrivare deve agire alla sua propria ora. Dopo che le immagini hanno fatto il giro, ed infine sono state consegnate agli alti sacerdoti, Pedata pone una difficile domanda:

50. “Simeone ha parlato degli esseri incarnati, che dall’oscurità portano la loro parte dopo la vita terrena con sé nell’aldilà. Di conseguenza le parti di un tutto diminuirebbero ed aumenterebbero relativamente, l’inferno rimarebbe intatto. Perché se qui, se là, questo non ha importanza”. Ahitop si fa sentire: “Questo sarebbe ancora da domandare, se conservano la loro parte infernale non purificata”. Spronata da Aski, dice Zikla, la moglie di Chol-Joses:

51. “Io penso che costoro portino con sé dei caratteri pre-aggravati. Dato che sono caduti insieme alla figlia della Creazione, è la loro propria colpa. Ma ho conosciuto della gente, che si è modificata tramite la Bontà di Dio. Costoro hanno smesso di rubare, dei battitori hanno gettatoi via i loro bstoni ed altro ancora. Che cosa portano cnm sé nell’aldilà e dove rimane la loro parte infernale?”

52. “Guardate la nostra Zikla”, loda il dottore, “lei ha fatto attenzione!” “Non c’è da meravigliarsi”, sorride Josabad, “lei è la moglie dell’insegnante di scuola”. Per un po’ ne viene discusso, finché Simeone dice:”Pensiero, parola ed azione sono sostanziali, anche se non sempre comprensibili. La sostanza è modificabile, altrimenti degli esseri o uomini cattivi non diventerebbero mai buoni.

53. Come si muta il cattivo in buono, non ve lo si può rivelare nella piena profondità, ma do volentieri un esempio. Un frutto cade immaturo dall’albero, comparabilmente, che una tale anima entra nell’aldilà non purificata. Ciononostante la sua parte infernale non ricade nell’inferno di base, Pedatja, come ho già spiegato. Di conseguenza con ogni singola incarnazione di essere l’inferno diminuisce parzialmente. Ma ancora:

54. Anche dei frutti maturi in parte cadono o vengono raccolti. Questi sono costoro che intende Zikla e che l’aldilà aiuta a maturare. Coloro che cambiano totalmente, che riesce a pochi, raggiungono nel mondo la maturità di Grazia. Malvolentieri si getta via del maturo per emergenza, lo si usa per diverse cose. Così agisce il nostro Creatore! Ogni miserevole viene assistito amorevolmente. La grande Gentilezza di Dio trasforma l’oscura sostanza in Luce, ed infine rende buono tutto il male.

55. È giusto la faccenda del carattere pre-aggravato. Ma nessuno viene aggravato: sarebbe ingiusto. Quello che succede meravigliosamente con costoro, che Dio sgrava, dove e com’è possibile. Non domandate: Perché il signore non ha fatto l’uomo buono in precedenza? – Tramite la co-caduta gli uomini sono diventati cattivi. Perciò il Padre della Misericordia non vuole fare altro che sgravare tutto, che avviene particolarmente tramite la Sua Venuta in modo retroagente e preagente. In Lui dimora eternamente la Misericordia; ed eternamente opera nel santo

Io ero, Io sono, Io sarò!”

56. Babbukia chiede: “Non sarebbe meglio nel mondo, se esisterebbero meno uomini?” “Chi lo sa”, pensa Athaja. “Il mondo come Pianeta non ha nulla a che fare con buono o cattivo. Con gli uomini, pochi o molti, Dio può agire come vuole. Molti, anche se devono essere dapprima guidati al bene, corrispondono alla Sua Grandezza e Maestosità”.

57. “Comprendo intanto tutto eccetto una cosa”, dice Forestus. “Se quella figlia terrena, che per me è certo un po’ ‘vaporosa’, si è levata contro l’Onnipotente, Egli la poteva sfracellare. Allora sul nostro mondo esisterebbe soltanto buona gente”. Anna sorride finemente: “Forestus, fa attenzione una volta!

58. Hai tre figli pronti a volare; ma le tue mani paterne governano ancora”. “E quanto bene!” “Appunto, Il primo non vuole più sopportare la briglia. Tu l’uccidi quando rifiuta caparbiamente la tua mano?” “No, no”, dice affrettato Forestus. “Sarebbe punibile e – non lo potrei nemmeno. Èil mio maggiore”.

59. “Quanto di più Si mantiene l’Eterno-Padre la prima figlia, anche se è scivolata sulla via storta. Hai un mezzo per salvare tuo figlio?” “Questo sì”. “Se ti può riuscire con pazienza, amore e segreta guida, magari tramite Cirenio, di far ritornare tuo figlio, sarà allora compiacente e più facile al Creatore di salvare appunto quella prima figlia, non è vero?”

60. “Ma Dio poteva toglierle la forza della resistenza”. “Nemmeno. Se tu rendi il tuo ragazzo senza forza. Lo dovresti storpiare”. Forestus rifiuta energicamente ed Anna dice: “Dio non ha toltola Forza alla primogenita, perché questo sarebbe pari allo storpiamento del corpo”.”L’ho afferrato; ti ringrazio, onorevole madre Anna”.

61. Posso chiedere qualcosa?” Askanio si fa un poco avanti. “Non fa parte del severo discorso, tuttalpiù …” Simeone acconsente. Costui dice: “Avrei volentieri saputo di più della nostra Terra. L’opinione non sembra giusta secondo quello che è stato detto finora. Com’è il corso del mondo? Nello Spazio c’è soltanto aria? Mi mancano i collegamenti”. Questo tema interessa gli uomini. Cornelio si rallegra del duumviro, allora la ‘resa dei conti’ risulta più mite di come si era prefisso.

62. Simeone dapprima spiega in mdoo generale la Terra, il suo ‘pallone d’aria’, come egli chiama l’involucro del pianeta ed allarga il suo insegnamento. “Vi è difficile comprendere i poli. Voi credete, che dovrebbero essere come nella ruota il centro, diritto, nel centro. L’irrdiazione dello spazio che nutre ogni corpo nell’Universo, viene accolto da un polo, digerito, ed il resto in certo qual modo espulso dall’altro polo. Questo non avverrebbe se i poli, secondo l’orbita della Terra, corressero soltanto in modo verticale o orizzontale.

63. In seguito ad una leggera inclinazione, nelle curve all’interno della Terra, un raggio dallo spazio viene accolto più intensamente, guidato all’interno della Terra dall’intera superficie ed attraverso differenti canali. Dei Soli maggiori conducono gradualmente delle Forze ultraregionali attraverso il Sole planetario mediante i pori dell’involucro esterno, nello spazio d’aria interno del pianeta. L’involucro è preparato all’incirca come la vostra pelle, attraverso la quale le sostanze affluenti d’aria e del Sole penetrano nel corpo.

64. La pelle d’aria di un mondo ha uno strato settuplo, sul quale gli apporti di Forza ultraregionali devono dapprima bruciare. Ma che non brucia la ‘pelle del pallone d’aria’, a questo provvede la velocità del pianeta per voi non calcolabile. Ogni corpo dell’Universo corre in un ‘fiume d’aria’, che potete chiamare corrente di ghiaccio. Più avanti vengono esplorate bene le regioni polari, anche i loro gradi di gelo. Questi agiscono come ardore centrale nei confronti di quel gelo della corrente d’aria. Ciononostante non sono per per nulla un elemento distruttivo, come non ne esistono assolutamente negli spazi cosmici Ur.

65. Degli incarnati sono legati alla condizione del loro mondo di vita, in vista dell’altitudine da raggiungere, come verso l’interno del mondo persino molto limitato nei confronti di quella lontananza di Spazio che percorre la Forza di radiazione”. “Prego, una domanda”, si annuncia Gedalmar. “Il Sole riceve ogni genere di Vita; ma quando si guarda in esso, i miei occhi dolgono subito. Il Sole brucia e fiammeggia, soprattutto quando non c’è stato pioggia per un lungo periodo. Perché è così?”

66. “Anche una buona domanda”, loda Simeone. “Soltanto che questo si riferisce alla conduzione speciale del vostro mondo, che però è possibile anche su altri pianeti. È collegato semplicemente con gli incarnati, insieme al loro genere. In parte riguarda l’idolatria, con cui è meno da intendere la fede negli idoli, se qualcuno attraverso generazioni non sa nulla del vero Creatore. Chi non sa niente, non ha nessuna colpa in questo caso [Giov. 9, 41]. Idolatria è l’allontnamento da Dio coscientemente voluto.

67. D’altra parte delle catastrofi sviluppano un pareggio per delle potenze ancora molto di più devastanti, per le quali in ogni caso gli abitanti del mondo stessi sono colpevoli (Sodomia), senza potersi fare dapprima minimanete un’immagine di tali effetti di furia.

68. Le Forze aggiuntive fatte passare dalle radiazioni ultraregionali dello Spazio sono superiori alle Forze dello Spazio dei mondi come potenze cosmiche; agiscono per dire in modo mite. Roma ha studiato un’arte della scherma rude e fine. Con la rude si abbatte (guerra), con la fine (giochi) si supera. In tale confronto opera la Forza ultraregionale. Supera con la tattica della Luce la potenza rude le forze dello spazio interno di un mondo”.

69. Ecco che Galal s’intromette riscaldato: “Molte catastrofi agiscono in modo colossalmente devastanti; e tu lo chiami forza mite?” “Dal punto di vista degli accadimenti hai bensì’ ragione. Dalla Vedetta del Creatore questo ha un altro volto”, sminuisce Simeone. “In ogni caso”, ammette Gala senza indugio.

70. “Spiega, Gala: Perché durante i temporali c’è sempre tempesta? Perché aumenta la tempesta quando infuriano gravemente dei temporali?” Lo scienziato guarda stupito, ma infine dice: “Questo è condizionato cosmicamente. Ho presupposto che la velocità del fulmine genera la tempesta”.

71. “Giusto. I temporali sono dei purificatori d’aria. La forza ultraregionale come tempesta ostacola e ‘sparge’ per la maggior parte la forza distruttiva dei fulmini. Come un corpo spaziale nella sua corrente d’aria corre a rotta di collo avanti – ma non il corpo fornisce al fiume le rive, vi è giacente -, proprio così scorre anche il fulmine nel fiume del corrente. È meglio se poi s’infuria su qualcosa, piuttosto che il suo potere di fuoco si scarichi come concentrato.

72. Ci sono ancora dei fulmini che sono delle ‘nascite di Luce’, dove si uniscono infinite particelle di elementi. Il procedimento fino alla nascita complessiva non si pascia seguire attraverso migliaia di anni. Evidentemente iun tale ‘fulmine del cielo’ si spegne, ma rimane esistente nel proprio grande elemento ur, dal quale possono sorgere tra l’altro anche nuovi corpi spaziali.”.

73. “Esistono anche negli spazi ultraregionali dei temporali?” chiede Nicodemo. “Sì, ma di genere diverso, ed hanno anche un altro scopo. Perché là le sostanze elementari sono essenziali e creano di conseguenza per l’Eternità. Ancora alla domanda di Askanio: Il movimento dei corpi spaziali e la forza della corrente d’aria come le loro temperature sono in precisissima sintonia”.

74. “Chi lo può afferrare?” Samnus si tocca la fronte. Simeone lo calma: “Si tratta meno dell’afferrare che più alla conoscenza, dalla quale splende la Profondità di Sapienza di Dio. Se tu, Samnus, ne cogli la Magnificenza di Dio, hai trovato la pietra bianca [Ap. 2, 17]. Il sapere è bene; la Sapienza è tutto! Ed il suo contenuto deve essere per tutte le creature di figli la meditazone, l’umiltà, la riverenza e l’amore. –

75. Askanio ha volentieri assistito come Pretario, il capitano del Quirino, doveva condurre con le due mani e grandi sforzi la nave attraverso le onde; le altre navi seguivano a mo’ di ventaglio. Preso qui soltanto come esempio, allora considera tutti i corpi spaziali come navi, che il Creatore conduce attraverso il mare dell’Universo. Per questo Egli usa solo la Mano destra; con la sinistra Egli indica ai Suoi figli la via ed il lavoro. Con lei Egli benedice pure. Compreso?”

76. “Compreso? Ti sei dato molto da fare per me, o Simeone; ma dire ‘compreso’ sarebbe pura arroganza. Accolto, sì; ci vuole soltanto un po’ di tempo, finché lo comprenderò. Ti prego, ti sia ringraziato”. Lui abbassa la sua spada. A tutti i sacerdoti qui viene il pensiero: ‘Quanto sicuramente conduce egli tutti i cattivi ed i buoni; se soltanto lo potessimo anche noi.’ Non è invidia; il fratello del Cielo li guarda amorevolmente.

77. Athaja ritorna sull’insegnamento dello spazio: “Non ho ancora una giusta immaginazione sui due poli del nostro mondo. Simeone ha unito magnificamente molto del cosmico con i nostri corpi, soprattutto con la nostra fede nel simbolismo. I poli sarebbero nel senso il Creatore, anche il ‘Centro’ della Sua Creazione. Ci si deve immergere nell’interiore, nel cuore, quando si prega”.

78. “Molto bene, amico Athaja”, risponde Simeone. “Una Creazione Ur somiglia persino a quattro ruote, che s’indentano [Ez. 1, 15 – 17] e questo per nulla soltanto nel simbolo, ma nella struttura reale. In queste ruote che eternamente camminano, il Creatore è da paragonare al centro ed indipendentemente da ciò, Egli è da trovare e da vedere ovunque nella PERSONA.

79. Il profeta Ezechiele ha rivelato nella Facoltà di movimento dell’Opera di Creazione o di Ruote sia come questa sia anche la Divinità. Nella Creazione, nel Suo Potere, nella Sua Forza, Potenza e Vigore, il Creatore è però anche l’eterno e stabile Cerchio che abbraccia ininterrottamente le Opere e con ciò mantiene a loro il Movimento e tramite questo, la Vitalità”.

80. “Questo è meraviglioso!” Gli occhi di Zaccaria splendono. “Così il nostro Dio è il vero Interiore ed Esteriore, Tutto in tutto, e la Sua Bontà dura in eterno!” [Salmo 106, 1] “Sì”, dice madre Anna solenne, “Dio è nell’Eternità la Fonte che nutre tutti i pozzi. Nell’incessante scorrere Egli diventa per noi sempre nuovo; perché anche ogni giorno è la Bontà di Dio”.

81. Cornelio pensa: ‘Se Cirenio lo sapesse! Ah, questo l’ho detto agli oltraggiatori del tempio, magari con queste meravigliose cose si fanno toccare.’ Dice Simeone: “Bene, Cornelio, anche se i caproni non si lasciano facilmente tosare. Quello che fai, è dalla Fonte della Benedizione, per te presto,per i due a loro tempo”. “Allora sia fatto”, risuona il tribuno. “E per me oggi può andare fino al mattino. Quindi subito un’altra domanda:

82. “Gli abitanti di altri pianeti hanno una simile missione come noi in questo mondo? Oppure è persino più alta?” “Il nobile tribuno pone delle domande!” esclama ammirato Jaor. Simeone sorride: “Chi tende alla Luce con violenza spirituale [Matt. 11, 12] con ciò stabilisce un contatto interiore con la Radiazione di Forza dello Spazio ultraregionale, con cui si forma nel modo più meraviglioso il contatto personale tra Dio ed una creatura figlio.

83. A questo mondo è riservato l’ultimo della Redenzione. L’uomo ne ha fatto la serva Lo-Ruhama. Gli incarnati di altri mondi lo hanno già sorvolato, hanno un maggior contatto con delle sfere di campi di Luce, per quanto possibile e sia dato. Loro danno man forte, affinché il nucleo dell’oscurità, oramai quasi esclusivamente concentrato su questa Terra, possa giungere alla Redenzione. Ma per questo Dio non conosce nessuna costrizione per raggiungere questa Meta UR.

Il Suo santo ‘Devo’ è la spinta di Luce della Misericordia!

84. Per questo Egli Si è scelto il mondo più povero, simbolo di Lo-Ruhama oppure Sadhana, come era il suo ‘nome di figlia’. Ho guidato Nicodemo, cosa che in ogni modo è un ‘prendere-per-mano’, anche attraverso la Dottrina. Così e non diversamente lo fa Iddio! Da quel tempo della caduta Egli, il Padre, ha costantemente teso le Sue Mani per riedificare tutti i precipitati, per dirigerli di nuovo verso Casa.

85. Per l’ultimo Atto d’Aiuto l’Altissimo personalmente Umano viene in questo mondo e porta nuovamente con Sé la Sua Dottrina di Vita, affinché il più povero animico possa peregrinare verso Casa. Ho detto ripetutamente: Egli viene presto!” Chiede Mechona timidamente: “Di quel sacerdote Sakkai stava scritto su una immagine ‘presto’. Da allora sono passati quasi sessant’anni. Come si può comprendere questo ‘Presto’?”

86. “Hai fatto bene attenzione”, viene lodata. “Preso o tardi non si lascerebbe paragonare con i vostri tempi, perché soltanto l’Azione UR produce un tempo. Nei confronti dell’Eone un secolo del mondo è meno che il secondo di un anno terreno. Dato che l’Opera di Redenzione si appoggia solamente al tempo di Luce, un ‘Presto’ sta al suo giusto posto. In tali Alti Tempi gli uomini e gli esseri hanno l’occasione, di tornare definitvamente indietro”.

87. “Ti ringrazio”, dice Mechona e fa ina formale riverenza davanti a Simeone. Lei ha un immenso rispetto per lui. Lui ha cambiato Pashur, suo marito, sotto il quale lei ha avuto molto da soffire; lui è diventato un buon padre ed un vero marito. Non si dimenticherà mai di Simeone. Anna accarrezza le sue gote sottili.

88. Hasabra comincia di nuovo: “Simeone, hai suscitato e spiegato una quantità di domande, ti prego, risolvi anche la mia domanda”. “Avanti”, ride Obadnia, “in questo modo arriva il mattino, come lo desidera il caro romano”. Costui risponde seriamente: “Oggi impariamo tutta una scuola. Per questo è abbastanza da ringraziare il Creatore ed anche Simeone”. Hasabra domanda:

89. “Nel tema delle Forze dello spazio interno ed ultraregionale hai detto che queste agiscono. Sono degli elementi auto attivi oppure vengono guidati da portatori di Luce (angeli)?” Naturalmente non sono attivi da sé”, insegna Simeone, “con cui sarebbe collegato un ‘pensare da sé’. Vengono sempre guidati. Oltre a questo esiste ancora un asse di pareggio, che – rimanendo nel vostro mondo – si riferisce al popolo degli uomini.

90. Quest’ultimo causa le catastrofi [Gen. 8, 21]. Ma allora per il clemente sgravio vengono legate anche delle parti di cattiveria. L’investimento agisce, come voi pensate, come destino cieco. Il fulmine corre nella corrente di tempesta guidato. All’interno delle sue rive diventa per così’ dire sovente il destino cieco”. “Fammi interrompere”, prega Ahitop. “In tali colpi del destino vengono più sovente colpiti degli innocenti che dei colpevoli.

91. “Così sembra”. Le parole di Simeone pesano gravemente. “Molto raramente un colpito è innocente, perché con ciò un misfatto antico può essere pagato, dove Dio con clemenza porta tali vecchi debiti al pareggio, soprattutto per le vie dell’aldilà. Quando soffrono anche degli innocenti, allora sono stati posti già precedentem,ente su questo ‘posto di Grazia’, per loro non è nessun ‘posto di disgrazia’! Almeno a questo riguardo non sono aggravati [Giov. 9, 3] e perciò possono aiutare a p ortare una parte del ‘peso del fratello’”.

92. “Dire Posto di Grazia per posto di disgrazia non è da insegnare all’umanità”, dice Chol-Joses. “Non deve nemmeno succedere”, risponde Simeone. “È sufficiente se questo lo viene a sapere una piccola schiera, che tramite un pensare consapevole aiuta meglio di come è possibile con degli insegnamenti pubblici”. Nathan racconta: “Poco fa mi ha fermato Usiel. Simeone gli avrebbe detto, se venisse Dio, ritornarebbe anche l’Arca del Patto. Ha riso in modo riprovevole.. Cosa intendeva?”

93. “L’Arca del Patto stava nel deserto, fuori [Ebr. 13, 12 – 14]. Si doveva andare da lei dal campo circondato dal mondo. Se lo si faceva, allora si arrivava davero al Signore! Questo significa in parte che i figli della Luce escono dal Regno verso il ‘Fuori della materia’, viceversa gli incarnati escono dal mondo nella città della Luce. Io avevo spiegato questo ad Usiel ed egli scherniva, allora lui sarebbe presso Dio, il tempio si troverebbe nella città e non sarebbe una povera capanna al di fuori. Ho lasciato Usiel lì, perché cercava soltanto di contendere. Invece il Tutto è una meravigliosa visione.

94. La Capanna come ‘la Custodia di Dio’ è l’alto Tempio nella citta della Santa-Luce. Dio imposta il suo simbolo nella materia – non soltanto per il popolo di Giacobbe. Deserto signifca materia. Dato che la Custodia di Dio è ultra abbondante e mangifica, perciò Mosè doveva anche adornare magnificamente la Capanna [Esodo 24 – 27]. Salomone lo ha misconosciuto, malgrado il suo ampio sapere. Egli vantava con il fasto come il bene ed il denaro suo e del popolo.

95. Che Dio lo abbia concesso, era nel ‘colpo dell’ascia, che ha colpito la radice del popolo’ [Matt. 3, 9 – 10], provocato da un continuo servizio agli idoli. Di per sé il colpo d’ascia non si può più fermare, a meno che il popolo non cambi totalmente, quando l’Altissimo Signore arriva come una ‘povera capanna’; come solo un Figliuol d’Uomo malgrado la Sua Entità-Dio-UR; come povero Uomo, per liberare tutte le povere anime dalla lontananza.

96. Nessuno spirito puro deve andare in un mondo; ma lo fanno, per conquistare la Capanna ai perduti oppure come ho detto: degli innocenti possono essere dei co-portatori per i colpevoli”. Chiede Eliphel: “Ci sono anche degli spiriti impuri? Lo si dice bensì, ma in me sono saliti dei dubbi”. Simeone risponde:

97. “Dio è uno Spirito Santo-Puro! Perciò Egli vuole anche essere adorato nello Spirito – interiormente ed esteriormente e nella Verità [Giov. 4, 24]. Per Spirito voi intendete di più l’Indefinibile e Lo bandite nel mondo della nebbia, mentre riferite la Realtà su di voi e la materia. Questo vale per i legati materialmente fino alla loro morte corporea. Con questa termina il realismo davanti al ‘mondo di nebbia immaginato dello Spirito’. Soltanto sovente dura ancora molto, finché un tale uomo si risveglia alla chiara realtà dello Spirito.

98. Ho detto intenzionalmente in vista alla Realtà-Luce ‘puri spiriti’. Quello che si chiamano spiriti impuri oppure sporchi [Zacc. 13, 2; Matt. 10, 1], sono degli esseri co-caduti non ancora incarnati. Perciò è consigliato di evidenziare acutamente la differenza fra spiriti ed esseri.

99. Da non confondere con l’Essere di DIO, della Sua Universalità! Si dice anche: Quest’uomo ha un essere buono, ma si dovrebbe dire: ha un animo buono. ‘Spirito’ è puramente da riferire al Regno di Luce”. “Questo me lo voglio ricordare bene”. Eliphel ride un po’. “Dopo ci si stupisce che non lo abbia riconosciuto da sé”.

100. “La nostra via è una scala che conduce nei campi di Luce”, dice Malluch. “Per buono e cattivo si dice El-Elio e Schaddai. È inteso il Dio buono e cattivo. Questa è una idea saldamente radicata. Come si dovrebbe agire qui, che non esiste nessun Dio cattivo? Perché questo premetterebbe che Egli sarebbe anche un Principio spirituale, inoltre con uno, con il buon Dio nello stesso rango nel sussistere e nello sviluppo di Forza, benché naturalmente in due direzioni fondamentalmente diverse”.

101. A ciò risponde Zaccaria: “Se non portiamo più questo insegnamento, che nell’insieme è radicato in tradizioni, un poco alla volta si esaurirà. Per la massa non è del tutto determinante, che sappia l’esatto nella differenza. La cosa più importante nella fede sono i quattro punti: Chi e che cosa è Dio; come si osserva la Sua santa Legge; in che cosa consiste l’amore per Lui; come possiamo servire al meglio il suo prossimo!”

102. “Simeone lo conferma. “Naturalmente si deve condurre oltre tutto ciò che si è raccolti; perché tutti gli uomini sono chiamati alla Luce. Chi conosce le vie e non le rivela, dicendo: Ah, la massa non può comprendere questo – non è idoneo per il Regno di Dio. Lui sperpera il suo tesoro; perché consuma dalla libbra, senza aumenterla [Luca 19, 21].

103. Alla fine del mondo la conoscenza irrompe nella piena via. Quello che DIO semina sulla Sua Terra (Golgota), nessun mondo Glielo può rovinare! Può agire come morto. Ma al raccolto si rivela la Sua Semenza in Eternità; e questa semenza fertilizza ogni mondo. Allora verrà ancora molto di più sull’umanità di quello che avete saputo voi.

104. Perciò non preoccupatevi come questa Verità sia da diffondere. Fate voi il vostro; coloro che verranno, pure chiamati ed eletti, faranno una volta il loro! Dio non lascia nulla così infelice, che sia comunque una volta, talvolta solo dopo lungo tempo, per la benedizione. Perché il Suo Agire è tutta Benedizione, ed il Suo Cammino è tutta Luce!

105. Il tempo in sé è una percezione della materia. Presso Dio nell’essenziale non esiste un tempo lungo o breve. Per Lui ‘ l’infinito’, come la Sua – da dire qui – eterna Santa Entità!” Di nuovo c’è silenzio. Si sente arrivare il mattino – una nuova Vita, una Incomprensibile, che fa giubilare i loro cuori. Anna comincia a pregare con una lode di goiia:

106. “Oh Amore onnipotente! Ti Sei incamminato, vieni dai Tuoi figli e da coloro che lo devono diventare. Ti sia in eterno onore, gloria, ringraziamento e lode! Ci inginocchiamo dinanzi a Te, dinanzi al Tuo Potere e Maestosità, dinanzi alla Tua Misericordia di Cuore!” Anna lo fa e tutti seguono il suo esempio. “Ma Tu, maeraviglioso o Dio, Padre di grande Gentilezza, ci sollevi; e Ti preghiamo: Fa che tutti insieme riposiamo al Tuo Cuore, finché possediamo anche in noi la Calma della Tua Eternità”. Simeone interviene:

107. “Oh Signore, Tu Conforto ed Aiuto di tutti noi, ci hai già elevati: perché nel vecchio tempo (ved. Eternità Ur in Spazio e Tempo 4, e 6. Il giorno della Creazione) quando la Tua Grazia ha percorso le Vie misteriose, ci hai stretti al Tuo Cuore per pura Bontà. Allora hai conservato la nostra Vita, la nostra figliolanza, in uno Scrigno (Opera Ur, il Santo Focolare) della Tua Santità, affinché non ci potesse colpire nessuna caduta. Ci hai preparati per il lavoro sul Campo della Creazione. Questo lo hai fatto per noi, Tu, l’Eterno-Santo, l’Eterno-Unico e Verace!”

108. Anna: “Tu lo hai fatto per tutti, non soltanto per Israele, e lo hai rivelato nei cari romani.

Perché dove risplende il Tuo Spirito, quivi dimorano i Tuoi figli!

Fa che il Tuo Spirito sia portato dai Tuoi figli a coloro per i quali Tu hai dato il Tuo AMORE (Gesù), perché quando una volta conterai il Tuo popolo di Luce, non Ti deve mancare nessun singolo nome!”

109. Simeone: “Non manca nessun nome! Ai miscredenti che credono, che i nomi dei precipitati siano da cancellare dal Libro della Vita, sia detto: Sono soltanto coperti dalla sabbia del peccato. L’ATMA di Dio soffierà via la sabbia! Allora splenderanno anche di nuovo le piccole luci, vengono accesi i piccoli raggi. Nulla sarà al di fuori dell’Empireo. Cancellata viene soltanto la morte e le sue lacrime, il peso dei peccati ed il suo oltraggio, l’oscurità è la sua paura!” [Ap. 21, 4]

110. Anna: “Quello che noi non comprendiamo, lo ha deciso una volta il Signore della Luce e dell’Amore, lo ha avviato per la Rivelazione della Sua Magnificenza. Quello che non si vede ancora, le Sue Mani lo hanno da tempo formato. La Misericordia è sempre con noi, non abbiamo bisogno di preoccuparci per essa. Ma Ti vogliamo diligentemente pregare per conservarcela, perciò noi supplichiamo: Vieni, eterno Redentore, grande Medico dall’antichità, Magnifico, Consigliere, Forza, Eroe, Padre Eterno, Principe di Pace!” [Salmo 74, 2; Es. 15, 26; Isaia 63, 16 e 9, 5]

111. Simeone: “Il Tuo Nome sia altamente lodato, Signore della Magnificenza maestosa! Altamente lodato sia il Tuo Spirito, la Tua eterna Onnipotenza! La Tua Entità forgiata di Luce sia adorata! Sia onorata la Tua Volontà di Governo! Creatore, Sacerdote, Dio e Padre della santa Eternità UR!”

112. Anna: Oh Padre, che cosa sappiamo oggi della Grazia, che Tu ci prepari nella Tua santa Notte?! Dal Mistero delle Tue Notti di Vita viene rivelato il Tuo Amore a tutte le creature figli!!. Ambedue:

“Santo, Santo, Santo, Santo, oh Immanuel!

Adorato in riverenza, onore, amore, umiltà!

Vieni, Re Ariel, vieni presto!”

[indice]

 

        (4a Parte)

 

(Ecco, il tuo Re arriva)

 

«E vidi il Re,

il Signore Zebaot»

[Isaia 6, 5] – [Zacc. 9, 9]

Cap. 1 / IV°

La nuova preoccupazione - Simeone ritorna - La Domanda di Dio - La santa via di Redenzione

L’Eterno Redentore - Ataja, un co-portatore dalla Luce - Il 33° anno giubilare

 

 

1. Gli alti sacerdoti sono seduti insieme di cuore pesante. Non hanno dimenticato nulla di ciò che costui, ‘da lontano dalla Terra’, aveva portato una volta. Ma dato che Cornelio soggiorna solo raramente in Gerusalemme, certe cose sono di nuovo più grigie. Ed è come una condanna che Simeone non si è fatto più vedere da tempo. Aveva aiutato ognuno, per non parlare proprio della Magnificenza della Rivelazione.

2. Il ‘blocco della fede’ sta insieme fedelmente; c’è anche ancora Anna, la cui parola conforta a sufficienza. Soltanto su Simeone tace. Un profondo bagliore entra nei suoi occhi chiari malgrado la sua alta età, e lei ammonisce sovente gli uomini: “Attenetevi alla Parola ed all’Amore di Dio. Quando verrà il RE, allora arriva anche prima il Suo buon servo”.

3. Jojareb ed Hilkia sono stati licenziati dal tribuno. Ma era impossibile levargli le loro funzioni. Per fortuna sono solo Usiel, Ginthoi, Malchia ed un paio di sottosacerdoti, che si sono lasciati nuovamente prendere al traino. Questo pesa anche di meno. Ma al di fuori hanno costruito il loro movimento sotterraneo, il cui tunnel arriva fino ad Erode.

4. In più è che a Gerusalemme governa un Ponzio più anziano, il quale più tardi dovrà istruire il giovane Pilato. Costui è stato particolarmente ammonito da Cirenio. Certo, non fa precipitare l’opinione vaccinatagli da Roma. Il funzionario preoccupa di meno, costui vuole volentieri rimanere all’oscuro. Infine – è la sua opinione – la responsabilità la deve portare Cornelio e, in ultima istanza il Quirino.

5. Un grave peso è il censimento annunciato. Su questo si lima da anni. Come se lo era pensato Augusto, ogni volta fallisce il governo di Roma troppo lontano e ramificato. Alcune regioni sono state registrare. Al più tardi entro sei mesi deve essere registrata la Palestina.

6. Questo periodo scelto è estremamente sfavorevole. I viandanti sono esposti all’inclemenza del duro tempo, per non parlare del grande disagio di tale censimento. Questo deve condurre a nuovo fermento, di cui Erode approfitterà. È davvero un periodo negativo. Persino il Cielo ne ha una comprensione, che all’improvviso compare nella figura di Simeone.

7. Ambedue gli alti sacerdoti saltano su, senza riuscire a trttenere un grido di gioia. “Simeone, oh Simeone!” “Nuovamente arrivi nella più grande miseria!” Athaja respira faticosamente ed abbraccia Simeone. Costui stringe subito ambedue al suo cuore. “Dovete sapere che DIO vi stà più vicino quando credete lontano il Suo Aiuto”. [Ap. 17, 27 28]

8. “Sì” dice Zaccaria, “soltanto l’afflizione sovente non permette nessuna via d’uscita”. “Non dovevo più vacillare”, confessa Athaja. “Non siete diventati vacillanti,”, risuona nella ben conosciuta gentilezza. “Se qualcuno vuole onestamente, ma la riuscita si spezza o viene trattenuta dal mondo, allora Dio toglie in modo invisibile qualche sasso, per renderlo facile ai Suoi.

9. Ora spazzo arando di nuovo libero un tratto, anche se esteriormente non si nota sempre. Voi dovete pagare un tributo maggiore dei piccoli. Se volete aiutare il Re, allora dovete prendere su di voi una parte del peso, che dopo e prima sono pesi del popolo. Oggi lo chiedo su Incarico di Dio, se vi dichiarate pronti a farlo.

10. Che tono! La Luce è diventata così severa? O no! È una serietà che si chiama santa. A loro Simeone non sembra più così umano come anni fa. Ma lui è più vicino a loro. Oppure hanno avanzato loro un po’, malgrado il timore, a cui era attaccata l’incertezza della loro fede? Loro trattengono le domande; per le questioni del Cielo hanno un fermo Sì. L’alto messaggero della Luce rimane di nuovo presso gli uomini – come un uomo. Egli dice:

11. “DIO, il Re in Eternità [Es. 15, 18; Salmo 29, 10], benedice il vostro Sì, la Sua Luce si rivela sempre più magnificamente. Allora dovrebbe crescere la gioia di tutti, invece ogni peso svanire - ? Non confondete la voglia con la gioia della vita, la cui gioia spensierata è radicata nella continua Volontà di Sacrificio. Si considera la maestosa Serietà di Vita  come amarezza della Terra. Ma questo procede dalla via incompresa, che la maggior parte crede terminata con la morte. Perché ciò che va contro la sensazione di vita del mondo, la chiamano poi amarezza e pena.

12. Quello che aiuta loro portare o superare, lo considerano un proprio merito. Ed è appunto questo che li rende deboli. Certi respingono da parte ogni disagio. Quanto ne uccidono con ciò in sé stessi, viene rivelato nell’aldilà; perché il loro calpestare brutale di sentimenti cancella la facoltà interiore di udire e vedere. Nell’aldilà tutto compare di nuovo più forte, perché quivi mancano i sensi corporei mondani. A voi due dico una cosa:

13. Malgrado dei pesi nell’ultimo tempo d’afflizione e perché vi sentite altamente obbligato verso il popolo, la vostra fede è rimasta salda. La fede spezzata vale soltanto là quando si spezza anche la riverenza verso Dio e l’amore per il prossimo. Voi avete curato fedelmente questi punti principali d’appoggio, siete – come vi comunica il Re – cresciuti in Alto. Perciò mi vedete diversamente, perché avete ricevuto il collegamento fondamentale con la Luce”.

14. “Oh Simeone, ci dai un conforto regale!” ringrazia Athaja. “Prima ero ben lontano dalla Luce di Dio, malgrado la dignità di sacerdote”. “Non è vero!” Simeone mette una mano sulla spalla di Athaja. “Non sei stato un uomo lontano dal Cielo; soltanto le condizioni hanno reso triste la tua anima. Anche Zaccaria doveva avere una svolta, malgrado egli fosse stato il più credente del tempio”.

15. “Posso chiamare i fratelli? Uno è …”. “…tornato a Casa con un ‘abito bianco’ [Ap. 6, 11]. Ahitop vi manca molto; lui ha tenuto Erode bene a bada. Ma una via deve adempiersi, anche senza un obbligo dato. Questa è la ‘santa Via della Redenzione’! Può avere due lati. Il mondo e la sua grande figura di forza (Satana) la vorrebbero distruggere, perché il demone ed i suoi uomini credono di uccidere con ciò il Portatore (Amore) della Via della Redenzione.

16. Voi sperimenterete come l’amico Ahitop l’onniportentoso Pareggio della Creazione da una Vedetta più alta, di come questo è possibile ad un uomo (Giovanni). Fate chiamare gli amici, Nessuno mi ha visto arrivare; perché la Luce penetra attraverso il Cosmo”.

17. “E gli altri?” Athaja intende i nemici. “Costoro oggi non devono turbare la pace. Ed il domani arriva da sé”. ‘Purtroppo’, è il pensiero dei due alti sacerdoti. Allora era bello, quando Jojareb ed Hilkia non potevano più scavare con cattiveria. Nell’ultimo periodo si vedevano di nuovo i loro cattivi sguardi e - - viene scosso via con forza. C’è Simeone!

18. Si accorre velocemente, anche le donne del tempio. La gioia di vedere Simeone è grande, che l’angelo, che non si conosce ancora totalmente, li raccoglie come buoni doni e che al suo ritorno può deporre visibilmente sul Santo focolare del Sancto Sanctorum [ved. Anche la storia di Giobbe].

19. Athaja presenta la domanda anche troppo comprensibile: “Che cosa succede durante il nostro censimento? Molti dalla città devono andare nella regione, per delle settimane; viceversa dalla campagna. Questo crea un grande caos. Ci colpirà gravemente? Che effetto avrà politicamente? Erode mette già delle trappole, nelle quali deve capitare …” il tempio, vuole dire. Simeone lo esclude:

20. “Quello che annuncio, sembrerà a molti doloroso. Vi siete rinsaldati nel fatto, che ogni via del signolo, le vie di tutti i popoli, una volta anche quella del mondo, per la materia hanno un inizio come una fine, che dapprima come anche dopo esisteva ed esisterà un’esistenza, libera dalla materia, detto così: Che v’importa, che cosa avviene fra settant’anni (la distruzione di Gerusalemme) fra uno o più millenni?”

21. Hasabra dice: “Ti trovi sull’alta vetta del Cielo, noi siamo ancora legati al mondo oppure – non dovremmo occuparci di nulla. Allora non avremmo nemmeno bisogno di nessun senso di comunità e di servizio al prossimo. Allora Dio avrebbe potuto darci meno ragione ed – insegnare meno amore”. L’ultimo era stato aggiunto sottovoce. Qualcuno annuisce. Simeone risponde:

22. “Vi ho parlato appunto dalla vedetta del mondo. Non comprendereste anche la vedetta del Cielo [Giov. 3, 12], malgrado che vi stiate arrampicando. Il senso della comunità e l’amore sono da curare per i bisognosi d’aiuto. Quando qualcuno viene trasferito in un’altra funzione, allora la precedente è da assegnare, altrimenti non può agire in modo giusto nella funzione nuova”. Hm, così dev’essere, e piano piano si fa luce di ciò che Simeone dice ancora.

23. “Con il coltello del vignaiolo non potete raccogliere nessun frumento, con la falce nessun grappolo. Così si distingue la via del divenire, indipendente dal fatto che, più alto uno sale, lo stesso può guidare per più gradini. E finché vivete sulla Terra, avete da adempiere i suoi doveri, oltre ancora qualcosa di più; perché i buoni figli di Dio sono pronti al servizio in ogni tempo”. [Ebrei 1, 14].

24. “Ma come?” chiede Hasabra. “Io, dalla stirpe di Sebulon, devo andare a Capernaum. Sono via per delle settimane, proprio là, dove Josabad ha urgentemente bisogno di me, che – un beniamino – può rimanere nel luogo. A Gerusalemme ardono dei fuochi cattivi; la gente che non sospetta può essere coinvolta. Malgrado fede e ficucia il nostro dovere è collegato con un amaro peso di preoccupazione”.

25. “Certo, solo per te è particolarmente bene, sei lontano per un po’ di tempo”. “Perché?” costui drizza l’orecchio. “Oh, un Hannas vi rimane appiccicato, che anche l’ultima elezione è caduta su di te invece che su di lui, che era fervente; il fare di soppiatto gli riesce solo molto più tardi, inoltre soltanto in parte. Più avanti entra nel tempio Caifas, che sposa la figlia di Hannas. Ma questo ora non ci preoccupa. Ad ogni tempo il suo!”

26. “Ah, amico”, sospira Jissior, “se arriva costui al timone, - sotto di lui non vorrei essere sacerdote!” “Si deve imparare a sopportare anche gli oscuri”, ammonisce Anna. “Una via diventa facile se è sempre chiara come la luce. Allora non c’è nessun merito”. “Bene”, afferma Nathan. “Soltanto Hannas è un satiro di primo rango. Lui taglia un cuore in due con le parole, finché ha smesso di sanguinare”.

27. “Sul sinedrio stanno i vostri giudici”, dice Hilkior, “loro possono mettere una barriera ad Hannas. “Se allora vivono ancora”, risponde Malluch in modo pessimistico, “loro sono anziani”. I due sorridono e Thola dice: Non siamo insostituibili. Dio può risvegliare altri e – migliori”.

28. “Altri sì”, conferma Simeone, “ma nei migliori passano in una mano Luce e dovere. Dio Aiuta, persino se il popolo dovesse andare giù. Il Suo Reggimento si chiama GRAZIA e MISERICORDIA”. “Questa è la consolazione più alta per tutti noi!” Pashur guarda grato a Simeone. Negli ultimi anni era lieto che costui lo ha guarito dal suo vecchio Adamo.

29. Galal dice: “Dove dimorano degli uomini, per quanto si sa, precedono le legioni di Cesare”. “A che cosa ti servono?” chiede Josabad, “Oh, per diverse cose! Circa diciassette secoli fa il nostro popolo consisteva di dodici tribù d’Israele [Gen. 32, 29]. Quella spanna di tempo, nel quale il nostro popolo nel divenire dimorava in Egitto, non è precisamente calcolabile.

30. In ogni caso era cresciuto. Mosè contava più di seicentomila uomini [Numeri 1]. Il tramonto d’Israele a causa di Sargon ed altre prigionie hanno ostacolato colossalmente la crescita di Giuda, ma stimo che noi abbiamo sorvolato la forza d’un tempo delle dodici tribù. Se la Giudea potesse vivere in pace per pochi secoli, allora si potrebbe piazzare nella corona dei regni maggiori. Ti prego, Simeone, che cosa ne pensi?” Costui alza le spalle leggermente:

31. “La tua ricerca è buona per qualcosa. Pensa soltanto: Allora Mosè doveva censire, perché ognuno voleva essere il primo. Certi desideravano di essere inseriti secondo i figli di Giacobbe, altri secondo il numero della gente. Ruben era il primo figlio, la tribù di Giuda la più forte. Dio ha rigettato l’insensatezza della loro contesa. Un popolo può conoscere la sua forza; perché anche il Creatore conta il suo popolo di figli insieme all’esercito delle Stelle; e non perde mai nessun nome.

32. I popoli si censiscono per vantarsi; ma la loro arroganza si scava da sé la tomba. Di tutti sono rimasti dei resti, come di Israele. A Roma capiterà la stessa cosa. Qual popolo vuole dimostrare il valore del potere tramite il suo numero, ha contato anche gli anni della sussistenza! Da poveri mucchi si possono formare nuovi popoli; soltanto - il primo potere scompare”.

33. Athaja dice: “Noi dobbiamo portare parti di ciò che dopo e prima sono i pesi del popolo. Che si può espiare nel dopo, quasi sempre lo si deve, si è dimostrato anche troppe volte. Ma come stanno le cose con il peso di prima? Come posso portare qualcosa che – forse – fa di male il mio successore?”

34. “Per il mondo incomprensibile”, chiarisce Simeone- “Cito qualcosa da Isa-i (Isaia), che mostra il passato, il presente ed il futuro. Lui annunciava l’eterna Redenzione [Isaia 45, 17]. L’ ‘eterno’ è la forma del permanere, che non ha bisogno di rinnovamento. Lei ha questo: ‘Ci è nato un bambino’! Il Redentore nella figura arriva condizionato dal tempo, ma la Redenzione come Principio l’ha creato Dio, prima che fosse avvenuta una caduta nella Creazione [ved. Eternità Ur…].

35. Egli l’aveva immaginata prima [Ebrei 9, 12], appena la richiedeva una situazione di bisogno; Egli l’ha mostrata come fanciullo [ved. Eternità Ur], coniato dal Principio redentore. Se Dio non avesse posto una probabile colpa di caduta prima nella Sua Sovranità e condizionata Ur nella Misericordia, in cui si stavano di fronte la Volontà del Creatore e la volontà della creatura resa libera, allora senza il rigido piegamento della volontà di caduta della creatura non avrebbe potuto essere afferrata!

36. Non doveva regnare né un rigido piegamento di volontà né una sfrenata libertà di volontà. Dio ha formato il pareggio con la Sua eterna Redenzione. E da questa si formava per il concetto creativo il passato, il presente ed il futuro. Con ciò ritorniamo ad Isa-i.

37. Egli aveva versato le tre unità di tempo in una forma: ‘Per il conforto ero molto intimorito. Il ‘ero’ vale per il vecchio torto. Nel presente, anzi onnipresente: ‘Ma Tu Ti sei preso cordialmente cura della mia anima, affinché non si rovinasse’. La presenza d’aiuto coglie in sé il torto commesso. Ma poi:

37. ‘Tu rigetti dietro a Te tutti i miei peccati’ [Isaia 38, 17]. Questo vale anche per il futuro, finché il piede dell’uomo scende nella fossa. Con ciò è confermato il Principio redentore inarrestabile. Chi spinge tutto nella scarpa del futuro, scioglie se stesso dalla Magnificenza del tempo! Così vedrà la Salvezza e la Redenzione in lontananza e la raggiungerà solamente, quando si sottomette incondizionatamente al ‘tempo del Creatore’.

39. Ancora questo versetto: ‘Estirpo i tuoi misfatti come una nuvola ed i tuoi peccati come la nebbia. Ritorna a Me: perché Io ti libero!’ [Isaia 44, 22]. Anche qui il presente del Perdono di tutti i misfatti, tutti i peccati, che si estendono all’intero tempo di vita della materia. A dire il vero - qui sta di fronte una Condizione UR:

Volgiti a Me!

40. Questa è la cosa più perfetta del peso assunto in precedenza: Per la colpa di base esiste la Redenzione tramite la GRAZIA, senza la quale una ‘colpa nel divenire’ non comporterebbe una soluzione co-meritata. Soltanto – questa deve avvenire dal ‘Rivolgiti a Me’! La soluzione santa ur conosce per ogni caso il CIONONOSTANTE, mentre la soluzione di Grazia afferra tutti i precipitati ed i sottoposti temporaneamente al peccato mediante un co-portare, per cui non si dice: Se ti volti, allora ti redimo.

41. Una cosa vale: Chi non vuole tornare indietro, non può possedere la Redenzione fondamentale, che è avvenuta da tempo indipendentemente dall’ammissione, dal ritorno, dal pentimento e dall’espiazione della creatura [Sacrificio UR, ved. Eternità UR …]. La Liberazione UR in principio ha esclusa la morte e la dannazione. Perché: Io ti libero! Questa è la MIA Volontà di Creatore, perché Io Mi conservo la Mia Opera! Ma chi si volta, avrà la Benedizione dalla Redenzione fondamentale come personale partecipazione di Redenzione

42. Ora arriviamo ad un terzo. Faccio notare, che Isa-i annuncia il Redentore ‘in arrivo’, e con ciò quello che si riferiva a Lui, sarebbe da attribuire al futuro. Ma egli si riferisce a qualcosa del passato. Chi si è voltato, possiede la Redenzione passata e futura. Amici, chi raggiunge questa santa conquista, si trova nel ‘Raggio della Croce del Redentore’, Che è l’AMORE di DIO. E così è la parola del profeta:

43. ‘In Verità, Egli portava la nostra malattia ed ha caricato su di Sé i nostri dolori’ [Isaia 53, 4-5]. Qui riguarda lo stato di un’anima, resa sterile spiritualmente da misfatto e peccato. Sin dalla Comparsa umana del Redentore sarà perfetto nel tempo il passato del ‘portava’ e del ‘caricato’. Ma Isa-i non vedeva soltanto per il tempo postumo, altrimenti vi sarebbe scritto: ‘Egli porterà, carichesu di Sé.’ Con ciò è inoltre dimostrato che EGLI STESSO prende su di Sé la malattia ed i dolori di tutti i precipitati, benché un ulteriore testo veli quasi la chiara visione.

44. ‘Ma noi Lo ritenevamo per Colui che sarebbe piagato e colpito e martoriato da Dio’. Oh sì, abbiamo pensato così, che Egli fosse un altro, non il Creatore Stesso che diceva: ‘Io sono il Signore, il tuo Medico, il tuo Salvatore ed il tuo Re!’ Persino Isa-i, ostacolato dall’influenza del mondo, aveva prima pensato che Colui che Viene sarebbe martoriato da DIO. Noi Lo abbiamo ritenuto . . . Ma: ‘Egli è ferito per via dei nostri misfatti, sfracellato per via dei nostri peccati!’ Non che sia ‘stato’ sfracellato. Nessuno lo ha fatto che soltanto i misfatti ed i peccati.

45. ‘Il castigo è su di Lui.’ Quale - ? Ora, come detto sovente, Dio ha preso su Se stesso la colpa fondamentale, perciò: ‘Affinché avessimo pace’, per cui quindi ognuno può avere la personale partecipazione nella Redenzione dopo il ritorno. Chi è redento, sospira, dato che dimora nel paese della Pace.

46. ‘Attraverso le Sue Ferite noi siamo guariti.’ Quale forma concreta del presente! Noi – tutti siamo guariti. Questo non conosce eccezione. Non valgono nemmeno soltanto delle ferite corporee mondane. Nella visione più profonda significa la ferita della Creazione, che la figlia precipitata ha infierita al Giorno dell’Amore. Qui si riconosce il ferimento fondamentale. Il Creatore ha visto la ferita dell’Opera e con ciò quella che la povera figlia si è procurata tramite la sua caduta. La Misericordia voleva quindi guarire tramite la Pazienza e l’Amore. Già in precedenza, Athaja.

47. Un uomo percepisce il precedente soltanto debolmente; ma una cosa, caro amico, può percepire ognuno: Nella precedenza della Redenzione della Divinità giace la precedenza dei figli, che vogliono cooperare a rivoltare ciò che si lascia voltare; di riportare a Casa ciò che vuole essere riportato a Casa. Quindi non chiedere, per chi e che cosa e quando, ma deponi il tuo proprio peso ed il tuo co-portare nel maestoso peso di base di Dio. È sufficiente, che EGLI conosca tutte le tue cose!”

48. Athaja corre fuori. Alcuni guardano dietro a lui con preoccupazione, ma Anna fa subito cenno: “Lo ha colpito duramente, che fosse un co-portatore e che potesse deporre il suo così certamente nel peso fondamentale del Creatore”. Segue un silenzioso intervallo. Zaccaria dice: “Nessuno ha interpretato i profeti come lo puoi tu. Si ha lasciato la maggior parte al futuro”. Athaja ritorna già, stringe muto le mani dell’Uomo angelo e si siede accanto a lui.

49. “Mi commuove qualcosa”, comincia di nuovo Jissior. “Fino alla preghiera del giorno c’è ancora mezz’ora di tempo”, constata Nathan (servizio pubblico di Salmi). “Che cos’hai sul cuore?” “Ci prepariamo all’Anno del Giubileo. Premesso che ssiano registrati precisamente, sarebbe il trentatreesimo.

50. Coincide con l’anno di cui annunciava Simeone, in cui verrebbe il Redentore. Oggi era anche la traccia del suo insegnamento. Come si può farlo coincidere? Che cosa può ancora significare l’Anno del Giubileo oltre ciò che si sa di Mosé?”

51. Simeone apre una grande cassapanca riccamente adorna che si trova lungo le pareti della sala. Questa la possono aprire solamente gli alti sacerdoti. Ma Simeone -? Cinque di esse celano tutte i tesori preziosi di Mosé. Che lui trova subito il giusto rotolo, non meraviglia nessuno. Da lei legge il testo originale sull’Anno e Sabato del Giubileo [Deut. K 25] ed aggiunge:

52. “Oggi vi stupisce, che Mosè ha scritto in modo ampio questo precetto. Riflettete che il popolo in Egitto ha accolto certe usanze che non si lascerebbe fondere con il diritto fondamentale di Dio. A Mosé sarebbe piaciuto di più se il popolo fosse rimasto nel buon diritto, invece che egli avesse dovuto dare un’aspra norma fino nei minimi particolari. A lui non rimaneva altro che severità. Ora voglio annunciare ciò che qui non è espressamente annotato”. Simeone indica il rotolo. “Allora ti accorgerai, Jissior, come mai gli Anni Giubilari portano il numero trentatre.

53. Sin dal momento del rilascio dei Comandamenti in sé fino ad oggi si sarebbero svolti trentatre Anni Giubilari. Ma Mosè ha anche subito esposto il primo Anno Giubilare come la Partenza ai periodi dei Sette Anni. A questo tempo erano dietro a noi due tappe di cinque anni caduna, e Mosé per gratitudine e riverenza ha calcolato le due epoche di cinque anni in ognuna di cinquanta, e faceva festeggiare posteriormente in breve successione due cosiddette Settimane di Grazia dell’Anno Giubilare. Il quarto Anno Giubilare[23] [z.24] è stato festeggiato qui in Canaa.

54. Indipendentemente da questo, che l’uomo calcola volentieri e da un significato al suo calcolo, i numeri sono, che risultano dalla Luce, altamente significativi, molto particolarmente i trentatre Anni Giubilari. Il tuo calcolo è giusto, amico Jissior; soltanto la tua interpretazione non è del tutto precisa. Ma questo non fa niente, dato che cercavi il motivo spirituale.

55. Dio porta come ‘Figliuol dell’Uomo’ così tanti anni di Pazienza ed Amore nel mondo, tanti quanti si festeggia degli Anni Giubilari fino alla Sua Venuta. Questa è la Sua Cifra Chiave! Perché i festeggiamenti dell’Anno Giubilare – anche se non tenuto dal popolo sempre in modo autentico – sono stati festeggiati per la materia nell’Empirio. Anzi vedete, i vostri Anni Giubilari sono stati introdotti nei maestosi Anni Giubilari della Luce, altrimenti ne sarebbe sorta poca benedizione per il popolo.

56. “Qual Meraviglia!” si stupisce Obadnia. “Peccato che mi sono occupato meno di queste cose”. “Hai troppo poco tempo”, scusa Josabad il medico, “Hm; ciononostante ci si dovrebbe occupare di più delle cose del Cielo, allora si lascerebbero collegare anche la Luce ed il dovere”. Pashur chiede: “Rimani più a lungo, Simeone?”. È domandato come nella paura di perderlo di nuovo. “Rimango finché arriva il Re; poi vado là dove Egli invia i Suoi Principi”. Ah, ah, il celestiale viene di nuovo subito considerato come uomo. Tuttavia – egli ha coperto il suo splendore di Luce.

57. Pashur aggiunge alla domanda: “Certe cose delle regole dell’Anno Giubilare non vengono strettamente osservate. Ne potremmo parlare?” “Alla sera”, dice svelto Athaja., “Oggi viene il popolo al tempio. E che cosa fai tu nel pomeriggio, caro Simeone?” “Vado nel tribunato. Da giorni c’è il nostro vecchia comandante Rochus; ed oggi arriva Cornelio”. “Ah, Cornelio?” Si confondono delle domande. Evidentemente ognuno si rallegra di questo annuncio.

58. “Sono stato da lui; egli ha regolato in fretta il suo servizio. Non può rimanere a lungo. Vengono anche Forestus ed Askanio”. “Voi siete miei ospiti”, Chol-Joses leva un dito. “Acettato!” Galal gli batte sulla spalla. “Simeone”, chiede Hasabra, “dà uno sguardo a Pilato, più tardi deve diventare Ponzio. Non lo considero molto. Aiutalo soltanto un po’ a cominciare”.

59. “Lui è troppo giovane per mettere una candela, e trattiene il suo modo romano d’essere. Non sarà del tutto malvagio. Con lui ci si regola meglio con la ragione. Quello che viene dopo – l’ho già detto – non deve opprimervi. Ogni tempo ha il suo!”

 

[indice]

Cap. 2 / IV°

Simeone e Pilato - Presso Chol-Jose - Cornelio ha superato il censimento - Anna spiega la Genesi - La festa dell’Anno del Suono

 Il nostro Dio mio ha mandato - La legge del Sinai e l’Anno infruttuoso - La lingua muta - I 33 giubilari = 33 anni di Vita di Gesù

Viene Dio oppure soltanto un Messia giudeo? - Il simbolismo dei tre anni d’Insegnamento di Gesù

 

1. “Fuori c’è un forestiero”, si annuncia al Ponzio, che sta parlando con Pilato. “Che cosa vuole?” Il Ponzio si era liberato dal pranzo ed assegnato il lavoro a Pilato, lo ‘scavatore’. Lui sfrutta molto il lavoro come vacanza nell’angolo di tempo della Palestina. Ora gli viene questo fra i piedi. L’annuinciatore fa disinteressato: “Ha detto che vorrebbe parlare con te e con Pilato”. “Allora – che entri!”

2. “Alt!” lo richiama il legionario, “lo hai già visto qualche volta?” “No”. Simeone entra nella sala. Saluta né in romano né in ebraico. I romani trattengono il loro orgoglio, e – ah – lui somiglia ad un cedro, d’età matura, ciononostante giovanile come un gladiatore prescelto. Per Giacinto (favorito di Apollo) è sbagliato intimorire costui con asprezza.

3. “Siediti”. Il Ponzio è cordiale. “Prego, il tuo nome, posizione, paese e desiderio. Devi avere una lavagna affinché rimanga indisturbato”. Simeone alza la mano: “Risparmiati la fatica, Ponzio; sono registrato, sono stato via tre anni e sono di nuovo tornato ieri”. “Ah, è così? Via? Per tre anni?” Il Ponzio presagisce una faccenda cattiva. Anche il vecchio Ponzio si stupisce.

4. “Dove sei stato? Che cosa vuoi ora in Canaan, dov’è ordinato il censimento?” Si pianta dinanzi a lui. “Dei manigoldi sfruttano questo”. “Precisamente!” Simeone sorride non offeso. Questo fa scaturire l’ira. “Ti spremo come un limone!” soffia in modo rude il Ponzio. “Hai da dire sì o no, nient’altro! Capito?” Simeone lo esegue letteralmente. - - “Uomo stupido!”

5. Pilato salta su e minaccia Simeone con la tortura. C’è un’aspro scambio. All’improvviso i romani lo attaccano attivamente. Ma lui si alza così tranquillamente, che si abbassano le loro mani. “Guardie!” Pilato suona l’allarme. Costoro dovrebbero precipitarsi subito nella sala del tribunale. Non uno arriva.

6. Lui corre verso l’uscita. Dietro la tenda cozza duramente contro un’armatura. Sarebbe caduto rovinosamente, se l’armato non lo avesse trattenuto. Lui apre con forza la tende a la porta. I due romani impallidiscono. Cirenio aveva comandato come si dovrebbe trattare con il popolo per via del censimento. Non c’era nessun motivo di maltrattare il forestiero.

7. È il tribuno. Si siede al tavolo da giudice e fa come se Simeone gli fosse sconosciuto. Il Ponzio cerca di chiarire la situazione. Cornelio ferma l’ondata di parole. “I funzionari di Roma sfruttano la bontà di Cesare ed agiscono contro il suo comando. Voi sapete che cosa si sta rischiando; oltretutto il nobilissimo Quirino ha dato la parola”. Il Ponzio è inondato di odio.

8. “Tribuno”, risponde con asprezza, “nessun forestiero deve sentire le tue parole. Anche questo è un ordine!” “Sì, sì, - per quanto si tratti di orecchie da estranei!” “Lui non è romano”, trionfa il Ponzio. “Ah sì?” Soltanto una mossa e Cornelio ha in mano ciò che gli serve. Indica Simeone: “Lui diceva che si è annunciato sette anni fa, quando io risiedevo qui e di uno …” Sopprime un’espressione forte.

9. “Perché non avete esaminato la lavagna?”. Cornelio la getta sul tavolo. “Ecco, guardate!” punta i due indici, “il nome del Quirino ed il mio; c’è anche impresso il timbro di Cesare!” I due si sentono male. Chi è colui che possiede la lavagna decorata col segno di Augusto? Di costoro ne possono contare pochi in Roma e ancor meno nella regione. “Abbiamo pensato”, vuole scusarsi il Ponzio.

10. “Quello che pensate, non m’interessa”, salta su Cornelio, “ma per nulla quello che fate!” Va su è giù a passo veloce. Ah, ah, la buona Luce; ed è già di nuovo furioso. Getta uno sguardo a Simeone. Costui sorride soave; è come un saluto che manda l’Amore di Dio.

11. “Domani mettiamo a posto la faccenda”, dice Cornelio ammansito ai suoi sottomessi che si sono accorti, che il forestiero ha calmato il tribuno. Cornelio assegna loro una massa di lavoro. “Deve essere pronto entro stasera”, dice severamente, ma senza durezza. E poi abbraccia Simeone. I due romani non si stupiscono, dopo aver esminato frettolosamente la sua lavagna.

12. “Vieni”, dice Cornelio, “andiamo nel frutteto, ho così tante cose da chiederti. Oh Simeone, alto amico, io, io …” La gioia ed il cuore galoppante lo fanno ammutolire. Pilato interviene con sollecitudine ed il Ponzio porta un vino. “Ora non fa bene al tribuno”, Simeone lo respinge gentilmente. “Provvedete affinché nessuno venga nel frutteto; al resto ci penso io”. Conduce fuori Cornelio. Ma subito, dietro la porta, costui non può camminare senza sostegno. Solo il cuore - -.

13. “Sì”, sì”, previene a Simeone, “mi avevi ordinato di controllare l’ira, benché un nobile romano si scalda più facilmente, come dei cavalli nobili diventano più facilmente nervosi.- Quando ti hanno così insultato, te, un principe del Cielo”, sussurra, “dove non avevi bisogno di levare nessuna mano ed i due sarebbero morti, allora saebbe finita”.

14. “Calma”, ammonisce Simeone e spinge Cornelio su uno sdraio. “Non sono venuto per uccidere. È meglio conservare la vita e più santo risvegliare dei morti”. “Intendi la morte dell’anima, vero?!” “Prevalentemente; in ogni caso – si possono risvegliare anche dei morti terreni, se è per la massima utilità del defunto, più ancora a vantaggio del suo prossimo”.

15.Simeone gli spiega il collegamento e perché eccezionalmente un morto può essere richiamato. Discutono a lungo dei problemi profondamente spirituali. In seguito Cornelio visita i suoi subordinati e poi va, seguito da Askanio, Rochus e Forestus nella casa del superiore della scuola Chol-Joses.

16. I romani vengono ricevuti cordialmente. Cornelio si siede presso Athaja, mentre Forestus si sceglie un posto presso Anna. Oggi il duumviro sente qual buona atmosfera regna presso gli israeliani. Viene presentata anche qualche preoccupazione, di cui Cornelio si annota ciò che Cirenio deve sapere. Lui riordina la maggior parte nel proprio modo d’ampia vista. Su Pilato ed il Ponzio si dilunga solamente in modo misurato, non sarebbero rimasti più a lungo e non si dovrebbe avere paura, finché Cirenio fosse in vita.

17. “Sono qui per una settimana”, dice. Quando sente che Hilkia e Jojareb cospirano con il quarto principe, alza solo debolmente la mano. ”Hanno da annunciarsi da me secondo l’ordine romano. E quella volpe di Erode - ?” Cornelio tace sapendo a quale comando è subordinato il quarto principe. Si stupirà, anche se nemmeno Augusto gli può strappare tutti i capelli. Poi Cornelio sorprende gli ebrei con una grande gioia.

18. “Il censimento avrà luogo in circa sette mesi ed io ho da sorvegliare il distretto giudaico, vi sarò vicinissimo”. Viene caricato di ringraziamento e di gioia. Difendendosi imbarazzato indica a Simeone: “Quattro anni fa il principe dell’Empireo me lo ha messo al cuore; ed io credo fermamente che sia un incarico del Cielo. Prima ero destinato all’Egitto, ma il Quirino si è caricato il distretto del Nilo. Vi piace questo?”

19. “Bene”, dice Athaja, “riesco solo esprimere poco la mia gioia”. Simeone aggiunge: “Raramente l’uomo può esprimere la sua gioia, quando lo ha inondato. GIOIA è una figlia del Cielo, un Raggio bello e santo del Cuore di Dio, che EGLI ha acceso per i suoi figli. La piccola parolina ‘bene’ era del tutto al suo posto. Sapete anche perché?”

20. “Dillo tu stesso”, esclama l’orefice, “il nostro indovinare ci ruba soltanto il tempo”. Cornelio ride: “Tu sei autentico! Nei prossimi giorni verrò a vedere la tua officina”. Babbukia ringrazia: “Un alto onore!” “Simeone indica Anna: “La profetessa può raccontare magnificamente la storia antica”. “Oh!” Forestus si strofina le sue coscie, “l’ascolto così volentieri”. Strano, come il rude eroe adora l’anziana templare. Lei gli dona un caro sguardo e comincia:

21. “Ai superiori è nota la Genesi, ma non precisamente il senso del Logo, che è sovranamente superiore ad ogni composizione di parola. Mosé ha visto l’ultimo periodo dell’uomo. E dopo averlo scritto, che comincia con il secondo capitolo, gli era stata mostrata una grande ‘panoramica’ di ciò che si era svolto prima della cosiddetta storia antica; ma è impossibile descrivere questo precisamente.

22. Lui ha trasmesso soltanto dei frammenti d’immagine. In ogni caso – chi fa illuminare il suo spirito dallo Spirito di Dio, riconosce il senso, fino dove è afferrabile. Mosé poteva ancora riferire che cosa diceva, giubilando, il Creatore sulla Sua Opera. Ogni Opera del Giorno ha la conclusione: ‘E Dio vide che tutto era buono

23. Buono = giusto, perfetto! Non serviva nessun’altra Parola, con cui il Signore valutava la Sua Opera. Quando voleva incoronare il sesto Giorno di Lavoro mediante il Sabato, chiamava ciò che doveva ancora divenire ‘molto buono’ [Gen. 1, 31]. Perché nel Giorno dell’Incoronazione si rivela l’adempiuto Dare ed Avere di quella prima conosciuta Settimana di Creazione dell’alto Anno della Sua Opera. [Opera Ur: Atto-Anno-UR].

24. Se Dio”, conclude Anna con la sua chiarificazione, “ha eletto la Parolina ‘bene’ per la Sua maestosa Opera, allora in questa è da vedere la profondità, l’altezza, l’ampiezza e la vicinanza della Sua Magnificenza. Dio vide = conferma, che è buono = era Suo PROPRIO. Si può anche dire: L’Opera di Dio era di DIO! Nessuno Gliela toglie di Mano, perché ‘buono’ è proceduto dalla Parola nel senso DIO”.

26. Il duumviro è sconvolto. Davanti c’è la parola della donna del tempio; una buona posizione che gli restituisce a se stesso il suo onore. Gedalmar ritorna al discorso di prima: “Jissior chiedeva che cosa in verità deve significare l’Anno Giubilare – eccetto l’annuncio di Mosé -. Anche Pashur aveva una domanda. Ma prima sarebbe da considerare l’Anno Giubilare”.

27. “Non puoi farlo da te stesso?” indaga Cornelio. “Ebbene; ma spetta agli alti sacerdoti”. “Non siamo in servizio”, risponde Zaccaria, che non aveva ancora detto nulla. Dava già nell’occhio. Anche Simeone lo guardava sovente preoccupato. Gedalmar circoscrive il Comandamento della Festa dell’Anno Giublare, affinché i romani siano presto informati. Simeone continua ad insegnare:

28. “Le festività sono state osservate ancora compiacenti a Dio sotto Mosé, Giosué ed anche sotto Salomone. Un poco alla volta s’appiattivano nel servizio idolatro. Non ci si lasciava sfuggire la festa; ma per non rimettere tutte le colpe, si trovavano certi sotterfugi, per incassare ancora molto prima dell’Anno Giubilare, naturalmente per quanto possibile letteralmente secondo l’ ‘occhio per occhio, dente per dente’.

29. Rimaneva all’oscuro, che con una remissione di una colpa [Matt. 18, 23 – 35] ci si conquistava per sé la stessa remissione della colpa presso Dio. Per quello che rimaneva come colpa nei confronti del Creatore, si poteva pregare, cantare dei salmi oppure gettare un obolo extra nella cassetta di Dio. Per denaro si poteva far pregare per sé anche dei sacerdoti. Così lo avevano studiato in modo furbo.

30.Certamente, qualcuno può pregare per l’altro, nel libero servizio, per amore, compassione e – secondo l’animo superiore – esclusivamente per la Gioia di Dio”. “Chi è il mio prossimo?” chiede Askanio. “Ognuno che ha bisogno d’aiuto. E quando un mendicante cade in strada, allora aiutalo ad alzarsi”. “Certi sono sporchi soltanto esteriormente”, osa Askanio ad intervenire, a cui nulla è più riprovevole che la sporcizia e le epidemie che ne provengono. Simeone dice soave:

31. “Ci si può sporcare; per questo esiste l’acqua per lavarsi. Chi pensa a se stesso nel soccorso, non ha aiutato veramente; ed oltretutto può ammalarsi. Chi aiuta senza chiedere nulla nella compassione, non curante di ciò che un bisognoso d’aiuto può avere in sé, è difeso contro sporcizia ed epidemia”. “Ah ecco; allora …” Askanio si prefigge di superarsi.

32. Simeone continua ad insegnare dopo questo episodio. “Secondo l’Anno Giubilare hanno anche inserito un ‘anno di mercato’. Accorevano commercianti e molto popolo. Ora sarebbe stato bensì bene, se i forestieri avessero pure compreso il senso della festa attraverso il modo autentico. Ma all’insegnamento si pensava per ultimo. Con ciò Dio era stato impresso solo come il Dio dei Giudei, ed il vero Dio è andato perduto”.

33. “È certamente meraviglioso una volta perdonarsi tutto vicendevolmente”, ammette Cornelio. “Ma rimettere un pieno anno ai colpevoli, che non si deve ceramente soltanto riferire al debito di denaro, lo trovo troppo difficile. Tali anni sembrerebbero doppi o tripli”.

34”.Credi?”, chiede Simeone. “Visto dalla nuda percezione mondana hai ragione. Oh, l’Anno Giubilare di questa Terra è il frammento di un granello di sabbia di fronte a quell’Anno che il Creatore ha preso all’Eternità UR. Prendi il tempo complessivo della materia, prendilo sette volte per sette, e non ti colma un unico secondo dell’Anno Giubilare o Atto-Anno-UR!

35. Nel sentimento del presente sentite il tempo. Già il giorno passato non è più percepibile, meno ancora il tempo di vita, persino chi entra nella sua esistenza con piena riflessione nel secondo finale. Riconoscerà soltanto il passaggio, il credente la ‘nuova Vita’, a cui sfiora la maniglia nell’ultimo respiro. Da dove proviene l’ala del tramonto? Dove conduce il bagliore dell’aurora? Le Ali di Dio giungono da una Sera all’altra [Deuteronomio 32, 11], da cui ricade la Sua Bontà su tutto ciò che vive e tessa!”

36. ”Se lo si potesse ricordare!” sospira Hilkior. “Sempre sovviene su di noi il giornaliero; di ventiquattro ore rimangono al massimo due, dove si può coniugare la sua anima con la Luce”. “Così avviene anche a noi, israeliti”, sospira anche Cornelio. “E tu come avvocato puoi fare molto bene nella tua funzione. Ma io, un guerriero di Roma …” “…ci hai liberato da grande sofferenza!” Hasabra getta all’improvviso un braccio intorno alla spalla del romano.

37. ”Mi ha mandato il nostro DIO”, dice solennemente Cornelio. “Io ho riconosciuto, che Egli ha provvisto Cirenio, me e costoro”, indica i suoi, “con dei Doni, che non sono la nostra proprietà di base. È l’alto Prestito di Dio’, con cui possiamo aiutare come Aiutanti i Suoi figli oppressi dal mondo”. “Tribuno, ci svergogni! E – questo è bene. Dobbiamo essere grati al Signore!” Nathan intona un canto di lode [Salmo 67] e gli ebrei s’intonano a più voci. È un canto meraviglioso.

38. Dopo una bevuta Thola dice: “Come giudice del tempio mi devo occupare della legge e delle prescrizioni e …” “Permetti”, lo interrompe Cornelio, “prescrizione e legge non sono la stessa cosa?” “Questo sì; delle prescrizioni sono in sé dei punti singoli della legge, conferma Thola. “Se sono giusti i nostri pensieri, che abbiamo nutrito negli ultimi anni Jaor ed io, stimolati dall’insegnamento di Simeone, non lo so per certo.

39. La legge, data al nostro popolo, comprende soltanto dieci Comandamenti, formati in modo altamente precisi. Nessun uomo può imprimere un’opera di Legge valida con così poche parole per tutti i popoli. Questa Legge di Dio deve valere secondo la mia opinione per tutta la Creazione, di cui non avevamo una vera idea. Soltanto Simeone ci ha rivelato molto su questo, qualche cosa anche madre Anna.

40. Mosé aveva rilasciato una quantità di prescrizioni, che lui formulava in seguito al suo ricco tesoro di esperienza. Lui le ha studiate accuratamente fino nel minimo particolare. Discerenerei perciò: I Comandamenti di DIO sono la Legge; quello che consigliava Mosé, è il diritto di regolamento. Ecco la mia domanda:

41. La Legge di Dio e le prescrizioni di Mosé hanno lo stesso rango? Se sì, allora si annulla la seconda domanda: diversamente: Le prescrizioni di Mosè possono essere raggirate oppure sospese? – Ora si può parlarne soltanto generalmente; perché ci vorrebbero degli anni, per chiarire punto per punto, finché si formasse una immagine abbastanza pura. Che cosa ne dice la Luce, Simeone?”

42. “La vostra opinione è passabile; la vera differenza ha un altro aspetto”, riferisce Simeone. “Naturalmente la Legge del Sinai è la legge fondamentale per la materia, ma non nell’insieme per l’Empireo. Per l’ultimo valgono i primi tre Comandamenti principali e del quarto il simbolo. Per questo motivo i primi quattro stavano su una tavola, i restanti sei, che tuttavia valgono secondo una visione diversa anche per l’Empireo, sull’altra.

43. “Due deboli trasmissioni indicano una volta le tavole della Legge, come tu ora hai descritto, in un'altra con relativamente cinque Comandamenti su ogni tavola”, dice Jaor. “Non ritengo più autentici gli attuali, benché valgono come le pietre di Mosé”. Simeone annuisce compiacente a Jaor:

44. “Sì! Indipendente da questo, che la frantumazione delle pietre autentiche avveniva per villaneria, è quella concessa da Dio. EGLI, l’UNICO-Vivente, vuole scrivere la Sua viva Legge su cuori caldi di vita [Ger. 31, 33], non soltanto su pietre, simile a cuori impietriti. Soltanto, anche l’esteriore può fornire un’alta benedizione, dato e santificato da Dio, quando serve da riflesso dal campo di Luce. Allora è un simbolo, una rappresentazione delle Opere ‘salde’ di Dio [la fortezza, Gen. 1, 14 = pietra].

45. Ma dove degli uomini rendono adorabili ciò che è dato esteriormente, che significa servizio idolatra, là una cosa diventa una futilità! Dato che il vostro popolo si è scelto più i segni e li ha usati per il guadagno, perciò è decaduta la maggior parte del magnifico di ciò che aveva dato il Signore. Inoltre questo riguarda tutti i popoli. Perché in sé si tratta del fare e non fare, quello che uno insegna, soprattutto quando si contraddicono delle parole ed azioni.

46. Perciò la prescrizione di Mosé vale come una Legge di Dio, perché aiuta ad educare, persino quando nel corso di più secoli i punti delle prescrizioni sono da trasformare in un simbolo interiore. Per esempio il sacrificio di animali, il cospargere di sangue le case e gli altari. Questo è già ora superato. Come siete stati condotti dal deserto nel vostro paese, così dei punti da un uso puramente materiale devono giungere al rituale spirituale.

47. “Rimaniamo con il sangue. Il sangue è la vita per la creatura, dall’uomo fino al più piccolo animale. Persino il succo della flora è da metterlo alla pari. I viandanti una volta volevano gustare il sangue, che veniva mescolato come bevanda o nel cibo, agiva in modo d’impedimento sullo sviluppo animico dell’uomo, soprattutto nei paesi caldi, dove può portare fino alla rovina.

48. Si voleva la carne, abiutato dall’Egitto, anche se questo non era sempre possibile. Nella macellazione si diceva: ‘Il sangue ci sazia’. Quando Mosé lo ha proibito, si diceva: ‘Che si fa con ciò? Lo si deve dare agli animali selvaggi, finché ci attaccano nel nostro campo? Lo dobbiamo versare nel deserto?’.

49. Dio ha detto a Mosé: ‘Questo popolo Mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da Me! [Isaia 29, 13; Matt. 15, 8] Perciò tende volentieri a dei segni. Quindi lascia che si aggrappi ad essi, finché il popolo diventato esteriore, tramonta insieme ai suoi segni esteriori – per questo mondo! Ma sia consolato; Mi saprò conservare i buoni oltre il sorgere e lo scomparire!’

50. Per conservare al popolo la salute e di legarlo al SIGNORE, Mosè ha dato tutte le prescrizioni, che in parte nella stabilità di dimora non sono più necessari. Lo erano nel deserto, e Dio li aveva confermati. Quando Israele sentì che il Signore santificava il sangue, si fece quello che Mosè aveva consigliato.

51. Il tempo cambia a volte la maggior parte, di chi fornisce un grande progresso allo sviluppo umano. Diverrà evidente anche al vostro spirito, quello che potete riformare per l’utilità ed il bene di tutti. E credetelo:

Il Piano Maestoso di Dio conserva la Vittoria!”

Dice Athaja: “Mi rendo sempre più conto che nei miei primi anni di sacerdote sono stato cieco. Ora Dio mi ha reso vedente tramite Simeone. Degli uomini ciechi mi hanno fatto particolarmente pena; ma delle anime cieche sono molto più terribili”. Si dà ragione ad Athaja.

52. “Il mio pensiero di stamane non è quasi più adeguato dopo la spiegazione di Simeone”, dice Pashur. “Dillo pure!” “Bene, è il seguente: In sei Giorni di Creazione Dio aveva – come ora sappiamo – edificato il Principio del Suo Anno Giubilare o Atto-UR e destinato il settimo al Giorno di Riposo o di Festa. È da presumere, che Dio fa riflettere il genere dell’Anno di Creazione in un anno terreno?” Simeone lo conferma.

53. “Quindi”, continua costui, “nei relativi settimi anni il vigneto, il prato, il campo e giardino dovrebbero rimanere incolti, come era comandato [Levitico cap. 25]. Ma chi se ne cura? Anche qui da noi in molti luoghi viene coltivata la campagna un anno dopo l’altro. Dove c’è l’incolto, ha quasi sempre sede la pigrizia. Pochi si attengono alla legge.

54. Ma che cosa, sarebbe se gli uomini si moltiplicassero troppo? Allora nell’anno di maggese in tutto il mondo, in cui non verrebbe né seminato né raccolto, verrebbero delle catastrofi. Comunque già nel tempo della coltivazione della campagna esistevano carestie. Si potrebbe cambiare spiritualmente la prescrizione, senza per questo escludere o dissacrare il maestoso Sabato della Creazione di Dio?”

55. Cornelio dice riflessivo¨”Se si considera la legge dalla vedetta alta, allora si può – “ Indugia, mentre Askanio completa: “Non ovunque ci saranno dei cattivi raccolti nello stesso tempo; una regione può aiutare l’altra. Eseguire ogni settimo anno la maggese, ritengo, per quanto potevo riconoscere il vostro Dio, non è stato comandato da Lui. Chissà che cosa aveva una volta da significare”. Su ciò si discute la sua opinione. Come sempre si lascia a Simeone l’ultima parola. E questa è:

56. “Il vostro lume mondano non è proprio male; ci si domanda solamente, se illumina la base più profonda”. “Questa”, interrompe Galal, “è difficilmente da riconoscere da parte nostra. In quanto in sé, rimane aperto come domanda. Ma perdona. Perché ho interrotto”. “Va bene”, lo calma Simeone. “Ora ascoltate!

57. Se il Creatore ha suddiviso i Suoi Anni di Creazione, come ha pensato bene Pashur, allora questo è sulla Base dell’Ordine in una struttura irremovibile. Otto anni formano una Unione d’Opera unificata, indipendente che e se all’interno della stessa esiste sufficiente spazio riservato ai figli di Vita, in cui ricevono il loro avanti ed indietro, il loro su e giù.

58. Se – come lo permette la libertà circoscritta – l’umanità cambia per sé stessa le leggi di base, deve aspettarsi che il rovescio comporti qualche cattiva conseguenza. Se poi nessuno sa uscire dalla propria rovina, perché le Leggi di Base dell’Ordine sono bensì state raggirate, ma non possono mai venir sospese, allora si incolpa per le cattive conseguenze volentieri il Creatore. – Ora ci occupiamo della domanda di Pashur.

59. Come l’Empireo ha ricevuto dei dieci Comandamenti, i primi quattro come la Parola, ma la materia tutti secondo la parola ed il senso, così è anche da considerare spiritualmente la prescrizione. Si vedrà che cosa possiede il pieno valore esteriore ed interiore a favore degli uomini e che cosa può avere una trasformazione spirituale, benché abbia un valore secondo la natura e la cosa per i tempi severamente marcati. Questo si riferisce anche agli anni di maggese.

60. Non era superfluo comandare questo, quando il popolo non possedeva nessun campo? Israele si poteva nutrire durante la sua marcia attraverso oasi e lo scambio commerciale con i popoli indigeni. Perché il Comandamento è stato comunque rilasciato, quando avevano ancora da marciare nel deserto per trent’anni?

61. Mosé ha dato le prescrizioni per la generazione in crescita, affinché almeno un’Israele abbastanza volonterosa giungesse in Canaan: perché i più anziani, sottoposti alla schiavitù in Egitto, dicevano: ‘Nel paese promesso recupereremo tutto ciò che ci ha rubato il paese del Nileo ed il deserto.’ In questo giaceva il motivo della prescrizione molto avanzata.

62. Il motivo più sacro riguardava l’esercizio dell’obbedienza, che doveva collegare la vita spirituale alla Luce. In certo qual senso non è data una nuda osservazione di una piena maggese; soltanto già per il fatto perché l’umanità non credeva quasi alla Benedizione di Dio. Essa edifica più su ciò che creano le loro mani, che sull’Opera di Benedizione del Creatore, loro Dio.

63. Dio aveva promesso, che Egli nel settimo anno – in avanti – avrebbe aumentato il frutto [Lev. 25, 19- 22]. A ciò ci si atteneva ancora nel tempo dei Giudici. Ma già a Salomone stava proprio bene che non si teneva una piena maggese. Dio dimostrava, come si poteva raccogliere il triplo e quadruplo dalla Sua Benedizione Speciale nel sesto anno, perché nel settimo Giorni di Creazione Egli Si creava i Suoi figli. Qui è per tutti insieme rivelato il collegamento con la Luce.

64. Giosué ha ancora insegnato altro in più: Tutte le campagne che erano nella maggese, erano da arare due volte, affinché la crosta del campo rimanesse morbida, oltre a ciò nell’anno successivo il lavoro veniva molto alleggerito. Se lo si avesse sempre fatto, da una maggese non risulterebbe soltanto una perdita di frutto, ma una sovrabbondanza benedetta. Voglio darne un esempio. Qualcosa sarà difficile da comprendere, qualcosa più facile.

65. Il mondo degli uomini, animale e vegetale ha bisogno giorno per giorno di riposo, che risulta meglio nella notte; inoltre nel decorso di un anno un rilassamento più prolungato. Degli animali partoriscono i loro piccoli in un tempo stabilito. Anche le piante hanno il loro periodo invernale, nel quale non portano frutti, quasi mai nemmeno i più piccoli germogli. Dio ha instaurato a tutta la Sua Creazione un riposo, per la Benedizione, e per la gioia!

66. Quando la vita diventa di nuovo mobile, il sentimento sale ad un benedetto punto culminante. Un uomo ben riposato ha anche un senso riposato e – in generale – agirà meglio che uno, che – forse per avarizia e brama - si concede ben poco riposo. Vi è facile da comprendere questo.

67. Chol-Joses pensa come starebbero le cose intorno ai corpi celesti, la cui continua orbita non testimonia di nessun riposo. Sì”, ride piano Simeone, “si va in cima ad una torre, e soltanto coloro che sono liberi da vertigini spiritualmente vi possono seguire. Sia fatto notare, che durante un sonno il vostro corpo bensì riposa, ma il cuore continua a battere, il polmone respira, i pensieri non sono del tutto fermi, che dimostra un sogno.

68. Questo dipende dalla Legge fondamentale della Vita, mediante la quale Dio per primo fa scorrere in tutte le Opere la Vitalità UR, secondo ha consolidato le Sue Opere, in particolare quelle dei figli di Vita, al Principio creativo di Base.

69. Anche nel cammino delle costellazioni esistono delle epoche di sosta, che si estendono, secondo la grandezza e l’unione dell’Ordine, alla quale appartengono, su migliaia di anni terrestri. Loro orbitano continuamente sulla loro orbita dell’Ordine, come voi respirate sempre, il battito del vostro cuore pulsa sempre. Quando gli abitanti dei Soli o delle Stelle festeggiano i loro Anni del Sabato, allora i corpi celesti, ‘come nel sonno’, vengono benedetti e fortificati con la Benedizione del Sabato.

70. Ci sono delle unioni, che hanno contemporaneamente il ‘riposo’. Comparabilmente sono i campi, prati, vigne o giardini del Cielo, che non hanno da osservare nello stesso tempo in assoluto il loro Sabato ed il loro Anno Giubilare. Mentre certi riposano, altri creano nuovamente più intensamente. Ogni Giorno di Vita della Creazione, che viene sgravato precisamente sulle intere entità soggettive e oggettive, continua così in modo inarrestabile, come batte in continuazione il Cuore UR del Creatore. Quindi ogni maggese deve essere unita allo scopo con il Giorno del Sabato e dell’Anno.

71. Supponiamo che, un agricoltore abbia dieci campi. Lui farebbe bene a lasciare incolto ogni anno un grande campo, i quattro più piccoli poi insieme nel realtivo Anno del Sabato. Egli raccoglierebbe maggiormente, di come se coltivasse tutti i campi anno per anno. Perché ogni campagna ha bisogno del suo riposo. E se rimanesse con ciò sotto l’aratro, allora ne verrebbe fuori sempre abbastanza affinché vi potessero pascolare gli animali.

72. Se una volta non si conosce nessun Sabato e nessun Anno Giubilare, nel fremito dell’affanno d’avarizia si opprime tutta la campagna, lo standard del raccolto sarà poco meno del trenta percento. Malgrado la molta fatica c’è carestia e morte. Questo ha a che fare con una grande assenza di fede. Si respingerà Dio dal cuore, si esclamerà: Tu non Sei un Dio - - ed alla fine: Non esiste nessun Dio!

73. Qualcuno potrebbe impedire il Lavoro di Dio? Si può occludere la corrente di Benedizione soltanto da sé. La riceve colui che si lascia legare al Padre-Creatore mediante fedeltà, fede, amore e tramite la buona azione. Se voi riconosceste una volta precisamente la maestosa Legge di Base dell’Ordine, che si rivela pure nella più piccola polverina del f iore come nei Soli di primo rango, vi velereste i vostri capi; anche la vostra lingua rimarrebbe muta”.

74. “Mi è”, dice Zaccaria, “come se lo potessi percepire. È giusto’ velare il capo’; la lingua muta - -“ Qualcosa lo fa rabbrividire. C’è ancora molto da deporre per preparare la Gioia a Dio con la fedeltà, la fede, l’amore e con azioni. Simeone aveva una volta confermato, che lui sarebbe sulla giusta via. Oppure è lo scritto, che oggi gli è venuto nelle mani? Allora sente dire Hilkior:

75. “È giusto anche la muta lingua! Se m’immagino che potessi gettare uno sguardo nella santa alta Casa del Creatore, ah – non mi uscirebbe nessun suono”. Cornelio aggiunge, che sarebbe certamente una Benedizione di Grazia, se agli uomini del mondo fosse chiusa la contemplazione del Cielo. Risponde Simeone:

76. “Non è del tutto chiusa. Una visione è meno il vedere con gli occhi, che più il sentire nell’animo”. “Era vivo in me”, ammette Pedatja, “soltanto non lo posso esprimere”. Anche il timido Malluch vorrebbe chiedere qualcosa, ma pensa, che fosse troppo tardi. “Non per me”, esclama Cornelio. “Sfrutta il tempo finché lo possiedi!” “Espresso magnificamente”, lo loda Obadnia. “Malluch, avanti!” Il sacerdote capo dice:

77. “Che il vicino Anno Giubilare sia per la Venuta del Messia, mi ha molto sconvolto. Simeone ha fatto comprendere, che Egli rimarrebbe tanti anni con noi, quanti possiamo contare le feste dell’Anno Giubilare. Indipendente dal fatto che si spera in un altro Messia che la Venuta di DIO, allora domando: Può Dio oppure il Salvatore inviato da Lui in così pochi anni portare a compimento, persino con il continuo impiego del Potere, cosa che sarebbe da compiere in vista sia spirituale che mondana, a cui si riferisce la Profezia che si deve realizzare?

78. Dato che Egli verrebbe come fanciullino, Egli dovrebbe – sia da Salvatore oppure da Dio – osservare anche lo sviluppo legato alla natura, perché anch’essa è proceduta dalla Legge fondamentale dell’Ordine. Dato che la legge giudaica riconosce un’attività pubblica soltanto al trentenne, Egli non viene riconosciuto prima da nessuno.

79. Gli rimarebbero perciò soltanto tre anni, nelle quali Egli dovrebbe farcela come Salvatore d’Israele e di tutto il mondo. Se opera come puro Dio, allora è sufficiente anche un Soffio dalla Sua Bocca da Creatore, per trasformare l’intera umanità. Ma se Egli agisce secondo la profezia ricevuta su di Lui, allora – “ Malluch tira su le spalle. “Come può redimere in tre anni un’intero mondo?” Athaja esprime la sua gioia sul sacerdote capo. Sì. Delle acque quiete sono sovente profonde. Anche Simeone lo loda e spiega:

80. “Esaminate, se è necessario un Messia del popolo, come generalmente creduto, oppure se il Creatore viene nel Principio redentore e nell’Impiego della Redenzione Fondamentale. Un solo-Messia sarebbe poco utile, porterebbe soltanto la liberazione popolare [Giudici 3, 9 – 11], come d’altra parte sperato quasi sempre. Ma voi avete riconosciuto che Dio viene Personalmente. Perciò c’è ancora dell’altro da rivelare.

81. Il numero celeste, che si riferisce retroattivo dagli Anni terreni di Dio sul numero degli Anni Giubileo e la differenza fra il Messia del popolo sperato e del ‘Dio come eterno Redentore’ dell’intera caduta della creazione, è invero evidente. Per la Gioia di Dio vi siete chinato verso ‘l’Eterno Redentore’. Malluch aveva ragione, un Messia popolare, anche sotto cooperazione del Potere del Creatore, non potrebbe quasi vincere il problema mondano, ancora meno quello della Redenzione di Base, se Gli stanno a disposizione soltanto tre anni per l’Operare.

82. Le profezie che si riferiscono a DIO, sono avvenute prima della seconda guida sulla via verso Babele, dove malgrado il servizio idolatro e la mondanizzazione, Israele credeva ancora: DIO come Messia e come Salvatore! Egli confermerà anche Mosé ed i profeti [Matt. 5, 17 - 18]. E questo significa: Tutto si compie precisamente come era stato nel senso della Luce. Sì, gli antichi testimoni hanno visto la profezia ‘nello spirito’. Sovente erano rimossi da questo mondo. Come potrebbe perciò questa visione del Cielo soltanto legato al tempo mondano e legato allo scopo mondano - ? Voi stessi lo negate.

83. Oh, ascoltate la Luce! I tre anni si riferiscono per gli uomini puramente al loro tempo legato al mondo. Visto da DIO sono qualcosa d’altro ed hanno di conseguenza un significato fondamentalmente diverso. Su questo è ancora da ripetere qualcosa di prima, che per via della maturità progredita può sperimentare una maggiore cristalizzazione.

84. Nel Dio-Ur agiscono i quattro Principi-Ur: Potere, Forza, Potestà e Vigore. Se non fossero attivi in nessun modo riconoscibile alla creatura figlio, allora la Divinità UR non potrebbe chiamarSi ‘PADRE dei Suoi figli’. Non esiste nessun Principio fondamentale paterno che si avvolga nell’Invisibile! In ciò un concetto ‘PADRE-FIGLIO’ rimarebbe senza Sostanzialità!

85. La Divinità-Ur Si è data in precedenza una Forma, affinché nella sua visibilità le creature potessero sentire un subitaneo collegamento e riconoscere la loro propria forma. Nessuna creatura avrebbe mai riconosciuto una esistenza di vita, se non fosse stata constatabile la propria persona dal ‘Creatore contemplato’. Nemmeno una contemplazione delle crerature tra di loro le elevava ad una ‘sensazione di vitalità’, come avveniva questo tramite una contemplazione della Personale Divinità UR!

86. Affinché dalla maestosa Competenza di Potere UR il popolo dei figli non capitasse in nessuna dipendenza di sentimento, i quattro Principi Fondamentali venivano avvolti in una Forma contemplabile, che però poteva presentarsi a tutte le creature di figli fedeli alla Luce, per cui loro – questo era voluto santamente benedetto – potevano fraternizzare con la Divinità contemplabile senza qualsiasi dipendenza di sentimento.

87. Le Essenzialità si chiamano Creatore, Sacerdote, Dio e Padre, non ottenevano nessuna Forma Singola, perché la Divinità Si è data solamente la Persona UR! Soltanto che, Questa rivelava relativamente uno o più Principi. Per la miglior comprensione sia detto: Vi potete avvolgere in diversi abiti, secondo lo scopo per il quale è necessario. Un abito può mutare molto un uomo, ma non il suo volto, le sue mani, genere e forma. Perciò la Divinità UR Rimane ed è sempre ciò che era eternamente. Il modo della Rivelazione Si orienta secondo lo stato di conoscenza dei figli, mentre i già più maturi contemplano due, tre, persino tutte le quattro Parti Essenziali UR in una Forma, mentre coloro che non sono ancora così tanto sviluppati possono vederne una oppure due. Facendo questo avveniva una volta ciò che segue:

89. Nella condizione-Ur, immutabile, si rivelarono ai primi creati, Creatore e Potere, Sacerdote e Forza, Dio e Potestà, Padre e Vigore in questa successione. Ma i primi sentirono secondo la stessa santa Legge della mutabilità della Bontà, Grazia, Longanimità e Mansuetudine quanto mutabile, nel Creatore il Padre, nel Sacerdote il Dio, nel Dio il Sacerdote, e nel Padre anche il Creatore.

90. Già questo effetto di scambio delle Essenzialità, rivelate solamente per via dei figli, non permette nessun’altra convinzione di quella che una Divinità UR possiede eternamente solo una Personalità, una Forma di Rivelazione. Perché le Diversità di un Divenire visibile sono gli ‘Abiti dell’Onnipotente’. Qual immensa Bontà è all’Opera per i figli! –

91. Ancora alla domanda di Malluch: Quando la Divinità Si rivela quindi ai fedeli della Luce, non ce la metterà poi tutta affinché ai caduti che non possono sopportare nessuna chiara visione, per mostrarSi poi così che possa avvenire un ‘Contatto di ritorno’? Appunto per questo la Divinità riveste l’abito dei caduti, per loro, non per Sé! L’Abito è l’Incorporazione nella carne.

92. Uno Svelamento di un Creatore, Sacerdote oppure Dio, è troppo difficile; e quella del Padre, che Si avvicina a loro unicamente per Grazia di Redenzione, è ancora immeritata. Solo con un pieno ritorno viene concessa una Misericordia per un merito creato, che nel Giorno del Sabato si lascia trasformare per loro in modo sopportabile per un proprio merito.

93. Come può la povertà insieme a tutta l’umanità del mondo [Luca 7, 31] sperimentare la santa Quadruplice Entità? Vedete, a questo servono i tre anni della funzione dell’insegnamento, per guarire, per redimere Lo-Ruhama, per stimolare al ritorno ed al Rientro in Casa. Qui il Creatore Si mostra in tutti i Miracoli che il Salvatore opererà. Il Sacerdote Si rivela nell’Insegnamento, a cui nessuno può contraddire. Per la rabbia su ciò si tende la mano alla Forma esteriore, che si chiama GESU’.

94. Se lo fanno, allora si mostra – prima insospettato – il Principio Dio nel Suo Sacrificio! Ciò significano i tre anni. Ora sapete che la Divinità UR non ha mai bisogno per Sé di tre anni terreni, più o meno, per eseguire la Redenzione Fondamentale di ogni povero figlio caduto personalmente! I tre anni servono semplicemente per il modo di Rivelazione delle tre Parti UR menzionate prima, mediante la quarta Parte, il PADRE, può diventare visibile e raggiungibile anche per la povera lontananza.

95. La Redenzione esteriore, che si riferisce al tempo di sviluppo per via della materia, svolge un ruolo secondario, è però collocata nella Redenzione Fondamentale. Se per questo mondo decadono ancora alcune migliaia di anni nella dissoluzione graduale della materia, sposta la lancetta dell’Orologio dell’Eternità appena oltre la sua propria spanna d’ombra”.

96. Si è fatto silenzio, eccetto alcuni leggeri sospiri. Cornelio da la mano a Simeone e dice: “Non vado per via della vicina aurora; puoi illuminare il mio cuore e sai perché”. Fa cenno ai suoi che pure ringraziano in modo muto, un ringraziamento che consegnano all’angelo per il Creatore.

97. Così pure gli israeliti. Solo nel tempio Athaja, quando è solo con Simeone, cade sulle sue ginocchia: “Simeone, sei un signore del SIGNORE!” “Non così, mio amico”, dice ad Athaja, come prima al tribuno. “Sono bensì un principe del Re; ma il Re è il SANTO UR dell’Infinito! Buona notte!” Il Cielo esce dolcemente dalla stanza.

 

[indice]

Cap. 3 / IV°

Difficile prova per Zaccaria - Alta funzione d’affumicamento - Quando il Cielo fa tutto, che cosa fate voi? - Luce antecedente su Maria

Rima fa i conti con i cattivi templari - Una bella serata nella torre di Arbore - Indicazioni sull’affumicare - Intelletto oppure Presagio?

Il libro della colpa nella Mano di Dio - Del piccolo mucchietto

 

1. Zaccaria si alza come abbattuto. Sulla via per Athaja incontra Hilkia e Jojareb. Loro parlano di ‘traditori che tenevano un raduno notturno con i romani’. Lui bada a loro. I pensieri girano continuamente in cerchio. Athaja grazie al breve sonno è fresco, così ha agito su di lui l’altra sera. Quando vede Zaccaria stanco, chiede stupito:

2. “Che cosa succede?” Zaccaria si siede. “Non so”, svia, “è da ridere, se …” “Parla”, lo invita costui cordialmente e si siede di fronte a Zaccaria. La reciproca fiducia apre la bocca a Zaccaria. “Ho ricevuto una lettera da Elisabetta”. “Ma ti ha scritto qualcosa di così grave, che ti scompaiono conforto e fede?”

3. “Se avessi dieci anni di meno mi farebbe giubilare. Ma così - ? Otto mesi fa sono stato l’ultima volta da lei e – risparmiami che io da uomo vecchio avessi ancora una volta pensato ai desideri della mia vita. Cinque mesi fa [Luca 1, 24] e [z.25] mi ha comunicato di diventare madre. Per risparmiarci un’inganno, le ho risposto che il desiderio forse l’ha fatta ammalare, ci dovremmo adeguare alla Volontà di Dio.

4. Ieri mi ha scritto che sarebbe vero, e fra un mese sarebbe l’ora. Porta benedizione o derisione!” “Se ti deride qualcuno”, dice Athaja duramente, “allora arriva qualcosa! Pensa ad Abramo e Sara, che non hanno dato nessuna fede alla promessa [Gen. 17, 17; 18, 12]. Ciononostante è nato al mondo un Isacco. E se Elisabetta ti partorisce un figlio, sarà un eletto dell’Altissimo!”

5. “Tu consoli bene, Athaja. Ma oggi non abbiamo un tempo di Grazia come allora”. Athaja scuote del tutto meravigliato la sua testa. “Nessun tempo di Grazia - ? Dove Simeone è con noi e – ed il SIGNORE arriva?” Zaccaria abbassa svergognato gli occhi. Per dove si è smarrito, perché teme la derisione? Le sue mani tremano. Il primo gli mescola una bevanda.

6. “Oggi hai il servizio dell’affumicazione [Luca 1, 9]; ma mi assumo volentieri la funzione”. “No, i sobillatori mi hanno già dato degli spintoni”. Athaja stringe i pugni. “Per via della pace del tempio avrei preferito se il Quirino li avesse portati con sé a Roma”.

7. “Malluch può preparare l’affumicazione”, devia Zaccaria. “Ieri sono stato molto stupito di lui”. Athaja Annuisce: “Qualche volta si pensa che non sappia contare fino a sette. Il chiarimento alla sua domanda era così meraviglioso, che la parola al vecchio tempo a quello a venire, che si chiamerà la ‘nuova’, è da impiegare il più preciso possibile. Nei profeti c’è del santo”. Anche Zaccaria se n’è accorto, ma si reca nell’Onnisantissimo con una pressione ancora irrisolta.

8. Non gli è mai capitato nessun errore durante la sua funzione. Oggi per la prima volta deve aiutare Malluch, deve persino correggere qualcosa, non visto. Dopo l’affumicazione, alla quale devono partecipare tutti i sacerdoti, mentre il popolo attende già nell’anticorte, c’è ancora un’ora di tempo in cui il sacerdote dell’affumicazione riposta, perché il servizio dopo dura quattro ore.

9. Zaccaria ringrazia Malluch ma rimane indietro. S’inginocchia e supplica: “Oh Signore, non sono un Abramo, che ha ricevuto un Isacco nell’età avanzata. Non mi è stato nemmeno promesso nulla. Ci deve nascere ora un figlio?” Zaccaria non osa pronunciare ciò che smuove il suo cuore profondamente. Ecco che risuona una parola dall’altare:

10. “Dio deve prima promettere qualcosa se Egli vuole rivelare la Sua Bontà?” Il secondo guarda in alto colpito. Ha parlato Dio? No, di questo lui non è degno. Sul tappeto, davanti all’alto altare, sta un maestoso spirito. Luce fluisce da lui. Il suo volto malgrado l’austera severità è avvolto da un soffio di mansuetudine, che il terreno non saprebbe interpretare. La può solo percepire, e questo soltanto in modo incerto. Lui si spaventa nella beatitudine e nella paura.

11. Non è - - No, non Simeone; la figura di Luce, che sta così all’altare come se quivi non dovesse mai operare un uomo, ha un aspetto così - - Lui è del tutto confuso. DIO può comparire in un ‘Abito dell’Onnipotenza’, come lo ha rivelato Simeone. Allora sente quella voce ‘da lontano dalla Terra’, che cimincia già a parlare:

12. “Se ne sei degno di sentire la Parola di Dio, lascia a decidere al tuo Creatore!” Zaccaria si china fino al suolo. “E la Sua Severità agisce nella Sua Mansuetudine come il lievito nella farina [Matteo 13, 33], spiritualmente ed anche terrena,ente. Ti hanno rattristato le tue preoccupazioni. Ti sei sempre sforzato, di servire fedelmente Dio e sei stato un saldo sostegno per il tempio. Perciò il Signore ha rivolto il Suo Volto a te ed a Elisabetta, affinché ti nasca tuo figlio; perché Elisabetta è una donna pia!

13. Ti sei reso conto quanto il Signore aiuta in modo meravigloso. Tu hai visto – come pochi – che il dominio di Roma è venuto in modo giusto. L’educatore opera con mansuetudine paterna, affinché il ‘ragazzo Giuda’ non sia del tutto rovinato. Così Dio agisce con ogni uomo, se necessario con tutto il mondo! Perché ora sei scoraggiato? Perché non vedi la Bontà di Dio?”

14. Zaccaria risponde timido: “Quarant’anni ho sperato in un figlio. Sono …” Non ha bisogno di dire ‘diventato vecchio’. “La donna ha avuto u n sogno [Luca 1, 25]; e quando sono stato da lei, lei pregava, ed io - mi sono aggrappato ai Piedi di Dio. Quando è giunto il primo incerto annuncio, mi strozzava il dubbio. Solo, il Signore lo ha visto: mi sono dato alla sua Volontà!”

15. “Perciò la Bontà di Dio splende su di te. Continua a parlare!” “Ah caro tu, l’angelo d i Dio”. “Sono un principe del Cielo [Dan. 10, 13]. Ma che ora puoi parlare, ti deve togliere il peso”. “Allora voglio parlare per togliermi il peso dall’anima”. Zaccaria respira pesantemente. “Mi deridereranno e disdegneranno Elisabetta. Ora lei scriveva in più: ‘Deve chiamarsi Giovanni.’ Ma lei sa che diventa un bambino?” “Tu domandi - ? “Il suo sogno si è realizzato, ed io le ho portato il nome, - dal Cielo, Zaccaria!”

16. “Dal Cielo? Non ne sono degno”. Allora risuona di nuovo in modo severo, in modo che l’uomo si china di nuovo al suolo: “È certamente pio se qualcuno esercita l’umiltà; ma quando gli viene una Rivelazione, allora Dio preferisce quando ci si fa elevare a Lui”. “Oh”, dice stanco Zaccaria, “ora Dio non c’è”.

17. “E dove? Non cadere di nuovo se ti parlo di nuovo severamente”. “Non sai com’è costituito il mio cuore?” “Sì; e sono venuto per aiutarti”. Questo suona come la buona voce di Simeone. Ma se fosse l’angelo che è apparso nella Magnificenza del Creatore, allora lo avrebbero accolto in modo troppo indegno. Di questo considerare umano l’angelo di Dio sorride.

18. “Tuo figlio deve chiamarsi GIOVANNI. Tu, Elisbetta e molti avranno gioia di lui [Luca 1, 13 –20]. Lui sarà grande dinanzi al Signore e confertirà molti del popolo a Lui. Egli Lo precede nello spirito e nella forza di Elia, per preparare la Via di DIO”. “Oh tu, angelo di Dio”, dice Zaccaria, “Elia era già stato qui e si dice, che ‘Dio lo invierebbe prima che venisse il grande, terribile Giorno del Signore’ [Mal. 23 – 24]. Mi deve venire – a me – un Elia?”

19. “Amico”, risuona soavemente, “la profezia di Maleachi riguarda l’interiore dell’avvenimento attuale, anche se si mostra in modo terreno. Tuo figlio insegnerà, battezzerà e convertirà, nella forza e nello spirito di Elia, che lo ombreggia [Giov. 1, 21]. Perché proviene dalla casa di Michele, dalla prima fila. Anche tu ed Elisabetta non siete nati lontani da questa nella Luce”.

20. “Devo velare il mio capo”. “Ma la lingua ti rimane”, viene corretto, “se potresti vedere la Magnificenza del Signore”. Questo era sbagliato ieri, pensa Zaccaria. “Lo spirito e la forza di Elia”, dice la Luce, “sono abbastanza forti per questo tempo, che non può sopportare di più. Michele viene con l’esercito del Cielo, condotto da FEDELTA’ e VERACITA’ [Ap. 19, 11], nell’ultima ora di questo mondo. A questo si riferisce la parola di Malachia”. “In che cosa la si riconosce?” Una domanda posta più come preghiera. “Sono troppo vecchio per un figlio; ed Elisabetta …”

21. “Non mi riconosci?” chiede la Luce. “Oh, sentivo – pensavo – non potevo mica presagire”, balbetta confusamente Zaccaria. La Luce aumenta e sommerge tutto il santuario del tempio. Zaccaria è abbagliato; soltanto con occhi coperti si può sopportare la Luce del Cielo. E poi – poi - -

22. “Sono Gabriele e sto dinanzi al Signore. Egli mi ha inviato per annunciarti la Sua bontà. Perderai la parola fino al giorno in cui nasce tuo figlio. Non prenderlo come un castigo [Giov. 9, 2-3]; è un segno di Dio per il popolo. Ora affumica; e nel fumo si deve riconoscere chi ha parlato con te”.

23. Lo spirito corre via; un poco alla volta lo splendore diminuisce. Fuori si diventa impaziente. Il sacerdote dell’affumicazione dovrebbe aver portato da tempo la Benedizione di Dio con la botte dell’affumicazione. Jissior sussurra ad Athaja: “Entra, gli è successo qualcosa”. “Secondo la prescrizione non lo posso fare”. “L’aiuto è più importante che la forma della prescrizione”, spinge Nathan. Athaja si accinge per andare nell’onnisantissimo,

24. A parte sussurrano Jojareb ed Hilkia: “Costui dorme la sua ebrezza durante l’affumicazione”. “Athaja vuole entrare”. “Lui è consegnato, se infrange la nostra prescrizione [Luca 13, 15; 14, 5]”. Troppo presto si sono rallegrati. Chi ha visto che Simeone è passato dalla tenda? Senza dare nell’occhio afferra la mano di Athaja ma non per impedirgli di entrare. Uno splendore di Luce fluisce dall’onnisantissimo, In questo flutto si trova il secondo alto sacerdote.

25. Molti pensano colpiti: Questo aspetto avrà avuto Mosé, quando doveva velare il suo volto [Gen. 34, 33-35]. Il sacerdote esce per andare dal popolo, ondeggiando la botte dell’affumicazione, da cui il fumo sale in alto particolarmente bianco ed amabilmente profumato. Ma si attende invano un versetto, che il sacerdote dell’affumicazione va a prendere dall’Arca del Patto. I templari lo seguono con crescente preoccupazione. Ma i credenti, quando vedono lo splendore sul volto di Zaccaria, s’inginocchiano unanimi. Come un forte fruscio di ali passa su di loro.

26. I sobillatori si spingono fino al posto predestinato, dove possono parlare con il caporione. Mentre Zaccaria affumica, il popolo accampa intorno a lui nel’ebrezza di una nuova fede ed un rumoreggiare passa nelle file: ‘Ha avuto una visione’; ‘Vedete il meraviglioso fumo’; ‘È eletto da Dio’; ‘Un angelo ha parlato con lui’, ed altro, che parla a favore dell’amato sacerdote, i congiurati si fanno un’altro idea.

27. “Lo splendore inganna; chissà, quale magia ha fatto”. “Il suo mutismo è la punizione di Dio per la sua notte brava”. “Noi portiamo questa faccenda davanti al trinuato”. “Ma non finché il tribuno rimane da noi; il mago Zaccaria lo ha abbindolato”.

28. “Nessuno mi abbindola”, dice qualcuno fra i denti, per non disturbare la festa. I seminatori di zizzanie si girano all’improvviso. A causa della profonda solennità provocata dalla santa silenziosa funzione di Zaccaria, nessuno ha notato che è entrato Cornelio con i suoi tre fedeli nell’anticortile. Lui aveva visto con sguardo sicuro Jojareb e compagni e si è messo dietro a loro con i suoi ufficiali. Già da tempo vengono sorvegliati.

29. Alcuni strisciano via; ma ognuno ha già una ronda al seguito nel successivo vicolo, che li portano nel tribunale. Cornelio comanda da lui il giorno dopo Jojareb ed Hilkia . La scena si è svolta senza dare nell’occhio. Quando si vuota l’anticortile, gli amici del tempio ed i romani s’incontrano.

30. Il mutismo di Zaccaria fa stupire qualche sacerdote. “Dev’essere una punizione”, dicono i più. Quando si sente, che Cornelio non sapeva nulla della festa d’affumicazione e sarebbe venuto soltanto così, ma ascoltava volentieri il servizio religioso commosso dalla funzione di Zaccaria, allora ci si è accorti che non era stato invitato. Questo fa di nuovo ritornare gli indecisi al muto.

31. Costui viene portato fuori dal cortile da Simeone ed Anna. Coricano l’esausto sul suo giaciglio. Quando Simeone giunge coloro che aspettano, viene caricato di molte domande. Athaja dice subito: “Ha certamente avuto una grande rivelazione, confermato dallo splendore sul suo volto. Portava anche un grave peso, ed ha – forse – come Giacobbe al Pniel lottato con DIO [Gen. 32, 31] oppure con uno spirito d’angelo”.

32. Guardando a Simeone, si spaventa all’improvviso, perché costui è un angelo di Dio, ed era meno riconoscibile nell’esteriore ma più dal suo modo d’essere e dall’insegnamento, lo sa. Ma ora - ? I suoi occhi non sono simili a qual raggio che si sprigionava dal santuario? Allora il romano ammette:

33. “Ho sospettato subito che tu, che sei venuto in modo così umano, non sei un terrestre. Hai chiamato la tua Patria ‘L’Empireo’. Un saggio ateniese che ho interrogato su questo, mi ha spiegato, che non si potrebbe tradurre bene questa parola. Si chiamerebbe forse ‘Campo di Luce’ oppure – pensato in modo molto elevato – ‘Universo UR’! E tu sai, Simeone, che io ci credo.

34. Se ti sei velato per uno scopo saggio, allora ti chiamo Simeone; nel cuore mi sei un principe del Signore! [Gen. 23, 6; Giuseppe 5, 14; Dan. 10, 13] Così ti ha certamente veduto Zaccaria. Solo non dovremmo chiedere del ‘perché’. Se pure io ti vedessi come principe, allora ammutolirei come il nostro amico. Saprò proteggere Zaccaria”. Athaja stringe il romano forte al suo petto, senza una parola. A costui Simeone dice:

35. “Avrai occasione di proteggere lui ed altri. Rimani una settimana”. Il tribuno risponde: “Non lo intendevo così alla lettera; tu sei all’opera”. “Va bene”, annuisce Simeone. “Ma se il Cielo fa tutto, che lavoro vi rimane?” “È vero!” si fa sentire Obadnia. “Ognuno deve fare il suo. Se oltretutto avviene per la Gioia di Dio, allora può portare Benedizione persino quando passa solo attraverso le nostre piccole mani”.

36. “Che cosa avverrà? Voglio – “ Il romano altrimenti così sicuro di sé, si blocca. “Farai la cosa giusta”, lo tranquillizza Simeone. “Bene! – Ora qualcosa d’altro. Sono venuto su incarico del Quirino per fare delle ricerche sulla fanciulla Myriam”. “C’è da riferire soltanto il meglio”, spiega Athaja. Nessuno sospetta che cosa è successo nel frattempo con la pura figlia. E così il primo prosegue:

37. “Delle ragazze quattordicenni devono lasciare il tempio. I genitori di Myriam – ma non lo so precisamente – erano stati mandati via dall’occupazione. Dato che erano della stirpe di Davide, potevano affidare la loro bambina, per preservarla da un destino incerto, al tempio. Dove siano, non si sa”. Athaja guarda Simeone esaminandolo; ma costui tace. Se i genitori di Myriam non devono essere inclusi nell’avvenimento secondo il Consiglio di Dio - -

38. “Myriam, che ora si chiama Maria, è stata consegnata ad un uomo onorevole, che appartiene direttamente alla casa di Davide. È così rispettato, bensì di jorigine semplicissima, che non ci potevamo augurare uno migliore per Maria. Oltretutto ha deciso la sorte. Lei è già da mesi da lui. Oltrettutto lui e Maria sono imparentati con Zaccaria e sua moglie Elisabetta”.

39. “Sono tranquillizzato”, risponde il tribuno. “Cirenio voleva che la vedessi personalmente”. “La vedrai, quando lo Splendore del Cielo le darà la corona della maternità”. “La corona della maternità?” si chiede spaventati. “Cosa vuoi dire?” Le loro ragazze possono diventare bensì molto presto madri; ma …”Aspettate”, risuona soavemente, “il Miracolo vi renderà felici.

40. Oh”, la voce di Simeone diventa dura, “prima tenderanno delle mani sporche e rudi verso il fiore delicato. Perciò avverto: Armatevi! E credete fermamente!” Un silenzio imbarazzato. Jissior sospira: “Sospetto che davanti al nostro cancello c’è qualcosa in agguato, che potrebbe togliere la fede, se non avessimo Simeone …” “…se non aveste DIO!” dice seriamente il principe della Luce. “Tu sai come lo intendo”, risponde Jissior, naturalmente il SIGNORE deve Essere per noi il Primo e l’Ultimo!”

41. “Con questa fede potete ricevere DIO”, loda Simeone, “e e con lei marciare a suo tempo anche nel ‘campo della Luce’”. Nessuno dei tre templari sospetta che verranno richiamati prima che il Sigillo della Redenzione per la promotrice della caduta verrà spezzato mediante il ‘COMPIUTO’. - -

42. Cornelio aveva già convocato contro la sua intenzione Jojareb ed Hilkia da sé nel pomeriggio. Lui tenta di agire su di loro con severità e bontà. Ma chi è caparbio, rimane caparbio. Quando inoltre parlano di allora in modo contorto, dove Cirenio al posto del carcere dettava solamente il lavoro da scrivano, allora è nuovamente finito con la calma romana.

43. “Gentaglia!” urla il tribuno. “È più facile che un maiale diventi un carpiolo, prima che che voi diventiate sacerdoti! Siete così sporchi mentalmente, che su di voi non voglio insozzare nessun rotolo imperiale! Fate quello che volete! Ma”, si avvicina a loro minaccioso, “non mi sfuggite, se continuate a sobillare il popolo e – “ diventando ancora più minaccioso, “ – quando causate del male al tempio!

44. Finora”, i fortemente minacciati retrocedono fino alla parete, “il tempio ha tenuto il suo proprio giudizio, per quanto non riguarda nessun delitto contro il potere d’occupazione, come il vostro principe quadruple schifoso possiede il suo diritto ristretto. Ma fate attenzione: Invito Augusto di sospendere il diritto a favore di buoni israeliani, appena lo ritengo per adeguato! Poi – poi – “ Cornelio spinge coloro che sono diventati pallidi come la cenere da un angolo all’altro, “- siete consegnati al Quirino Cirenio!

45. Andate! Non voglio più vedere voi gentaglia!” Cornelio si appoggia alla finestra, non accorgendosi come i due uomini sgusciano come ratti attraverso la tenda, ma per questo è entrato Forestus gravemente preoccupato. “Credo”, ansima Cornelio, che anche il Creatore deve essere così arrabbiato, quando Egli vede tali maschere dinanzi a Sé!” Poi si getta sul suo letto.

46. Forestus gli mescola una bevanda secondo la ricetta di Simeone. “Questo ti fa bene:” Cornelio la beve avidamente. “Qualche volta penso come sarebbe bello se fossi sulla mia tenuta ad Ancona e vi potessi parlare con dei saggi sulla Parola e l’Opera di Dio”. “Sì, sarebbe bello”, è d’accordo Forestus, al quale non piace più la vita da soldato.

47. “Fata morgana!” All’istante Cornelio si è addormentato. Pilato chiede a Forestus, che cosa fosse successo. L’infuriare del tribuno è stato sentito in tutta la casa. “Niente di particolare”, fa cenno costui. “Una questione del tempio”, mente a metà, “coloro che sottostanno ai giudici del tempio. Il tribuno era stato disturbato nel suo riposo”. “Ah, è così?” Non suona credibile. Pilato si deve accontentare con l’informazione, ed al vecchio Ponzio non interessa la faccenda.

48. Quando Cornelio si sveglia, conduce un monologo. “Hm, veramente non avrei dovuto urlare. Simeone mi ha sovente ammonito. Coloro che sono stati investiti con le urla, non migliorano. Qual mucchietto di disgrazia si è! Sono ancora giovane, ecco che s’infuria – Alt, non ti scusare, tribuno romano!” sorride a se stesso. “Sull’ira dell’uomo c’è la disciplina dell’uomo’, ha insegnato Cirenio. Sì, lui ci riesce, non fa un buco nell’acqua, come succede a me”.

49. All’improviso campanella forte. Forestus accorre. “Oggi sembra che rimanga sereno”, il tribuno guarda esaminando al cielo, “Vogliamo sfruttare i pochi giorni. Invita i nostri amici, andiamo nel frutteto. Askanio deve sorvegliare i servitori”. Sin dall’apparizione di Simeone Cornelio non li chiama più schiavi, malgrado che lo siano ancora ufficialmente. “Provvedete anche a sufficienti fiaccole e per il bacile del fuoco, nel caso che la sera porti una aspra freschezza. A tutto il resto ci penso io”. –

50. Oggi il servizio nel tempio era stato severo. Ma come la folla era caduta in una ‘esaltazione di fede’ attraverso la meravigliosa funzione dell’affumicamento del muto Zaccaria, così nemmeno gli amici vogliono perdere qualcosa, finché il Cielo lascia loro Simeone. Perché chissà, quali nuvole si accumulano nell’indomani. C’è molta forza di Luce da risparmiare. Perciò si corre volentieri nel tribunato, anche Zaccaria, perché a nessuno vorrebbe mancare. Lo si tratta – come d’accordo – in modo del tutto naturale, non come se fosse un uomo malato. Questo gli restituisce la sua fiducia.

51. Nel corso del dibattito si parla di molto, anche quale senso avesse l’affumicare. Per lo stupore pone Samnus questa domanda: “Strano”, dice Pedatja, “l’alto sacerdote che sta esercitando coglie per il tempio e per il popolo senza scegliere i versi dai rotoli stesi. Si dice che il Dito di Dio abbia segnato questi versi. Sovente si è dimostrato che sembravano ritagliati, bensì qualche volta anche il contrario. Da tempo mi è però difficile riconoscervi un presagio”.

52. “Non deve essere un presagio”, pronuncia Jaor, “degli uomini che non sono saldi nella fede, contano su questi”. “Gideon però ha chiesto un presagio, e Dio gli ha dato due volte la risposta attraverso la pelle [Giud. 6, 36- 40], risponde Pashur. “Io intravedo una differenza fra un segno di Dio ed un presagio”, dice Chol-Joses riflessivo. “Purtroppo si possono scambiare ambedue più facilmente, meno uno esamina se stesso”.

53. “Noi romani siamo grandi nei presagi”, s’immischia Askanio. “Un tempo li ho sempre chiesti e mi sono orientato secondo questi”. “Ti sei sempre trovato bene?” chiede interessato Galal. Askanio alza in alto la mano: “Qualche volta funzionava; se no, allora pensavo che io stesso avevo rovinato l’oracolo”. “Qual bel velo di Iside!” ride il tribuno, “con ciò si evita ogni logica”.

54. Simeone riprende il filo: “Si deve soppesare il suo agire con logica ed intelletto. A questo serve la fede! Ma non crediate, che questa fosse la fede migliore, quando si mettono le pelli sull’aia si aspetta che cosa faccia il CIELO. Non si riesce facilmente ad accoppiare la fede incondizionata ed il proprio agire. Chi si trova nella salda fede, ottiene anche l’intelletto che aiuta senza presagio”.

55. D’accordo!” esclama Josabad. “Ci tengo poco a porre domande. Ma ho altro in mente. Una voltra è stato raccomandato ad Aronne l’affumicare [Es. 30, 7]; Dio dice ad Isa-i che Gli è un abominio l’affumicare [Isaia 1, 13]. Dio non Si contraddice; soltanto che non ho ancora schiacciato la noce”.

56. “Il guscio non è troppo duro”, sorride Simeone. “Con due diverse parole dello stesso contenuto si deve soppesare il tempo e la circostanza. Ai tempi di Aronne la funzione era ancora pura. Inoltre Mosè vi collegava, per rimettere il resto di punizioni da espiare, di distribuire dei doni per i poveri e di presentare delle preghiere di interecessione. In quanto a questo l’affumicare era una funzione benedetta.

57. Più avanti era tutto diverso. Non si pregava quasi per gli altri, al massimo per denaro. Meno ancora si pensava ai poveri o al fatto, di rimettere dei debiti. Perciò era un abominio per Dio”. “Simeone”, lo interrompe Hilkior, “perché noi oggiggiorno siamo così stupidi, che non lo vediamo noi stessi? Mi cade come scaglie dagli occhi. Certe ‘contraddizioni di Dio’ mi hanno già sovente oppressi”.

58. “Non lo siete”, lo corregge Simeone, “manca soltanto in maestro. Israele ha sovente lasciati inascoltati i profeti e non ne ha più avuti sin da quattrocento anni. Ora basta un esempio ed ora voi stessi potete continuare ad attingere”.

59. Cornelio strappa imbarazzato alla toga, ma infine dice: “Presto mi hai dato una buona parola, in futuro agirei in modo giusto. Forse, quando la mia capocchia di furia avrà capelli grigi? Perché nel pomeriggio - - Simeone, avevo deciso fermamente di mantenere la calma; ma quando si sente quello …” Gli sale già di nuovo il sangue alla testa. Simeone ride.

60. “Amo la tua capocchia di furia, anche se andrebbe meglio senza ‘infuriare’. Fare paura ai cattivi, lo potevi fare con calma, con ancora maggior pressione, ed il tuo cuore conservava la sua forza. Ora – mi riesce ancora prima che diventi grigio. Ma ai cattivi capitava bene il tuo temporale”.

61. “Perché non ho potuto convertirli?” “Non lo comprendono molti”, s’intromette Anna, che era pure invitata con le donne note. “Ti sforzi, mio figlio, soltanto la pazienza era consumata presto. Poi veniva il piegare o spezzare! Dopo hai detto, con questo anche il Creatore dovbrebbe essere irato. Hai già ragione; ci si domanda solamente se la Sua Ira Si scarica mediante la veemenza oppure se Egli conosce anche altre vie”.

62. “Senza dubbio l’ultimo! Ma io non sono un Creatore, cara madre Anna, sono una cosa minuscola nella Sua immena Opera di Miracolo. Perciò . . “. “…Egli guarda con Gentilezza. Non è grave lo ‘sbagliare’, se lo si soppesa con lo sforzo. Dove manca questo, la coppa dell’errore si abbassa di molto. Ma una volta è da pareggiare, così o così”. A questo dice Malluch:

63. “Dio disse: ‘l’iniquità degli amorei non è giunta fino al colmo’. [Gen. 15, 16] e: ‘Io voglio avanzare soltanto un povero mucchietto’; invece: ….perdonare poi a coloro che avanzerò!’ [Sof. 3, 12; Isaia 60, 20]. Si potrebbe interpretare il senso che Dio non ostacola la via dei malfattori, per punirli più tardi. Com’è da intendere, madre Anna?”

64. “Nel Pareggio della Creazione si stanno di fronte la colpa e l’espiazione”, la si sente spiegare. “Delle colpe non stanno soltanto fra uomo e uomo; perché ogni colpa rende il Signore iroso. Si deve quindi espiare, che raramente è possibile nel giudizio mondano. Qualcuno riduce un altro uno stoprio. Egli viene punito. Con ciò è da guarire colui che è stato colpito? No! Come mai che in questo caso DIO diventa il Creditore della colpa? Oh, è del tutto semplice!

65. L’Altissimo ha creato dal Suo ATMA i figli di vita. Gli appartengono in eterno. Se ora sono la Sua Proprietà, allora solo Lui ha il Diritto di pareggiare il loro dare ed avere, specialmente quando peccano l’uno contro l’altro. Colui che fa del male all’altro, lo batte oppure uccide persino qualcuno, è in prima linea il debitore del suo Creatore.

66. Ma se Dio prendesse in ogni singolo caso in Mano il Libro della colpa, allora Egli avrebbe – soprattutto per questo mondo – quasi nient’altro da fare che imporre delle punizioni. Il carcere più duro per i ‘prigionieri del Suo Diritto’ è la loro coscienza! Il carcere della coscienza non si aprirà nemmeno con la morte del corpo, se la maggior parte non era da pareggiare prima.

67. Sarà Dio così inclemente, persino quando molti uomini lo meritano? No, Egli è il Padre della Misericordia! Soltanto nessuno dovrebbe pretendere, Dio sarebbe l’Amore e perciò dovrebbe anche perdonare. Voi comprendete, allora non esisterebbe nessun Diritto di Pareggio! Ma la faccenda è così:

68. Un uomo può, anche se nel mondo è sottoposto al peccato, fare anche del bene. Dio registra il bene ed il male. Con ciò fa i conti ogni settimo ‘secondo del Sabato’ del Giorno della Creazione. Dato che secondo la successione delle Sue Caratteristiche domina la settima, agirà comunque la Redenzione Fondamentale malgrado la giusta Resa dei Conti. Bensì – si deve pagare ogni peccato, anche se un ‘numero’ di queste viene rimesso.

69. Dio prevede come si mette un conto e perciò può dire: ‘…la sua misura non è ancora colma!’ Per conseguenza non se Egli attenda solo per tenere un inesorabile Giudizio , ma se nel frattempo si formi un ‘Avere’. Dalla Bontà e dal Perdono Egli sottrae un’attesa. La ‘misura deve ancora diventare colma’ significa anche una resa dei conti alla Luce della Redenzione.

70. L’ ‘avanzare’ non è una intenzione, che riguarderebbe i credenti. Sarebbe facile salvare coloro che si vogliono lasciare salvare, come si amano più i bambini buoni che quello cattivi. No, il Signore vuole redimere coloro che sono caduta nel precipizio. Del ‘mucchietto’ fanno parte coloro ai quali viene perdonato secondo Geremia.

71. C’è bensì u na differenza fra coloro che nel mercorso del co-sacrificio si lasciano ‘caricare’ dal giudizio del mondo, di cui si dice: ‘Ti sei sforzato con i tuoi misfatti’ [Isaia 54, 24]. Dalla Bontà di Dio rimangono dei mucchietti dalle due parti, che portano nuova Luce nella materia. Quante volte tali mucchietti sono stati portatori di semenza per la Luce! Ora comprendete, che Dio non Si conserva mai qualcuno arbitrariamente. “

72. “Non lo comprendo precisamente”, confessa Askanio. “Malgrado la gioia del nuovo posto, non vado via volentieri. Sarò solo in Achaia”. Anna sorride: “Aspetta! Nell’età avanzata troverai dei portatori di semenza, per uno che viene nella tua regione. Ricordati il nome di Paolo. Lui fonderà delle comunità in Grecia, che tu devi proteggere”. – “Sì - ?” chiesto quasi incredulo. Ma Simeone conferma la parola di Anna. Di questo il romano è contento.

73. Athaja dice con sguardo nscostoo a Zaccaria che quasi non riesce a nascondere la sua stanchezza: “Il nostro scambio di questa sera non deve essere cosìprolungato; avrei comunque ancora alcune domande, ma queste richiedono una disputa più lunga. Ora – una mezz’ora possiamo ancora rimanere, nel caso che anche il nostro oste lo voglia pure”.

74. “Certamente!”, annuisce Cornelio amabilmente. “Durante il giorno ho molto servizio, ma per le nostre serate mi libero. Per quest’ultime siete ancora una volta i miei ospiti”. Si ringrazia il tribuno. Per le prossime cinque serate vogliono essere osti Obadnia, Jaor, Hilkior, Athaja ed il commerciante Samnus. Dato che l’ultimo possiede una bella casa, la sua offerta è la benvenuta.

75. Cornelio comincia di nuovo: “Perché nel tempio discernete così severamente l’Onnisantissimo, le sale di Salomone insieme a tutte le stanze come santuario e l’anticortile? Certo, anche nei nostri templi ci sono delle parti che non vengono aperte al popolo, ma soltanto per prudenza per via dei ladri e delle maniere inaudite, in cui cade facilmente il basso popolo. Se uno capita in una tal parte inufficiale senza cattiva intenzione, allora non c’è crimine e perciò non viene punito, come lo fate voi.

76. Secondo l’insegnamento di Simeone il Creatore ama tutti i figli di vita, anche se loro - come me – sbagliano qualche volta. Non ci vedrei nessuna degna punizione se – diciamo – il commerciante Samnus avesse nostalgia di entrare anche lui una volta nell’onnisantissimo, cosa che significa per me, di giungere vicino a Dio, almeno secondo la sensazione più elevata”.

77. Athaja si rassegna: “Le cose tramandate dall’antichità sono difficilmente da combattere. Se per miglior conoscenza concedessi a tutto il popolo l’onnisantissimo, credo, tribuno, che mi si giudicherebbe nella ristrettezza di mente del dogmatismo. Persino i nostri amici Thola e Jaor non mi potrebbero salvare.

78. Riconosco quasi”, l’alto sacerdote vede chiaro, “come se per Dio non andasse diversamente in questo mondo. Lui porta il Pane della Vita, e sarà disdegnato; Egli porta il Vino della Vita, ma lo si getta nella sabbia! [Matteo 22, 5; Giov. 6, 26-35]. Tutti sarebbero lieti, di vedere una volta l’onnisantissimo, dopo però – mi getterebbero davanti ai piedi le prescizioni incomprese di Mosé come il bastone spezzato del diritto”.

79”.Questo è vero! Molti templari, farisei, alti ed il popolo sono molto attaccati di più alla parola della prescrizione, meno riconoscono il nocciolo della stessa e dei Comandamenti di Dio; l’osservanza li ostacola nel loro agire. Nell’esteriore si vantano come gli autentici israeliti, interiormente sono marci e vuoti!” [Matt. 23, 27] Qual dura parola dalla bocca di madre Anna. Allora dice Someone:

80. “La Bontà di Dio splende anche nell’oscura notte. Domani ve ne dirò qualcosa. Inoltre succede qualcosa che serve contemporaneamente all’esempio. – Ora diamo il nostro ringraziamento all’amico Cornelio per questa bella serata”. “Io ho da ringraziare, noi tutti. DIO ci ha mostrato la Sua Gentilezza”. “Questa è una cara parola”. Vanno a casa lieti, anche il muto Zaccaria.

 

[indice]

Cap. 4 / IV°

Hilkia, Susanna ed un Giudizio, Simeone interviene - È giusto un bando? - L’esempio di scuola di Sadhana

Come dei romani fanno del bene - L’Onnisantissimo, il Santuario e la corte antecedente - Da Viso a viso

I quattro magnifici gradi di contemplazione - Perché dei profeti dovrebbero andare dalle prostitute?

 

1. Il mattino non è ancora molto avanzato, quando delle veementi grida ed un pietoso pianto riempiono il cortile del tempio. Accorrono sacerdoti e servitori. Quasi Tttti si distolgono disgustati. Unnias porta subito la questione all’alto sacerdote.

2. Hilkia trascina una donna. “Prostituta!” La batte con una cinghia. “Ha, sei consegnata!” I compagni di Hilkia camminano uno accanto all’altro gignando. Jojareb viene da un portico a colonne. Non è del tutto d’accordo con la scena; ma non conosce compassione con il ‘sacrificio uomo’.

3. “Che cosa succede?” chiede lui. Hilkia lascia il braccio. “Sono ostato a lungo in agguato”, grida. “Oggi ho visto strisciare un uomo fuori da casa sua”, indica la donna. “Sono entrato ed ho visto che lei” e di nuovo la picchia, “si era appena alzata dal letto di’ozio Lei ammetteva che lui fosse stato da lei. L’ho portata qui subito per il giudizio”. “Portata qui?” digrigna il portiere tra i suoi denti. “E costui vuole … e “Manda giù l’ultima parola d’indignazione.

4. Athaja accorre. “Che cosa succede?” Quando vede la vittima, diventa rosso sangue. “Voglio sapere che cosa è successo!” salta su fuorioso. Hilkia schernisce: “Lo vedi, alto sacerdote; soltanto le prostitute si trattano così”. “Non saprei”, Athaja diventa più aspro, “che sia stato tenuto un giudizio! Anche preso sul fatto, ognuno è prima da portare qui. Questo – questo – “ Indica sconvolto la figura, che giace nel suo sangue come una salma.

5. “Tu bestia!” la sua voce trema. “Fra un’ora viene radunato il sinedrio; porta con te i tuoi testimoni!” Hilkia soffia: “Non dimenticare, alto templare: la prostituzione viene punita con la lapidazione!” Qualcuno lo strappa rudemente di lato: “Puoi raccogliere i sassi per la tua propria fossa!” digrigna il medico. Chiama due servitori: “Nell’infermeria, vengo subito!” Va a prendere la sua cassetta dei cerotti e chiama due donne del tempio per aiutarlo. Athaja, Nathan e Jissior seguono profondamente indignati la bara. Zaccaria non viene svegliato.

6. Si diventa sempre più inquieti. Malgrado il lungo sforzo nella donna non si nota nessuna vita. Lei ha molte ferite e sul collo una che è stata causata da un morso. “Vorrei sapere, chi ha fatto questo”. Un terribile sospetto sale in Obadnia.

7. Allora all’improvviso domanda Athaja: “Dimmi come medico, se ha già ricevuto il morso a casa, potrebbe ora ancora vivere?” Il sospetto di Obadnia assume una chiara forma. “Oh no; è ferita un’arteria. E”, si guarda intorno verso gli altri e soffia ad Athaja: “Lo hanno fatto dei denti d’uomo”. Il superiore si siede su una sedia, impallidito. “Signore Iddio”, proviene a fatica dalla sua gola, “e questo – questo forse da – da – “ Gli succede come ad Akkubo; la cosa terribile non vuole uscirgli di bocca.

8. Le donne hanno lavato la torturata, e si vede che è una giovane, bella ragazza. Athaja prega Nathan, di andare nella casa con Unnias, da dove proviene la ragazza, se ha dei parenti e di indagare presso la gente, com’è il suo modo di vivere. Per la relazione di Hilkia non paga un centesimo.

9. Il medico le fa bere una bevanda curativa, dopo che la povera si è a metà ripresa. Sachis e Mallane vegliano, mentre egli si consiglia con gli altri. I giudici, chiamati pure, vengono informati. Come tutti anche loro sono del tutto sconvolti. Jaor stringe i pugni: “Gli darò una legnata”, intende Hilkia, “anche se la donna avesse peccato!”

10. “Perché non è intervenuto Simeone?” chiede Jissior. “Forse questa azione porta a far traboccare la misura di Hilkia”. Questo sarebbe più che triste, se la misura deve prima traboccare con una tal faccenda!” Athaja è ancora sconcertato. Egli convoca il sinedrio in aggiunta dodici assistenti.

11. Prima dell’inizio arriva Simeone. I suoi occhi scintillano. Ma prima ascolta la relazione in silenzio. Athaja si agita sempre di più; lui spera che Simeone aiuti. Ora sembra che il Cielo non possa aprire nessuna porta. “Che cosa devo fare?” chiede lui supplicando. “Tali cose non devono succedere nel nostro tempio! Persino secondo la ripugnante legge della lapidazione Hilkia non doveva agire così”.

12. “Aspettiamo che cosa succede nell’alto consiglio”, risponde Simeone. “Non si può interrogare la ferita”, si rivolta il medico. “Per lei parla madre Anna!” La voce di Simeone tintinna. Giace su tutti come un incubo. Non è stato chiamato Zaccaria. Obadnia vuole esaminare se sia in grado di partecipare al consiglio. “Sarebbe bene, consiglia lui, “di sospenderlo per breve tempo”.

13. Athaja dice subito: “Allora ci vuole un sostituto”. “Chi?” cheide Chol-Joses. “Jojareb è il primo sacerdote capo; allora . . “. Ci si mette d’accordo, che cosa ne viene per loro. “Jissior è il pià anziano dell’alto consiglio, del tutto pari al rango di Jojareb”, interviene Thola. Un poco alla volta si riempie la sala del consiglio. Sono radunati oltre al sinedrio, al quale appartengono, oltre ai noti, ancora ad alcuni templari viventi, che si sono ritirati, i giudici, il medico, il superiore della scuola, l’avvocato e dodici aggiunti.

14. Nathan viene per ultimo, accaldato e totalmente fuori di sé. “Simeone di cui si avrebbe di nuovo urgentemente bisogno, manca. Athaja indugia nella speranza, che venga ancora. Allora Jojareb dice cinicamente: “Comincia pure, alto sacerdote; l’amico ‘da lontano dalla Terra’ se l’è svignata. Qui si tratta di una cosa terrena, nella quale il Cielo non ha da intromettersi”.

15. A costui manca per un momento la parola. Poi – non sa da dove gli viene la forza e la calma, si dice: ‘C’è Simeone, anche se non lo vediamo’. Lui apre il sinedrio e presenta la questione di Zaccaria. Questo leva i cattivi un poco dalla sella. Anche Jojareb para subito, si sarebbe stati convocati per via di una prostituta e non - - Delle voci ammonitrici da molte parti lo fanno ammutolire, che evidentemente vuole sobillare contro Zaccaria.

16. Nelle elezioni che valgono provvisoriamente, agli assistenti spetta la prima proposta. Sette di loro, Obadnia, Chol-Joses, Pedatha, Malluch, Pashur, Merelot e Hilkior votano per Jissior. Jojareb non frena quasi l’ira; perché molti dei membri del sinedtrio imparziali danno subito il loro assenso, mentre la parte molto minore desidera Jojareb come sostituto.

17. Delle onde tempestano qua e là, ma non impediscono che Jissior debba sostituire Zaccaria per un tempo indeterminato di vacanza. Finché è presente Cornelio, rimane Zaccaria, ma consegna uffcialmente la sua funzione.

18. Jojareb e Hilkia sussurrano. “Lascia andare”, bisbiglia Hilkia, “si mettono nelle ortiche se non lapidano la prostituta”. “Hai avuto qualcosa con la bella?” chiede di rimando Jojareb. Un ghigno. Allora sa già tutto. A lui non interessa; che cosa importa una ragazza? Ce ne sono molte. Il suo esempio ha soltanto una differenza; perché DIO che loro volevano aver escluso, qui ha da dire la Parola più pesante.

19.Quando arriva Anna, Hilkia salta subito su: “Le donne non hanno l’accesso!” “Anna è profetessa”, lo rimprovera il giudice dell’assemblea Thola. “non importa, una gonna da donna non ha nulla da dire nel tribunale del tempio!” “Ma ora; Anna rappresenta l’accusata. Se non vuoi accettare questa cosa, allora per la mia gioia la questione può rimanere sospesa. Allora il tuo capo d’accusa è caduto, prima che lo porti davanti a noi giudici”.

20”. “llora raggirate la legge!” ansima Hilkia. “Oppure siete una setta fondata da Simeone? È per questo che i romani vanno con voi mano nella mano? Oh aspettate che vi renda salata la minestra!” “La puoi anche salare”, interviene gelida Anna, “ma alla fine la dovrai mangiare tu stesso”. Arriva un … Ad Hilkia bussa la coscienza? Ah, diamine, se si volesse sempre chiedere questa…. Bene, che Simeone non è qui –davanti al …

21. Si antende costui con crescente preoccupazione. Hilkia deve riferire il caso. A molte cose che dice lo stesso, si scuote la testa, eccetto una clicca, che lo sostiene con acclamazioni. Il giudice della seduta interrompe incredulo e dice, la ragazza sarebbe troppo giovane per aver fatto così tante cose di ciò che Hilkia avrebbe da presentare come accusa.

22. “Chiedi ai vicini, allora sentirai quale prostituta è!” Si sfoga Hilkia la bile. “I vicini?” Gli occhi di Nathan perforano quelli dell’accusatore. “Che cosa sai?” chiede il giudice. “Lascia prima finire di parlare Hilkia”, ammonisce Athaja, che ha il diritto di intervenire nell’udienza. Thola richiama di nuovo Hilkia, notando lo scopo dell’alto sacerdote,:

23. “Riferisci quello che ha fatto di male la ‘bambina’”. Il sarcasmo stimola l’accusatore. “Non è sufficiente ciò che riferisco?” Si agita. “Sua madre è morta troppo presto; forse è capitata per questo sulla strada sbagliata. Ma serve questo come scusa? Il suo amante è sposato, e la meretrice lo sa. Suo padre l’avrebbe da tempo scacciato, ma sperava che migliorasse ancora. Intanto ha ammessa il suo amorazzo”.

24. “Ha detto altro?” “Altro - ? Ma pensi che ascoltassi una storia commovente, inventata, che deve agirare la mia compassione? Una cosa così non esiste per me! Basta la sua confessione, per pronunciare il noto giudizio”. “Quale?” chiede il giudice in agguato.

25. “Ma ti manca il quinto senso”, soffia sgarbato Hilkia, “perché non conosci la legge?” Thola sorvola la maleducazione. “Un autentico accusatore può pretendere una misura di punizione; al giudice, Hilkia, non dimenticarlo, ed al tribunale, rappresentato tramite l’alto sacerdote ed i giurati, rimane riservata la decisione!”

26. “Oha, voi contorcete il diritto! Ma io combatto per la questione fino all’ultimo stadio e convoco i centoquarantaquattro più anziani, che come tribunale popolare superano il sinedrio!” “Fallo, accusatore rigettato da DIO!” [Ap. 12. 10] risuona il tintinnio della spada, che spezza uno scudo [Ap. 1, 16].

27. Simeone, armato ferreamente, sta di fronte ad Hilkia e martella su di lui: “Non vuoi lasciare al Creatore il tribunale anche se tu sai, che EGLI Solo è l’eterno vero Giudice! Imprimiti questo, se tu povero omino lo puoi: IO mi trovo qui al POSTO di DIO, Suo principe, e non un uomo!” Questo rumoreggia come un vento di tempesta attraverso la sala; tutti si chinano come sottili steli, il principe di Dio continua:

28. La figlia del Signore Anna parlerà al posto della povera figlia e perché tu”, indica Hilkia, “non hai portato dei testimoni, l’Altare di Dio [Giosué 22, 27; 24, 27; Ap. 2, 17; 22,2] deve essere il mio testimone! Ho chiamato due testimoni per il tribunale”. [Deut.19, 15; Isaia 8, 2] Hilkia diventa pallido come il formaggio, quando due uomini, uno profondamente piegato, l’altro legato, condotti dal comandante Rochus ed un legionario, entrano nella sala.

29. Gli amici sono sconvolti, ma presto, tramite uno scuardo a Simeone, liberati dalla pressione più grave. Arriva un Giudizio di Dio, come una volta sul Carmel [1. Re 18, 38], anche se non cade già nessuna fiamma di fuoco. Simeone invita Anna, come se parlasse alla figlia accusata. “Susanna [Luca 8, 3], non aver paura, verrai salvata. Come mai che tuo padre ha tollerato costui, indica al legato, presso di te?” La profetessa, che parla da Susanna, risponde: “”Non voglio accusare mio padre”.

30. “Non lo accusi, se dici la Verità. Il tuo cuore duole, perciò chiedo a tuo padre”. Hilkia osa: “penso che sei al Posto di Dio? Suo principe? Haha! E come tale devi domandare?” “Taci, serpe del paradiso!” L’uomo, di nome Ahasvar, conferma che è il padre di Suasanna. Chiede timoroso, come stesse sua figlia.

31. “Male!” esclama rudemente il medico. Ahasvar confessa che avrebbe grandi debiti con gli altri. Sua moglie da tempo ‘non è buona a niente’. Ahasvar aveva ‘venduto’ sua figlia, per tranquillizzare i creditori. Ora viene fuori che Hilkia stesso bramava la Susanna, aveva persino offerto del denaro ad Ahasvar, ma il rivale minacciava con il mucchio di debiti, se Hilkia potesse andare da Susanna. Per la rabbia Hilkia ha raggirato la questione.

32. Nathan testimonia che una serie di vicini avrebbe parlato della ‘brava figlia’, che lei, da quando il creditore di suo padre poteva venire da lei, piangeva sovente e si faceva vedere raramente nel vicolo. Da Susanna la profetessa annuncia tutta la profonda sofferenza di cuore, dopo che Ahasvar aveva ammesso lui stesso e lei non ha bisogno di accusare il padre. Tanto lo ama lo stesso malgrado tutto.

33. Il giudice dell’udienza dice: “Questo è certamente vero! Non chiedo per me: è possibile che madre Anna possa dire tutto ciò che direbbe Susanna?” “Sì! Sono stata da lei e l’ho cullata in un sonno da sfera”. “Ah, morta?” chiede terrorizzato Obadnia e tutti gli sugardi sono appesi a Simeone. “No”, il primo dolce sorriso passa fugace sul suo volto. “Il medico la sorveglierà con Anna, Sachis e Mallane.

34. Dormirà per tre giorni, mentre un sogno del Cielo le toglie ogni peso. Nulla le deve ricordare del passato. Ognuno lo deve seguire. Tu, Ahasvar”, dice a costui, “devi promettere dinanzi a Dio, di non dire mai qualcosa di questo a tua figlia e non fare mai più una cosa simile! Il debito viene pagato dal tempio; soltanto il creditore non se ne rallegrerà”.

35. Athaja domanda: “Comandante, perché è stato arrestato?” “Ha pagato la percentuale imperiale con denaro falso”. Rochus nasconde che questo lo ha riferito Simeone. “Ha offeso pubblicamente Cesare. È stata ordinata l’espropriazione; ma la famiglia rimane risparmiata dall’offesa”. “Così agiscono i pagani”, esclama nel mezzo Jissior, “e qui – qui – un sacerdote, un - - - “

36. “Lui non è un sacerdote”, dice Simeone in modo duro. “Lui è una tomba imbiancata [Matt. 23, 27], un morto nel regno della morte!” Rochus si avvicina: “Se costui”, tocca Hilkia, “ha fatto del male secondo il vostro costume, allora lo dovete giudicare voi. Ma se ha fatto qualcosa contro Roma, allora riferitelo al Quirino Cirenio. L’uomo era già arrestato da noi”.

37. “Non questa volta”, Simeone salva Hilkia dalla croce romana. – Il tribunale emette il verdetto: Hilkia viene espulso dalla Giudea. Può portare con sé il terzo del suo patrimonio, un terzo viene nella cassa dei poveri, un terzo lo riceve il tempio. Per Ahasvar viene pagato il creditore da parte del tempio, di ciò che incassa il tribunale. Ahasvar ancora robusto deve servire per questo per un anno ogni settimana per due giorni.

38. “Che cosa dovevo fare?” piange costui. “Oh, quanto ho compianto mia figlia e …” Simeone gli toglie la parola: “Ti è stato portato aiuto per via di tua figlia, non per via del tuo piccolo pentimento. Potevi accusare nella questione”. “Contro – “ La paura di Ahasvar è autentica, di proncunciare il nome di Hilkia.

39. “Il tuo debito non è stato causato soltanto dalla nuda miseria”, dice Simeone,. Ma Dio è clemente con coloro che si pentono della loro colpa, che vogliono miglirarsi con tutta la serietà. Ecco – ora puoi andare”. “Vorrei – vorrei andare da Susanna”.

40. “No”, gli viene vietato gentilmente. “Nell’ultimo tempo ha sempre avuto paura di te; anche nel sonno ti sentirebbe. Questo non dev’essere. Prendilo come un castigo ben meritato che puoi venire a prendere Susanna soltanto fra un mese. Lei rimane presso la madre Anna”. Indugiando il vecchio se ne va. Davanti al cancello si ferma per delle ore, finché Maluch lo ammonisce di andre ora finalmente a casa. Lo fa persino accompagnare da un servitore del tempio.

41. Quando Hilkia lascia la sala confuso, non seguono parole cattive. Jojareb diventa piccolo piccolo, purtroppo solo temporaneamente. Al posto di Hulia viene Jissior, ma sotituito da Eliphel, che è stato richiamato da Emmaus, dove Nicodemo stesso può di nuovo aiutare, al quale è stata di nuovo affidata la comunità. Più avanti viene eletto nell’alto consiglio (qui anticipato), quando Zaccaria ed Athaja non sono più in vita ed il SIGNORE ha cominciato i Suoi anni d’Insegnamento. – Ritorniamo al giorno dell’avvenimento.

42. Chi può, rimane ancora. Anche se si è svolto ‘bene’, l’oppressione non cede così velocemente. “Non hai detto nulla sul verdetto”, Athaja guarda in modo interrogativo a Simeone, che sta di nuovo nella veste abituale – ed è strano – così è più vicino agli uomini. “Chissà se Dio ha espulso Hilkia? Mi preoccupo”. “Ti fa molto onore, alto sacerdote”, dice il giudice Jaor, “che la pensi così. Io sono convinto che sia giudicato il SIGNORE Che ha giudicato!”

43. “Quello che vi opprime”, si fa sentire Simeone, “è un buon segno della pacificazione, per aiutare, dove l’aiuto è necessario. Ed è al posto giusto dove qualcuno si è smarrito. Il Creatore ha mandato via dal Suo Regno la Sua prima figlia, perché con l’esilio può essere ssalvato. Nella lontananza aveva imparato ad amare la Patria, e la nostralgia la porterà presto al ritorno.

44. Anche così, al quale è diretta questa punizione. Prima cercheranno da tutti e non solo da sé stessi, la causa della punizione; ma lentamente i pensieri girano intorno alla Patria. E chi una volta ritorna per nostalgia, deve essere accolto. Con Hilkia ci vuole molto; solo poco prima della sua morte la nostalgia lo spinge a casa. Chi di voi vive poi ancora, lo riceva con mente aperta, per salvare anche la sua anima”.

45. “Sono molto contento!” Athaja sospira udibilmente. “Strano, ieri volevo porre ancora una domanda, perché Dio ha consigliato a molti profeti di generare alcuni figli persino con le prostitute. Quando giungevo a questo testo, mettevo la Scrittura da parte rassegnato. Ora ci è stato presentato stamane un ‘caso’. Questo non è così per caso. C’è un anello di congiunzione fra la mia domanda e l’avvenimento di oggi?”

46. “Un caso precedente, amico. Soltanto che ci sono pochi i quali gettano prima le loro ombre. In epoche salubri – e la Venuta di Dio è la più salubre – il tempo scorre ‘sotto l’Ombra dell’Onnipotente’ [Salmo 91, 1]; in epoche non salubri la morte e la disgrazia stendono le loro grinfie [Matteo 4, 16]. Oggi trattiamo la domanda di Cornelio e la tua. Ma vi farebbe bene un po’ di riposo.

47. Ora do il cambio alle donne presso Susanna, affinché possano vegliare di sera; e come oste il nostro medico ha anche bisogno di una manciata di sonno”. “Tu pensi a tutto”. Nathan stringe la mano a Simeone. “Se solo potessi rimanere per sempre con noi”. “Lo Spirito di Dio rimane sempre con voi!”

48. Obadnia accompagna Simeone, Susanna dorme. Il medico esamina con prudenza, scuotendo la sua testa: “Non ho mai visto una cosa simile”. “In questo si impara”. Simeone manda via le donne. “Lo incontrerai di nuovo ed allora sai come ti devi comportare. Lasciar dormire fino al terzo giorno, se necessario al quarto. Solo allora qualcuno è da richiamare con la forza”. “Mi hai già mostrato così tanto ed arricchito molto la mia cassetta degli unguenti”. –

49. Il medico ha affittato una sala e con più abilità di come si sospettava dal celibe, adornato comodamente. “Lo hai reso carino”, loda Athaja. C’è un buon pasto, che teniamo il più breve possibile, per guadagnare molto tempo per i colloqui. Mancano le donne del tempio, ma Zikla, Esther, Hethit, Asli e Mechona sono presenti. Aski deve fare la donna di casa, cosa che fa volentieri per il medico.

50. Si discute l’avvenimento odierno. Ad un tratto Cornelio getta sul tavolo un sacchetto pesante con aria da monello. Lo fa tintinnare. “L’ho raccolto dai miei ufficiali per la povera figlia. Hasabra e Josabad lo devono amminsitrare fino al giorno che si sposa. Al più tardi da consegnare al trentesimo anno di vita.

51. Hasabra dice commosso: “Grzie ai nostri fedeli romani ed anche a voi amici. Va bene senza giuramento, che noi superiori amministriamo ordinatamente il dono. Prepariamo un rotolo e preghiamo il tribuno, gli alti sacerdoti ed i giudici, di firmarlo”. Non senza compassione chiede Chol-Joses del falsario di monete, che Rochus ha portato nella seduta.

52. “Non so”, risponde il tribuno. “Il Quirino è imformato ed il criminale sulla via di Roma. Forse si svolge senza verdetto di morte; bensì – il meno è ‘a vita’ nei fossi oppure sulle galere”.