- Rivelazione –

Dettato ricevuto dalla Luce tramite

Anita Wolf

1956

 

L’arcangelo Muriel, il Portatore della Serietà divina, fu sulla terra quale Abramo. La storia della sua vita, oltre alla meravigliosa rivelazione del “Sacrificio d’Isacco”, fa di questo libro una perla.

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IL PATRIARCA

 

(ABRAMO)

 

La vita terrena di un Arcangelo primordiale

 

 

«E Dio parlò ad Abramo:

“Io Sono il SIGNORE,

che ti ha fatto uscire  da UR dei Caldei,

per darti questo paese perché tu lo possegga”»

[Gen. 15, 7]

Traduzione dall’originale tedesco “DER PATRIARCH” – dalla 3a edizione tedesca del 2005

Traduzione di Ingrid Wunderlich e Antonino Izzo

Edito dal circolo degli amici di Anita Wolf

C/o Jurgen Herrmann - Hohenfriedberger Strasse, 52 - 70499 Stuttgart

E-Mail:             bestellung@anita-wolf.de.

Sito:             http://www.anita-wolf.de  

Questa edizione in lingua italiana è stata curata dal gruppo:

“Amici della nuova luce”  -  www.legamedelcielo.it

Contatti:   info@anitawolf.it

 

Tavola cronologica temporale

 

Significato del nome: “Abram    grande padre

Abraham”:   Padre della moltitudine / Padre di molti popoli

 

 

Dopo la creazione di Adamo

Prima ella Nascita di Cristo

 

Età

Diluvio

1656

2495

 

Nasce Abramo

1948

2203

 

Nasce Sarai

1958

2193

 

Uscita da Ur

 

 

 

Verso Haran

1988

2163

40

In Haran fino al viaggio verso sud

2023

2128

75

Soggiorno in Egitto fino al

2028

2123

80

soggiorno in Beth-El fino a Mamre

2033

2118

85

Battaglia regale - Pace del Golan - Nasce Ismael padre di 12 stirpi di principi Ismaeliti = Arabi   [Gen. 25, 12-16]

2038

2113

90

Nasce Isacco Padre di Esaù e Giacobbe: padre delle 12

Tribù d’Israele    [Gen. 29, 30]

2048

2103

100

Morte di Sara ddi anni 127

2085

2066

137

Matrimonio di Abraham con Ketura / 6 figli

[Gen. 25, 1-10] Morte di Abraham

2123

2028

175

 

 

[ INDICE dei PERSONAGGI ] (alla fine del libro)

STIRPI citate nel testo: abramiti – amorrei – basaniti – beniaminiti – caldei – ebroniti - elamiti – etiti – eviti – filistei – jebusiti  - keniti – sodomiti

 

 

Prefazione / commento al libro

INDICE

 

 Cap. 1        Abramo, Sarai e il Faraone

 Cap. 2        Come disputano i pastori di Abramo e di Lot

 Cap. 3        Lot si separa da Abramo

 Cap. 4        La Luce di Dio nel boschetto – La promessa del paese di Canaan

 Cap. 5        Abramo in Hebron e Mamre – Il suo agire benedetto, il pericolo e come una fanciulla soccorre

 Cap. 6        La spada di Dio – Viaggio di Abramo verso nord – Fine di Rama e punizione dei filistei – La patria di Fylola presso il principe Hummar-Karbo di Hazor – I giovinetti, e tutto ciò che essi sanno

 Cap. 7        Re Kedor-Laomor in Kedesm – Nani, giganti e filistei – Il primo scontro nella battaglia del re – Il principe della città di Dan diventa credente

 Cap. 8        La ‘Battaglia delle frecce’ presso Pharphar – L’esercito dei giovani bianchi – Abramo libera i prigionieri del Golan – La battaglia del cibo dei giovani

 Cap. 9        Una resa dei conti terrena e celeste – L’ultima decima – Alto insegnamento su uno spirito superiore

 Cap. 10      Ritorno a cavallo di Abramo con il fedele alleato – Il campo regale e come striscia il sodomita – Il santo sommo sacerdote Melchisedec – La grotta della Nascita di Betlemme e il santo banchetto di Dio – La benedizione di Melchisedec sugli uomini – Un padre ritrova la sua figliola perduta

 Cap. 11      La grande festa di pace nel boschetto di Mamre – La volpe di Sodomia, Bera, e le oche mansuete – Come vuol rubare, e il Cielo batte sulle sue mani

 Cap. 12      Il grande fardello e la buona umiltà di Sarai – Come il Signore la consola e le promette Isacco – Le dubbiose giustificate domande di Sarai e la dedizione a Dio – Il Signore e Abramo; la decima del grande sacrificio – La Santità e l’Ira di Dio

 Cap. 13      L’Ospite celeste e Sarai, sua sorella – Il Seme ‘sabbia’ e ‘stella’ dell’ancella e della moglie – Qualcosa sulla santa Redenzione – La buona conoscenza di Sarai e la benedizione della decima

 Cap. 14      Sarai e Agar – La cattiva parola dell’ancella – La malattia di Sarai e come un angelo la guarisce – Abramo e Sarai rinnovano reciprocamente il loro amore – Abramo e Agar e ciò che l’ancella fa di male – Un autentico amore materno, anche per l’ancella cattiva

 Cap. 15      Il principe Cossar d’Egitto – La fuga di Agar e la visita provvidenziale di Fylola – I ‘chiari’ stringono Cossar in un’amorevole morsa istruendolo sull’anima, sulla natura, su Dio, sui poveri, e sul vero ringraziamento – Lui cede

 Cap. 16      Agar nel deserto, la sua salvezza mediante l’angelo, e come al ritorno è perdonata – Nascita di Ismael; Sarai è una buona levatrice – Ismael cresce – Abimelech rompe il patto e gioca un brutto tiro ad Abramo, poi viene perdonato e guarito

 Cap. 17      Kedor-Laomor diventa ancora una buona decima – Il Signore, Abramo e Sarai, la grande benedizione di Dio. Abraham e Sara – La buona conoscenza di Sara sul cambiamento del nome – La terza Promessa di Isacco e il Comandamento della circoncisione – Il Signore e i Suoi principi in Mamre – Isacco è promesso per la quarta volta – Qualcosa di meraviglioso sul rinnovamento del Patto – Disputa di Abramo con il Signore a causa di Sodoma e Gomorra – Abraham, il principe Muriel, portatore della Serietà

 Cap. 18      La nascita di Isacco – Agar si attarda da Ismael; la loro grande infedeltà – La festa della circoncisione all’ottavo giorno e vengono molti ospiti, anche i fratelli di Luce – Uno di loro e Ismael – Gli angeli si presentano come Zuriel e Raphael – La spiegazione di Zuriel sulla circoncisione – Raphael fa i conti con Agar – L’ostinazione di un’ancella

 Cap. 19      Tentato omicidio di Isacco; lo salva Tzordhu, il fedele guardiano – Abraham non vuole lasciar andare via da sé Ismael – Il giusto desiderio di Sara per l’allontanamento dell’ancella – Le cattive azioni di Agar diventano evidenti – Il Signore dà ragione a Sara e conferma l’allontanamento dell’ancella e di suo figlio

 Cap. 20      Un nuovo patto con Abimelech – La doppia misura di Abraham verso Dio – Il Signore ha una misura quadruplice e settupla – Qualcosa della santa Croce – La difficile lotta del cuore: “Devo io sacrificare Isacco?” – Il Signore se ne va ed è tirato indietro da Abraham per ulteriori spiegazioni, poi accetta di mantenere il suo voto e si prepara per il viaggio del sacrificio

 Cap. 21      Abraham si prepara per il sacrificio di Isacco – L’immane peso di un fedele cuore paterno – Al Golgota! – Obbedire di più a Dio che agli uomini – I servi fedeli, quali testimoni

 Cap. 22      Morte di Sara e di Abraham

 

  

*   *   *  

 

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Cap. 1

 

Abramo, Sarai ed il Faraone

                        1.                  Signore! Il Faraone desidera parlarti”. Con queste parole entra un alto messaggero del re sotto la pesante tenda della stanza dove alloggia Abramo, il quale, meditabondo, cammina avanti e indietro. Il grande spazio è preziosamente arredato. Una fontana, circondata da bellissime piante ornamentali, fa sentire nel mezzo il suo melodioso scroscio. All’interno dell’accesso, a destra e a sinistra della tenda, stanno parecchi inservienti e servitori fidati.

                        2.                  Abramo china leggermente la sua alta figura dalle spalle larghe verso il messaggero. Nessuno sa cosa pensi. “Obbedisco”, dice con voce melodiosa, “e soddisferò il desiderio del Faraone entro un’ora”. Egli dona al messaggero un anello d’argento che preleva da una coppa di onice. Il messaggero s’inchina. “Abramo, tu sei uno straniero, ma la tua mano mai si stende, se non con un dono. Ti loderò dinanzi al Faraone”.

                        3.                  “Va bene”. Abramo si volta dall’altra parte. Egli conosce i messaggeri egiziani, la cui bocca trabocca quando si riempiono le loro dita con oro e argento. Due servitori lo seguono di nascosto a un suo cenno, presto ritornano e riferiscono: “Ha venduto l’anello per la metà del suo valore al tuo compratore”. – “Lo immaginavo”, dice Abramo impassibile. “Il Faraone è incapricciato del lavoro caldeo, e il mercante mi restituirà con gli interessi ciò che ho donato al messaggero. – Preparate il carro!”, dice ad alcuni servitori. “Il Faraone deve sapere che io sono il primo figlio di un re”. I servitori corrono via.

                        4.                  “Tschuba! Hai compilato l’elenco delle proprietà?”. Quello così chiamato, uno dei due fidati che ha seguito il messaggero del Faraone, s’inchina. “Sì, signore, tutto è ordinato. Anche i tuoi servitori sono informati. “E le domestiche?”. – “Per maggior prudenza non le abbiamo ancora informate”, ride Tzordhu, l’altro fidato, “queste chiacchierano troppo”. – Abramo ride bonariamente con loro. “Ora, …abbiamo anche delle domestiche riservate. Tuttavia, approvo la vostra condotta”.

                        5.                  Un servitore in splendida veste, annuncia: “Signore, il carro è pronto, i destrieri sono irrequieti. Vieni, presto!”. Abramo, da una grande custodia d’oro chiudibile che è riccamente ornata con preziosità proveniente dal fondo del mare, prende un monile di gran valore e lo mette in un sacchetto d’argento coperto con puri ricami purpurei, che nasconde nella tasca della sua veste. Un servitore porta il mantello regale, un altro un’arma caldea. Parecchi servitori entrano armati.

                        6.                  “Tschuba! Tzordhu! State attenti e tenetevi uniti. Io penso che ce ne andremo liberi da questo paese”. I servitori s’inchinano quando Abramo passa attraverso la porta della tenda, tenda che altri quattro servitori della casa tengono alzata. La struttura si trova nel mezzo di un meraviglioso giardino che sul lato posteriore si abbassa in ampie terrazze verso il Nilo. Un largo sentiero conduce dalla pesante porta di legno di palma fino al portone di ferro battuto che, insieme a un alto muro, separa la proprietà di Abramo dalla strada. Il carro, ornato in maniera sontuosa, si ferma davanti al portone; questo è trainato da otto cavalli bianchi, dei quali le briglie portano perfino opere d’argento. Partono di corsa, appena Abramo è salito. Un servitore del carro in veste scarlatta distende il grande arco di piume di pavone per la protezione dal Sole.

                        7.                  Quanto più il magnifico carro, circondato da servitori a cavallo, si avvicina alla reggia del Faraone, tante più persone si fermano; perfino per i grandi raffinati del paese è certo uno spettacolo poter ammirare ‘lo straniero’ in tutta la sua magnificenza. Quando Abramo è ancora abbastanza lontano, delle guardie già spalancano i tre portoni murali uno dietro l’altro, liberando la via verso la reggia del Faraone. E fanno bene, poiché i nobili destrieri galoppano veloci. Dei servitori accorrono, altri si affrettano nel palazzo per annunciarne l’arrivo.

                        8.                  Sopra l’imponente portale, su un piccolo terrazzo all’aperto, sta una donna. Il suo viso s’infiamma quando vede passare Abramo così magnificamente. È Sarai, circondata da ancelle caldee. Una bella ancella egizia, la giovane Agar, si accovaccia, accarezza la mano penzolante di Sarai e sussurra: “Un meraviglioso principe! Ahimè, non gli servirei per nulla con il mio sangue”.

                        9.                  “Buona figlia”. Sarai pone affettuosamente la mano sul capo di Agar. Dietro le donne suona un campanello d’argento. Un’ancella si volta. “Cosa c’è?”. Con un inchino alle spalle di Sarai, un servitore del palazzo annuncia: “Il Faraone – Ra e tutti gli dei possano essergli propizi – invita a sé il sole del paese”. Il ‘sole’ sorride. Nessuno le dà più di sessant’anni. Il suo squisito aspetto testimonia del puro sangue caldeo di alto lignaggio. La pelle liscia splende nella più chiara sfumatura del bronzo, gli occhi sono meravigliosamente profondi e scuri. Lunghe trecce nere, scintillanti nell’argento del Sole, completano questo splendore. Non c’è servitore che, con venerazione, non pieghi le ginocchia davanti a lei.

                      10.                Delle ancelle sollevano la preziosa sopravveste come uno strascico. Agar precede di lato davanti a Sarai, respingendo dei servi invadenti, i quali vogliono catturare uno sguardo e si ritengono felici di poter sfiorare l’orlo della veste. Prima che arrivino alla grande porta della sala regia, dei servitori già la precedono. Nella sala risuonano subito chiare fanfare che annunciano l’arrivo di Sarai.

                      11.                Il Faraone è seduto su un trono leonino, la larga spada d’oro battuto sulle ginocchia. Su un pulpito a gradini, coperto con un baldacchino alla parete sinistra della sala, è seduto Abramo con volto tranquillo. Le sue armi poggiano dietro di lui con i suoi servitori, i quali gli coprono le spalle. Alle pareti della sala stanno servitori e inservienti, davanti a loro, principi, governatori e comandanti. La sala non ha meno di cinque fontane. In fondo, di fronte al trono, sul pavimento di marmo nero, danzano schiave a piedi nudi, appena avvolte in volteggianti veli di colori delicati. A un cenno di un capo – una specie di maestro cerimoniale – le danzatrici si lasciano cadere come petali di fiori cadenti sulla pietra fredda del pavimento, gettano su di sé i loro veli, e immobili rimangono a giacere.

                      12.                La donna entra. Le sue ancelle si fermano alla porta. Sulla pietra di conchiglia scintillante color verde mare che, all’infuori della superficie per la danza copre il pavimento, fruscia la veste d’argento e blu. Il Faraone guarda con represso ardore questa donna principesca, e la sua mano, che abbraccia l’elsa della spada, trema leggermente. Un ordine silenzioso, e prima che Sarai giunga al trono, dei servitori hanno messo un seggio d’avorio marrone, lavorato d’orato sulla lastra a gradini del trono leonino. Il maestro cerimoniale conduce Sarai a questo seggio, prendendo nelle mani solo la punta del prezioso velo dei suoi capelli. Lei siede tra il Faraone e Abramo, saluta con la mano l’egiziano, e con un chiaro raggio degli occhi, suo marito, il quale stende in saluto la mano come per dire: tu sei mia! Il sovrano lo vede e impallidisce. Lui però è il Faraone; sarebbe indegno, far vedere anche solo il barlume di un sentimento. Su un piatto d’argento un servitore porge una collana di perle blu. Il Faraone la fa scivolare attraverso le sue scure e affusolate dita. Solleva leggermente il capo e guarda Sarai.

                      13.                “Sarai, ti ho accolta con gioia nella mia casa, dal momento che lo straniero ti ha presentato come sua sorella. Nulla era d’ostacolo a portare te, Sole nell’alto mezzodì, nella mia stanza. Ti consideravo un’amica, sentivo la tua voce, stimavo il tuo Dio, del Quale tu parlavi. Ho donne fertili, ma non mi hanno ancora dato un erede. Così ti ho prescelta come madre sul trono del mio paese. E ti ho toccata credendo che tu non fossi la donna di nessun uomo. Ora il tuo Dio mi ha gettato nella notte; tutti i miei figli sono morti e pene io soffro. Perché non mi hai annunciato che sei la moglie dello straniero?”. Con un velato, malinconico sorriso, osserva il monile di perle. Sarai guarda il sovrano. Lei non lo ama, ma avrebbe potuto amarlo, se non ci fosse stato Abramo. La sua voce lo consola amorevolmente.

                      14.                “Faraone, non ho respinto con una menzogna la tua protezione, il tuo amore, la fedeltà e il rispetto. Quando, infatti, hai domandato se io appartenevo a un uomo, ho taciuto. Dal mio silenzio avresti potuto notare la Verità se – tu l’avessi voluto. Ho seguito l’ordine di Abramo. Egli è venuto qua come un ricco principe; non era un uomo con il bastone da mendicante. La sua ricchezza ed io avremmo dato abbastanza motivo perché fosse ucciso. Allora il mio corpo sarebbe sì diventato tua moglie, ma la mia anima sarebbe perfino morta nel tuo amore. Ora parla con Abramo, egli ti potrà annunciare diritto e verità, anche dinanzi al nostro Dio”.

                      15.                Il Faraone guarda dinanzi a sé. Ogni altra donna lì presente, assapora il potere e la ricchezza del suo trono, senza pensare al proprio cuore. La caldea, invece, mette il suo cuore oltre tutte le cose di questa Terra. Che strana donna! Egli la osserva e incontra il suo occhio tranquillo. Allora si alza, dominato dalla sua purezza. Con cura, le mette le perle blu intorno al collo. Osserva la nuca delicata che splende come oro puro. Nessuno nota il tremolio delle sue ginocchia, quando se ne ritorna al suo trono.

                      16.                Teso è il volto di Abramo. I suoi occhi s’incrociano con quelli del Faraone. I due uomini si levano nobilmente. Abramo incrocia leggermente le braccia, i pugni del faraone serrano la sua arma. Ciononostante la sua parola, che rivolge al caldeo, suona dominata.

                      17.                “Abramo, perché mi hai fatto del male? Ti sono venuto incontro da principe, ti ho dato la più bella casa nel paese il più vicino a me, e grassi terreni, dove non si moltiplica il tuo bestiame per il tuo svantaggio. Possiedi mulini, tessiture, batti oro, ferro e resina nelle miniere, miniere che hai avuto per poche monete. Sul mare hai navi, i tuoi sommozzatori vanno in profondità e accumulano perle e gusci. Ora dimmi: non ho dato a te, uno straniero, la mano più grande che mai abbia dato a un nobile del mio paese? In che cosa ho meritato la maledizione del tuo Dio, avendo prestato fede alla tua parola?”.

                      18.                Il caldeo tiene testa allo sguardo buio e malinconico dell’egiziano. Certamente egli si domanda se non abbia agito ingiustamente davanti a Dio e a suo padre Tharah, il quale sedeva sul seggio più alto del potere di Ur in Caldea, di spacciare sua moglie come sua sorella, sebbene anche questa fosse la Verità. Perché, ora, Dio ha colpito l’egiziano che, senza saperlo, è divenuto colpevole? Una luce lo illumina. Grato, respira liberamente.

                      19.                “Faraone, tu consideri due cose nel modo non vero. Lasciami parlare a te come un fratello più anziano e non andare in collera, se lo ritieni necessario, prima che io abbia finito di parlare”. Egli fa un cenno a uno dei suoi servitori, il quale depone le armi principesche presso il trono leonino. Abramo indica la spada e lo scudo. “Quando ho preso possesso di questa sede, avevo io, un re caldeo, depositato dietro di me le mie armi; e così tu sapevi che ero entrato in piena pace. Ora giacciono dinanzi al tuo trono in segno che non portavo nessun verme nel cuore, quando ti affidai Sarai come mia sorella.

                      20.                Esaminati! Sovrano del paese del Nilo”, continua Abramo, più gravemente. “Se tu mi fossi venuto incontro fraternamente, sarei venuto come ricco straniero con una donna che non ha eguali in bellezza e in virtù! Qui è d’uso che il Faraone stenda la sua mano verso ogni primizia delle donne dei principi; suo marito la può possedere solo dopo. Nella Caldea si chiede a ogni figlia se ami l’uomo che la desidera. Se non lo ama, non è costretta, perché figli generati senza amore, Faraone, portano come germe, odio nel loro sangue!

                      21.                I tuoi servitori ti hanno consigliato di prendere mia moglie. Non ribattere! La maschera del tuo essere non m’inganna! Non è stato il principe Cossar, tuo confidente, che ti ha consigliato di uccidermi, così tutti i miei averi li avresti presi tu? Vedi, Faraone, questo me l’ha mostrato il mio Dio nel sogno. Perciò io dissi: ‘Sarai, sii mia sorella!’. Anche questa è verità. Ascolta! Quando avevo dieci anni e mio padre vide che diventavo principe, per amor mio prese anche lui di nuovo una moglie, perché mia madre era morta. Era la prima figlia della corte del re di Ellasar. E nacque Sarai. Mio padre la diede a me, poiché lei mi amava, e perché l’aveva generata ‘nel nome di Dio’. Di conseguenza, non ti ho ingannato!”.

                      22.                Egli fa cenno a un servitore che tiene davanti a lui il sacchetto d’argento. Ne toglie una conchiglia di mare, aperta a metà. La sua madreperla supera ogni scintillio che una corte regale abbia mai visto. L’egiziano ne guarda abbagliato la magnificenza. Nel rosato splendore della conchiglia si trovano dodici perle, e ogni perla è quasi come un occhio di fanciullo. Abramo va verso il Faraone, porge sulla mano aperta la conchiglia e la sua voce è cordiale, quando dice:

                      23.                “Prendi, amico, è la più grande preziosità che finora la profondità mi abbia mai donato. I miei sommozzatori hanno portato questo valore inestimabile”. Egli posa la ricchezza nella mano destra del Faraone, che si apre titubante; poi ritorna al suo posto e, tranquillo, continua a parlare: “Tu credi che il nostro Dio ti abbia battuto, perché hai toccato mia moglie; e inoltre tu credi che Egli, nella Sua ira, abbia preso i tuoi figli di cui nessuno era un Faraone. Ascolta la verità: il Signore ha dato sì un segno. Sarai, infatti, appartiene completamente solo a me davanti a Dio e al nostro sommo sacerdote di Ur. Ma che Egli abbia preso i figli delle tue concubine, è stata una benedizione per la tua casa.

                      24.                Tu conosci male queste donne, perché non ti curi più di loro non appena esse hanno sacrificato a te il loro primo frutto. Tu prendi il corpo, per te l’anima non vale nulla! Quello che i tuoi uomini in capo ti hanno taciuto, te lo voglio annunciare io”. Nelle file dei principi subentra l’inquietudine. Il Faraone guarda meravigliato. I suoi servitori devono essere statue mute che si muovono e pensano solo quando lui comanda. L’ira affiora sul suo volto. Subito, l’emozione si calma di nuovo. Alle pareti stanno uomini impietriti, immobili, come le schiave bianche giacciono sul freddo marmo nero.

                      25.                “Tra queste donne”, Abramo pesa acutamente ogni sua parola, “è sorta una disputa. Ognuna voleva vedere suo figlio sul tuo trono leonino. E si è calcolato quando saresti stato portato nella tomba dei faraoni. Comprendi?”. Per la prima volta accade che il Faraone non sia un sovrano, bensì un uomo con un volto vivente che esprime il sentimento dell’anima. Abramo è abbastanza intelligente da sfruttare tanto il momento, quanto, nello stesso tempo, di calmare ciò che divampa incontrollato.

                      26.                “Faraone, hai diritto di essere in collera? Io, un principe completamente pari a te, posso parlare per la tua salvezza. Potevano i tuoi guardiani portarti quest’annuncio senza che presto fossero morti? E le donne? Tu hai cento figli, e ogni figlio di una madre diversa! Hai preso i fanciulli senza chiedere del dolore della loro madre. Tu stesso hai coltivato l’odio! Ogni uomo è una creatura di Dio, e ognuno ha un cuore come te, che pensa, sente e percepisce, che prova l’ingiustizia subita.

                      27.                Quanto poco però grava una colpa sopra i tuoi sudditi, tanto poco su te, perché sei stato educato a diventare Faraone. Anch’io sono stato educato a diventare re; ma quale differenza! Tutti quelli che mi sono sottomessi, godono il diritto di parlare liberamente. Ognuno può comparire davanti al suo signore, lamentarsi della sua sofferenza o dire ciò che egli ritiene giusto. Noi caldei regniamo liberamente, ma non dominiamo! Perciò anche il servitore più piccolo è per noi un amico che non ci obbedisce per obbligo, ma per libero volere della sua fedeltà. E questo, alla tua corte regale, manca. – Fermati! Non provocare un bagno di sangue, perché quelli che vuoi uccidere, sono innocenti come lo sei tu!”. Abramo parla in modo molto efficace, e qualche alto egiziano, grato, respira liberamente. Il Faraone poggia la testa sulla sua mano. Non ha forse ragione, questo strano caldeo? Costui parla nei suoi pensieri, e quello che dice ha importanza.

                      28.                “Ma su ciò che concerne i miei beni, Faraone, riconosci poi che non sei diventato povero per causa mia. Oltre la casa per me e le capanne per i miei servitori, mi hai dato soltanto un paese vuoto, che i miei diligenti caldei hanno prima lavorato. Tuttavia, ricca benedizione giace sul mio operare. Le tue aie si sono riempite con il mio frumento, le tue casse con la mia farina, che i miei mulini hanno macinato. Le tue anfore si sono riempite con il mio olio, i tuoi otri con il mio vino, le dispense con il mio miele. Animali passavano sui tuoi pascoli. Ferro, resina, oro, argento, pietre preziose e perle, di tutto ciò che la mia diligenza ha guadagnato, ti ho dato la buona decima. Ma le miniere, gettate via a me per poche monete, erano affogate dall’acqua del Nilo. Soltanto i miei servitori ne hanno fatto dei luoghi di ritrovamento. E quando lascerò il paese, allora troverai estesi campi; pascoli con fossati; buone miniere di ogni genere; mulini che macinano molto; maniscalchi, alti forni, e il porto pieno di attrezzatura. I miei sommozzatori hanno raggiunto il fondo del mare con faticoso lavoro, finché esso dava coralli, ambra, conchiglie e perle in pienezza. Grande è la ricchezza che cadrà nelle tue mani”.

                      29.                Il Faraone stende la mano con il viso totalmente cambiato; raggiante va incontro al caldeo. “Hai ragione, principe di Ur. Mai ho contemplato questo con i tuoi occhi! Ora però, vedo: tu hai portato una grande fortuna al mio paese! Prendi quindi Sarai, tua moglie, affinché il tuo Dio non mi punisca ancora di più, giacché non mi ha lasciato nessuno dei miei figli. Ti chiedo solo una cosa: lascia il mio paese; va via oggi stesso! Io ordino ai miei servi affinché muovano le loro mani in aiuto dei tuoi, per radunare tutti i tuoi beni; e ognuno dovrà perir di morte se prende soltanto un chicco di grano dal tuo mucchio, o un’altra cosa che ti appartiene! Devi andare via da me, in pace”. Il Faraone stesso deposita il suo ciondolo d’oro accanto alle armi del caldeo.

                      30.                Gli sguardi di Abramo sfavillano. “Ora, Faraone, hai agito bene! Voglio implorare il mio Dio affinché tu domattina lasci il tuo giaciglio sano. Dopo il sorgere del Sole ci separeremo, e ascolta: prima che domani tramonti il Sole, sperimenterai di nuovo la Grazia del mio Dio, perché hai messo la tua spada accanto alle mie armi”. Indica la conchiglia di perle che il faraone ha posato su un piccolo tavolo di ebano, sul quale essa risalta magnificamente.

                      31.                “Vedi, come la conchiglia è aperta, così ti benedirà la bocca del mio Dio. Domani sera le guardie dei tuoi confini ti porteranno una figlia di re, liberata dai predatori del deserto. È la prima figlia del re Kedor-Laomor di Elam, pari alla tua casa. Prendila in tua custodia e manda il messaggio a suo padre; egli dirà sì a quest’unione. Tienila un anno come tua sorella, affinché il suo animo si accosti al tuo senza timore e tremore, senza obbligo. Poi ti porterà dodici figli, uno più delizioso dell’altro, come le perle nella conchiglia. Ogni anno lei ti partorirà un figlio.

                      32.                Fa che lei diventi la tua unica anima, Faraone. Non cercare più con gli occhi nessun’altra donna, allora i tuoi figli diventeranno buoni principi sull’intero paese d’Egitto, e il primo sarà un Faraone. Essi ti ameranno e rispetteranno la loro madre. Domani mattina troverai conferma se ti ho detto il vero, quando starai dinanzi a me, guarito.

                      33.                Ora mia moglie dovrà baciare i tuoi piedi come saluto d’addio, perché ne sei degno”. L’Egitto non ha mai vissuto un’ora simile. Sarai si alza, senza alcun imbarazzo; lei è la compagna di Abramo, che serve a lui nella lotta contro gli usi del Nilo. Scende lentamente quattro gradini. Il Faraone balza su. Dapprima confuso dalla promessa, egli si attacca ora con rapido volo del pensiero alla certezza che oggi lo rende uomo per la seconda volta, non reca nessuna maschera. I principi, gli intendenti e i confidenti, nell’attesa che piovano su di loro parole sovrane, si gettano a terra, i servitori e gli inservienti si muovono lentamente, e perfino le bianche fanciulle sul marmo nero, tremando di sfinimento e di freddo, spiano con prudenza verso il trono principesco. Il Faraone vede tutto – ma ora, come uomo. Fa un cenno e subito il maestro delle cerimonie manda le fanciulle fuori dalla sala. Prima ancora che qualcuno possa pensare oltre, egli sta accanto a Sarai sul quarto gradino del suo trono leonino.

                      34.                ”Sarai”, esclama implorando, “mai dovrai baciare i miei piedi, tu – l’alta principessa su tutte le principesse della Terra! Voglio baciare la tua fronte, e sotto gli occhi di tuo marito, del re della Caldea, la tua bocca come ultimo saluto d’addio, perché la tua dignità regale mi dona il bagliore della tua purezza”. Il Faraone guarda Abramo, il quale acconsente, chinando il capo. Ben raramente una donna fu baciata in maniera più casta di Sarai dal Faraone. Lui la conduce fino alla tenda, seguito da Abramo e dai suoi servitori, che lasciano stare le loro armi come ultimo personale dono di amicizia.

 

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Cap. 2

 

Come disputano i pastori di Abramo e di Lot

                        1.                  Intorno a Beth-El e Ai, nella futura madre patria dei beniaminiti, confinante a nord con gli eviti, a sud con gli jebusiti, si trova un vasto paese. Valli fertili e dolci alture piene di giardini pensili, oltre a foreste con legno pregiato, si estendono a perdita d’occhio. Dorsi montani cananei trattengono aspri venti marini di ponente; e perfino l’aria invernale del nord che, non raramente, si spinge fino all’ampia valle del Giordano, trova poco sbocco nel paese che è circondato da monti a forma di corona. Ovunque si guardi, si scorgono campi recintati, splendono grassi pascoli con innumerevoli animali d’ogni genere. Robusti pastori custodiscono le greggi. Nei campi lavorano uomini e donne; nei giardini, prevalentemente donne; lassù nel bosco soltanto uomini robusti. Un corso d’acqua, che riempie molti fossati predisposti, divide visibilmente il paese in una metà del nord-ovest e una metà del sud-est. A destra e a sinistra del fiume ci sono pastori che si guardano di sbieco. Quelli dell’est conducono di nascosto le loro greggi nell’altra parte; là gli animali sono accolti malamente. Sull’acqua risuonano aspre ingiurie, che aumentano violentemente quando alcuni pastori si presentano a proteggere le greggi loro affidate. Essi sono uomini di Abramo e di Lot, i quali, entrambi – venuti da anni dall’Egitto – si sono stabiliti qui. Chi delle tribù abitanti nelle vicinanze incontra Abramo, non ha nessun danno; il caldeo è abbastanza ricco e nobile per ricompensare di buona volontà. Chi si ribella, deve sperimentare che egli ha delle buone spade. In tali occasioni tutti i servitori sono d’accordo. Ora però che il paese è diviso pacificamente, sorgono litigi senza fine.

                        2.                  Gli abramiti si difendono vigorosi. Philhas, un giovanotto svelto, circondato da grossi cani pastori, respinge il bestiame di Lot. Ecco Edizar, il pastore di Lot, precipitarsi urlando nell’acqua. “Philhas, che cosa ti salta in mente, di respingere il nostro bestiame?”. – Philhas si volta sulla sella. “Che ti salta in mente di spingere continuamente le vostre greggi sul terreno di Abramo? Da noi non cresce un’erba diversa che da voi. Oppure l’hai già mangiata come uno dei vostri caproni?”. – “T’insegnerò io a darmi del caprone!”. Edizar adirato leva il suo bastone da pastore con la grossa punta di ferro e l’uncino per domare i tori. Lamot, il secondo pastore di Abramo, dalla riva vede il pericolo in cui versa Philhas. Con una stoccata manda il suo mulo di gran corsa nell’acqua, presto è sul posto e colpisce con la punta del suo bastone da pastore il fianco di Edizar, il quale solo a fatica si salva da una caduta nell’acqua. Kemur e Bazzor di Abramo come ancora parecchi pastori, accorrono in aiuto gridando. Ma anche la gente di Lot, Galgor, Machoat e altri giovani robusti accorrono di gran corsa. Nel fiume si leva un furente trambusto e, presto, i due partiti incorrono in una vera e propria battaglia. Nel frattempo tutto il bestiame, imbizzarrito, corre sui pascoli di Lot. I fattori, i quali sono coinvolti involontariamente in questa battaglia acquatica, sentono da lontano le grida e sanno quel che sta succedendo. Entrambi sono calmi, sono uomini ragionevoli che finora hanno sempre saputo arginare le assurde risse dei pastori. Quando arrivano sui loro veloci cammelli, sono offerte loro due immagini: una seria baruffa che sembra ridicola, e due greggi totalmente sottosopra.

                        3.                  “Mascalzoni rammolliti!”. Jubisat, il fattore in capo di Abramo, si avventa sui suoi pastori. “Non avete niente di meglio da fare che bagnarvi i calzoni, mentre le greggi si smarriscono?”. Anche il fattore capo di Lot, lo scarno Chrasbra, non ha belle parole per la sua gente. – Bazzor difende se stesso e i suoi uomini. “Ha cominciato Edizar, come sempre negli ultimi tempi. Lui, lo scemo, ha spinto per primo i cammelli da questa parte!”. – “Che cosa?”, scatta Edizar e si arrampica gocciolante alla sua sella. “Prima sono un caprone, e ora ancora uno scemo?”. Protesta egli nuovamente.

                        4.                  “Calma!”, tuona Jubisat, “altrimenti saprò castigarvi io, di qua e di là!”. – Galgor, furente di aver perduto sella e veste, coperto ancora solo con una corta camicia, si dispone in ordine sulla nuda schiena bagnata della sua cavalcatura, e provoca Chrasbra: “Che cosa ha da ordinarci l’abramita? Questo, come capo, io non lo tollero!”. Chrasbra, che indossa proprio una veste nuova, la quale è stata inaugurata malamente dalle acque agitate, molla le briglie alla sua triplice collera.

                        5.                  “Questo è vero! Jubisat, tu non hai nessun diritto sui servitori di Lot. Tu sgrida i tuoi e io sgriderò i miei, ed ognuno vada per la sua strada”. – “Sarebbe meglio”, ora è in collera anche Jubisat. “Noi legheremmo i pastori ai buoi, finché loro hanno separato le greggi!”. – “Ridicolo”, ribatte irritato Chrasbra. “Io vedo soltanto che tu vuoi litigare; ebbene, ecco quello che vuoi!”. Egli lancia improvvisamente il suo corto giavellotto contro Jubisat. Costui, molto agile, si china rapido come un lampo di lato e afferra al volo l’arma con la mano.

                        6.                  “Ora basta! Se anche tu diventi un perditempo, ecco”. Jubisat lancia indietro il giavellotto e strappa dal braccio di Chrasbra che tiene le briglie, un buon brandello di carne. Charsbras caccia un urlo, più per rabbia che per dolore, spinge avanti il suo cammello e si tiene pronto a scattare con un salto sul cammello di Jubisat.

                        7.                  Dalla riva un potente ‘Basta!’ fa trasalire i combattenti. Abramo e Lot, al solito, compaiono in un momento inopportuno. Per la loro disputa hanno dimenticato le greggi, le quali si sono già date alla precipitosa fuga, in aggiunta, confusamente, animali grandi e piccoli. Molti giovani animali, capretti, agnellini e anche vitellini, sono stati calpestati, e alle mucche viene latte acido per il gran caldo. Pieni di paura tentano di raccogliere le greggi; ma Abramo chiama indietro gli attaccabrighe, mentre Lot attraversa il fiume di corsa e, con i pastori rimasti, circonda le greggi per prendere gli animali, il che gli riuscirà solo dopo ore faticose.

                        8.                  I colpevoli stanno davanti ad Abramo, il quale è saltato già dal suo bianco stallone. Li guarda adirato. “Chi ha cominciato?”. – “Noi siamo arrivati soltanto quando …”. – “Taci…”, ordina Abramo al suo fattore, “…e aspetta finché sarai interrogato”. Non lo si è mai visto, così adirato. Jubisat fruga imbarazzato nella sabbia con la sua lancia. “Allora, vuoi rispondere?”. Abramo guarda severo ognuno in faccia, e tutti evitano lo sguardo. Alla fine Edizar comincia a balbettare:

                        9.                  “Io – io ho visto i nostri cammelli andare all’acqua ed ho pensato che volessero bere. Volevo respingerli, ma erano già dalla tua parte, Signore”. – “Edizar, la tua bugia mi zampilla in faccia. Vergognati! Essa però mi rivela che tu sei l’autore della lite. Io ti giudico e, credimi: il calcinaio ti è assicurato!”. Una brutta parola. Chi ha meritato una punizione va nel calcinaio. Da libero pastore fino a quel punto, è un salto nell’abisso. – Edizar, senza aiuto, cerca di difendersi. “Ma io ho soltanto …” – “Togliti dai miei occhi! Un servitore che mente, è un insulto del suo padrone! E ricordati: il principe sono ancor sempre io soltanto!”. Abramo guarda gli altri pastori, mentre Edizar va lentamente al fiume.

                      10.                “Voi tutti andrete nelle miniere! Ora aiutate a radunare le greggi, di sera dovrete comparire dinanzi a me”. I pastori, a testa china, cercano di raccogliere le loro cose e i cavalli, e se ne vanno alla svelta. Con grande circospezione essi piegano verso nord al gran galoppo, perché Lot con i mandriani ha preso la curva sud est. Peccato, sono gli uomini migliori, e purtroppo anche i più grandi attaccabrighe.

                      11.                “E voi”, Abramo si volta con sguardo punitivo verso il fattore, “venite con me!”. Jubisar si affretta per aiutare Abramo a montare in sella, mentre Chrasbra afferra le briglie del cavallo. “No!”, Rifiuta offeso Abramo. “Voi adesso non fate un servizio lieto, ma di sottomissione; e questo è un abominio per il mio cuore”. Lo dice, si slancia sull’alta sella e parte al galoppo senza voltarsi; i rimproverati lo seguono con aria afflitta.

 


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Cap. 3

 

Lot si separa da Abramo

1.              Lot, tu sei il figlio di mio fratello, e mi dispiacerebbe se dovessimo separarci senza pace a causa dei servitori”. Abramo va su e giù nella sua sfarzosa stanza. La casa è fatta di slanciati tronchi di nobile legno alternati con artistiche ramificazioni di stucco, e molto spaziosa. Le finestre all’aperto sono circondate da vigne rosse, come anche l’intera casa è circondata da bellissime piante. Alle pareti interne pendono preziosi tappeti e pelli. In fondo, su un grande palco, di fronte all’ingresso, è seduta Sarai con parecchie domestiche della casa. Sebbene la maggior parte di queste sia di origine caldea, Sarai ha comunque messo Agar, l’ultimo dono fatto a lei dal Faraone, sopra tutte le donne. Finora, non è dovuto pentirsene. L’egiziana è intelligente, volonterosa e non ostenta superiorità tra le domestiche.

2.              Le donne filano, mentre Sarai prepara un nuovo modello di tappeto e istruisce Agar, ma adesso che Abramo ha da parlare seriamente con Lot, lei smette affinché il gran rumore non debba disturbare. Anche lei vuol sentire che cosa succede. Agar prende in mano un rocchetto per impedire alle ancelle l’inutile ascolto. Sarai si siede al largo tavolo, sul quale vi sono pane, vino, carne di agnello e frutta. “Che succede?”, domanda lei. “Non si deve parlare di separazione senza pace. Che cosa ne direbbe il Signore?”. – “È appunto questo, che grava su di me”, risponde Abramo. “Lascio andare via Lot da me malvolentieri. Oggi però si vede che ciò è inevitabile. Pure i fattori combattono, invece di arginare il cattivo flusso. È vero che ognuno cerca di fare il meglio per il suo padrone, ma non finisce mai bene ciò che inizia con la lite”.

3.              Abramo, afferra affettuosamente la mano di Lot: “Fa che il nostro colloquio sia sotto gli occhi di Dio. Anche se il paese è fertile, calcoliamo un anno magro dopo l’altro, e davvero non basta più per le greggi di entrambi. Io ho inviato degli esploratori i quali hanno portato la notizia che, verso mezzogiorno, lungo il Giordano fino al mar dolce e dintorni, ci sia terreno fertile. Ebbene, Lot, se vuoi rimanere qui tu, allora ci vado io, e il fiume Hazor, il Giordano e il Kidron saranno il confine qui per te. Ma se vuoi andartene tu, allora rimanga per me il confine, e tu potrai espanderti fin dove giungeranno i tuoi servitori.

4.              Lot, meditabondo, poggia la testa. Il piano gli piace. Abramo ha tracciato un confine tra il fiume Hazor, il Giordano e il Kidron, non sarebbe allora meglio se lui, Lot, si prendesse il paese più grande? Egli pensa solo a una cosa: in quella regione dovrebbero abitare dei giganti, giganti che i suoi servitori non sarebbero all’altezza di affrontare. Perciò dice:

5.              “Abramo, tu sei il principe! Se dovessi andar via tu, allora la metà dei miei servitori dovrà seguirti, affinché il paese ti sia sottomesso. Ma se ci andassi io, mi darai pure dei tuoi servitori, affinché non mi colpisca nessuna disgrazia ed io conservi i miei averi?”. Abramo guarda Lot, il quale con la sua destra si copre la fronte. Già vuol dire qualcosa, ma si trattiene. Dio non l’ha in abbondanza benedetto, eccetto che di un erede, che gli manca? – Che Lot voglia andar via per amor del guadagno, gli è subito chiaro. Emette furtivamente un sospiro.

6.              “Lot, dammi la tua mano e lasciami guardare i tuoi occhi. Tu, infatti, non mi nascondi l’ombra della tua anima, perché la Luce di Dio si trova nel mio spirito. Sarebbe male se questa separazione significasse per te una meta facile al posto dell’adempimento del Comandamento che ci assicura la pace. Ma per quanto riguarda il tuo desiderio, non c’è bisogno della parola, perché io ti aiuti a conquistare il paese. Affidiamoci a Dio per la nostra decisione su chi di noi dovrà andare”. Lot, rapidamente, libera la sua mano, si alza e dice subito, mezzo voltato:

7.              “Non c’è bisogno di chiedere al Signore, se tu ritieni necessaria la separazione. È meglio però se rimane qui il principe, mentre io, il più giovane, mi costruirò più facilmente un paese nuovo”. Lot si ferma all’ombra del muro; il Sole è appena tramontato.

8.              Sarai percepisce l’aria preoccupata di Abramo e guarda verso Lot molto stupita. Vuole parlare, ma è impedita nel suo intento. Un domestico annuncia l’arrivo dei pastori e dei fattori. Lot si volta corrucciato: “Che aspettino! Abbiamo cose importanti cui pensare!”. Abramo, risoluto, trattiene il messaggero.

9.              “No!”. Lot avverte il suono duro che riguarda lui. “Non è bene far attendere servitori e domestiche. Se si fa, al posto del servire gioioso subentra presto l’obbligo della servitù; e quel che ne risulta, lo abbiamo visto nel paese al Nilo. Inoltre si sottrae il suo stesso tempo. “Che entrino!”, e fa un cenno a Sarai. “Le donne di servizio possono finir di lavorare”. Le donne hanno sentito ‘il finir di lavorare’ nonostante il rumore del telaio. In un attimo lasciano i loro posti, dove filano, e abbandonano la sala. Gli uomini entrano. Lot vorrebbe volentieri far valere il suo diritto di padrone; ma oggi, invece di valutare con il cuore, lo fa solo con il suo senno. E questo, lo fa tacere.

10.         Abramo ripete senza preamboli il suo giudizio già espresso. La silenziosa speranza di riuscire a evitare ancora una volta il calcinaio, non si adempie. Abramo è ben disposto a mitigare delle necessarie punizioni; ma troppo spesso costoro gli hanno causato dispiaceri a causa di litigi di territorio. Così con una domanda tocca gli animi rudi. “Potete anche scegliere!”. I pastori alzano gli occhi, già alleggeriti. “Per un mese, o le miniere, oppure che nessuno debba venire a me, né con gioia, né con dolore”. I pastori si guardano come caduti dalle nuvole. Danno ragione alla durezza di Abramo; la battaglia dell’acqua, infatti, ha causato molti danni. Hanno raccolto più di cento vitelli morti, quasi trecento agnellini; e non c’è quasi più niente delle caprette. Perfino puledrini di cammelli e cavalli sono morti, oppure feriti. Ma non poter incontrare il padrone per tutto un mese con occhio e cuore aperto, a loro, questo sembra la cosa più amara. Abramo nasconde il suo sorriso. Fattosi severo, domanda:

11.         “Ebbene, che cosa scegliete? Non vi piace il lavoro nella miniera?”. – Ci vuole un po’ di tempo prima che Bazzor osi avanzare di un passo. “Signore”, impacciato gira nelle mani il suo cappello da sole. “La miniera è una giusta punizione; ma l’altro…”. Si blocca. “Signore, se nella tua bontà, come sempre, ci lasci ancora scegliere, sebbene siamo stati dei cattivi pastori, io preferisco andare nella miniera, che non poterti vedere per così lungo tempo”. – “Come vuoi tu, Bazzor. …E voi altri?”. I pastori di Abramo seguono Bazzor, mentre gli uomini di Lot lanciano uno sguardo al loro padrone. Lot interviene anche subito, sebbene voglia altrettanto punire i suoi pastori.

12.         “Io ho bisogno dei miei servitori, se …”. – “Più tardi, Lot”, lo interrompe Abramo con uno strano accento. “Punisci tu stesso, se vuoi; ma l’ingiustizia è capitata a me! Così al principe del paese spetta anche la misura della punizione”. Lot tace. Gli uomini scelgono la miniera. Essi sanno che Abramo, piuttosto, diminuisce una punizione. “Bene! Quindi, presentatevi domani. – C’è dell’altro?”. Il volto di Abramo diventa di nuovo paterno. Bazzor domanda umilmente: “Signore, mi puoi ascoltare?”. – “Ho rifiutato di ascoltare qualcuno che viene con una preghiera?”. – “Ebbene, …è ancora a causa di oggi”, balbetta Bazzor. – “Allora più che mai, figlio mio, vuota il tuo cuore!”. Si siede e anche Lot prende il suo posto.

13.         “Signore, non mi lavo le mani, non voglio nemmeno addossare la colpa a qualcun altro. Ma Edizar ha davvero cominciato, e Philhas voleva solo respingere i cammelli. Nemmeno Jubisat ha cominciato, ma Chrasbra ha scagliato il giavellotto. Con ciò voglio solo dire: il nostro fattore è del tutto senza colpa”. – “Insomma!”. Abramo si avvicina a Chrasbra. “È vero questo?”. – “Sì, signore”, conferma contrito l’interrogato. “Mi ha trascinato la collera”. – “Guarda, guarda! Ebbene, almeno tu confessi apertamente la tua colpa, e questa è sempre la via per il miglioramento. Ricordati però, Chrasbra: un uomo, in più quando porta responsabilità, non deve lasciarsi andare, né a cattive parole, ancor meno a cattive azioni. Altrimenti come può essere di esempio? Lot ti dovrà giudicare. Certamente tu, Jubisat”, Abramo si volta al suo fattore, “ora sei giustificato, anche se manca ancora qualcosa. Sai tu che cos’è?”.

14.         “Sì, Signore!”. Jubisat guarda Abramo apertamente in viso, cosa che il patriarca ama più di tutto. “Con buoni pastori avrei dovuto prendere subito le greggi. Allora si sarebbero evitati tutti i danni, il litigio e anche l’irascibilità di Chrasbra. Io ho la colpa maggiore”. – “Quindi devi avere altrettanto la tua punizione”. Abramo sa che Jubisat fa volentieri il giardiniere. Egli sorride. “Per un mese, dal mattino presto fino a sera con due ore supplementari, preparerai nuove aiuole e sentieri nel giardino di casa. Questo offre poco sonno, figlio mio, ma fortifica il corpo e rende libera l’anima. E ora”, egli da a ognuno la mano, “la bontà di Dio sia la vostra protezione in questa notte”. – “Dio ti protegga”, rispondono gli uomini, ed escono alleggeriti dalla stanza.

15.         Lot storce la bocca. “Li hai resi più felici che se li avessi castigati. Chi risarcisce i danni?”. – “Quali?”, chiede Abramo del tutto stupito. – “Gli animali morti!”. – “Ah!”. Abramo mette le due mani sulle spalle di Lot. “Tu hai sangue veloce, e così esce qualche parola dalla tua bocca che, dopo, ti dispiace. Ma oggi è un buon momento che ci inchiniamo dinanzi al nostro santo Signore Iddio.

16.         Dove io lotto per delle settimane, tu arrivi velocemente. La separazione esteriore non separa i cuori, se rimangono uniti nel sentimento fraterno. Tu sai che la scelta spetta a me, tanto come principe quanto anche come il più anziano; non sono io, infatti, sotto la tua custodia, ma tu sotto la mia. Tu pensi: essere principe è molto bello, si deve soltanto comandare. Non t’illudere Lot! Il comandare è l’ornamento minore di un principe. Molto più importante è il compito dell’opera che condiziona la posizione di principe. Io non ho dinanzi agli occhi il mio vantaggio, se non pensando al bene della gente. Che un principe debba mantenere l’ordine, e perciò talvolta punire, giustifica la visuale di pensare il meglio anche per il più piccolo. Così perfino la punizione opera del bene, se proviene dalla bontà e dalla riflessione.

17.         Quando avrai la tua terra, allora pensa alla mia parola. – Ma che tu abbia scelto a causa del guadagno esteriore, vedi, questo fa male al mio cuore. Dio ci ha resi ricchi, poiché Egli ha parlato spesso con noi. Vuoi mettere il bene del mondo sopra la tua anima? Chi tende le mani ai tesori della Terra, riceverà cose terrene! – Non portiamo con noi nulla nel mondo che soltanto la Luce dello Spirito proveniente da Dio, Spirito che ci rende beati se badiamo alla Sua Voce. E un giorno non porteremo nulla con noi, se non soltanto la veste che procuriamo alla nostra anima.

18.         Tu pensi che io possa dire questo facilmente perché ho il seggio da principe e grande ricchezza. Credi che ciò mi renda felice? Ti sbagli, Lot! La mia più grande felicità è il dialogo con Dio; e l’altra mia felicità è che io possa guidare degli uomini, per i quali sono in tutte le cose dapprima un padre, solo dopo un padrone. Colui che troneggia sopra le nuvole, ha benedetto la mia diligenza, e anche la tua. La diligenza però, non è anche un Suo dono, come forza e sapienza per ogni operare?

19.         Ma per quanto riguarda la perdita, allora ti devo ancora chiedere: Lot, hai tu fatto sorgere una volta un capretto, un piccolo insetto, un fiore, oppure anche solo una goccia d’acqua? Mi fanno pena gli animali perché sono morti miseramente, ma non perché li ho perduti. – Posso perdere solo una cosa; se metto la Terra sopra il mio spirito, vale a dire la voce del mio Dio! Bada bene e mantieni la via del padre Tharah. Non dimenticare di fare della tua casa un luogo di quiete, e del tuo cuore un rifugio, dove possa entrare anche il più piccolo. – Se farai questo, Lot, allora la ricchezza del paese ti sarà per benedizione.

20.         E ora, …la bontà di Dio sia la tua protezione”. Abramo trattiene per lunghi istanti la mano di Lot, aspettando che egli possa passare con lui la notte nel boschetto, dove incontreranno la Luce di Dio. Lot però si volta dall’altra parte, segretamente preoccupato che Dio parli in favore di Abramo. Così però può anche giustificarsi davanti al Signore, poiché Abramo gli ha lasciato la scelta. – Sarai percepisce i suoi pensieri. Come a un figlio che è attratto dal paese straniero, sfiora dolcemente i cappelli ispidi. “Lot, Abramo finora ti è stato amico e padre, ed io una madre. E ti dico: torna di nuovo a casa se il paese straniero non ti offrirà altro che vinacce”. Lot se ne va nell’oscura notte senza stelle.

 

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Cap. 4

 

 

La Luce di Dio nel boschetto

La promessa del paese di Canaan

1.              Abramo sta presso l’altare che ha eretto a Dio dietro al suo giardino. Egli prega e ora guarda su, alla buia Altezza che in questa notte, a causa di Lot, copre le sue stelle. Ecco che dall’Oriente giunge veloce come una freccia, una potente Luce, e in un portentoso arco scende sulla Terra. Il cuore di Abramo batte forte. Si china in gioia e in umiltà fino a terra. Una mano si posa sul suo capo.

2.              “Abramo, alzati, devo parlare con te”. Oh, la buona Voce! La Luce di Dio con due accompagnatori, è apparsa a lui. “Signore, io non sono degno della Tua Grazia. Ma sono figlio Tuo; avvenga di me secondo la Tua Volontà”. L’accompagnatore di destra lo fa avvicinare a lato del Signore. Essi vanno in disparte, verso una panca che Abramo ha costruito, di legno chiaro. Nessun servitore, infatti, può mettere le mani nel boschetto, tutto il suo lavoro è consacrato a Dio.

3.              “Hai parlato bene”, comincia amorevolmente Dio. “Come figlio Mio però, tu non sei indegno, sebbene la Terra abbia le sue mancanze. Di vero cuore hai lasciato a Lot il paese migliore; ma Io ti dico: egli non lo manterrà, poiché i tesori della Terra gli ostruiscono la diritta via che conduce a Me! Ed Io ho posto te, sopra questo paese. Per amor della tua umiltà tu diventerai re sopra molti che dimorano nella regione”. La Luce soave che circonda Dio, fa riconoscere chiaramente i dintorni. Il Signore accenna con la destra in giro.

4.              “Guarda, Abramo! La notte per te non è una veste buia che copre le cose”. L’accompagnatore a sinistra di Dio pone la mano sugli occhi di Abramo ed egli guarda lontano nel paese, come se stesse in pieno giorno su di un alto monte. “Dal luogo dove tu dimori, verso mezzanotte e mezzogiorno, verso il mattino e verso la sera”, dice il Signore, “voglio dare a te il paese che ora vedi. E anche il tuo seme un giorno lo dovrà possedere”.

5.              Il Signore prende una manciata di sabbia. “Abramo, vorresti tu contare i granelli che ho raccolto?”. Con amorevole bontà lascia scorrere la sabbia nelle due mani di Abramo. “Ahimè, mio Signore”, replica questi, e la sua anima è scossa. “Guarda, la Tua manciata di sabbia riempie le mie due mani che, come forma non sono certo più piccole delle Tue, come Ti riveli ora a me. Ma nell’Eternità non finirei mai di calcolare i granelli della Tua bontà, bontà che Tu moltiplichi incessantemente in Grazie. Dimmi, Signore, che cosa intendi con questo?”.

6.              “Lo saprai! Quanto poco puoi contare i granelli che la Mia mano ha posato nelle tue mani, tanto poco anche la Grazia che sta presso di te! Perciò preparati; Lot, infatti, non dovrà mai dire che Io ti ho lasciato dietro di lui. Egli ha evitato i Miei occhi; ma non può sottrarsi alla Mia mano! Non a causa delle cose terrene, Io t’innalzo sopra di lui, ma a causa del potere dello spirito, perché tu hai acceso il tuo spirito alla Mia Luce.

7.              Percorri il paese, il Mio Cielo ti elargirà la benedizione”. Abramo, pieno di umiltà, cela la fronte nell’orlo della Veste di Luce. “O Signore, Tu parli con me così paternamente. Non c’è più bisogno che io preghi per la Tua benedizione”. – Il Signore sfiora il capo chino: “Se non hai più nulla da chiedere, Abramo, che cosa hai allora ancora da dirMi?”. – “Molto, Signore”, replica l’umile. “Anche se non ho più nulla da chiedere, perché Tu per me sei eternamente il Buon Donatore, allora Ti devo ringraziare tante volte come tutti questi granelli di bontà della Tua mano! Signore, Tu li puoi contare?”.

8.              “Sì, Abramo, Io li conto; anche il tuo ringraziamento, giace annoverato nel Mio Cuore. Ti basti questo!”. – “È sufficiente, o Padre di ogni Amore! Porgimi le Tue mani affinché io conservi tutta la ricchezza”. – “Figlio della Mia Luce, perfino sulla Terra non perderai nulla”. Abramo scorre le sue dita con animo timido e saldo spirito nelle mani di Luce di Dio. Gli accompagnatori di Dio lo guidano alla porta della sua casa. Abramo li segue con lo sguardo, finché la loro Luce scompare. Già nella notte comincia a prepararsi, senza derubare nessuno del suo sonno.

9.              Al mattino, dopo che ha discusso tutto con Sarai, fa venire i suoi esperti capitani, Tschuba, Tzordhu così come i fattori dei campi di lavoro. Sono radunati nella grande sala, quasi un centinaio. Ci sono anche Agar e alcune brave donne. “Figlioli, sedetevi!”. Abramo indica le panche che stanno lungo i lati del tavolo alle pareti. “Il Signore ha parlato con me. Ora c’incammineremo per prendere in possesso il paese, affinché dappertutto passi il piede del Signore”. Prende in mano una chiara tavoletta di cera e un bastoncino di carbone di legno, si siede al tavolo principale e presto è circondato dai curiosi. “Qui”, con tratti sicuri disegna il paese in cui abitano e che gli appartiene. “Al nord abbiamo gli eviti, i quali con noi mantengono la pace; ai nostri piedi gli jebusiti, che ci devono ringraziamenti perché li abbiamo abbastanza spesso salvati dai filistei.

10.         Io andrò verso Ebron, al pomo della discordia dei filistei, dei keniti e degli etiti. Sceglieremo uno che al mio posto amministri il paese, finché il Signore non mi guiderà di nuovo fin qui. Anch’io terrò gli occhi aperti. Giovani a cavallo terranno il collegamento tra qui ed Ebron. Gli etiti trattengono le loro mani, e i keniti fanno l’occhiolino. Come pensate voi, che ci renderemo arrendevoli queste tribù?”. Abramo non domanda perché ha bisogno di un consiglio, ma i suoi uomini gli sono come figli. Il rapporto di riverenza è perciò molto maggiore per Abramo che per Lot, il quale tende volentieri a comandare.

11.         “La cosa più semplice sarebbe di mandare fuori dei servitori con le spade”, comincia Tzordhu. “E siine certo, signore, ognuno ti seguirà volentieri”. – “Non sarebbe guadagnato molto di buono”, contraddice francamente Agar. “Ma io ho visto”, scatta Tschuba, “che l’Egitto è un grande regno mediante un saldo ordine”. – “Questo sì”, risponde fiera Agar. “Là c’è un Faraone e molti sudditi che non possono pensare diversamente da come vuole il Faraone! Qui però”, piena di riverenza guarda Sarai e Abramo, “abbiamo una coppia di genitori, verso la quale i figli grandi possono accorrere precisamente come quelli piccoli”.

12.         “Ben detto!”. Abramo accarezza la guancia abbronzata di Agar. “E qual è la tua opinione, figliola?”. Agar lascia libero corso alla sua intelligenza egiziana. “Signore, io la penso come te. I tuoi capitani dovrebbero lasciar splendere la loro luce, perciò non spetta a me giocare al condottiero”. Tutte le donne battono le mani. Agar ha difeso sottilmente la sua categoria. Il curatore della legna, un uomo di poche parole, ma valido nell’azione, si avvicina, indica al disegno di Abramo e dice: “La mia opinione è di sottomettere entrambe le tribù come tutte le altre del tuo paese. Così godranno essi nello stesso tempo della migliore protezione, e tu stesso avrai un buon sostegno per resistere ai filistei di alta statura, in caso di bisogno anche ai giganti dell’est”.

13.         “Il tuo consiglio è utilizzabile, Konnar”. Abramo aggiunge un paio di nuove linee al disegno. “Io avrei un nuovo piano”, dice Jubisat, “ma non so …”. Egli indugia. La battaglia sull’acqua gli sta ancora sullo stomaco. – “Parla”, esclama Abramo incoraggiandolo. – “Quello che l’acqua ha distrutto, un buon consiglio lo può di nuovo costruire”. Gli uomini scoppiano a ridere di buon umore, e Abramo si unisce a loro. Jubisat è ben visto e qualcuno si è offerto di aiutarlo nel suo ‘compito assegnato per punizione’.

14.         “Signore, il comportamento etita e kenita è diverso da quello evita e jebusita, per non parlare dei filistei. Le piccole tribù sono propense a mettersi, per quanto possibile, sotto lo scudo di un grande principe. Si sentono protette da te come i pulcini sotto le ali della chioccia. Perciò esse ti sono diventate un buon popolo di lavoratori che vivono sotto la tua piena benevolenza.

15.         I keniti e gli etiti invece sono tenaci e abili uomini, perfino le loro donne combattono valorosamente. Anche se alla fine non ti resisteranno. Una cosa però è a nostro favore: la loro grande paura dei filistei sempre intriganti. Mio signore, lascia che io ti preceda con alcuni fedeli, per dire ai principi delle tribù che tu vai pacificamente attraverso il loro paese, e che saresti pronto ad aiutarli in ogni momento contro minacciosi nemici, se si affideranno a te. Essi manterranno ciò che si sono guadagnato, in aggiunta a questo potranno vivere i loro costumi in sufficiente spazio – innanzi tutto, signore, perché tu li farai credenti. Tutto il paese libero però sia tuo, per questo diventeresti il loro protettore. Ognuno potrà diventare tuo servitore con un giusto salario. Con una libera scrittura dovranno prestarti aiuto, quando sarà necessario. Diventeranno protettorati. La terra degli etiti è molto produttiva; e soltanto la minima parte sta sotto aratro e pascolo. Noi passeremo accanto al mar dolce, Sodoma e Gomorra sono vicini inservibili”.

16.         Viene ponderato qualche pro e contro. “E i filistei?”. Abramo osserva con sguardo interrogativo Jubisat. “I filistei? Signore, lasciali stare al margine della via, non vale la pena di chinarsi per loro. Ma se tutto il paese diventasse un protettorato, allora i filistei sarebbero messi al muro. A ovest, lungo il Giordano, la regione diventerebbe pacifica sotto la tua mano”. Abramo si alza: “Jubisat, hai parlato per bene! Con la luna nuova ti metterai in cammino con cento cavalieri, mentre noi qui costruiremo i bastioni. Se porterai buone notizie, dovrai governare tu al posto mio in Beth-El. Siete tutti d’accordo?”. A questa domanda esiste solo un sì. Ognuno concede a Jubisat l’onore, perché egli è il più idoneo a portare il grave fardello.

17.         Agar ha intrecciato con dita abili un nastro da resti della filatura, color porpora con azzurro chiaro e oro. Lieta, lo avvolge intorno al collo di Jubisat. “Ma, Agar, che cosa fai con questo comportamento infantile?”. Jubisat, imbarazzato, vorrebbe strappare il nastro. Abramo lo trattiene. “Oh, no, amico, Agar ti ha fatto una buona testimonianza. Portalo, ognuno deve ricordarsi che tu sei il mio luogotenente”.

18.         Dopo appena quattro settimane Jubisat ritorna con un rapporto favorevole. Immediatamente Abramo si mette in viaggio con una parte dei suoi averi, nomina capaci amministratori con buoni servitori e brave donne, e forma così un saldo legame da Beth-El fino ad Ebron. Le singole stazioni non sono distanti l’una dall’altra che una cavalcata giornaliera.

19.         Fuori di Ebron – egli si è scelto la città come sua sede di principe – si trova il bosco di Mamre. Lo recinta altamente con le proprie mani, per offrire al Signore un Luogo santo, dove la Sua Luce possa entrare nel mondo. Edifica un altare, dove lui stesso prega con i suoi. Alternando, rimane un giorno nel boschetto con il lavoro per i suoi subordinati, e un giorno in Ebron, dove ogni forestiero trova presso di lui protezione e aiuto. Il settimo giorno tiene una grande festa a Mamre. Traccia un cerchio, intorno al quale poter radunare i pagani. A loro egli predica la dottrina dell’Iddio vivente.

 

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Cap. 5

 

Abramo in Ebron e Mamre

Il suo operare pieno di benedizione, il pericolo e come una fanciulla soccorre

1.              Abramo è seduto nella sala del consiglio della casa cittadina di Ebron. Una domestica gli porta del cibo. “Signore, da ore presti ascolto ai forestieri”. – “Ti ha mandato la padrona?”. – “No, Agar ha preparato il cibo”. – “Metti tutto sul tavolo”. Abramo indica un tavolo di bronzo, un dono del principe degli etiti. “Signore, io devo aspettare finché hai mangiato”. – “Figliola mia!”. Abramo si alza e, benevolmente, pone il suo braccio sulla spalla della domestica. “Ci sono ancora tanti supplicanti in giardino, e ognuno deve giungere al suo diritto”. Abramo prende del pane bianco e un paio di bocconi della delicata carne d’agnello, e beve una coppa di vino di miele. “Ringrazia da parte mia Agar, e la padrona venga di sera, anche se con me ci saranno ancora dei visitatori che hanno qualcosa da chiedere”.

2.              “Non è molto, ciò che fai per il tuo bene”. La domestica guarda preoccupata il vassoio bianco, con cui porta di nuovo via il cibo. Dalla primissima ora, appena è stata impartita la benedizione del mattino e consumato la prima colazione, entrano schiere di uomini del luogo, e ognuno ha una lamentela, contro un vicino, contro i filistei, e, cosa nuova, anche contro la schiamazzante gente del re di Elam. Non uno però, se ne va scontento. Mai più Abramo deve in verità mostrare la propria ingiustizia. Dalle poche lune che egli si trova nel paese, Ebron è stata elevata a una specie di residenza. La colonia, dapprima piccola, diventa una città con salde mura, buone case, locande pulite, mercanti di ogni genere, in breve – Ebron fiorisce. Vicini invidiosi guardano torvi alla fortuna di Abramo. Essi non sanno che su di lui giace la benedizione, perché egli prende dalle Mani di Dio l’opera giornaliera delle sue mani.

3.              La notte inizia quando l’ultimo se ne va. La benedizione della sera è impartita un’ora più tardi, e tutti gustano di più il meritato pasto. Nel mezzo del pasto si precipita dentro un servitore: “Signore, vieni presto sulla torre!”. Abramo ordina a tutti di continuare tranquillamente a mangiare, ma Agar mette il suo piatto su uno dei piani termici che sono stati collocati alla parete dietro il tavolo da pranzo. Egli segue a passo affrettato il messaggero che riparte in fretta. Alla porta, che è fatta tutta di legno di cedro del Libano, stanno pronti due servitori con fiaccole accese. Altri domestici lo seguono. “Signore, possiamo accompagnarti?”. Abramo si volta, come sempre nella sua maniera paterna.

4.              “I portatori delle fiaccole e due di voi, vengano con me; voi altri custodite la casa. Se dalla torre non segue nessun segnale di fuoco, allora non esiste nessun pericolo. Se faccio un segnale, allora la metà di voi segua i domestici; se vedete due segnali, allora portate le donne nella torre; otto servitori rimangano alle porte, gli altri qui da me”. Abramo ha fatto costruire come percorso sotterraneo un passaggio naturale nelle cavità, le cui diramazioni sono in parte murate, e in parte si aprono il varco verso il percorso principale; ed alla sua fine ha fatto erigere la torre di guardia.

5.              Abramo arriva senza fiato sul merlo coperto della torre presso le quattro guardie. I fuochi sono stati conficcati in uno spazio senza finestra dentro fessure del muro. “Che cos’è?”. – “Da un’ora osserviamo da nord in arco verso sud-est un piccolo fuoco, probabilmente fiaccole, o incendio. Questo deve essere dietro Eskol. Di tanto in tanto emerge un puntino di fuoco, portato da nord verso ovest; sembra dirigersi verso di noi. Ecco, guarda”. Il servitore indirizza lo sguardo di Abramo. “Eccolo di nuovo!”. – “Hm, vedo”. Abramo contrae le palpebre fino a una serrata fessura. “Strano; deve essere un singolo portatore di fiaccola”. La fila del fuoco si sposta sempre di più verso sud-est, come deviando, mentre dei singoli puntini puntano direttamente su Ebron.

6.              “Siamo sotto la mano di Dio ma Egli ci dona anche un senso sano. Forza, Trabsach, dà due segnali verso casa! Sumsa, Chrebo e Hebael rimangano qui, voi altri, andate attraverso il passaggio incontro alle donne e aiutatele a portare quel che serve. Il passaggio deve essere libero al più presto per i corrieri”. Durante gli ordini, Abramo non ha distolto il suo sguardo.

7.              “Là ribaldi assassini bruciano presso i nostri jebusiti ed etiti. Chi potrà essere?”. – “Forse i giganti di Astharoth-Karnaim?”, domanda Hebael, la guardia più giovane della torre. – “Mi hanno detto”, s’immischia Sumsa, “che i giganti non dovrebbero essere uomini cattivi”. – “Ahimè, quando si tratta di guadagno, le tribù pagane subito sono ebbre di sangue, perché non conoscono il nostro Dio”, esclama riflessivo Cherebol.

8.              “Forse avete ragione”, dice Abramo. “Di là del mar dolce, Kedor-Laomor di Elam tiene tutti i re sottomessi e mantiene un generale ordine non male” – “La sua gente ultimamente ne ha combinate parecchie”. – “Può essere, Trabsach; ma ora lo fanno i confinanti”. Nella torre diventa pieno di vita, ma senza chiasso. Sarai e le domestiche trascinano delle preziosità, i servitori portano pesanti cassapanche. Dopo un’altra ora, diventa di nuovo più tranquillo e resa soltanto un parlare a bassa voce tra le donne qui e là. Abramo scende in fretta al terrazzo intermedio dove, accovacciati su stuoie, alcuni – troppo stanchi dal lavoro del giorno – stanno dormendo già tranquillamente. Il patriarca innalza il suo cuore con gratitudine verso Dio. “Quanto sei paterno, o Signore! Guarda, tutti i Tuoi figlioletti, a me affidati, si sentono custoditi. Così la Tua potente Destra rimanga su di noi!”. Ecco, Abramo vede due luci stare all’ingresso della stanza. Egli s’inchina, e nessuno sa, perché lo fa. Rapidamente sale di nuovo sulla torre.

9.              In cima, qualcuno gli tira di nascosto la veste. Si volta. “Cosa c’è?”. – Una voce sussurra: “Signore. Ascoltami!”. Nel bagliore di una fiaccola riconosce la domestica, l’evita Fylola, che egli trovò un giorno nel nord del deserto, quasi morta. Allora l’aveva presa con sé e gode più di un diritto di figlia, come Agar. Lei non ha poche doti. “Fylola, qui non c’è un posto per una fanciulla, tu devi dormire sotto la protezione di Sarai”. – “Sì, signore; ma tu mi hai salvato e anch’io voglio salvare te”. – “Buona figlia, il Salvatore è soltanto Dio, anche se Egli aiuta attraverso gli uomini”.

10.         “Lo so! Vieni con me”, prega lei, “ti voglio dimostrare ciò che so fare”. – “Va con lei”, preme Hebael, che ama l’evita e perciò crede anche nelle sue doti. “Ebbene sia! Tenete occhi e orecchi aperti!”, ordina Abramo. Scende dalla torre con Fylola, la quale deve fermare spesso il suo passo veloce. Vanno alla piccola porticina che nel sotterraneo, di lato, conduce a una fitta sterpaglia, attraverso la quale è stato aperto a regola d’arte un sentiero a larghezza d’uomo. Dietro questo, inizia la via verso nord, fuori della città. Pietre piatte formano una parte della larga via. Fylola preme il suo orecchio sulla pietra. Abramo si china vicino a lei, e si convince che la fanciulla di montagna ha sensi straordinariamente acuti.

11.         “Signore, l’unico portatore di fiaccole cavalca un cavallo sfrecciante. Dietro di lui, a testa coda, seguono cinquanta cavalieri. Questi sono i tuoi. Dammi il grande mulo; tu sai che io posso cavalcare come il tuo migliore uomo di spada”. Fylola, eccitata, si spinge al petto di Abramo. Lui avvolge il braccio attorno alle sue spalle; Fylola è per lui una figlia donata. – “Questo non va, non posso esporti a nessun pericolo! E se credi che siano i nostri che arrivano, che bisogno c’è di andar loro incontro a cavallo?”.

12.         “Signore!”. Fylola punta i suoi pugni al petto di Abramo. “Ma io non voglio andar lì, dove brucia la fila di fuoco, no! Prima che si faccia giorno, sarò di ritorno”. – “No!”. Abramo tira Fylola più strettamente a sé. “Questo è un compito difficile da uomo e non per una piccola gazzella”. – “Signore, tu sei sempre stato buono con me. Se non dovessi ritornare, non sarebbe tanto peggio che se ti andasse perduto un buon servitore. Da ciò sapresti anche che i pericoli sono più grandi di quanto io abbia visto. Signore, la serie di fiamme non sono solo luoghi che bruciano, bensì battaglie che si estendono verso il territorio di Lot”.

13.         Abramo abbassa un po’ la testa. C’è molto, in ciò che dice la fanciulla della montagna legata alla natura. Ma lui e Sarai, l’amano; come esporla a tale pericolo? Allora la fanciulla si getta ai suoi piedi. “Signore, se vado a piedi, non è bene per la tua gazzella. Non c’è bisogno di dirlo alla madre, nemmeno ai tuoi servitori, affinché non se irritino e dicano che una contadinella fa loro le scarpe. Portami il mulo!”. Lei spinge Abramo letteralmente alla torre, nei cui vani sotterranei stanno sempre pronti animali da cavalcata.

14.         Abramo riflette con cuore pesante. Il Signore vuole soccorrere in questo modo? Perché non le deve credere? Ordina a un servitore di sellare lo stallone nero, che è molto veloce, perseverante e un perfetto camminatore notturno. I servitori non osano domandare che cosa lui intenda fare. Sussurrando lo seguono con lo sguardo. “È proprio lui che spazza ancora una volta per noi la strada”. – “È meglio andargli dietro e proteggerlo”. – “No, per carità, potrebbe adirarsi, perché le sue disposizioni sono sempre le migliori, e noi non possiamo contrariarle”. I servitori tengono aperto l’ingresso e guardano attentamente fuori nella notte.

15.         La fanciulla sta davanti ad Abramo. “Grazie, signore! La tua fiducia è una morte beata!”. – “Fylola, Fylola, il Signore voglia riportarti! Nella sacca c’è del cibo e da bere, anche orzo schiacciato per l’animale”. La solleva e la mette in sella, e già la notte l’ha inghiottita. Abramo poggia il suo orecchio sulla pietra, e adesso, infatti, sente che non si può trattare soltanto di alcuni cavalieri che si avvicinano. Si affretta a ritornare nella torre. Quando i servitori lo vedono, emettono un sospiro di sollievo. Di nuovo però, nessuno di loro domanda dov’è il buon cavallo da corsa.

16.         Mezzanotte è passata ed Ebron giace in un buon sonno. Nessuno si preoccupa più. Il ‘signore di Dio’, come è chiamato Abramo a causa della sua fede e delle sue grandi forze, è qui. Ecco che il cavaliere della fiaccola sta nel terrazzo intermedio davanti ad Abramo, mentre i suoi accompagnatori, circa cinquanta, come Fylola aveva giustamente stimato, si ristorano dalla faticosa cavalcata e dormono nelle sale della torre.

17.         “Beth-El e Ai sono al sicuro”, dice il messaggero, quando Abramo chiede della sede originaria. “Al Giordano però, sono accampati uomini di Kedor. I nostri li hanno cacciati via, ma di là del fiume essi continuano a bruciare. Per respingerli eravamo troppo deboli. Bera e Birsa di Sodoma e Gomorra, Sineab di Adama, Semeber di Zeboim e Bela di Zoar di Kedor-Laomor si devono essere distaccati. Il figlio di tuo fratello, Lot, è illeso, come dice il messaggio. Abbiamo visto dei filistei presso gli elamiti”.

18.         “Questo è pericoloso!”. Abramo va un paio di volte su e giù, la fronte profondamente abbassata. “Sono di ritorno i servitori che io diedi in dote a Lot?”. – “Sì, signore. Il luogotenente ha assegnato metà di loro sui posti di sortita ai limiti del confine. Kedor non riuscirà a passare così facilmente. Gli altri sono pronti per l’assalto tra Gerico e Gilgal e il luogo Je-Ru. Al segnale che tu darai, si spingeranno da Je-Ru verso est, per spaventare gli incostanti, poi irromperanno da Eskol in occidente, perché in oriente il terreno sfavorevole potrebbe diventare pericoloso per la piccola schiera. Se Kedor abbia già combattuto, non è giunta notizia. Verso Oriente le vie sono deserte”.

19.         Abramo elogia i cavalieri. Nonostante l’oppressione che grava su di lui, essi hanno agito completamente secondo le sue intenzioni. Sarai, che è venuta sul terrazzo ed ha ascoltato la conversazione, sospira: “Sarebbe stato meglio se fossimo rimasti in Beth-El. La nostra forza si disperde in questo vasto spazio”. – Il patriarca avvolge il suo braccio intorno alle sue spalle. “Sii consolata! Se Dio ha ordinato di partire, allora Egli è certamente il nostro Protettore! Inoltre è bene che siamo in Ebron; poiché se Kedor si è alleato con i filistei, cosa che suona incredibile, allora egli qui non passerà così semplicemente attraverso il paese. Il Signore dovrebbe custodirmi in grembo, mentre tutt’intorno si battono gli uomini? – Dobbiamo vegliare fino al mattino”, si rivolge ai servitori della torre. “Manca ancora un esploratore”. – “Chi è?”, domanda Chrebol. – “Lo saprete quando sarà necessario”. Come sempre, espresso amichevolmente, non offende nessuno dei fedeli. Abramo conduce Sarai nella torre. – Su di un gradino lei lo trattiene. “Sono in grande preoccupazione, mi manca Fylola; ma io stessa l’ho portata con me nella torre”. Abramo emette un sospiro furtivo. Da qualche tempo si fa amarissimi rimproveri per aver ceduto. L’evita ha una fervida fantasia; questa gli ha suggerito tale brutta impresa.

20.         “Mi riesce difficile dire qualcosa”. In poche parole informa Sarai.– Questa lo fissa stupita. “La figliola? Con lo stallone selvaggio? E in questa notte pericolosa? Ora non so proprio cosa devo pensare di te!”. – “Nemmeno io”, confessa Abramo. “Il pericolo è anche più grande di quanto giudicano i ricognitori stessi. Fylola l’ha percepito e vuole sacrificarsi. Me ne sono accorto troppo tardi”. Stanco, Abramo si siede su un gradino. “Facciamo silenzio”, sussurra Sarai. – “…E… preghiamo”, aggiunge Abramo.

21.         Il giorno che spunta, cancella i segnali di fuoco. Abramo fa tutti i preparativi per rendere Ebron una fortezza, prima che gli abitanti lo notino. I servitori occupano i posti assegnati. A levante già sorge l’aurora. L’inquietudine di Abramo aumenta. Si reca nel punto dove ha messo Fylola in sella.

22.         Appena si ferma, con cuore angosciato, sente alle spalle uno sbuffo stanco di cavallo. Si volta subito, e Fylola esce dalla boscaglia, alle briglie dello stallone. Ma che aspetto hanno i due? La fanciulla con brandelli sul corpo, l’animale zoppica con un ginocchio, ed entrambi pieni di lividi sanguinanti. “Fylola!”. Abramo non può evitare una lacrima. “Figliola!”. Stringe a sé la ragazza per portarla alla torre, ma lei rifiuta. “No, signore, non far perdere ai tuoi servitori il loro onore. Portami nel boschetto, e permetti che ti dica subito tutto. Non spaventarti però”. Stanca, si appoggia a un albero.

23.         “È come ho visto. Kedor-Laomor ha battuto tutti i re. Conduce i prigionieri con il bottino verso nord. Nella valle Siddim egli ha vinto anche Bera e Birsa; quasi tutto è precipitato nei pozzi di resina che appartengono a Lot. E Lot …”. Fylola si blocca, e timorosa guarda Abramo. “Signore, non volermene per la notizia che ti devo portare”.

24.         Abramo si stringe al cuore la creatura tremante. “Che cosa pensi di me, Fylola? Dimmi tutto!”. – “Perdonami, ma è stato pesante quello che ho visto. Lot è stato catturato e molti dei suoi servitori e le donne sono morti. Kedor ha portato via i suoi averi sui carri, e in fretta, per sfuggire a te. Io ero vicino ai fuochi, il paese è bruciato; a est del Giordano non si vede quasi più nessuna capanna. Ho parlato con la gente di Lot che camminava alla fine della colonna di prigionieri, che è lunga per giorni interi. Kedor ha circa tremila combattenti, quasi tutti i giganti, e molti filistei stanno con lui. Le tue tribù tremano, perché Kedor vuol fare irruzione nel tuo paese da nord e chiedere aiuto ai selvaggi, così si chiama la gente di Basan. Altro non ho potuto sapere, mi hanno visto e mi hanno inseguito, e solo il bravo”, indica l’animale che sta con la testa abbassata e i fianchi pompanti, “mi ha salvata. Non mi è rimasta via d’uscita, e la natura selvaggia ci ha conciato male entrambi”.

25.         “Povera figliola”. Abramo solleva leggermente Fylola sulle sue forti braccia. La copre con il suo mantello, e conduce anche l’animale. Per la strada più lunga, porta i due all’ampia capanna nel boschetto Mamre, e fa portare Sarai e Hebael alla torre con un carro veloce. Sarai opera ogni cura materna, adagiando la fanciulla sul suo stesso giaciglio. Hebael, per suo rammarico, può dare solo uno sguardo; lui deve prendersi cura del cavallo, al quale dà tutto il suo affetto. Preme le morbide narici del cavallo al suo viso. “Fylola”, sussurra lui. Il cavallo nitrisce lieve la risposta. Abramo utilizza il tempo, circonda il boschetto con una catena di forti servitori, ispeziona i posti più vicini e ritorna ancora una volta a Mamre. Hebael gli va incontro.

26.         “Signore, io vorrei …”. – “Che cosa?”. – “Fylola deve avere delle fasciature”. Abramo guarda stupito il suo servitore. “Perché? Senza dubbio la padrona provvede bene!”. C’è un piccolo rimprovero. – “Signore, mi hai inteso male; io intendo …”. Hebael con la coda dell’occhio guarda la stalla. Abramo comprende subito. “Ah, capisco!”. Nonostante il pesante fardello riesce a sorridere, i suoi uomini gli sono figli. Hebael fa un cenno confuso, perché si è tradito. Abramo va con lui alla stalla. Accarezza l’animale.

27.         “Fa tutto quello che è necessario”. Egli posa la mano sulla spalla del suo servitore. “Se ritorno vittorioso, dovrai avere tu Fylola, se lei vuole, e buon lavoro”. – “Signore!”, Hebael piega senza volere il suo ginocchio. “Sei un grande padre. Io so quali preoccupazioni gravano su di te, e ciò nonostante pensi alla nostra felicità. Il mio sangue è per te!”. – “Tienilo pure”, lo incoraggia Abramo. “Preferisco un Hebael e una Fylola viventi. Va’ dalla padrona e annunciale che io devo andare alla torre e che partiamo già oggi. Tu sarai amministratore nel boschetto Mamre”. – “Io?”. Prima ancora che l’eletto finisca il pensiero, Abramo è andato via. Hebael abbraccia ridendo lo stallone. “Ora ho due Fylola”.

28.         In Ebron circolano voci confuse e l’agitazione aumenta. Quando arriva il carro di Abramo, tutti gli corrono incontro. “Abramo, signore di Dio, aiutaci, andiamo in rovina!”, si grida confusamente. Il conduttore del carro deve fermarsi, la moltitudine sbarra la via. Abramo alza la mano destra. “Abitanti di Ebron, state tranquilli. Io m’incamminerò oggi stesso per catturare il nemico. Kedor-Laomor ha rotto il patto che ha stretto con me. Chi di voi uomini volesse dare una mano, si presenti nella casa della città. Voi donne state calme, siete al sicuro!”. Le poche parole bastano per eliminare ogni paura. Si libera la via e tutti gli uomini corrono dietro ad Abramo. Nella casa della città arruola i cittadini alla difesa urbana, subordina alcuni avveduti a dei suoi servitori. In questo modo la città rimane sotto una poderosa protezione e lui stesso ha per sé i migliori scudieri. Già un’ora dopo, Ebron è di nuovo nella più profonda pace. Sono pronti trecento servitori e diciotto comandanti. Gli abitanti portano buoni cavalli, cammelli e ogni genere di cose utili, anche se potrebbero non essere necessarie. Abramo accetta tutto, e così lega ancora più fortemente il legame tra lui e la gente del posto.

 

 

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Cap. 6

 

La spada di Dio – Viaggio di Abramo verso nord – Fine di Rama e punizione dei filistei

La patria di Fylola presso il principe Hummar-Karbo di Hazor – I giovinetti, e tutto ciò che essi sanno

1.              Il patriarca cavalca ancora una volta verso Mamre. Egli non vuol partire senza aver prima parlato con il Signore. Entra nella profondità del boschetto. Tutt’intorno c’è una pace solenne; tutta la fretta, tutta la fatica e preoccupazione gli cadono dal cuore. Appena si avvicina, all’altare scorge una Figura che gli volge le spalle. Un fuoco palpita. Gli si blocca il piede. “Il Signore mi attende!”. Oh, quale Grazia! Abramo si avvicina umilmente e si ferma dietro al Signore, osando appena respirare. Il Signore si volta e, nella Figura c’è la Sua Luce celestiale, Luce che Abramo riconosce. Allora cade sulle sue ginocchia. Il Signore, benedicendo, stende le Sue mani.

2.              “Abramo, Io ho acceso la tua fiamma del sacrificio e non vi ho messo nulla di terreno. La Mia Grazia però, non nutre solo il fuoco dell’altare; la sua combustione è il tuo zelo, il calore è la benevolenza del tuo cuore e il raggio è il tuo giusto operare dinanzi al volto Mio. La Terra richiede molto da te; e, dove tu servi lei, è solo un servire Me. Ora vuoi estrarre la spada, ma Io ti domando: sai tu come questo dovrà avvenire secondo giustizia?”.

3.              Abramo si alza e sta vicino dinanzi al Signore. Rabbrividisce. La piccola fiamma è per lui un simbolo che la Magnificenza di Dio può essergli rivelata solo in minima parte. E ciononostante sulla sua anima grava un eccesso di beatitudine. “Signore, Tu mi hai offerto la via della pace, per le Tue creature umane. Kedor-Laomor però, ha acceso incendi infernali, perciò io estraggo la mia spada. Ma se ora domandi come ciò dovrà essere fatto giustamente, allora Ti prego: o mio Signore, insegnami, affinché io non faccia nulla contro il Tuo santo Spirito”.

4.              “Ti sei messo sotto il Mio Spirito di Grazia, e quindi anche la Mia mano poggia su di te! Bada però, Abramo: se si estrae la spada per la guerra, essa è profanata; funeste rimangono tutte le conseguenze. Invece, prendendola in mano per difesa, rimane santificata nella Forza della Mia Volontà. Io dovevo scacciare Caino, perché aveva ucciso; e da allora, perfino la santa spada per uccidere è stata profanata. Come puoi mantenere santo, ciò che levi contro il tuo nemico?”.

5.              “Signore, comanda, ed io non la estrarrò!”. – “E gli uomini che ti ho affidato? Puoi tu proteggerli, se rimani in Ebron?”. – Abramo si piega sospirando. “Signore, non lo so. Eccetto…” stando in ginocchio porge la sua spada – “se Tu volessi santificare quest’arma, affinché non faccia scorrere sangue, ma sia solo una protezione per tutti i poveri che Tu mi hai dato come figli. Tu sai, Signore, con quale cuore pesante io incalzi Kedor. Ma posso lasciare Lot nelle mani del sanguinario, e in più ancora le migliaia che la pantera dà la caccia? E i molti morti, il paese bruciato – deve questo, rimanere senza vendetta?”.

6.              “Mia è la vendetta! Nessun uomo sa che cosa essa significhi! L’uomo mondano reagisce e sente soddisfatta la propria vendetta; egli non sospetta di aver attirato a sé la vendetta più grande. Ma che cosa sia la Mia vendetta, lo saprai se la lasci solamente a Me”. – “Signore, la metto umilmente nella Tua mano. Tieni la mia spada nelle fiamme, affinché la Tua forza mi lasci partire nella Luce della Tua Pace. Non voglio versare sangue, perché così non si può conquistare nessuna pace! Guida la mia mano, e fa stare sotto la Tua protezione tutti quelli che mi sono affidati”.

7.              Il Volto di Dio risplende magnificamente nella Luce. “Alzati, e guarda cosa Io faccio!”. Dio si volge all’altare, Abramo si mette esitante al lato destro. Il Signore passa la spada attraverso il fuoco da nord a sud e da est all’ovest, finché essa splende ardentemente nell’affilato doppio taglio. È una nuova spada che Dio consegna ad Abramo. Questi la osserva stupito. Mai ha visto un’arma simile, preziosa, grande e solida. I tagli sono fulmini taglienti nel solo agitarli. Ecco che anche lui tiene la spada nel fuoco, e questo non brucia le sue mani, piuttosto egli sente come diventa puro dinanzi al Signore. In totale dedizione, umiltà, amore e venerazione china la sua fronte, finché sfiora il santo Segno a lui ignoto, sul Petto di Dio: una Croce! E il Potere fa rabbrividire la sua anima: proprio così, il Signore ha passato la spada attraverso la Sua Fiamma.

8.              “Signore, Padre santo, dall’incommensurabile Altezza Tu vieni a me, al granello di polvere su questa Terra. Ho percepito la Serietà del Tuo santo Spirito; fa che io compia le mie opere in ogni tempo secondo la Tua Serietà”. – “Questo avvenga con il Mio Amen! E ciò che la Mia Serietà opererà nel tuo cuore, lo conoscerai più tardi. Ora sii benedetto, tu e Sarai, la tua casa e tutti gli uomini sottoposti alla tua protezione. La Mia Vittoria è anche la tua”.

9.              Abramo s’inginocchia. Con entrambe le mani afferra il lembo della Luce e non si accorge che Dio se ne va. Il fuoco sull’altare lo fa sobbalzare di spavento. Dove ardeva nell’incavo, c’è ora un vaso di bronzo splendente. Un Calice! Da questo arde il Fuoco di Dio, che non ha bisogno di legna e resina, né di olio e carbone. Con devozione, egli lo guarda. “Brucia, santa Fiamma proveniente dall’eterna Serietà”, mormora, “e quando ritornerò splendimi incontro, affinché io sappia di aver compiuto giustamente l’opera mia”.

10.         Il Sole gli fa sapere che lo attendono, altrimenti egli rimarrebbe qui per dei giorni, senza preoccuparsi del suo corpo. Allontanandosi, spesso si guarda indietro, e il chiaro Fuoco arde sempre tra albero e boscaglia. Impartisce ancora una benedizione di congedo a Sarai e Fylola proveniente dalla benedizione di Dio.

11.         Davanti alla casa cittadina i suoi uomini stanno in buon ordine, e qualche abitante si aggiunge. Abramo li passa in rassegna. Non gli sfugge il più piccolo errore, ma non trova nulla da biasimare, al massimo da migliorare. Quando però estrae la spada di Dio per mettersi in marcia, qualche valoroso indietreggia spaventato. Questo non è uno scintillio naturale, no! È un fulmine, come quello che scende dal Cielo, quando avanzano nuvole tempestose. E così la schiera conquista più rapidamente fiducia, e quelli di Ebron sussurrano: “Il signore di Dio; il suo Dio gli ha dato l’arma della vittoria”.

12.         Kedor-Laomor avanza nel frattempo a est del Giordano fino a Astharoth-Karnaim, verso la sede principale dei giganti. Insieme a lui camminano fuoco, terrore e morte; dietro di lui il paese sprofonda nella più triste miseria. Davanti ad Astharoth invia degli alleati con una parte dei giganti e dei filistei a sud del lago Kinnereth oltre il Giordano, verso Rama; essi devono allearsi con Canaan. Egli stesso conduce i prigionieri fino al Golan, dove li fa sorvegliare per bene insieme a tutto il bottino. Poi corre a nord del lago Merom verso Kedes. Su questa via guadagna il seguito della gente selvatica di Basan, che segue le sue bande compatte in un ammasso disordinato.

13.         Qualcuno dei prigionieri muore per strada. Alcuni degli uomini di Lot, quando notano che i caduti sono lasciati al loro destino, si fingono morti, finché si sentono sicuri e poi fuggono verso Beth-El. Prima però di giungervi, Abramo è già accorso con la velocità del vento in linea diretta. Egli trova la sede principale in buono stato, eccetto alcune zone di confine distrutte e qualche bravo servitore ucciso. Il luogotenente Jubisat può indicargli la via di Kedor. Solamente, egli non conosce la sua divisione. La meta Kedes però è stata rivelata.

14.         Abramo rimpiazza gli uomini stanchi morti e i loro animali provenienti dalla sede principale. Lui stesso non conosce stanchezza. Avanza verso nord, la sua schiera diventa sempre più grande. Alla fine non sa da dove vengano tutti, uomini barbuti e giovinetti dalla forza immensa. Osserva qualcuno, esaminandolo, e pensa:

15.         ‘Mio caro, quale paese ti ha dato i natali?’. Ma non trova tempo per investigare. Una cosa però osserva: i giovani dall’alta statura tengono unita la schiera senza comandare. Allora nella corsa a cavallo china il suo capo: “Signore, mi hai mandato i Tuoi servitori?”. Sente la Voce: ‘Non devo inviare a uno dei Miei figli, i suoi fratelli?’. Abramo continua a dare ascolto a questa Parola, senza comprenderne il profondo senso. Allora si accontenta della Grazia che sta su di lui.

16.         Davanti ad Abramo corre la voce: ‘Arriva il signore di Dio!’. Tutti coloro che appartengono a lui e i forestieri sottoposti a lui, traggono un lungo respiro. Alcuni traditori fuggono a Rama. Là, la truppa del sud, di Kedor, che non ha nessun sospetto che Abramo sia distante appena una giornata a cavallo, si è raccolta e comincia a depredare e a distruggere il paese, torturando e uccidendo gli uomini. Presto Rama è un mucchio di rovine fumanti, e il suo fungo di fuoco e fumo annuncia da lontano la catastrofe.

17.         Abramo, al margine del passo di una via per cammellieri, che più tardi sarà chiamata la Catena montana di Sebulon, vede il segno della devastazione. Vorrebbe far sosta. Allora i giovani si radunano. “Signore, vieni con noi, chi è stanco ci seguirà dopo”. Nessuno però vuol rimanere indietro e solo a causa degli animali si fa una sosta. Giganti e filistei si scatenano in mezzo agli incendi. Chi poteva ancora fuggire, è fuggito verso sud solo con la vita. Quando Abramo li raccoglie e li interroga, dallo sfinimento danno solo risposte confuse. Egli circonda tutta Rama, il territorio della città e del paese, in più includendo quasi la metà degli alleati di Kedor. Enoseth, il suo capo supremo si fa avanti. “Signore, non uno dovrà sfuggire; falli battere!”. Abramo leva in alto la sua spada e vede che ne esce un fulmine come nel firmamento. “Sì, li batteremo per la vittoria e per la pace!”, esclama ad alta voce il signore di Dio. “Seguitemi!”. In cerchio si chiudono su Rama, finché spalla a spalla sta in sette file. Accompagnato da due giovinetti più grandi e due dei suoi capitani più valorosi, si reca nella città ancora fumante. Troppo tardi riconoscono che non Kedor, ma Abramo, arriva cavalcando. Non possono più fuggire, e presto stanno dinanzi a lui come un gregge terrorizzato.

18.         “Chi vi ha ordinato di rovinare la bella città nel fuoco?”. La possente voce di Abramo, adirata e seria, corre attraverso le file dei nemici. Nessuno risponde. Perfino ai giganti cadono le loro armi. “Ebbene, mi rispondete?”. Nessuno si fa avanti. L’alta figura regale, la dignità, la nobile ira, ha spezzato ogni insensato coraggio. Allora i giovinetti afferrano quel comandante che, con le proprie mani, ha ucciso quasi tutti i bambini di Rama e si è dilettato nelle loro spaventose sofferenze. Bianco come un lenzuolo, ora sta dinanzi ad Abramo.

19.         “Chi sei tu?”. – “Uno come tanti”, risponde impertinente il filisteo. Un ‘giovinetto’ [è un angelo] lo lega a un palo, prima che egli se ne renda conto. “In Rama tu hai ucciso centocinquanta bambini; e non solo questo, li hai crudelmente tormentati. Ti succeda come a loro!”. Dal terreno escono dei vermi che strisciano dalle piante dei piedi lentamente su, fino al filisteo. Si attaccano succhiando e cominciano a rodere pelle e carne fino alle ossa. Le bande vogliono fuggire, ma il giovinetto lega rapidamente anche loro. Sgomento li assale, fino allo svenimento, quando sentono le grida di terrore dei legati. Perfino i prodi servitori di Abramo voltano lo sguardo, sebbene si siano fatti onore abbattendo con le armi la maggior parte dei nemici.

20.         Abramo guarda la sua spada. Non voleva egli che con questa non fosse versato sangue? Nemmeno quello dei nemici? Allora si portano molti bambini morti. Alla vista degli uccisi il suo sangue ribolle violentemente. “Ho giurato a Dio,e lascio a Lui la vendetta. Ma voglio subire io stesso la mano vendicativa di Dio se il dolore di questi fanciulli resterà non vendicato! Signore, esercita la Tua vendetta!”. – “La esercito Io”, tuona dal Cielo. “E nessuno di questi spiriti infernali Mi dovrà sfuggire! Va via, figlio Mio; non è bene che tu veda!”.

21.         Abramo si dirige a oriente, fuori di Rama. Si ferma su un’altura. Profondamente curvato, siede sul suo destriero. “Signore, ho commesso un’ingiustizia. Che cosa ho io da immischiarmi nella Tua vendetta e gettarmi nella Tua mano vendicativa? Ma come posso aver compassione per i nemici, quando commettono tali cose abominevoli? Come devo proteggere, se non posso nemmeno colpire? Dammi una cosa, Signore: se quei malvagi non sono da salvare secondo il corpo, aiuta almeno le loro povere anime a lasciarli trovare pace dopo la morte”.

22.         Allora un giovinetto dice: “Tu parli a nome di coloro per i quali l’assassinio era una gioia; ma non pensi agli assassinati”. – Il patriarca guarda in alto preoccupato: “Se tu potessi guardare nella mia anima, allora non lo avresti detto”. – “Io la vedo; ma i tuoi servitori non la vedono. Essi si stupiscono del tuo discorso”. Abramo sospira: – “Quanto male stanno le cose intorno a me, se già il mio esteriore fallisce”. – “No!”. Il giovinetto mette la sua mano sulla destra di Abramo. “Tu non hai dato nessun servitore nella mano vendicativa di Dio, hai dato solo te stesso per la liberazione degli assassinati. Il tuo potente cuore li ha portati in alto, dove non esiste nessun pianto e nessun lamento”. – “Sì, ma ho chiamato giù la vendetta di Dio, sebbene appartenga a Lui solamente. Egli è il Signore ed io il servitore, ma in più, un cattivo servitore…”. Le ultime parole, le dice a bassa voce per se stesso. “…Celeste! Tu devi ancora fare molti passi su questa Terra, dei quali solo l’ultimo rivelerà che cosa porta la fine della tua via. Cattivi servitori non vengono dal Cielo! Chi come te sente la Voce di Dio, puro discende e puro, sale; egli porta la Luce e riporta a Casa le anime. Ora però vai avanti, Kedor deve essere punito!”.

23.         “Ma non da me!”, esclama Abramo, il quale non ha compreso del tutto il discorso del giovinetto a causa della sua grande umiltà. – “Con la tua spada, che il Signore ha santificato”, dice il chiaro. – Sulla via che porta a Kedes, giungono in una piccola località, più tardi Hazor. Non è stata trovata dal nemico perché si trova discosta in una valle. Il principe viene incontro alla colonna armata con ogni genere di doni. Abramo è sorpreso, tanto più che il principe parla genuinamente caldeo.

24.         “Non ti meravigliare”, dice il principe Hummar-Karbo. “Tu sei figlio del re Tharah”. – “Come mi conosci?”, chiede Abramo. “Qui, in questa regione, non sono stato ancora. Sono sì già venuto nel paese montano Gilboa, dove ho trovato Fylola e …”. – “Fylola?”. Il principe Hummar-Karbo esclama con eccitazione. “Mia figlia scomparsa, che io piango da lungo tempo come morta?”. Agitato al massimo, Abramo guarda il principe di Hazor. Se questa dovesse essere la verità, dovrebbe perdere la fanciulla, e lui ha amato Fylola come una figlia. Una frecciata gli attraversa il cuore.

25.         “Non esistono altre fanciulle, con lo stesso nome?”. – “Possibile; solo che non tutte guardano nelle stelle. Mia figlia ha il dono dell’interpretazione spirituale. E se lo ha pure la tua Fylola, che tu trovasti in Gilboa, allora quella è mia figlia, assai compianta. Oh, Abramo, dimmelo! Solo se lei vive, se è rimasta la figlia buona e pura qual era!”.

26.         “Fammi sostare presso di te nella Pace di Dio”, dice Abramo. Profondamente commosso, il principe conduce l’alto ospite oltre la sua soglia, offre da mangiare a tutti abbondantemente e, per la gioia, distribuisce argento e oro, perché Fylola vive. La descrizione dimostra che lei è la figlia del principe. “Quindi, una caldea!”, esclama Abramo. “E noi pensavamo che lei fosse una povera figlia degli eviti. Ahimè, ora perdo la mia piccola gazzella, cosa che fa molto male al mio cuore. Quanto piangerà, Sarai”.

27.         Racconta la vita di Fylola presso di lui, della sua fedeltà e attaccamento, e dell’amore di Hebael. Elogia in particolare la sua cavalcata notturna piena di abnegazione. “Chi è Hebael?”, chiede la madre di Fylola, moglie del principe. “Egli è figlio di un consigliere di Ur per nascita, pari alla tua casa”. – “Da quando, lei vive presso di te?”. – “Quando comincerà l’inverno, si compirà il decimo anno che io l’ho trovata”. – “Allora è un anno che lei è andata in giro vagando nel deserto! O Dio, come hai protetto nostra figlia!”. Hummar-Karbo si china profondamente fino a terra.

28.         “Facci venire con te, Abramo, e andiamo a prendere Fylola. Se renderai libero Hebael, allora diventerà nostro figlio, nell’amore”. Dagli occhi di Abramo sfugge una lacrima. Mai dimenticherà ciò che la fanciulla ha compiuto in quella notte spaventosa. Egli stesso senza figli, voleva riconoscere Fylola ed Hebael come tali. Ora deve perderli? Hummar-Karbo vede la lacrima. Commosso stringe Abramo a sé. “Io, come caldeo, dipendo dalla tua casa; tu sei il re. Se vuoi, allora tieni Fylola, tu l’hai salvata. Soltanto, lascia che noi rivediamo nostra figlia”. Abramo si rinfranca. Nessun principe deve affermare che il suo re agisce meno di lui stesso. Allora s’intromette il secondo giovinetto principale.

29.         “Hummar-Karbo, io ho qualcosa da dirti”. Fin dall’inizio il principe ha osservato con ammirazione in segreto, i chiari. Fylola saprebbe subito da quale paese essi provengono. Lui sospetta solo che la Terra non può essere il loro suolo natio. “Parla”, dice perciò, riverente. “Il linguaggio del Cielo, infatti, è il più delizioso”. – “Se lo riconosci”, risponde il giovane, “l’amore avrà pace presso di voi.

30.         Preparati, e anche la tua casa. Il Signore prepara un altro luogo, dove dovrete dimorare. Abramo edificherà la città vicino al suo paese, e fonderà il luogo per Hebael tra voi. Ora andiamo avanti, servitori e animali si sono fortificati; dobbiamo battere Kedor-Laomor e il suo seguito. Quando però ritorneremo, dovrai essere pronto ad accoglierci e a venire con noi”. – “Giovinetto!”, Abramo stringe il giovane al cuore. “Se tu provenissi da questa Terra, dovresti essere figlio mio, prima di tutti i miei averi!”. – “Io sono fratello tuo”, risponde il giovane raggiante. “Soltanto, non lo comprendi ancora. Ora però badiamo alla cosa più urgente; perciò, dà il segnale di partenza”.

31.         Il capo supremo Enoseth riceve l’ordine di adunata. “Io e i miei uomini veniamo con voi!”. Hummar-Karbo si alza veloce. “Lascia indietro una parte dei valorosi; anche le tue donne hanno bisogno del loro aiuto; esse, infatti, non possono preparare i carri per la partenza”, consiglia Abramo. “Così sia!”. In beve, tempo il principe di Hazor ha ordinato tutto bene.

32.         “Abramo, tu sei il re; posso io, essere per te un fratello?”. Hummar cavalca a passo misurato accanto a lui. – “D’accordo!”. Il patriarca stringe affettuoso la destra del principe. – “Sai”, il principe continua il discorso, “io conosco la regione in lungo e in largo, e le vie che ci porteranno rapidamente verso nord”. – “Se non ci fossero i giovani”, dice Abramo. “Tuttavia la tua volontà per me è già l’azione; e io ti ringrazio di tutto cuore. Lascia però cavalcare davanti a noi i due giovani principali, e loro ci guideranno su vie che tu ancora non conosci”.

33.         “Credi che siano ‘altri’?”. L’interrogante accenna di nascosto al Cielo. – Il signore di Dio, serio, fa un cenno col capo. “Sì, essi sono i servitori dell’Altissimo. Alla mia domanda a questo riguardo, infatti, il Signore disse: ‘Non devo Io mandare ad uno dei Miei figli, i suoi fratelli?’, Karbo, lo comprendi?”. – “Hm, non lo so”. Il principe getta uno sguardo indagatore ad Abramo. “Fylola lo riconoscerebbe subito; lei lo vede dalle stelle”. – “Io riconosco bene che stiamo sotto i Raggi”, risponde Abramo, “ma non credo in un Potere diretto. Come si può dunque leggere una tale Verità nelle stelle?”.

34.         “Anch’io lo mettevo in dubbio. Fylola, però, già dalla tenera età sapeva di molte cose che stavano per accadere. E ha sempre avuto ragione. Ma come lo facesse però, non lo poteva mai spiegare precisamente. Io penso che le stelle non abbiano un solido influsso su di noi, altrimenti da uomini liberi saremmo consegnati alle loro forze”. Un giovane dalla prima fila guida il suo cavallo al fianco di Abramo. Questi gli domanda subito:

35.         “Caro giovane, è importante per noi conoscere la verità su una grave domanda. Tu puoi certamente aiutarci”.– “Puoi aver ragione”, risponde affabile il giovane. “Ma il tuo spirito è potente, e la tua età venerabile pretende che io mi faccia istruire da te, e non tu da me”. – “Vuoi nasconderti dietro questa parola?”. Hummar-Karbo dubita a un tratto dell’origine dei giovani. – “Neanche per idea”. Il giovane continua a parlare affabilmente. “Mantengo solo il rapporto del diritto. Abramo, nello spirito, è più vecchio di me. Tuttavia rispondo volentieri, perché uno spirito – accolta la vita terrena – impara a vedere solo a poco a poco, anche se, inviolata, porta in sé la Luce. In generale, lo sguardo retrospettivo e precorritore è nascosto all’esterno della Terra; e questo, per amor dell’alta Grazia.

36.         Riguardo però alle stelle, esse non esercitano nessuna forza come corpi spaziali e mondiali. Ciononostante esistono raggi che operano del bene e anche del male. E chi li risveglia dalla propria anima demoniaca, chi scatena le forze, costui non si stupisca se gli capita una disgrazia. Finché l’uomo vive nel principio dell’Ordine, ogni forza agirà per la benedizione. Ma ogni disgrazia degli uomini attirata dalla Terra, li condannerà solo corporalmente.

37.         Tuttavia l’anima demoniaca, che si mette contro il libero diritto e la verità, contro Dio e l’Amore, piuttosto scatena le Leggi cosmiche. Un uomo che pecca contro di questi, è anche colpito dal raggio della stella donante. Ma chi le osserva, sta nella Luce di benedizione dello stesso raggio. Non la stella, solo gli esseri celesti su di essa dimoranti, mantengono in custodia il grandioso Ordine della Creazione di Dio.

38.         Esseri come la fanciulla, benedetta con la ‘vista’, non vedono le immagini nella stella, sol il loro spirito è collegato con i celestiali. Questo va meglio di notte, perché allora l’uomo si distacca maggiormente dal terreno. Fylola sente parlare gli esseri, solo che lei stessa non lo percepisce chiaramente. È anche sufficiente la sua fede nelle stelle, perché lei guarda solo per gli altri, che il suo cuore serve, sollevando. Per essi, lei vorrebbe eliminare ogni disagio, e quest’incondizionato servizio d’amore le apre letteralmente la via nello spazio della Luce pura.

39.         Lei sapeva, Abramo, di essere figlia di un principe della Caldea. Non l’ha mai rivelato, perché voleva servire te e Sarai; poiché vicino alla morte, tu l’hai avvolta con caldo amore nel tuo mantello e portata a casa, stretta al tuo cuore per molti giorni. Così è rimasta volentieri l’ancella. Puoi aspettarti un amore più grande, da una figlia?”.

40.         Abramo è scosso. “Quanto mi hai aperto gli occhi! Grazie al Signore, perché ho potuto imparare da questa figliola. Solo che, come figlia di principe, lei non avrebbe dovuto servire”. – “Perché?”. Il giovane guarda con serietà Abramo. “Finora esisteva presso di te, per grande e piccolo, solo una giustizia fondamentale. Anche un figlio di un consigliere non era per te di più che un pastore, se entrambi servivano con buona diligenza e con giusta fedeltà. Ma la nobiltà di nascita si conferma solo quando uno d’alto lignaggio ne riveste il suo essere e il suo agire. Kedor-Laomor è re; eppure la corona da re giace nella polvere, perché egli è diventato un volgare assassino. A che gli serve dunque la sua dignitosa nascita? Io ti dico: essa è ora per lui perfino il proprio giudice!

41.         Hai mantenuto bene Fylola; la servitù non è stata a suo danno. I fiori e i piccoli animali le hanno dato solo gioia, e con canto e gioco lei vi ha rasserenato qualche ora. – Ogni uomo, questo vi sia ancora detto, se ama la meravigliosa Creazione di Dio, la onora e rispetta tutto ciò che da essa deriva, niente distrugge per avidità o intenzionalmente, e ha per lo meno il dono del sentimento che giace ancorato molto di più nello spazio di quanto suppongano gli uomini.

42.         Se il vostro interiore batte nella gioia, o con timore, allora vi colpisce quel Raggio che il vostro agire ha attirato. Corpi spaziali non hanno nessun influsso, né per il bene, tanto meno per il male, perché Dio nel Suo Amore aiuta ancora perdonando perfino il male. Ma gli esseri sulle stelle, puri e perciò con talento divino, percepiscono il contatto. Essi inviano il bene, per la fortificazione e per la gioia, il male – attirato da sé – come incondizionato aiuto. L’uomo, infatti, si rende conto del suo operare, solo quando il suo operare lo punisce”.

43.         “Ci accendi veramente una Luce celestiale!”. Abramo accosta il suo cavallo a quello del giovane, e lo abbraccia con affetto. “Al Signore sia la massima gratitudine per questo, ma anche a te, mio caro giovane amico. – Ora, ancora una domanda: alla fine hai detto che l’uomo punisce se stesso attraverso il cattivo agire. Finora ero dell’opinione che è il Signore a inviare la punizione. Anche i criminali di Rama, Egli li ha fatti punire da voi. Com’è da intendere questo?”.

44.         “Io sono curioso”, esclama Hummar-Karbo, “di come si scioglierà questo nodo anche per me irrisolvibile”. – “La soluzione è veramente facile”, sorride il chiaro. “Ogni azione, buona o cattiva, porta in sé la sua ricompensa; ma entrambi provengono dalla mano del Creatore. Con ogni Creazione, Egli ha collegato fin dal Principio la ‘santa Conseguenza del Suo operato’. Quindi, così, poiché fatto da Dio, anche l’agire dell’uomo, come di ogni spirito o essere, deve avere in questa conseguenza la sua radice e la sua meta finale.

45.         Se i criminali non avessero opposto resistenza al Cielo, allora non avremmo avuto bisogno di punirli. In questo, vedete: ogni azione ha la sua relativa conseguenza, che certamente può giungere all’effetto anche da mano diversa. Se Dio, secondo il Suo eterno alto Diritto punisce, assolutamente non è perché avrebbe Lui messo la punizione. Se lo avesse fatto, allora dapprima avrebbe dovuto anche essere sorta da Lui un’opera fin dal principio degna della punizione. Questo invece non esiste! Ma che Dio prenda spesso la punizione nelle Sue Mani, è una grande Grazia, poiché la Sua eterna Bontà diminuisce volentieri ogni punizione. Al contrario, Egli sa magnificamente accrescere la Ricompensa. Nessuno però deve fare del bene per amor della Ricompensa. Chi conta su questa, valuta falsamente!

46.         Tu, Abramo, sei prescelto ad essere padre di molti uomini. Già diverse punizioni sono passate dalla tua mano, di vario genere e anche di misura. Hai mai punito senza bisogno?”. – “No! E quanto malvolentieri io lo faccia, lo sa il Signore”, conferma Abramo. – “Hai volentieri ricompensato il più piccolo”, dice il giovane, “per stimolare e rafforzare il bene attraverso la ricompensa. Perfino ai pastori che ti fecero del male, alla fine, hai ancora rimesso la metà della loro punizione. Se ora tu agisci così, soltanto toccato dallo Spirito di Dio, quanto di più allora il Padre di noi tutti? Ma se la punizione non passa dalla Sua Mano, come potrebbe Egli mitigarla?

47.         Vi sia ancora svelato un Mistero: ogni azione, buona o cattiva, abbraccia unicamente il suo stesso campo! Dio punisce i peccati solo quattro volte; al contrario, dà mille volte la benedizione. La conseguenza di una cattiva azione, che non passi attraverso la Sua mano, porta anche non diminuita la piena punizione. Ma se Egli ha essa nella Sua mano, allora mischia nella punizione un millesimo di ciò che l’uomo ha fatto una volta di bene. E solo quando anche l’ultimo pezzettino di bene sarà stato speso, la mano di Dio non guiderà più la punizione. Ma allora – e questo è grave – tutta la punizione passerà attraverso l’ira e la Sua santità!”.

48.         Gli uomini tacciono, gli animali si arrampicano sbuffando faticosamente su una nuova catena di colline. La sera crepuscolare cala sul paese. “Amico”, chiede Abramo dopo una pausa, “il diluvio universale è passato attraverso l’adirata Santità di Dio?”. – “Sì; ma solo la Santità di Dio, la Sua Essenza, è pienamente vera, e perciò in Sé, Egli non è adirato. L’ira sorge dal fondamento dell’Ordine. Se voi siete spietati, allora ferite nello stesso modo l’Ordine, come se distruggeste deliberatamente qualcosa che è sorto dalla Legge fondamentale della vita, sia esso uomo, animale, pianta oppure perfino pietra.

49.         Se si fa a pezzi una pietra solo per frantumarla, allora si sospende il suo Ordine. Ma squadrandola per una qualsiasi costruzione, allora essa rimane nel suo Ordine; perché per questo essa è fatta. All’infuori di Noè e i suoi, non c’era un uomo nel cui libro della vita si sarebbe potuta trovare una buona parola. Perfino la Terra essi avevano devastato! Il paese era ricco, e in proporzione neanche in migliaia di anni i popoli avrebbero esaurito i beni. Eppure, la Terra non dava più niente.

50.         L’ira di Dio ha estirpato tutti i cattivi; ma la Santità li ha estirpati con l’acqua, attraverso la quale la Terra divenne di nuovo fertile, di nuovo piena di doni. Se Egli però dovesse un giorno estirpare col fuoco oppure con la forza di elementi superiori, perfino dopo migliaia di anni non si guadagnerebbe più niente”. – “Allora il diluvio è stato davvero uno straripamento di benedizione”, dice il principe assorto in pensieri. – “Lo è stato! Non per ultimo, per gli estirpati. Strappati così, infatti, essi non avrebbero potuto rendere la misura cattiva più colma di quanto già non fosse. Il Signore li ha preservati dalla loro ultima morte dell’anima attraverso la morte sulla Terra!”.

51.         “Ancora una cosa, prima che della sosta”, prega Abramo, che guarda intorno agli uomini stanchi e agli animali sbuffanti. “Hai parlato anche della distruzione degli animali come avverso Ordine contro la Legge della Vita. Ebbene, vedi, noi macelliamo gli animali per vivere. Questo è sicuramente interesse personale. Ma se non ne macellassimo, allora le greggi aumenterebbero, finché non rimarrebbe neanche un filo d’erba per ogni agnello. La Terra non produrrebbe abbastanza da nutrirli”.

52.         “Pensi tu?”. Uno sguardo insolito fa rabbrividire Abramo. – “Ho chiesto in maniera non soddisfacente?”, egli riconosce con timore. – “Assolutamente no”. Il giovane accarezza la mano di Abramo che tiene la briglia. “Ricorda una cosa: se DIO è il Creatore, allora avrà ben la Sua Legge, il giusto risarcimento. Questo ti sia chiaro: se nessuno mangiasse gli animali, essi non si moltiplicherebbero più com’è utile al Creatore.

53.         L’uomo però ha ricevuto la Legge di Grazia che può uccidere degli animali soltanto per calmare la sua fame, e sarebbe bene che osservasse anche l’assoluta misura. Proprio in questo il più piccolo eccesso è male, e distrugge la Legge fondamentale della Vita, sotto la quale l’animale vive pacificamente. Se tu uccidi un animale per amor del godimento, allora tu pecchi. Se lo fai per nutrire te e i tuoi, allora l’animale ha adempiuto la sua vita e la Legge rimane inviolata. Scuse umane però, non risolvono il conflitto tra dare e avere.

54.         Voi potete mangiare animali ben preparati, ma non per un senso di benessere del godimento. Questo, infatti, è un’aggiunta malvagia che l’inferno mescola nella parte animica dell’uomo. Esiste anche un godimento giustificato, quando qualcuno, mediante il buon cibo, sente con riconoscenza il suo satollamento, non ultimo anche quando la bellezza della natura entusiasma l’anima, oppure una dolce canzone e un delicato suono di arpa dilettano il cuore”.

55.         “Anche nel Cielo voi mangiate animali?”, domanda Hummar-Karbo ingenuamente. Abramo, imbarazzato, gli dà un colpo nel fianco. Il giovane sorride, ed è un mormorio argentato, tale, che gli uomini non hanno ancora mai sentito ridere in modo così lieto. “No, tu, buono; nel Cielo non si mangiano animali. Alla tua domanda però, che è rimasta bloccata in gola a causa del delicato colpo nel fianco, su che cosa noi mangiamo veramente, poiché dopo tutto dobbiamo pur vivere, io voglio ancora rispondere. Allora cavalchiamo giù nella valle”, egli indica avanti, poiché hanno superato l’altura, “e là accampiamoci per la notte. Domani piomberemo su Kedor-Laomor.

56.         Quindi, caro amico, noi viviamo come voi uomini sulla Terra, soltanto – in modo del tutto diverso! Noi mangiamo pane e frutti e beviamo vino e l’Amore di Dio. E se vuoi sapere che cosa sia per noi l’Amore, allora presta attenzione: la Volontà di Dio, che noi onoriamo e seguiamo altamente in ogni tempo!”.

57.         La valle presenta in un perimetro molto ramificato delle grotte asciutte e un campo, tali, che non si potrebbe desiderare di meglio. Un largo ruscello montano scorre attraverso il pascolo che è pieno di succulenta erba da pastura. Presto gli animali alleggeriti sono abbeverati e cercano il loro foraggio. Nelle grotte si accendono i fuochi e si prepara la cena. Per il sonno, ognuno si stende per terra tranquillamente, perfino Abramo; egli nota come diversi giovani fanno la guardia sulle creste dei monti. Allora sa che lui e i suoi uomini, sono sotto la buona protezione di Dio.

 

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Cap. 7

 

Re Kedor-Laomor in Kedes – Nani, giganti e filistei

Il primo incontro nella battaglia del re – Il principe della città di Dan diventa credente

1.              Il grande accampamento di Kedor-Laomor si trova al di fuori Kedes, e lui stesso, insieme ai suoi comandanti, sta nella città. Il re cerca invano di impedire il caos che si sta creando. I giganti non sono i peggiori tra la schiera radunata, ma peggio di tutti agiscono gli elamiti, spesso secondo il proprio criterio. E poiché Kedor lascia loro molta libertà, su di lui sta il fardello del crimine.

2.              La ferocia dell’orda di Basan è la sua colpa principale. I selvaggi, domati dalla natura – vivono in paludi, i cui aliti velenosi spesso irrompenti li hanno confinati finora nei loro luoghi – sono stati scatenati solo da Kedor-Laomor. Ora essi vedono gli uomini che appaiono loro come dei, così belli, grandi e intelligenti; e la loro naturale sensazione gli suggerisce che cosa essi stessi potrebbero diventare, se il paese di quegli uomini dei, appartenesse a loro. La loro legge istintiva, infatti, è: il tuo-è-mio. C’è da stupirsi se – liberi da vincoli – si precipitano ora su tutto ciò che capita loro tra le mani? Kedor, che essi temono in segreto, non ha forse promesso che non avrebbero avuto bisogno di ritornare nella loro palude, e che avrebbero dovuto ricevere un paese molto ricco? E loro, di corporatura miserabile, piegati dalla gotta, eppur tenaci, non sarebbero anche diventati un giorno uomini così belli e intelligenti?

3.              Ora infieriscono ancor peggio che i filistei in Rama. Agli abitanti di Kedes era stata promessa protezione e libertà, se si fossero arresi. Davanti alla superiorità, al principe di Kedes non rimaneva altro che credere alla parola del re. Ora lui già non vive più. Molti sono fuggiti verso sud; si è sentito che là risiede un re buono che possiede un grande potere.

4.              È mattino presto. Kedor è seduto presso una buona bevanda. Ecco che si precipita dentro un capo della città. La sua veste è lacerata, e sangue cola da uno squarcio alla coscia. Solo a fatica si tiene in piedi. Arranca verso Kedor. “Re”, esclama in furibonda disperazione serrando i pugni, “ci hai promesso aiuto, e che non sarebbe capitato nessun danno. Il nostro principe è morto!”. Il re si alza con calma. “Chi ha ucciso il principe?”. – “Chi? Lo domandi ancora? Ah, ti capisco! Hai fatto facili promesse, poiché non te ne importa se le ‘bestie’ di Basan ci distruggeranno. Essi depredano la nostra proprietà, quasi tutti sono già morti; e nel cadavere del nostro principe puoi vedere ‘come’ sono morti! Io lo volevo proteggere, ma ho dovuto fuggire. Proteggimi; oppure sei un traditore, come la Terra finora non poteva conoscerne uno più grande!”.

5.              A un segno della mano del capo, quattro uomini, anch’essi feriti, portano su una barella, attraverso la quale gocciola del sangue lasciando tracce, qualcosa di cui non si intravede nulla di intero. Kedor volge lo sguardo altrove, perché si pone di fronte a lui come una minaccia alla mutilazione. Due capitani sferzano gli uomini con il carico sanguinante, due altri afferrano il superiore della città. “Tu? Non abbiamo nessuna voglia di fermarci a causa vostra! Hai disturbato il pasto del nostro re, e questo è punibile; ti consegniamo alle bestie, come chiami i nostri alleati”. – “Alleati? Quei selvaggi di Basan? Mi si diceva che il vostro re avesse un Dio buono. Lo pensava anche il principe, e per questa ragione ha creduto alle parole del re. Io però vedo che siete demoni, alleati con animali feroci. Siete tutti traditori!”.

6.              Un capitano lo percuote duramente con una frusta sulle ferite del capo. Lui crolla senza emettere un suono. Viene trascinato in un angolo. Impassibile, Kedor sta a guardare. Dio? Al Quale serve il re di Ur? Mai egli Lo ha visto. E senza poter regnare, essere sempre attento al benefico agire per gli altri, così si è un re?! Ah, voglia regnare il Dio di Tharah nel regno dei caldei, lui – Kedor – non ha nulla in contrario. Lui però vuole avere la sua libertà d’azione! Certo, gli uomini di Basan sono ripugnanti anche per lui. E se avrà nelle mani la ricchezza di Abramo, che secondo quanto si conosca, è più grande di quella del Faraone, caccerà i selvaggi di nuovo nella loro palude; oppure – è meglio che siano uccisi. Perché una volta accesa la loro voracità, essi non rimarranno più nella palude e si dovrà sempre fare i conti con le loro aggressioni. Ebbene, per questo c’è tempo; se soltanto gli sarà consegnato il patriarca.

7.              Ordina di mettersi in marcia già oggi verso sud, quando ansimante arriva un uomo, un elamita, senza annuncio e inchino, come li pretende Kedor. “Re, perdona che m’introduco così, ma”, si blocca, “i giganti insieme ai filistei sono stati battuti in Rama; nemmeno uno dovrebbe essere più in vita!”. – “Impossibile!”, Kedor stende le due mani in segno di rifiuto. I capitani si raccolgono ridendo in maniera sprezzante intorno all’uomo. “Chi era lo stregone?”, domanda uno. “Chi?”. Il portatore del messaggio guarda beffardo l’interrogante. “Così domanda un comandante?”. – “Se tu non fossi un elamita”, minaccia costui adirato, “ora avresti ricevuto il colpo mortale. Solo perché il re ha bisogno del tuo messaggio, la mia spada rimane nel fodero. Ma…c’incontreremo di nuovo!”.

8.              “Possibile”, replica il messaggero a sangue freddo. “Tuttavia se non lo indovinate, allora lo riferirò solo nell’orecchio del re”. – “Sì!”. Kedor lo trascina svelto da parte. “Dimmelo!”, sussurra agitato. L’uomo china la sua bocca all’orecchio di Kedor. “Abramo”. Subito Kedor indietreggia spaventato. Nell’ultimo tempo troppe cose sono accadute; egli si riconosce che anni fa il suo dominio era buono, quando serviva ancora il Dio dei caldei. Perfino la fede non ha perduto, ma ora ci sono ben pochi elamiti che sono rimasti fedeli. Kedor leva la sua spada schiumante di rabbia. “Questa menzogna me la devi pagare!”. Prima però che possa colpire, l’uomo è fuggito.

9.              “Io lo conosco”, esclama adirato il comandante, “e lo consegnerò a te, e alla tua spada, mio re!”. – “Bene, così! Ha mentito, è stato Abramo”. – “Abramo?”. Non proprio con coraggio riecheggia il nome. “Sì, Abramo”, fa eco il messaggero dalla porta. Non si erano accorti che egli stava ancora là, nelle pieghe della tenda. “Lui arriva con dieci volte mille guerrieri!”. Invano si salta avanti, il messaggero è scomparso.

10.         “Diecimila?”. Kedor va avanti e indietro nervosamente. “Quale menzogna!”. Uno di loro serra i pugni. “Ed io ti dico, mio re: se hai vinto questa battaglia, allora fa’ piazza pulita di quelli che tengono alla fede traditrice dei caldei. Essi minano il nostro popolo e stanno in alleanza con il patriarca! Perché se fosse vero quello che ha riferito il traditore, allora, soltanto uno tra questa gentaglia, ha riportato la tua questione ad Abramo. Siccome egli è in amicizia con il Faraone, un esercito egiziano sta dietro di lui. Da dove altrimenti prenderebbe diecimila guerrieri? I pochi servitori che ha? Potranno essere cinquecento! Noi però stiamo qui, senza gli alleati, con più di tremila uomini valorosi”.

11.         “Anche il principe degli amorrei deve essersi alleato con Abramo, il quale ha compensato con oro il suo boschetto. Ma se Mamre è venuto con lui, allora anche i suoi fratelli Eskol e Aners, i quali dispongono di uomini valorosi”. Il comandante Zolahu lo dice tranquillo. “Parli in favore del patriarca?”. Kedor afferra con ira Zolahu. “No! Dico soltanto ciò che è da considerare”. Quel comandante che ha abbattuto il capo della città, di nome Uczbas, istiga il re. “Zolahu è uno dei traditori che, a causa della fede hanno giurato fedeltà ai caldei”. Zolahu guarda in faccia al suo nemico. “Costui è un cattivo aiutante, che prima di una grande battaglia manda in rovina i più valorosi!”. Lo dice e abbandona la sala del potere.

12.         “Non ha torto”, osserva il re. “Ciononostante dirigerò già i miei occhi agli amici dei caldei. Ora ci raduneremo a nord-est sulla terra incolta. Non va bene rimanere in città. Riduci in cenere Kedes come sbarramento per i nemici”. Presto, fumo e fiamme scoppiettanti annunciano lontano il disastro di una bella città.

 

13.         Alla diramazione nord della catena collinare di Sebulon, Abramo si ferma per radunare i suoi. Essi vedono bruciare Kedes. Un giovane capo, che dall’ultimo accampamento cavalca in testa, osserva pressoché con occhio tranquillo il triste spettacolo. Questo stupisce Abramo. Guardando la sua spada, domanda nel cuore: “Signore, non mi hai comandato di proteggere la gente che Kedor distrugge contro ogni diritto? Ora arrivo già alla seconda città distrutta – troppo tardi”.

14.         “Abramo”, si gira indietro il giovinetto, “non arrivi troppo tardi”. Confuso, perché il suo pensiero è stato letto attentamente, risponde: “Kedes brucia; qui non c’è più nulla da salvare”. – “Certamente! Sai tu perché ora succede questo?”. – “No, non me lo posso nemmeno immaginare; questo contrasta l’incarico di Dio”. – “Poiché il tuo cuore si ribella nella compassione, il tuo discorso è buono, sebbene non giusto. In Kedes, la ricca città, l’orgoglio stava oltre ogni legge fondamentale dell’amore. Non hai mai sentito che là spesso scoppiavano gravi malattie, di cui molta gente è morta?”.

15.         “Ho sentito di questo”, risponde Abramo. “Da un pezzo avrei indagato su questo male e avrei convogliato le acque oltre Kies, per purificarle”. – “Hai colpito nel segno. L’acqua è inquinata da esalazioni velenose. Perciò gli altezzosi sedevano al posto giusto, dove il Signore, ha fatto abbassare loro la cresta. Con gli incendi il suolo è ora purificato. Tu dovrai edificare una nuova Kedes e darla al principe Hummar-Karbo, che a te sta in buona alleanza di fede. La sua residenza sia però, a sud nella città di Endor, vicino al lago Kinnereth, e fin là giunga il suo territorio. Da Endor fino a Thirza dà il paese a Hebael e Fylola, e costruisci per loro una piccola città presso Thirza che tu chiamerai Abel-Mehola. Da lì fino a Ebron dovrai regnare come un principe, ma come re su tutto il paese. E i principi ti siano sottomessi.

16.         Il buon paese a sud del Giordano, tolto a Kedor dopo lungo inseguimento, dallo agli alleati Mamre, Eskol ed Aners, i quali non ti devono essere sottomessi come re, salvo che lo facciano liberamente, il che procurerà loro la tua protezione regale”. Hummar-Karbo interrompe il giovane con grande gioia, nonostante il fuoco opprima anche lui.

17.         “O messaggero di Luce, quanto bene provvedi tu per noi! Io vorrei ringraziarti con qualcosa, ma non so con che cosa. Metto però subito la mia mano nella destra di Abramo, egli sia re su di me”. – “Anche su di noi”, esclamano Mamre, Eskol e Aners. Gli ebroniti, keniti ed etiti si uniscono rapidamente. “Bene”, dice il giovane, “fedeltà unita batte il nemico. Ma il tuo dono d’amore, Hummar, l’ho già ricevuto; io, infatti, vedo il tuo cuore. Non c’è bisogno di nessun altro dono.

18.         “Ora, però”, si rivolge di nuovo in avanti, mentre i ‘giovani’ ordinano tutte le file, senza che qualcuno lo noti, “attacchiamo la città. Kedor deve riconoscere che il suo fuoco non ci spaventa. Ci sono ancora dei sopravvissuti da salvare”. In corsa sfrenata avanzano giù, fin davanti alle mura crollanti. Grida e lamenti vanno loro incontro. Nessuno della schiera di Abramo domanda: domineremo le fiamme? Dove sono i contenitori, dove l’acqua, affinché si possa arrestare il fuoco? I chiari precedono, e davanti a loro il fuoco si spegne, il denso fumo si ritira, gli ultimi pezzi delle mura crollano senza arrecare danno.

19.         Kedor-Laomor vede dal suo posto, come all’orizzonte scompaiono i vapori di fumi. “Strano”, dice a Uczbas, nascondendo la sua mancanza di sicurezza. “L’incendio dovrebbe durare molte ore. Che cosa è mai successo?”. – “È difficile dirlo”, risponde Uczbas, altrettanto angosciato. “Forse quelli di Kedes hanno dominato il fuoco”. Zolahu, che rimane di proposito nelle vicinanze del re, dice calmo: “Una consolazione molto misera. In Kedes giacciono appena cento uomini morenti, incapaci di salvare se stessi dalle fiamme, per non parlare della città”.

20.         “Sai qualcosa di meglio?”, esclama pungente Uczbas. “No! Soltanto, che tengo la bocca chiusa se non posso affermare nessuna verità. Una menzogna non è un rimedio che guarisce la ferita”. – “Noi ci troveremo!”. Uczbas irritato solleva in alto la punta della sua spada. Zolahu sorride e mostra all’avversario una mano vuota. “Lasciate stare la vostra controversia!”. Kedor va avanti e indietro incollerito. “Dobbiamo ritirarci”. Segnali radunano il suo esercito, anche la gente selvaggia di Basan, che altrimenti si dispiegherebbe dappertutto, per distruggere ciò che a loro sembra degno di essere distrutto.

 

21.         Il giovane conduce Abramo e i capi nella casa della città, che in parte esiste ancora, mentre i servitori della spada, con gli alleati, perlustrano Kedes, e portano qui gli ultimi abitanti provenienti dalle macerie e dai nascondigli. Non c’è nessuno che sia in grado di camminare da solo. Nella casa della città trovano il capo che Uczbas ha battuto. Da lui si viene a sapere come Kedor ha agito non mantenendo la parola. Abramo è sinceramente indignato. Con rapidità sono aggiustati resti di mura per i feriti. Alcuni giovani restano indietro per proteggere il luogo.

22.         “Mettiamoci in marcia”, dice Abramo al ‘chiaro’; “la mia spada, infatti, brucia nella mano”. – “Essa può bruciare”, risponde questi. “Nemici che violano i confini, si devono respingere e farne degli amici. Ma coloro che infrangono il patto di fedeltà, si devono punire!”. – “Non ha Kedor avuto anche alleanze con parecchi re, dei quali alcuni sono caduti?”. Il primo di Abramo, Enoseth, lo domanda. “Patto di fedeltà?”. Il giovane guarda amabilmente il comandante. “Questo non è un patto che si basa sul potere e sull’oppressione. Abramo aveva stretto il patto di fedeltà con Kedor, per mezzo del quale sarebbe stata assicurata la pace. Ma Kedor l’ha rotto e si è incatenato i re alla spada. Le catene del potere però si spezzano; un filino di seta di vera fedeltà, invece dura in eterno!”. Poi esclama a tutti: “E ora seguite Abramo!”. Egli accosta il suo cavallo alla sinistra di questi, accanto a lui all’esterno si aggiunge entusiasta Enoseth. Alla destra cavalcano Hummar-Karbo, Mamre, Eskol, Aners, ai due lati ancora una fila di giovani e comandanti come particolarmente anche dei potenti servitori della spada. Ognuno vorrebbe essere in prima linea.

23.         Prima che Kedor sia nelle condizioni di abbracciare con lo sguardo il violento scontro e di schierare convenientemente i suoi uomini, Abramo penetra nel campo. È un lucente scintillio di armi, uno sbuffare di molti cavalli, così che egli guarda del tutto terrorizzato al vasto, profondo schieramento del patriarca. Quelli di Basan, ignorando totalmente chi venga loro incontro, corrono avanti come dannati. Essi vedono armi preziose, ricche vesti, stupendi animali, tutte cose che loro vorrebbero avere. Trascinati dai nani, corrono anche i giganti, e presto entrambi gli eserciti si scontrano. Non si viene però a nessuna vera e propria battaglia. La spada di Abramo incute spavento, e chi sta di fronte ad un giovane, è colto da brividi. I valorosi alleati, i servitori fedeli, penetrano in formazione a cuneo nelle file di Kedor. Senza volerlo, qualcuno si accascia al suolo, senza alzarsi di nuovo.

 

24.         Nella fuga irrefrenabile, con Kedor in testa, gli elamiti tornano indietro, al loro fianco i giganti e, dietro, quelli di Basan diventati inquieti, perché non hanno mai visto una cosa simile. Fino al tardo pomeriggio tutti si precipitano senza sosta verso nord, concentrandosi solo molto lontano, dietro Dan, dopo aver attraversato il ramo sud del fiume Pharphar. Uomini e animali sono esausti. Kedor spera che il fiume sia una buona barriera. Egli occupa, per quanto possibile, la riva sinistra; la schiera a cavallo di Abramo non ha quindi nessun campo d’attacco. Se, infatti, dovesse attraversare il fiume, sarebbe colpito dal sicuro e saldo luogo dell’avversario, tanto più che gli uomini di Basan sono buoni tiratori con le loro frecce avvelenate.

25.         Abramo insegue Kedor fino a Dan, non lasciandogli nessun respiro. In Dan occupa tutte le case e lascia riposare i suoi uomini. È pomeriggio presto. La gente gli viene incontro timorosa, profughi da Kedes riferiscono di atti di crudeltà. Ora però vedono che nessuno stende una mano anche solo verso il cibo, men di meno a una proprietà, allora viene su di loro gioia e fiducia. Il principe della città si sottomette subito, se per questo può avere la protezione del paese.

26.         “La dovrai avere. Ecco qui, il principe Hummar-Karbo diventerà principe del paese fin oltre Kedes, così il tuo territorio confinerà con il nostro protettorato. Mantieni la fedeltà, principe della città; noi manterremo la nostra alleanza!”. I cittadini di Dan portano ciò che è possibile offrire. Gli uomini sono rifocillati, gli animali sono accuditi, e preziosità si ammassano dinanzi ad Abramo. Egli accetta tutto e lo fa portare a Beth-El sotto buona scorta. Abramo non rifiuta doni spontanei.

27.         Il principe della città ha mandato in segreto, dietro i fuggitivi, un esperto, il quale ritorna prima di sera. Questi riferisce come Kedor si è radunato. “Io avrei un buon piano”, dice il principe di Dan. “Ti ascolto”, dice Abramo, sebbene la sua via sia già stabilita. “Kedor non seguirà sulla stessa via, ma duramente lungo la catena collinare. La sorgente del Pharphar a sud non si trova molto in alto, è facile superarla. Allora potrete penetrate da ovest nel campo aperto del fiume; mi stupirei, se Kedor avesse coperto il suo fianco destro”.

28.         “Non l’ha coperto”, dice il ‘giovane’ comandante. “Il tuo consiglio, principe della città, mondanamente è buono. Solamente, non si dovrebbe assalire alle spalle nessun nemico, nemmeno al fianco scoperto. Ma poiché gli uomini di Basan si battono solo con frecce avvelenate, sarebbe opportuno attaccare Kedor al fianco. Egli ha anche strappato il fianco al patto di fedeltà. Abramo però faccia secondo la sua volontà”. – “Se posso sapere che il piano sussisterà anche davanti al Signore, allora d’accordo. In questo modo si eviterà qualche versamento di sangue. Volevo sfondare al fianco, per confondere i nemici; ma attraverserò l’acqua con il grosso del mio esercito, sotto gli occhi di Kedor”.

29.         “Dividiamoci”, consiglia il ‘giovane’. “Io e i miei oltrepasseremo il fiume, lasciando premurosamente scaricare ai basaniti la loro intera riserva di frecce avvelenate nel Pharphar. Senza le frecce essi sono soltanto un branco di pecore che corre nel suo deserto con paura e sgomento. Solo tra alcuni secoli, quando saranno diventati una razza utilizzabile, una buona mano li guiderà alla libertà. Ma tu, Abramo, i tuoi alleati e servitori, mettetevi in marcia a sera, e radunatevi agli albori del giorno al fianco di Kedor”.

30.         Sommamente soddisfatto, Abramo ringrazia il Signore con una preghiera ad alta voce. Il principe della città ascolta sorpreso. “Con chi hai parlato, re Abramo? Io non vedo nessuno”. – “Parlo con DIO, il Quale ha creato tutto, ha dato la vita anche a te, e ha guidato qui i nostri passi, affinché tu trovassi la vera fede. Con gioia voglio insegnarti a riconoscere il Dio del Cielo e della Terra, dalle Sue mani procedono tutte le cose, che in esse prendono nuovamente la loro direzione. Ascolta”. Abramo parla del Dio meraviglioso, del santo Signore. Spiega la Creazione, la Vita, l’essere e la morte, l’andare e venire, il ‘da-dove e per-dove’ dell’uomo. In meno di un’ora, il principe di Dan è convinto e accetta l’insegnamento, e con lui l’intera città.

31.         “Vedi”, dice il ‘giovane’ ad Abramo, “come tu combatti battaglie con la Spada di Dio?”. – “Con la spada? Io penso di averlo fatto con la parola”. – “Molto giusto! Sappi però: la santa Parola di Vita di Dio è l’eterna vera spada a doppio taglio, come la tua. Chi la ascolta, deve decidersi. Il riconoscimento della Parola taglia a pezzi tutte le catene con le quali un’anima è legata alle cose terrene. Chi però ascolta la Parola e non vi si attiene, oppure diventa infedele come Kedor-Laomor, è colpito dall’altro taglio, perché la sua anima si è ‘distaccata’ da Dio, separata dalla Luce di ogni Vita; e chi è ‘staccato da Dio’, costui va lì nella sua fossa”.

32.         “Mi hai portato una santa conoscenza, amico proveniente dall’Alto, io m’inchino dinanzi a te”. Abramo sta per farlo, fedelmente toccato, lieto e beato. L’alto lo trattiene. “No! Abramo, noi siamo fratelli; e una parte dei giovani che io guido, sono figli tuoi. Chi è dalla Luce, s’inchina solo dinanzi a Dio! Ma con il nostro rispetto ci doniamo anche l’amore che abbiamo l’uno, verso l’altro”.

33.         “Tu l’hai certo completamente!”. Gli occhi di Abramo splendono. “Penso solo di non aver ancora nessun diritto di essere tuo fratello”. – “Perché no? Noi abbiamo un Padre!”. – “Questo è vero; ma il mio mondano sta ancora tra me e la tua Luce superiore”. – “Se non c’è altro di mezzo che il tuo mondano, Abramo, allora non c’è molto, poiché tu vivi sulla Terra a causa del Cielo, e non a causa della Terra”. – “Grazie, fratello, hai alleggerito il mio cuore e, riconoscente vado in battaglia. Dammi, ti prego, due dei giovani, affinché io non faccia un passo falso”.<

34.         “Tu? Un passo falso? O Abramo, da quando hai bisogno di una guida diversa da quella del tuo Dio solamente?”. – “Va bene”, risponde Abramo. “Il buon Padre però ha mandato te con una grande schiera; e da allora ho lasciato volentieri la guida a te e ai tuoi fratelli”. – “L’ha fatto la tua umiltà, e non siamo venuti a causa tua, perché tu non hai bisogno di tale guida. Ma anche il cuore di un servitore valoroso può vacillare se la superiorità delle forze è troppo grande. Noi siamo venuti solo per fortificare i tuoi e per mostrare a Kedor-Laomor che il suo calcolo mondano non va bene! – Ora, riposati; il tuo corpo è affaticato”. Il principe della città fa subito preparare un buon giaciglio, e Abramo sprofonda in un benefico sonno.

 

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Cap. 8

 

La ‘Battaglia delle frecce’ presso il Pharphar – L’esercito dei giovani bianchi

Abramo libera i prigionieri del Golan – La battaglia del cibo dei giovani

1.              L’estremo est del monte Ermon si orla di rosso. Le schiere di Kedor si radunano dopo una notte inquieta. Lungo il fiume stanno accovacciati gli uomini di Basan. Ognuno ha accanto a sé una faretra di frecce. A destra e a sinistra sono scaglionati i giganti, in mezzo gli elamiti di Kedor e gli alleati. Oggi il re desidera che Abramo non venga. Una sensazione gli dà da intendere la disgrazia. Allora un elamita grida:

2.              “Re, dall’altra parte, dall’angusta valle si riversa fuori qualcosa di bianco, devono essere i servitori di Abramo”. – “Da quando, costoro portano delle vesti bianche? Inoltre, ancora per la cavalcata e il combattimento?”.

3.              “Chi potrebbe essere, altrimenti? Tutt’intorno non c’è nessun principe che osi attaccarti. Sembra anche essere una grande schiera”. Kedor guarda attentamente. “Vedremo! Se si dirigeranno verso il fiume, allora sono loro. Ordinate a quelli di Basan di coprirli di frecce, quando saranno nel mezzo del fiume. L’acqua uccide; ieri abbiamo faticato molto per attraversarla. Quindi avranno da fare con loro stessi, e le nostre frecce potranno abbatterli facilmente”.

4.              Un ufficiale salta in avanti e si arresta immediatamente davanti a quelli di Basan, per sorvegliarli. Nel frattempo dall’altra parte il bianco si è molto esteso; sembra quasi non aver fine. Kedor è assai spaventato; da dove Abramo ha preso questi molti servitori che, in più, sembrano molto svegli? Egli cerca di infondere coraggio ai suoi. “Non ci spaventino questi pochi uomini”, esclama. “Rimanete in buon ordine, e diamo il benvenuto solo a quelli che giungono qua”.

5.              I ‘chiari’ sono arrivati al fiume Pharphar con una tranquilla cavalcata ed entrano nell’acqua senza un grido di battaglia. Kedor osserva completamente stordito che essi cavalchino come su terreno piano e – che nemmeno una singola freccia li colpisca. Tutte cadono nel fiume e vanno alla deriva danzando. Quelli di Basan non tremano, essi prendono la mira assai precisamente.

6.              Inquieti, si guardano soltanto alle spalle. Kedor s’infuria e li accusa di errori. Essi però, quali creature guastate, sono aggredite dalla paura davanti al loro demone, e credono che ora abbia tutto il potere. Chiamano lo spirito ‘Puthar’, ‘l’occhio della notte’. Divengono sempre più agitati, e quando l’ultima freccia abbandona la sua corda, anch’essi abbandonano il campo di battaglia, prima che Kedor se ne renda conto. Gli elamiti vorrebbero ucciderli, ma la maggior parte fugge, e spariscono nel loro territorio paludoso. Per loro la ‘battaglia delle frecce al Pharphar’ diventerà un mito, mito che dopo centinaia di anni genererà ancora paura.

7.              I giganti riempiono rapidamente i vuoti. Ridendo, essi pensano che sarebbe facile battere i giovani con le loro pesanti spade. Ecco che al loro fianco destro risuona un grido raccapricciante. Abramo è giunto molto vicino e la sua estesa linea si addossa sulla posizione di Kedor. Lo scompiglio è perfetto. Solo Zolahu vede completamente chiaro e definisce la continuazione della battaglia, una chiara pazzia. Egli però tace e cerca di guidare il suo pugno di uomini al fiume. Così Kedor non può sostenere che abbia ripiegato, mentre Uczbas e molti altri si cercano protezione.

8.              Egli giunge nelle vicinanze dei Chiari, i quali salgono il pendio del fiume, adesso però alla carica su cavalli veloci, con sfolgoranti, malleabili e sottili spade. Solo da vicino si nota che portano armature come nessun uomo ha ancora visto. Lì veramente non penetra nessuna freccia. Abramo ha quasi circondato i nemici con i suoi servitori e alleati. A molti cade di mano l’arma, e gli alleati di Kedor, perfino le gettano via. La maggior parte fugge a nord verso Damasco, Kedor con loro. Quelli però che si difendono disperatamente, sono sopraffatti. Molti, sono fatti prigionieri; e cavalli, carri, armi, preziosità – tutto cade nelle mani di Abramo.

9.              “Girati”, esclama un giovane comandante al patriarca, “e marcia verso il Golan. Prenditi uomini e averi, quello che Kedor ha rubato e ciò che gli appartiene. Io inizio l’inseguimento e porto Kedor-Laomor al Golan. Là la battaglia dovrà terminare, affinché i re si accordino in pace. Chi ha perduto, dovrà pagare la guerra, come vuole il vincitore. Tu sei un vincitore degno di stima; la tua misura sarà giusta”.

10.         Dei corni risuonano sul paese. Si radunano Abramo e i prigionieri. Tra questi, c’è anche Zolahu con il suo pugno di uomini. Egli non ha bisogno di arrendersi, ma si è visto all’improvviso circondato dai combattenti bianchi. Abramo si rallegra di rivederlo, lo conosce bene. “Devo tenerti come mio prigioniero”, dice a bassa voce, “affinché nessuno ti accusi che ti saresti arreso a me a causa della fede. Fatti incatenare fino al Golan”. – “Grazie, re Abramo, tu sei magnanimo. E se tieni per te dei prigionieri, allora prendi il pugno di uomini e anche me, affinché possiamo vivere nel tuo paese in ragione della nostra fede”. – “Non preoccuparti, vi salverò. Taci, però!”.

11.         I prigionieri sono ben sorvegliati, e a nessun viene fatto del male, però devono portare le catene. Abramo è ardentemente atteso nel Golan. La notizia della battaglia è corsa avanti rapidamente e ognuno dei prigionieri di quel luogo spera nella liberazione. In particolare, completamente immerso nel ringraziamento è Lot, come non mai, anche se ha sempre servito Dio; soltanto che il mondo gli stava più vicino del Signore. Le guardie elamite cominciano a tremare quando si divulga la notizia della completa disfatta di Kedor e che egli è inseguito fino a Damasco. I prigionieri del Golan all’improvviso sono trattati bene. Soprattutto a Lot si attribuisce tutto l’onore. Egli si volge altrove. Nonostante la sofferenza, non è ancora giunto del tutto nella mano di Dio; si ricorda di quelli che gli hanno fatto del male e vorrebbe indurre Abramo a una punizione esemplare.

12.         Il rivedersi però gli costa ancora lacrime. Abramo prende il figlio di suo fratello tra le braccia senza dir nulla. Ascolta i lamenti di Lot, si fa indicare quelli che hanno agito in modo disumano e separa la gente di Kedor dagli altri prigionieri. Eccetto Lot e la sua gente, nessuno dovrà andare in giro libero, finché non sarà notificata la pace. Al patriarca spetta molta ricchezza; Kedor aveva accumulato favolosi tesori.

13.         Birsa di Gomorra è stato ucciso. Abramo affida il suo giovane figlio provvisoriamente alla protezione di Lot. Bera di Sodoma propone ad Abramo un frettoloso patto, ma per adesso l’uomo di Dio non accetta. Dopo pochi giorni, i giovani portano Kedor legato insieme al resto degli uomini, come anche tutti gli averi. Abramo come prima ammenda pretende la decima dei beni trasportati, e che la sua schiera sia nutrita, finché si rimane nel Golan.

14.         Accade inoltre qualcosa di straordinario. I ‘chiari’ partecipano al pasto. Ma per quanto i cuochi portino, in un batter d’occhi tutti i tavoli sono vuoti. Abramo tira da parte con cautela ‘l’amico dall’Alto’. Guardando stupito ai giovani, dice: “Ascolta, caro fratello, io mi meraviglio quanto cibo voi mangiate”. – “Non ci concedi la nostra parte, per averti aiutato a vincere la battaglia?”. – “Non concedere…? Non vedi il mio cuore? Ma è solo perché voi – per l’appunto – non siete dalla Terra e mangiate tanto”. – “Noi non mangiamo, bensì, consumiamo!”. – “Come…?”. Abramo è sconcertato. “Tu pensi che mangiare e consumare siano la stessa cosa”. Sorride il giovane, affabilmente scherzando. “Terrenamente, sì, ma spiritualmente, no! Vedi, Kedor riempiva le sue sacche con beni a lui estranei, e diceva orgoglioso: ‘Ora venga ciò che vuole, io ho abbastanza nella mia casa!’. Egli così ha ferito il santo onore di Dio, perciò non gli deve restar nulla. Quello che noi, tuoi alleati e servitori consumiamo, è il tributo più giusto che egli possa pagare. Lo devi mettere in conto a lui, come anche la parte dei suoi tesori. Quello che fai con i suoi vassalli, è una faccenda tua.

15.         Ricordati, Abramo: il Cielo consuma ciò che il mondo si deruba in notorietà! Perciò ora non ci disturbare; noi stiamo facendo ordine”. Allora Abramo ride, anzi – è una sonora risata, come si sente raramente da lui. “In Verità”, dice, “mi piace molto questa battaglia celeste, mi ci sento a mio agio”. Egli raduna i suoi comandanti e i principi fedeli che hanno seguito il suo esempio e che non hanno ancora preso nulla dell’estraneo.

 

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Cap. 9

 

 

Una resa dei conti terrena e celeste – L’ultima decima

Alto insegnamento su uno spirito superiore

1.              Nel grande giardino fuori del Golan i servitori di Abramo conducono i re prigionieri; i giovani circondano il boschetto, affinché nessuno passi, eccetto che per andare alla residenza di Abramo, dove il recinto è aperto. Kedor-Laomor piega di mala voglia le sue ginocchia, sebbene comprenda che il diritto è dalla parte di Abramo. E i ‘chiari’ gli sono una spina nell’occhio. Sente chiaramente che la Terra non è la loro portatrice di vita. Nei dibattimenti egli fa perciò amare accuse sul fatto che Abramo stringa alleanza con poteri ultraterreni, e la sua vittoria non sarebbe così nessuna meraviglia.

2.              “Non ti devi stupire”, gli dice Abramo, “perché stai di fronte a dei combattenti di cui non sei all’altezza! Tu stesso li hai provocati!”. – “Io? Da quando il patriarca si serve di una menzogna?”. – Abramo alza la sua spada. “Tu hai mentito, Kedor! Hai rotto il nostro patto e hai strappato altri accordi con il tuo potere. Hai distrutto centinaia di villaggi, ucciso tutti gli uomini di Rama e ridotto in cenere Kedes. Hai perduto la guerra, il peso grava soltanto su di te. E poiché mi accusi di menzogna, non dovrai andartene contento. Che cosa ve ne pare”, domanda Abramo ai suoi consiglieri, “di che cosa ci è debitore, Kedor?”. Gli uomini entrano nel cerchio del giudizio, dove siedono Abramo e i giovani comandanti, mentre il perdente rimane fermo davanti alla corda. Per primo parla Hummar-Karbo.

3.              “Io sono libero da contesa e posso parlare in giustizia e verità. Ciò nonostante ho partecipato alla battaglia e ho visto quel che ha fatto in Elam. Molto danno è causato al paese. Kedor deve versare la decima dei suoi averi ad Abramo, senza i prigionieri, che tutti insieme appartengono al signore di Dio, e sui quali egli può disporre liberamente. Una decima appartiene a Mamre, Eskol e Aners; un’altra decima va a Kedes e a Rama. Per i luoghi distrutti deve rispondere Kedor. Io calcolo che per questo basteranno tre decime. I suoi alleati devono dare ad Abramo rispettivamente una decima, e quattro decime per tutti gli aggravi. Abramo può distribuire la valle del Giordano a levante secondo il suo diritto. I co-perdenti si possono rivalere su Kedor per compensare le loro perdite.

4.              L’elamita monta su tutte le furie. “Io non ti ho mai visto, Hummar-Karbo; ma il calcolo rivela il caldeo! Mi hai lasciato veramente una decima?”. Nell’ira aggiunge: “Non mi meraviglia, se il chiaro”, egli indica con paura mal celata al giovane che siede accanto ad Abramo, “divori anche l’ultima decima, dopo che lui e gli altri giovani non mi hanno lasciato né grano né vite, né olio né bestiame!”.

5.              “Hai ragione!”. Il giovane, la cui armatura scintilla d’argento e la cui spada non sta nel fodero, si avvicina alla corda. “Nemmeno questa decima ti dovrà avanzare, perché produci la luce della menzogna! Nascondi pure il tremito delle tue mani, ti dovrà ancora tremare il cuore: l’ultima decima appartiene al Cielo!”.

6.              Kedor-Laomor retrocede pallido a morte. Nonostante ciò grida fremente di collera: “Che se ne fa il Cielo, delle cose terrene? È triste per il vostro Dio, se ha bisogno dell’oro di questo mondo!”. Abramo sobbalza, meno adirato e più profondamente spaventato. “Elamita, ora hai peccato a morte! Guai a te! Povero figlio, hai gettato via da te la cosa più preziosa, l’Amore dell’Onnipotente! E ora osi ancora provocarLo?! Io stesso però, voglio presentarmi davanti a Dio, per pacificarti di nuovo con l’Altissimo”. Abramo afferra la mano del giovane:

7.              “Lascia stare l’ultima decima che mi spetta, la sacrificherò volentieri al Cielo, affinché il cuore del povero fratello non rimanga completamente senza averi!”. – “Abramo!”. Il giovane s’inchina profondamente. “Dio con te parlerà di questo. Ma sia! Così a Kedor-Laomor rimarrà l’ultimo seme; faccia in modo che gli serva per la costruzione di un buon terreno”. Kedor è completamente annichilito. Egli avverte precisamente che non le cose terrene, per le quali il signore di Dio combatte con il Cielo, valgono a favore suo, e che ora non lo aiuterà nessun altro, all’infuori di Abramo. Colpito, egli piega le sue ginocchia al circolo del tribunale. “Mi hai lasciato l’ultima decima; allora lasciami anche una città, affinché io mi costruisca nuovamente un rifugio”. Abramo stende già la mano verso Kedor. “Vuoi far pace? Anche con il mio Dio?”. – “Con il tuo Dio? Non lo so. Egli mi è estraneo”. Il patriarca abbassa lentamente la sua destra. “Non lo sai? Tu ti pieghi solo al vincitore, perché non ti rimane altro! Ebbene – ciò nondimeno: se cerchi di nuovo la Luce di Dio, allora in Ebron la porta per te è aperta. In questo caso entra! Adesso però sia la giusta sentenza che Hummar-Karbo, principe di Hazor ha emesso. Chi vuole altro, si faccia avanti!”.

 

8.              Nessuno si muove. Gli amici di Abramo sanno di quel che si tratta veramente, e che la decisione terrena è soltanto uno specchio. I nemici si devono arrendere. Dall’est del Giordano Mamre riceve la città e il paese di Ramoth-Gliead; Eskol viene stabilito in Bozra ed Esbon tocca ad Aners. Bera di Sodoma recupera il suo, di poco diminuito, e Gomorra rimane al ragazzo. Ciò che è rimasto del paese, è lasciato ai co-perdenti. Abramo domanda a Lot se voglia ancora andare con lui; ma Lot chiede il paese tra Ar-Moab e Beth-Haram in linea obliqua fino al mar dolce. I principi glielo concedono. Il caldeo provvede perché quel paese non sia ridotto troppo, affinché lui non esca contrariato dal circolo del tribunale. Eccetto però i re e quelli dall’Alto, Abramo conduce con sé, per il momento, tutti i prigionieri. Gli sconfitti ritornano a casa senza uomini.

9.              Abramo si mette in marcia con Hummar-Karbo verso Beth-El. Egli prega i suoi fedeli principi di accompagnarlo, mentre i suoi servitori portano i prigionieri a Ebron. Durante una sosta al Giordano è discusso il piano. La metà dei giovani rimane indietro per strada. Abramo si volta spesso verso di loro. Ora ne sente completamente la mancanza.

10.         “Fratello”, chiede lui al giovane, “dove sono i tuoi compagni? Essi mi mancano”. – “Come mai? La battaglia è terminata; per il tuo compito personale hai bisogno solo del Signore”. – “Questo è vero”, risponde Abramo. “Tu però vedi i miei pensieri e quindi saprai che essi mancano al mio cuore. Voglio entrare a Mamre con voi; e dovrete camminare davanti a me fino alla fiamma dell’altare. Non torneranno essi di nuovo?”.

11.         “No, fratello, sono tornati a casa; e noi altri li seguiremo presto. Intendo solo aiutare i tuoi servitori fino ad Ebron e aspettarti lì con alcuni della mia schiera. La nostra opera è compiuta”. – “Peccato!”. Abramo è seduto alla riva e segue l’acqua con lo sguardo. Non è la vita, come un fiume nel quale si riflettono Sole e nuvole, e che una volta scorre veloce, un’altra volta spinge pigramente le sue onde? – “Ho ancora una domanda”. – “Parla”, dice il giovane, “ti darò volentieri la risposta”.

12.         Abramo avvolge il suo braccio intorno alle spalle dell’altro. “Tu non hai permesso che io m’inchinassi dinanzi a te, e tu stesso ti sei inchinato profondamente dinanzi a me nel Golan; questa cosa mi tormenta”. – “Non hai bisogno di tormentarti”, dice il Chiaro affettuosamente. “Tu hai agito come si agisce nella Luce più alta, hai posto davanti alla giusta vendetta, la misericordia. Perciò mi sono inchinato e – perché il tuo agire, dovrà rimanere indimenticabili per gli uomini. Non tutti agiscono così, come agisci tu”.

13.         “Ahimè – mi manca ancora molto, altrimenti il Signore mi avrebbe già dato da lungo tempo un’erede. Io sono vecchio, e presto Sarai non potrà più partorire. Estranei prenderanno la mia ricchezza. Diventerà disgrazia, quello che ho accumulato per la benedizione. Io già pensavo che tu fossi il portatore del messaggio, che il Signore mi ha esaudito, perché hai chiamato alcuni giovinetti, figli miei. Non comprendo del tutto che cosa significhi questo. Ora, però, non potrebbe rimanere uno di loro presso di me, e anche sostituire sulla Terra il figlio mio?”.

14.         “Abramo, hai tu pazienza?”. – “Pa- zi- e- nza?”. Il patriarca lo pronuncia lentamente. “Io ho novant’anni e Sarai è presso gli ottanta. Da tanto tempo aspettiamo la Grazia di Dio!”. – “Davanti a Dio non conta il tempo che si aspetta, ma il docile cuore!”. Il ‘celeste’ lo dice quasi in tono severo. Lo sguardo di Abramo va avanti nelle lontananze della sera che incombe. “Il Padre vede se il mio cuore è docile, e se il mio pregare giace nelle coppe della pazienza e della speranza”.

15.         “Per quanto possibile sulla Terra, ti sei provato bene nella pazienza. Anzi, ancora di più: ti sei abbandonato con santa serietà a Dio. La Serietà è il Raggio del tuo spirito; e tutto quello che fai, procede sotto la sua essenza. Ricorda però, Abramo: l’uomo non potrà mai esplorare completamente il suo stesso cuore. E questo è bene! Ti meravigli? Vedi, i figli provenienti dal Cielo vengono volentieri sulla Terra per portare a Casa ciò che è perduto. Ma quello più perduto, la prima figlia di Dio, si tiene lontana da ogni guarigione. Al contrario, dove il maligno sa di distruggere, lì lascia andare tutta la potenza del suo inferno.

16.         Se un alto spirito sulla Terra può togliere da sé l’ultimo legame, riconoscendo nel modo più sublime la santa Opera di Misericordia, allora il maligno gli sussurra: ‘Tu l’hai raggiunto, tu stai sopra a tutti gli uomini. Tu sei puro, e vedi l’alta Luce dello Spirito!’. Sta attento: il maligno si serve dell’assoluta Verità, quando vuole abbattere la Verità! Non può egli far precipitare con più sicurezza l’alto spirito sulla Terra, che svelargli la Verità sul suo stato. Perciò l’uomo deve sforzarsi nell’umiltà di staccare la sua anima dal mondo. Nella conoscenza delle proprie manchevolezze ogni figlio della Luce rimane preservato dalla caduta. L’arroganza di questa Terra è allontanata dall’alto coraggio del Cielo. Chi si crede perfetto, è già caduto! Così la tua piccola manchevolezza è la tua migliore protezione. Chi invece cerca di nascondere davanti a Dio la sua insufficienza, non elimina il peccato.

17.         Se un alto spirito raggiunge la meta sulla Terra, allora egli, come uomo, è giunto alla fine della sua vita, e ha sacrificato il suo ‘libero dare’ all’Altissimo. Sacrifici esteriori valgono davanti al Signore soltanto qualcosa, se la fiamma del sacrificio ha il nutrimento proveniente dallo Spirito. Per quanto però concerne la pazienza, allora il Padre ti vuole ancora mettere alla prova. E uno dei giovani in bianco diventerà figlio tuo”.

18.         “Lo voglio credere con gioia”, Abramo s’inchina, “ma non faccio un segreto del mio cuore. Le leggi della natura, venute dalla mano di Dio, Egli non le revoca per mettermi alla prova nella pazienza. Il Signore conosce il mio animo; Egli sa che mi basta la Sua Grazia. Ma se non arriva presto un figlio, allora non lo vedrò più”. – “Aspetta!”. Affabile, con un dolce sorriso, il giovane aiuta Abramo ad alzarsi. “Andiamo a riposare”, dice, “e domani mattina ci separreremo. Ci rivedremo in Ebron”. Entrambi ritornano al campo.

 

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Cap. 10

 

Ritorno a cavallo di Abramo con il fedele alleato – Il campo reale e come striscia il sodomita – Il santo sommo sacerdote Melchisedec

La grotta della Nascita a Betlemme e il santo banchetto di Dio – La benedizione di Melchisedec agli uomini – Un padre ritrova la sua figliola perduta

1.              In Ebron tutti sono in piedi. Si attende il signore di Dio che ha battuto i re. La notizia arriva fino in Egitto, fin nella profonda Caldea, anzi fino in Persia. Dappertutto affluiscono ricchi forestieri parati con preziosi doni. Il Faraone invia quattro principi con il seguito. La maggior parte dei prigionieri che si sono comportati bene, sono stati sistemati dal giovane nel boschetto di Mamre; i ribelli sono finiti nella torre. Il giovane e la sua schiera bianca sono guardati con ammirazione; ci si avvicina a loro solo con un certo timore, sebbene siano la gentilezza e la bontà stesse. Ma da dove provengono? Alla curiosa domanda di un capo di Ebron vien data la risposta: “Noi veniamo dalle acque di Ulai”. – “Dove si trova?”, domanda l’uomo di Ebron. – “Molto lontano”, fa capire il giovane. “È difficile che vi arrivi un uomo. Chi lo vuole raggiungere, deve passare oltre l’ultima montagna e non deve voltarsi verso ciò che sprofonda dietro di lui”. Il capo comprende. Egli china profondamente la sua testa canuta davanti ai riccioli luminosi del giovane.

2.              Nel frattempo Abramo ha trovato nel modo migliore la sua residenza sotto la conduzione di Jubisat. Ora giunge con il suo seguito a Je-Ru sul grande Campo del Re (più tardi Betlemme). Là è fatta l’ultima sosta. Prima che il mattino successivo le stelle impallidiscano, vuole essere in Ebron. Il Sole è ancora alto abbastanza. Come si meraviglia Abramo, quando il sodomita gli viene incontro con un paio di superiori.

3.              Prima che il patriarca smonti dal suo cavallo bianco, Bera piega le due ginocchia. “Ascoltami, re Abramo”, egli esclama. “Fa’ in modo che io non mi sottometta invano. Voglio stringere un patto con te, patto che non infrangerò, come ha fatto Kedor”. Abramo, molto contento che Bera non abbia temuto la lunga via fino al Campo del Re, coglie un furtivo scintillio di diffidenza nello sguardo del sodomita.

4.              “Alzati”, dice egli tranquillo. “La sottomissione dei perdenti era opportuna nel Golan; adesso umilia il vincitore. Chi vuole stringere un vero patto, non ha bisogno di mettere il suo capo nella sabbia. Inoltre, questo campo a me è sacro, perché qui ho visto per la prima volta il Re, vale a dire il Creatore, quando ero sulla via per l’Egitto. Per questo ho chiamato il campo, ‘Campo del Re’. Precedimi a Ebron, domani ascolterò la tua parola”. – “Stringerai il patto con me?”, chiede Bera alzandosi. Il furtivo gioco degli occhi non sfugge al patriarca. Egli da’ il segnale di partenza; e, mentre vira di lato, dice serio e insistente:

5.              “Per mantenere la pace, stringo ogni patto, se il suo motivo è Giustizia e Verità”. – “Allora corro”, dice Bera, il quale non è completamente sicuro. Dipende questo dal campo? Se lo domanda, quando l’ha già lasciato alle spalle. Ahimè, il caldeo ha certamente una grande forza e un’ancora più grande ricchezza, ma – è un ingenuo! Il sodomita si volta con un sorriso di superiorità. Allora vede sul campo un chiaro splendore, splendore che il Sole non dà, poiché questo ha già le ali rosse della sera. Sgomento, forza avanti il suo cavallo, costernati, seguono i suoi cavalieri. Nessuno si guarda indietro. Solo in Ebron, Bera si scuote di dosso l’avvenimento. “Fata morgana”, dice ai suoi, “come avviene spesso nel deserto”. Accettano però l’ospitalità di Sarai; evitando in ogni modo i ‘chiari’.

6.              Bera ha visto bene. Sul campo del Re della Terra, si stende un campo di Luce. Abramo dice al suo seguito, dopo che Bera è andato via a cavallo. “Bera vuole ingannare. Il suo discorso non è applicabile alla pace, ma a un potere”. Il principe della città di Dan interviene: “Non stringere nessun patto con lui, ha lo sguardo maligno; io l’ho visto bene!”. Anche gli altri principi sono d’accordo. Abramo guarda in Alto, verso Oriente. Da lì un giorno venne la chiara Luce. Egli è con il suo cuore più presso quel santo avvenimento che presso ciò che al momento la Terra pretende da lui. Ciononostante risponde affabilmente: “Nella misura in cui prenderemo terrenamente l’offerta di Bera, voi fedeli avete ragione. Ma se lo legheremo al patto, non potrà fare ciò che vuole. E se lo infrangesse, sarebbe solo a suo danno. Per il suo bene il patto dovrà legargli le mani”. – “Lui cerca di ingannarti!”, lo contraddice Hummar-Karbo. – “Chissà cosa ha in mente”, aggiunge Mamre. “Niente di buono”, esclama Aners.

7.              “Quando s’incontra un leopardo”, osserva Abramo, “si può solo catturarlo oppure ucciderlo, se non si vuole essere sbranati. Chi conosce gli animali feroci sa che essi non raramente fanno sbagli nell’assalto, perché la loro avidità è la loro trappola. Anche Bera, travestito da agnello, vuol pascolare in mezzo al nostro gregge. La cattiva volontà è la sua corda al collo! Il patto però, lo dovrà cambiare”. – “Da una pantera non è mai uscito un agnello”, dice Eskol. – “Non l’animale del deserto, o amico. L’uomo però, può mutare il suo tenebroso costume, se riconosce Dio. Sul Campo del Re, diventato a me sacro, prometto al Signore che aiuterò Bera, anche se in segreto lui leverà l’arma contro di me. Non gli riuscirà. Dio è con noi”.

8.              Appena Abramo ha espresso questo, appare su di loro uno strano chiarore. Essi guardano in alto, meravigliati, e Abramo palpita di cuore. Verso Occidente divampa il rosso della sera, dall’Oriente s’innalza come un nuovo giorno. L’alto sfondo celeste è argento-blu, e in esso guizza un rapido Raggio di Luce, di cui nessuno conosce l’inizio, né può calcolare la fine. Appena un respiro più tardi, e dalla grotta sul margine del campo avanza una Figura maestosa, i cui Occhi, compenetrano ogni cuore. Il patriarca si piega a terra, Hummar-Karbo fa altrettanto; gli altri cadono uno dopo l’altro sulle ginocchia. Il principe di Dan, lanciando un timido sguardo su Abramo, il cui volto porta il riflesso della Luce, sussurra a Mamre: “A me cessa di battere il cuore; questo deve essere DIO!”. All’infuori di Abramo e Hummar-Karbo nessuno osa guardare l’Alto. Ciononostante, tutti sentono un’inesprimibile pace, e si schierano serrati dietro Abramo. L’Alto parla:

9.              “Abramo, sii benedetto, tu e la tua schiera, dal Creatore che ha creato il Firmamento. Loda l’Onnipotente. Egli ha deciso di mettere i nemici nella tua mano, poiché erano contro di Lui per distruggere gli uomini che, insieme a te, il Signore ha prescelto come base della Sua Rivelazione della Verità. Ma ben per te, che consegni a Dio i tuoi nemici! Hai agito giustamente. I vinti, infatti, non si devono umiliare in altro modo che quanto serve alla loro guarigione. Chi giace già a terra, non si getta ancora nella fossa! Il Signore non si adira di niente, di più che sulla crudeltà! Quindi, levati, Abramo, perché Io voglio celebrare con te e con i tuoi uomini, un banchetto di vittoria”.

10.         Abramo è incerto, su chi gli stia parlando. “Ti voglio servire, Signore, nell’Eternità. Fa’ preparare ai miei uomini il banchetto. Dimmi però: chi sei Tu, che stai così imponente dinanzi a me, e comunque parli di un Signore nel Cielo?”. – “Lo saprai”, sorride l’Alto ponendo la Mano sulla spalla di Abramo. “Il banchetto, infatti, è già pronto. SeguiteMi in quella grotta”. La Figura va avanti. Nessuno osa dire una parola, sebbene nella loro vita mai abbiano provato una forza e una quiete simile, come adesso su questo campo aperto.

11.         Presso la grotta, l’Alto dice: “Non entrare; questo è un luogo dove nessun uomo dovrà metter piede, fino al tempo di Dio sulla Terra”. Presto ne esce, e nelle Sue mani porta pane e vino. A ognuno presenta un dono, e in silenzio tutti consumano il pasto. Abramo si meraviglia sempre di più. Il suo cuore dice: è Dio! Il suo intelletto domanda: il Signore si è mai velato dinanzi a me? L’Alto sorride. “I tuoi pensieri sono gravosi, Abramo”. – “Signore”, dice questi, “può il mio cuore sentire diversamente dai miei sentimenti?”.

12.         “A te, Mi voglio rivelare. Io sono Melchisedec, il Re di Salem; non c’è Re al di fuori di Me! I re della Terra hanno ricevuto il feudo dalla Mia Mano, come anche tu”.– “Non ho mai sentito i nomi ‘Melchisedec’ e ‘Salem’”, risponde Abramo. “Ma ora mi sembra che li porti il mio spirito. Se Tu sei l’Eterno Re, allora a Te sacrificherò ciò che mi è toccato dalla battaglia”.

13.         “Mi è piaciuto quello che tu hai fatto; Io non sono solo il Re di tutti i re, ma anche l’eterno, vero sommo Sacerdote nel Cielo e sulla Terra. La tua decima dovrà essere il giusto dono per il Cielo”. – “Signore”, chiede timidamente Abramo. “Se Tu sei COLUI che io Ti ritengo, come puoi offrire al Cielo cose terrene?”. – “Non dà il Cielo, la Sua ‘più alta proprietà’ a questa Terra?”, gravemente domanda Melchisedec. – “O Signore, io so che vengono figli puri, per raccogliere spighe calpestate. Ma, il Sublime del Cielo è il SIGNORE! Come può sacrificarSi Egli stesso?”. – “Attraverso il Figlio! Questi, proprietà personale del Padre, è sacrificato per amor dell’Espiazione. Ma tutto ciò che tu Mi doni come decima, dovrai offrirlo ai poveri”.

14.         Abramo riconosce certamente la Luce proveniente dalla Parola, solo che non la può afferrare abbastanza chiaramente. “Ha dunque Dio, che finora ho riconosciuto come Unico, un Figlio? Allora esistono due Dei! Come può un Dio procedere da un altro, senza che l’unico Dio rimanga comunque un Figlio? Se L’Onnipotenza di Dio genera già da sé un ‘Dio Figlio’, o santo Melchisedec, a Quale, l’uomo deve essere obbediente? Io non posso servire due Signori, perfino se entrambi siedono insieme nel Governo!”.

15.         “Sì Abramo, nessuno deve servire due Signori, sia che entrambi dimorino nella stessa Casa, oppure no! Ma il Figlio dell’Altissimo è il Suo Amore, e non un secondo Dio, né nel potere né nell’aspetto. L’Amore, uno dei sette Spiriti del Creatore, è sacrificato per amor della Grazia. Non esiste un sacrificio invisibile! L’Amore di Dio sarà un giorno chiamato ‘Figlio’, il quale otterrà solo qui sulla Terra la forma del Sacrificio, come Figlio dell’Uomo! La fiamma ha consumato il tuo sacrificio esteriore; non lo ritroverai più da nessuna parte. Solo l’interiore rimarrà conservato come valore del Sacrificio! Così l’Amore un giorno, quando la Sua forma terrena sarà uccisa, salirà al Cielo! E quello che si rivelerà, si chiamerà Padre Eterno!!

16.         Tu dovrai dimostrare che il Supremo si fa sacrificare”. – “Io?”. Abramo è sorpreso. “Non ho nessun figlio, ma anche se fosse, che senso avrebbe donarmi un figlio che Dio mi toglierà di nuovo?”. – “Comprenderai il senso solo nel sacrificio”.

 

17.         Hummar-Karbo tira l’Alto per la Manica. “Signore, permetti che parli io?”. – “Parla, Hummar, il tuo cuore è completamente nella mano di Dio”. – “Ah, se lo dici TU, lo vorrei credere volentieri; solo che non sono ancora abbastanza puro. – Tu Ti chiami il Re altissimo, l’unico-vero Sacerdote che risiede in Salem. Questo è certamente un luogo meraviglioso! Posso sapere da quale stirpe Tu sei proceduto?”. Di nuovo, l’Alto sorride consolante, il che tranquillizza già in anticipo.

18.         “Figliolo”, affettuosamente avvolge il Suo braccio intorno alle spalle di Hummar. “A Salem si trova la Mia tenda e a Sion la Mia dimora (Salmo 76, 3). Io ho fatto divenire tutte le razze; ma Io stesso non sono proceduto da sangue alcuno. Senza padre, senza madre, senza inizio di giorni né fine di vita, Io sono il Re della Giustizia, di Salem, e Re della Pace”. (Ebr. 6, 20). Hummar-Karbo crolla in sé: “Signore, lasciami andare, Ti ho riconosciuto!”. Egli cerca di allontanarsi.

19.         Ma Melchisedec tiene stretto colui che è crollato. “IndicaMi il luogo dove potrai nasconderti da Me!”. – “Non esisterà da nessuna parte” (Salmo 139,9), sospira profondamente l’uomo. – “Questo ti opprime tanto?”. La Voce dell’Alto è un calore rassicurante. “Chi ha tale luogo come te, dovrebbe giubilare, e non sospirare. Non sei felice?”. Subito, Hummar alza lo sguardo.

20.         “Giubilare? Essere felice? Può esserlo, l’uomo peccatore, nella santa vicinanza di Dio?”. – “Ma, amico, Chi altro appiana i pesi se non Dio soltanto? Tuttavia, poiché il peccato ti opprime, allora voglio discuterlo con te. Vorresti essere sicuro che Io lo cancelli”. – “Sì, sì, lo vorrei! Ebbene, vedi, io ho …sì, che cosa ho io veramente? Non mi viene in mente nulla di cui dovrei parlare”. Hummar-Karbo guarda stranamente spaventato da uno all’altro. Abramo fa sentire la sua buona, lieta risata di cuore. Egli si rivolge a Dio:

21.         “Signore, posso aiutare io, il fratello mio?”. – “Certo!”. – E allora dice Abramo: “Quando le Mani di Dio ci cingono, allora lontano è il mondo con il suo peccato. Non scaccia il Sole ogni notte? Quando Melchisedec ti ha toccato, tu eri puro; e puri siamo noi dinanzi al volto di Dio, abbiamo addirittura ricevuto il Suo banchetto! Non andare a cercare le pieghe del tuo cuore ma metti questo, totalmente, nel Grembo di Dio”. – “O Abramo, aiutami a metterlo”, esclama Hummar. “Prima, infatti, io pensavo come sarebbe, se si potesse stare puri nella purezza di Dio. E contavo tutti i miei peccati. Ora che li volevo confessare, sono svaniti. Come avviene questo?”.

22.         “Te lo voglio dire IO”, dice Melchisedec. “La confessione con la bocca è certamente buona; ma dinanzi a Colui che esamina anche i reni, è sufficiente confessare i propri errori interiormente. Tu lo hai fatto con tutta l’anima. Hai dischiuso anche l’ultimo angolo del tuo cuore. Ora che vi è dentro la Mia Luce, cerchi inutilmente ciò che Io ho già perdonato”. – Hummar guarda nel benevolo volto di Dio. “E ci si può mettere così semplicemente nelle Tue mani, come ho fatto io accanto ad Abramo, quando è venuto nel mio rifugio?”.

23.         “Proprio così! L’Amore, infatti, consola tutti i figli. Chi si abbandona così, in Me ha trovato il PADRE”. – Il principe di Dan sussurra all’orecchio di Abramo: “Parla per noi tutti; vorremmo anche noi avere la benedizione”. – “Parla tu stesso, amico, il Padre lo preferisce”. Il Signore guarda affettuosamente gli uomini. Hummar adagia umilmente il suo capo al petto di Dio. Intorno si fa silenzio. La mano del Sommo Sacerdote sta benedicente sopra gli inginocchiati. “Adesso sono puro, adesso sono felice”, sussurra questi, e guarda su. Allora egli percepisce il desiderio di tutti gli uomini. Si alza subito, e ognuno dei principi e capi della schiera di Abramo, diventato puro, giace al santo Petto.

24.         “Signore”, prega Abramo, spiegaci ancora Salem”. – “Salem significa il luogo di Dio, il luogo di Luce, dove dimora la Mia bontà. Chi cammina verso questo luogo, trova DIO!”. – “Questo è meraviglioso!”, esclama il patriarca con occhi raggianti. “O Signore, voglio custodire la grotta e circondarla di piante, affinché nessun uomo vi metta il piede fino al tempo Tuo, come Tu hai annunciato. E ancora una cosa: là sulla collina io ho edificato il luogo Je-Ru, quando venni dall’Egitto. Ma strano, se passo per questa città, sono triste ma anche lieto. È il luogo destinato a qualcosa?”.

25.         “Sì, Abramo. Ora chiama il luogo Je-Ru-Salem; esso sarà quel luogo, dove sacrificherò il Mio Amore”. – “Allora il luogo sarà sacro in eterno!”. Abramo è profondamente commosso. – “Non necessariamente; il Santo non rimane in questo mondo, vi passa soltanto! Chi però chiama sante, le cose terrene, costui ha perso il più Santo. Il Luogo è un simbolo, come tutto ciò che viene dal Cielo sulla Terra. – Ma ora mettetevi in marcia, la notte è avanzata. Voglio benedirvi, e darvi la Mia pace. Conservate la Luce nel vostro cuore e non dimenticate l’ora della Grazia”. Profondamente inchinati gli uomini stanno intorno ad Abramo, il quale sta in ginocchio dinanzi a Melchisedec. “Signore, Ti ringrazio. Facci sempre conoscere la Tua Volontà, e così percorreremo solo le Tue vie”. Quando guardano all’insù la Luce va, dalla Grotta, al lontano Firmamento.

26.         Sul campo è scesa la notte. Presto però scintilla un esercito di stelle, come raramente in questa chiara pienezza gli uomini l’hanno visto. Si danno le mani in silenzio, e in silenzio montano in sella. Gli animali vanno di buon passo. Enoseth, il più alto in grado, guida. Solo dopo ore, giunti vicino a Ebron, si sciolgono le lingue. Mamre, Eskol, Aners, il principe di Dan non possono abbastanza ringraziare Abramo, per aver insegnato loro a riconoscere il vero Dio, e perché hanno potuto avere la santa esperienza. Non meno felici sono i comandanti. Seriamente giurano ad Abramo immutabile fedeltà, poiché grazie a lui hanno ora ricevuto la Grazia.

27.         Ancora lotta il mattino con la notte. Distano circa un’ora da Ebron, ed ecco che la guida arresta il suo cammello. “Signore”, si rivolge ad Abramo, “ci viene incontro un cavaliere al galoppo”. – “Che cosa potrà portare?”. Si raggruppano e presto vedono un cavaliere su un piccolo animale, che però corre all’impazzata. “Solo il mio moro sfreccia così”, esclama Abramo, e pensa a Fylola, quando fu inghiottita dalla notte spaventosa, appena la mise in sella.

28.         “Perdona”, dice Hummar-Karbo, e all’improvviso scatta in avanti, andando incontro al cavaliere. Alcuni vorrebbero seguirlo, ma Abramo li trattiene. “Io credo di no…”. – “Che cosa credi?”. domanda Aners, il quale sospetta dappertutto pericoli, anche quando non ce ne sono. – “Questa deve essere Fylola”. Su richiesta, racconta la storia della fanciulla, mentre si continua lentamente a cavalcare. Allora tutti sono commossi e rallegrati. Quanto volentieri concedono ai genitori la figlia perduta!

29.         Il principe di Hazor non è andato lontano. L’animale galoppante è ora vicino e rimbalza ancora un pezzo davanti a lui, prima di fermarsi. Presto però la figura barcollante scivola dalla sella. Con un balzo rapido Hummar smonta dal suo animale dalle lunghe zampe, poi adagia una fanciulla al suo petto, singhiozza e ride in un fiato: “Fylola, finalmente ti ho ritrovata! Non senti, figlia mia?”. È svenuta, ma egli la scuote al braccio. “Svegliati!”.

30.         La truppa di Abramo nel frattempo si è avvicinata. Egli si china sulla svenuta. “Piano”, mette in guardia, “non risvegliatela bruscamente; mettiamola sul mio mantello”. Ognuno dà una mano. Uno si occupa del cavallo sudato fradicio. Ci vuole un po’, prima che Fylola apra gli occhi. Come se fosse la cosa più naturale, cinge le sue braccia intorno al collo di Hummar. “Padre”, dice lei felice, “ora siamo di nuovo insieme, e anche la cara madre già viene in fretta”.

31.         “Figliola, dopo undici anni ti ritrovo! E – sia lodato il santo Signore – nella miglior protezione che esista sulla Terra!”. Stringe la destra di Abramo. Questi deve un pochino parlar forte, per non lasciarsi sopraffare dalla commozione. “Fylola, cosa hai combinato? Potevi morire! Nessuno corre così a rompicollo nella steppa”. La fanciulla, per un momento impaurita, sente la grande preoccupazione e – la sensazione della perdita che opprime l’uomo. “Padre Abramo, non essere in collera. Ho trattato con cura il buon moro, per quanto corresse. Il mio grande desiderio però, nascosto per lunghi undici anni, portati completamente da sola, è passato a lui. Ha corso a precipizio quasi da sé. E sii giusto con Hebael. Io – io gli dicevo che non sarei diventata sua moglie se non avesse voluto essermi d’aiuto!”.

32.         Il patriarca sorride dolcemente. “Allora non gli rimaneva altro da fare. Tu però, Hummar-Karbo”, dice ora serio, “bada a tua figlia; non è bene che cavalchi così di notte”. – “Questo non è nemmeno più necessario, padre Abramo, ora siamo tutti felicemente insieme. Ma se verrà di nuovo una brutta notte, allora lo farà Hebael; me lo ha già promesso. E”, prega lei, “parla con madre Sarai. Lei ieri mi ha mandata con l’ancella a Mamre, a preparare la casa. L’ho anche fatto, ma non sono tornata indietro e ho fatto annunciare che avrei dormito nel boschetto”. – “Lo farò volentieri”, la tranquillizza Abramo.

33.         “Come ti è venuto il pensiero che sarei venuto? Per noi eri perduta da undici anni, cara figliola, e non credevamo di rivederti ancora una volta. Se non fosse venuto da noi Abramo, non avremmo nemmeno sentito nulla di te”. Hummar ha sollevato Fylola, gli uomini con Abramo sono seduti in cerchio intorno a padre e figlia.

34.         “La ‘vista’ non l’ho perduta”, riferisce Fylola, mentre accarezza la mano di suo padre. “Essa, anzi, si è rafforzata. Ho visto la grande vittoria nel giorno in cui è accaduta. Madre Sarai era tanto felice. Ora lei crede che posso riconoscere questo. Ieri ha parlato il giovane ‘chiaro’, il quale è con me molto gentile, e mi ha detto di tener saldo il mio cuore, quando sarebbe venuta la grande gioia. Allora ha saputo che tu, caro padre, eri vicino. L’altro ieri l’ho visto nella stella. Due ore dopo mezzanotte mi sono messa a galoppo”. – “Allora hai compiuto qualcosa di grande”, dice Abramo. “Eri in viaggio da appena mezz’ora. Ma – dobbiamo andare. Puoi tu di nuovo già cavalcare Fylola? Altrimenti una parte dei superiori rimarrà indietro e tu, Hummar, ci seguirai con tua figlia”.

35.         “Io posso”, la fanciulla balza su. “Piuttosto, il buon morello non mi potrà portare”. – “A questo si può rimediare”; dice Enoseth, “prendi il mio cammello, principe di Hazor, su questo può sedersi anche Fylola, lui è abbastanza forte; ed io prendo il tuo moro. Lo stallone può andar libero”. – “Bene, bene”, si rallegra Abramo. “Quindi in piedi!”. La cavalcata si ordina presto, e quando il Sole illumina l’Orizzonte, entrano in Ebron a cavallo.

 

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Cap. 11

 

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Cap. 11

 

La grande festa della pace nel boschetto di Mamre

La volpe di Sodomia, Bera, e le oche mansuete – Come vuol rubare, e il Cielo batte sulle sue mani

1.              Per buona parte la città dorme ancora; solo i servitori di Abramo sono pronti. Il patriarca dirige i suoi passi verso Mamre. Sarai e Agar sono uscite presto. Ovunque domina grande gioia. Mentre gli ospiti occupano posto, Abramo, con Sarai, va all’altare. Già da lontano vede ardere la sua fiamma. Inginocchiandosi, mette la sua spada sulla pietra bianca e ringrazia il Signore per ogni Grazia. Qui gli accade come sul Campo del Re: tutti i pesi cadono da lui. “La spada”, dice, quando essi rimangono ancora un po’, “d’ora in poi la vorrò sempre portare, quando dei principi romperanno la nostra pace, affinché si convertano al Signore”. – Sarai si stringe ad Abramo. “Ho parecchie cose nel cuore ma oggi voglio tacere, perché molti ospiti ti aspettano”. – “Cosa c’è?”, domanda lui con una percettibile preoccupazione. – “Agar mi preoccupa”. – “Agar?”. Abramo si ferma, colpito. “Dimmi!”. – “Non ora, sarebbe troppo. Nella casa della città da giorni ci sono già principi stranieri, e anche il popolo vuole la sua parte”. – “Bene, allora voglio aspettare. Sii però certa, Sarai: tu sei mia moglie e nessuno deve venirti vicino; nemmeno Agar!”. Sarai è sorpresa, e felice, poiché sicuramente l’uomo sente di che cosa si tratta, sebbene non possa avere nessun’idea; anzi lei stessa è colpita di ciò che è accaduto.

2.              Il giorno porta molti carichi. A ognuno Abramo presta ascolto, alla più piccola domestica, all’uomo di Ebron, soprattutto agli emissari del grande regno. I principi, soprattutto quello di Dan, aiutano con efficienza. Dove Abramo si fa vedere, è subito circondato. Lui si rallegra e la sua forza è intatta. Sente la benedizione del suo Signore e sente che gli uomini bramano felicità e quiete. Fin dove arriva la sua mano, egli la mette nelle mani di Dio, il paese deve ora vivere in pace.

3.              In una grande festa nel boschetto di Mamre, nel pomeriggio è proclamata e confermata la pace del Golan. I principi egizi, caldei e persiani, vi prendono parte. Quasi tutti i re e i principi che stavano al fianco di Kedor, fanno parte del nuovo patto. Il sodomita attende con impazienza la chiamata del suo nome. È irretito solo dal fatto che il ‘giovane’ stia nelle sue vicinanze e, a quanto pare, lo abbia preso di mira. Finalmente sente il suo nome. “Bera di Sodoma, vuoi far parte del patto? Quali sono le tue condizioni?”. Nel gruppo degli alti stranieri che lui – lo comprende troppo tardi – ha trattato freddamente, a un tratto si sente assai piccolo. Che cosa è lui, di fronte a quel solenne persiano che siede accanto ad Abramo, per non parlare del saggio egiziano e del dignitoso caldeo? Fa uno sforzo e si mette davanti al gruppo, in cui siedono gli alleati di Abramo e gli alti ospiti.

4.              “Ti ho chiesto, re Abramo, il patto. Tu sai che Kedor per primo ha vinto me. Poiché non avevo nessun aiuto, nemmeno da te”, egli accentua intenzionalmente l’ultima cosa. “Dovevo mettermi al fianco di Elam, se volevo salvarmi qualcosa. La metà dei miei valori è andata perduta per causa di Kedor-Laomor; il resto a causa tua! Ora sono un re povero, i cui interi averi se li sono spartiti i vincitori”.

5.              L’alto persiano interrompe il mare di parole. “Re di Sodoma, noi conosciamo la storia, storia che nella tua bocca diventa una strana verità. Falla breve!”. Bera si sente a disagio. Ciò che aveva di mira, vale a dire accusare Abramo di un’ingiustizia davanti agli stranieri, è fallito. “La parola fa parte del patto”, tiene egli la sua replica, “poiché prima si guarisce la ferita alla mano”. Si avvicina, e cerca di afferrare con due mani il cordone che delimita il tribunale.

6.              “Patriarca, tu mi hai preso tutto, anche gli uomini! Sono arrivato a Sodoma, completamente deserta. La città è vuota. Il paese, eccetto poche donne, storpi, vecchi, malati, qua e là un bambino, è senza vita. Hai tu la mia ricchezza, anzi ti è stata assegnata. Restituiscimi solo i miei uomini, senza i quali non sono re, e osserverò il patto, poiché la tua vittoria è veramente incontestabile.

7.              “Sì, re Bera”, replica Abramo, riflettendo brevemente, “la vittoria è mia, ed è giusto ciò che i miei principi hanno preso e assegnato a me. Riconosci però che non io, ho teso la mano verso una proprietà, sebbene il diritto stia dalla mia parte. E la decima di Dio di tutto ciò che proviene dalla vittoria, portata al Signore, non spetta a nessuno! A te restituisco, insieme ai tuoi uomini, ciò che si trova ancora presso di me della tua proprietà. A te meno di tutto lascio la parola che tu avresti fatto ricco Abramo. Io pago anche quello che i miei servitori hanno mangiato, eccetto ciò che hanno consumato i giovinetti”. Abramo accenna ai ‘chiari’.

8.              “Non era poco, questo”, esclama Bera, “era mia proprietà anche ciò che ha portato via Kedor!”. – “Fa’ i conti con il ‘chiaro’”, consiglia Abramo, “egli è un principe in proprio”. – “Lui ti ha aiutato, altrimenti …” – “…altrimenti non ti sarebbe andata bene!”. Il ‘giovane’ sta accanto a Bera. “Ricorda: Abramo, secondo il Diritto di Dio, non ha nulla da restituirti eccetto gli uomini necessari. Tuttavia, ti ricordo le tue rapine fatte a piccole tribù del deserto, le quali non ti hanno mai fatto nulla di male. Cosa hai lasciato nelle loro mani?”. – “Ma questi erano …” – “…uomini che vivevano del tutto pacificamente! Hai messo tutti i loro fanciulli nelle tue fosse. Non hai lasciato loro nemmeno un agnello, né grano, né olio, né vino. Il misfatto è ancora scoperto, sodomita; e c’è ancora aperta qualche altra colpa”.

9.              Il persiano guarda sprezzante. Sottovoce si rivolge ad Abramo: “Caccia via questa volpe; essa ruba le tue oche mansuete!”. – “Hai ragione, alto inviato del re di Persia. Ma non la voglio lasciar correre libera nella mia stalla; il nostro patto sarà la sua catena”. – “Tu sei saggio, Abramo; il mio re ti darà un dono per questa saggezza”. Abramo stringe cordialmente la mano dell’ospite: “L’amicizia del tuo grande re, è per me il dono migliore!”. – “Questa l’hai già! Ora falla breve con questa volpe, mi disgusta!”.

10.         Abramo scende dal seggio e porge la mano a Bera. “Bera di Sodoma, il patto è valido! Ma lo dovrai rispettare anche per Gomorra, perché sei il sostituto del ragazzo. Le condizioni ti sono note. Se vuoi, puoi partire già oggi. Il mio tesoriere ti darà i tuoi averi, e i tuoi uomini sono radunati nella torre”. – “Mi sta bene! Devo ringraziarti”. – “Un ringraziamento per necessità, principe di Sodoma, è senza alcun valore. Dove non ringrazia il cuore, le labbra possono tacere!”. Bera incassa il rimprovero con ira nascosta. Rapidamente esce dal gruppo. Non riesce però a trattare da solo con il tesoriere. Quando allunga le mani verso cose che non gli appartengono, il giovane sta accanto a lui e dice affabilmente:

11.         “Ti ho seguito per aiutarti a ottenere legittimamente la tua proprietà”. – “Tu certo non lo puoi sapere!”. – Irritato, afferra un meraviglioso bracciale. “L’ha portato mia figlia!”, dice al custode del tesoro. “Di questo, Abramo non me ne ha parlato”, dice costui, “non gli sarebbe neanche sfuggito”. – “Il bracciale è un dono del faraone a Sarai”. S’intromette il giovane, “svuota di nuovo tutto ciò che hai nel sacco, Bera. Hai mentito gravemente all’ingenuo amministratore del tesoro, il quale non sa, come si ruba a Sodoma”. Al ladro non aiuta nulla; il giovane gli toglie di nuovo tutto ciò di cui si è appropriato ingiustamente.

12.         “Io non inganno Abramo”, insorge il sodomita, “considera ciò che Mamre, Eskol, Aners e gli altri hanno trattenuto del mio”. – “Questo nel pieno diritto”, il giovane mantiene la sua calma. “Essi hanno preso ciò che è costato loro tempo e fatica, e che era stato distrutto nel loro paese. – Ti sia detta ancora una parola che sarà per la tua salvezza, se vuoi. Sodoma è piena di peccati. Tu e la tua razza, insieme a quelli di Gomorra, potrete purificarvi, se tu manterrai il patto, se non ingannerai né schiavizzerai più i poveri. Ma se rimarrai su questa brutta strada come finora, allora non ti passerà un decennio, che nessuno troverà più la tua dimora!”.

13.         Mortalmente pallido, le mani contratte sui tesori perituri, Bera ascolta. Riconosce l’avvertimento come un buon richiamo, e il giovane che lo vuol salvare. Improvvisamente, afferrabile, accanto a lui, sta la Luce del Campo del Re. L’oro nel sacco però ricopre la sua anima. In silenzio si volta e abbandona il luogo della Grazia.

 

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Cap. 12

 

Il grande fardello e la buona umiltà di Sarai – Come il Signore la consola e le promette Isacco

Le dubbiose giustificate domande di Sarai e la dedizione a Dio – Il Signore e Abramo; la decima del grande sacrificio – La Santità e l’Ira di Dio

1.              I giorni nel paese passano colmi di lavoro e fatica per Abramo, ma anche con qualche gioia. Sarai ha avuto la sua parte di preoccupazioni. Gli alti ospiti, qualche fedele, i re e i principi alleati con la pace del Golan, sono andati per le loro strade. Il più difficile, per il patriarca, è stato vedere andarsene il giovane e i giovinetti, sebbene egli sappia che qualcuno invisibilmente è ancora molto vicino.

2.              S’intrattiene a Mamre, mentre Hummar-Karbo, Fylola e Hebael sono andati a cavallo da Lot. Ci si preoccupa di lui, il giovane ha scoperto alcune cose. Abramo è seduto con Sarai su una panchina nel boschetto e avvicina la moglie al suo cuore. “Sarai, ti ringrazio; tu hai portato con me il mio fardello, avendoti lasciato gravare sulle spalle la preoccupazione per tutti questi giorni. Adesso voglio portarlo io. Non nascondermi nulla”.

3.              “Nascondere?”. Sarai guarda Abramo piena d’amore. “Non sai che il mio cuore giace apertamente nel tuo? Fin dal mio decimo anno di vita, io appartengo a te”. – “Hai ragione, perdonami, non volevo ferirti”. – “Non lo fai mai, Abramo! Ora però ascolta. Hagar ha detto alle donne di servizio: la donna rimarrà senza benedizione e il ricco Abramo senza erede. Egli dovrà scegliere un’ancella che gli porti dei figli sani. Entrambi diventeranno lo zimbello di tutti”. Sarai nasconde il suo capo sotto il mantello di Abramo.

4.              “Ahimè – spesso ho supplicato il Signore per un erede. Volevo sacrificarGli tutto, anche l’amore che ho per te. E questa sarebbe stata certamente la mia morte. Si dice: ‘Vedete come egli sta sotto un albero spoglio!’. Si deve disprezzare me, non te! Perché il Signore permette questa cosa per te così brutta? Non giace su di te visibilmente, la Sua mano benedicente?”. Sarai piange a dirotto, e il suo pianto è giustificato. Abramo emette un furtivo, profondo sospiro, poi lancia uno sguardo in direzione dell’altare, anche se da qui non si vede. Strano: si sbaglia, oppure vede che la fiamma è portata qua e là?”.

5.              “Sarai, non posso vederti piangere”. Le mani di Abramo scivolano sui capelli leggermente imbiancati della moglie, consolandola. “Vedi, io credo, sebbene il motivo di questa fede mi sia ancora lontano, che avremo un nostro erede. Il Signore mette alla prova la nostra pazienza”. – “Bene”, si rinfranca Sarai, asciugandosi le lacrime. “Io so che ho ancora da portare qualcosa al Signore. Ma tu? No Abramo, tu hai sempre agito giustamente. Se però si tratta di pazienza, siccome noi uomini non siamo capaci di esaminarci bene, allora io ti dico: il Signore dovrà misurare la tua pazienza anche nel corso del tempo, poiché fra tre, quattro anni, non ci sarà modo di darti un figlio che venga dal mio grembo. Oppure ho fatto qualcosa per cui Egli debba punirmi?”.

6.              “Sarai, hai spesso questo pensiero?”. Abramo la guarda profondamente negli occhi. Diventando rossa, lei abbassa lo sguardo. “Sì, ultimamente. Perché per punire te, Dio non avrebbe nessun motivo; dunque il fardello sta solo su di me”. Abramo è commosso da quest’umiltà, da questo grande amore di sua moglie. Con lei va verso l’altare e dice:

7.              “Non affliggere l’anima tua. Quello che il Signore intende fare, noi non possiamo saperlo; la Sua bontà è molto grande. Non voglio smettere di pregare, fino a che il Signore non ci aiuterà!”. Alleggerita, Sarai poggia il suo capo sul braccio di Abramo. Così essi camminano. Giunti al focolare si accorgono che la fiamma brucia più chiara delle altre volte. Il patriarca supplica per la consolazione di Sarai. “Poiché Tu sei il Padre di tutti noi”, termina la sua preghiera. “Siilo anche per mia moglie, e per me già sulla Terra”.

 

8.              “Non temete!”. Entrambi guardano su, Abramo con cuore forte, Sarai con l’anima tremante. La Luce di Dio in Persona sta a destra del focolare dell’altare. “Io sono il tuo Scudo, Abramo, e la tua ricompensa sarà molto grande! E tu, figlia Mia, sii consolata. Non ti ho dimenticato, poiché Io conosco il tuo amore”. Ah – come rugiada cade sul cuore ferito, e come ristora l’anima tormentata. Trepidante, Sarai stende la mano sul margine della veste di Luce. Non l’ha mai fatto, la sua umiltà compiacente a Dio glielo ha sempre impedito. Ora il Signore sorride.

9.              Abramo va oltre. Lui afferra la santa Mano. “Signore, Signore, cosa dai Tu a me? Guarda, mia moglie ha preso su di sé tutta la colpa, perché non abbiamo eredi. Diventiamo vecchi. Non ho accumulato la ricchezza per possederla; Tu lo sai bene. In tutte le cose ho messo la Luce, accesa al Tuo Spirito. Ma se da questo Spirito e dal nostro sangue non arriverà l’erede, allora il motivo su cui io ho edificato il Tuo altare, scomparirà. – Deve dunque regnare il pagano Elieser di Damasco? Oppure uno dei miei servitori? Forse un principe fedele, al quale glielo concederei di cuore, che però non potrà guidare il paese? Ahimè, Padre, non essere adirato se parlo così con Te; Tu conosci ogni cosa e vedi che io penso alla Tua Grazia”.

10.         “Alzatevi!”, dice il Signore con grande bontà. “Sediamoci sulla tua panca di muschio”. Egli indica la panca naturale che Abramo ha costruito artisticamente di fronte all’altare. Sarai è felice e beata di poter sedere accanto al Padre, come non le è mai capitato ancora. Nell’intimo, lei pensa che tale Grazia è solo perché ora la sua preghiera troverà l’esaudimento. Il Signore mette il Suo braccio intorno alle sue spalle.

11.         “Sarai, non è sbagliato se tu ponderi la tua via, tanto più che lo fai per amore. Ricorda però: la Mia via è spesso diversa da quella che intende l’uomo, perché egli non conosce né l’inizio della disposizione, né la fine. Talvolta i passi dell’uomo passano sopra i Miei, talvolta anche sotto. Chi lo capisce, sa che la sua vita è solo, nella Mia mano. Tu lo devi ancora imparare, anche se stai vicino al Mio Amore. In questo non vedi nessuna mancanza, poiché tu sei pura dinanzi a Me. Tu dovrai però credere fino alla fine della tua vita che Io ti ho benedetta diversamente dalle altre figlie, così da te sorgerà il figlio che porterà i popoli di Abramo.

12.         E anche tu, Abramo, ricorda: il Tuo Dio non fa nessuna promessa che anche non la mantenga! Oppure non sono sempre stato per te il Padre buono?”. – “Sì, Signore”, esclama Abramo e sta per prostrarsi. Il Signore lo trattiene. “Quindi né Elieser né uno straniero né un servitore, sarà il tuo erede! – Sei già riuscito a contare le stelle del Cielo? Tu dici di no! Ebbene, guarda, tanto meno come uomo, potrai contare i germogli che verranno dal tuo albero”.

13.         Abramo, emozionato e pieno di fiducia, ora cade lo stesso sulle sue ginocchia. “Signore, Padre santo, pongo il mio capo nel Tuo grembo; benedici la mia fede, poiché la Tua Parola si adempirà, anche se io diventassi vecchio come lo era Adamo”. Anche Sarai crede, ma fa i conti con il tempo. Del tutto trepidante e comunque in struggimento, posa delicatamente la sua mano sulla santa Mano e chiede se può esprimere qualcosa.

14.         Il Signore prende affabilmente la mano di lei, nella Sua. “Abramo parla con Me come un figlio giudizioso con suo Padre. Tu sei una grande figlia e dovresti parlare anche tu con Me in modo giudizioso, e non come una figlia trepidante. Soltanto, … la tua umiltà Mi è tuttavia gradita, come se tu esprimessi una preghiera. Ora, lascia scorrere il tuo cuore; e tu, figliolo, siediti di nuovo accanto a Me”. Abramo obbedisce.

15.         “Signore”, comincia Sarai, consolidando la sua voce. “Abramo porrà la sua fede fino alla fine dei suoi giorni. Quale alto spirito proveniente dal Tuo Cielo, la sua forza rimarrà anche integra”. – “Come sai tu questo, Sarai?”, chiede Abramo del tutto sorpreso. “Non lo so nemmeno io!”. – “Ho avuto un sogno, e mi è stato ordinato di nasconderlo. Ma davanti al Signore non ce n’è bisogno, poiché Lui stesso mi è venuto incontro in quel sogno, ed io ho visto la fiamma del tuo spirito come una vampa di fuoco sull’alto Altare di Dio.

16.         Se voglio misurare la mia fede, allora devo pregarTi, o Padre, di aiutarmi. Se voglio tenerla per un erede anche alla fine della mia vita, allora ‘la legge’ della natura, sotto la quale stanno tutte le donne, dovrebbe essere revocata. Come si lascia coincidere la legge con le Tue Parole? Perdonami, perché non so parlare diversamente”. Sarai si getta all’improvviso al petto del Padre. Per decenni ha portato la sua sofferenza come una donna non benedetta; ora la consegna nella mano paterna di Dio.

17.         Figliola, la tua devozione a Me ti risolve l’ultimo mistero: tu non sei non benedetta, come supponi, solo perché il tuo grembo non ha ancora donato la vita a un figlio. Ora riconosci che ogni legge è sottoposta a Me, perché Io sono il Signore della stessa! Tu credi che Io debba modificare una legge per aiutarti. Con ragione però domandi se con ciò non sarebbe violato l’edificio fondamentale dell’Ordine!

18.         Oh, sì! Se succedesse per esaudire una preghiera che si potrebbe adempiere anche per altre vie, allora avresti ragione. Io però non revoco mai la legge fondamentale dell’Ordine! E poiché in ogni legge giace anche il cambiamento che, in un certo senso, la tiene insieme, allora sono tutte liberamente versatili. Non posso Io benedire il tuo grembo per quanto tempo voglio? E se esso Mi rimane pronto, ancora per dieci anni, questo non sta in quella Legge fondamentale che Io ho riservato a te? Il tempo è sottoposto alla legge, non il contrario. E quando avrai partorito tuo figlio, allora la Legge della natura si adempirà, Legge che Io non sovverto. Secondo la Mia benedizione, Io assegno all’uomo la sua misura di vita, che nella legge del tempo ognuno può allungare o accorciare, secondo come vive. Alcuni devono lasciare presto questo mondo e altri più tardi, ma sempre per il benessere di ogni uomo! Puoi tu credere tutto questo?”.

19.         “Signore, io credo in Te e Ti amo!”. Abramo strofina furtivamente le sue mani. Come si rallegra per Sarai! Di nuovo, Dio sorride. Egli li benedice e parla: “Ora va a casa, figliola, Io devo ancora parlare con Abramo”. – “Prima lascia che io Ti ringrazi, Padre di ogni Misericordia”. Sarai s’inginocchia e posa la sua fronte sui santi Piedi. In lei non c’è il minimo desiderio di rimanere, per ascoltare che cosa viene detto. Grata, sente la benedizione che colma l’anima sua.

20.         Subito dopo il Signore parla ad Abramo: “Io do molto peso alla tua fede. Conservala per te e per Sarai. – Cinquant’anni fa sei uscito da Ur; avevi venticinque anni quando ti ho chiamato da Haran; cinque anni dimorasti nel paese del mezzogiorno, cinque in Beht-Ell, da cinque sei in Mamre; e devi confidare ancora dieci anni”. – “Dieci anni?”. Abramo scuote preoccupato la testa. “Abramo, sai tu ancora quando Tharah ti condusse a Haran?”. – “Sì, Signore, spesso mi sembra come fosse stato ieri; vedo la città di Ur stare dinanzi a me nella sua bellezza”. – “Allora ti sono passati velocemente i quarant’anni”, dice Dio. – “Ahimè, Padre, il passato per noi uomini non ha nessuna consistenza nel tempo; ma il futuro è per noi lontano. Un decennio significa un tempo lungo”.

21.         “Quando sarà passato, grande figlio, Mi dirai quale lungo cordone ho avvolto intorno a te per benedirti”. – “Avvolgilo, Signore, per tutto il tempo che vuoi; più lungo è, meglio è! Questa è la certezza che Tu mi sorreggi in eterno. Soltanto, Signore, chiariscimi l’erede e il paese, affinché io mi ricordi tutto ciò che Tu mi hai promesso”. – “Lo potrai ricordare anche senza immagine; ma a causa del tuo amore devi avere un’immagine”. Dio va al focolare e Abramo Lo segue.

22.         “Prendi una mucca di tre anni, una capra di tre anni, un montone di tre anni e una tortora di un anno, insieme fanno dieci anni, vero?”. – “Questo è facile”, risponde Abramo, “in questo Ti do anche volentieri la decima”. – Dio lo guarda con benevolenza. “Allora prendi ancora una giovane colomba”. Abramo corre alle stalle aperte vicino all’ingresso del boschetto. È contento che proprio adesso non ci sia nessun servitore. Con mano agevole cattura gli uccelli e conduce alla corda gli animali. Nel silenzio si meraviglia molto che Dio osservi come lui uccida malvolentieri le vittime. Ma si confonde completamente quando gli si avventano giganteschi uccelli rapaci che a stento riesce a mettere in fuga facendo attenzione che non lo feriscano. Non li potrebbe allontanare il Santo? Allora lo assale una grande tristezza.

23.         “Ahimè, Signore”, dice a bassa voce, e desidera che le sue parole non siano sentite, “Che cosa mi fai? Questo non fa sembrare come se la mia vita sia posta invano, sulla Tua via? Oltre ciò, tramonta il Sole”. Con anima stanca si appoggia all’altare, dove giacciono gli animali del sacrificio. Dio sta in silenzio e non dà nessun segno. Afflitto si addormenta. Il Signore lo solleva a Sé e lo adagia nel Suo Grembo, ma egli non s’accorge. Solamente, il suo spirito sta del tutto accanto a Dio.

24.         “Abramo”, dice il Signore a lui. “Ora vedi che tu sei stato sempre al fianco Mio e che una parte del Regno fu popolata da te. Così anche sulla Terra! Quanto malvolentieri hai messo sul focolare i sacrifici, poiché di questi, Io non ne ho bisogno, così anche il popolo starà invano sui quattro angoli della sua via e sarà tiranneggiato per quattrocento anni nel paese al quale concedi ora l’amicizia. Gli amici diventeranno nemici, diventeranno oscurità, com’è caduta ora su di te. E come trepidava la tua anima, così il popolo trepiderà nell’angoscia e nella miseria. Sta attento: il seme, come la sabbia nel mare, tenderà sempre avido alla Terra, e la Terra lo giudicherà. Ma ciò che è aggiunto liberamente dal Cielo, i figli provenienti dalle incalcolabili stelle, portano i loro fardelli! Tu hai percepito questo fardello, perché non è il mondano che si sacrifica allo spirituale, ma il contrario. Lo Spirito se ne va per i caduti.

25.         Ciò nondimeno, anche i mondani sono messi alla prova. Io li lascerò partire dal paese sconfitto del mezzogiorno con la tua ricchezza. Se potranno sacrificarMi questa nel loro deserto, allora anche la sabbia sarà purificata e servirà per la costruzione di eterni rifugi. Una decima di questa servitù servirà per ritornare nella tua città che hai fondato tu per il popolo. Andrà errante per quarant’anni attraverso il deserto. Ma se non sacrificherà liberamente la colomba, come hai fatto tu, allora il paese gli sarà nascosto e la sabbia lasciata ai venti che soffiano su questa Terra. Solo la luce delle stelle rimarrà e splenderà ovunque, infatti, Io guiderò i Miei figli fino ad ogni angolo, per portare a Casa anche la lontananza più distante”.

26.         Lo spirito di Abramo ringrazia il Signore. L’anima nel corpo dormiente percepisce il manto del Padre, sotto il quale essa giace al sicuro. Ecco che vede un focolare, il suo fumo e la fiamma di fuoco consumano le parti del sacrificio. “Questa è la Mia Santità”, spiega il Signore. “Essa divampa da quelle fiamme che i Miei primi, un giorno, hanno acceso davanti al Mio focolare. C’è anche la tua fiamma, come ha visto giustamente tua moglie.

27.         La Santità può ben consumare nell’Ira, ma non distrugge, perfino la cosa più bassa! Invece ciò che dona l’umiltà e l’amore, la Santità lo tiene nel suo grembo, e il figlio giace al petto del Padre. – Così accogli l’alleanza, come spirito e anche come uomo, affinché Io ti benedica e moltiplichi. E finché i germogli del tuo albero si rivolgeranno alla Luce, fino allora il paese dovrà appartenere al popolo.

28.         E tu, Abramo, percorrerai la tua strada in pace e in buona età come gli antichi che sono radunati nel Regno. Tu ritornerai a casa come pura fiamma nella Luce della Mia eterna Essenza”. Le sante Mani scorrono dolcemente sulla fronte dormiente; esseri celesti adagiano delicatamente il corpo sulla panca. Là Abramo dorme tre giorni interi. Sarai protegge il luogo, affinché nessuno si avvicini. Lei sa: la visione è stata grande, e l’anima ha bisogno di tempo per ritrovare la via del ritorno.

 

 

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Cap. 13

 

L’Ospite celeste e Sarai, sua sorella – Il Seme ‘sabbia’ e ‘stella’ dell’ancella e della moglie

Qualcosa sulla santa Redenzione – La buona conoscenza di Sarai e la benedizione della decima

1.              Il patriarca ha operato molto di bene in Ebron, Beth-El, e presso i suoi principi e fratelli amorrei Mamre, Eskol e Aners. È andato anche da Fylola, la quale rimane fedele al suo cuore. Il suo luogotenente Jubisat è diventato il più fedele di tutti. Abramo moltiplica instancabilmente i suoi beni e tiene ben unite bene le tribù su e giù dal Giordano. Nessuno osa rompere la pace del Golan. Solo in Sodoma e Gomorra le cose vanno avanti spaventosamente. Bera tira su il ragazzo di Birsa, ed ecco che un tiranno dà la mano all’altro.

2.              Ora Abramo siede nuovamente nella casa della città di Ebron. Gli ultimi pellegrini attraversano il portone. Pensieroso, poggia il suo capo. Pensa alla grande immagine. “Signore, hai ragione”, dice a bassa voce. “Se abbraccio con lo sguardo la mia vita, mi domando: dove è rimasto il tempo? Anche l’ultimo decennio passerà velocemente. Dà a Sarai la forza, perché il suo cuore diventa stanco, e l’anima, inquieta. Da decenni lei attende l’adempimento della Tua Parola. E ora ancora un decennio intero?”. Allora una luce entra nella stanza. Abramo si alza.

3.              “Fratello di Luce!”. Pieno di gioia tende le due mani al giovinetto e lo attira al manto di pelle che pende dalla panca a muro. “Posso presentarti un dono? Prenderai parte certamente volentieri al pranzo”. – “Pensi forse ancora al Golan?”, domanda il ‘chiaro’. – “Spesso, per amor della nostra amicizia”. Il patriarca porta un pane e del vino rosso, e il giovinetto mangia e beve come Abramo.

4.              “Il Signore mi ha mandato; tu non devi avere pensieri tristi”. – “Dio è buono”, dice Abramo. “Nella mia lunga vita mi è stato un Padre”. – “Questa è la giusta fede! E ti sia detto: quest’anno ti nascerà un figlio da un grembo estraneo”. – “Da un grembo estraneo? Mi guardi il Signore, che io abbandoni Sarai!”. Inorridito Abramo alza le mani. “A te non ho bisogno di dire come si vive in Sodoma e Gomorra! Là non c’è più onore, e tutto è profanato. Io mantengo il mio vincolo coniugale, anche se Sarai non mi dà un erede!”. Abramo, nervosamente, va su e giù nella grande stanza.

5.              “Non è stato promesso a mia moglie che da lei sarebbe venuto il figlio del popolo? Un’ancella mi spezzerebbe la fede che ho sacrificato a DIO! Il Signore certo non mancherà la Parola!”. – Il giovinetto afferra il mantello di Abramo. “Fermati, giusto, e guarda la Verità, prima di scaldarti!”. – Respirando affannosamente il patriarca siede accanto al suo amico di Luce. “Allora spiegami ciò che non comprendo. Per me vale la Parola che DIO ha pronunciato – e nient’altro!”.

6.              “Nel Regno pensiamo qualcosa di diverso?”. – “Questo no!”, si tranquillizza l’agitato. “Solo che la promessa vale per Sarai e non per un’ancella”. – “Questo anche rimane, Abramo. Ascolta: Dio ti ha promesso popoli come la sabbia del mare e come le stelle nel cielo?”. – “Bene, ma questa è la stessa cosa, con ciò è accennato solo alla moltitudine”. – “Lo credi?”. Il giovane guarda in faccia Abramo sorridendo. – Questi è imbarazzato. “Va bene, com’è da intendere diversamente?”.

7.              “Abramo, quanto poco una stella di Luce riesce a stare nella piccola Terra, tanto meno la sua sabbia nella Luce. Ciò significa: lo Spirito rimane uno Spirito divino immutabile, e la materia è materia; con la sola differenza che l’ultima può essere cambiata. Se però la ‘sabbia’, come annunciò Dio, deve servire per la costruzione di eterni rifugi, allora deve essere purificata attraverso la via terrena. Tutti quelli che scendono dal Cielo, devono diventare uomini per unirsi di nuovo con il loro spirito non caduto. Con ciò, anche l’ultima anima sarà liberata dall’oscurità. Per questo c’è bisogno che vengano quei figli liberi e fedeli a Dio e splendano nell’oscurità. Questi saranno poi le ‘Stelle’ per il mondo.

8.              Vedi, è la bontà di Dio che ha promesso stella e sabbia. Il figlio dell’ancella, infatti, porta gli umani, il figlio di tua moglie i ‘chiari’. Certamente il demone sarà spesso vincitore e la sabbia s’introdurrà nei vasi, da cui provenne solo del puro. Per questo si sacrificano gioiosamente dei celesti per comparire anche, là dove normalmente dimorano soltanto anime provenienti dall’abisso. Neanche l’ancella deve essere disprezzata, né il suo seme, né il suo popolo.

9.              La prima figlia di Dio si è degradata a serva a causa della caduta; e la tua ancella è un simbolo. Una pura ancella invece partorirà un giorno il Figlio che sarà in eterno il REDENTORE! Tu, ti rifiuti solo a toccare l’ancella. Guarda però la compassione! Se Dio rimette a posto la Sua santa Luce per salvare la povera ancella, allora il servitore non può disprezzare ciò che il Signore redime! E solo attraverso il sacrificio, la sabbia umana può giungere alle Altezze. Allora sacrifica la tua purezza e coopera a rendere di nuovo buono il cattivo”. Il giovane tace. Abramo ha nascosto profondamente la sua fronte nelle due mani. Egli afferra ciò che gli dice la Luce; solamente, la sua anima cerca la chiarezza. Alla fine guarda su.

10.         “Fratello, mi hai rivelato qualcosa di santo; ti ringrazio. Quand’è così, non mi opporrò. Ma Sarai dovrà essere umiliata, perché l’ancella ha il dominio davanti a lei? Lei ha sempre servito il Signore con tutta diligenza e grande amore. A me è stata obbediente, alle donne di servizio una madre, ai bisognosi una soccorritrice e non ha mai mormorato perché Dio non le ha dato nessuna manifesta benedizione. Era perfino giusta con gli schernitori. A lei dovrà capitare questa sofferenza?”.

11.         “Lei non la porterà facilmente, ma gradita a Dio”. – “Posso andare a prendere Sarai per un po’?”. – “Oh, sì, chiama mia sorella”. – “Come? Anche tu hai parte in lei?”. – “Abramo, ma da quando pensi tu mondanamente, se il Cielo è presso di te?”. –“Perdonami!”. Abramo stringe affettuosamente la destra del giovane. “Il Signore ha detto che anche nel Regno lei sarà la mia compagna”. – “Questo è vero! Là impera solo un amore, di cui un giorno una gocciolina cadde sulla Terra. Chi la trova e la conserva, a questi riempie bene la sua piccola brocca d’amore. Ora però, va a prendere Sarai”.

12.         Quando lei entra, saluta il ‘chiaro’ così affettuosamente e naturalmente che Abramo se ne stupisce. Lei è sempre stata timida di fronte alla Luce. Mette sul tavolo un vassoio d’argento colmo della frutta più bella. Quando il giovane ripete alcune cose che aveva espresso prima, lei nasconde la frecciata nel cuore. Se non altro, vuole sottomettersi. Tutti i re e tutti i principi timorati, infatti, hanno dei discendenti, anche Lot ha delle figlie; solo al patriarca, manca un figlio.

13.         “Ciò che Abramo non ha visto, l’ho osservato io”, dice la Luce a Sarai. “Tu non pensi a te, per questa ragione il Raggio del Cielo dimora in te. La benedizione ti è preparata magnificamente. Custodisci fede e pazienza; poiché ciò che Dio promette, lo mantiene certamente!”. – “Lo farò!”, Sarai trattiene un sospiro che s’insinua tra le sue labbra. “Il Padre mi aiuterà; ogni giorno io prego per ricevere la Sua forza”.

14.         Abramo siede accanto a Sarai e, mentre le prepara un frutto, dice al giovane: “Ho una domanda che, in verità, io ho non compreso del tutto. Quando tu sei venuto da me con i cari giovinetti come sciame di api, per aiutare nella grande battaglia, domandai al Signore se Lui avesse inviato i Suoi servitori. Ed Egli disse: ‘Non devo Io mandare a uno dei Miei figli, i suoi fratelli?’. Come si può comprendere questo, nel senso di questo mondo?”.

15.         “Il celestiale in genere non si può spiegare terrenamente, perché al linguaggio del mondo manca il sentimento proveniente dalla Luce. Ciò che proviene da Dio lo vede lo Spirito e, attraverso di Lui lo comprende anche l’anima. Solo la tua umiltà, la cosa più nobile che un uomo possa raggiungere, sia egli sabbia o stella, t’impedisce di riconoscere la Verità. Tu provieni dall’Alto come anch’io. Tutti i figli di Dio sono fratelli e sorelle. Nel Regno esiste anche un legame di parentela, che non deriva, come sulla Terra, dal sangue, ma dalla dote, e da come il Signore suddivide le schiere dei figli. Tu ed io, Abramo, siamo fratelli nella dote, poiché noi portiamo il primo Raggio di Dio. E Sarai appartiene a noi. Perciò io l’ho chiamata sorella mia”.

16.         “Adesso capisco”, esclama pieno di gioia Abramo. “Ah, quanto è pieno d’amore il Signore!”. Egli canta un cantico di lode e un coro invisibile irrompe dall’Alto. Sarai prega a bassa voce. “I vostri giovinetti e giovinette hanno cantato insieme, li avete sentiti?”, chiede sorridendo il giovane. “Sì, li ho sentiti”, risponde il patriarca. “Nello stesso tempo ho riconosciuto che la mia brama doveva essere più per il divino che per un’erede”. Egli si siede di nuovo accanto al giovane.

17.         “Fammi ancora domandare qualcosa; i mortali, infatti, cercano ciò che possiedono i celesti. Perdona se t’importuno”. – “La parola ‘importunare’ vale tra noi? Comprendi, che anche noi nel Cielo cerchiamo, sebbene in altro modo che l’uomo? Chi cerca diligentemente, questi trova; chi domanda sinceramente, riceverà la risposta; com’è data anche al chiedente. Noi cerchiamo di servire Dio e, con ciò, troviamo costante accrescimento di Luce. Noi Gli domandiamo ciò che desideriamo sapere, ed Egli c’insegna a riconoscere la Sua profondità. Quindi, noi chiediamo, e siamo i riceventi. Soltanto, che la nostra ricerca, il nostro domandare e pregare, non è limitato a noi, bensì dapprima è diretto all’Opera”.

18.         “Ahimè fratello, se parlo con te, mi accorgo quando mi manca”. Abramo sospira. “Ora di nuovo non capisco perché voi, nel Cielo, cercate e domandate. Non siete dunque perfetti?”. – “Lo siamo, come un Giorno creativo dà l’ora. Tuttavia ogni nuova ora ci porta vie che devono essere apprese. Saremmo beati se avessimo tutto? È quasi come sulla Terra. Se uno ha un tesoro, presto chiede ancora di più. Ora il possesso terreno porta danno alla maggior parte delle anime. Noi chiediamo solo della grande Magnificenza di Dio! L’accrescimento è la nostra vita, il nostro essere beati”. – “Meraviglioso”, dice Sarai, “così ho pensato che dovesse essere, infatti, nella Luce non si arriva a nessuna fine, perché Dio è infinito; ed infinita è anche la Sua bontà”.

19.         “Sarai!”. Abramo stringe la sua donna al cuore. “Guarda, quanto sei sapiente!”. – Lei arrossisce. “È dono del Padre che io abbia compreso la santa Parola”. – Il giovane la bacia. “Sorella, il Signore si rallegra di te, e da te ognuno può imparare qualcosa, vale a dire la tua umiltà. – Ora Abramo, domanda ciò che ti sta nel cuore, dopo dovrò di nuovo andare”. – “Hai molto da fare? Perché te ne vai così in fretta?”. – Il celeste sorride, chiaro come l’argento. “O tu, fedele! Naturalmente ho molto lavoro, per noi non esiste alcun ozio. Perfino nelle nostre ore di gioia si trova il povero abisso. Comprendi tu questo?”. – “Sì”, risponde Abramo dopo una breve riflessione. “L’ho detto soltanto perché tu potessi rimanere sempre presso di noi”. – “Ciò che era, ritorna; nel Regno non esiste separazione”.

20.         “Questa è la speranza più bella che si abbia sulla Terra! Ora però, è questo che mi opprime. Tu sai quanto volentieri avrei voluto salvare Kedor con l’ultima decima. Egli lo sentiva, ma ha afferrato il mondo. E fino ad oggi non si è ancora rivolto al Signore. Il Santo accolse la mia decima e io distribuii tutti i doni. Perché la decima, ora, non porta benedizione?”.

21.         “Come mai, infatti, è senza benedizione?”. Chiede il giovane. – “Ebbene”, pensa Abramo, “se il re si fosse voltato, allora anche i suoi timorati elamiti avrebbero potuto vivere in pace”. – “L’uomo è libero, quantunque sia legato alla Legge della Creazione. Le leggi che lui infrange, invece, sono le sue catene! Se Kedor vive senza Dio, allora la Luce si distoglie da lui e i suoi giorni rimangono non benedetti. Ma i credenti nel suo paese hanno pace, e precisamente la più alta del cuore, che non si può spezzare. Qui cessa ogni volontà imperiosa, e Kedor ne sente il limite. La forza che spiritualmente scende su questi uomini, è la benedizione proveniente dalla decima. Certo, molti sono già venuti da te; e quelli che tu hai accolto, fanno pure parte della decima. Il Signore, infatti, guida a te i deboli; i forti rimangono, perché Elam ha bisogno di loro. Un paese, in cui esistono solo poche anime buone, si guasta. Lo vedrai presto in Sodoma e Gomorra.

22.         Credi alla benedizione della tua decima, e presto Kedor verrà per convertirsi di nuovo”. – “Quella sarà per me l’ora più bella! I principi, infatti, devono essere le primizie della fede che l’Eterno-Santo è il Creatore, il Padre buono. Se lo fanno, allora può – secondo la tua parola – essere perfino purificata la sabbia, e tutte le anime troveranno casa nel Regno. Voglia Iddio far sì che questo, un giorno, avvenga!”.

23.         “Questo avverrà; e a questo Io do il Mio Amen!”. La Voce di Dio risuona attraverso la sala. Abramo cade a terra con Sarai, per adorare. Essi sentono il santo Soffio. Come però guardano su, non vedono nulla, e anche il giovane è scomparso. “È bene così”, dice il patriarca. “l’AMEN di Dio ci dà la benedizione che Egli è con noi nella Grazia. In ciò abbiamo pienissima soddisfazione. A Te, Padre, sia perciò lode, ringraziamento, gloria e onore in ogni tempo nei nostri cuori”.

 

 

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Cap. 14

 

Sarai e Agar – La cattiva parola dell’ancella – La malattia di Sarai e come un angelo la guarisce

 Abramo e Sarai rinnovano reciprocamente il loro amore – Abramo e Agar e ciò che l’ancella fa di male

Un autentico amore materno, anche per l’ancella cattiva

1.              Sarai siede sola al grande telaio in Mamre. Abramo è andato a cavallo a Beth-El, per discutere di cose importanti con Jubisat. Il suo ritorno è atteso giorno per giorno. Lei è sempre inquieta quando Abramo è lontano. Stanche, stanno le sue mani in grembo. Oggi ha già fatto molto, e Agar, che la doveva aiutare, non è ancora ritornata dalla casa della città. “Ahimè, Signore”, dice lei a bassa voce, “io so quanto Abramo è preoccupato di non avere un erede, sebbene Tu glielo abbia promesso solennemente. Dagli pure un figlio, anche senza di me!”. Le sue labbra tremano per il pianto trattenuto. Nessuno deve vedere il suo gran dispiacere. Ecco che all’improvviso entra Agar. Si avvicina frettolosa scusandosi:

2.              “Perdonami se vengo tardi, madre Sarai; ma ho dato una mano alle domestiche”. – “Non fa niente”, dice la donna dolcemente. “Solo che il telaio mi da’ molto da fare, e le forze non mi bastano più; ho pur quasi ottant’anni”. – “Chi lo vede?”, la lusinga Agar. Ciò che l’egiziana ha nascosto per decenni, adesso irrompe sempre di più. Lei ama Abramo con l’ardore del suo sangue caldo del Nilo, fin dal giorno in cui lo ha visto. Ama anche Sarai, che ha fatto di lei, la schiava, una figlia, tanto che in più di una cosa può decidere come vuole. Lei lo riconosce con gratitudine. Adesso che Sarai non può più avere un figlio, vuole conquistarsi lei il patriarca. E ciò che la spinge ad Abramo, soffoca la sua gratitudine. Molte donne sono dalla sua parte, poiché ognuna augura al signore un figlio. E la malizia diffusa, che ciò dipenderebbe solo da Sarai, ha avvelenato qualche cuore.

3.              Al complimento di Agar, Sarai guarda all’in su, assorta nei pensieri. “Da quando, mi dici in faccia delle cose che non sono vere?”. – Improvvisamente Agar diventa rossa. “È la verità”, si scagiona abilmente. “Già presso il Faraone si suppose la metà dei tuoi anni”. – “Allora sì; ma quanto più s’invecchia, tanto più l’età si manifesta”. Agar accarezza con cuore sincero le mani di Sarai, non vuole causar dolore alla padrona; solo che Abramo brucia nell’anima sua.

4.              “Madre”, sussurra lei, “vorrei dirti volentieri qualcosa che dovrà rimanere tra noi. Qui non c’è nessuno che ascolta. Ho mandato le donne di servizio nei giardini, e i cani sono davanti alla tenda”. – “Ti comporti in modo molto misterioso”, sorride Sarai senza sospetto. “Questo è ancora alla maniera egiziana”. – “Non si può negare il sangue di madre”. – “Non lo devi nemmeno, figliola. Ora parla, non sprechiamo il tempo. Il padrone della casa deve vedere che siamo state diligenti”.

5.              Agar siede sul gradino più basso della pedana e fa ombra ai suoi occhi. “Ho portato con te per molti anni la tua sofferenza. Non mi rimproverare se tocco qualcosa che riguarda solo te e il nostro signore. Oppure tu pensi che non spetti all’ancella, una parte della preoccupazione che vi opprime?”. Sarai, che prima voleva protestare, ora tace in silenzio. Con la mano porta via la lacrima che le bagna l’occhio.

6.              “Buona figlia, tu non puoi aiutare. Il tempo in cui io avrei potuto partorire, è passato. Non riesco a capire perché il Signore abbia cambiato la Sua Parola”. – “Nemmeno io! Tu e padre Abramo avete veramente creduto di orientarvi secondo la Parola di Dio. Io, secondo la mia fede, mi sono fatta una figura d’argilla che poi avrei frantumato, in segno che non approvo questo dio”. – “Lascia stare questo, Agar. Il nostro Dio è santo, è il Creatore di tutte le cose. Anche se cambia la Sua Volontà, è certamente per una Magnificenza che noi soltanto non comprendiamo”.

7.              “Non si può dare a questo, un po’… una mano?”, domanda candidamente Agar. Sarai non si accorge del tono indagatore. “Dare una mano? Che cosa intendi?”. Lei liscia teneramente i capelli neri e lisci dell’ancella. “Io lo saprei, e sarebbe il mio servizio a te, madre Sarai, perché tu hai fatto della povera schiava del faraone, una figlia”. – Sarai sorride sommessamente. “Ora sono curiosa di sapere che cosa intendi fare per realizzare la Parola del Signore”. Agar si stringe completamente al fianco di Sarai.

8.              “Madre, io sono fertile ma nessun uomo mi ha toccato. Sulla tua parola dà me al padrone come ancella, lo porterò in silenzio, e nessuno dovrà sapere che tu non hai partorito. Quando ti metterò tra le braccia il figlio di Abramo, rimarrò felice fino alla fine della mia vita. E tacerò verso ognuno”. – “Agar!”. Sarai indietreggia barcollando. “Su quale falsa via sei capitata? No, no, questo non deve accadere!”. – “Il ricco Abramo, il più grande re in lungo e in largo, dovrà rimanere senza eredi? Non può il tuo amore portare un sacrificio, come il mio amore ora per te? Per opera del Faraone io sono legata, affinché ti abbia a servire, perfino con la mia vita! Posso servirti in modo migliore che coprire, tacendo, la vergogna del tuo ventre?”.

9.              Sarai nasconde il suo viso tra le mani. Silenziose, gocciolano giù le sue lacrime. Vergogna – sì, è vero. Il ventre di una donna non benedetto è la vergogna dell’uomo. Ma dipende veramente solo dalla donna? Deve solo lei trascinare il dispiacere? Agar balza in piedi spaventata. Lei ha offeso gravemente Sarai. Timida, le sfiora le spalle frementi. “Padrona, perdonami! Ahimè, se non fossi venuta fuori con questo brutto discorso. Ora ho rovinato ciò che volevo riparare!”.

10.         Sarai tace. I pensieri si precipitano su di lei. Non ha ragione l’ancella? Dov’è il suo amore, visto che non può dominarsi? Non ha parlato l’angelo del figlio estraneo? Fino all’ultima possibilità lei ha sperato nella Parola di Dio, non se l’è presa, ma ha portato la sua sofferenza in silenzio. A scatti tende la mano, finché si posa sulla nera capigliatura. Non ripensa più a ciò che Agar ha già una volta detto, anni fa, di cattivo.

11.         “Agar, puoi tu promettermi francamente che partorirai un figlio ad Abramo come se fosse il nostro? Certo, prima dovrà decidere Abramo; ma se lo farai, allora la nostra sofferenza nell’età avanzata sarà trasforma ancora in gioia. Questo non sarà dimenticato”. – Agar reprime in tempo il suo giubilo. Costumata pone il suo viso nel grembo di Sarai. “Lo prometto”, mormora lei. “E non riguarda nemmeno nessuno, se il re della Caldea si sceglierà l’ancella per l’amor di un erede. Il Faraone aveva molte donne”. – “La nostra fede lo vieta. Inoltre, non è giusto! Per amor dell’erede però, il Signore tollererà che l’ancella partorisca il figlio”.

12.         Sin dalla conversazione, il rapporto tra le due donne diventa più affettuoso di quanto già non lo fosse. L’egiziana è abbastanza intelligente da non trarne da questo nessun vantaggio. Ora i pensieri di Sarai vanno più spesso molto lontano. Ha fatto bene a contare sull’ancella? Tuttavia il giovane affermò che non rimanevano dubbi: doveva accadere così! Solamente, la frecciata diventa più dura e fa male. Comincia ad ammalarsi, per lei è qualcosa completamente fuori dell’ordinario. Nessuno sospetta che cosa sia.

13.         Quando Abramo ritorna con ritardo dalla cavalcata, si spaventa nel vedere il volto minuto di sua moglie giacere sulle coperte. Si china con cautela. A Tschuba e Tzordhu che lo accompagnano, dà l’ordine di recarsi a cavallo in Egitto per andare a prendere il rinomato medico del Faraone. Il Faraone lo invierà con il più veloce corridore del deserto, quando sentirà che si tratta di Sarai. Lei però, rifiuta energicamente. “Non ho bisogno del medico! È stata follia agitarmi così, perché tu sei rimasto più a lungo di com’era previsto! Adesso ti preparo dispiaceri, invece di rallegrarti. Ho lavorato bene”, devia lei affettuosamente. “Il grande tappeto, guarda – lo puoi vendere per un buon prezzo. Mandalo al principe della Persia che è stato ospite da noi”. – “Se le tue care mani hanno tessuto questo tappeto”, Abramo lo esamina dettagliatamente – Agar lo aveva appeso, “allora sono io il compratore; lo tengo a qualsiasi prezzo”. Le guance di Sarai cominciano ad arrossire per la febbre. Lui pensa che sia la sua gioia a farla arrossire. “Ebbene, che cosa ordina la mia principessa?”, egli scherza, lieto di essere di nuovo nel boschetto di Mamre. – “Aspetta”, inizia affabilmente, tenendo ferme le mani di Abramo. “Tu sai che ti amo molto e che il nostro amore non appartiene a questa Terra?”. – “Sì, colomba mia, questo è certo”. – “Sai anche che cosa ha detto il giovane?”. – “Non ho dimenticato nulla. Se intendi qualcosa di particolare, allora dillo. Mi sembra quasi che la tua anima si stia ammalando. Allora veramente non abbiamo bisogno del medico proveniente dal paese del mezzogiorno; lì soccorre il SIGNORE solamente!”.

14.         “Il fatto di non averti partorito un figlio, mi duole molto. Il Padre l’ha certamente promesso”. – “Ma… Sarai, dobbiamo aspettare solo dieci anni ancora!”. – “Ahimè, uomo, che cosa sai tu veramente di una donna che non può partorire quando il suo tempo è passato?”. – “Per Dio nessuna cosa è impossibile! Se Lui vuole, la Luce proviene anche da una vergine che non ha mai conosciuto un uomo!”. – “Anch’io lo credo; ma questa è una cosa completamente diversa. – A te deve nascere il figlio che porterà i popoli, la Luce che condurrà di nuovo tutti gli uomini verso Casa. Solo così potrà avverarsi la parola della – dell’ancella”. Abramo poggia il suo capo nelle due mani, mentre siede al grande tavolo. Tutto gli passa il cuore da parte a parte, il sacrificio, l’immagine al focolare nel boschetto, e quello che il giovane gli ha annunciato.

15.         “Mi devo piegare”, egli pensa, “altrimenti si ammala. Vuol riconoscere con buon viso, l’ancella che lei si sceglierà”. – “Devo piegarmi”, sussurra Sarai, “e portargli con aria lieta Agar. Non deve essere per me un sacrificio, bensì un amore che è compiacente a Dio”. Entrambi si guardano, reciprocamente sacrificano i loro silenziosi doni d’amore. Ognuno nasconde il pungiglione, ed è lieto perché l’altro è contento. Entrambi però mettono tutto nelle mani di Grazia del Padre, e perciò sono consolati. Una chiara Luce entra nella stanza. Non è il loro vecchio amico, vale a dire il giovane, ma è un angelo, come quelli che talvolta accompagnano Dio. E l’angelo dice:

16.         “La pace e la santa bontà di Dio siano con voi. Così parla il Signore: ‘Ben per voi, che servite sacrificandovi nel Mio Amore! Ricordate però: la Mia Parola è imperitura, la Mia Luce rimarrà su di voi. Tu, Sarai, sei guarita. Il tuo amore, infatti, è molto grande. Rinsalda anche la fede. La Mia stessa mano vi coprirà, quando il mondo, con il suo veleno, attenterà alla vostra pace. Siate benedetti!’. Il vostro Ospite quotidiano è la Grazia di Dio”. L’angelo sfiora la fronte di Sarai e porge la mano ad Abramo in segno di saluto. Subito è di nuovo scomparso.

17.         “O Signore”, loda ad alta voce Abramo. “Quanto sei pieno d’amore con i figli Tuoi; ora conta la Tua Parola, Parola che Tu certamente manterrai”. Sarai si alza dal suo giaciglio. Lei è d’accordo, sebbene un lieve dubbio le rimanga. Ma il Signore non glielo mette in conto.

18.         Sarai riferisce l’offerta di Agar, nasconde però la cattiveria della ‘vergogna del suo corpo’. È la prima volta che non gli dice tutto. Ferirebbe troppo amaramente Abramo. Egli va avanti e indietro un paio di volte, mentre Sarai gli porta il cibo. L’egiziana? Oh, sì, abbastanza spesso ha sentito posarsi su di lui quegli occhi neri; non sarebbe stato un uomo, se non avesse percepito il desiderio femminile. Lui però la pensava in maniera troppo pura, e dal Cielo, si sentiva unito con Sarai. Poteva accarezzare Agar come sua figlia, cosa che talvolta anche faceva con brave fanciulle, per educarle alla purezza. Così ora dovrà prendere Agar. E certamente dovrà condividere l’amore del suo cuore, per non generare questo figlio senza trasporto; dopo, dovrà essergli di nuovo soltanto la figlia. Questo se lo propone fermamente.

*    *    *

19.         Nel paese passano alcuni giorni. Sarai tace. Non vuole che nelle stanze delle domestiche si sussurri. Una sera lei adorna Agar con la veste più preziosa che padre Tharah le diede al suo matrimonio. Questo accade nella casa della città di Ebron. Seguendo la percezione più profonda, Sarai non ha scelto Mamre, e Abramo è d’accordo. Le domestiche sono ancora fuori di casa. Così conduce solennemente Agar nella sua camera. Il suo cuore batte in raccoglimento; lei ha nascosto la silenziosa mestizia. Agar invece impiega tutte le arti, affinché il suo occhio non rifletta il trionfo. A ciò le rimane attaccato il sentimento di ancella, e proprio ora vorrebbe portare un sacrificio per Sarai.

20.         Abramo accoglie le due donne dietro la sua tenda. Accompagna Sarai alla sua seggiola, dopo Agar alla panca presso il tavolo. Accarezza paternamente le sue guance abbronzate e la bacia sulla fronte. In questo bacio l’ancella riconosce il puro sentimento dell’uomo. Una sensazione gelida la fa rabbrividire, sensazione che nella notte si trasforma in odio. Che lei commetta un errore, lo sa precisamente; ma un po’ alla volta fa tacere ogni sentimento buono. Le domestiche capiscono subito che cosa è successo, e i servitori mormorano. “È questo un buon esempio, prendere un’ancella per cancellare la maledizione del corpo? E poi, la povera schiava deve tacere, e si deve dire che Sarai ha partorito da sé?”. La gente è agitata. Davanti ad Abramo si sta molto in guardia, ma la moglie nota gli sguardi malevoli che la seguono. Quanto male si parli adesso di lei, lo viene a sapere senza volerlo. Lo vorrebbe riferire ad Abramo, poiché in primo luogo il veleno non può continuare a scorrere, se non si vuole che precipiti la buona educazione e l’ordine della casa. Allora torna in sé, si volta indietro ed entra nella camera di Agar.

21.         L’ancella è seduta alla finestra aperta, che è rivestita completamente con fiori rampicanti rossi. Lei si spaventa. Il volto di Sarai è di una serietà granitica. Svelta prepara una pelliccia su una sedia per offrire comodità alla sua padrona. Costei non bada all’azione e rimane alla tenda. “Agar, vieni qua e dimmi tutto quello che è successo!”. – “Che cosa deve essere successo? Che cosa intende la padrona?”. – “La padrona? Finora ti sono stata ‘madre’ e ti ho amata. E credo anche che il nome di ‘madre’ spetti a me, perché prima per nessun’ancella io sono stata la ‘padrona’”. – “Perdona”, si ravvede Agar, “non volevo ferirti, madre Sarai. Riesci però, a comprendere una donna che porta una nuova vita sotto il cuore? Tu non lo puoi, perché fino all’età avanzata non sei stata benedetta”.

22.         “Se, e come, il Signore mi benedice, non riguarda nessun’ancella!”. Sarai si erige in superiorità. Per la prima volta l’egiziana sente la principessa dalla Caldea. “Quale benedizione il mio Dio mi concede, la ricevo dalla Sua mano! – Ora confessami di non averti costretta a nessuna parola, e che nessuna parola è trapelata tra noi due, che tuo figlio sarà fatto passare per mio; bensì, che il principe ed io lo vorremo considerare come nostro, e tu rimarrai per sempre nostra figlia. È questa la verità?”. –

23.         “Sì, principessa”. Agar cade sulle sue ginocchia e nasconde piangendo il suo viso nell’orlo della veste di Sarai. “Riconosci però anche la mia sofferenza. Da quando ho servito con il mio corpo re Abramo, egli mi evita, dovunque può. Non ha mai più accarezzato le mie guance, né potevo andare nella sua stanza. Non sono io davanti al vostro Dio, sua moglie, perché porto del sangue suo?”. – “No! Agar, non ti ho lasciato nell’incertezza che io sola appartengo al patriarca. Ci hai servito, e ciò che ti ho promesso, rimane promesso. Ma se tradisci la tua promessa, dimmi, figlia, come potrò allora mantenere la mia? Mai ti ho ostacolato perché diventassi una brava moglie. Jubisat pensa solo a te. Tu gli hai fatto qualche scherzo che noi mettevamo in conto al tuo sangue nativo. Abbiamo anche creduto che l’indole caldea fosse passata a poco a poco su di te. Ma non ti abbiamo costretto a nulla. Che però tu abbia istigato tutte le domestiche, e che ora esse non mi vogliono rispettare, vedi, Agar, questo è peccato!

24.         Io non ti giudico, poiché porti il bambino. Rimedia però di nuovo tutto; il re, infatti, non tollera che si gettino pietre su di me. Sorveglierà io stessa le domestiche. Tu hai bisogno di riposo, e non ti dovrà essere fatta nessuna ingiustizia”. Dietro a Sarai si abbassa la tenda. Lei non si accorge che le grosse pieghe nascondono qualcuno. – Agar piange in vergogna e ostinazione. L’ostinazione tiene il predominio. “Ora se la vedano i principi; non glielo do! È figlio mio!”. –

*    *    *

25.         Abramo va per la casa con espressione riservata. La gente mormora. “Certamente qualcuno era contro la sua volontà. Dopo tutto, egli pensa solamente a sé”. – “Questo è vero! Troveremo una buona volta il briccone; chi, infatti, fa del male ad Abramo, lo fa a noi”. Tali discorsi vanno su e giù, soprattutto presso i servitori. Le domestiche sussurrano di nascosto ed evitano gli occhi di Abramo. Questo causa la cattiva coscienza. Lui nota tutto; oggi gli è stato aperto l’orecchio. Sì, era lui dietro la tenda. Cercava Sarai, e reso attento dalle parole espresse ad alta voce, si era fermato e aveva ascoltato.

26.         Le donne s’inchinano, quando la principessa ispeziona ogni lavoro. Soltanto, esse riconoscono con soggezione, che Sarai si comporta affabilmente, come sempre. Quello che si temeva, che al posto della buona madre ora dominasse la padrona, non si è verificato. Si trae un sospiro di sollievo. A lei vanno incontro di nuovo tutti i cuori, vanno anche le mani e i piedi. Il dolore, causatole da Agar, va disperdendosi. Lei sorride sommessamente. Con mano tesa, con indulgenza e con amore, i figli cattivi diventano nuovamente buoni.

27.         Abramo questa volta riflette in maniera più ferma: deve proteggere Sarai. Prima vuole pregare all’altare nel boschetto, affinché faccia anche il giusto. Approva il comportamento di sua moglie, ma lui è il padrone; non deve essere dimenticata la buona educazione. Su Sarai sta la sua mano. Vuole essere gentile verso Agar, perché dopo di tutto, l’ha meritato. Certo, egli l’ha evitata spesso. Ma il diritto sta dalla sua parte, perché deve soffocare sul nascere il suo fuoco; neanche lo potrebbe mai sopportare. Sarai è sua moglie davanti Dio, e lo rimarrà. Chi la disprezza, disprezza lui. Tutti devono saperlo.

28.         A sera egli si fa fare da lei un resoconto; con ciò è rivelata ‘la vergogna del suo corpo’. Questo è troppo per Abramo. Cosa che non ha mai fatto ancora, nel mezzo della notte disturba servitori e domestiche, insieme ad Agar. Li esamina tutti. Ognuno si accorge che lui da se stesso ha saputo tutto, e che non la padrona, sempre buona, li ha traditi. Anche Agar lo riconosce; Abramo le dice anche in faccia che stava dietro la tenda e ha sentito come sua moglie veniva ferita.

29.         “Io sono sempre stato per voi un padre fedele, attento alla vostra sorte. Vi ho mai lasciato dietro di me?”. Tutti tacciono. Gli amministratori stanno in disparte. Essi sono adirati per l’accaduto. D’ora in poi intendono sorvegliare anche le chiacchiere. “Tu, Agar”, Abramo si rivolge rattristato all’egiziana, “hai ripagato malamente ciò che mia moglie ti ha fatto di bene. Non voglio però giudicare. Tu sei venuta liberamente da Sarai, per partorire alla mia casa l’erede. Ricorda però: in tutti i modi tu sei per me solo la figlia che deve essere custodita e rispettata nella mia casa. Sento già la tua sofferenza e il carico del tuo sangue, e voglio aiutarti a portarlo.

30.         Vieni con me nel boschetto, noi due pregheremo insieme”. Agar diventa rossa per la vergogna. Poteva mai sospettare che Abramo sarebbe stato dietro la tenda? Corre via senza proferir parola. – Lei è l’unica che va via scontenta. Gli altri si stringono come sempre intorno ad Abramo e chiedono perdono, chiedono perdono anche a madre Sarai. Lui scoppia in una risata che alleggerisce un poco. “Mettetevi d’accordo con la padrona stessa”. I suoi occhi splendono nuovamente benevoli, e allora ognuno sa che lui parlerà per loro. –

*    *    *

31.         Abramo, però, se pensava che la cattiva situazione fosse stata rimossa, si è sbagliato. Non sospetta che Agar, anche se oramai cinquantenne, è rimasta ‘l’egiziana’. Il pettegolezzo è certamente cessato, perché nessuno bada più alle sue parole. Ma Tzordhu sente come l’altro giorno, lei dice a due giovani domestiche: “Io non credo che Abramo sia stato lì per caso nella mia tenda; la padrona lo sapeva. Perciò si è spacciata come la principessa che non si sente colpita. Anzi, anche Lei è rimasta all’ingresso. Allora poteva voltarsi orgogliosa e non concedere più nessuna parola alla povera ancella. Sono io invece che copro la vergogna del suo corpo davanti alle corti dei principi!”.

32.         Non appena Agar ha finito di parlare, emette un grido spaventato. Tzordhu è saltato fuori dal suo nascondiglio. “Ecco, malalingua del Nilo, adesso andiamo dal padrone, e voi donne venite con noi!”. – “No!”, si lamentano queste. “Noi non abbiamo detto nulla, siamo contente che il padrone ci abbia perdonato, e madre Sarai è di nuovo diventata buona con noi. Tzordhu, ti prego, non ci rovinare!”. Si tengono al suo braccio piangendo.

33.         “A voi non succederà nulla; dovete solo confermare quel che ha detto la cattiva donna del Nilo”. Agar si difende inutilmente, prega e promette invano di non dire mai più una cosa simile. Tzordhu la porta da Abramo e spinge innanzi a sé le ragazze. Questa diventa per Agar una brutta ora, sebbene Abramo parli ancora una volta con bontà con lei, non solo per amor del bambino, ma perché egli vuole piuttosto salvare che punire. Il suo sguardo però rimane serio. “Sarai dovrà decidere di te; tu sei la sua ancella, e l’hai ferita a morte”.

34.         “Non lo farò più!”, piange ad alta voce Agar. “Giudicami e lasciami andar via senza impedimenti dalla mia padrona”. – “Vuoi andare via?”. Abramo indaga, senza poter riconoscere il suo pensiero. “No, non lo voglio, non ho più una patria. Soltanto, che la padrona non mi punisca”. – “Agar!”. Abramo alza l’ancella da terra e la porta a una sedia. “Vieni, siediti”. Si trascina vicino una sedia e fa un cenno a Tzordhu, il quale porta le ragazze fuori della stanza.

35.         “Figliola, dov’è la tua fiducia? Sarai non è stata per te sempre una buona madre che sapeva perdonare perfino i tuoi scherzi di cattivo gusto?”. – “È proprio per questo che ora la temo. Lei non mi comprende e – nemmeno tu”. Abramo tira la donna in lacrime al suo petto. Se Agar sentisse solo un poco che il patriarca la prenda nelle sue braccia come uomo, potrebbe sacrificare tutto, anche suo figlio, tanto è grande la sua passione. Abramo lo sente. Il suo alto spirito chiama in aiuto Dio, per guidare la smarrita sulla corretta via.

36.         “Figliola, quando avrai partorito, dovrai appartenere al buon Jubisat. Egli ti aspetta come prima, e con lui sarai una brava moglie. Avrai i tuoi diritti. Ma uno non lo potrai superare: Sarai è mia moglie da settant’anni, anni che non si potranno mai cancellare. Io non voglio perderti, perché porti in te il mio sangue, e un giorno verrà il felice momento in cui metterai il bambino nelle mie mani”. Abramo bacia Agar sulla fronte.

37.         “Ora sii ragionevole. Umiliati davanti alla tua padrona, perché l’hai amaramente offesa. E poi andiamo insieme nel boschetto”. Abramo, incoraggiante, solleva a sé il suo volto. – Allora improvvisamente lei si getta al suo collo. “Abramo, lasciami parlare una buona volta, come non fossi né re, né padrone. Quanto grande è il calore del nostro Sole e quanto potente scorre il nostro Nilo, così è anche il mio amore, che mi spinge a te. Ora ho provato ciò che tu potresti dare. A me però non ne hai dato nemmeno una mezza piccola parte. L’ancella ha ottenuto solo ciò che tu le toglierai di nuovo: il bambino! Nessuna tenerezza mi avvolse, e le tue mani non mi sfiorarono. Oppure la schiava non può portare in sé il desiderio ardente di essere una donna come tutte le altre? E, come donna, avere il diritto di colei che vuole sia generato suo figlio? Credi tu che io sia senz’anima? Oppure che non si muova il sangue che vive in me, generato da te?”.

38.         Con delicata forza, Abramo libera le mani contratte dell’egiziana che premono intorno al suo collo. “Come uomo io non posso darti una risposta, perché per me sei una figlia. Come re non ti voglio dir niente, perché dovrei metterti al tuo posto; e quello è il posto di una fedele ancella! Ma se il tuo amore per me è così come dici, ebbene, Agar, portami l’amore, amando me e Sarai come tuoi genitori”. Abramo parla del tutto paternamente. Vorrebbe volentieri adagiare Agar nelle sue braccia, ma attizzerebbe solo il fuoco, anziché smorzarlo. “Ora va, e chiedi perdono; perché senza questo non potrò più stare seduto con te a un tavolo. Nella mia casa regna la purezza! Chi non si vuol piegare, deve rimanere nella sua camera, finché non ridiventi buono”. Così, benevolmente, lui guida Agar fino alla porta di Sarai, in modo tale che lei dovrebbe ringraziarlo.

39.         Lei entra, perché Abramo attende davanti alla tenda. Quando però lei sente che lui se ne va, fa un respiro di sollievo. “Hai bisogno di me, madre?” chiede affettuosamente. Sarai riconosce che Agar porta una maschera, ma le risponde affabilmente: “Se vuoi, puoi aiutarmi un po’? La coperta che sto annodando, è molto pesante”. – “Questo non è più un lavoro per te. Lasciala fare alle ragazze, così impareranno anche a fare i nodi”. – “Hai ragione, cara Agar. Tu però sai: nel tessere, filare, annodare, io sono una maestra; ciò che producono le mie mani, viene elogiato in lungo e in largo. Le ragazze ancora sono troppo giovani, e per un tale lavoro sono inesperte, mentre le donne hanno già la loro buona mole di lavoro che io non voglio aumentare”.

40.         “Ah, non è così grave, queste hanno ancora qualche ora di tempo”. – “Sì, Agar; ma se le mani riposano tra un lavoro e l’altro, la produzione prosegue più facilmente e rende anche più piacere. Per oggi però, smettiamo di lavorare. Vai a coricarti anche tu, hai bisogno di riposo”. Agar corre via senza pronunciare un grazie. Il cuore le batte. Quando giace sul suo letto, il discernimento viene su di lei. Ora però è troppo tardi. Abramo si fidava di lei e lei ha disatteso la sua buona parola. All’improvviso pensa al Faraone. Che cosa direbbe lui, se sapesse quanto male svolge il suo servizio? Alla sua corte regnava solo il dovere e l’ordine, qui lei ha libertà e – una madre; e lei non ha mai conosciuto l’amore materno. In Egitto sulla sua volontà stava un principe duro. – Per tutta la notte si gira e rigira nel sogno e vede come il Faraone cerca di afferrare il suo corpo. Manda un urlo acuto e si risveglia.

41.         Si alza e va furtivamente al pozzo del giardino. Il fresco del mattino è ancora pungente, mette il suo scialle di lana bianco sulle spalle. Ecco che sente uno schiamazzo in lontananza. Va al portone e scruta fuori. Una carovana formidabile viene su per la via. Chi sarà mai? Va incontro al corteo. Con l’avvicinarsi, indietreggia di scatto. Su un magnifico cammello siede il principe Cossar, l’egiziano, sotto la cui disciplina lei doveva vivere. Quello che cavalca in testa l’ha vista.

42.         “Tu, donna di Ebron, dov’è la via per andare dal re Abramo?”. Cossar non la riconosce. Agar si asciuga il sudore della fronte. Indica il portone. “Là c’è la casa della città che appartiene al patriarca”, risponde, cercando di consolidare la voce; le sue labbra, infatti, tremano. – “Fai tu parte della casa del re?”. – “No!”, mente. “Sono una cittadina di Ebron”. E veloce si allontana. Per vie traverse, e non vista, giunge ancora una volta nella sua stanza, si prende una brocca d’acqua, una coperta e un pezzo di pane e, nuovamente, non vista, si allontana in fretta. Non guarda indietro. Per ore corre nel deserto, finché il Sole infuocato la getta a terra.

 

 

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Cap. 15

 

Il principe Cossar d’Egitto – La fuga di Agar e la visita provvidenziale di Fylola

 I ‘chiari’ stringono Cossar in un’amorevole morsa istruendolo sull’anima, sulla natura, su Dio, sui poveri, e sul vero ringraziamento – Lui cede

1.              Abramo è lietamente sorpreso e, a ragione, si sente onorato della visita. È come se fosse venuto il Faraone stesso, giacché il principe Cossar è, dell’intero Egitto, il più alto e il più vicino al sovrano. Sarai prende intensamente parte a questa gioia. Lei ancora oggi è orgogliosa che, allora, la sua intelligenza femminile aiutò Abramo e rese al Faraone il servizio migliore. L’Egitto ha conservato fedele fino ad oggi l’amicizia del patriarca. Peccato che la coperta non sia ancora pronta, sarebbe stato un regalo per il Faraone! Ebbene – gli ospiti rimarranno qui un paio di giorni e così nel frattempo, lei la completerà. Agar, inoltre, l’aiuterà volentieri.

2.              Quando però la fa chiamare, le viene annunciato che lei non è nella sua camera. “Allora sarà certamente al pozzo”. Sarai va per verificare. Nella stanza in disordine, cosa che lei non tollera mai, riconosce che la donna ha abbandonato la casa. Si siede turbata. Si calma. Agar forse è andata a Mamre, per guidare lì le donne. Solo che nell’ultimo tempo non dovrebbe più percorrere la lunga strada, Abramo l’avrebbe fatta portare.

3.              Nel frattempo il patriarca fa chiamare Sarai. Frettolosamente lei si aggiusta il bel velo sulle spalle, velo che porta a causa degli ospiti. Spera che l’egiziano non chieda subito della donna. Questo, infatti, non accade. Non passa molto però che Cossar prega di far chiamare Agar, poiché deve consegnarle un ordine personale da parte del Faraone.

4.              “Lei è a Mamre”, riferisce Sarai, e nasconde la sua insicurezza. – “L’hai mandata lì tu?”, chiede Abramo. – “No! Agar però, la mia fedele ancella, provvede non raramente a questo servizio da sé per prepararmi una gioia”. – “Allora è brava e diligente”, dice l’egiziano. “Il Faraone crede che con la vostra benevolenza caldea lei come ancella sia rovinata, e non sia più assolutamente obbediente”. Entrambi, Abramo e Sarai, nascondono la loro preoccupazione. Lo fanno solo per amor dell’ancella; il principe Cossar, infatti, avrebbe dovuto averla presso di sé solo un giorno e poi sarebbe stata di nuovo ciò che era all’inizio: l’umile e fedele ancella. Sarai informa di nascosto Abramo.

5.              Lui incarica Tschuba e Tzordhu di cercare la fuggitiva con degli amministratori fidati. Si deve evitare di fare scandalo. Ma dove può essere fuggita? Forse a Beth-El, da Jubisat? Il giorno successivo non si può più nascondere la fuga dinanzi a Cossar. Questi aggrotta la fronte in dense rughe. “Mi deve solo incontrare!”. – “Tranquillo, o alto amico”. Abramo pone rabbonendo la sua destra sulla spalla dell’ospite. “Ha avuto paura!”. – Cossar scoppia in una dura risata. “Se fosse fuggita per paura di me, allora potrei mitigare la punizione. Ma chi fugge dalla principessa, ha un sentimento cattivo”. Nessuno sospetta che Agar, folle di paura, sia fuggita quando ha visto Cossar. Questi mette la sua gente sulle sue tracce. Nessuno però trova Agar.

6.              Il terzo giorno, mentre gli egiziani a Ebron sono comodamente ospitati e anche convenientemente guardati con ammirazione, arriva un’altra visita. Il principe Hummar-Karbo ed Hebael entrano a cavallo all’interno delle mura di Mamre. Fylola siede con il suo uomo nelle portantine. Sarai è al colmo della felicità. Fylola si rende subito utile e, sotto la sua guida, tutto va a menadito. Per Sarai il peso è anche troppo, Agar le manca.

7.              Le due donne preparano agli ospiti la grande sala da pranzo per il pasto di mezzogiorno. “Madre Sarai, non preoccuparti. Vengo a causa di Agar”. – “A causa di Agar? Anche tu lo sai?”. – “Non alla lettera. Giorni fa ho visto su di te la stella e ci siamo subito messi in marcia. I genitori erano nostri ospiti. Il padre ha approfittato volentieri dell’occasione, per visitarvi di nuovo. La madre è rimasta a casa per custodire la mia piccola figlioletta e la casa. Ora sii fiduciosa. Anche l’egiziano manterrà la sua parola”. – “Ahimè, temo che non finirà bene. Se Agar cade nelle sue mani, la saprà punire e io temo per il bambino”. – “Non lo farà, non temere. Io so dov’è Agar; oggi stesso ci metteremo in cammino con Hebael e alcuni amministratori. Domani avrai di nuovo la cattiva figlia. Puniscila, ma non duramente, solo che sappia di essere andata oltre i suoi limiti”.

8.              “Fylola, che fanciulla sei! Meno male che adesso tu sei con me”. – “Questa è la bontà di Dio, madre Sarai; non io, unicamente Lui è il nostro Soccorritore nella necessità”. – “La mia piccola gazzella ha colpito nel segno”. Abramo è entrato senza essere notato, per vedere come stanno le cose con la tavola e ha ascoltato il discorso. Stringe Fylola al suo cuore. – “Padre Abramo, non crederai quale nostalgia ho avuto di voi!”. – “E noi di te. E ci hai portato un figlio splendido”. Come Abramo si volta verso la tenda per condurre gli ospiti nella sala, stanno lì due ‘chiari’.

9.              “Fratelli!”. Abramo lo esclama ad alta voce. Tira il giovane a sé e abbraccia nello stesso tempo il secondo amico. “Se vi manda il Padre, allora è tempo di porre rimedio al disagio”. – “Ebbene, Abramo”, dice il giovane, dopo che anche le donne hanno ricevuto il loro saluto, “hai certamente ragione. Non accade però a causa tua, perché tu stesso hai in te abbastanza forza spirituale da sacrificare al Signore la tua casa. Ma gli altri, provenienti dal paese caldo, hanno bisogno della mano di Dio. Conducili nella sala, e noi siederemo insieme alla vostra tavola”.

10.         Abramo, l’esperto, si rallegra come un fanciullo. Egli domanda: “Mangerete da me come nel Golan?”. I due ‘chiari’ scoppiano in una gioconda risata; essi si comportano come gli uomini. “No, tu amato, oggi mangeremo come voi, affinché ti rimanga qualcosa”. – “Per chi?”. – “Per i poveri!”, dice seriamente il giovane. – “Hai ragione! Oggi i poveri, tutt’intorno, devono mangiare alla mia tavola”. Abramo dispone subito, e presto si nota nei vicoli che tutta Ebron è in cammino.

*    *    *

11.         Durante il pranzo, il principe Cossar siede tra Abramo e uno dei giovani. L’egiziano non si sente del tutto a suo agio. Di nascosto guarda con la coda dell’occhio i ‘chiari’. “Re Abramo”, chiede indagando, “da quale mondo hai ottenuto questi giovani meravigliosi? Questi scoppiano veramente di forza, e inoltre è straordinaria la loro intelligenza. In Egitto, nonostante la loro giovinezza, non sarebbero dei servitori ma maestri alla scuola reale”. – Il signore della casa sorride cautamente. “Mio alto ospite, qui è difficile rispondere. Prima di tutto non sono servitori miei”. – “No?”. Interrompe il principe Cossar, “io però ho sentito che un paio di migliaia di tali giovani ‘chiari’ erano tuoi aiutanti nella battaglia”. – “Questo è vero. Essi erano la mia schiera migliore, se con queste parole non sminuisco anche la fedeltà al patto dei miei principi. L’esercito dei ‘chiari’ si aggiunse da sé e se ne andò quando la battaglia ebbe fine. Oggi sono venute le sue guide per la più grande gioia della mia casa”.

12.         Non proprio volentieri, ma come principe non vuol fare una figuraccia, Cossar chiede: “Posso pregare il mio vicino di rispondere a un paio di domande?”. – “Domanda pure”, risponde Abramo, “e vedrai che non ti saranno debitori di nessuna risposta. Oltretutto essi sono molto affabili”. – “L’ho notato”, dice l’egiziano, “e ne sono stupito. Tale affabilità, infatti, non si può accordare con la carica di principe. Io, per esempio, non saprei come andare incontro all’ancella fuggitiva, affabilmente, e nello stesso tempo come padrone”.

13.         “Tu certamente no”, si volta il giovane verso Cossar, il quale non sa ancora bene come rivolgersi al suo compagno di tavolo. “Forse lo imparerai. Presenta la tua domanda, poiché il delizioso pranzo che Sarai ha preparato è finito, e noi ringraziamo la corte Caldea”. – Cossar raccoglie rapidamente la parola. “Anche questa è bella! Ringraziare? Per che cosa? Noi siamo ospiti! Se svuotiamo i piatti, allora questo è il miglior ringraziamento”. – “La tua opinione corrisponde a quella del Nilo. Questa divora anche il paese, senza domandare, senza ringraziare. Rifletti una buona volta, principe Cossar. Ogni affabilità aumenta il tesoro della vita, rende l’anima felice e grande lo spirito. È educazione del sentimento, accettare buoni doni senza pensare a tutta la fatica che ne è collegata?

14.         Nel nostro Paese regna un alto Re, mite e buono. La nostra tavola è sempre imbandita. Tuttavia il nostro Signore non rimane mai senza preghiera, mai senza ringraziamento. Noi non interrompiamo il rapporto tra il diritto e l’amore! Non dovrebbe addolorarsi il Signore se Egli donasse sempre e nessuno trovasse una sillaba per restituirGli la Sua benevolenza? Una tale vita sarebbe povera, e più povero sarebbe il nostro Re, se non ricevesse nessun’espressione di gratitudine.

15.         Non dovrebbe esistere in nessun modo un caso simile, cosa che del resto non è per nulla possibile nel nostro Paese. Se il Donatore riceve un ringraziamento, allora il ringraziamento ha compensato il dono. Tu sei spesso ospite dal Faraone e lui da te. Ora dimmi amico: che cosa vi siete dati con ciò? Quello di cui ha bisogno il vostro corpo, l’uno come l’altro. Non hai mai nutrito dei poveri, perché non puoi aspettarti in cambio nessun invito a pranzo. Di conseguenza, non hai mai dato! Abramo ha invitato i poveri di tutta Ebron, sebbene egli sappia che non gli potranno preparare nessuna tavola. Chiedi a lui se, nonostante ciò, non sia stato benedetto riccamente. Lui, il patriarca, insieme alla sua buona moglie, fa cenno col capo. Nei loro occhi splende la gioia del cuore, e il giubilo del popolo penetra nella nostra sala. La casa è stata ricompensata con ciò che ha dato. Poiché ricordati, egiziano: soltanto la ricchezza che si riferisce al cuore, ha consistenza eterna! Quando muori, non porti con te null’altro nella tua camera oscura della morte, che la vita della tua anima. Tutto rimane indietro, il tuo oro e l’argento, i tuoi cavalli e i cammelli; non un piccolo pelo tratterrai nella tua mano irrigidita.

16.         Ma nell’interiore si può raccogliere una grande ricchezza. Fede, amore, cordialità e fedeltà, bontà, gratitudine e buone opere sono i sette gradini che conducono l’anima dell’uomo, dopo la morte, nel Cielo. Puoi tu dire di portare in te questi gradini?”. Cossar cade dalle nuvole. Se solo non avesse cominciato, con questo strano sapiente che è venuto da chissà dove. Si copre di ridicolo davanti all’intera tavolata! Ora deve vedere come venirne fuori. Per un po’ riflette. Dal giovane passa su di lui come un buon flusso. Questo però gli confonde più che mai le idee.

17.         “Tu vieni da un’alta scuola”, egli fa uno sforzo, “e mi meraviglio che tu sia già così sapiente, nei tuoi giovani anni. Quanto devono essere sapienti poi i vostri maestri?”. (Dan. 12, 3). – “Io sono un maestro!”, dice sorridendo il giovane. – “Come? Da voi, dunque, i fanciulli nascono già con tutta la sapienza?”. – “Non proprio; ma i nostri fanciulli imparano giocando, e ciò che essi sanno, devono essere cose sconosciute per i vostri gran sacerdoti nella scuola reale”. Questo è detto così affabilmente che l’egiziano non può avere nessun’obiezione. Svia però il discorso. – “Tu hai affermato che dopo la morte non si possiederà più nulla di quello che ci apparteneva nel mondo. Ebbene, noi crediamo che dopo la morte esista una continuazione della vita, e precisamente sulla Terra, come un uomo su un gradino più elevato di prima. È anche possibile che si sviluppi verso il basso, fino all’animale, secondo come ha vissuto. Ma se va avanti, riavrà tutti i suoi beni; nulla gli andrà perduto. Ora invece tu insegni che con la morte la vita cessa e non si tiene nulla nelle mani irrigidite”.

18.         “Non mi pare di aver detto una cosa simile”. Il giovane indica al patriarca. “Abramo conosce la Dottrina del Cielo; ti confermi lui la vita dell’anima che l’uomo conserva come unico possesso, dopo la sua morte terrena”. – Un po’ eccitato, Cossar salta su: “Che cosa se ne fa uno della vita dell’anima, della quale nessuno sa ancora com’è formata, e come, e dove si trova? Quando terminerò il mio giro attraverso le sfere della morte e ritornerò nel mondo, allora non sarà diverso di come se avessi dormito la notte, con la sola differenza che mi risveglierò di nuovo come fanciullo e saprò ben poco della vita dell’anima”.

19.         “Amico Cossar, non ostinarti solo nel vostro insegnamento, che non possiede nessuna chiara base. La illumino io, la tua fede, e dopo potrai trarre dei paragoni; tu, infatti, non sei senza sapienza”. La parola lusinga l’egiziano, e nel cuore egli si avvicina di un gradino al giovane. – “Parla! Sono molto curioso di sapere come puoi confutare la nostra fede”. Alcune fanciulle nel frattempo portano dei meravigliosi vassoi d’argento con i frutti più belli che crescono nel boschetto. Il giovane prende un frutto e ne toglie il grande nocciolo.

20.         “Guarda, amico mio, il fondamento, senza il quale non esisterebbero alberi. Dal seme, infatti, provenne ciò che rende questa Terra per gli uomini meravigliosa. Se ora tu metti questo nocciolo di nuovo nella stessa terra, ne crescerà un albero, sul quale matureranno gli stessi frutti. Con gli uomini non sarebbe differente. Se come nocciolo auto esistente venisse di nuovo incorporato a questa Terra, egli rimarrebbe uomo con i suoi errori e difetti. E la maggioranza degli uomini, perché corrotti al mondo, non avrebbero mai una risalita, anche se venissero mille volte sulla stessa Terra. Completamente al contrario: ogni vita porterebbe loro nuovi fardelli, senza che il peso dei vecchi peccati sia già stato rimesso! Quando si potrebbero estinguere i debiti, poiché se ne accumulano sempre dei nuovi attraverso il continuo ritorno?

21.         Rifletti su questo; e anche se non hai ancora nessuna chiave per sciogliere il mistero, tu però sentirai che il vostro insegnamento in questo punto s’inceppa. Una cosa è giusta nella vostra fede: vale a dire che, non esiste nessun arresto! Non esiste però uno sviluppo retroattivo. Nessun uomo diventerà mai animale, perché egli è il riflesso di Dio! Nella vostra scuola reale avete dipinto alle pareti figure di animali con teste umane, in segno che essi sono ripudiati. Ebbene, Cossar, se un uomo non vuole saper niente di Dio e quasi distrugge la sua anima per i molti peccati, allora nella sua nuova vita, poiché non si sviluppa su questa Terra, avrà l’aspetto di un corpo animale, ma non è diventato animale; gli si mostra soltanto la sua anima in quella forma, per stimolarlo al ritorno.

22.         Tu sei della convinzione che, essendo il più vicino al Faraone, il più alto d’Egitto, rinascerai già pochi anni dopo la morte, come Faraone; il prossimo gradino che potrai raggiungere. Ma se il Faraone, stando con te alla stessa età, venisse anche lui di nuovo sulla Terra, dimmi, amico, come potrà ricomparire lui, se la nascita di Faraone è la cosa più alta in Egitto? Tu sei devotamente molto fedele al Faraone, e mai gli augureresti un’ingiustizia. Ora dimmi, vuoi contendergli nella prossima vita il vostro trono del Nilo? Oppure, se diventassi tu Faraone, che cosa dovrebbe esserne, del tuo attuale regnante ritornato?”.

23.         “Smettila!”. Cossar salta su inorridito. “Non ho mai pensato una cosa simile! Di questo, nessun sacerdote ha mai parlato!”. – “Questo lo credo volentieri”. Il giovane tira di nuovo a sedere il principe Cossar. “E sai tu anche il perché?”. – “No; ma ora glielo chiederò” – “Sei libero di farlo. Dubito però che il capo dei sacerdoti ti dirà la verità, perché in questo caso distruggerebbe la sua posizione. Vedi, egli sa precisamente, da antiche tradizioni, che un continuo ritorno non esiste per niente seriamente. Che l’uomo continui a vivere dopo la sua morte, è certo. Ma come e dove, è per lui un mistero, come per tutti quelli che si sono avvicendati al posto suo. Così fu formata la vostra fede, dopo che la Verità originale andò perduta”.

24.         “Allora sarebbe una vile menzogna”, s’infuria Cossar. “Se è vero quello che tu mi dici, il gran sacerdote deve morire!”. – “Perché? Ti ha mai fatto del male? Principe Cossar, secondo l’esteriore, io sono certamente solo un giovane, tu invece un uomo maturo. Secondo lo spirito però a te manca ancora molto. Se tu disponi in fila sette volte la tua piena vita, una accanto all’altra, solo allora tu avrai un poco dalla vita del mio spirito. Non pensi così che io mi elevi sopra di te? Ti voglio aiutare perché ne vale la pena. Certo, talvolta hai agito in maniera ingiusta, e molto spesso duramente; ma la tua anima si lascia plasmare se si mette nelle mani del Creatore. Ora è giunto il momento in cui puoi percorrere la via nella Luce.

25.         Tu pensi di aver fatto visita ad Abramo per tua libera volontà, e perché il Faraone desiderava così. Terrenamente hai ragione, ma la via ti è stata preparata dal Cielo. Ora però, una seconda cosa, dall’insegnamento: voi dite che il ricco tornerebbe di nuovo ricco sulla Terra, e il povero nuovamente povero. Non è questa una grande ingiustizia? Voi credete negli dei che agiscono in modo buono e salutare, perfino punendo, se fosse necessario, e al di sopra di tutti gli dei vedete una Forza che voi chiamate ‘Luce e Vita’, senza mai sospettare quanto siate vicini alla Verità. Soltanto, voi vedete tutto nella sfera della Terra, anche gli dei e la forza nella natura terrena, certamente elevati al di sopra di tutti gli uomini.

26.         Ebbene, se tu sei convinto che esista una tale grande Forza di Luce che forma e anche mantiene ogni vita, non dovrebbe Questa possedere Giustizia e generare una compensazione? Come può essere nobilitato l’uomo povero che in Egitto rimane escluso dal progresso, esteriormente e interiormente? Non è egli un uomo uguale a te e al Faraone, e non ha il diritto della vita di penetrare fino alla Luce? I vostri poveri non hanno nessuna scuola, e l’insegnante è solo per i figli ricchi. Assai raramente, se un povero può manifestare la sua sapienza, è portato in una scuola per l’utilità del paese. È giusto questo? Deve egli rimanere sempre schiavo, solo perché la povertà era la sua culla?

27.         Hai tenuto con durezza anche Agar, certamente su ordine del Faraone, perché suo padre era un cospiratore. Che colpa ne ha la figlia? Era in tenera età, quando i genitori dovettero morire, e sua madre non sapeva della colpa di suo marito. Avete sterminato la famiglia fino alla fanciulla, la quale fu risparmiata solo per la sua bellezza, perché il Faraone volle farla educare da te. Da te è fuggita, perché era lei, quella donna alla quale voi avete rivolto la parola davanti alla casa di Abramo. Lei ti aveva riconosciuto. Il Faraone ha donato a Sarai l’ancella, lei è sua proprietà. Hai tu dunque ancora un diritto di punirla? Oppure il Faraone ha un diritto di comandarla con durezza, perfino se lo fa per amicizia verso la casa caldea? Tu lo riconosci, e con questo hai già iniziato la tua conversione.

28.        Anche sul sommo sacerdote, lasciati dire che non sarebbe bene ucciderlo. Per primo, egli fu predestinato a sacerdote, consacrato alla vostra dottrina, e certamente non l’ha istituita lui; per secondo, è un uomo intelligente e buono, che opera per il bene del vostro paese. Egli sostiene il trono, e non soltanto per il potere, ma anche per conservare il regno del Nilo. Esso sarà uno di quei pochi regni che sopravvivranno per migliaia di anni, anche se non in tutto il suo grande splendore. Verranno e passeranno potenti imperi; ma l’Egitto rimarrà! – Là, un giorno, DIO dimorerà come Uomo per tre anni!”

29.         “Una meravigliosa Rivelazione!”, esclama Abramo. “Principe Cossar, se tu la porterai al Faraone, egli ti ricompenserà, come se tu potessi mantenere l’Egitto fino alla fine di questo mondo”. – “Ahimè”, sospira un poco il principe, “io non penso alla ricompensa; per me si tratta della verità della nostra dottrina. Adesso riconosco: ignoranza e verità sono la sua mistura, e sotto molti aspetti, essa fornisce false immagini. Come si può rimediare? Io, infatti, so anche questo: un popolo che non ha un Dio come Regnante supremo, perde se stesso ed è distrutto. Ma come si spiega ora la fede nella forza e negli dei? Io vorrei”, si rivolge al giovane ponendo l’incerta domanda, “poter mandare molti giovani nella vostra scuola. Le nostre navi però, certamente molto abili alla navigazione, raggiungerebbero il vostro Paese? Oppure avete navi che superano il mare sconosciuto, e potreste voi venire a prendere i nostri giovani? Questo sarebbe la massima benedizione per il paese”.

30.         “Amico mio, ti devo aiutare nuovamente, poiché tu vedi il Celeste solo in modo terreno. Le vostre navi non raggiungeranno mai il nostro Paese, e noi non abbiamo bisogno di navi!”. – “Perdonami”, Cossar interrompe il giovane. “Ma per quale via siete venuti fin qui? Poiché fin dove è esplorabile la terra ferma, ci siamo passati anche noi, e non abbiamo trovato da nessuna parte un paese che avesse la sapienza più grande di quella che tu ci riveli, eccetto”, egli s’inchina pieno di rispetto davanti ad Abramo, “il regno dei caldei, il cui grande sapere ha un giorno molto impressionato Faraone, e me. Voi, quindi, dovete essere venuti dal mare sconosciuto”.

31.         “No! E solo perché tu non debba cercare di indovinare più a lungo, ti voglio rivelare di più. Da un pezzo sei nel dubbio se noi ‘chiari’ apparteniamo o no alla vostra Terra. Soltanto, la tua fede, legata al mondo, non ti permette di osare il grande salto che conduce dal terreno all’aldilà. Guarda, per una volta tieni ferme le mie mani”. Cossar lo fa. All’istante il giovane è scomparso. Ciononostante, Cossar sente ancora le mani senza vederle. Pochi secondi più tardi il ‘chiaro’ è seduto di nuovo accanto a lui, sorridendo.

32.         “Magia!”. Cossar, incerto su che cosa ancora accadrà, cresce in smania. – “Placa le onde dell’eccitazione”, consiglia amichevolmente il ‘chiaro’. “Non è magia. Ti è stato solo mostrato che noi non siamo uomini. Di conseguenza, i vostri giovani non possono venire da noi, il che non è nemmeno necessario. Se ora tu, amico Cossar, apprenderai la Verità, allora costruirai una scuola, come il mondo finora non possedeva, e per tanto tempo non possiederà”.

33.         “Allora dovresti venire senza indugio con me, quale sommo degli insegnanti; la tua parola si confermerebbe!”. Cossar lancia uno sguardo supplichevole ad Abramo. – Questi comprende. “Ebbene”, dice prudente, “i nostri amici provenienti dal Cielo hanno anche altri aiuti; essi possono spianare a te, principe Cossar, tutte le vie in modo del tutto naturale, il che è meglio per la maggior parte degli uomini, infatti, se questi vedono un vero miracolo, vi si aggrappano volentieri e alla fine, per loro, tutto è miracolo, anche se tutto avviene in modo naturale. D’altra parte, essi gettano via il frutto insieme al nocciolo e dicono: ‘magia’. Nulla li rende liberi dal loro ristretto sapere. Perciò, veri miracoli sulla Terra hanno poco scopo; soltanto dove anime mature li comprendono, il Cielo si rivelerà”.

34.         “Hai ragione”. Cossar appoggia la sua fronte. “Ma come far sorgere la scuola, di cui oramai credo che anche a me ne venga un bene?”. – “O amico, ti sei lasciato guidare in fretta! Ora ci vorrà ancora solo un passo, e riconoscerai il Signore del Cielo e della Terra!”. Il giovane stringe il suo braccio intorno alle spalle di Cossar. “Va a casa e mettiti in contatto con il vostro sommo sacerdote, il quale ha molti ricchi doni. Quello che voi discuterete starà sotto la mia Stella; vale a dire che vi guiderò io, perché Dio lo vuole. E proprio là, dove apparentemente tutto si svolge come da se stesso, il Cielo ha la sua mano in gioco. Credilo fermamente, e vedrai molte cose.

35.         Quella Luce e Vita, che voi venerate come ‘Forza’, è DIO, il Santo e l’Onnipotente. Egli è un’Essenza, visibile ai Suoi figli, figli che Egli ha creato secondo la forma data a Se stesso. Anche i figli sulla Terra Lo contemplano, se rivolgono totalmente a Lui il loro cuore. Ricorda ancora, amico Cossar: esistono ben forze come quelle della natura, ma tutte passano attraverso la mano del Creatore che le guida. Gli uomini dicono: forza cieca, quando una tempesta devasta un paese, fa vacillare i monti e solleva il mare. Quanto spesso voi siete impressionati, quando il Nilo divora ampi territori! Allora pensate ai demoni. Consideratelo dalla parte della benedizione. È vero, il Nilo vi prende qualche raccolto; ma la colpa sta negli uomini, quando essi si votano all’arroganza e all’ambizione. Quando il Nilo retrocede, allora vedete quanta fertilità l’acqua si lascia dietro, e la benedizione compensa migliaia di volte il danno. Se il Nilo non sfondasse mai gli argini, il vostro paese sarebbe come il deserto che si trova nella vostra parte occidentale.

36.         Se l’uomo rompe la pace, allora disturba anche lo spazio intorno a questa Terra. E le forze che governano nello spazio, si ribellano. Queste poi si chiamano ‘forze cieche’, ma sopra di esse sta il Signore che, quale Creatore, mantiene le Sue Opere e ostacola gli uomini, come gli esseri cattivi che agiscono contro il Suo Ordine. Come Padre Egli benedice i figli, aiuta quelli che, come te, inconsapevoli, non conoscono la Potenza del Cielo, finché non vedono la Verità. E perfino verso i cattivi, Egli è volentieri un Padre che perdona e aiuta nuovamente, dopo la punizione”.

37.         “Io, devo avere questo Dio!”. Cossar stende ampiamente le braccia. I suoi occhi cominciano a splendere. Si getta al petto di Abramo, con il ‘chiaro’ non ha ancora il coraggio. “Patriarca, guidami al tuo Dio, e io riferirò al Faraone di voler costruire la scuola e, voglio – solo, far del bene!”. A bassa voce mormora: “Preparare ai poveri una tavola!”. Nessuno può sentire questo. Entrambi i giovani mettono le loro mani sulle spalle degli uomini e il secondo giovane dice: “Amico Cossar, i poveri sono i più importanti cui devi pensare. Con questa parola DIO ha stretto un patto con te, che Egli ti possa sempre benedire”. Solennemente, la parola riempie la sala. Sarai e Fylola s’inginocchiano, pregando a bassa voce. Hummar-Karbo ed Hebael chinano profondamente il capo. I restanti uomini, austeri, stanno di lato, mentre le donne più anziane, sedute a tavola, seguono l’esempio di Sarai.

38.         Cossar si volta improvvisamente: “Voi avete sentito la mia parola espressa in segreto? – In ciò riconosco che siete messaggeri di Dio. Lasciatevi ringraziare! Certo, il mondo non ha nessun dono che io potrei darvi. Prendete il mio cuore, poiché comincio ad amarvi. Lo può tuttavia il terreno? Può esso amare pure Essenze celesti”. – “Certamente”, conferma Abramo in gioia profonda che questa salvezza è accaduta anche nella sua casa. “Vedi, amico Cossar – d’ora in poi ti chiamerò così – dobbiamo ben rimanere in riverenza davanti al Signore, adorarLo e piegarci dinanzi a Lui, ma in tutto deve esserci l’amore per Lui, perché non esiste nessuna riverenza senza amore, ma anche, nessun vero amore senza riverenza.

39.         Così ora ami già Dio, amando questi fratelli del Cielo. Quello che fai da quest’amore a un amico o nemico, al Faraone oppure a un povero, è il vero amore per l’Altissimo. Egli, infatti, considera amore solo le buone azioni!”. Cossar piega le sue ginocchia. Sulle sue labbra non viene parola; ma il respiro di Dio avvolge tutti.

 

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Cap. 16

 

Agar nel deserto, la sua salvezza mediante l’angelo, e come al ritorno è perdonata – Nascita di Ismael; Sarai è una buona levatrice

Ismael cresce – Abimelech rompe il patto e gioca un brutto tiro ad Abramo, poi viene perdonato e guarito

1.              Il Sole getta i suoi raggi cocenti sulla sabbia del deserto. Una luce fiammeggiante cava gli occhi. Sotto un misero cespuglio, che offre appena un palmo d’ombra, giace un essere umano completamente piegato. È Agar. Nella mattina di ieri le è finita l’acqua, altrettanto il pane. Da qualche parte ha lasciato indietro la brocca, era troppo debole perché la portasse con sé. I suoi sensi erano già così confusi, che non ha pensato a quanto potesse essere importante la brocca se fosse arrivata a un pozzo.

2.              Risvegliandosi dal suo stordimento, si alza faticosamente. “Morire, oppure – acqua”, balbettano le sue labbra. È insensato proseguire nella grande calura. Però prosegue, barcollando. Questa volta le viene in mente che ha gettato via la brocca. “Ahimè, ora non ho niente per attingere l’acqua e non mi serve nessun pozzo”. Già sta per crollare disperata e abbandonarsi alla morte sotto il Sole. Ecco che, non lontano, vede giacere qualcosa nei grigi solchi del deserto. Va quindi avanti. “Una brocca!”, lei giubila. Corre lì quanto più veloce riescano a portarla i suoi piedi. Arrivata, retrocede barcollando. È la sua brocca che ha dimenticato ieri. Com’è arrivata qua? Ha camminato per ore nella notte, sempre in una direzione. Non voleva sapere più nulla della Caldea e dell’Egitto, e credeva di giungere al mar di Gaza. Piangendo crolla. Se è la sua brocca, e non ne può dubitare, ha fatto del tutto inutilmente la via nella notte e ha camminato come in un grande cerchio. Nello stordimento di un animale morente, rimane a terra. All’improvviso qualcuno le tocca la spalla.

3.              “Agar, ancella di Sarai, da dove vieni? E dove vuoi andare?”. Assai spaventata, con grido intenso, Agar salta su. L’ha trovata l’egiziano? Le è sfuggita completamente l’affabilità di quella voce. Quando vede dinanzi a sé un viandante forestiero, giovane, bello, con sguardo buono, il suo spavento si trasforma in un grande stupore. Sente parlare se stessa come in un sogno: “Sono fuggita dalla mia padrona”. – “Perché lo hai fatto? A me è noto che la principessa della Caldea è una buona madre per le sue ancelle. Non dovrebbe esserlo stata anche per te?”. L’uomo si siede accanto ad Agar, prende dalla sua spalla un otre che contiene del fresco vino di frutta, e le dà da bere. Bastano pochi sorsi e l’ancella si sente così forte come se non avesse dietro di lei nessuna brutta giornata passata nel deserto. Con ciò, le ritorna anche la piena ragione.

4.              “Sì”, dice lei a bassa voce. “La padrona è stata buona fino al giorno in cui mi sono sacrificata. Poi non mi ha più capito, e io so che pensava male di me. Sono fuggita anche a causa dell’egiziano”. Lei dice così, come se al viandante fosse noto il cammino della sua vita.

5.              “Ti sbagli, Agar. Sarai non voleva farti nulla di male. Al contrario, lei ti ha difeso davanti a Cossar, sebbene tu l’abbia offesa. Ora ritorna di nuovo dalla tua padrona e umiliati sotto la sua mano”. – “Come puoi pretendere questo da me? No! – Piuttosto morire! Mi vergognerei a morte, se dovessi ritornare”. – “Questo è vanitoso, Agar, e non è da te!”. Il viandante lo dice seriamente. “Hai ricevuto il bene dalla casa di Abramo, ma non sei riconoscente. Ti vanti di aver fatto un servizio a Sarai e hai offeso la benedetta da Dio. Il tuo ‘servizio’ è stato puro piacere, solo per la stoltezza del tuo desiderio. – Tu tremi perché io ti svelo chiaramente il tuo pensiero e ti domandi spaventata: chi è quest’uomo? – Allora sappi dunque:

6.              Io sono un angelo di Dio, inviato per salvarti. Nonostante la tua cattiva volontà Dio, il tuo Signore, ti manda a dire: ‘Io voglio moltiplicare il tuo seme, tanto, che per la gran moltitudine non si potrà contare. Al figlio che tu partorirai, imporrai il nome Ismael. Questo significa: ‘ti salvo in Grazia’. – Lui però sarà un uomo selvatico, perché tu copri una cattiva azione con un bel mantello. La sua mano sarà contro i suoi fratelli, i quali non lo potranno stimare’. Così parla il Signore! Il Signore però ha visto anche la tua sofferenza, sofferenza che tu hai sopportato ingiustamente a causa di tuo padre. Ma impara Agar, e contraccambia tutto l’amore con la fedeltà. Se lo farai, allora sarà data ancora una benedizione a Ismael. Se no, i tuoi giorni finiranno tristemente. Vedi, ogni uomo ha una via del dovere. Chi ora porta il suo peso con fedeltà, ha vinto. Se sei un’ancella, allora rimani tale. Anzi, devi credere che così accumulerai più benedizione di quanto ne avresti guadagnato diventando la moglie di Abramo, come volevi tu. Essere una buona ancella è una grazia, Agar, che si rivelerà nell’aldilà. Diventa ciò che finora non sei ancora stata. Tu, infatti, sei stata indotta alla bassezza, tuttavia con la conduzione di Dio. Ora torna indietro e diventa un’ancella semplice, umile, fedele e buona. E il Signore ti ricompenserà”.

7.              L’angelo versa il contenuto del suo otre nella brocca di Agar e vi mette accanto un pane bianco. “Aspetta qui, presto ti verranno a prendere; e non ti voltare, Agar, poiché anche la fine della Terra sta nella mano di Dio”. L’angelo se ne va, e presto scompare allo sguardo di Agar. Appena lei cerca di seguirlo un po’, poiché le sue parole l’hanno sconvolta, vede un pozzo. Avidamente beve tutto il succo di frutta e riempie la sua brocca con l’acqua, mangia il pane e s’immerge nella Parola del Signore. Sì, vorrebbe volentieri tornare indietro, adesso che la vita pulsa nuovamente in lei. Non ha agito bene con Sarai, no! Imbarazzata, abbassa lo sguardo. Ecco che sente sbuffare parecchi cavalli. Nuovamente guarda su, confortata e spaventata, perché ha paura di Cossar. Un carro con cavalieri viene verso di lei. Dapprima riconosce Hebael, allora Fylola non sarà lontana. Questo la fa sentire meglio, soltanto, non sa il perché.

8.              Hebael prende sua moglie dal carro lettiga, e Fylola corre da Agar, la stringe a sé ed esclama: “Sia ringraziato il Signore, era la via giusta!”. – “Quale?”, chiede angosciata l’ancella. – “Quella che mi hanno mostrato le stelle per trovarti. Nessuno credeva che tu fossi sulla via che porta verso l’Egitto”. – “Verso l’Egitto?”. Agar si passa le mani nei capelli. “Io – non volevo andar lì, volevo andare al grande mare”. – “Hai sbagliato, e io l’ho saputo. Ah”, Fylola si rivolge agli uomini, “qui c’è un pozzo, in mezzo al grigio del deserto; quanto è bene per i nostri animali!”.

9.              “È il mio pozzo!”, dice Agar, “perché un angelo di Dio mi ha salvato qui dalla morte! Io lo chiamo ‘il pozzo del Vivente’, vale a dire: del vostro Dio. Ahimè!”, aggiunge, diventando tutta piccola ma immensamente felice di essere stata trovata. “Possa questo pozzo portare aiuto agli smarriti nel deserto, come il vostro Dio salva le anime smarrite”. – “Lo hai espresso bene”, dice Hebael. “Se torni a casa con questo sentimento, Agar, allora troverai solo tanta gioia e perdono. Ma una cosa – perché dici ‘il vostro Dio’? Non è diventato il tuo Dio, giacché Egli ti ha salvato dalla morte?”.

10.         “Non lo so Hebael”, confessa esitante l’ancella. “Qualche volta penso: ora Egli è diventato anche il mio Dio, poi di nuovo mi è così estraneo, così grande, e non Lo posso afferrare”. – “Abbandonati a Lui in umiltà e in amore”, la conforta Fylola amabilmente. “Poiché guarda, sei già dietro Kades, nel deserto Sur, dove molte carovane escono dal paese del Nilo. Ognuna ti avrebbe portato dal faraone. Ma che cosa sarebbe stato poi di te?”. Agar rabbrividisce come nel gelo della notte. Inquieta, assume un aspetto grave e dice:

11.         “È – il principe Cossar ancora nella casa di Abramo?”. – “Sì!”. Agar si volta, pronta alla fuga. “Oh, allora sono consegnata alla morte!”. – “Aspetta”. Fylola consola volentieri l’ancella infedele, ma per ora la lascia persistere nel suo timore. “Vieni! Sicuramente tutto andrà bene”. – “Non con Cossar!”. Agar, spaventata a morte, guarda in lontananza. Ahimè, forse non ha importanza, se la punirà la padrona, oppure l’egiziano. Si lascia adagiare senza volontà nella lettiga accanto a Fylola, e il carro insieme ai cavalieri torna indietro.

12.         Sarai accoglie la sua ancella con volto amabile. Nessun rimprovero coglie l’ingrata. Lei le affida semplicemente un lavoro. Questa bontà grava sull’ancella, la quale si era persuasa ostinatamente che la sua padrona la volesse opprimere. Teme di stare dinanzi ad Abramo per la vergogna. In una stanza ripone lino fresco nelle cassapanche. Allora entra il patriarca da lei.

13.         “Agar!”. Subito l’ancella si butta a terra. “Signore, perdonami”. – “Alzati, non sopporto che qualcuno giaccia a terra dinanzi a me”. Agar obbedisce. Nel severo tono di Abramo c’è una grande indulgenza. “Io spero che tu non preparerai ancora una volta una tale sofferenza”. La donna comincia a piangere. “Calmati”. Il patriarca stringe l’ancella al suo cuore. “Tutto deve essere perdonato e dimenticato, non devi stare nella nostra colpa. Sappi però, se diventerai di nuovo infedele, il Signore ti punirà; Dio, infatti, non tollera che mia moglie riceva odio da un’ancella, dove lei concede soltanto amore”.

14.         Diventando del tutto affabile, egli tocca leggermente la sua bruna, scavata guancia. “Figlia insensata, ti deve sfiorare la morte, affinché tu giunga al discernimento? Ora però, vogliamo rallegrarci, perché presto mi donerai un figlio, non è vero?”. – “Sì, signore, e – e dovrà anche appartenere alla madre Sarai”. L’ancella lo sussurra stentatamente. – “Egli apparterrà a noi tre, Agar, e tu dovrai essere la nostra brava figlia. Ora fa il tuo lavoro, e a cena siederai di nuovo accanto alla madre Sarai”. – “Ahimè, no! Questo non lo voglio più fare, non ne sono degna”. – “Questo, lascia che sia mia preoccupazione; la volontà di Dio è l’Ordine nella mia casa! Nessuno ti dovrà insultare, io ti proteggerò”. Con queste parole Abramo se n’è velocemente andato. Agar resta indietro, imbarazzata. Tutti sono buoni con lei; perfino Tzordhu, che le è stato da sempre nemico, l’ha aiutata a passare la soglia di Mamre, ridendo di lei, per renderglielo facile. Diligentemente mette in ordine la biancheria.

15.         Ecco che viene di nuovo qualcuno nella stanza. Agar – alzando lo sguardo, fugge nell’ultimo angolo col volto impallidito. È entrato il principe Cossar. Non come prima, freddo e duro; ma severamente esclama: “Ancella Agar, vieni qua!”. Lui deve ripetere due volte l’ordine, prima che l’ancella gli strisci incontro barcollando. Lei non vede il giovane che sta alla porta dietro Cossar. Gemendo, crolla davanti al principe. “Ancella Agar, perché hai paura?”. – “Io – io ho peccato contro la mia padrona e non ho seguito l’ordine del Faraone, scolpitomi nel sangue”. – “Meriti la punizione?”. – “Sì”, risponde Agar a bassa voce. – “Allora cominciamo, siediti su una sedia!”.

16.         La poveretta si alza faticosamente, il suo cuore quasi scoppia dalla paura; qualche frusta in Egitto, infatti, le ha procurato delle piaghe. Non vede il sottile sorriso che adesso abbellisce i tratti severi di Cossar. La paura deve essere l’insegnamento più salutare che il principe le infligge. Perciò egli attende un po’, dopo che Agar ha cominciato lentamente a denudare la sua schiena.

17.         Il giovane sfiora la spalla di Cossar. Questi fa cenno col capo. “Copriti di nuovo la schiena, ancella Agar; la colpa ti è stata rimessa, perché il Cielo ti ha perdonato. Se il Cielo non punisce, allora l’uomo deve pensare ai suoi stessi errori affinché gli siano perdonati”. Agar, gettandosi sopra velocemente la sua veste, si volta con impeto verso Cossar. Lo fissa incredula. Lei può comprendere che un angelo di Dio l’abbia salvata, come anche che madre Sarai sia stata così buona con lei; comprende il patriarca che, affezionato, l’abbia aiutata come sempre, e che tutti siano premurosi con lei come con una figlia malata. Ma che il principe Cossar, l’esercitante mano dura del Faraone, affabile, la guardi in faccia, invece di punirla, e perfino la conforti ancora, ciò va oltre la sua comprensione. Crede di sognare, è l’ultimo delirio della febbre nella morte del deserto.

18.         “Svegliati!”, dice il giovane, e siede accanto ad Agar. “Tu non sogni! La verità è che il Signore ti ha aiutato. E ora il principe Cossar ti è amico, se in futuro adempirai fedelmente il tuo lavoro e non recherai disonore alla casa del patriarca. Agar, Agar, convertiti totalmente, e afferra la mano paterna di Dio che ti vuole salvare fin oltre la tua morte. Il patriarca in buon cuore già ti chiama figlia sua, allora diventerai figlia di Dio, se in umiltà compirai il tuo dovere”. Il giovane conduce Cossar fuori della stanza. “Lei deve ritrovare se stessa”, dice da dietro la tenda, “perché qui ogni costrizione appartiene al male”. E Agar si ritrova, finché un altro evento non la caccerà per sempre fuori della casa. –

19.         Sarai, quando nasce Ismael, è una buona levatrice. Ovunque domina grande gioia. Abramo dona ad Agar una collana di perle e le mette un anello al dito, in segno che lei è madre e che ognuno la dovrà rispettare. Quanto è contenta, quanto è felice l’ancella. Giubilando mette il figlio nelle braccia del patriarca: “Tuo figlio, padre Abramo e”, porgendolo a Sarai, “anche figlio tuo, cara madre, l’ho partorito per te”. – “Buona figlia!”. Sarai è commossa fino alle lacrime. Anche l’ultimo pungiglione, il fatto che lei stessa non può avere un pargoletto, è celato con questa gioia.

*    *    *

20.         Passano gli anni nel paese. Ismael cresce, è un ragazzo intelligente e temerario. Ognuno lo rispetta come ‘figlio della casa’. È ancora in buona educazione. Abramo è accorto, affinché il ragazzo somigli alla discendenza caldea. Lui lo incoraggia al lavoro e Sarai lo inizia nella scrittura e nella lingua. Qui però si mostra che egli impara certamente con volontà, ma il lavoro gli è un abominio.

21.         Mormora con Agar: “Non sei tu mia madre? Hai dei diritti di madre, lo so già, anche se sono ancora un ragazzo. Ma devo lavorare come servitore, quale figlio della casa? Che cosa fa il padre? Egli pretende soltanto!”. – “Taci!”, ordina Agar, incerta su come poter frenare il ragazzo, senza sminuire il suo diritto. “Padre Abramo ha quasi cento anni, e potrebbe tenere inoperose le sue mani. Ancora abbastanza spesso egli da una mano, poiché il suo spirito veglia su tutto il paese. Tu sei forte, Ismael. Se fuggi il lavoro, allora diventerai debole, un uomo che non si può difendere. Vuoi tu questo?”. – “No! Voglio andare dai liberi pastori; là s’impara molto, anche con le armi, cosa che io preferisco. E cavalcare e domare i tori selvaggi, i cavalli che si catturano nella steppa! Ah, questo lo farò volentieri!”. Gli occhi di Ismael scintillano infiammati, e il loro ardore spaventa l’ancella.

22.         “Ismael, non essere così selvatico. Ho intenzione di parlare con padre Abramo”. Lei anche lo fa, e su sua richiesta, Ismael è affidato ai pastori. Si potrebbe gioire, di quanto sveglio si tiene il ragazzo, già quasi come un uomo. Presto però Bazzor, il primo pastore che nel frattempo è diventato l’amministratore degli animali, informa Abramo che Ismael tormenta le bestiole, e oltre ciò, egli agisce anche assai malamente. Abramo interviene afflitto. Ismael ritorna a Mamre, dove, ubbidendo, deve aiutare nei campi. Il patriarca lo osserva per molti giorni. Il ragazzo si mostra tranquillo, ancora egli teme il padre. Lasciato solo, però, è il selvatico che non si piega a nessuno. Finora Abramo non ha voluto punirlo, è suo figlio; e anche Agar non lo vuol ferire. Sarai fa molta fatica con il ragazzo, non le obbedisce. Abramo prende la verga, quando Ismael nel boschetto commette degli eccessi all’altare. Da questo momento il figlio di Agar sfugge dalla sua mano. Egli comincia a odiare, dove gli viene dato solo amore. È buono solo per sua madre. –

*    *    *

23.         Abramo sta in alleanza con Abimelech, il re di Gerar sulla costa del mare. Lui vuole ora consolidare l’alleanza. Parte con Sarai e cento fedeli, da Mamre verso Sur e Kades. Da lì invia i suoi fidati, Tschuba e Tzordhu, a Gerar. Abimelech però, istigato dai filistei, domanda: “Chi è Abramo?”. – “Tu lo conosci bene”, risponde Tschuba, dominando la sua ira. – “Io… conoscerlo? Non ha egli con sé una donna?”. – “Che cosa t’importano le nostre rispettabili donne?”. Tzordhu è fuori di sé, l’ira lo fa scoppiare. Rapidamente, voltano gli animali del deserto per andare a riferire al patriarca quel che è successo.

24.         La gente di Abimelech, pratica del deserto Sur, arresta Tschuba e Tzordhu insieme alla loro piccola truppa dietro Gerar, mentre un’altra parte cavalca diritta verso Kades e attacca di sorpresa il campo. A loro è severamente vietato, di ferire qualcuno, ma devono prendere solo la donna, della quale si parla molto. L’attacco di sorpresa riesce, Abramo giace afflitto sulle sue ginocchia. “Signore, quanto valgo per Te, perché ancora mi succede questo?”. Ed ecco che una Luce sta nella tenda, e dice: “Sii consolato e senza paura! Ognuno che fa parte con te nel patto di pace, e lo infrange, dovrà subire la mano di Dio. Sarai ritornerà incolume!”. – “Ahimè”, domanda il patriarca, e guarda verso la Luce. “Quante cose deve sopportare la mia stanca schiena? Così però sia! Per Te, o Padre dell’Onnipotenza, voglio portare la trave”. Appena espresso questo, sente un meraviglioso calore che lo circonda delicatamente. Anche su questa via si mostra la Magnificenza di Dio.

25.         Tranquillamente accoglie perciò il messaggio di Tschuba, e dice: “Aspettate! Il Signore ha la Sua mano nel gioco!”. Non dura nemmeno molto, già arriva a cavallo Abimelech circondato dai suoi nobili, restituisce Sarai, porta molti doni e si umilia dinanzi al Dio di Abramo. “Non voglio più disprezzare il patto”, giura solennemente. “A me, infatti, è accaduto come un giorno al Faraone. E come Dio lo benedisse mediante il tuo patto, così possa Egli essere altrettanto misericordioso con me”.

26.         “Questo avviene!”, esclama Abramo pieno di gioia. “Ti sia tolto il tuo peso. O Signore, ascolta la mia preghiera e Sii misericordioso con tutti i figli che si rivolgono a Te”. – Abimelech sente come la malattia, che egli portava da tanto tempo, adesso si allontani da lui, e le donne, che sono venute con lui, si sentono benedette e confessano ad alta voce: “O Dio, che Ti riveli magnificamente attraverso Abramo, ci hai liberato e siamo state guarite, cosi che il nostro popolo potrà adesso nuovamente avere figli!”. Quando Abimelech sente questo, s’inginocchia ancora più profondamente e prega Abramo di dimorare nel suo paese finché ne abbia voglia.

27.         “Rimarrò un breve tempo, per insegnarvi la Parola di Dio. Noi però vogliamo essere fratelli nel patto che Dio ha benedetto. Il deserto tra noi, non sia una separazione”. Abimelech prepara un grande banchetto a Gerar, e i due re vanno mano nella mano in mezzo al popolo. Presto però Abramo torna di nuovo a casa a Ebron; egli non vuole mancare a lungo dal luogo santificato di Mamre, dove il Signore lo colma di molte Grazie.

 

 

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Cap. 17

 

Kedor-Laomor diventa ancora la buona decima – Il Signore, Abramo e Sarai, la grande benedizione di Dio – Abraham e Sara

La buona conoscenza di Sara sul cambiamento del nome – La terza promessa di Isacco e il Comandamento della circoncisione

Il Signore e i Suoi principi in Mamre – Isacco è promesso per la quarta volta – Qualcosa di meraviglioso sul rinnovamento del Patto

Occupazione di Abramo con il Signore a causa di Sodoma e Gomorra – Abraham, il principe Muriel, portatore della Serietà.

1.              Signore, un messaggero con seguito!”. Un servitore si precipita da Abramo, il quale con alcuni fedeli discute per una passeggiata a cavallo a Beth-El. Abramo va incontro al messaggero. È un capo elamita. – “Cosa portate?”, chiede Abramo, dopo aver dato il benvenuto agli uomini. Questo accade nella casa della città di Ebron. – “Siamo venuti su incarico del nostro re Kedor-Laomor. Egli ti prega di venire da lui”. – “Non dovrebbe il re degli elamiti venire lui, da me?”. – “Questo sì, signore; ma allora anche l’intera Elam sarebbe dovuta venire con lui, perché – è successo qualcosa. Re Kedor e il suo popolo vogliono convertirsi”.

2.              “Convertirsi?”, esclama Abramo pieno di gioia. “Raccontatemi, vi faccio preparare un pranzo”, e dà le sue disposizioni. L’uomo in capo racconta: “Il figlio di Kedor e suo nipote, figlio di costui, si sono ammalati a morte. Allora è comparso un uomo sconosciuto, il quale ha promesso che entrambi si sarebbero potuti salvare se tu, re Abramo, avessi scacciato da loro la morte. Kedor-Laomor si è convertito liberamente e ha fatto il giuramento di voler di nuovo obbedire a Dio, insieme a tutto il suo popolo”.

3.              “Allora devo certamente andare, e lo faccio con grande gioia”. La sera stessa il patriarca si mette in marcia con quattrocento buoni cavalieri. Nel silenzio ringrazia incessantemente per questa Grazia, e il suo lodare non trova alcuna fine. Stringe nuovamente il patto di fede con Kedor-Laomor, e tutti gli elamiti giubilano, quando vedono Abramo.

4.              Prima di Bezer l’uomo di Dio prende la via verso Beth-El. In tutto il paese si sente una buona mano. Nessuno è più affaccendato di Jubisat, che Abramo saluta come il suo più caro amico. Qualcosa però lo risospinge rapidamente. Arrivato a Mamre, dapprima va con Sarai al ‘focolare’ per adorare e ringraziare il Signore.

5.              Splendente, la fiamma arde. Abramo mette la sua spada accanto alla pietra bianca. Ecco che dalla destra arriva Qualcuno. Nella Figura, è la Luce di Dio. Essi s’inchinano, Abramo con spirito elevato, Sarai nell’umiltà del suo cuore. Dio è compiaciuto di entrambi. Egli li benedice quando sta dinanzi a loro, e dice:

6.              “Abramo, Io sono l’Iddio Onnipotente. Ti sei accorto di come Io possa cambiare il cuore di un re. La tua decima ha riportato piena benedizione. Cammina qui dinanzi a Me e sii timorato! Sai bene cosa significa questo?”. – “Sì, mio Signore”. Abramo afferra la Mano che si stende incontro a lui. “Ho sempre mirato, per la gioia del Tuo Cuore, a vivere nell’onore del Tuo Nome; e la Tua Parola è per me un santo Comandamento”.

7.              “Certamente, figlio Mio! Per questo ho fatto con te il Patto, e ti voglio moltiplicare sia nello spirito sia sulla Terra”. – “Signore, ma, Tu hai già stretto un Patto con me. Non è sufficiente, oppure io ho fatto qualcosa che adesso non vale più?”. – “Né l’una, né l’altra cosa. Un rinnovo del Patto è un rafforzamento, è un ampliamento della benedizione e della Grazia che un uomo può ottenere da Me, attraverso il suo servizio. Tu Mi hai servito fedelmente! Così, con l’accrescimento del tuo spirito, Io devo anche aumentare il Patto, affinché vi possa essere inclusa tutta l’opera tua”.

8.              “Oh, quanto sei meraviglioso, quanto sei pieno di Grazia! Tu sei l’Eterno, l’Onnipotente, un Padre di tutti i figli!”. – “Anche tu dovrai essere un padre, – Abramo – e Sarai, la madre”. Ahimè, pensa in segreto Sarai, Egli mi consola così bene, e io voglio essere riconoscente. Ma un figlio …”. – “Signore”, dice Abramo, “a me basta che Tu rimanga completamente, solo il Padre”.

9.              “Lo hai riconosciuto bene. Vedi, però: con la bontà del tuo cuore tu sei anche un padre. Perciò ti benedico insieme a tua moglie, e un giorno ti si chiamerà padre di molti popoli, i quali avranno qualche re proveniente dallo spirito che procede dalla tua fiamma del Cielo. Tu e Sarai adesso dovete sentire che il Mio Patto si mostra anche esteriormente. Tu non dovrai più chiamarti Abramo. Il tuo nome, ora, sia ABRAHAM, portatore della Mia Serietà, affinché il Mio Patto si confermi nella Serietà.

10.         Qui, in questo paese, tu sei re, e ciononostante uno straniero della tua specie. E può essere diverso? Ciò che proviene dal Cielo, è sempre straniero sulla Terra[1], poiché il possesso del mondo è solo un prestito. Così, il tuo seme, che proviene dallo spirito, possiederà in eterno il Possesso celeste, il paese del Santuario, Canaan, che sulla Terra ha sperimentato il suo riflesso. Canaan rimarrà il seme della Terra, anche alla maniera terrena proveniente dalla Promessa della sabbia, finché persevera nel Patto con Me.

11.         Gli uomini spingeranno alla loro rovina, finché Io non metterò i limiti alla caduta della prima figlia. Perciò, finché Io non metterò il piede nel mondo come Uomo, il Patto dovrà avere un evidente segno per la Terra. Il Cielo non ha bisogno del segno! Quindi, circoncidi te, e tutti quelli che sono maschi nella tua casa. Chi nascerà lo dovrai circoncidere l’ottavo giorno. Ma non farne una norma di fede; il Patto dall’Alto, infatti, sta sopra di ogni patto sulla Terra!

12.         D’ora in poi chiamerai tua moglie SARA; lei apparterrà al Patto come madre del suo popolo proveniente dalla Luce. Vedi, Sara, così Io ho steso su di te la benedizione, e vedrai la Grazia”. Abraham s’inchina umilmente e pieno di riverenza, ma anche per nascondere un sorriso dinanzi al Signore. ‘Dovrà nascermi un figlio a cento anni, da Sara che ha novant’anni?’. Dio sorride benevolmente.

13.         “Padre”, dice Sara, felicissima di appartenere al Patto, “hai tolto una lettera al mio nome, ne hai aggiunte due a quello di Abraham. Che cosa significa?”. – “Figlia Mia, tu fai bene attenzione a ogni Mia Parola, si vede che sei del Regno. Esamina, però, se non trovi da te stessa la verità”. – “Questo è troppo difficile per me. Se la mia anima non fosse ricoperta dal corpo di carne, allora potrei leggere la verità proveniente dalla Tua alta Luce. Penso che sia bene che una parte del mio io sia data ad Abraham. Poiché nel Patto che Tu hai stretto con me, noi siamo uniti”.

14.         “Ma tu sei saggia”, irrompe Abraham. “Questo non mi sorprende”. – “Perché hai sorriso”, dice Dio affabilmente. “Il tuo sorriso incerto invece passerà a un lieto sorriso, quando terrai in braccio il figlio di Sara. Tu, Sara, hai veramente guardato nella Luce; perciò ti può essere aggiunta un’altra cosa.

15.         Ascoltate entrambi: Nella Mia alta Essenza dominano sette Raggi, dei quali uno vi è stato affidato da portare, però ogni Raggio ha in sé una parte degli altri, perché la Mia Essenza è perfetta. Il nome Abraham possiede i sette Raggi, per la Terra, certamente, solo come segno di benedizione; essi non sono assolutamente legati a un nome.

16.         Tu, però, Sara, nel cuore hai lasciato il mondo dietro di te e ti sei totalmente donata a Me. Così in segno dell’appartenenza al Patto, ho anche rivelato il tuo nome celeste. Il flusso scorreva in modo quadruplice dal giardino di Adamo, così come la Mia Luce colma lo spazio anche in modo quadruplice. Il tuo nome porta il numero dei flussi di benedizione provenienti dal Paradiso”. Piangendo di commozione, Sara nasconde il suo volto nella veste di Dio. “Signore, Padre, eterno Buono, cosa mi stai facendo? Non sulla Terra, ma solo nel Cielo, ho io meritato ciò che Tu mi dai!”.

17.         “Sii consolata!”. La mano di Dio si posa dolcemente sulla testa canuta della donna. “Se, e quanto qualcuno merita, lo so Io stesso al meglio”. – “Signore, Ismael è per me una grande preoccupazione”. Abraham afferra la mano di Dio. “Invano cerco di trovare in lui qualcosa del mio spirito. Estraneo, selvatico, così egli cresce. Eppur l’ho generato puro e non c’era nulla di cattivo nel mio sangue. Porto io la colpa in questo essere deforme?”.

18.         “No! Abraham, si compie ciò che non puoi ancora comprendere. Egli è benedetto dal tuo Raggio. Secondo il mondo lo moltiplicherò, e dodici principi saranno la sua stirpe. Ma il Mio angelo, e anch’Io, ti abbiamo spiegato le stelle e la sabbia. Ebbene, la sabbia deve essere purificata, e anche le anime cadute devono giungere dall’abisso alla Luce, così una parte proveniente dalla Luce deve essere assegnata a loro; poiché senza buona semenza non matura nessun terreno!

19.         Il mondo ha bisogno di tempo per fermentare. Se Io chiamassi il tempo in anni, tu chiederesti – come già talvolta hai fatto – terrorizzato: ‘Signore, così a lungo?’. Presta attenzione, Abraham: gli anni terreni sono un soffio dinanzi a Me! Se vi passo sopra con la mano, allora essi sprofondano nello Spazio e Tempo della santa Eternità Ur. Perciò, dal Mio Patto del Cielo, stretto con te e tua moglie, come con tutti i principi del Cielo, vale solo una parte per la benedizione di questa Terra e per la salvezza di ciò che è perduto. Da questo Patto ti nascerà il figlio che porterà il tuo popolo della Luce. E tra un anno, Sara giubilerà.

20.         “È la terza volta che Tu ci prometti il figlio”. Abraham guarda Dio, un po’ indagatore. – “Tu pensi”, risponde Dio e sorride leggermente, “che Io debba annunciare più volte la Mia Parola? No, Abraham. Ogni Rivelazione ha la propria via. Tutto porta l’unico senso che era, è, e rimane lo stesso: la Mia Volontà di Creatore! Però per la benedizione dei figli, anche per la loro gioia o fortificazione, affinché conservino la Mia Parola vivente, Io ripeto ciò che sussiste in Me saldamente senza vacillare! Per la vostra età, avete velato un po’ alla volta la Mia Parola e vi siete accontentati di Ismael. La Mia mano, però, va oltre! – Ora, credete entrambi nella benedizione della Mia Grazia!”.

21.         Abraham e Sara s’inchinano fino a terra. Quando su di loro scoppietta il fuoco, guardano su. Nel primo buio serale del puro cielo, vedono la Luce come una Fiamma che sale verso l’alto. Vanno in casa mano nella mano, e sentono il Raggio che li circonda. Servitori e domestiche prendono gioiosamente parte in tutto ciò che il patriarca annuncia loro delle Parole di Dio. Abraham compie su di sé, su Ismael e sui suoi servitori, il santo Comandamento di Dio. –

*    *    *

22.         Non molto tempo dopo, Abraham ha riflettuto profondamente la Rivelazione. Ora è seduto alla porta della sua casa nel boschetto di Mamre. I giorni hanno portato qualche fardello. Gli ospiti sono venuti e andati. Inviati delle sue tribù hanno presentato qualche richiesta. Ovunque è possibile, egli aiuta tutti i suoi sudditi. Il Sole s’inarca alto; ma i platani a foglie larghe, le palme e gli alti cedri offrono una meravigliosa frescura. “Gli anni che il Signore mi ha fatto aspettare sono quasi passati”, dice a bassa voce Abraham a se stesso. “Dovrei, ancora una volta, andare nella camera di Sara? Solo che nessuno dovrà vedermi, perché mi si potrebbe additare, se io, vicino ai cent’anni, mostrassi di voler ancora praticare la libidine”.

23.         “Abraham, la libidine proviene solo dalla carne. Se adempirai la Volontà di Dio, per edificare sulla Terra insieme alla Sua Opera di Grazia, e penserai solo al Patto di Dio, allora la Terra rimarrà dietro di te con tutte le sue voglie; e tu procreerai in modo puro, così come avviene nel Regno!”. Spaventato, perché nella sua riflessione non ha sentito avvicinarsi nessuno, né la sua parola espressa sottovoce poteva essere intesa, Abraham salta su dalla sua sedia. Davanti a lui stanno tre uomini. Gli ci vuole un po’ di tempo, prima di riconoscerli. Ma, il Nobile, nel mezzo? Cambia così spesso il Signore? Perché è da contemplare sempre diversamente?

24.         Il Nobile, pone la mano sulla spalla di Abraham. “La tua sommessa domanda è giustificata. Come però ho già tanto spesso stretto il Patto con te, senza che ne sia venuto fuori un altro, così anche la Mia Immagine. Io ho molte vesti con cui poter nascondere la Mia Luce. Solo come progredisce l’anima, essa può penetrare in sfere superiori. E come lo spirito affidato ai figli si avvicina al Mio Spirito Ur, così anch’Io posso rivelarMi ai figli sempre di più. Non perché Io non possa diversamente; però unisco due cose in questa maniera. Per primo, perché così tutti i figli rimangono liberi e la Mia alta Luce prepara loro una propria via; per secondo, perché la loro gioia sia sempre aumentata, se sperimentano sempre qualcosa di nuovo, di più bello e – come da loro stessi – penetrano nella Mia profondità. Io faccio questo per la loro beatitudine.

25.         Il figlio ti è promesso per la quarta volta. Tu sei entrato con diritto nella camera di Sara e non c’è stato bisogno di una seconda volta. Il tempo, in cui hai sacrificato ‘la pazienza’, è passato! Io pretenderò da te certamente un secondo grande sacrificio, allora dalla Serietà del Mio Spirito sarà posto il fondamento per questo mondo, e il Mio Sacrificio porterà a Casa la lontananza”.

26.         “O Signore”, il benedetto si piega giù fino ai piedi di Dio, “un sacrificio da portare a Te, è la gioia del mio spirito!”. – “Qualunque sacrificio, Abraham?”. La serietà di questa breve domanda fa rabbrividire l’uomo. Lui solleva lo sguardo. Il santo volto di Dio è profondamente serio. – Allora si getta al cuore del Signore: “Padre, qualunque sacrificio! Tu non pretendi più di quanto un figlio possa compiere!”. – “Ben per te, per questa parola, figlio Mio! Alla fine dei tuoi giorni saprai quello che Mi hai dato adesso”.

27.         “Entra, o Signore, con i Tuoi principi, io Ti voglio servire con la mia casa!”. Sotto i platani più sfarzosi, Abraham prepara rapidamente un tavolo, fa cenno a un servitore perché porti dell’acqua per i piedi, fa cuocere delle focacce da Sara, e lui stesso lava i piedi al Signore e ai due messaggeri del Cielo. Servendo poi a tavola, egli dice: “Signore, ho adempiuto il Tuo Comandamento, ma Sara non ha sentito niente della Tua benedizione. Perciò volevo farlo per la seconda volta, e Tu hai udito la mia parola”. L’amico di Abraham, il ‘giovane’ seduto alla destra di Dio, chiede amabilmente: “Dov’è dunque mia sorella?”. – “Sta ancora cucinando un cibo per il Signore”.

28.         “Sara Mi serve col cuore”, dice Dio, “verrò di nuovo tra un anno, allora suo figlio si starà già svezzando”. Sara sente la parola; porta su un grande piatto bianco la deliziosa pietanza. Si arresta. Si gira un poco; nessuno deve notare il suo sorriso. Sono passati due mesi da quando Abraham è venuto da lei. È più un sorriso malinconico, infatti, avrebbe anche troppo volentieri creduto alla Parola. Ma il suo corpo è vecchio.

29.         “Perché ridi, Sara?”. Dio si alza e la conduce al tavolo. Piena di vergogna per aver rattristato il Signore, è la prima volta che mente. – “Non ho riso!”. La tristezza sale amaramente in lei. – “Oh, sì, hai riso, e lo dovresti ammettere!”. Dio parla seriamente. Abraham aiuterebbe volentieri Sara. Ma non ha riso lui stesso, quando ha pensato alla sua età? – “Signore, perdona”, piange Sara, “non voglio rattristarTi. Guarda la miseria della mia anima. Non è come se volessi tentare la potenza del Cielo, sebbene io sappia che non posso più partorire?”. Molto amabilmente Dio attira Sara al Suo cuore.

30.         “Figliola, non piangere! Voglio elevarti davanti a tutti i principi di questa Terra e nel Cielo. Solo credi al Patto!”. – “Signore, fortifica la mia fede; io non posso lasciarTi”. – “Nessuno ti strapperà dalla mia mano, tu sei Mia!”. I ‘celesti’ si alzano. – “Volete già andar via?”, chiede deluso Abraham, “mi sento meglio, se la Luce è mia ospite!”. – “Lo credo”, dice il secondo ‘giovane’, “ma la via terrena deve dapprima essere percorsa, prima che si possa sopportare per sempre. Vieni con me; il Signore esaminerà il paese”. Abraham, pieno di gioia, prende bastone e mantello. Sara guarda andar via gli uomini. Per una volta, Dio si gira. Allora lei s’inginocchia, col cuore gioiosamente agitato: “Il Padre si guarda indietro per me!”. Diligentemente, lei attende al suo lavoro.

*    *    *

31.         Gli Uomini vanno verso Oriente davanti alla porta di Ebron. Là si trova una collina, dalla cui vetta si vede il paese tutt’intorno. Giunti in alto, si siedono sulle pietre spianate che Abraham ha fatto scalpellare. Dio dice al primo giovane: “Come posso nascondere ad Abraham ciò che faccio? Lui è il fondamento di grandi e potenti popoli che dovranno essere benedetti in lui”.

32.         “Eterno-Santo, Signore e Padre, lui disputerà con Te, quando si accorgerà di cosa si tratta, ma ordinerà ai suoi figli e a tutta la casa di attenersi alle Tue Vie e di fare ciò che è rispettabile. Tu lascia venire su di lui ciò che gli hai promesso”. – Abraham ascolta attentamente. “Che cosa deve essere di me?”, domanda incerto.

33.         “C’è un grido a Sodoma e Gomorra, questo è grande, e i loro peccati sono molto gravi. Fino nei campi di Lot scorre il veleno, e contamina le anime. Perciò vengo Io; e non solo perché Io veda, cosa che nessuno ha bisogno di dirMi! – Ma voi, Miei principi”, Egli si rivolge agli angeli, “andate giù ed eseguite la Mia volontà!”. – Abraham non ha mai visto il Signore così seriamente adirato come adesso. Rabbrividisce! “Signore, lasciami stare dinanzi a Te”, prega in umiltà, mentre i due angeli corrono già verso Sodoma. “Devono soffrire i giusti con i malvagi? Non separi anche Tu le pecore dai caproni, come si fa quando i caproni diventano cattivi? Lot Ti ha certamente dimostrato la fedeltà. Anche in Sodoma possono esserci cinquanta che Ti sono rimasti obbedienti. Bera, infatti, ha mantenuto fino ad oggi il Patto di pace”.

34.         “Esteriormente!”. Una fiamma imponente corre sul volto di Dio. Abraham si spaventa. “Egli ha da molto tempo rotto il Patto di pace, agisce peggio di prima. Cerca anche di aggredirti”. – “Non ne so nulla! Tuttavia, se lo dici Tu, Signore, che hai visto perfino il mio sorriso, sebbene abbia nascosto il viso, allora è vero. Ma, santo, giusto Giudice, Tu non uccidi ciò che è rimasto fedele in mezzo al pantano del peccato. Salva, per amor dei cinquanta!”.

35.         “Figlio, tu conosci precisamente il numero a causa dei quali Io dovrei salvare tutto Sodoma e Gomorra? Hai pietà dei perduti e vuoi aiutare i giusti. Allora voglio agire secondo la tua parola. Potrei anche allontanare i cinquanta, per sterminare i cattivi, come ho guidato Noè nell’Arca. A te però interessano i poveri che provengono dal pantano dell’inferno, e non hanno ancora trovato la via per il Cielo”.

36.         “Sì, Signore, è così. Oh, perdona, perché discuto con Te, sebbene io sia polvere e cenere. Se ora ce ne fossero cinque meno di cinquanta, non vorresti lo stesso perdonare, affinché Lot non perisca?”. – “Se sono quarantacinque che i Miei angeli troveranno, Sodoma e Gomorra per amor tuo dovranno essere lasciate stare”. Il volto di Dio cresce in severità. – Abraham afferra la santa Veste. Che cosa deve fare? “Signore, abbi pietà! Ce ne saranno certamente quaranta che sono degni della Tua bontà!”.

37.         “Bene, anche per amor dei quaranta Io chiamerò indietro gli angeli del Giudizio!”. Una nuova fiamma divampa negli occhi di Dio. Abraham cade sulle sue ginocchia. “O buon Padre, non essere in collera! Io penso ai trenta che si sono votati a Te, Lot, la sua casa e altri”. – “Voglio conservare il paese per amor dei trenta!”. A ogni nuova pretesa passano grandi fulmini nel firmamento ed Abraham riconosce che il suo conto non è ancora giusto. – “Signore, Signore!”, si getta a terra. “Sono venti, per i quali Tu puoi lasciare il paese nella benedizione!”.

38.         “Quante volte tratti tu con Me?”. La mano di Dio si posa pesantemente sulla spalla del patriarca. “Sono Io un bottegaio che deve mercanteggiare la sua merce? Il Mio Bene è santo, e quello che Io offro, ha eterna consistenza! Credi tu che Io possa svendere la Mia Santità?”. – “Ancor mai hai parlato così gravemente con me”, osa Abraham contraddire. “Tu conosci il mio cuore, e sai anche come la penso. Venti, Signore, venti che sono da salvare insieme a tutto il paese! Io lotto, dalla Serietà con la Tua Santità, per venti anime!”. Abbraccia il Signore e con impeto si stringe a Lui. Dio gli pone la Sua mano sul capo.

39.         “Venti? Sarebbero pochi, per le migliaia che nella loro cieca empietà non Mi stimano!”. – “Padre, se sono ciechi, allora non si potranno punire”, interviene subito Abraham. “Perciò, prendi in considerazione: forse sono solo dieci ma figli fedeli e buoni, figli che sono discesi all’inferno per diffondere benedizione di Luce! Per Te, tuttavia, si tratta sempre della decima! Allora lasciala valere altrettanto qui, affinché si adempia la Tua Grazia!”.

40.         “Abraham, ora basta! Terrò conto della decima, se è da portare a Me! Allora per la tua grande fatica che lotta per ogni anima, voglio conservare il paese, e tu va a convertire Bera! – Io però ti dico: come un giorno al tempo di Noè, saranno da portar fuori solo coloro che Mi obbediscono in fedele riverenza. Non andar giù! Sodoma e Gomorra sono una parte dell’inferno, la cui rovina è l’ultima salvezza! Tu hai trattato gravemente con Me dalla Serietà del tuo spirito. Per questo sii tu lodato, perché porti in te la Mia Compassione. Rifletti però la parola del giovane, che il diluvio, alla fin fine, fu un flusso di benedizioni. –

41.         Soltanto, qui rimarrà un segno che non si dovrà mai dimenticare, se viene sfidata la Mia Santità. – Ora, sii benedetto tu e tutta la tua casa. Se Lot ritorna come un figlio perduto, allora dagli Ai, e fagli avere le terre dopo il Giordano”. – “Quanto volentieri adempio la Tua Parola! E… perdona, o Padre, se ho così disputato con Te”. – “È bene, figlio Mio; poiché quello che hai fatto tu, è un simbolo per gli uomini, come perfino la Mia Serietà nella Mia Santità parla per ogni povera anima. Puoi tu afferrare come più che mai, la Pazienza e l’Amore e la Mia sincera Misericordia (Luca 1,78) vogliano salvare ogni figlio lontano?”. – “Signore, lo sento, ma nel senso più profondo non riesco ad afferrarlo. Devo parlare come Sara: il mio spirito è coperto dall’involucro di carne e può vedere solo quanto è utile sulla Terra”.

42.         “Questo è sufficiente, figlio Muriel!”. Abraham si volta, nell’opinione che sia venuto un terzo messaggero del Cielo. Egli però è da solo con Dio. “Padre, intendevi me?”. Non può esprimere in parole la sua sensazione e guarda stupito il Signore. “Sì, Muriel! Un grande spirito può conoscere per una volta sulla Terra il suo nome che porta nella Luce. Ogni angelo però lo ricoprirà già da sé per amor dell’umiltà, perché deve vivere appieno sulla Terra. A te, portatore della Mia Serietà proveniente dal Santuario, principe Muriel, Io non ho bisogno di dire prima: copri di nuovo il tuo nome e conservalo solo nella Luce del tuo spirito. Hai trattato con Me in modo così vero e puro, del tutto nel senso del Mio Sacrificio e della Misericordia di base! Come uomo tu sei entrato nel Santuario dove ti può essere rivelato ciò che è chiuso al mondo. Ora rimani solo il Mio fedele Abraham; nella Luce tu sei di nuovo la Mia fiaccola della Serietà”.

43.         Abraham non riesce più a proferire una parola. Il suo spirito adora esultante, e l’anima sta nella più giusta umiltà. Il suo cuore si abbandona e, unito con Dio, non si accorge come il Signore se ne va. Egli rimane sulla collina molti giorni e assiste, pregando soccorrevole, come il paese dei peccati si inabissi in zolfo e cenere.

 

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Cap. 18

 

La nascita di Isacco – Agar si attarda da Ismael; la loro grande infedeltà

La festa della circoncisione all’ottavo giorno e vengono molti ospiti, anche i fratelli di Luce

Uno di loro e Ismael. Gli angeli si presentano come Zuriel e Raphael – La spiegazione di Zuriel sulla circoncisione

Raphael fa i conti con Agar – L’ostinazione di un’ancella

1.              Abraham, inquieto, va su e giù nella sua stanza. Egli tiene un colloquio con Dio: “O Signore, Tu fai tutto così meravigliosamente; ma lei è anziana; pensa se morisse!”. – “Tu devi dire a Me, al Creatore, che devo riflettere su ciò che la Mia bontà ha già organizzato?”. – “Perdona, Padre mio; l’umano talvolta a qualcuno è più vicino dello spirituale”. – “Molto giusto, figlio Mio. Non gradisco però che tu dubiti in modo terreno, quantunque tu e Sara siate sotto la Mia protezione”. – “Quando tutto sarà finito bene, vorrei lodarTi e preparare un banchetto di ringraziamento per tutti i poveri. Riconosco però, che con ciò arrivo da Te troppo tardi. Lodare dopo, è cosa troppo facile! Fa che io Ti possa, o Padre, glorificare con gratitudine, prima che la Tua grande Grazia faccia ingresso da me”. Abraham s’inginocchia e ringrazia come se il Miracolo fosse già avvenuto.

2.              Appena si è alzato, Agar si precipita dentro con impeto. “Un figlio, un magnifico figlio!”. Abraham diventa prima pallido, poi rosso. Abbraccia Agar. Nel suo giubilo, non si accorge di come l’ancella si stringa a lui in maniera femminile, mentre i suoi occhi brillano stranamente. Lei è orgogliosa che si debba assegnare a suo figlio la primogenitura del patriarca. L’orgoglio però, è quel ponte che si frantumerà sotto i suoi piedi.

3.              Abraham corre da Sara, la quale tiene in braccio suo figlio con occhi colmi di splendore. “Oh, Abraham, puoi immaginare che abbia partorito io, questo figlio? Io – a novant’anni? E… guardalo, è un secondo Abraham!”. Abraham bacia Sara sulla fronte. Affaccendato, va in cucina e lui stesso prepara il primo pasto alla madre. Stringe al cuore ogni domestica e distribuisce molti doni.

4.              Agar vede ciò che egli sta facendo. Lei non dovrebbe abbandonare Sara; ma va nella sua camera. “Anche con mio figlio lui si è rallegrato”, mormora. “Il suo dono è stato una collana di perle insieme a un anello di maternità”. Con esitazione, si toglie l’anello. “Il primo pasto però, me l’ha preparato solo la domestica della cucina”. Ingrata, non si ricorda che Sara mai lasciò il suo puerperio per tre giorni. Lei contraccambia male l’amore.

5.              Entra Ismael. Borbottando, si sbarazza del suo mantello. “Che caldo! Madre, hai qualcosa da bere?”. – “Sì, Ismael”. Gli porge del vino, che però non è ancora adatto al ragazzo. “Hai un fratello”, dice di sfuggita. – “Fratello?”. Ismael scoppia in una risata beffarda. “Ha partorito la vecchia?”. – “Sì, e – è un bambino delizioso”. – “Ah, io già la spunterò con il fratellino!”. Agar, riconoscendo troppo tardi che nell’ultimo tempo, molto in Ismael è rovinato, ribatte con angoscia:

6.              “Bada a te, Ismael! Se mi vuoi bene, lascia stare il bambino; perché il patriarca è la mano destra di Dio sulla Terra”. – “Hm”, Ismael va alla finestra di cattivo umore. Egli sa che dà poca gioia al padre, sebbene non voglia affliggerlo. Qualcosa lo attira al grande uomo. Il conflitto della sua anima, però, non guarito da Agar, lo trascina su e giù. Pur sempre lui sente che sarebbe più saggio dominarsi. “Non ti preoccupare, madre. Ismael ha ereditato la tua saggezza del paese del Nilo”. – “Così va bene, figlio mio. Si deve mettere la ponderazione davanti alle parole, anche prima che si levi la mano per l’azione”.

 

7.              Entra una domestica. Sorpresa vede Agar star ferma tranquilla alla tavola con Ismael. “Agar, la padrona è sola!”. – “Mio figlio è tornato stanco dai campi. Nessuno si prende cura di lui, del primogenito del patriarca! Non devo preparargli un pasto?”. – “Di Ismael ci occuperemo noi volentieri. Tu lo sai, vero?”. – “Oggi sarebbe stato dimenticato”, ribatte in tono pungente Agar. “Poiché tutto ruota già intorno al figlio di Sara, ancor prima che questo abbia emanato il suo primo vagito”. Spinge da parte la domestica, la quale se ne va furtiva, completamente sbalordita.

8.              Agar entra nella camera di Sara con volto indifferente. Non si vede il veleno nel suo petto. “Hai avuto bisogno di me, madre Sara? Ismael è tornato a casa stanco, e mi ha chiamato”, mente. – Sara, sprofondata in letizia e ringraziamento a Dio, dice affabilmente: “Oh, no, cara Agar, ho messo Isacco nella sua culla, dopo aver fatto la sua prima poppata”. – “Non ti sarai certamente alzata?”. La paura assale Agar. Lei aveva promesso di non abbandonare la stanza, se non ci fosse stata un’altra domestica presente. Un’ora di clessidra è già passata. Piena di premure circonda bambino e madre, ed è contenta che Sara taccia.

9.              Quando si diffonde la notizia: ‘Al signore di Dio e sua moglie è nato un figlio, e nello stesso tempo è accaduto un miracolo’, da tutte le parti arrivano ricchi principi e messaggeri dei re, con doni di ogni genere. Il principe Cossar è uno dei primi. Un prezioso collare d’oro è il regalo del Faraone, il quale non ha dimenticato Sara. Il ricordo di lei è per lui una buona luce e non un desiderio. Tutti i nobili sono ricevuti nel boschetto di Mamre.

10.         Il principe Hummar-Karbo, Hebael e Fylola arrivano immensamente felici, con loro Jubisat, il quale ha pregato Lot di amministrare, nel frattempo, il paese. Lot aveva rinunciato anche a Zoar, dopo la distruzione di Sodoma, e ha accolto con gratitudine il paese intorno ad Ai, su desiderio di Abraham. Seguono anche il principe della città di Dan, il superiore di Kedes e i fratelli amorrei Mamre, Escol e Aners.

11.         “La mia casa si riempie!”. Abraham si frega divertito le mani. Molti uomini e donne di Ebron offrono premurosi i loro servigi. Per Abraham rimane appena il tempo di scambiare qualche parola con Sara. Anche lei, infatti, che già dopo sette giorni – suo figlio in braccio – lieta serve gli ospiti, è interpellata da tutte le parti.

12.         È l’ottavo giorno. Oggi il figlioletto dev’essere circonciso. Un grande banchetto di ringraziamento per tutti i poveri da ogni dove, è preparato nella casa della città. Questa mattina entrambi s’inginocchiano all’altare. Abraham solleva le mani: “Padre di ogni Bontà, le mie parole sono troppo misere, esse non possono esprimerTi il ringraziamento che Ti è dovuto. Guarda i nostri cuori, sono dinanzi a Te come un libro aperto. Fa riuscire bene il giorno nella Tua Grazia. Quando io circoncido Isacco, Tu circoncidi il suo cuore, affinché il mondo con la sua ricchezza e il suo potere, gli valga meno che una bestiola sul pascolo. Fa prendere al suo spirito la Luce proveniente dalla Fiamma del Tuo Santuario, affinché lui porti avanti, ciò che Tu hai consegnato a me. Guarda, questo è figlio Tuo!”.

13.         Quando si alzano, al bianco focolare stanno due ‘chiari’. Essi sono i vecchi conosciuti amici. “Abraham”, dice il primo giovane, “mantieni la promessa che tu adesso hai giurato all’Altissimo!”. Oggi Sara non si accorge della serietà nella parola, sebbene normalmente lei ascolti molto attentamente la Luce. Mette Isacco tra le braccia degli amici del Cielo. Lei è salutata con la benedizione del Padre. Anche Abraham mette la gioia davanti alla serietà, e dice: “Quello che io prometto al Signore, lo mantengo. Il mio fanciullo dovrà percorrere le vie di Dio”. Dicendo questo, i suoi occhi splendono chiaramente. “È bene però che voi due, finalmente, siate venuti!”.

14.         “Per noi non hai più il benvenuto?”, chiede il secondo ‘chiaro’. – “Non è questo sufficiente?”, stuzzica Abraham. “Oggi è il giorno del Signore, lasciateci essere gioiosamente lieti in Lui!”. – “Abbiamo già notato come la pensi”. Continua il secondo Chiaro. “Il tuo spirito, giovane nell’eterno santo Spirito di Dio, eclissa l’età di questa Terra. Noi però siamo venuti per aiutarti. La maggior parte dei vostri ospiti non vogliono ricevere soltanto delle cose terrene; essi desiderano molto di contemplare il Cielo”.

15.         Ovunque regna grande gioia. La maggior parte degli ospiti sa che, e come, Dio sta nel Patto con Abraham. Così i ‘chiari’ sono ben conosciuti, soprattutto dalla battaglia del re. Oggi anche Kedor-Laomor, l’elamita, si affeziona ai portatori di armatura. Agar possibilmente gira al largo da loro e Ismael va di soppiatto alle greggi, invece di partecipare come figlio alla gioia della casa. Prima del pranzo, Abraham esegue la circoncisione presso l’altare bianco. Il principe Cossar tiene il fanciullo con amorevole calore. Da lontano, Ismael assiste con invidia all’avvenimento. “Per me non c’è stato nessun atto, sono stato inserito nel gruppo come ogni altro servitore”. Borbottando serra i pugni, pieno di odio.

16.         Ecco che accanto a lui sta un ‘chiaro’. Spaventato, il ragazzo vorrebbe fuggire. Ma la mano di Luce lo trattiene, e siedono lungo il bordo della strada. “Ismael, hai già visto tuo fratello?”. La domanda suona affabile. – “No! Non ho tempo. Già da fanciullo, io devo lavorare come un servo. Il padre mi tratta duramente!”. – “È vero questo, figlio mio? Potresti parlare precisamente così anche davanti a Dio?”. Ismael, maturato molto oltre la sua età e spinto troppo presto da Agar nella confusione della vita, esplode in un’amara risata. “Non c’è stato ancora nessun Dio che abbia voluto ascoltare il primo figlio della casa”. – “Ciò nonostante, Ismael, il Signore copre molto in te per amor di tuo padre. Sebbene tu sia ancora un ragazzo, la tua anima è già catturata nel vortice di questo mondo. Con te si deve parlare come con un uomo. Sarebbe certamente meglio se io potessi parlare con te in modo infantile. Così ascolta, dunque:

17.         Padre Abraham ti porta con grande amore nella costante preghiera, egli non ti ha messo dietro ad Isacco. Solo tu, t’immagini questo. Oppure pensi di non addolorarlo se, ostinatamente, ti metti dietro lo steccato? Come figlio della casa avresti dovuto collaborare a servire i suoi ospiti. Quanto volentieri egli avrebbe messo su di te le mani per dire: figlio mio Ismael!”.

18.         Il ragazzo piange: “Sì, sì, il figlio. Ma non il ‘primo’ figlio! Con Isacco ho perso la primogenitura, lo sento precisamente. Nessuno mi ama, all’infuori di mia madre”. L’angelo, incoraggiante, mette il suo braccio intorno alla schiena piegata di Ismael. “Sei sciocco, tu consideri tutto dal tuo lato soltanto. Hai mai contraccambiato un atto d’amore che la padrona della casa ti ha fatto maternamente? Dove la potevi ferire, lo hai fatto”. – “Non posso soffrire quella vecchia”. Ismael scoppia in un sentimento di odio. – “Perché non la guardi mai negli occhi”, replica con serietà la Luce del Cielo; “tu non hai riconosciuto la bontà che ti è rimasta, oltre tutta la tua cattiveria di ragazzo!”.

19.         L’angelo solleva il ragazzo. “Ismael, sii oggi fanciullo e diventa innanzi tutto un uomo. Chi non obbedisce, chi non vuole imparare e definisce ogni buon ammonimento, duro e senza amore, diventa uno stolto, un uomo che tutti evitano. Impara a piegarti, prima di innalzarti. Non attaccarti alla primogenitura! Poiché ricordati: non importa l’essere il primo o l’ultimo figlio, ma che si diventi bravi e buoni. Dio non domanda: sei tu il primo o l’ultimo? Egli domanda: sei tu, figlio Mio? E se a questo potrai rispondere lietamente: sì, lo sono – anche verso padre Abraham e madre Sara – allora rimarrai nella casa che è di tuo padre, nel Cielo come sulla Terra. Ora vieni con me, e non si penserà alla cattiveria con la quale ti sei tenuto lontano dalla casa in questi giorni”.

20.         Il ragazzo si lascia guidare; e oggi diventa un giorno in cui egli si pente della sua ostinazione. Il campo però è troppo poco profondo; Agar ne ha tolta molta buona semenza, la semenza è troppo in superficie. Abraham nasconde il suo dispiacere. “Mio figlio Ismael”, dice a tutti gli ospiti. “Anche oggi è stato diligente e ha fatto il lavoro che c’è da fare nel giorno del riposo”. È molto lodato, egli è anche un giovanotto molto grazioso, e quando vuole, ci si affeziona a lui di cuore. Nonostante il Cielo abbia aiutato, Agar continua a evitare i ‘chiari’.

21.         Dopo il banchetto, Kedor-Laomor domanda che scopo abbia la circoncisione, e se dovrà avvenire ovunque. Abraham risponde: “Amico, alti ospiti, alla mia casa è capitata una grande Grazia. Con diritto è da considerare ‘Miracolo’ il fatto che mia moglie nella sua veneranda età abbia partorito Isacco. Alla Grazia di Dio si aggiunge la gioia che io posso servire tutti voi, re, principi e nobili inviati. Voi amici, però, sapete che il terreno sta al secondo posto, e la nobiltà di spirito e l’educazione dell’anima sono le vere corone. Ciò che ci dà in prestito il mondo, infatti, non ha un alto livello, se non prendiamo la nobiltà dei nostri cuori dal Cielo.

22.         Due ospiti stanno seduti al fianco mio”, egli indica i ‘chiari’, “il cui spirito irradia la fiamma del Creatore. Essi ci insegnano con parole facili, ciò che io posso mostrare solo in modo inadeguato”. – “Tu potresti già dirlo bene”, osserva il primo giovane, “nello spirito, infatti, noi siamo fratelli; solo la tua umiltà nasconde la tua Luce con una mano”. – “Ah”, s’intromette rapidamente il principe Cossar. “Quando la Luce del Cielo non nascosta verrà sulla Terra per benedire noi terreni, allora possa splendere per la salvezza di tutti noi”. – “Ben detto”, loda il secondo ‘chiaro’, “parla, Zuriel, perché questo è il tuo campo”. – “Non meno anche il tuo, Raphael; ma noi facciamo la Volontà del Padre nostro”.

23.         “Finalmente conosciamo i vostri nomi!”. Abraham, che già dalla grande battaglia voleva volentieri sapere chi fossero i fratelli, mai aveva domandato ciò che il Cielo ancora racchiudeva. Gli era sempre sufficiente la Grazia che gli capitava. Ora è grande la sua gioia. “Che bei nomi”, dice Fylola a madre Sara, le quali siedono insieme. “Si sente proprio che provengono dalla Luce”. Raphael affabilmente fa cenno col capo a Fylola. Zuriel comincia con il suo discorso.

24.         “Il Creatore di tutte le Opere non vi sta più distante che a noi due. L’amico Cossar fa obiezione, e allora, egli dice, anche gli uomini dovrebbero essere colmi di sapienza, forza e amore come noi. Ebbene, questo per alcuni è anche il caso. Solo che qui la vita ricopre il bene della Luce, e questo per il motivo che si lascia svelare solo un po’ alla volta. Chi tuttavia cura in sé il bene, e si misura con l’Alto e non con il basso, a costui abbonderà qualche dono, le cui radici giungeranno profondamente nella regione della Luce. Chi ha la via della fede davanti agli occhi e nel cuore, costui incontrerà il Signore, tante volte, quante il suo amore Lo attirerà a sé. L’incontro potrà essere nell’immagine, nella parola, ma anche negli avvenimenti o nell’incontro personale, secondo com’è al meglio per gli uomini terreni. In ogni caso, è veramente la Sua Luce che benedirà i figli.

25.         Quasi tutti voi siete stati guidati alla fede mediante Abraham, ed ora sentite il collegamento che, dal centro del Regno, passa attraverso l’intera Creazione. Il vostro desiderio di servire Dio nella vita del vostro spirito, come fa Abraham, è sincero. Perciò vi è preparata l’ora, e voi sentirete e vedrete, quanto poco gli uomini vogliono riconoscere, tanto più uomini un giorno riempiranno la Terra.

26.         Tu, Kedor-Laomor, dopo una profonda caduta, attraverso la Grazia di Dio, salirai su un monte che s’innalza nel Cielo più in alto che il monte più alto della Terra. Tu pensi di essere ancora lontano da Dio, se anche tu non sarai circonciso nel Patto. Ma fate tutti attenzione: la circoncisione esteriore, ordinata ad Abraham, da sola non porterà il Patto di Dio! Quello che accade qui, preparato solo a un popolo, giace nella profondità di quella Sapienza che difficilmente è comunicata alla Terra.

27.         Ci fu una figlia che si distolse dal Padre, e non ritornerà prima che sia stato adempiuto un Sacrificio. Dalla caduta fino al Sacrificio c’è una via preparata alla figlia, che si chiama ‘umiltà’, il Sacrificio dell’Altissimo! Come però molte anime sono precipitate con la figlia, così ci sono molti figli che, con l’eterno-vero Dio, percorrono la via dell’umiltà che conduce su questa Terra, al luogo dei caduti. Il Segno del Sacrificio proveniente dallo Spirito di Dio è il corpo dell’umanità che Dio porterà, quando potrà avvenire il punto di svolta.

28.         Oh, ricordate: Dio si circoncide! Egli separa dalla Sua Essenza, l’Amore! Il più Sacro dell’Atto del Sacrificio! Il Suo grandioso Spirito di Creatore cede una delle Sue sette Fiaccole! Questa separazione, la Circoncisione della Sua Santità, non può certamente rimanere così. Dopo l’Immolazione, la parte incoronata del Sacrificio, l’Amore, sarà elevata al Suo diritto e divamperà di nuovo con le altre fiaccole dell’Essenza di Dio.

29.         Per i caduti è da erigere un segno che essi devono contemplare. Quindi l’interiore, il più Santo nel sacrificio di Dio, si circonciderà anche sulla Terra, vale a dire nel nascondere la Sua Divinità! Solo coloro che Lo amano, Lo riconosceranno. Tuttavia, l’inferno sa che il sacrificio Ur è già avvenuto. Solo che non conosce il suo Potere, Potere che si rivelerà solo dopo, quando si compirà esteriormente l’Immolazione. E per combattere questo potere del Sacrificio come esseri dell’inferno, queste anime vengono sulla Terra anche come uomini. E loro sono moltissimi.

30.         Nessuna stirpe però, si potrà conservare, se presso di lei non potrà dimorare il Raggio di Luce. Lo avete visto in Sodoma e Gomorra. I figli fedeli, quindi, scendono, diventano uomini come gli esseri dell’inferno e mantengono libera la via di Dio, sulla quale Egli verrà per eseguire il Sacrificio. Così nasce la lotta tra la Luce e la tenebra.

31.         Ora però anche i figli si devono circoncidere, devono separarsi dalla loro pura vita. Ma come Dio, nonostante la Propria circoncisione rimane eternamente il Perfetto e l’incommensurabilmente Alto, così anche i figli rimangono nel loro essere, perfetti. È velata solo la Luce, ‘interrotta’ per la durata qui sulla Terra.

32.         In generale, nessun figlio deve sapere di essere proceduto puro dalla Luce. Umilmente essi percorrono la via proveniente dall’amore per il Creatore di tutte le cose, e per il servizio d’amore per tutti i caduti. E anche se sono coinvolti nel peccato, li regge il santo Sacrificio di Dio. Solo pochi spiriti superiori, che vogliono formare i pilastri per la Via, sanno, chi essi siano. Ma questi nascondono da sé la loro fiamma, perché la loro via dell’umiltà è il dono del sacrificio che depongono sull’Altare dell’Immolazione di Dio. Solo il SIGNORE manifesterà la Sua Luce, perché Egli è il Creatore, Sacerdote, Dio e Padre!

33.         Tutto lo spirituale sulla Terra ha bisogno di segni esteriori. Come ho già detto: una figlia, la caduta, un Sacrificio, una Via; così anche un segno in un popolo, nel quale combattono maggiormente insieme, Luce e tenebra. Dove, infatti, c’è molta Luce, lì c’è anche molta ombra. Dove la Luce esercita l’irruzione, là albergherà l’inferno! Anche gli oscuri si circoncidono, addirittura indossano la veste della Terra, che a loro non va a genio. Essi sacrificano, solo per distruggere.

34.         Perciò la circoncisione esteriore è solamente un segno che, dopo il Sacrificio compiuto, può essere sospeso, come poi sono anche ‘popolo di Dio’ tutti quei figli che conservano fedelmente la fede. La circoncisione interiore, cari amici, è quella eternamente valida, e proveniente dalla santa Circoncisione di Dio. Il popolo proveniente da Abraham, che è venuto sulla Terra come un pilastro, dovrà portare questo segno fino all’Alto Tempo, alla cui Santità nel Sacrificio di Dio la tenebra si sfracellerà. – Chi perciò si circoncide giustamente, secondo il cuore, si sacrifica nell’umiltà, nella promessa (Salmo 50,14) che ha fatto egli a Dio, e chi aiuta il prossimo ad alzarsi, è circonciso ‘da Dio’ in tutto il suo essere, e sta eternamente nel Suo Patto”.

35.         Tutti continuano ad ascoltare in silenzio la Parola, e diventano buoni frutti che maturano nel silenzio. Abraham abbraccia i fratelli provenienti dalla Luce. Poi gli uomini si recano nel boschetto. Gli ospiti si lasciano spiegare qualcosa di utile dal patriarca, in particolare l’economia del campo e del bestiame. Le donne forestiere, invece, pregano Sara di istruirle nella sua arte di tessere tappeti e coperte, in cui lei è maestra, soprattutto come arrivare a ingegnosi nuovi modelli. Ciononostante, perfino in tutte le cose terrene che servono anche per la gioia degli ospiti, la conversazione si volge per la maggior parte sempre intorno alla Dottrina del Cielo. Zuriel e Raphael perciò sono molto corteggiati.

36.         Agar sorveglia le domestiche, le quali preparano le sale e la cena. Di tanto in tanto va nella sua camera. Lei si rallegra che Ismael sia nella compagnia, e spesso a fianco di Abraham. Anche Sara ha dato il proprio contributo per rendere bello il giorno al ragazzo. Pur sempre – lei guarda attraverso oscure finestre, dove risplende Luce pura. Ecco che si muovono le pieghe della tenda. Va lì precipitosa. Solo a fatica riesce a nascondere il suo sgomento. Entra Raphael.

37.         L’angelo le porge amichevolmente la mano. “Agar, tu hai provato altamente la Grazia di Dio. Ciononostante il Cielo è rattristato, perché ringrazi poco e semini semenza maligna, là dove esiste buona terra. Perché fai questo?”. – “Io non so di che cosa parli”, risponde lei, a metà insicura, a metà ostinata. “Voi del Cielo parlate di ciò che gli uomini non possono comprendere”. – “Questa mi è nuova! Certo, qualche insegnamento arriva, che deve essere dapprima spiegato. Chi però è volonteroso, comprende anche quando si aprono profondità. Tuttavia non ti ho detto nessuna parola sconosciuta proveniente dal Cielo, ma ciò che tu fai sulla Terra. Questo dovrebbe esserti comprensibile.

38.         Oppure tu credi che la Luce si lasci ingannare? Non solo il tuo piede e il tuo occhio, ma anche il tuo cuore, hanno fatto un largo giro intorno a noi. Ciò che commetti di peccato contro Abraham e Sara, guasti in Ismael, ed egli si prenderà amaramente la propria vendetta, se non ti cambi presto. Quanto buoni si è stati con te quando hai ritrovato la via di casa! Perfino il principe Cossar ha nascosto il tuo grande errore. Ora sono già passati anni e non raccogli amore ma odio. Sta attenta però: la Luce non è un luogo dove si possa portare l’odio; non lo accetta per niente! E la Terra, uomini o anime? Non credere che essi siano il campo nel quale tu lo puoi sotterrare. Se lo spargi come semenza, allora rimarrà nel terreno; ma ciò che ne germoglia e cresce, dovrai raccoglierlo tu stessa, come ogni persona che è dedita all’odio”.

39.         “Tu affermi che avrei ritrovato la via di casa”, lo interrompe Agar, guardando in basso dinanzi a sé. “La patria, è dove si deve essere ancella?”. – “Sì, Agar, anche questa può essere una vera patria, secondo come ognuno la sente. Tu sei ancella, e ti si chiama figlia. Sara ti è stata in ogni momento una madre. E Abraham, il padrone, è, per tutti gli uomini, un servitore, sottomesso alla sua casa. Entrambi, Abraham e Sara, sono sempre attenti a vivere per voi, per portarvi un rifugio e un buon pane. Qualche lavoro che spetterebbe a te, alla più giovane, all’ancella, lo fa la padrona stessa, nonostante le mani stanche. Lei mai ti ha biasimato, quando eri negligente.

40.         Tu pensi che ciò non mi riguardi e che mi debba occupare del mio servizio nel Cielo, invece che delle cose terrene, non degne per la Luce? Tu non sai che il più alto servizio del Cielo vale per l’inferno, per riportare a casa la lontananza! Anche tu, Agar, sei molto lontana dalla Luce. Perciò vengo io, il principe dell’Amore, per salvarti. Se non cambi, Ismael si smarrirà lontano, prima che la sua anima raggiunga un giorno il cambiamento. Così perderà perfino la sua casa paterna”.

41.         “Questo è già successo”, protesta con vivace ostinazione Agar. “Il figlio di Sara ha preso a lui questa!”. – “Spargi il veleno della bugia proveniente dalla tua cattiveria? Dai aceto, dove ricevi pane e vino?”. L’angelo lo domanda molto seriamente. Agar rabbrividisce, si morde le labbra. “Tu pensi solo alle tue voglie dei sensi, il che fa di te la schiava, un’estranea alla casa. Invidi a Sara anche suo figlio. Perfino nell’ora della nascita hai dimenticato il dovere; e non ti sarebbe dispiaciuto se la padrona avesse lasciato la Terra. Tanto lei è vecchia; la nascita poteva ben essere il segno della morte! Però, la tua anima porta il marchio del disonore. Anche un tentativo fallito, è inciso nel Libro della Vita. Nessun pensiero, infatti, rimane nascosto dinanzi a Dio!”.

42.         Agar indietreggia terrorizzata. “Questo no – questo non è vero!”. Per difesa stende le due mani. “Eppure, povera figlia, è vero! La Luce di Dio esamina ogni anima; nulla Gli rimane nascosto! – Agar”. L’angelo la prende affabilmente tra le braccia e con delicatezza le sfiora i capelli. “Ora cambia te stessa. Ancora puoi salvare te e il tuo ragazzo, puoi ricompensare tutta la bontà che ti è stata dimostrata, con la fedeltà. È l’ultimo appello di Dio a te sulla Terra. Se non lo segui, allora il deserto t’inghiottirà”. –

43.         Agar è sola. Davanti a lei sul tavolo brilla l’anello di madre. Vi mette accanto la collana di perle. “Il Cielo ha parlato bene”, mormora lei. “Sulla Terra domina il sangue e non lo spirito. La culla di chi sta sul trono diventa reggenza; e su chi viene la povertà, è l’ancella. Anche questo, il Cielo, chiama giustizia?”.

44.         Per un po’ di tempo riecheggia in lei l’ammonimento dell’angelo; si sforza di riparare, anche con Ismael. Il bene però non dura a lungo in lei. Abraham e Sara vedono come si maschera il cuore dell’ancella, e Ismael non fa nessun onore alla casa.

 

 

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Cap. 19

 

Tentato omicidio di Isacco; lo salva Tzordhu, il fedele guardiano – Abraham non vuole lasciar andare via da sé Ismael

Il giusto desiderio di Sara per l’allontanamento dell’ancella – Le cattive azioni di Agar diventano evidenti

Il Signore dà ragione a Sara, e conferma l’allontanamento dell’ancella e di suo figlio

 

1.              Già si azzuffano di nuovo?”. Sara va alla porta. Dal cortile interno risuonano delle grida. “Questo sta solo in Isacco”, grida velenosa Agar, “lui provoca Ismael”. – “Come può il piccolo provocare qualcuno?”. Sara, reprimendo la sua collera, si rivolge tranquilla ad Agar. “Ho visto spesso, come Ismael picchiava il fanciullo e ho taciuto per amor tuo. Non pensare però che io lasci tutte le briglie alla cattiveria. Un giorno si riempirà anche a me la brocca!”. – “Non c’è da meravigliarsi, io sono solo l’ancella!”. Sara la guarda sbigottita. È ancora Agar che dice questo? Tutto l’amore è stato inutile? Si strofina leggermente gli occhi.

2.              Le grida diventano forti. Per fortuna arriva a cavallo proprio Abraham. Con un gesto separa i ragazzi. “Vergognatevi, picchiarvi come cattivi ragazzi!”. Ismael guarda minacciosamente suo padre, mentre Isacco afferra le sue mani. – “Devo far sempre tutto ciò che comanda Ismael, un giorno sarà lui il padrone e io il servo”, dice il piccolo in lacrime, “Tzordhu però dice che Ismael è solo il figlio dell’ancella”. Abraham è irritato che Tzordhu metta tali idee nella testa del ragazzo. Vero è che costui odia l’egiziana perché non ha nessuna fedeltà. Non può dare completamente torto al fidato servitore, Agar negli ultimi anni si è comportata male. I ragazzi però non sono ancora maturi per queste cose.

3.              Abraham perciò scuote un poco Isacco. “Ismael non è il figlio dell’ancella, ma di sua madre. Il diritto di madre è uno sulla Terra, ricordatevelo!”. Quando Abraham è andato via, Ismael graffia a sangue la mano destra di Isacco e dice maligno: “Ora lo hai sentito! Il padre sta dalla mia parte, perché sono io il suo primogenito!”. Isacco soffoca le lacrime, mentre la sua mano comincia a dolere. Di nascosto si mette su un mucchio di fieno. Là lo trova Tzordhu, il quale, diligente, si prende cura di lui ogni volta che glielo permette il suo lavoro. Egli teme che il forte e rude Ismael possa fare del male al fanciullo.

4.              Il figlio di Sara, che egli onora altamente, giace lì con una manina completamente gonfia e sanguinante. Lui ha, per ogni male, un estratto di erbe medicinali. Fa subito una fasciatura, la mano, infatti, è avvelenata. Poi porta Isacco da Sara. Ora basta! La buona padrona deve cacciare il verme della casa! Sara diventa pallida quando sente e vede tutto. “Ti ringrazio fedele Tzordhu! Che cosa accadrà adesso? Non posso cacciare da casa il primogenito di Abraham. E Agar? No, non voglio sopportare più a lungo questo male!”.

5.              “Padrona, ascoltami: Ismael è ben il figlio della casa. Il vero figlio tuttavia è Isacco, figlio di Abraham e di Sara. A lui solo appartiene il paese, l’eredità e la corona! L’egiziana è diventata cattiva, una vipera che tu nutri con il tuo amore. Tu sei una madre per tutte le donne di servizio, e perfino per noi uomini rudi sei disposta maternamente. Chi non vorrebbe sacrificarsi per te?”. – “Tzordhu, io ho fatto solo ciò che Dio desidera e quello che Egli stesso fa per tutti noi. Non voglio portar via a Ismael la sua eredità. Il paese è grande, come anche la ricchezza. Entrambi i ragazzi potrebbero essere eredi. Ma se Ismael attenta alla vita di suo fratello, allora Isacco dovrà ricevere da solo la stirpe, spiritualmente come anche mondanamente”.

6.              Nello stesso istante entra Agar all’improvviso. Vuole allontanarsi velocemente da loro, ma Tzordhu la blocca. – “Vieni, e guarda l’azione infame di tuo figlio!”. Le mostra Isacco che giace febbricitante nelle braccia di Sara. “È colpa mia se i ragazzi litigano?”. – “È colpa tua! Tu hai istigato spesso Ismael. Ieri, dietro la stalla, dove riposano i viaggiatori, hai detto: «Qui, Ismael, prendi questo nelle tue unghie; chi graffi con una cosa del genere, non vivrà più a lungo!»”.

7.              Sara diventa pallida a morte. Il visino di Isacco è diventato angosciosamente rosso. “Nessuna preoccupazione”, tranquillizza Tzordhu. “Sta agendo il mio estratto medicinale. Una fortuna che abbia trovato subito il fanciullo”. Agar si assottiglia. Quanto detesta quest’uomo, il quale sin dall’Egitto già aveva per lei un occhio maligno. Ancora lei nega: “Questo non è vero, mi vuoi solo rovinare! Mi odi; e dove puoi, parli contro di me!”.

8.              “Tu, nido di vipere!”. Tzordhu, un po’ agitato, stringe i pugni. Solo la presenza di Sara frena la sua ira. “È mio dovere proteggere il patriarca insieme a sua moglie dalle tue insidie, insidie che sono molto aumentate negli ultimi anni. Ora però tu stessa hai steso la mano su Isacco, non hai avuto paura di istigare il tuo stesso ragazzo ancora minorenne all’assassinio! Ora Abraham ha un diritto davanti a Dio e a tutto il mondo, di cacciar via di qua te e Ismael. Gli assassini sono uguali agli animali selvaggi, essi devono stare nel deserto, dove vivono le tigri!”. Con un veloce scatto Agar si libera e fugge. Che cosa deve fare? Adesso, che cade l’ombra su di lei, ha molta paura di essere cacciata. Troppo tardi pensa a tutto il bene che ha ricevuto come ancella. Piangendo, si getta sulle sue pelli. –

9.              Tzordhu medica ancora una volta la mano malata. “Padrona, va nel frattempo da Abraham e pretendi che oggi stesso, questa donna insieme al figlio, sia mandata via. Per il momento, non dire ancora nulla di ciò che ho sentito”. – “Isacco morirà?”. – “No! Si salverà”. È bene che Sara non veda ciò che Tzordhu fa. Egli apre totalmente la piccola mano. Isacco si lamenta nella febbre. Poi succhia tutto il sangue, la tumefazione fino alle ossa e sciacqua la sua bocca con un estratto di erbe. Dopo applica uno spesso impacco di puro lino e avvolge mano e braccio fino alla spalla. Dopo, Isacco cade subito in un sonno profondo. Tzordhu rimane seduto accanto al suo giaciglio. –

10.         Sara entra da Abraham. “Che cosa mi porta mia moglie di bello?”. Lui la guarda nei suoi occhi. Sfavillano serietà e preoccupazione. “Che cosa c’è?”. – “Abraham, lasciami parlare davanti a te. Tu sai quanto sia stato difficile per noi separarci da Lot?”. – “Sì; ma ora di nuovo siamo uniti fraternamente e lui rimane in Ai, l’ha promesso fermamente”. – “Non si tratta di Lot, ma di – Ismael e Agar”. – “Che cosa intendi?”, chiede Abraham meravigliato. “Vuole forse Lot prendersi Agar in moglie?”.

11.         “No!”. Una piccola piega s’imprime alla radice del naso di Sara. “Non possiamo più lasciare insieme Ismael e Isacco; Agar mi ha detto certe parole maligne. Caccia via l’ancella, non la voglio vedere mai più!”. – “Ma… Sara, come puoi pretendere questo? Ismael è certo figlio mio! Io lo tengo, quindi anche Agar deve rimanere”. Sara si siede su uno sgabello, le tremano le ginocchia.

12.         “Ismael dà a te poca gioia, e io gli sono una spina nell’occhio”. – “Sciocchezze da ragazzi”, cerca di tranquillizzare Abraham. “Quando diventerà uomo, allora metterà anche giudizio”. – “Per lui è troppo tardi. Perfino a me fa male, se lo devo dire, egli è tuo figlio! Ma se vuoi tenere Ismael e anche Agar, allora io vado con Isacco a Beth-El. Non voglio che in avvenire i ragazzi rimangano insieme. Isacco non deve diventare un lazzarone, deve crescere del tutto nel tuo spirito”.

13.         “Sara, non guardare nella nebbia! I ragazzi litigano, è sempre stato così. Sotto un certo aspetto fa bene, non possono essere fanciulle delicate. Come dovranno un giorno affrontare la vita?”. – “Ti capisco”, risponde dolcemente Sara. “Hai portato la spada di Dio, la pesante arma, hai battuto i nemici, hai un grande paese e sei anche fedele all’ultimo nel più lontano confine. Per questo ci vuole forza e coraggio, anche amore e comprensione, cosa che tu hai in ricca misura. In Isacco io vedo la stessa cosa. Quando gioca da solo, per lui è importante il più piccolo scarabeo; e ciò che vive, lo porta a sua madre. Il suo sentimento è orientato alla protezione. Ismael distrugge. Dove può uccidere, uccide; e con cupidigia, sta a guardare la morte delle sue vittime.

14.         Tu non sai tutto questo, perché le tue spalle portano molti pesi. Ho spesso taciuto, per non ferirti a causa di Ismael. Ma i ragazzi devono essere separati!”. – “Riflettiamoci su, cara Sara. Forse Lot prenderà il ragazzo con sé”. – “Questa non è più una via d’uscita. Vieni con me!”. Sara gli fa cenno di seguirla. Un poco seccato, Abraham si alza. Proprio adesso si alza una nube; ora una lite tra ragazzi deve disturbare la pace della sua casa? Questo è troppo per lui.

15.         Abraham però è atterrito, quando vede il fanciullo malato. “Che cosa è successo?”. – “Il serpente ha morso il fanciullo”, risponde Tzordhu. “Un serpente? Tutta Mamre ne è libera”. Abraham vuole esaminare la mano. “No signore”, si oppone Tzordhu. Nessuno deve accorgersi che Isacco ha rischiato la vita. “La fasciatura deve ancora agire senza essere toccata. Poi la rifarò io stesso. Ma qui nel boschetto c’è una vipera, e si chiama – Agar!”.

16.         “Tzordhu, io so quanto fedelmente sei dedito a noi. Ma lascia l’astio che nutri contro Agar. Sara ne è già contagiata”. Abraham domina la sua agitazione, egli, infatti, vede che Isacco lotta ancora con la morte. Sara si gira. Di nascosto si asciuga una lacrima. “Tu pensi che io odi Agar per amor del primo figlio”, dice lei sommessamente. “No! Abraham, io ho coperto più di quanto qualcuno possa immaginare. Alla nascita di Isacco, lei se ne andò via. Io ero da sola. Ora so che questa era l’intenzione sua contro di me e – contro Isacco”.

17.         “Tu esprimi qualcosa di mostruoso”. Abraham va su e giù. “Non può essere che abbia soltanto sognato questo, nella prima febbre?”. – “Allora devo anche aver allattato Isacco nella febbre, e averlo messo nella sua culla, e aver lavato me stessa perché non c’era nessun’ancella presente”. – “Sara!”. – “Padrona!”. Simultaneamente lo esclamano gli uomini. “Avrei scacciato la bestia con la frusta”, salta fuori Tzordhu. “Se solo lo avessi sospettato! Può un tale inferno dimorare anche nel Cielo?”.

18.         Abraham stringe fortemente a sé Sara. “Allora in te è accaduto un Miracolo ancora più grande di quello che noi abbiamo creduto di sperimentare. Ma perché non me lo hai detto?”. – “A causa di Ismael. Non potevo ferire il tuo cuore paterno. E non volevo che si dicesse: guardate, ora che lei stessa ha partorito, la povera ancella è cacciata insieme a suo figlio! Ho anche cercato ancor sempre qualcosa di buono in Agar. Tutta la fatica però, tutto l’amore è stato inutile. Il suo sangue ribelle irrompe sempre nuovamente”.

19.         Tzordhu racconta quante volte ha ascoltato di nascosto l’egiziana, e ha potuto proteggere Isacco da qualche male. Egli aveva taciuto solo su desiderio di Sara, la quale non voleva passare per la cattiva matrigna. Adesso però che l’ancella ha messo le mani sul veleno, ha voluto subito denunciare il male. Aveva anche sorvegliato i ragazzi nel litigio, ma era stato chiamato. “Una fortuna”, aggiunge, “che io abbia cercato subito Isacco, quando Ismael se n’è andato via di soppiatto. Una mezz’ora più tardi – e al bel fanciullo sarebbe rimasto solo l’ultimo letto”.

20.         Abraham è fuori di sé. E ciononostante – Ismael è figlio suo. Lo può dare per perduto, se è possibile ancora una salvezza? Deve custodirne l’anima, finché anche la sabbia non serva il Cielo. Sara sente le gravi preoccupazioni; lei tace. Oh, quanto bene comprende Abraham! Non lo deve più angustiare. Isacco, giacendo nel suo grembo, diventa nuovamente inquieto. Tzordhu osserva sorpreso il suo padrone.

21.         “Vogliamo riflettere”, dice il patriarca. “Nessuno varcherà la soglia della mia casa senza pace. Agar andrà ad Ai, ora dovrà servire Lot. Ismael starà sotto la mia severa mano”. – “Se lo fai, allora sacrifichi il tuo buon figlio alla serpe!”. Dice Tzordhu, e si alza in fretta. “Ismael è abbastanza grande, non si può più chiamarlo innocente. Se rimane qui, solo dopo la tua morte rimarrà lui il padrone; di questo sii certo!”. – “Lo educherò io!”, dice Abraham. – “Non raddrizzi un bastone storto; si spezza, oppure – si getta via!”, incalza il fedele servitore.

22.         Tzordhu si china su Isacco. “Devo cambiare la fasciatura. Vi prego, andate”, si rivolge a Sara e al patriarca, “lo posso fare solo da solo”. Abraham ascolta attentamente. “Io rimango, voglio vedere quel che fai! Ma tu, cara Sara, va via. Ti porterò io il fanciullo. Tzordhu e i grandi cani saranno i guardiani tuoi e del figlioletto. Il grande Guardiano, nostro Dio e Padre, ci assisterà tutti”.

23.         Sara vacilla, uscendo. Oggi è stanca da morire. Una domestica l’afferra e la conduce sul suo giaciglio. Ancora nessuno sa che cosa sia successo. Tzordhu toglie la benda. “Il fanciullo ha solo ossa nella mano!”, esclama terrorizzato Abraham. – “Padrone, ho consumato io la mano”. Sul tessuto osseo si è raccolto l’ultimo veleno. Tzordhu succhia nuovamente l’ulcera senza esitazione. “Ecco, ora è pulita, la povera piccola mano. La carne poi crescerà”. Egli rinnova la sua poltiglia di erbe, somministra qualcosa al fanciullo e lo adagia su spesse pelli.

24.         “Tzordhu!”. Abraham non si vergogna di asciugarsi una lacrima. “Così tu hai salvato mio figlio? O fedele!”. Non dice altro. La stretta di mano ricompensa però il salvatore, il quale rimane seduto vegliando davanti alla tenda di Sara, i cani accanto a sé. Servitori e domestiche sono agitati. Chi ha attentato alla vita del fanciullo? Le domestiche vengono in silenzio dalla padrona, ognuna vorrebbe portare aiuto. Solo Agar non si vede. Piano piano il sospetto cade su di lei. I servitori vanno di notte sorvegliando attraverso casa e boschetto. Evitano l’altare; là è inginocchiato Abraham, in fervente preghiera.

25.         “O Signore, che cosa devo fare? Per come stanno ora le cose, Sara ha ragione che io allontani l’ancella. Ma il figlio? Tu lo hai dato a me dalla mia decima del sacrificio. Hai incorporato al ragazzo la tenebra della mia anima, tenebra che porto ancora in me; allora preferisco morire invece di vivere, così, infatti, non sono degno della bontà del Tuo Cuore! Ismael è anche il segno dei miei peccati, quindi senza colpa”. – Ecco che accanto a lui sta nella figura l’Alta Luce, e il patriarca si china fino a terra. “Abraham, alzati, voglio parlare con te”. Abraham obbedisce lentamente. Il suo cuore trema, e anche le sue mani. Non si è mai sentito così indegno di guardare il Signore come adesso. Si recano alla panca dell’altare. Il Signore comincia:

26.         “Abraham, se Io dovessi raccogliere i tuoi peccati, mi basterebbe una piccola coppa, come quella che Isacco prende per bere. Ismael è quella sabbia che ha bisogno di Redenzione. L’ancella l’ha partorito con tutti i suoi errori. Se non fosse scaturito dal tuo spirito, di lui non rimarrebbe nulla di ciò che sarebbe ancora utilizzabile sulla Terra. Vedi, il povero abisso, che si è separato dalla Mia Grazia, non poteva vivere nel Regno. Ho cacciato via la prima figlia[2] che si è degradata a serva. Solo l’estraneo, infatti, istruirà la figlia su quel che le era la Casa del Padre!

27.         Così fa anche l’ancella con Sara. Ciò che si volta dalla Luce, non può dimorare nella Luce. Presta però attenzione, Mio principe: il tuo spirito, assegnato all’abisso, è la Mia via promessa proveniente dalla Mia Serietà, sulla quale gli uomini terreni possono trovare il Cielo. La fiaccola di fuoco della Mia Serietà ha scacciato i malvagi al margine della Creazione! Quindi, la fiaccola della Redenzione, ben venendo dalla Pazienza, dall’Amore e dalla Misericordia, deve, e illuminerà con la Santità della Serietà-Sacrificio la via del ritorno a Casa, finché anche l’ultima delle pecorelle smarrite, non passerà attraverso le porte del Cielo”.

28.         “O Padre di ogni affettuosa Misericordia, quanto profondamente posso guardare nella Tua officina che illumina la Tua Santità! La Tua Parola è per me una bevanda che ristora l’anima mia. Ma perdonami: non posso io, prendere una piccola scintilla dalla tua Serietà, per tenere con questa il povero figlio? – Dove sarebbe il mio amore se strappassi al vacillante il bastone, vale a dire la casa paterna, che è il suo soccorso? Così si smarrirebbe nel deserto della sua anima, deserto che coprirebbe anche l’ultimo pozzo che io potevo preparargli dalla Tua Salvezza di Grazia”.

29.         “La casa paterna della Terra mai lo aiuterà, e nella Casa del Cielo lui non vuole andare. Lo stesso vale per l’ancella. Fa ora come vuole Sara, il suo buon cuore non deve più sanguinare. Lei ha fatto molto per la sua ancella e ha impiegato la Mia buona Misura di Grazia, Grazia che Agar, noncurante, ha gettato via da sé. Per una volta, però, l’amore deve tacere, se non vuole essere profanato!”.

30.         “Lo faccio con cuore pesante”, sospira profondamente Abraham. “Ma mi accorgo che l’inferno deve separarsi dal Cielo”. – “I sacrifici sono sempre pesanti, Mio Abraham. Mandar via da te Ismael, però, non ha bisogno del tuo profondo sospiro. – Ora sii benedetto, tu, tua moglie e tuo figlio, e i fedeli della tua casa”. – “Oh, Signore, fa venire anche su Ismael e su sua madre una parte della benedizione”. – “Preghi bene! Ma essi saranno benedetti attraverso di te, e per amor tuo a loro rimarrà vicina la Grazia”. Dio se ne va. Due accompagnatori Gli si uniscono. Abraham rimane a lungo inginocchiato e guarda dietro alla Luce.

31.         Al mattino seguente, fa chiamare a sé Ismael e Agar. Entrambi entrano piangendo. Essi hanno già notato di essere disprezzati, perché nessuno li saluta. Agar si getta giù. Ismael sta a guardare, digrignando i denti. Tuttavia, l’aspetto grave, gli occhi, fiammeggiando adirati, e – la bontà del volto del patriarca distruggono ogni sentimento in Ismael. Inespressivo, egli sta davanti a suo padre.

32.         “Agar, alzati. Nemmeno nella tua colpa devi giacere davanti a me, ma solo davanti a Dio, che ti giudicherà”. Lei si alza e rimane in piedi tremando. “Tutto il bene che ti ha dato la mia casa in decenni, lo hai compensato con ingratitudine. Ora volevi perfino ancora uccidere una giovane vita, che non ti ha mai fatto del male. Anche Sara volevi rovinare. Taci”, egli ribatte, quando lei alza la mano per l’obiezione, “e non mentire!

33.         Vattene via! Oltre la mia soglia pura, nessun assassino deve mettere i suoi piedi. E tu, Ismael”, il patriarca si rivolge al ragazzo, “hai ripagato male il mio amore paterno. Va via con tua madre! In tutto ti sei sbagliato; perfino il focolare del Signore non ti era sacro! Ho coperto, finché potevo. Ma che tu abbia voluto assassinare tuo fratello, ora rende colma la misura.

34.         “Qui”, si rivolge ancora una volta ad Agar, “un otre e del pane, e anche due coperte. Là c’è un sacco, affinché possiate prepararvi la capanna, dove vi potrete stabilire. Non però nel mio principato; la lontananza vi è aperta. Non opponete più resistenza al Cielo! Se tu, Ismael, ritornerai pieno di vero pentimento, allora la mia casa e il mio cuore un giorno si riapriranno di nuovo”. Lui bacia il ragazzo e – aspetta. Nessuna parola però viene sulle sue labbra. La dolce speranza che egli possa chiedere perdono e promettere un miglioramento, Abraham la deve abbandonare. Non succede niente. Anche Agar tace. Lei prende il pesante otre, il sacco e le coperte, e dà il pane al ragazzo. Senza voltarsi una sola volta, se ne va dal luogo che è stato per lei una buona patria per metà della vita.

 

 

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Cap. 20

 

Un nuovo patto con Abimelech – La doppia misura di Abraham verso Dio – Il Signore ha una misura quadruplice e settupla

Qualcosa della santa Croce – La difficile lotta del cuore: “Devo io sacrificare Isacco?”

Il Signore se ne va ed è tirato indietro da Abraham per ulteriori spiegazioni, poi accetta di mantenere il suo voto e si prepara per il viaggio del sacrificio

1.              Abraham ha fatto indagare in segreto su Agar; egli non riesce a trovar pace. Il suo pensiero è una giusta preoccupazione per il figlio, e compassione per l’ancella. Ha fatto giungere il messaggio a Cossar, di prestare protezione ai due, se si dovessero trovare. Il principe Cossar invia dei cercatori, che li trovano nel deserto di Pharan, al pendio nord del Mar Rosso. Una tribù nomade ha accolto Ismael e Agar. Ora Abraham è tranquillo. Essi vivono, il deserto non li ha uccisi.

2.              Subito dopo arrivano a cavallo il re Abimelech e il suo capitano da campo Phichol, con il seguito. Abraham prepara al volo la sua casa e corre per ricevere il re. Sorpreso, vede però Abimelech restare seduto sul suo cavallo, fuori dei confini di Ebron. “Amico mio, non vieni da me come ospite?”. Gli domanda. – “Ti sia detto questo”, risponde Abimelech, “ho sentito che vuoi rompere il nostro buon patto”. Abraham domina rancore e dolore. Stanco, alza lo sguardo al Cielo. Un nuovo fardello?

3.              “Vieni nella mia casa in pace”, egli dice, e prende nella sua mano le briglie del cammello. “Là parleremo insieme. I re non devono disputare per strada”. Il tono quieto e la dignità del signore di Dio impressionano molto Abimelech. Senza obiezioni si lascia portare a Mamre. Un buon banchetto ravviva gli animi incolleriti, con i quali quelli di Gerar erano arrivati qua.

4.              “Il tuo vino è buono, Abraham. Se la tua volontà è uguale a questo, allora ci andrà certamente bene”. – “Ho dato il miglior vino del mio paese, in segno della mia buna predisposizione verso te. Non puoi però disputare sul patto! Io ho mantenuto quel che abbiamo giurato in fedeltà; ciò che tu non hai fatto!”. – “Mi accusi di ciò che non è vero?”, s’infuria Abimelech. – Abraham fa cenno di no! “Lascia stare la tua ira, essa non porta a niente. Tu mi hai insultato all’aperto, io invece ti dico sotto il mio tetto ciò che deve essere discusso.

5.              Quando sono stato da te, tu mi hai dato il diritto di prendere del tuo paese a mio piacere. Niente ho preso dei tuoi luoghi, all’infuori di un piccolo pezzo di terra, nel quale ho trovato l’acqua. Dio mi ha indicato in sogno la sorgente. I miei uomini hanno scavato con sudore e fatica in profondità, hanno anche bordato il pozzo e irrigato il terreno circostante, così che vi sorgesse un piccolo giardino. Che un pozzo insieme al terreno che lì diviene fertile, secondo il diritto del deserto appartenga a chi lo ha scavato, lo sai molto bene. Là i suoi animali possono pascolare ed egli può piantare le sue tende. Se per giunta lascia venire anche altri, allora essi staranno sotto la sua giurisdizione”.

6.              “Non ti ho ancora contestato nessun pozzo che tu abbia trovato”, esclama affrettatamente Abimelech. “Tu cerchi qualcosa per rovinarmi. Non diventi così più grande nel tuo potere?”. – “Dio mi è Testimone, di come io mantenga con ognuno la pace! Tutti i principi in lungo e in largo mi sono sudditi, nella libertà”. – “Abraham ha ragione”, s’intromette Phichol, “egli è il più fedele in ogni patto”. – “Ma dove, per tutte le cose nel mondo, dove dovrebbe essere dunque l’acqua che io ti avrei sottratto?”. Domanda Abimelech.

7.              “Venivo da Gerar verso Oriente, sul fiume Besor, fino nel paese dei keniti”, risponde Abraham. “Là i miei sudditi hanno mancanza d’acqua. Per loro io ho trovato la sorgente, da Ebron una buona cavalcata di un giorno verso sud. Un giorno irruppero i tuoi servitori e ci rubarono il pozzo. Uccisero i guardiani, rubarono il bestiame e sorvegliarono la nostra sorgente, finché la mia tribù cavalcò la miseria. Ora parla: chi ha rotto il patto, tu oppure io?”.

8.              Abimelech si alza di scatto, adirato. “Per il tuo Dio, che ora è anche il mio, confesso: a me non era noto ciò che è successo! Perché non mi hai mandato un messaggio?”. – “Devo vigilare su un grande paese, il mio occhio deve guardare tutto. Ma non tutto può essere aggiustato nello stesso tempo. Domani però sarei venuto da te. Certamente non ti avrei presentato il saluto sulla strada stando in sella!”.

9.              Abimelech abbraccia Abraham. “Perdona, fratello mio, se ti ho ferito. Fa che possiamo rinnovare il patto. E poiché davanti a Dio e a te, io sono più piccolo, allora giura che aiuterai me e il mio popolo in pace e misericordia. Sii per me un amico, sebbene come caldeo tu sia per noi uno straniero”. Abraham risponde con solennità: “Il patto esteriore può essere buono e utile, e durare nel tempo; ma un patto del cuore è un muro alto, dietro al quale l’uomo dimora in pace. Voglio andare con te, e presso l’acqua, il patto sarà consacrato”.

*    *    *

10.         Giunti alla sorgente, il patriarca dona ad Abimelech un gregge. “Prendi, amico, esso sia il segno della mia integra fedeltà. E qui ci sono sette agnelli, bianchi e forti; accettali in segno che il patto varrà per sempre”. – Abimelech però, domanda: “Perché mi dai sette agnelli bianchi?”. – “Lascia che ti spieghi”. Abraham si siede sul bordo del pozzo. “Gli agnelli bianchi sono il segno della verità che io ho scavato questo pozzo; e la loro forza, vale la forza nel nuovo patto. Il fatto però che siano sette, significa che la mia parola proviene dal respiro di Dio, nel quale ardono le sette Fiaccole della Vita”. – “O Abraham”, esclama Abimelech, “quanto sei puro! E io mi sono permesso di contendere con te? Lascia che immergiamo le nostre mani nell’acqua, mi voglio purificare attraverso il tuo spirito davanti a Dio!”. Il patto è nuovamente concluso e chiamano il pozzo ‘Beer-Sheba’. Abimelech, soddisfatto, torna a casa. –

11.         Il paese è ben irrigato. Abraham pianta alberi con i suoi servitori, mostra ai keniti come possono preparare i campi, e non dimentica nemmeno di arare i loro cuori per la Parola del Signore. Poi ritorna a Ebron. Di nuovo è stata fatta una buona opera. È accolto gioiosamente da moglie e figlio. Difficilmente il ragazzo si allontana da lui. Sempre più si mostra chiaramente: lui diventerà un autentico patriarca. –

*    *    *

12.         In una bella serata, Sara siede con i domestici nel cortile interno. Si batte il grano. Abraham passa da una parte all’altra del boschetto, meditando. Come deve educare suo figlio a diventare uomo? Nel bianco focolare vede con gioia silenziosa ardere la fiamma di Dio. Da quando il Signore ha temprato qui la sua spada, il fuoco non si è mai spento. Egli vi stende sopra le sue mani. “Ah Signore e buon Padre, la Tua Grazia è il doppio, di ciò che conta gli anni della mia intera vita. Ti ringrazio!”.

13.         “Figlio, non hai calcolato troppo corta la misura?”. La Voce, che Abraham ama, pieno di riverenza, risuona al suo lato destro. Si volta velocemente. Dio, amabilmente sorridendo, gli sta accanto nella Sua figura di luce. “Come intendi questo, o Signore?”. Abraham per la sorpresa dimentica di piegare le sue ginocchia. “Ebbene, Io intendo che per la tua vita esteriore la Mia Grazia misura quattro volte i tuoi anni terreni e sette volte il tuo spirito. Tu però, conti soltanto il doppio”.

14.         “Signore, perdonami!”. Abraham si getta tra le braccia di Dio. – “Figlio Mio”, dice Dio, “la tua misura Mi piace. Hai pensato all’interiore e all’esteriore, così che hai dovuto calcolare il doppio. Con ciò hai ragione. Guarda però l’Opera, nata dalla Mia Luce! Le sette Fiaccole sono a te ben note, e la santità della Mia Essenza s’imprime nel tuo cuore. Comprendi ora la Mia misura che ho preparato per te”.

15.         “Sì, Signore”, Abraham risponde, umile e gioioso nella fede. “Sento molto bene, come la Tua fiamma di Vita splenda in me. Una cosa però, non la vedo abbastanza chiaramente: com’è da scorgere la quadruplice misura per l’esteriore”. – “Se tu fossi privo del corpo, non avresti bisogno di domandare, perché il tuo spirito vedrebbe ciò che l’intelletto non può ancora afferrare. Non ti ho dato il paese a nord, sud, est e anche a ovest, dove la tua serietà costruisce la via alla Luce? Ho anche tirato la tua ‘Arma di Dio’ ai quattro lati, attraverso la fiamma dell’altare!”.

16.         “Oh, adesso io vedo”, Abraham interrompe il Signore con lieto fervore, “come hai posto sulla Via del Tuo Ordine il Cielo e i mondi secondo i quattro venti. Così la Tua mano beatifica, la quale nello stesso tempo si volta e, senza voltarsi verso le quattro Direzioni fondamentali, benedice tutti i figli, sia vicini, sia lontani, nel Cielo e sulla Terra. Guida anche me, alla Tua buona mano paterna, e nessun sacrificio, che porterò nel Tuo Amore, sarà troppo alto per me!”.

17.         “Ogni sacrificio, Abraham?”. Il patriarca rabbrividisce. “Precisamente così fu un giorno la Tua domanda, quando venisti da me con il Tuo principe! Quella volta misi interamente nelle Tue mani la volontà del mio amore sacrificante, e anche oggi so che il mio Dio non pretenderà più di quanto io sappia dare”. – “Questo è vero!”. Abraham sente la Serietà proveniente dalla Parola di Dio, ma anche il calore che lo circonda in modo particolare.

18.         “Vedi, però, figlio Mio, conforme al senso, un figlio può sacrificare di più che un altro. Il valore rimane uguale, quando un piccolo sacrificio di un giovane cuore avviene nel pieno diritto. I Miei cari grandi però, devono portare grandi sacrifici, perché essi devono rendere al povero mondo un servizio del Cielo. Ed Io metto ogni sacrificio nella Mia santa Redenzione! Anche ciò che i figli fanno per se stessi, è in fondo un’offerta alla Redenzione salvifica del Mio Sacrificio! Se tu in questo puoi seguire altrettanto, allora da ogni Serietà-Sacrificio sarà illuminata la Via del ritorno a Casa, ritorno che il cielo edifica per l’inferno. Io sono il Mastro Costruttore, completamente solo; ma quelli che aiutano alla costruzione della via, sono i Miei figli provenienti dalla Luce. Se un giovane figlio porta qui anche solo una pietra, allora ha sacrificato volontariamente il suo dono. Ma i Miei grandi? Che cosa pensi, Abraham, quante pietre essi possono portare, oppure legno, per la costruzione del rifugio per tutti quelli che hanno abbandonato intenzionalmente la Casa del Padre?”.

19.         Abraham, si appoggia al petto di Dio. “Signore, se rifletto bene, i Tuoi grandi non devono contare in cifre. Lasciali sempre portare, finché l’Opera della Redenzione salvatrice non sarà pronta. Il legno però a volte può essere più pesante della pietra. Allora dammi soltanto la trave, misurala per me, forse – potrò aiutare il Figlio del Sacrificio, a portarla”. Lacrime scorrono nella barba bianca, e cadono sulle Mani di luce. Anche negli Occhi di Dio, però, splende una Stella piangente.

20.         “O Muriel, principe di Luce della Mia Serietà, tu raccogli la piccola trave, alla quale si aggiungerà la grande; ed entrambe si chiameranno poi ‘Croce’! Allora vorrò vedere se tu la potrai trascinare, e la prenderò poi dal tuo cuore e caricherò su di Me entrambe le travi; così, infatti, tu alleggerirai la Mia Croce. Ogni Sacrificio che portano volontariamente i figli, è alleggerimento del peso alla Croce della Creazione! Solo ricorda: l’avversario, nell’abisso della sua caduta, ha strappato un terzo dall’Opera del Giorno. Irta è la via, sulla quale i poveri cocci sono da riportare a Casa. Devo includere tutti i cocci nel Mio Sacrificio, il primo come l’ultimo. Chi Mi aiuta a portare, Mi alleggerisce il peso, e il suo peso porta la Misericordia! – Ebbene, portaMi il sacrificio della trave, Io, infatti, pretendo, niente di meno che tuo figlio!”.

21.         “Mio figlio?”. Abraham si appoggia con la schiena al focolare. “Cosa intendi? Si possono sacrificare animali, o frutti, ma un uomo – in più, ancora, un proprio figlio?”. – “Sei confuso, infatti, ti sembra insopportabile il legno dello strazio”. – “Signore! Signore! Non Ti comprendo! All’inizio mi era chiaro ciò che hai detto del Sacrificio della Redenzione; ma ora? Nessun Padre può uccidere il suo figlioletto; e chi lo facesse, starebbe sotto di ogni animale!”.

22.         “Non ti ho rivelato che Io sacrificherò il Mio sommo Amore, il quale sarà ucciso anche visibilmente sulla Terra come Figlio dell’Uomo? Questo non potrebbe accadere, se non Lo dessi per la piena Redenzione! Devo dare il Dono, devo compiere il Sacrificio, ed Io – Abraham – devo essere Io stesso, il Sacrificio! Comprendi tu questo?”. Il patriarca cade sul suo volto. “O Eterno, Magnifico, ora vedo una Luce! Soltanto – essa cade come ombra sull’anima mia, ombra che non può levarsi dinanzi a Te. Ahimè, Padre, sii misericordioso! Tu vuoi prendermi Isacco, allora perché ho scacciato Ismael? L’ordine di cacciata era solo una prova che io non ho sostenuto?”

23.         “Abraham, il tuo cuore è travagliato, come se l’avesse afferrato una tempesta. Hai appoggiato la tua schiena verso la Mia fiamma, quando hai riconosciuto il peso della tua trave. Da lungo tempo Io ho preparato il Mio Dono sacrificante, esso giace nella Mia mano sacerdotale, da quando si è formata l’oscurità. In questo lungo tempo, che tu come uomo non puoi afferrare, Io sto al Mio Focolare, ma non con la schiena, bensì con il volto, e vedo come l’oscurità divora l’Amore. E non solo questo: Io lascio andare nell’abisso i Miei figli dell’Amore, Io – vedo come i demoni divorano i Miei Doni divini, come un giorno nell’immagine del Focolare furono divorati i tuoi pezzi del sacrificio. Questo era il simbolo per quest’ora e un’immagine della Santità della Mia Opera sacerdotale!

24.         Uno, Abraham, dovrà stringere a te il bastone nella tua mano, affinché tu possa superare la ripida via. Fa attenzione: Io sto a guardare tutti i sacrifici, perfino il Sacrificio fino alla morte del Vaso che porta il Mio giusto Amore Ur. Ma nella Mia Essenza operano i Miei Raggi, e quello che essi fanno, corona la Mia Opera. L’oscurità può rovinare i sacrifici esteriori, ma quello che la Mia Volontà ne fa, rimane solo per il Mio Diritto! E ciò si posa pesantemente sull’allontanato, quando batte la sua ora attraverso l’estremo sacrificio dell’Amore. – Vuoi tu ora darMi la fiaccola in cui giace un Raggio dell’Offerta?”.

25.         Attraverso Abraham echeggia il profondo significato proveniente dalla Santità di Dio. Sì, si era voltato dal focolare, sul quale arde il Fuoco di Grazia. Si gira di scatto. Ahimè, come lo piega Dio, davanti a tutto il mondo! Poiché, se diventa di pubblico dominio che egli ha sacrificato Isacco come uno dei suoi agnelli, allora sarà disprezzato in lungo e in largo. E Sara? Non può immaginarsi quello che potrà succedere! Perfino i suoi fedeli andranno via da lui. Non si chiamerà “Sacrificio di Dio”, bensì “infanticidio”, e questa sarà poi la sua onta. No! Tutto, solo questo, Dio non può pretenderlo da lui, perché così si romperebbe anche la Parola che egli ha annunciato di Lui.

26.         Lacerato dal dolore, già come disprezzato e ovunque perseguitato, guarda su. Allora vede, impetuosamente spaventato nel cuore, come Dio se ne vada da lui. E – così gli sembra – Egli va piegato quasi fino a terra. Può accadere questo, con il Signore? Non è Egli il Creatore di tutte le cose, che ha creato opere meravigliose dalla Sua Volontà? Una volta, ancora, Dio si volta. O strazio, che Occhi sono, quelli che lo colpiscono?! Abraham Gli corre dietro. “Signore! Signore! Aspetta, Abbi Pietà! Non andar via da me con il mio fardello! Io – io voglio …”. Arrivato presso il Signore, afferra la santa veste e Lo tiene stretto. “Oh, Padre della Misericordia, ritorna ancora una volta al focolare dell’altare che io Ti ho costruito con gioia. Oh, rimani presso di me! Poiché vedi, ora si fa sera e l’oscurità irrompe sul campo. Tu sei la Luce della mia vita, il mio respiro e il mio unico tutto! Ti prego, lasciaTi portare!”. Afferra la mano destra del Signore e Lo tira letteralmente indietro, verso il focolare. Più si avvicinano, più eretto cammina Dio. Il patriarca lo vede, e riconosce la santa-maestosa Immagine.

27.         Gemendo, crolla, la mano sinistra nelle dita di Dio, la destra contratta nella pietra. “Quasi Ti avrei lasciato andar via da me, Dio mio e Signore! Non volgerTi un’altra volta da me, anche se devo ancora farTi domande, per amor del Sacrificio. Tu sei il nostro Onni-Misericordioso! Potresti Tu non comprendere, come il mio cuore paterno sanguinerebbe se io uccidessi il mio figlioletto?”.

28.         “Nessuno può sentire meglio che il Signore, il Quale dona il Suo stesso Amore!”, dice Dio in una Serietà, come Abraham non ha mai udito. “Potrei aprirti gli occhi, affinché tu veda di che cosa si tratta. Ma allora, figlio Mio, non sarebbe quel sacrificio che tu Mi porteresti dalla fedeltà e dallo spirito di sacrificio! E così – giocheremmo insieme!! Ciò che accade adesso, è la più santa e più profonda Essenza fondamentale della Mia Serietà, sulla quale si trova l’altare dove è sacrificato il Figlio dell’Uomo! Ora, chiedi quel che deve essere ancora discusso tra noi”.

29.         Abraham rimane per un po’ profondamente inginocchiato. Poi leva in alto le sue mani. “Padre, devo sacrificare il mio figlioletto?”. – “Non, devi! Nessun sacrificio può nascere da un obbligo, e nessuna costrizione può essere la sua fiamma, perché altrimenti il sacrificio, insieme al sacrificante, soggiacciono a una destinazione, per quanto santissima, senza libera volontà. Solo ciò che Mi è liberamente sacrificato nel ‘riconoscimento della Condizione’, che nella Mia Serietà è la Volontà per la Redenzione, serve ad alleggerire la Croce della Creazione, Croce che porta la Divinità!

30.         Perfino nel Mio Sacrificio, già portato nella Santità Ur, e portandolo successivamente, fino alla morte sulla Croce, non sta la Parola «Così deve dunque accadere!». Su questa base, perfino il Mio Principio Ur, sarebbe sottoposto alla costrizione e ledibile la santa Essenza Dio. Io ho ben un ‘devo’ nella Mia abissale profondità, che mai un occhio di figlio vede! Questa particolare condizione, però, non sta su un’Opera di Creazione, di conseguenza su nessun figlio, nemmeno su quello che è la causa del Sacrificio. Solo Io opero da questo ‘devo’! Più di questo, tu non puoi contemplare. Però, nel sentimento puoi dare uno sguardo in quest’abissale profondità, nella parte della Mia inaccessibilità, da cui Io sono sorto essenzialmente per i figli Miei! Ti basta questo, figlio Mio?”.

31.         “Sì, Signore, mi basta!”. Abraham giace ai piedi di Dio. “Io – voglio fare da me, dalla fedeltà e obbedienza; voglio trascinare la pesante trave, poiché Isacco è il figlio del mio amore. Ma vederTi andare via ancora una volta così piegato, no, Signore, non lo posso! Preferisco mettere piuttosto me stesso vivente, nella fiamma del sacrificio! O Signore, Padre mio, fortifica Tu il mio cuore e la mia anima, e prendi nelle Tue mani il mio spirito! Ti prego soltanto di una cosa, o Padre: non farmi sacrificare qui, in questo boschetto, non posso!”.

32.         “Sì, Abraham, è previsto un altro luogo. Perché l’esempio del Mio Sacrificio supremo, avviene solo là dove un giorno penderà alla Croce il Figlio dell’Uomo. Va lì a Je-Ru-Salem, sul monte che Io t’indicherò”. Dio tira a sé Abraham, finché il suo capo giace al Suo cuore. E allora lo avvolge una profonda impotenza. Ciò che ha patito come uomo, finché ha potuto piegarsi di sua volontà, lo sa il Signore soltanto. –

33.         Una nebbia notturna sta ancora sui campi, quando Abraham si è già preparato. Ha svegliato di notte Tschuba, Tzordhu e alcuni servitori, e preparato un viaggio. I fedeli domandano quale via sia da prendere. “Verso nord”, dice il patriarca, e getta l’estremità del mantello che gli copre le spalle, sul suo viso. Tzordhu sussurra a Tschuba: “È successo qualcosa con il padrone. Hai visto la sua faccia?”. – “Sì, e mi sono spaventato. Deve essere una brutta notizia. Temo che questa volta sarà dura. Ha anche ordinato solo dei muli. Su di uno, c’è un sacco saldamente chiuso. Che cosa ci sarà dentro?”. – “Chi lo sa! Una cosa però è certa: per il nostro buon padre Abraham, se è necessario, moriremo!”. – “Sì, state tutti all’erta”, Tschuba esorta i servi, i quali con gli animali attendono alla porta.

34.         Abraham esce con Isacco. Il fanciullo giubila. “Finalmente posso venire una buona volta in campagna, lo desideravo già da molto tempo!”. – “Ora diventi anche sempre più grande”, dice Abraham con la lingua pesante. “Devi imparare a conoscere il paese e la gente e – soprattutto – a fare incondizionatamente ciò che Dio pretende da noi. Qualche volta è difficile, perfino duro e amaro; ma ci tiene saldi la bontà del Padre. – Ora andiamo”. Solleva Isacco su un asinello bianco, lui stesso si siede su un piccolo morello, cosa che non ha mai ancora fatto.

 

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Cap. 21

 

Abraham si prepara per il sacrificio di Isacco – L’immane peso di un fedele cuore paterno – Al Golgota!

Obbedire di più a Dio che agli uomini – I servi fedeli, quali testimoni

 

1.              Signore, arrivano degli inviati di Eskol, per renderti omaggio. Tu però cavalchi un piccolo cavallo nero, non come il re di questo paese, ma come un …”. – “Lascia per oggi che sia bene così, Tschuba. La mia anima è in digiuno, con una cosa pesante che ho da portare”. – “Padre, posso esserti d’aiuto?”. Isacco si stringe a suo padre. “Ce la faccio!”. Il fanciullo stende la sua figura ancora delicata e scuote i suoi riccioli biondi sulla nuca.

2.              “Sì, figlio mio”, risponde Abraham, sforzandosi di nascondere il dolore del suo cuore. Quanti gemiti ha represso finora? Il Signore li conterà? Anche gli uomini lo circondano. “Padre Abraham, dei tuoi servitori, hai scelto solo dodici fedeli che oggi possono venire con te. Ognuno però ha due mani! Fa che possiamo prender parte al tuo fardello”. – “O amici miei, avrò ancora bisogno di voi, aspettate soltanto!”. Abraham si rivolge a Tschuba. “Va lì da Eskol, falli ritirare nelle capanne e dì che li benedico nel nome del Signore. Quando ritornerò …”, Abraham fa una lunga pausa, “… ricompenserò ciò che Eskol ha fatto a me di bene. Ora la nostra strada conduce oltre, fino al fiume Kidron. Ci trovi dove il corso del fiume piega verso ovest. Dopo cavalcheremo a Je-Ru-Salem”.

3.              È già il secondo giorno. A differenza di sempre, hanno proceduto molto lentamente. Abraham si ferma ovunque, alle volte spiega in lungo e in largo come si possano migliorare i campi, i pascoli, giardini e boschi. È un vero corteo funebre. Alla curva del fiume, esplora a lungo la riva, esamina l’acqua e, di nuovo trova qualcosa da migliorare. Isacco prende parte al modo di fare di suo padre, nel suo fervore fanciullesco. E, strano: Abraham difficilmente lascia dalla mano suo figlio, come se dovesse servire un fanciulletto, così va in giro con lui. Anche questo, stupisce i servitori. Si lanciano sguardi furtivi. Abraham lo nota; ma tace, egli vede la fedeltà nei loro occhi.

4.              Finalmente – il pomeriggio è quasi trascorso – si mette di nuovo in cammino e segue il Sole che tende verso il mare, a Occidente. La sera tardi, il patriarca arriva al muro[3] che, dopo quel meraviglioso giorno, quando Melchisedec apparve a lui e ai suoi uomini sul campo del re, egli aveva fatto costruire intorno al luogo. Alla porta est, la guardia si china fino a terra, quando riconosce Abraham. Un aiutante, insieme alla sua schiera, lo scorta in una locanda che un siriano ha aperto da poco molto bene, e utile allo scopo. È pulita, e ha perfino tre muri laterali e un tetto per le stalle.

5.              L’oste sveglia il suo personale di servizio. Prepara ancora un pasto, porta pane, vino, carne di montone, frutti e una tavoletta di cera. “Signore”, prega lui, “ho costruito questa casa con la parte d’eredità di mio padre, ma io non sapevo che tu cedi per iscritto questo terreno. Io sono siriano, e qui, un forestiero. Il superiore della città pensava che io avessi il tuo scritto, e perciò non domandò. Ho anche dato alla città quaranta sacchetti d’oro e cento d’argento per la costruzione di pozzi d’acqua. Non vuoi tu, concedermi una costruzione supplementare? Darò volentieri ciò che tu pretenderai per questo”.

6.              “Posso dichiarare la tua casa per buona”, risponde amichevolmente Abraham. “E voglio scrivere affinché ognuno veda che hai costruito con me. Chi però fa parte del paese, deve dapprima domandare, e non costruire come vuole, affinché le vie rimangano diritte. Tu hai ben conservato la forma delle strade, così che non hai bisogno d’altro. Ecco qui il mio scritto”. Mette il suo nome sulla tavoletta: «Abraham, il patriarca, principe di Canaan e re di tutte le terre del Giordano».

7.              Rallegrato, l’oste porta un prezioso gioiello siriano. “Prendi, o patriarca! Con la tua firma hai confermato la tua fama, fama che è penetrata fino nel paese della Siria”. – “Lungi sia da me, che io prenda anche solo un sacchetto d’argento! Hai arricchito la mia città con una buona casa e hai dato per la costruzione del pozzo. Fa’ che possiamo essere amici”. – “Io? Un amico tuo, un amico del patriarca e re!”. L’oste crolla letteralmente. “Perché no?”, domanda Abraham, “se vuoi essere considerato uno dei miei sudditi, allora, per me sei amico e figlio. Ma se vuoi rimanere libero, allora onorerò la tua volontà”.

8.              Quanto volentieri sarò tuo amico! Non riesco quasi a comprendere che mi capiti una tale fortuna”. –“Siediti vicino a me”, invita Abraham, “e parlami della tua famiglia”. – “Non avrei da riferirti grandi cose; in ogni modo: mio fratello Bethuel e io, abbiamo ereditato, da nostro padre, terreni e pascoli. Io non avevo bisogno di andar via, c’era pace tra me e Bethuel. Io però ho sangue girovago, e ho girovagato molto lontano. Così, sei mesi fa sono venuto qua, in questo paese. Mi è molto piaciuto. Tutto era ordinato sotto una buona protezione, come non ho trovato da nessuna parte. Ho visitato anche Beth-El, dove ho conosciuto il tuo governatore. È lui che mi ha consigliato di costruire qui”. – “Ah, Jubisat ha fatto questo?”. Un bagliore di gioia scivola sul volto di Abraham, ma questo subito diventa di nuovo coperto, di una serietà quasi opprimente.

9.              “Quando lasciai mio fratello”, continua l’oste, “questi aveva un figlio, Laban, che pure ha diritto alla proprietà. Lui ha l’età doppia di tuo figlio Isacco”. Il siriano offre al fanciullo un frutto meraviglioso. “Ora ho preso contatto, affinché Bethuel sappia dove mi può trovare. Ho sentito che sarebbe nata ancora una figlioletta, Rebecca”. – “E tu, come ti chiami?”. – “Io mi chiamano Batrah, il viandante, ma di nascita mi chiamo Ephael. Ora entrambi i nomi stanno sulla mia porta, com’è ordinato che i mercanti e osti di locande debbano scrivere i loro nomi sulle loro porte. Io trovo quest’ordinamento da parte tua, completamente perfetto. Così ci si conosce anche; e quando arrivano dei forestieri, si può dire loro: vai da Batrah Ephael, là sei come a casa”.

10.         “Mi rallegro che tu riconosca i miei ordinamenti, e noti l’utilità che essi hanno. Non è stato facile convincere anche i mercanti, mentre i nostri osti ne hanno riconosciuto presto l’utilità e il diritto. Ora però, Ephael, preparaci le camere, siamo stanchi. E una cosa: non accogliere altri ospiti, finché sono io presso di te con mio figlio e il seguito. Non sarà a tuo danno”. – “Signore, questa è casa tua!”. –

11.         Tutti dormono, Isacco, che divide una camera con suo padre, non si accorge quanto inquieto egli cammini su e giù, quante volte osservi il suo viso, viso che riposa tranquillo nel sonno; il piccolo cuore non sospetta che domani non batterà più. In un angolo sta il sacco che ha colpito Tschuba. La mano di Abraham tocca, tremando, le cose che vi sono nascoste. Lo apre e tira fuori un piccolo otre di vino.

12.         “Ahimè, Signore”, mormora contraendo le mani, “non posso dare al fanciullo almeno dell’aceto, affinché non veda il coltello, quando … io … lo leverò per …”. È scosso. Si sente completamente a pezzi. Questi tre giorni gli hanno tolto trent’anni della sua vita. Mai, gli ha tremato una mano, eccetto che davanti al Signore!

13.         Una Luce sta alla porta. Abraham non la riconosce, ma la Voce consola: “Sì, Abraham, questo lo potrai fare per amor del fanciullo. Isacco, infatti, è ancora troppo giovane, per comprendere ciò che succede. Egli non deve vedere come suo padre sacrifica”. La Luce se ne va in fretta. Un pesante sospiro, con un minuscolo alleggerimento, si sprigiona profondamente dal largo petto. “O Dio, il buon caro fanciullo, nel quale non c’è alcuna falsità! Così puro; e non fa del male alla più piccola creatura. Mai assiste quando si uccidono gli animali, sia per il Tuo sacrificio oppure per il nostro cibo. Sarà il terzo giorno che io non ho mangiato, e non una goccia d’acqua ha bagnato la mia bocca. I miei fedeli si stupiscono che non prenda cibo. – Ma domani? Non so quel che sarà di me!”.

14.         Abraham si perde in un soliloquio. “Nel momento in cui avrò sacrificato Isacco, dovrò dare alle fiamme l’altare, con il sacrificio? Quando però i servitori domanderanno: Abraham, dov’è tuo figlio?! Potrò io, guardare solo uno di loro negli occhi, senza distruggere me stesso? Ho portato con me altre vesti; e quando Dio dovesse impedire che io mi dia alle fiamme, sopra Isacco, allora mi rimarrà solo una cosa: dovrò vagabondare continuamente, e fuggire! Dovrò lasciarmi cacciare come un animale selvaggio! Poiché, ritornare – come patriarca – non lo posso più fare! E dire una pietosa menzogna? Che una tigre avrebbe divorato Isacco, per sminuire il dolore di Sara e sfuggire al disprezzo e alla ripugnanza dei miei?

15.         Ho mantenuto la Parola di Dio sin dalla mia giovinezza, i Comandamenti non mi sembravano difficili. La legge, portatami dalla Sua Volontà, ha per base la pazienza. Il suo nocciolo è la Luce del Suo Amore; e ciò che proviene dall’osservanza, è la Rivelazione della Sua Misericordia. La Sua maestosa Volontà, insieme all’Ordine; la Sua Sapienza e la Serietà sono la struttura che l’Universo della Creazione riceve.

16.         Solo il comandamento del sacrificio di Isacco, io non lo comprendo ancora, sebbene possa comprendere il suo inaudito profondo senso. Ebbene, Dio sa perché io Gli debba preparare su questo mondo la via anticipatamente. Ahimè, Signore”, va verso la finestra a volta, e attraverso la piega della tenda, fugge un raggio dell’aurora. “Ora è giorno, e io devo …”. Abraham crolla come un albero abbattuto. “Padre, salva la mia anima, e accogli, in Grazia, Isacco!”.

17.         Allora sente una Mano invisibile posarsi sul suo capo, così dolce e, ugualmente piena di Forza; essa nasconde il ‘Padre’; e ciò che ora si solleva, ‘il patriarca’, è un sacerdote di Dio. Il suo volto si è trasformato; somiglia a quel Santo che a lui è andato incontro tanto spesso. Si retrocede da lui. Perfino Isacco è spaventato. Che cosa succede con suo padre, il quale rifiuta anche la prima colazione?

18.         “Una volta ho giurato”, dice Abraham alla domanda di suo figlio, “di voler portare sulla Terra il fuoco del sacrificio! L’ora è venuta, Dio richiede il mio giuramento, un sacrificio, che mai ancora il mondo ha visto finora! E non lo comprenderà, perché dare il suo stesso io, l’amore del proprio cuore – chi lo potrà comprendere? Perciò, rimanete qui”, egli si rivolge ai suoi servitori, “finché non ritornerò. Se però non ritorno, allora troverete nella mia camera un testamento che v’indicherà quel che dovrete ancora fare. Ma solo il terzo giorno, se non dovessi ritornare, potrete andare nella mia camera. Promettetemelo con il voto della vostra fedeltà!”. I servitori sono confusi. Tschuba e Tzordhu, vigili, ascoltano attentamente. I loro occhi, in verità, sono ancora tenuti in modo che non si accorgano di come stanno le cose con il loro buon padrone e padre. Che però egli ora faccia qualcosa che gli spazzi il cuore, lo vedono con struggimento e animo angosciato.

19.         Per il giuramento, gli porgono la mano. “Oggi non è un ordine, miei buoni figli, ma solo una preghiera: osservate il mio comando”. – “Dove vuoi sacrificare?”, domanda Isacco. “Il Signore m’indicherà il luogo”. – “Posso venire con te?”. – “Vuoi tu, venire con me?”. Abraham nasconde il tremito delle sue labbra. Isacco lo consola: “Oggi, caro padre, sei triste, perciò voglio rimanere con te, finché domani la gioia di Dio non colmerà il tuo cuore”.

20.         “O figlio mio!”. L’emozione di Abraham è grande. Lacrime non piante soffocano la sua gola. Si carica il grave fardello, e prende Isacco alla sua mano destra. Tzordhu dice rassegnato: “Signore, lascia venire con te almeno uno di noi, affinché ti aiuti a portare”. – “Tu hai ragione, figlio mio. Ma fa’ parte del sacrificio che io  debba portare l’altare”. Una buona occhiata scivola sui suoi servitori.

21.         Il giorno diventa caldo. L’azzurro del cielo s’inarca alto e il Sole apre col fuoco la via. In una masseria non occupata, ancor prima di arrivare al muro, Abraham si getta sulle spalle un mantello scuro. Passano dalla porta ovest, senza che la guardia lo noti. Abraham non si volta indietro. Si trovano sull’altura (più tardi Morija), sulla quale una parte della città si è estesa. Ancora molto spazio racchiude il muro, e anche al di fuori il luogo può estendersi ancora bene, soprattutto verso est e verso sud. Dappertutto, grazie all’instancabilità del patriarca, dove si sono insediati degli uomini, si trovano valli e fertili alture.

22.         Si guarda intorno. Là dove esce il fumo dal focolare delle capanne, non potrebbe sacrificare da nessuna parte. “Ahimè, Signore”, dice fra sé, “ora mostrami il luogo, non farmi trascinare la trave troppo a lungo”. – “Sii consolato! Anche nel compito più gravoso, la bontà di Dio è il vero e proprio fardello!”. La Voce è come un dolce vento che lo sfiora, rinfrescandolo. Una mano indica verso ovest davanti alla futura città. Una roccia nuda, in verità non alta ma scoscesa, s’insinua tra tutta la fioritura. Non vi si vede nessuna capanna né albero, nemmeno una modesta capra, un luogo come creato per eseguire il sacrificio. Come ha detto Dio? La via è ripida, sulla quale sono da portare a Casa i poveri cocci. Ahimè – ora lui stesso è un coccio! –

23.         Abraham scende con Isacco nella piccola vallata, un abbassamento, attraverso il quale ben difficilmente è passato un viandante. Deve calcare da sé il sentiero. Giunto ai piedi della collina spoglia, sulla quale stanno soltanto magri rovi, vuota il suo sacco. Isacco sta a guardare. Egli già sa quel che serve per la costruzione dell’altare. Che però il padre abbia trascinato con sé tanta pesante legna, legna che si può certo raccogliere facilmente ovunque, va oltre il suo intelletto infantile.

24.         Perciò domanda: “Padre, perché hai portato da Mamre tutta questa legna? Ce n’è abbastanza tutt’intorno, per accendere un grande fuoco di sacrificio”. – “Certo figlio mio, caro. Ma ricorda: è legna del giovane albero che è cresciuto alla destra del focolare nel boschetto. L’ho abbattuto già durante la notte, prima di partire, e l’ho tagliato in pezzi piccoli come ci serve. Guarda, qui sono i pezzi grandi del tronco che si ammucchia sopra; sotto viene la legna piccola, affinché i pezzi grossi possano bruciare”.

25.         “Il legno giovane non è umido, se hai appena abbattuto l’albero?”. – “Normalmente sì, figlio mio; ma questo si è asciugato in sei ore, in sei ore ne è uscito il succo della vita”. – “Io lo chiamo un vero miracolo!”, esclama Isacco, entusiasta. – “Hai ragione figlio mio caro”. Dalla locanda fin qui, Abraham non ha guardato suo figlio. Anche adesso volge via il suo sguardo. Tira fuori dal sacco un nuovo coltello da sacrificio, coltello che nella notte tenne al focolare, nella sua fiamma. Quanto è pesante. –

26.         All’improvviso, il fanciullo domanda: “Padre, tu non hai nessun animale per il sacrificio! Dov’è l’agnello?”. Il patriarca guarda in su alla spoglia altura. “Figlio mio, Dio stesso si sceglierà l’agnello che deve servire per il sacrificio”. Accende un fuoco e una fiaccola. Il coltello vi giace accanto. Poi porta ancora una grossa brocca d’argento puro, e il piccolo otre con l’amaro aceto di vino, mescolato con un po’ di fiele. Riempie la coppa e la beve con un lungo sorso. Poi la riempie nuovamente.

27.         “Ecco, Isacco, sei stato scelto da Dio, e così puoi bere con me ciò che il Signore mi ha dato”. Isacco beve esitante. “Padre, è un vino cattivo, non mi piace. Dio ti dà certamente solo doni buoni. Ora perché quest’amarezza?”. – “Figlio mio!”. Abraham attira Isacco al suo petto e guarda oltre la sua testa verso l’altura del Cielo, il cui azzurro gli sembra nero. “Quello che Dio ci da, è sempre buono, anche se alla nostra lingua il gusto è amaro. Il suo peso è leggero, anche se dovessimo crollare sotto questo peso. L’amarezza la trasforma in gioia, e il Suo Amore paterno revoca il peso della pena. Ora bevi, – ti farà bene”.

28.         Isacco obbedisce. Abraham riunisce in fasci i piccoli pezzi di legno e poi li mette su Isacco. “Prendi, figliolo, anche se costa fatica; guarda, tuo padre si carica i pezzi grossi”. Egli ha legato saldamente i pezzi grandi come in una lunga trave, che carica sulle sue spalle. Nella mano destra prende il coltello, la sinistra porta la fiaccola che tiene bassa. Così salgono. Isacco diventa sempre più affaticato. La legna è pesante per la sua forza infantile. Due volte crolla. Abraham lo aiuta ad alzarsi, pieno d’amore.

29.         “Non riesci più a portarli, Isacco?”. – “Ahimè, padre, la bevanda mi procura molta pena. Ti voglio però aiutare a erigere il tuo altare più grande. È ancora lontano il luogo?”. – “No, figlio mio caro, solo l’ultima salita è ancora da superare per giungere al luogo”. Ad Abraham scorre il sudore da tutti i pori, il suo petto respira affannosamente, gli tremano le membra. A fatica solleva il suo carico e toglie a Isacco la legna da bruciare. Porta nella sua mano il fuoco e il coltello.

30.         “Vieni, Isacco, tieniti stretto alla mia cintola, così potrai camminare fino in cima”. Ansimando raggiunge la cima. Isacco non vuole appendersi, ma è così esausto che vacilla soltanto. “Hai l’agnello?”, sussurra, e si accascia svenuto. Quanto è amaro, che il patriarca non possa aiutare il figlio nel suo dolore fisico. Per ‘l’agnello’ è meglio così, la pena del corpo copre il tormento dell’anima, quando essa viene sacrificata.

31.         Non si concede respiro. In fretta erige l’altare, molto alto, lungo e largo. Senza pensare, accatasta la legna, come se qualcuno lo aiutasse in questo, “Padre”, boccheggia Isacco, “è già sera? Io non ti vedo più. Ah – muoio di sete. Dammi una goccia d’acqua”. Abraham si morde le labbra a sangue. “Presto, figlio mio, presto sarà passato, e tutta la pena sarà cancellata. Soltanto, ancora un poco; sai quanto ti ama tuo padre”. Ecco, l’ultimo pezzo! È colto da vertigini, si tiene fermo all’altare.

32.         Appena padrone di sé, posa delicatamente suo figlio sulla legna, e lo lega saldamente con corde. Facendo questo, vede con spavento che il suo altare è del tutto diverso dal solito. Là, dove giace adesso Isacco, la spessa legna si dispone in quel segno, come l’ha visto nel boschetto al petto di Dio e, questo, il Signore lo chiama: ‘La Croce della Creazione’. Ahimè – presto – ancora l’ultima cosa soltanto – e poi gettarvi se stesso sopra! Vuole subire da vivente, il tormento del fuoco.

33.         Con il piede spinge più vicino la fiaccola, la mano destra leva il coltello sacrificale, la sinistra si tende in alto. “A te, Dio, Tu, Eterno, Tu, Santo, sia presentato il sacrificio della mia vita! Tu hai bisogno dello stesso, anche se non riesco ancora a comprendere la grande profondità di questo sacrificio. Ora accetta questo puro agnello, quest’anima innocente, e sii con me pietoso, per amor del sacrificio, anche nella mia morte!”.

34.         Isacco balbetta sommessamente: “Padre, prendimi al tuo petto, e portami a casa da mia madre”. – “Sì, figliolo, noi due andiamo a casa, la vittima e il sacerdote”. Già sta per colpire il petto denudato del fanciullo. La sua sinistra copre il piccolo cuore, il coltello, infatti, deve unire la mano al sacrificio e poi …

35.         Qualcuno gli piomba sul braccio. Nello spavento improvviso si volta. Non vede nessuno, allora i suoi occhi piangono. “Abraham!”. – “Sì? Sono qui!”. Ora, se non diversamente, e lo vede il mondo ciò che sta facendo qui, dovrà essere disprezzato! “Abraham, non conosci la Mia voce?”. – “La Tua voce? Sì, io credo – che venga dal Cielo. Dovete prima venire, per vedere che cosa sacrificherà un padre?”. – “Questa è una bruciante domanda al Signore. Sii però consolato! Quando starai un giorno come spirito superiore all’Altare supremo di Dio, il Creatore ti annuncerà ciò che il Sacerdote ti rivela adesso nelle Grazie. Allora vedrai la profondità del Sacrificio, e le mani del Padre tuo giaceranno benedicenti su di te.

36.         Ora però il Signore ti annuncia: «Non mettere le tue mani sul fanciullo, e non arrecargli nessuna sofferenza sacrificale. Perché, in umiltà ti sei presentato dinanzi a Me e non hai risparmiato l’unico figlio del tuo amore, per amor Mio! Guarda, la Mia Pace suprema è su di te. E la tua Serietà, principe dal Mio Cielo, coprirà un giorno pacificamente la Terra; la tua volontà sacrificale, infatti, sarà messa in conto ai poveri figli dell’abisso per la loro ultima salvezza. Il Mio Sacrificio redentivo, l’unico-santo ed eternamente valido, Io lo innalzo in questo luogo, dove tu Mi sei diventato obbediente fino alla morte, tua e del fanciullo!»”.

37.         Zuriel accoglie Abraham nelle sue braccia. Lui crolla come svenuto. Raphael conficca il coltello nella roccia e priva la fiaccola della fiamma. Adagia Isacco nel suo mantello che toglie dalla spalla. Il fanciullo dorme. Solo adesso Abraham sente l’amara gravità che in questi giorni ha trafitto la sua anima e il suo cuore. “Non ho dovuto dare Isacco?”, egli mormora. “No!”. Dice il fratello suo celeste Zuriel. “Perché, rifletti: Dio non pretende dai Suoi figli l’estremo che Egli stesso dà! L’obbedienza, a Lui sacrificata, e la dedizione al Suo Comandamento, sono il sacrificio supremo del figlio che può portare al Creatore. Tu lo hai fatto!

38.         Ora alzati e sacrifica un agnello, di questo certamente non c’è bisogno; ma i tuoi guardano verso le alture, se presto non si leverà il fumo. E noi li abbiamo chiamati. I tuoi fedeli porteranno indietro, te ed Isacco”. Abraham si alza faticosamente. Vede il suo amatissimo Isacco, anche se pallido a morte, giacere tranquillamente nel mantello dell’angelo. “Io, non ho bisogno – il Signore, rimette nelle Grazie – il voto – …”, emette parole sconnesse.

39.         “Ti abbiamo assicurato che hai mantenuto il tuo voto”, dice Raphael. “Perché il sacrificio nell’obbedienza fino alla morte, che tu hai dato a Dio, come il frutto della tua vita, Egli lo santificherà e lo includerà nel Suo stesso Sacrificio supremo!! – Alza i tuoi occhi, là, un montone nella sterpaglia”, Raphael indica un timoroso animale che con le sue corna è rimasto attaccato nel groviglio del cespuglio spinoso, “lascia che la fiamma lo consumi”. – “Sì; soltanto che io – io, adesso, non posso uccidere”. – “Ho conficcato il tuo coltello nel terreno del sacrificio. Perciò va pure; afferra il montone, esso ti cadrà nelle mani”.

40.         Abraham obbedisce. Come cerca di afferrare il pauroso animale, questo crolla morto. Presto, delle fiamme rosse, e un fumo bianco e puro, annunciano che il sacrificio avviene. Questo indica la via a Tschuba e Tzordhu. I dieci servitori rimangono indietro presso Batrah-Ephael, come ha ordinato loro l’angelo. I fedeli corrono senza proferir parole attraverso la vallata e su per la ripida roccia. In cima arrestano l’agile piede. Un timore li assale, come non l’hanno mai sperimentato. Dall’altare, che brucia ancora, sul quale stanno i resti di un grosso montone, soffia loro incontro un alito di Dio. Inginocchiandosi, premono al loro petto il copricapo.

41.         “Tschuba, lo senti tu?”. Sussurra Tzordhu in maniera appena udibile. “Sì, ma zitto, questo è un luogo santo. Il patriarca ha lottato con DIO per – per suo figlio!”. – “Dobbiamo tacere verso tutti”, dice ancora Tzordhu, “nessuno, infatti, può comprendere che cosa sia successo qui. Ora comprendo l’intera via”. Prega sommessamente per il suo padrone, e il suo caro figlio. Tschuba fa lo stesso. Essi pensano anche a Sara, il cui cuore materno lo sentirà in angoscia e affanno.

42.         Abraham si è accorto dei suoi fedeli. Lievemente fa cenno a entrambi di avvicinarsi. Prende sulle braccia suo figlio insieme al mantello celeste che Raphael ha lasciato per Isacco, e s’inginocchia davanti all’altare, a destra e a sinistra i due servitori. Essi attendono finché il fuoco non si riduce in cenere. Il patriarca prepara un segno nel luogo e scrive sulla pietra il nome suo e del figlio. Nessuno in futuro sacrificherà più, fino al tempo in cui su questa roccia il sommo Signore del Cielo e della Terra terminerà il santo Atto della Redenzione.

43.         I vassalli, tacendo, porgono la mano al loro signore. Allora il patriarca capisce che hanno avuto il permesso di vedere il suo ‘Sacrificio celeste’, e lo comprendono nella profonda fede nel suo altissimo Signore. Nessuna parola uscirà dalle loro labbra, affinché il mondo non si smarrisca nella Parola di Dio. Il tempo, infatti, nasconde ancora ciò che gli uomini adesso non possono ancora comprendere. Tzordhu porta il ragazzo, e Tschuba accompagna il padrone. Questa incondizionata fedeltà restituisce ad Abraham le forze del suo corpo e, come un ‘sommo sacerdote proveniente dal Signore’ ritorna a Mamre, a casa sua.

 

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Cap. 22

 

Morte di Sara e di Abraham

1.              A Beth-El si saluta Abraham con grande gioia. Servitori e domestiche, e tutti i suoi fedeli, s’inchinano profondamente davanti al sommo sacerdote proveniente dallo Spirito di Dio. Ma non è solo riverenza, davanti al segnato e visibilmente prescelto dall’Altissimo Signore, bensì ognuno s’inchina così davanti al suo Dio. Come si riconosce quanto autenticamente e paternamente il patriarca parli ad ognuno e accolga la parola di ciascuno, con la riverenza diventa anche più grande l’amore. Colmi di fiducia, gli uomini e le donne si schierano intorno a lui come fanciulli. Tschuba e Tzordhu difficilmente si allontanano dal suo fianco. E anche Jubisat, il terzo dei fedeli, al quale Abraham parla del suo ‘Sacrificio celeste’ in maniera toccante, provvede al suo signore.

2.              Con questi tre fidati e un corteo di servitori, e in aggiunta alcune delle migliori ancelle, egli attraversa il paese. Fa visita a tutti i fedeli principi, parla e tratta ovunque come padre e come soccorritore, è sacerdote e ordina la struttura del suo stato regale. La sua prima visita è per Fylola e Hebael in Abel-Mehola. Entrambi e una parte dei fedeli si aggiungono al corteo attraverso l’intera regione del nord.

3.              Il principe Hummar-Karbo e sua moglie in Endor piangono lacrime di gioia quando arrivano i cari ospiti. Li accompagnano il principe, insieme ad alcuni servitori. Abraham pensa: “La mia corte diventa di nuovo grande come quella volta nella battaglia dei re?”. – “Non del tutto”, dice una Voce ben fidata, e due Mani si stendono da entrambi i lati, incontro a lui. Sono i suoi fratelli celesti. “Adesso la misura della gioia diventa immensamente colma”, esclama lui con gratitudine. “Ah, Signore, quanto hai avuto ragione, con la Tua misura quadrupla e settupla!”. Essa diventa una via meravigliosa, e le cose terrene conquistano sempre di più il collegamento con il Cielo.

4.              Il patriarca va fino a Dan, e visita anche la nuova Kedes. Poi torna indietro verso il Golan, e fa perfino visita ad Astaroth-Karnaim. Qui, giunge una bella gioia al patriarca. I giganti s’inchinano dinanzi a lui e chiedono un patto, patto che Abraham estende subito per il bene di Mamre, Eskol, Aners e Kedor-Laomor. Come si rallegrano i principi, quando l’intera carovana arriva a Bozra, Ramoth-Gliead, Esbon e Bezer, e Abraham porta il patto concluso con i giganti, che non vale per nessun nemico, ma solo per la pace, affinché i gruppi possano aiutarsi reciprocamente e sopportarsi.

5.              Abraham cavalca intorno a tutto il ‘cattivo mare’ nel sud. Egli vuole esplorare il paese e insegnare agli uomini che lì si sono di nuovo insediati dopo la grande catastrofe di Sodoma e Gomorra. Il piccolo mar dolce, una volta con un deflusso verso ovest, è scomparso. Ora l’altra riva si vede da est verso ovest solo in giorni limpidi. L’acqua si è estesa ampiamente verso sud. Molti campi fertili sono stati cancellati. Nella vicinanza di questo mare diventato morto non c’è terreno buono. – Ovunque giungono il patriarca e il suo seguito, presto regna vita movimentata. Dappertutto, lui, con i suoi aiutanti, opera in maniera benefica per la vita del corpo – e anche per la fede nel Signore.

6.              Alla fine arriva a Ebron. È stato via un anno. Sara è diventata assai stanca nel corso del tempo. Gli ospiti rimangono per un po’, poi uno dopo l’altro ritornano nella propria città. Ma ancora una volta Abraham è inviato dal Cielo; i filistei, infatti, sono una stirpe inquieta che non mantiene un patto più di quanto gli convenga. Perfino all’età di centotrent’anni Abraham si mette in marcia con i suoi servitori verso Gerar. Egli intima al re Abimelech di mantenere il patto, oppure i filistei si accorgeranno che la spada del patriarca non è arrugginita. Subito essi tendono la mano della pace. Abraham rimane a lungo presso i keniti al pozzo di Beer-Sheba. Vorrebbe senza dubbio ritornare da sua moglie. A volte è molto preoccupato e ne parla, dice di voler rivedere Sara. Appena però si prepara per partire a cavallo, i filistei gli voltano le spalle.

7.              Egli invia Tschuba e Tzordhu con dieci servitori a Ebron, non si sente tranquillo. I fedeli giungono ancora in tempo per ascoltare l’ultimo saluto di benedizione di Sara ad Abraham. Tschuba le chiude gli occhi stanchi, e Tzordhu le prepara l’ultimo giaciglio. Per il momento, il feretro è composto in una sala ombreggiata. Tzordhu allontana la decomposizione con le sue erbe, finché Abraham possa ritornare. Poi si avviano e cavalcano veloci come il vento verso sud. Tutta Ebron fa lutto, giorno dopo giorno, perché la ‘padrona del boschetto di Mamre’ era ovunque amata.

8.              Quando Abraham vede arrivare i veloci cavalieri, sa quel  che è successo. Nasconde il suo capo e vi sparge la sabbia. Nessun lamento però esce dalla sua bocca. “Lei è tornata a casa. La mia buona anima”, dice soltanto, e lacrime gli scorrono nella sua lunga barba bianca. “Voglia Dio, presto, provvedere affinché io la riveda nella sua Luce”. Al più presto si mette in marcia, e molti dei keniti e ittiti lo seguono, per aiutarlo a seppellire la sua amata defunta. Anche Abimelech segue, e la sua gente mantiene la quiete. Davanti alla morte, la ‘Chiamata dell’Eternità’, si chinano principe e suddito.

9.              Una ricca vita femminile ha aiutato un grande paese con benedizioni, ha alleviato molta sofferenza e miseria, ha diffuso molto amore materno. Ora Abraham è solo. Egli è diventato troppo sacerdotale dall’alto Spirito di Dio, per far lutto come gli uomini futuri che un giorno, popoleranno il mondo intero. Ciononostante porta lo stesso la sofferenza per lei. E per amor della sua casa va a prendersi anche Ketura, la fedele sorella di Mamre, come sua moglie; ma Sara rimarrà in ogni caso l’unica, con la quale era unito in autentico amore. Ketura mantiene la fede verso Sara e aiuta Abraham in tutte le sue faccende che egli compie ancora, fino alla sua morte. –

10.         La chiamata dalla Luce: “I giorni sono contati!”. Ketura e Rebecca lo assistono. Isacco stesso si mette in marcia per andare a prendere suo fratello Ismael da Sur. Pieno di pace gli porge la mano, e Ismael la afferra. Quando si avviano verso casa, essi comprendono: è urgentissimo, se vogliamo sentire ancora una volta il padre nostro Abraham. Tuttavia la forza del corpo basta, perché da lungo tempo lo spirito lo domina. Benedicendo, il vegliardo stende le mani su tutti i suoi figli, su donna e ragazza, sui suoi fedeli, su servitore e domestica, su tutto il paese datogli dal Signore.

11.         Si corica sul suo giaciglio, ordina lui stesso la sua veste e, le sue mani, che spinge verso l’alto, tendono incontro a Dio. Così trapassa pacificamente. Lo lasciano giacere nella sua camera per quattro giorni; e quando lo portano al sepolcro nella roccia, dove giace Sara, accanto a lui camminano due alte figure di Luce. Esse sono conosciute. Nessuno degli uomini però, potrebbe dire se i loro occhi risplendano solenni oppure gioiosi. Quando si chiude il sepolcro e ci si allontana dal luogo consacrato, essi rimangono indietro.

12.         Davanti a questa morte s’inchina anche Ismael. Isacco, invece, dice alla gente in lutto che è radunata intorno a lui: “Mio padre si è ben addormentato terrenamente, ma io so: i celesti sono venuti solo per portarlo a Casa. Se aprissimo il sepolcro dopo tre giorni, sarebbe già vuoto come una volta, prima che nostra madre Sara vi fosse portata. Perciò il luogo deve rimanere santo per il Signore”.

 

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PERSONAGGI

 

 DIO                      come “Luce nella Figura”

 Abramo                il patriarca  (l’incarnazione del principe del Cielo Muriel, Portatore della Serietà)

 Sarai                    sua moglie (l’incarnazione della Serapfina Pargola, co-portatrice della Serietà

 Agar                     la serve egiziana

 Ismaele                il figlio di Agar

 Isacco                  il figlio di Sara

 Faraone               d’Egitto

 Principe Cossar  Il superiore e confidente del Faraone

 Lot                       il nipote di Abramo (figlio del fratello)

 Tschuba               1. servo di Abramo

 Tzordhu               1. servo di Abramo

 Jubisat                 l’amministratore dei greggi di Abramo

 Konnar                 l’amministratore della foresta di Abramo

 Enoseth                1. comandante di Abramo

 Filhas                   pastore di Abramo

 Lamot                  pastore di Abramo

 Kemur                  pastore di Abramo

 Bazzor                  pastore di Abramo

 Chrasbra             l’amministratore dei greggi di Lot

 Edizar                  pastore di Lot

 Galgor                 pastore di Lot

 Machoat              pastore di Lot

 Trasbach             guardiano del faro di Abramo in Ebron

 Sumsa                  guardiano del faro di Abramo in Ebron

 Chrebol                guardiano del faro di Abramo in Ebron

 Hebael                  guardiano del fato di Abramo in Ebron

 Kedor-Laomar      re di Elam

 Bera                       re di Sodomia

 Altri re

 Fylola                    una bambina trovata da Abramo

 Hummar-Karbo   Principe: il padre di Fylola

 Madre di Fylola

 Gli abitanti di Rama

 Filistei

 Giganti di Asthraroth-Karnaim

 Nani di Basan

 La gente di Ebron

 Il capo della città di Kedes

 Altra gente di Kedes

 Comandante Zolahu         gente del re di Elam

 Comandante Uczbas         gente del re di Elam

 Mamre                   principi di città morite  -  alleati di Abramo

 Eskol                     principi di città amorini  -  alleati di Abramo

 Aners                     principi di città amoriti  -  alleati di Abramo

 Il principe della città di Dan

 Quattro principi dell’Egitto

 Principi della Caldea

 Protettore del tesoro di Abramo

 Abimelech            Re di Gerar (tribù dei filistei)

 Guardiani di Je-Ru-Salem

 Servi e serve

 Ephael

 Zuriel e Rafhael e molti giovanotti chiari

 MELCHISEDEC                                          

 

 

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[1] Gottfried Mayerhofer: Prediche del Signore, 19° Predica; Giov. 15, 18-19, 17,14

[2] Sadana

[3] Il secondo muro che Salomone, più tardi, in parte rinnovò e in parte ampliò